PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) FONTI

PREDATOR SENZA GLORIA

LE FONTI

Questa fan fiction è una storia originale che utilizza però personaggi e situazioni pre-esistenti, estratti da varie fonti: ecco la specifica del materiale a cui ho attinto per la stesura di Predator senza gloria.

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Il titolo di questa fan fiction è un omaggio incrociato a più film e più titoli. La storia parte come ispirata dal giapponese I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa e relativa fotocopia americana I magnifici sette (1960) di John Sturges, ma anche ad un altro “sette”, forse meno famoso dei precedenti: il britannico I 7 senza gloria (Play Dirty, 1969) di André De Toth. Sette è un “numero magico” per una missione suicida, lo dimostra Dago di Robin Wood, che raccoglie sei mercenari e sbandati per l’intensa e straziante missione raccontata nella saga Roxana (raccolta in “Euracomix” n. 63, dicembre 1993, Eura Editoriale).

Sette samurai straccioni, un tempo nobili guerrieri

Giappone, 1587. Un tempo erano nobili guerrieri, rispettati e anche temuti: oggi sono sette straccioni, che vivono di espedienti e fanno piccoli lavoretti umili per guadagnare un pasto. Quando dei miseri contadini, più poveri di loro, li ingaggiano per difenderli da una banda di criminali, offrendo un pugno di riso come pagamento – mentre i contadini si limitano a mangiare il miglio – Shimada ed altri sei ronin accettano, ma non certo per il “compenso”. Accettano perché sono guerrieri, e i guerrieri combattono. L’alternativa è spaccare legna per qualcosa da mangiare o saltare direttamente il pasto.

Sono partito da questo spunto, con l’idea di divertirmi a sovrapporre semplicemente dei Predator ai samurai del film – visto che in fondo condividono il codice di comportamento – però poi i personaggi hanno preso il sopravvento e io mi sono fatto indietro: mi sono limitato a scrivere ciò che loro volevano…

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Achab e gli altri – Al momento di iniziare a scrivere è nato un bel problema: non sono mica la S.D. Perry, non ho alcuna intenzione di inventarmi di sana pianta dei nomi di Predator! Sia perché non ne sono capace sia perché è un’idea che non mi piace: non è più divertente usare nomi che già esistono? Così ho utilizzato nomignoli più o meno ufficiali di veri Predator apparsi nei film: Jungle da Predator (1987), City Hunter da Predator 2 (1990), Scar e Celtic da Alien vs Predator (2004), Wolf da Aliens vs Predator: Requiem (2007), Berserker e Falconer da Predators (2010). A parte Jungle e City Hunter, che fanno chiaro riferimento alle vicende filmiche, gli altri sono semplici nomi che ho preso in prestito a mo’ di citazione: le vicende che ho raccontato non hanno nulla a che vedere con i relativi Predator visti nei film. Però il “capo” volevo fosse diverso: doveva venire dai fumetti.

Il rude Ahab disegnato da Chris Mooneyham

Ahab nasce nell’ottobre 2014 all’interno del vasto universo a fumetti chiamato “Fire and Stone”, ed è protagonista della saga Predator: Fire and Stone di Joshua Williamson. (Appare di sfuggita anche nella parallela Alien vs Predator: Fire and Stone ma è proprio una comparsata.) È nel bel mezzo di una caccia solitaria contro un Ingegnere ed è aiutato dal mercenario Galgo, ben poco disposto: è proprio quest’ultimo che, alla fine della saga (gennaio 2015) lo battezza Ahab, perché ha dato la caccia all’Ingegnere come “l’altro” Ahab l’ha data alla balena bianca. Un momento, ma perché qui ho scritto Ahab se per tutta la storia l’ho chiamato Achab?

Il nome è ovviamente un omaggio al capitano del romanzo Moby Dick (1851) di Herman Melville, che al suo arrivo in Italia è stato stampato da più case editrici, seguendo filosofie di traduzione spesso distanti: il nome del capitano dunque ha conosciuto più versioni. Dall’Acab scelto da Cesarina Melandri Minoli per l’edizione UTET nel 1958 alla storica traduzione di Cesare Pavese per Frassinelli nel 1932, ristampata ampiamente ancora oggi. Quest’ultima versione usa Achab, che è come l’ho sempre chiamato e quindi l’ho preferita ad altre traduzioni. In tempi recenti ha preso sempre più piede la moda di tradurre il meno possibile, ma trattandosi di un classico quella “c” è entrata più a fondo nell’immaginario collettivo. È come la “g” dell’ispettore Callaghan: agli italiani non importa che per tutto il mondo sia Callahan, a noi piace quella “g” aggiunta dal doppiaggio italiano e ce la teniamo stretta.

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Machiko Noguchi – Il personaggio nasce a fumetti nel giugno del 1990 all’interno dello storico Aliens vs Predator (Dark Horse Comics 1990 / PlayPress 1992) di Randy Stradley. Lo stesso autore negli anni successi è tornato a raccontare le vicende di Machiko – brevemente citate all’interno di questa fan fiction – mentre la romanziera S.D. Perry trasformava i vari fumetti in romanzi (noiosetti). Su di lei sto preparando uno speciale con tutta la storia di uno dei migliori personaggi dell’universo alieno espanso.

Machiko di nuovo sulla cresta dell’onda

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Hornhead è un Predator “nuovo”, nel senso che il nome è stato inventato dalla NECA nell’estate del 2017 presentando uno dei suoi nuovi modelli di Predator, in uscita nell’ottobre successivo, ispirato ad un personaggio apparso brevemente nel fumetto Alien vs Predator: Life and Death (2016). Ha l’onore della copertina del numero 3 ma lo vediamo in azione solamente nel numero 2 (gennaio 2017), quando sfida ad un duello mortale proprio Achab.

Hornhead secondo Brian Albert Thies
da Aliens vs Predator: Life and Death n. 2 (gennaio 2017)

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Dachande / Broken Tusk – Il Predator “buono” che aiuta Machiko a combattere tanto gli alieni quanto gli altri Yautja, e che morendo le incide sulla fronte il simbolo del suo clan, nasce nel 1990 come co-protagonista del fumetto Aliens vs Predator, anche se appare già nelle anteprime del 1989 su “Dark Horse Presents”. Il suo nome Broken Tusk, dovuto ad un dente spezzato, è a malapena citato. Quando poi S.D. Perry nel 1994 trasforma il fumetto nel romanzo Aliens vs Predator: Prey cambia il nome in Broken Fang (non si sa perché) ma inventa anche il suo nome proprio in lingua Yautja: Dachande, che vuol dire appunto “dente spezzato”.

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Yautja – Quando nel 1994 la romanziera S.D. Perry, figlia del celebre Steve, si ritrovò a dover trasformare in romanzo il celebre fumetto Aliens vs Predator (Dark Horse Comics 1990 / PlayPress 1992), si rese conto che sarebbe stato molto difficile descrivere i Predator. Gli xenomorfi poteva chiamarli bugs o vari altri sinonimi animaleschi, ma i Predator? Il semplice sinonimo hunters non bastava, così decise di pensare in grande: si inventò di sana pianta un’intera cultura e una intera lingua. Nacque così il termine Yautja come nome proprio della razza dei Predator.

Cover di Nelson DeCastro

A parte qualche fan sfegatato, nessuno ha mai utilizzato questo nome negli anni a venire: viene tuttora ignorato dalla Fox per i film e dalla Dark Horse per i fumetti, rimanendo puro e semplice fun stuff, roba da fan. Poi è arrivata Wikipedia e d’un tratto tutti pensano che Yautja sia il nome “ufficiale” dei Predator, quando invece è usato solo ed esclusivamente per un paio di libri della Perry. Così nel 2015 l’ha iniziato ad usare Tim Lebbon per la sua trilogia di romanzi “Rage War” (Titan Books) e nel 2016 anche la Dark Horse si è arresa e ha usato il termine nella saga Predator vs Judge Dredd vs Aliens: Splice and Dice.

Avendolo ignorato per circa 25 anni, il nome Yautja non mi ha mai conquistato ma è innegabile che scrivere un racconto con dei Predator rende indispensabile un qualche sinonimo per loro, a meno di non usare nomi propri singoli: così mi sono ritrovato a farne largo uso.

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Lingua Yautja – I Predator si sono sempre espressi a gesti, al massimo hanno comunicato con gli umani ripetendo storpiandole alcune frasi di questi ultimi. Poi, come dicevo, la Perry si è inventata di sana pianta la loro lingua e da quel 1994 i Predator hanno cominciato a parlare fra di loro.

da Alien vs Predator: Fire and Stone (ottobre 2014)

I film ignorano la loro lingua mentre la Dark Horse ne ha fatto un accenno all’inizio della saga Alien vs Predator: Fire and Stone (2014) di Christopher Sebela. Visto che in Aliens vs Boyka ho immaginato i Predator come alleati della Casata Yutani, cioè di umani, mi è piaciuto dare per scontato che le due razze si siano anche parlate, studiando le rispettive lingue.

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Shimada’s Hope – Il nome della colonia umana, costruito sull’esempio della “Hadley’s Hope” di Aliens (1986), omaggia Kambei Shimada, il protagonista del film I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa nonché leader dei “magnifici sette” eroi: l’attore che lo impersona è il titanico Takashi Shimura, fedele di Kurosawa. Shimada si presenta definendosi ronin, ma essendo il termine entrato tardi nella cultura popolare italiana il doppiaggio nostrano ha preferito la sua corretta traduzione «samurai senza padrone».

Shimada, il ronin interpretato da Takashi Shimura

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«Conosci i campi di meloni di Mr. Majestyk?» – Piccolo omaggio al film A muso duro (Mr. Majestyk, 1974) di Richard Fleischer, scritto dal romanziere Elmore Leonard. Qui il protagonista Mr. Majestyk – interpretato da uno Charles Bronson in pieno fulgore – non cede ai ricatti della malavita locale perché deve raccogliere i suoi meloni, e la farà pagare cara a chiunque glielo impedirà.

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«Yeah baby, havin’ some fun tonight» – Brano dalla canzone Long Tall Sally (1956) di Little Richard, utilizzata all’inizio del film Predator (1987). Questa strofa in particolare viene sbiascicata da Mac (Bill Duke), in preda all’esaltazione, mentre svuota il caricatore della sua mitragliatrice addosso al Predator, mancandolo. Per saperne di più su questa sequenza, rimando al mio speciale Long Tall Duke.

«Havin’ me some fun tonight. hiiiiii»

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«Se può sanguinare…» – Quando nel film Predator (1987) Anna (Elpidia Carrillo) avverte che sulle foglie c’è il sangue della creatura che sta uccidendo i protagonisti, Dutch (Arnold Schwarzenegger) lancia una delle sue storiche frasi ad effetto: «If it bleeds, we can kill it» (“Se sanguina, possiamo ucciderlo”). Una frase entrata da poco nell’universo espanso alieno con l’antologia If It Bleeds (Titan Books, ottobre 2017) a cura di Bryan Thomas Schmidt.

Il doppiaggio italiano del film, a cura di Alberto Toschi, rende la frase con «Se può essere ferito, può essere ucciso», un apprezzabile gioco di parole con “può essere” ripetuto, gioco assente nell’originale quindi intrigante, però manca la parte “sanguinante”. Così per la mia fan fiction ho preferito fare una media delle due frasi: «Se può sanguinare, può essere ucciso».

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«Piegò le dita e mise pollice ed indice a forma di pistola» – Citazione dal film The Losers (id., 2010) di Sylvain White, ispirato alla saga a fumetti omonima (Vertigo 2003-2006) del britannico Andy Diggle. La scena del “dito a pistola che spara sul serio” viene ricopiata pressoché identica due anni dopo ne I mercenari 2 (The Expendables 2, 2012) di Sylvester Stallone, e ancora in Explorer (Arrowhead, 2016), scritto e diretto da Jesse O’Brien. Per saperne di più, rimando al mio speciale Finger Guns: dita che sparano.

Chris “Captain America” Evans e le sue dita sparanti in The Losers (2010)

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«I nazisti conquistarono un enorme territorio con relativamente poco sforzo» – Machiko racconta la strategia adottata da Hitler per invadere la Francia durante la Seconda guerra mondiale, adottata in realtà per caso ma che riuscì nell’intento perché era un modo troppo “moderno” di fare la guerra. L’evento finale di quella strategia è protagonista del film Dunkirk (2017): sul film e sulla storia della strategia nazista parlo in questo speciale de La Storia e la Finzione.

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«Uno dei libri sacri degli umani dice: c’è un tempo per vivere e un tempo per morire» – Pseudo-citazione dall’Ecclesiaste, testo disincantato dell’Antico Testamento: in realtà nel terzo capitolo si legge «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire». La citazione infatti si rifà al romanzo Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben, 1954) di Erich Maria Remarque, che appunto “manomette” quel passo dell’Ecclesiaste.

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«Rimaniamo qui ancora per un po’… e vediamo che succede.» – Spero di cuore si sia colta la citazione dal film La Cosa (The Thing, 1982) del Maestro John Carpenter. Gli unici due sopravvissuti, soli e dispersi fra i ghiacci polari, hanno un dialogo che sin da ragazzino mi è entrato nel cuore.

Childs: «Gli incendi hanno rialzato la temperatura: non durerà a lungo.»
Mac: «Nemmeno noi.»
Childs: «Be’… che facciamo?»
Mac: «Perché non aspettiamo qui ancora un po’… e vediamo che succede?»

Parte la musica di Ennio Morricone… e scatta l’applauso.

«Perché non aspettiamo qui ancora un po’… e vediamo che succede?»

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«Non ho tempo di sanguinare…» – Ultima citazione dal film Predator (1987). Quando Poncho fa notare a Blain che sta sanguinando («You’re bleedin’, man»), Jesse Ventura sfoggia la sua “frase maschia”: «Non ho tempo di sanguinare» (I ain’t got time to bleed).

L.

– Altre puntate:

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