La trilogia di Boyka in eBook

Ho raccolto in volume anche il terzo episodio della saga di Boyka nell’universo alieno, quindi ora la Trilogia è completa e potete scaricarla gratuitamente qui in tre formati (.ePub, .mobi per Kindle e .PDF).

È stato divertentissimo scriverla, un capitolo a settimana, e spero sarà divertente per chi vorrà leggerla.

Aliens vs Boyka 1

Per una missione fuori dal normale serve un uomo fuori dal normale. Quando il generale Rykov si ritrova costretto a cercare un lottatore eccezionale per una missione assurda, rivolgersi al carcere di massima sicurezza Gorgon è la soluzione migliore: qui vive e combatte il più grande lottatore del mondo. Anzi, come lui stesso specifica, il migliore dell’universo. Yurj Boyka, nato per combattere. Inizia così un’avventura aliena… a suon di mazzate!

Aliens vs Boyka 2: Gynoid

Stringere alleanza con il diavolo ha sempre dei costi, ma il maggiore Dunja è disposta ad accettarli. Sull’Avamposto di ricerca scientifica Adullam sbarcano Dunja e Boyka per stringere alleanza con il dottor Lichtner, uno scienziato specializzato nella costruzione… delle armi più inaspettate dell’universo. È solo questione di tempo prima che la situazione esploda…

Aliens vs Boyka 3: Dead Or Alive

Dunja e Boyka non hanno altra scelta che unirsi alla casa Yutani per partecipare allo spietato DOA (Dead Or Alive), un torneo ad eliminazione fisica dove nulla è come sembra. Nuovi pericoli sono in agguato per i due eroi, il più pericoloso dei quali è rappresentato dalla donna di punta della Casata Yutani: una donna che sembra imbattibile… una donna di nome Forever.

L.

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 8


Ottava puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

8

Stazione mineraria “Shimada’s Hope”

L’uomo correva a perdifiato lungo la strada. La stessa strada che aveva percorso ogni giorno negli ultimi anni, la strada che portava alla miniera dove lavorava. Aveva lasciato la Terra con la sua famiglia per iniziare una nuova vita lontano dalla civiltà spietata, in un paesino di frontiera dove tutto era più semplice: niente però si era rivelato semplice. La miniera aveva voltato le spalle al paese e così aveva fatto la Compagnia: ed ora erano giunti quei mostri ad ammazzare tutti, perfetti diavoli di quell’inferno.

L’uomo correva perché se avesse raggiunto la miniera avrebbe avuto salva la vita, o almeno così gli aveva promesso quel Predator, parlando in una stentata lingua umana. Tutti sapevano che gli Yautja seguono un ferreo codice morale, e una promessa è sacra, quindi se avesse raggiunto la miniera c’era la concreta speranza di sopravvivere, e di riabbracciare sua moglie e sua fi…

Una nuvola rossa avvolse la sua testa. In realtà, una nuvola rossa fu d’un tratto tutto ciò che rimaneva della sua testa. Un’esplosione senza rumore, secca, istantanea, così improvvisa che il corpo dell’uomo continuò a correre per qualche metro, prima di accasciarsi scompostamente a terra. A pochi metri dalla miniera.

«Perfetto», gracchiò compiaciuto Wolf, ammirando il fucile che stringeva fra le mani. «Ora sì che è calibrato.» Illudere le sue vittime era il suo gioco preferito. Aveva imparato la lingua degli umani lo stretto necessario per promettere loro salva la vita se avessero corso indenni fino ad un certo punto, contando sul fatto che quegli idioti credevano che il codice Yautja valesse anche con le altre razze: per Wolf una promessa fatta ad un insetto non aveva alcun valore, era solo un gioco. E la parte migliore era uccidere le vittime a pochi passi dalla “salvezza”, assaporando tutto quel tempo in cui lo stupido umano aveva sperato di poter sopravvivere.

Wolf fece un cenno allo Yautja che gli era accanto. «Portamene un altro.»

«Guarda che sono quasi finiti», bisbigliò l’altro.

«Di già?» esclamò sorpreso Wolf. «Siete riusciti a stanare quelli nell’edificio centrale?»

L’altro Yautja scosse la testa. «Quelle mura sono le più resistenti che abbiamo mai incontrato. Di solito in queste colonie periferiche troviamo case che vengono giù con un soffio, ma quell’edificio è impenetrabile, a meno di non conoscere il codice d’accesso.»

«E l’avete “chiesto” a qualcuno di quegli insetti, il codice?»

«Per interrogare un umano tocca andarci giù pesante, e così poi diventa inservibile per i tuoi giochi.»

Wolf fissò lo Yautja seccato. «E va bene, prendetene un paio e interrogateli a dovere. Con il codice avrò accesso a molti altri umani con cui giocare.»

~

Nello spazio

Abbandonare il porto di Anderson City era stato meno facile del previsto. Per fortuna era una nottata tranquilla e non c’era traffico, ma lo stesso la guardia portuale continuava a cercare di mettersi in contatto con la nave, chiedendo il motivo di quella partenza non programmata, subito dopo essere arrivati.

Achab e gli altri erano saliti a bordo velocemente e Falconer era ripartito subito, rispondendo ai messaggio radio con scariche elettrostatiche. «Capita a volte che i mercanti siano già ubriachi, quando entrano in porto», spiegò il pilota, «e si mettono a fare dei giretti non autorizzati, tanto per divertirsi. Rispondendo ai messaggi radio con semplici scariche faccio vedere che sto tentando di rispondere senza riuscirci, così che la guardia portuale pensi più ad un idiota ubriaco che ad un ladro.»

«Stai improvvisando o avevi già questo piano da parte?» chiese Achab.

Falconer sorrise. «Faccio parte di quegli Yautja che si tenevano sempre pronti, in attesa del momento giusto per tornare in azione.»

Usciti dal porto era stato tutto più facile: era improbabile che la guardia portuale mettesse in moto un’operazione di inseguimento solo per una minuscola nave mercantile, il cui pilota sicuramente era troppo ubriaco per comunicare il cambio di programma.

«Ancora ad aspettare…» borbottava City Hunter, intollerante come tutti gli altri all’attesa inevitabile. Prese la sua borraccia e fece per bere un sorso, quando fu fermato bruscamente da Jungle.

«Che fai, sei pazzo? Vuoi consumare la tua acqua già da ora?»

City Hunter lo guardò allibito. «Rilassati, amico, quando arriveremo faremo il pieno.»

«Nei sei sicuro?» continuò seccato Jungle. «Hai studiato la mappa del pianeta? Sei sicuro ci siano sorgenti di acqua a volontà e sei sicuro che atterreremo in prossimità di una di queste? Quella che hai nella borraccia è l’unica acqua sicura che avrai per i prossimi giorni: se vuoi finirtela ora, che sei fresco e riposato, fai pure, ma poi non venire a chiederci la nostra acqua.»

City Hunter, seccato, ripose la borraccia con gesti nervosi. «Sì, papà…» mormorò fra i denti.

«Idiota», gli rispose Jungle.

«Compagni, sento un po’ di tensione nell’aria» cominciò a dire Berserker. «Che ne dite di un po’ di allenamento per scaricare i nervi?»

«No», intervenne Achab. «Dobbiamo conservare le energie, ne avremo bisogno più dell’acqua. Tanto nel tempo del viaggio non è che diventeremo più forti o più atletici. Ehi, Falconer…», dovette fare una pausa: ancora gli veniva da ridere a pronunciare quel nome, «se hai già impostato il pilota automatico vieni qui, che facciamo un piano d’azione.»

«Piano d’azione?» chiese deluso Berserker. «Arriviamo e ammazziamo tutti i Bad Blood, ecco pronto il piano d’azione.»

Achab mise una mano sulla spalla dell’amico. «Tu sei un combattente, Berserker, e anche bravo. Quando affronti un avversario metti in pratica un piano d’azione che hai studiato prima, anche se magari non te ne rendi conto. Per questo ti alleni prima di un incontro: ogni tecnica che lanci a vuoto in palestra è un piano d’azione per quando affronterai un vero avversario.»

«Non è una gran che, come metafora», borbottò Jungle alle spalle dei due.

«E va bene», rispose Achab a voce alta. «Faremo un piano d’azione perché ne abbiamo bisogno e perché lo dico io! Dovrò discutere così tanto per ogni decisione futura?»

Tutti fecero “sì” con la testa, mentre passavano davanti ad Achab per andare a sedersi nella sala grande vicino al ponte di comando.

«Che fatica», borbottò Achab, ma in realtà sapeva che non era più il giovane e aitante capo di guerrieri ardimentosi: le sue parole non sarebbero più state considerate ordini da eseguire alla cieca.

Tutti si sedettero intorno al grande tavolo luminoso, una piacevole sorpresa trovata sulla nave. Machiko e Bishop 3 si erano subito messi a lavoro per trasferire tutti i dati disponibili nella memoria del grande tablet che formava la tavola luminosa. Tutti gli Yautja si disposero lungo i lati del tavolo.

Achab si schiarì la voce solo per dire: «Lascio dunque la parola a Machiko.»

«E perché?» chiese stupito City Hunter.

Sarebbe stato gradito che quelli che conoscevano la donna lo avessero zittito, ma così non fu, quindi Achab chinò il capo e parlò con voce seccata. «Farò questo discorso una volta sola, quindi vi prego di ascoltare bene. Tu, City Hunter, eri un cacciatore solitario di città, tu Jungle di montagna, tu Falconer…», un attimo di pausa, «non so bene che facevi ma di sicuro lavoravi da solo.» Lo Yautja cercò di prendere la parola ma Achab non glielo permise. «Berserker eseguiva degli ordini e Scar non è arrivato neanche a quello. Infine io, che alla prima missione importante ho mandato i miei uomini al massacro.» Un altro secondo di silenzio pesante. «Secondo voi c’è qualcuno qui che sappia organizzare una spedizione di sette guerrieri in territorio nemico? Ebbene sì, c’è: Machiko. Come allieva del grande Duchande ha partecipato a missioni di grande importanza e ha fatto parte di squadre Yautja che si sono ricoperte di gloria. Mentre voi perdevate tempo a litigare e a stuzzicarvi lei ha studiato il territorio, ed essendo infine l’unica di noi ad aver portato a termine con successo missioni strategiche con più uomini, non voglio sentire una sola obiezione al fatto che sarà lei a impostare la strategia di questa missione.» Alzò lentamente una mano ad indicare Machiko. «Ogni volta che pensate a lei come a una donna umana… guardate l’onorevole segno che porta sulla fronte, e pensate a lei come a una Yautja.»

La donna era rimasta tutto il tempo con gli occhi bassi sullo schermo. Adorava quando l’amico Achab la onorava con quei discorsi, ma in quel momento poteva essere molto pericoloso: quelli che aveva intorno non erano più miseri fantasmi di guerrieri, privi di dignità, ma Yautja ormai disposti a tutto pur di dimostrare di essere ancora combattenti. E questo rendeva loro più insopportabile prendere anche solo consigli da una donna umana: figuriamoci ordini.

«A te la parola, Machiko», disse infine Achab, mentre tutti voltavano i loro sguardi tesi sulla donna.

Machiko prese la parola cercando di essere più diplomatica possibile. «Mi limito a raccontarvi quello che ho scoperto», come a dire che non stava dando ordini ma semplici informazioni.

Fece apparire una grande mappa sul tavolo, che prendesse l’intera superficie. «Questa è “Shimada’s Hope”, una colonia fondata in una vallata: e questo è il primo problema. Niente boschi, niente alberi, niente montagne: già sarà difficile avvicinarsi a piedi senza essere visti… figuriamoci atterrare nei paraggi. Wolf sicuramente è tranquillo e non si aspetta visitatori, quindi è plausibile pensare che non abbia lasciato sentinelle ai bordi della valle e che non abbia dei radar attivi, ma non possiamo rischiare. La nostra risorsa più grande, anzi oserei dire l’unica nostra risorsa è l’effetto sorpresa: questo vuol dire che dovremo atterrare lontano dalla colonia, per essere sicuri che non ci sentano arrivare.»

«Lontano quanto?» chiese preoccupato Jungle.

Machiko fece scorrere la mappa sul grande schermo. «LV-617 è un pianeta poco rigoglioso e a noi serve acqua e cibo. Perciò ho pensato che il punto migliore dove atterrare sia qui», ed indicò un punto sulla mappa. «C’è un fiume dove fare rifornimento d’acqua e plausibilmente ci sarà della fauna da cacciare. È una delle poche oasi del pianeta: scegliere un punto più vicino alla colonia significa arrivare davanti a Wolf assetati e affamati.»

«Di quanta distanza stiamo parlando?» chiese Achab.

Machiko lo fissò, poi girò la testa verso tutti gli altri. «Non ho strumenti per darvi la cifra esatta, ma parliamo di circa… una trentina di chilometri.»

«Cazzo!» sibilò qualcuno.

«Lo so, detta così sembra tanto», continuò la donna, «ma è una distanza che si può coprire in un solo giorno di cammino e saremo più che sicuri che nessuno potrà averci visto atterrare.»

«Quando parli di un giorno di cammino», intervenne Achab, «hai considerato che siamo fuori allenamento e appesantiti dal carico?»

Machiko annuì. «E qui arriva una bella notizia. Ho consultato il database di questa nave mercantile per vedere se ci fosse qualcosa di utile, e c’è: nella stiva risulta esserci un piccolo veicolo fuoristrada. Potremo usarlo per trasportare tutto il carico pesante e a turno potremo riposarci mentre si procede. Così facendo potremo affrontare l’intera distanza senza mai fermarci.»

Tutti annuirono silenziosamente.

«E per il problema della vallata?» chiese Achab. «Come ci avviciniamo?»

Machiko fece scorrere la mappa. «Non ci dirigeremo direttamente alla colonia ma arriveremo qui», ed indicò un punto, «cioè all’uscita di emergenza della miniera locale. Entreremo da lì e percorreremo la miniera fino all’entrata principale, che affaccia sull’abitato dove probabilmente si sono accampati Wolf e i suoi: dal buio della miniera potremo spiarli e organizzare un piano d’azione.»

Nessuno si sarebbe azzardato a fare i complimenti a Machiko, ma tutti non poterono che essere d’accordo con quel piano. Achab annuì soddisfatto. «Mi piace. Sarà dura ma è un buon piano.» D’un tratto si rivolse a Bishop 3, che di solito ignorava. «Allora, che ne pensi del piano di Machiko per raggiungere i tuoi padroni?»

Il sintetico sorrise e si rivolse alla donna. «Non male, per un’umana.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 7


Settima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

7

«Forse ho capito male: voi… vorreste andare ad affrontare Wolf?» In quel “voi” c’era così tanto disprezzo misto a stupore che ci volle qualche secondo di silenzio per smaltire tutta quella negatività.

Scar aveva dovuto spiegare all’amico City Hunter il motivo di quel furto serale, e vista la quantità di armi che tutti avevano addosso era difficile trovare altre giustificazioni se non la pura verità. Così gli raccontò della missione e dei Bad Bloods su LV-617, mentre Achab e Berserker lentamente riprendevano conoscenza.

«E pensate che con quelle stupide armi umane possiate affrontare un nemico di quella stazza?»

«Se hai finito le domande, amico», intervenne Jungle, «potresti magari indicarci dove potremmo trovare qualche bel laser, di quelli buoni.» Alzò la mano ad indicare la spalla dell’interlocutore. «Tu ne hai uno niente male: hai un permesso speciale per portarlo?»

Lo Yautja, che nel frattempo si era tolto la maschera, strabuzzò gli occhi. «Diciamo che è un patto che ho stretto con i miei capi: con il laser posso garantire una protezione migliore, e loro fanno finta di non sapere che giro armato.»

Scar gli diede una pacca sulla spalla e poi si rivolse agli altri. «Ci serve uno così: dobbiamo portarlo con noi.»

Machiko e Jungle alzarono le mani. «Devi chiederlo ad Achab, è lui il capo.»

Tutti si voltarono a guardare Achab a terra, che si massaggiava il collo. «Si può sapere che cazzo è successo?» stava borbottando.

«Il nostro nuovo compagno di missione ti ha appena dimostrato quanto vale», disse Scar aiutando l’altro ad alzarsi. «Inoltre venendo con noi ci assicura armi di alto livello, vista l’attrezzatura che si porterà dietro.»

City Hunter grugnì. «Non ho mica detto che verrò con voi.»

Anche Achab grugnì. «Nessuno te l’ha chiesto, infatti.»

«Andiamo», tornò all’attacco Scar. «Deve venire con noi, guarda quanta roba ha addosso! E poi è allenatissimo, ti ha messo fuori combattimento con un soffio: ci serve uno così.»

«Scar, vuoi darti una calmata?» gridò Achab.

«Scar? Da quando ti chiami così?» chiese City Hunter.

Il giovane Yautja lo guardò sorridendo poi mise un braccio sulla spalla di Achab. «Mi ha battezzato lui, proprio ieri», e mostrò orgoglioso la ferita sulla testa. «Ora anch’io ho un nome da battaglia.»

L’amico fissò stupito Achab per alcuni secondi. «Perché hai fatto una cosa del genere? È un grande onore… che non so se lui merita.»

Scar incassò male la frase: il sorriso scomparve dalla sua faccia lasciando spazio ad un broncio seccato.

«Ancora non lo conoscevo», rispose Achab, sempre massaggiandosi il collo. «Ora vorrei ferirlo di nuovo, ma per motivi diversi dal battesimo…»

City Hunter sorrise. «In questa città non è facile trovare gentilezza o anche solo amicizia, specie fra di noi. L’amarezza della nostra condizione ci rende spesso astiosi gli uni con gli altri. Non parliamo poi di chi è come me…» e lentamente mostrò a tutti il proprio braccio privo di mano. «Essere senza onore e senza integrità fisica… è qualcosa che tiene lontani molti Yautja. Solo un sognatore come… come Scar, può essere così pazzo da proporre una missione pericolosa ad uno sciancato come me.»

«Ridicolo», disse sferzante Berserker, dolorante. «Ci hai atterrati entrambi prima che potessimo renderci conto di qualsiasi cosa: a me sembri in piena forma.»

«Già», disse Achab. «Per cui a questo punto rinnovo l’invito di Scar, visto che ora tiene il broncio e non può rinnovarlo lui: vuoi venire con noi? Ci serve dannatamente qualcuno in forma… e con armi Yautja.»

I due si guardarono per un lungo momento, poi City Hunter sorrise. «Cosa mi impedisce di farvi arrestare tutti per furto e andare da solo a ricoprirmi di gloria contro Wolf?»

Una ventata di nervosismo calò all’improvviso, ma Achab mantenne lo sguardo. «Perché da solo, e senza una mano, andresti solo a farti ammazzare come un cane. Insieme…» scrollò le spalle. «Insieme, qualcuno potrebbe anche tornare vivo.»

City Hunter ed Achab si fissarono per qualche secondo, poi il primo allungò la mano destra a pugno alla volta dell’altro. «Sono dei vostri. E spero di essere fra quelli che torneranno vivi.»

Nessuno apprezzò la battuta. Se era una battuta…

~

«Scordatelo, due nomi sono troppi: io ti chiamo City e basta.»

«Ma non ha senso, io mi chiamo City Hunter perché da sempre il mio terreno di caccia è la città.»

«Appunto, quindi City ti si addice alla perfezione.»

«Ma non sono una città, sono un cacciatore di città…»

L’attesa si stava facendo snervante e i bisticci fra Achab e City Hunter non sembravano più così divertenti come all’inizio.

La domenica era passata velocemente, fra gli ultimi preparativi, un lungo sonno ristoratore e un pasto d’addio al pub di Achab. Nessuno lo disse apertamente, ma tutti sapevano che in qualsiasi modo fosse andata la missione… non c’era ritorno. Non lì, almeno. Non in quel mondo umano.

Per chi fosse sopravvissuto c’era il ritorno nel clan d’origine a reclamare l’onore perduto – un sogno che elettrizzava tutti – mentre per gli altri… Be’, una morte onorevole era mille volte meglio che quella vita umiliante. Alla fine ne convenne anche Jungle, anche se non lo disse: da semplice osservatore d’un tratto si considerò parte fondante della missione senza avvertire nessuno. Macellare animali lo divertiva, ma tornare a combattere e soprattutto tornare ad essere un Blooded Warrior… questo lo divertiva molto di più.

La cena fu veloce e tutti cercarono di non parlare dell’impegno che li attendeva. Solamente all’inizio Achab propose un brindisi: «Quando racconteranno la nostra impresa… che il nome di tutti noi venga scandito con orgoglio.» Era il sogno di ogni Yautja. Soprattutto di quelli senza più onore.

Avevano lasciato il locale tutti fomentati ma anche timorosi: un universo di pericoli si apriva davanti a loro, ed era difficile separare l’eccitazione dalla paura. Achab chiuse velocemente la porta dietro di sé e seguì gli altri senza voltarsi indietro. Non l’avrebbe mai ammesso, ma gli straziava il cuore abbandonare per sempre il suo locale, che aveva rappresentato la sua intera vita per così tanti anni. La consapevolezza che sarebbe stata la sua bara, imbottita di umiliazione e vergogna, non stemperava il dolore di lasciare qualcosa che si considera la propria casa. Se si fosse voltato avrebbe vacillato, perciò andrò dritto e deciso.

Dopo una vita senza onore, era tornato a capo di un manipolo di guerrieri, anche se di livello ben misero. Stavolta Achab non era più un ragazzo ardimentoso, non era più un guerriero acerbo. Stavolta era senza energia, senza speranza e senza onore: la morte non aveva più alcun potere su di lui…

~

Una lunga attesa era davvero l’ultima cosa che tutti si sarebbero aspettati, come primo atto della missione.

Raggiunsero il porto camminando per le strade più isolate e buie, perché nessuno si accorgesse di loro e li segnalasse alle autorità prima del tempo. Aggirarsi per la città con borse piene a tracolla non era solo faticoso: era umiliante. «Anche ai vostri tempi i guerrieri si portavano la borsa?» chiese Berserker, sghignazzando.

«Abbiamo capito», sibilò Jungle. «Tu sei giovane e noi siamo vecchi: possiamo considerare chiusa la questione?»

Girare per la città con armi in vista non era affatto una buona idea, così optarono per borse nere che si nascondessero nel buio: ci sarebbe stato tempo su LV-617 per “truccarsi” da guerrieri.

Arrivare al porto fu più faticoso del previsto, semplicemente perché rivelò a tutti il proprio grado di allenamento. Berserker e City Hunter erano quelli in forma migliore, oltre Machiko che però aveva un carico più leggero. Jungle, Achab e Scar avevano il fiato corto. Il che era davvero un brutto segno. «E abbiamo camminato su comode strade asfaltate», sottolineò Jungle fra un respiro pesante e l’altro.

«Forza, chiama il tuo amico», tagliò corto Achab.

Scar indicò in alto. «Credo ci abbia già visti.»

Tutti alzarono di scatto lo sguardo e videro un oggetto che volava sopra di loro. «Un drone!» esclamò City Hunter. «A noi è vietato utilizzarli: sicuro che sia il tuo amico?»

Scar sorrise. «Anche portare un laser da spalla è vietato, eppure tu ieri sera ne avevi uno.» L’altro non rispose. «Quando lavori per loro, gli umani diventano d’un tratto molto elastici con le regole, se hanno un vantaggio.»

~

L’attesa era snervante. Avevano dato per scontato che in porto ci fosse almeno una nave, invece era tutto vuoto: per fortuna era previsto un arrivo, quella notte, ma c’era da aspettare. E per un gruppo di Yautja disposti a rischiare la vita in una missione impossibile… aspettare era una tortura.

«Ha un’autonomia che mi permette di sorvolare l’intero porto». Achab non sopportava più il blaterare dell’amico di Scar, il custode che da tempo infinito stava parlando del suo drone. Achab si sentiva però costretto ad ascoltare fingendosi interessato, per farsi perdonare la sua risata…

«Falconer.»

Achab non voleva credere al nome che il guardiano notturno gli aveva dato. «Puoi ripetere, scusa?» aveva chiesto.

«Mi chiamo Falconer.»

Era dannatamente serio nel pronunciare il suo nome, fu così impossibile per Achab non scoppiargli a ridere in faccia. Nel suo clan quelli che controllavano la zona con strumenti volanti erano considerati il livello sociale più basso: non c’era un briciolo d’onore nello spiare il nemico di nascosto, nella sicurezza di un apparecchio a distanza. E così sin da giovane aveva sempre deriso i tracker, proprio come facevano tutti i suoi compagni. E il vizio gli era rimasto, anche in una situazione in cui nessuno aveva più un briciolo d’onore: non c’era nulla da prendere in giro, eppure la risata sgorgò spontanea.

Falconer capì benissimo cosa stesse succedendo, non era certo la prima volta che gli capitava, ma non disse nulla. Dopo aver cercato di mascherare la risata con un colpo di tosse, fu Achab stesso a dire: «Ehm, sono molto curioso: mi spiegheresti come fai a manovrare quel drone a distanza?»

Era una misera scusa ma Falconer tacitamente accettò quelle specie di scuse e cominciò a torturare il nuovo venuto con lunghe descrizioni dei suoi apparecchi. Bisognava aspettare la nave, e non c’era altro da fare.

~

«Non hai altro da fare che fissarmi?»

Il tono di Machiko era seccato, teso, anche se non c’era cattiveria. Non ce l’aveva con Jungle, ma sentirsi i suoi occhi addosso cominciava a trovarlo insopportabile.

«Posso farti una domanda?»

Machiko non si aspettava questa richiesta, né che Jungle continuasse ancora a fissarla. «Forza, ma poi mettiti a fissare qualcun altro.»

«Che cazzo ci fai qui, con noi?»

Machiko lo fissò a lungo. «Sarebbe questa la domanda?»

«È una grande domanda.»

«Lo so, ma speravo in qualcosa di più preciso. Tipo perché ho scelto due pistole dal calibro troppo piccolo per far del male ad uno Yautja, qualcosa del genere.»

«Quello è tutto sottoposto alla domanda principale: che cazzo ci fai in una missione disperata e quasi senza speranza?»

Machiko cambiò posizione sulla sedia: ma quanto ci metteva quella nave ad arrivare?

«Sono qui perché sono stufa di ricevere domande del genere.»

Jungle rimase in silenzio per qualche secondo. «La tua risposta è vaga per vendicarti della mia domanda generica?»

Le labbra di Machiko si arricciarono in un sorriso amaro. «Se io fossi una Yautja non mi faresti questa domanda, quindi il problema è che dovunque io mi trovi… appartengo alla razza sbagliata. Sono stanca di cercare di accontentare tutti, di dimostrare che Yautja ed umani possono convivere felicemente: non possono, è impossibile. Quindi ho scelto: nel mio cuore sono una Blooded Warrior e voglio comportarmi come tale.»

«Ci sono altri modi…»

«No, non ci sono. A meno che non mi ritiri da sola su un pianeta disabitato, per cacciare con un clan devo riconquistare l’onore, e questa missione è il modo perfetto.» Fissò Jungle per qualche attimo. «Dovresti saperlo che sono già stata sola su un pianeta disabitato, quindi non ho altre alternative.»

Jungle non era convinto, lo si capiva benissimo. «Mi lusinga che tu abbia scelto la nostra specie, ma in fondo se l’alternativa è vivere come gli insetti umani… davvero non avevi altra scelta.»

Machiko d’un tratto non riuscì più a mantenere lo sguardo serio e iniziò a sorridere, trascinando anche lo Yautja. «Ora, per favore, smetti di fissarmi?» chiese sorridendo.

L’altro scosse la testa. «Guarda che non stavo fissando te, ma la spada che porti sulle spalle, a tracolla. Sei più simile ad una Blooded Warrior di quanto pensi…»

Machiko era colpita del pensiero, e pensò che non valesse la pena ricordare all’amico che probabilmente aveva partecipato a più missioni lei di lui, che si era ricoperta di grande onore, prima di cadere. Incassò il complimento in silenzio e si limitò a sorridere.

«Ti ringrazio. La mia lama ha proprio bisogno di incontrare di nuovo il sangue…»

~

«Eccola!» gridò Falconer indicando uno schermo. Premette qualcosa e d’un tratto lo schermo si riempì dell’immagine di un’astronave che faceva manovra in porto.

Il silenzio cadde improvviso. Era arrivato il momento. Era giunta l’ora. Non era più la pazza idea di un weekend agitato: ora era una missione vera. Una missione pericolosissima e forse senza ritorno. Era il momento di dimostrarsi coraggiosi. Di dimostrarsi guerrieri.

«A nome dei miei padroni, ho l’onore di dirvi: grazie per l’aiuto.»

Tutti si voltarono di scatto a guardare Bishop 3: nessuno lo considerava, quindi si erano quasi dimenticati della sua presenza. Achab si alzò e pose un braccio sulla spalla del sintetico. «Siamo noi che ringraziamo te e i tuoi padroni. Ci avete dato quello che nessuno, di nessuna razza, ci ha mai offerto: la possibilità di riscattarci.»

Il sintetico annuì, con un sorriso sincero quanto può esserlo un software robotico.

«Forza, prepariamoci», incitò Achab e tutti iniziarono a raccogliere i bagagli che avevano posato in giro durante la lunga attesa.

«Calma ragazzi», intervenne Falconer, «dobbiamo aspettare che attracchino e che tutto l’equipaggio abbandoni la nave. Non ci vorrà molto ma non sarà neanche rapido: tornate pure a mettervi comodi.»

La delusione fu tangibile, e tutti tornarono ai propri posti: aspettare ancora era una tortura ignobile.

Solo allora Achab si rese conto che non avevano parlato del ruolo di Falconer: perché stava facendo tutto quello? Per semplice amicizia con Scar? Quando l’indomani avrebbero scoperto che mancava una nave, se la sarebbe vista brutta. Sarebbe stato interrogato, torchiato… ed era sicuro che avrebbe raccontato tutto alla Compagnia. Questo riduceva drasticamente il tempo a disposizione per la missione, quindi c’era un’unica cosa da fare.

«Tu lo sai che fai parte della missione, vero?» disse di getto Achab alla volta di Falconer.

Lo Yautja si voltò e presentò un sorriso radioso. «Sarà un onore far parte del vostro gruppo.» Lo dava per scontato, ma sentirselo specificare gli faceva decisamente piacere. «I miei droni vi permetteranno di studiare il nemico senza essere visti: vedrete che vi sarò utilissimo.» Ci furono alcuni cenni di assenso. «Avete già un pilota o posso esservi utile anche in quello?»

Achab si voltò di scatto verso gli altri. «Avevamo pensato ad un pilota?» chiese con voce tremante.

Machiko alzò la mano. «Davo per scontato che avrei guidato io, quando lavoravo per la Compagnia ho imparato a guidare molti veicoli diversi.»

«E quando è stato?» chiese City Hunter.

La donna era stupita della domanda. «Qualche… cioè, diversi anni fa.»

«Quindi non sai se puoi guidare questa nave.»

«Tranquilli, tranquilli», intervenne Falconer. «La so guidare io, non c’è problema. Qui al porto c’è sempre bisogno di qualcuno che sappia manovrare e da tempo me l’hanno insegnato.»

Achab cercò di riprendere il controllo: era una parvenza di problema e già stava lasciandosi prendere dal panico. Cosa sarebbe successo una volta arrivati i problemi veri?

«Sarà una missione gloriosa», continuò Falconer, sempre più entusiasta. «La nostra storia sarà raccontata per tutto l’universo: la storia dei magnifici sei Yautja che sconfissero Wolf!»

Nessuno si sentì così spavaldo da condividere quell’entusiasmo, ma dopo un colpo di tosse Machiko alzò una mano. «Veramente… ci sarei anch’io.»

Falconer si voltò verso la donna. «Oh», disse vistosamente deluso. «Va bene, sarà la storia dei magnifici sette… però così non è più un titolo ad effetto.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 6


Sesta puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

6

«Dài, muoviti più veloce!»

Berserker riusciva a gridare i suoi ordini senza mostrare il minimo accenno di fiatone, mentre invece Scar non riusciva neanche a respirare: figuriamoci a parlare.

«Non muoverti sempre nella stessa direzione, sei prevedibile. Gira, cambia, muoviti.»

Bisognava aspettare la sera per iniziare ad entrare nei magazzini di nascosto e rimediare quanta più attrezzatura possibile, e tutti si erano divisi dei compiti così da ottimizzare i tempi. Berserker era il più in forma di tutti e si offrì di fare alcune sessioni di allenamento, “per togliere un po’ di ragnatele dai muscoli” aveva detto. Jungle e Achab avevano subito rifiutato: quelle poche energie che rimanevano loro non era il caso di sprecarle in allenamento. Non avrebbero avuto il tempo di ritrovarle. Scar invece accettò: non era stato mai allenato, e un minimo era sempre meglio di zero.

Seguì Berserker nell’arena sotterranea del locale e si ritrovò a tenere le mani strette a pugno davanti alla propria bocca. «È una tecnica del tuo vecchio clan?» chiese.

L’altro gli sferrò un pugno leggero che si infranse contro le mani di Scar. «Serve a proteggere il volto dai pugni», disse il lottatore. «Non è una tecnica Yautja, l’ho imparato dagli umani: non tutto della loro cultura è da buttar via. Avendo la testa debole si sono inventati questo modo per proteggerla, ed essendo ignoto agli altri Yautja è un vantaggio: nessuno si aspetta che io adotti una tecnica di combattimento umano, così prendo tutti alla sprovvista.»

D’un tratto mimò alcuni pugni potenti che però non portò fino alla fine. Per lo spavento Scar contrasse le braccia e in pratica si picchiò da solo con i propri pugni. «Ovviamente è una tecnica che va studiata», rise Berserker.

«Pensi che entro stasera saprò padroneggiarla?»

Il lottatore rise. «Ovviamente no. Mi interessa di più vedere se hai fiato. Non so se arriveremo allo scontro fisico, ma di sicuro dovremo camminare e correre, con del peso sulle spalle: per questo ti sto facendo saltellare, voglio vedere se hai fiato abbastanza anche solo per avvicinarci ai Bad Blood.»

Era chiaro che non ne aveva.

~

Il peso era un problema per tutti: nessuno di loro era così allenato da riuscire a marciare con l’equipaggiamento al completo, a cui andava aggiunto cibo ed acqua. Non sapevano se avrebbero trovato un avamposto dove soggiornare e dove lasciare i bagagli, quindi dovevano partire dall’idea di doversi portare tutto addosso. Anche ammettendo di riuscire ad arrivare con l’astronave il più vicino possibile all’accampamento dei Bad Blood – ed era tutt’altro che scontato – lo stesso avrebbero dovuto marciare e c’era anche il serio rischio che prima o poi avrebbero dovuto correre. E probabilmente questo li avrebbe uccisi prima di qualsiasi scontro con Wolf.

Jungle aveva sottolineato ogni problematica più e più volte, mentre con Achab preparava i bagagli. Avevano fatto scorta di tutto il cibo adatto alla situazione, dividendolo in razioni che ognuno si sarebbe portato appresso, trovando il giusto equilibrio fra il peso e il fabbisogno alimentare. Il vero problema era però l’acqua: le borracce a tracolla non ne portavano tanta da coprire una lunga missione in territorio nemico. Se non avessero trovato scorte a “Shimada’s Hope”, allora avrebbero dovuto fare in modo di sbrigarsi ad affrontare i Bad Blood prima di rimanere a secco.

Mentre preparava i kit di primo soccorso per tutti, Achab borbottava. «Dovremmo passare questo tempo ad affilare lame e a caricare i fucili, e invece sto arrotolando bende…»

Jungle sbuffò. «Sono passati i tempi in cui ci si gettava nella mischia ad occhi chiusi: ora la vera battaglia si organizza a tavolino.» Indicò una delle borracce. «Arrivare davanti a Wolf con un principio di disidratazione non aiuterebbe di certo.»

«Visto che siamo già pesanti così, io direi di lasciare a casa il kit per sbiancare le ossa e farne trofei.»

Jungle scattò a fissarlo, indignato. «Ma che Yautja sei diventato? Ora non esageriamo: con i trofei non si scherza, quindi quel kit lo portiamo eccome.»

~

Machiko aveva presentato Bishop 3 come l’androide di un importante dirigente della società, così da giustificare la sua presenza. Già era strano che la donna si presentasse di sabato negli uffici, e visto che era accompagnata da un estraneo la vigilanza fece storie: appena sentirono un nome importante aprirono tutte le porte alla coppia.

Dal suo terminale Machiko scaricò ogni cartina esistente di LV-617, scoprendo che erano tutt’altro che aggiornate. Sembrava che da qualche anno la Weyland-Yutani avesse dimenticato quella colonia umana. «La Compagnia è una madre crudele», disse la donna quasi fra sé e sé. «Appena i figli non sono più produttivi, vengono dimenticati per strada.»

Bishop annuì, seguendo un comportamento pre-impostato che si era rivelato sempre eccellente: in assenza di risposte da dare, era sempre ottimale annuire. Agli umani piaceva molto.

Machiko scaricò nella memoria interna del sintetico ogni cartina che riuscì a trovare di “Shimada’s Hope” insieme a qualunque dato riuscisse a raggiungere. Era tutto molto pericoloso ma ne avevano parlato ed era un rischio calcolato.

Tutti quei movimenti di Machiko sarebbero stati registrati e quando sarebbero iniziate le indagini la Compagnia avrebbe impiegato un attimo a scoprire che fine avessero fatto la donna e alcuni altri Predator scomparsi nel nulla. Contavano di partire l’indomani, domenica, e questo voleva dire che ci sarebbero voluti almeno due o tre giorni perché le varie assenze ingiustificate avrebbero destato la curiosità di qualcuno. Sicuramente l’assenza di Machiko sarebbe stata la prima ad essere notata, ma era difficile che questo mettesse in guardia qualcuno: ne spariva tanta di gente, ogni giorno. Quando però le denunce di scomparsa di alcuni Predator sarebbero state analizzate, scoprendo che erano tutti legati in qualche modo a Machiko, la quale il sabato precedente aveva scaricato mappe di una colonia su un altro pianeta, la situazione sarebbe cambiata: c’era anche la seria eventualità che la Weyland-Yutani mandasse dei Colonial Marines su LV-617 per scoprire il motivo di quell’interesse improvviso. Non era raro che qualcuno scoprisse risorse nascoste a cui la Compagnia non aveva fatto caso, quindi le indagini sarebbero scattate immediatamente.

Quindi Achab e gli altri avevano pochi giorni per la loro missione, ma vedendola da un altro punto di vista… avevano tutto il tempo del mondo. Perché nessuno di loro aveva un addestramento tale da sopravvivere tutti quei giorni in territorio nemico. In un territorio gestito da uno dei più pericolosi criminali Yautja della galassia.

Se mai un giorno la Compagnia avrebbe indagato su LV-617, avrebbe trovato solamente una città fantasma piena di cadaveri. Alcuni dei quali Yautja.

Machiko rabbrividì, si scosse da questi pensieri e staccò il cavo di collegamento del sintetico. «Forza, andiamocene da qui.»

~

La giornata era stata dura per tutti e con il buio era scesa anche la stanchezza. E lo scoraggiamento. Come potevano affrontare un mostro come Wolf se già una giornata movimentata li aveva fiaccati tutti? Cercarono di non pensarci, anche perché c’era un problema a distrarli.

«Lo ammetto», disse Scar dopo l’ennesimo rimbrotto. «Avrei dovuto scrivere sulle chiavi il magazzino a cui erano collegate.»

Era il quarto magazzino che stavano forzando, e il morale era basso. Dopo un deposito di giocattoli, uno di suppellettili e uno di libri cominciavano ad essere dubbiosi che quella sera sarebbero riusciti a trovare delle armi o qualsiasi altro equipaggiamento utile. E non avevano altro tempo, visto che il giorno dopo dovevano partire.

«Se è un altro deposito di giocattoli, stavolta me ne prendo qualcuno», rise Berserker. «Mi piace sorprendere gli avversari: ve l’immaginate la faccia di Wolf quando gli tireremo addosso dei mattoncini Lego?»

«Beato te che hai la forza di scherzare», disse sbuffando Jungle. «Io non sento più le gambe.»

Achab grugnì. «Nel tuo caso non dovresti più sentire la lingua: hai mosso solo quella, per tutto il giorno.»

Prima che la discussione degenerasse, Scar riuscì ad aprire la porta: anche quel magazzino non aveva cambiato il codice di sicurezza. Aveva scoperto che lo facevano raramente e controvoglia: cambiare tutte le carte d’accesso era noioso e dispendioso, quindi se non c’erano motivi di sicurezza per farlo di solito il codice rimaneva lo stesso. Questo però poteva essere un cattivo segno: un magazzino di giocattoli non sentiva minacce alla propria sicurezza, quindi se anche quella chiave aveva funzionato…

Scar entrò per primo, seguito in silenzio dagli altri. Cercò di ricordare quando aveva lavorato in quel magazzino ma era davvero difficile ricordarsi tutti i posti in cui era stato. Oltre al fatto che di notte tendevano ad essere tutti dannatamente uguali.

«Dove dobbiamo andare?» bisbigliò Achab.

Scar rimase in silenzio. Quel luogo sembrava familiare ma non riusciva a ricordare…

«Andiamo di qua?» chiese Berserker muovendosi verso una vetrata. Affacciandosi, imprecò fra i denti.

«Che succede?» chiese preoccupato Achab.

«Macchine!» sibilò il lottatore. «È un fottuto deposito di automobili», specificò indicando la vetrata, dalla quale si poteva ammirare un enorme parco macchine scintillanti.

Tutti si voltarono verso Scar, che solo in quel momento si riscosse dal suo torpore. «Ora ricordo!» Indicò la vetrata: «quelle auto sono messe lì come copertura, perché eventuali ladri le vedano subito e si concentrino su di loro. Ignorando questa porta…»

Si avvicinò ad una porta e cominciò a provare le varie chiavi per cercare di aprirla.

«È un bagno», disse sconsolato Jungle. «Lo vedi quel simbolo? Lo si trova in tutti i bagni umani.»

«Sì, è una copertura perfetta», disse Scar mentre continuava ad armeggiare per trovare la chiave giusta per aprire la porta. Dentro di sé si malediceva per essere stato così stupido da non annotare la provenienza di ogni chiave, ma era il primo ad ammettere che l’essere un ubriacone rovinava parecchio la sua astuzia.

«Stiamo perdendo tempo prezioso», sussurrò Jungle ad Achab.

«Se hai idee migliori sono tutt’orecchi», gli rispose l’amico.

«Ecco!» gridò Scar, nel momento in cui riuscì ad aprire la porta. Un secondo dopo l’attraversò mentre tutti si ritrovarono ad inseguirlo di corsa, chiedendosi perché mai ora si dovesse correre.

Un secondo dopo Scar era in fondo alla scalinata ed aveva accesso la luce. Gli altri scesero di corsa e non fecero in tempo a chiedergli il motivo di quel comportamento, perché rimasero senza fiato.

«La compra-vendita di auto di lusso è solo una copertura», stava dicendo Scar con un sorriso sul volto. «Il proprietario di questo magazzino traffica in armi.» Davanti ai loro occhi c’era un magazzino pieno di armi da fuoco di ogni calibro. «È tutta roba di basso profilo, così che la Compagnia fa finta di non vedere, ma a noi va più che bene.»

«Scar», lo chiamò Achab.

«Sì?»

«Sono armi umane.»

Lo Yautja rimase un attimo interdetto. «Lo so. E allora?»

«Che cazzo ci facciamo?» gridò Achab. «Le nostre dita sono troppo grandi per i grilletti!»

Il sorriso scomparve dalla faccia di Scar. «Davvero? Ma sei sicuro?» Cominciò a balbettare. «Io… io non ne ho mai imbracciata una ma credevo… Non possono essere così piccoli i grilletti…»

Mentre Achab si prendeva la faccia tra le mani e ripassava ogni bestemmia che conosceva, Jungle si era fatto avanti in un silenzio che non era da lui. «Forse non è stato del tutto inutile», disse d’un tratto, in tono pacato.

Si mise ad accarezzare lentamente un’arma su cui gli erano caduti gli occhi. Un’arma potente. Un’arma gigantesca. Un’arma che andava bene anche per la taglia di uno Yautja.

Una enorme mitragliatrice portatile M134 Minigun.

Jungle la ammirò quasi in estasi. E bisbigliò qualcosa che gli altri non sentirono. Qualcosa che gli si era impressa a fuoco nella mente quando l’aveva sentita, molti anni prima. Qualcosa pronunciata dall’uomo folle che gli aveva scaricato addosso la mitragliatrice.

«Yeah baby, havin’ some fun tonight…»

~

Quando uscirono dal magazzino erano tutti appesantiti, quasi al limite delle forze. Ognuno aveva agguantato quante più armi potesse, scegliendo fra quelle con il grilletto più largo possibile. Nessuno era soddisfatto, quelle armi erano frutto di millenni di tecnologia umana: con gli Yautja non avevano nulla a che vedere. Non erano armi con cui si sentivano a proprio agio. E inoltre erano quelle con cui gli umani li avevano affrontati da sempre: erano le spregevoli armi di un odiato nemico, usarle non faceva piacere a nessuno.

Ad eccezione di Machiko, che invece non disdegnava il fucile che si era messa a tracolla e le due Glock che si era infilata in tasca. Non aveva senso appesantirsi con grandi calibri, impossibili poi da usare per la sua corporatura: con armi piccole ma precise avrebbe ottenuto molto di più.

«Non mi è mai capitato di armarmi per una battaglia senza neanche un laser», stava borbottando Achab.

«Per come stanno andando le cose, ringrazia di non dover usare bastoni di legno», bofonchiò Jungle, che stava ansimando a trasportare la pesantissima mitragliatrice.

«Sei un pazzo a portarti dietro quel macigno», intervenne Berserker. «Sarai a pezzi prima di fare dieci metri.»

«I giovani! Non hanno rispetto per i vecchi guerrieri…»

Era ovvio che non era fattibile portarsi dietro quella mitragliatrice, ma Achab per ora non voleva deludere l’amico. Anche perché c’era una questione che gli ronzava in testa. «Scar, spiegami una cosa», chiese, «quando ti hanno licenziato da guardia notturna di questo posto, hanno assunto qualcun altro?»

«Credo di sì», rispose con il fiatone il giovane, che chiudeva la fila.

«E come mai non abbiamo incontrato nessuno a guardia del magazzino?» chiese Achab… e poi si ritrovò a terra. Senza capire cosa l’avesse colpito né rendendosi conto anche solo d’essere stato colpito.

Prima che gli altri avessero il tempo di capire cosa stesse succedendo, un altro colpo mandò a terra Berserker. In modo rapido e preciso.

«Fermo! Sono io, mi riconosci?» gridò Scar.

Ci vollero lunghi, eterni attimi agli altri per rendersi conto che qualcuno aveva colpito i loro due amici, e che ora quel qualcuno si stava materializzando davanti a loro. Era uno Yautja corpulento ed armato di tutto punto, che li fissava attraverso la sua maschera, e che nascondeva il braccio dietro la schiena per non far vedere l’assenza della mano sinistra.

«Compagni», disse quasi con enfasi Scar, «ho l’onore di presentarvi un mio amico particolarmente agguerrito: City Hunter.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 5


Quinta puntata della mia nuova fan fiction, ambientata stavolta nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

5

Mentre Jungle chiudeva a chiave la porta del locale, Achab e Berserker sgomberarono ed unirono dei tavoli a formare un’unica grande superficie d’appoggio. Tutto per dare all’androide la possibilità di proiettare la piantina digitale della città mineraria di Shimada’s Hope.

«Proiettare?» chiese dubbioso Bishop 3. «Non sono dotato di un proiettore: credevo che voi ne aveste uno da utilizzare.»

Gli Yautja si guardarono in faccia, prima che Achab rispondesse. «Hai visto in che locale sei? Secondo te qua dentro ci sono proiettori?»

«Non c’è problema», tagliò corto il sintetico. «La città mineraria è stata progettata con una struttura semplice e lineare», poi prese una bottiglia e la mise al centro del tavolo. «Questo è l’edificio centrale», poi prese un tovagliolo e glielo mise vicino. «Questo è un edificio adiacente», poi prese un altro tovagliolo, «questo è un altro edificio adiacente», poi prese un altro tovagliolo…

«Ci sta prendendo in giro?» chiese agli altri Jungle.

Achab fissava allibito l’androide. «Amico, non ci serve un modellino in scala della città fatto coi tovaglioli, puoi anche smettere.» Si passò una mano sulla faccia. «Cominciamo bene, non abbiamo neanche una mappa…»

«Non credo che sia un problema», intervenne Machiko. «Nel mio ufficio posso accedere a tutte le cartine che voglio: la posso trovare io una mappa di LV-617 aggiornata… o comunque più precisa di questa roba. Il problema è come poterla utilizzare, visto che nessuno di noi ha un computer da polso.»

«Andiamo», disse Achab a tutti, anche se stava rispondendo alla donna. «Ai vecchi tempi non avevamo computer né altra tecnologia: si cacciava con le mani e con il coraggio.»

Jungle scosse la testa. «Parli di tempi mitologici, Achab. Se devi raggiungere un altro pianeta ti serve tecnologia a quintali. Prima di tutto serve un’astronave, poi serve qualcuno che sappia guidarla, poi serve il carburante, poi servono mappe per raggiungere LV-617. E una volta lì servono armi e strumenti con cui possiamo comunicare e sincronizzarci. Ti rendi conto che ci manca ogni elemento di questa lista?»

«Una cosa alla volta, risolviamo tutto», disse Achab con un tono di voce leggermente disperato. «Nessuno ha mai detto che sarebbe stato semplice.»

«Abbiamo superato la soglia del “non semplice”, amico mio», continuò imperterrito Jungle. «Siamo nel campo dell’impossibile.»

«Perché invece di essere così negativo non ci proponi qualche idea?» intervenne Berserker. «Sappiamo tutti cosa ci manca, perché non parliamo di come procurarcelo?»

L’androide voltava lo sguardo da uno Yautja all’altro. «Siete dunque guerrieri senza armi e senza possibilità di lasciare questo pianeta, ho capito bene?» Seguì un attimo di silenzio. «Forse è il caso che continui la mia ricerca…»

«No!» lo trattenne Achab. «Non ci lasceremo sfuggire la fortuna fra le mani: rasségnati ad avere noi, perché altrimenti dovrò staccarti la testa per impedirti di rivelare ad altri la posizione di Wolf.»

Minacciare un androide era quanto di più inutile ci fosse, Achab lo sapeva benissimo ma era stato più forte di lui. Inoltre era per mettere le cose in chiaro: era disposto a tutto pur di sfruttare quel regalo del Fato.

«Io conoscevo delle persone alla Compagnia», intervenne Machiko, «ma è passato del tempo… e dubito fortemente che mi regalerebbero un’astronave.»

«Io conosco un sacco di gente che viaggia per lo spazio», disse Achab. «Il problema è che sono tutti molto poco raccomandabili: gente inaffidabile, che ci taglierebbe la gola un secondo dopo la partenza.»

«Capite ora che la questione è troppo più grande di noi?» intervenne implacabile Jungle. «Già viaggiare fino a LV-617 è un problema insormontabile, figuriamoci affrontare uno dei più spietati criminali della galassia senza armi e senza alcun tipo di tecnologia.» Gli altri avrebbero voluto zittirlo ma non avevano argomenti. «Cosa vogliamo fare, come gli antichi? Faremo trappole coi rami e foglie? O il nostro Berserker finirà a pugni un gigante come Wolf?»

Achab calò il suo pugno sul tavolo, facendo cadere la bottiglia sistemata dall’androide. «Ci dev’essere un cazzo di modo…» sibilò rabbiosamente.

«Vi ci porto io, su quel pianeta…»

Nel silenzio che seguì tutti alzarono la testa a guardarsi: chi aveva parlato? Dopo qualche secondo la risposta era tanto ovvia quanto sorprendente. Quindi si girarono tutti verso Scar, che era ancora seduto e cercava di sopportare il suo mal di testa da dopo-sbornia. Lo guardarono stirarsi e massaggiarsi la testa, finché Achab chiese: «Stai parlando con noi?»

Scar li guardò con gli occhi semichiusi dal dolore alla testa. «Sì. Se mi fate partecipare alla missione vi risolvo tutti i problemi.»

Seguirono altri momenti di silenzio, in cui tutti si guardarono. «Mi sa che è ancora ubriaco», sussurrò Jungle.

Machiko lo guardava con occhi sofferenti: Scar era stato una tremenda delusione per lei, eppure ancora provava pena per lui. «Non sei in condizione di… Insomma, ci hai dato sotto parecchio, ieri notte.»

Scar annuì. «Mi spiace di averti deluso ancora, Machiko, ma ormai è inutile prenderci in giro: non sarò mai altro che un fallito ubriacone… qui.» D’un tratto fissò gli altri con sguardo deciso. «Per questo devo andarmene, prima di morire in modo ancora meno dignitoso di come ho vissuto. E questa è l’occasione giusta: affrontare Wolf sarà il riscatto della mia vita, in qualunque modo vada a finire.»

«Quindi hai sentito tutto…» borbottò Achab, passando poi a fissare Machiko. «Un altro dannato problema…» Il sottinteso era chiaro ed era lo stesso che valeva per l’androide: si doveva essere disposti a tutto per impedire che le informazioni uscissero da quella stanza.

«Al contrario», disse Scar alzandosi stancamente dalla sedia. «Non sono un problema, bensì la soluzione ai vostri problemi.» Si avvicinò massaggiandosi la schiena, poi estrasse qualcosa da una tasca e la gettò sul tavolo. «Mi hai ospitato a casa tua, Achab, mi hai dato un nome da battaglia… e io ti ho svuotato la cantina», disse con voce neutra. «Questo è il minimo che possa fare per sdebitarmi.»

Nessuno parlava e tutti guardavano il monta rozzo di piccoli oggetti che Scar aveva gettato sul tavolo. Achab non capiva. «Che diavolo sono? Carte?»

«Chiavi digitali sprotette», spiegò Scar, iniziando a parlare a tutti i presenti. «Machiko vi potrà confermare che il guardiano notturno è il lavoro più richiesto per gli Yautja, perché un bestione nell’edificio tiene lontani i ladruncoli. Però né Machiko né gli altri umani hanno pensato che i ladri… potremmo essere proprio noi.» La donna lo fissò strabuzzando gli occhi. «Quelle sono solo un mazzo delle tante chiavi che ho duplicato durante i miei lavori di guardia notturna: ho prestato servizio nei magazzini di mezza città, stanotte stessa potremmo andare a fare il pieno di tutta la tecnologia che volete. Anche se la metà di quelle chiavi non dovesse più funzionare, vi garantisco un equipaggiamento come non ne avete mai avuto, neanche da Blooded Warrior.»

Mentre tutti fissavano allibiti le chiavi, Machiko pensava all’ulteriore delusione subita. «Quindi mentre io cercavo di riabilitarti…»

Scar non la fece finire. «Io sono un ubriacone e sono riuscito a fare ben poca cosa. Ma ho amici che mediante questi lavoretti hanno fatto molto di più. Se mi fate entrare nel gruppo, vi porto da un mio caro amico… che può fornirvi un’astronave.»

Dopo attimi di silenzio teso, Jungle esplose alla volta di Achab. «A questo siamo arrivati? A dare ascolto ad un ubriacone? Guarda caso ha sottomano un’astronave… Solo io trovo ridicolo tutto questo?»

«Il mio amico fa il guardiano notturno in un hangar della Weyland-Yutani: roba di basso profilo: commerciale, non militare. Niente soldati, niente armi. Quando una nave arriva l’equipaggio va ad ubriacarsi e affida la custodia al mio amico… Vi offro di entrare in un’astronave senza neanche dover forzare la porta.»

Achab lo fissava. «Non mi sembri il ragazzo impacciato che è entrato nel mio locale ieri sera…»

Scar rise. «Perché mi riesce male fare il bravo Yautja amico degli umani: ora sto parlando come un Predator in cerca di gloria, che vuole allontanarsi il più possibile da questi insetti…» Si voltò di scatto verso Machiko. «Te esclusa, ovviamente.» La donna scosse la testa. «Portatemi con voi e non vi deluderò… O meglio…» agitò le mani in aria. «Probabilmente vi deluderò, ma almeno non lo farò per debolezza.»

«Tanto non ci sarà alcol in questa missione», disse sorridendo Berserker.

«Se quello che hai detto è vero…» Achab lo fissò per eterni secondi. «Allora per me sei della partita.» E gli allungò la mano stretta a pugno.

Scar sorrise e rispose al pugno con il suo pugno. «Sarà un onore morire insieme a voi.»

Il gelo si stampò sul volto di tutti.

~

Mentre gli altri parlottavano e stilavano piani d’azione, Machiko afferrò Scar per una mano e lo trasse in disparte. «Quindi è questo che facevi mentre io cercavo di aiutarti? Rubavi nei posti di lavoro che ti procuravo?»

Scar agitò le mani. «Tecnicamente non ho rubato nulla: ho solo fatto duplicati di chiavi e studiato l’interno dei vari magazzini, proprio in vista di un’occasione come questa. Sapevo che un giorno avrei raggiunto il fondo e volevo avere la possibilità di fare qualcosa, prima di ubriacarmi a morte.»

«E ovviamente quando mi vedevi ammattire a cercarti un lavoro, dopo che ne perdevi uno dietro l’altro, non hai pensato di rincuorarmi, dicendomi che lo facevi apposta: consolandomi dicendo che non ero io incapace di aiutarti ma eri tu un fottuto cospiratore.»

Machiko si afferrò il volto con una mano, mentre Scar rispose con tono pacato. «Lo senti come parli? Ti sembra che avrei mai potuto dirti una cosa del genere? “Cospiratore”… chissà, magari se non mi piacesse ubriacarmi lo sarei diventato sul serio.» Afferrò dolcemente la donna per le spalle. «Tu sei una di noi e sono il primo a dirlo… ma sei un’umana. Sono sicuro che certe cose le capisci con la testa, ma credo che non le senti di pancia: io sono straniero in terra straniera, con un nugolo di insetti umani che ronzano intorno a me e che mi fanno paternali. Non puoi chiamarmi “cospiratore” se cerco di studiare un modo per allontanarmi da questo inferno.»

Machiko si tormentava e cercava disperatamente qualcosa da opporre allo Yautja: doveva giustificare la sua indignazione, ma era inutile. Scar aveva ragione, non avrebbe mai permesso che proseguisse il suo operato, avrebbe fatto di tutto per ostacolarlo: forse non sarebbe mai arrivata a denunciarlo, ma di sicuro avrebbe inventato mille sistemi.

D’un tratto le venne in mente una carta facile da giocare. Machiko alzò lo sguardo sofferente verso il suo amico. «Sai cosa vuol dire essere umana ed aiutare gli Yautja in disgrazia? Che gli altri umani mi considerano peggio di voi. Così sono una Yautja per gli umani e un’umana per gli Yautja, e poi scopro che uno dei pochi a cui tengo mi ha mentito e ha complottato alle mie spalle..»

Scar non rispose, ma si intromise Achab. «Ora basta rimbrotti, Scar ne ha avuti anche troppi. Ormai siamo tutti compagni di caccia, e fra di noi non si fanno paternali.»

D’un tratto arrivò la voce di Jungle. «Invece di blaterare, perché non state studiando un piano razionale? O pensate di far fuori Wolf stordendolo di chiacchiere?»

Achab sbuffò e Machiko si ritrovò a sorridere. «Niente paternali, va bene… ma qualcuno lo dica anche a Jungle.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 4


Quarta puntata della mia nuova fan fiction, ambientata stavolta nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

4

Stazione mineraria “Shimada’s Hope”

L’uomo urlava a squarciagola ed agitava scompostamente braccia e gambe, mentre attraversava in volo la parabola che l’avrebbe portato a sfracellarsi nella radura circostante. La buona notizia era che se fosse sopravvissuto sarebbe stato libero di scappare: la cattiva notizia era che sopravvivere forse non era auspicabile.

Lo shock gli impedì di provare dolore, ma mentre roteava in aria l’occhio gli cadde sulla propria gamba, che dopo un’accecante scarica luminosa cominciava a volarsene via, da sola. Mentre cadeva in terra l’uomo si disperava dell’arto che aveva appena perso, e pregò di non sopravvivere all’impatto. Cadendo di testa su un terreno sassoso, fu accontentato.

Il grande Predator abbassò l’enorme fucile laser, ghignando. «Questa roba va calibrata ma è potente: avevo mirato alla testa e invece ho preso la gamba, ma va bene uguale.»

Lo Yautja accanto a lui annuì. «Vuoi provare ancora?»

Il grande Predator si passò distrattamente una mano sulla cicatrice che gli attraversava la fronte. Se la sentiva pulsare, segno che era infiammato, eccitato. «Sì», gracchiò con voce profonda. «Ma stavolta aumentiamo la difficoltà, che voglio studiare quest’arma: lancia dei bambini, che sono più difficili da prendere al volo.»

~

Locale “Big Game Pub”

Il sole era alto quando Machiko si presentò nell’ampio salone. Rimaneva spesso a dormire nel locale, tanto che Achab le aveva riservato una delle stanze che usava per ospitare gli amici di passaggio. Di solito con “amici” intendeva Yautja che lavoravano per lui in varie attività, più o meno legali, ma per la donna intendeva il termine nel vero senso.

Machiko non aveva mai rimpianto di aver scelto la razza umana, anche perché durante l’ultima missione rimanere con gli Yautja significava rinunciare all’uomo che amava. Era stata una storia seria, quella, finché era durata: l’amarezza della donna e l’umiliazione di aver perso un onore conquistato con enormi sacrifici non avevano certo aiutato la vita di coppia. Ora Machiko preferiva la vicinanza con gli Yautja, con cui almeno poteva condividere il dolore.

«Buongiorno», disse alla volta di Achab, che trovò seduto a fare colazione. «Se sono già andati via tutti con le proprie gambe, vuol dire che hai servito poco alcol, ieri sera.»

La battuta della donna, riferita al fatto che tutti i partecipanti del banchetto della sera precedente erano scomparsi, si scontrò con il volto serio e crucciato di Achab. «Buongiorno», disse con voce rauca. «A proposito di alcol, ti ricordi il tizio che volevi farmi assumere qui al bar?»

Solo allora Machiko fece mente locale: che fine aveva fatto Scar? Erano arrivati insieme e aveva dato per scontato che sarebbe rimasto a dormire in una delle stanze di Achab, ma se ne era completamente dimenticata e non pensava a lui dalla sera precedente. Cominciò a guardarsi intorno velocemente, finché in un angolo lontano vide un Predator malamente accasciato su una sedia, appoggiato alla parete nel suo pesante sonno. «Cazzo…» bisbigliò la donna.

«L’hanno trovato i miei inservienti», disse lentamente Achab. «Era sdraiato nella mia cantina di vini pregiati, quelli che tengo per i clienti importanti a cui spillare soldi. Meglio che non ti dica quanto mi è costata la sua sbronza…»

«Mi spiace Achab, sono mortificata», cominciò a bisbigliare Machiko, afferrandosi il volto fra le mani. «Sembrava che stesse meglio, che avesse superato… Giuro che ti ripagherò tutto…»

«Non è colpa tua, Machiko», la interruppe senza astio il proprietario del locale. «Facciamo finta che le bottiglie mi siano cadute in terra, non è quello il problema. La vera questione è quella che ti dicevo ieri sera: non puoi salvarli tutti.»

La donna cadde pesantemente su una sedia lì accanto, contorcendosi le mani. «A me basterebbe già salvarne uno…» Dopo qualche attimo di silenzio carico di tensione riprese a parlare a bassa voce. «Quelli in gamba si salvano da soli, non hanno bisogno di me: il mio lavoro consiste nell’aiutare chi non sa farcela da solo… e mi sembra chiaro che ho fallito miseramente.»

«Non dire così, la tua agenzia aiuta tanti Yautja, non puoi fartene una colpa se non riesci a salvare qualcuno che è impossibile salvare.»

«Dica? Dica?»

Achab e Machiko si voltarono di scatto verso il Predator che aveva gridato: era Jungle che, mettendo a posto la cucina, si era affacciato e stava gridando contro qualcuno. «Che cerca?»

«Con chi ce l’hai?» chiese Achab alla volta dell’amico.

Jungle si limitò a guardarlo con occhi strabuzzati e ad alzare una mano: stava indicando qualcuno, che in quel momento entrò nel locale fino a farsi vedere dal proprietario. Era un umano.

«Cazzo, ci mancava anche questa», sibilò Achab. Poi si alzò e cercò di parlare nella migliore lingua umana di cui era capace. «Mi dispiace, umano, per il rumore di ieri sera. Non capiterà più.»

Achab sapeva per esperienza quanto possano essere pericolosi i vicini che si lamentano per il rumore, quando sei un mostro di due metri guardato male dalle autorità. Se arrivava un’altra denuncia rischiava di dover chiudere il locale.

L’uomo lo fissò con sguardo vacuo, e a sorpresa rispose in lingua Yautja: «Non sono umano, e conosco la vostra lingua.»

Achab aprì la bocca dalla sorpresa. «Che vuol dire che non sei umano?»

L’uomo parlò senza espressione. «Sono un androide modello D, conosco tutte le lingue che possano tornare utili ai miei padroni: lo Yautja è una di queste.»

Machiko fissava la scena quasi con i sensi appannati, perché la mente era occupata dal dispiacere ricevuto da Scar, ma riuscì lo stesso a stuzzicare l’amico. «Parla lo Yautja meglio di quanto tu parli umano.»

Achab non la sentì, e iniziò ad avvicinarsi lentamente al nuovo venuto. «Credo che tu abbia sbagliato locale, androide. Qui siamo tutti Yautja, non sappiamo niente di robotica o che altro.»

L’androide accennò un sorriso, che sul suo viso risultò inquietante. «Allora sono nel posto giusto: ho chiesto a molti dove poter trovare dei guerrieri Yautja in città e mi è stato indicato questo locale.»

La parola “guerrieri” fu come un colpo di fucile sparato nella stanza: a tutti ora fischiavano le orecchie. «Se sei venuto a sfottere…» cominciò a grugnire Jungle, ma Achab lo fermò con un gesto della mano.

«Sei stato male informato», disse all’androide. «Qui abbiamo tutti perso il grado di “guerrieri”: ora siamo cittadini pacifici…» Non gli venne in mente altro da dire, tanto quelle parole facevano male a pronunciarle.

«Io non cerco Yautja con il grado di guerrieri», rispose calmo il sintetico. «Io cerco guerrieri Yautja.»

Jungle stava perdendo la pazienza e cominciava ad avvicinarsi alle sue pentole: stava provando il forte desiderio di smontare quel sintetico.

«Si può sapere a cosa ti servono dei guerrieri Yautja?» chiese d’un tratto Machiko.

L’androide si rivolse alla donna. «I miei padroni mi hanno fatto partire di nascosto da LV-617 con il preciso ordine di trovare guerrieri Yautja in grado di aiutarli. Non ho avuto alcuna specifica di controllare il “grado” di questi guerrieri.»

«Aiutarli in cosa?» chiese Achab, ormai arrivato accanto all’androide.

«I miei padroni sono vittima dell’attacco di Bad Blood, un gruppo di Yautja particolarmente spietati che le risorse umane della colonia “Shimada’s Hope” impediscono di fronteggiare. Quando sono stato lanciato nello spazio tramite una scialuppa di salvataggio sopravvissuta alla distruzione, i Bad Blood avevano preso solamente uno degli edifici della città mineraria: le grida umane che si sono sollevate da esso non fanno sperare in eventuali superstiti.»

«Brutto affare», bisbigliò Machiko, che mentre l’androide parlava si era avvicinata ad Achab. «Anni fa, quando lavoravo per la Weyland-Yutani, ho sentito parlare di LV-617: è un sasso sperduto nella galassia, la Compagnia non sprecherà risorse a correre in aiuto.»

«Esatto», rispose il sintetico. «I miei padroni hanno inviato un SOS ma dubitano fortemente che la Weyland-Yutani lo prenderà in considerazione. Le risorse minerarie si stanno esaurendo velocemente e da anni non riceviamo supporto dalla Compagnia. Secondo il regolamento che è contenuto nel mio database interno, poi, un’azione militare contro degli Yautja, anche se violenti assassini fuorilegge, va concordata con il Governo Yautja. I miei padroni dicono che è una situazione talmente spinosa a livello politico che difficilmente la Weyland-Yutani vi si imbarcherà, per salvare un gruppo di minatori sperduti che non le servono più a niente.»

«Mi spiace per i tuoi padroni», disse Achab scuotendo la testa. «I Bad Blood sono brutte bestie, vivono esclusivamente per torturare e uccidere: mentre stiamo parlando probabilmente gli umani di quel pianeta sono già tutti morti.»

«Se sono fortunati», intervenne Jungle. «Forti dell’impunità, probabilmente “giocheranno” con le loro prede il più a lungo possibile.»

Il silenzio cadde pesante nella stanza, ma non aveva lo stesso significato per tutti. Machiko rabbrividiva al pensiero degli umani in balìa di mostri, mentre i due Yautja invidiavano quella totale libertà a cui loro avevano dovuto rinunciare.

«Proprio questo fornisce tempo per agire», intervenne l’androide. «Sono atterrato qui solo dieci ore fa, è improbabile che i Bad Blood abbiano già ucciso tutti. La popolazione è relativamente numerosa e la città è grande: plausibilmente gli assassini impiegheranno giorni a trovare tutti gli umani che si sono asserragliati negli edifici, così come è plausibile pensare che non sentano alcuna urgenza di sbrigarsi.»

«Va bene», tagliò corto Achab, agitando una mano in aria. «Senti, un mio vecchio amico si occupa di queste cose, e so che è ancora in città. Lo chiamo e ti faccio parlare con lui: vedrai che ti fornirà i guerrieri Yautja che cerchi. Solo che non lo farà gratis.»

«Io non ho potuto portare denaro con me, ma su LV-617 sono sicuro che i miei padroni troveranno il modo di ricompensare questo tuo amico. Inoltre il capo dei Bad Blood è un noto ricercato, è probabile che basterà la taglia sulla sua testa come risarcimento.»

Achab e Jungle si fissarono d’un tratto negli occhi. «Uno Yautja ricercato talmente noto da essere riconosciuto da umani sperduti nel nulla?»

L’androide estrasse un tablet dalla tasca. «Quando ancora il mio database interno riceveva aggiornamenti dalla Compagnia, venivano segnalati i criminali che giravano per la galassia: la grande cicatrice sul volto rende quello Yautja ben riconoscibile.»

Achab, Jungle e Machiko si avvicinarono non appena il tablet si accese, e quando apparve la foto scattata su LV-617 tutti trattennero a stento un’esclamazione.

«Stando alle informazioni in mio possesso, sebbene non aggiornate», disse placidamente l’androide, «il nome di questo leader Bad Blood è…»

«Wolf», lo interruppe Achab.

«Esatto», commentò il sintetico. «Quindi mi confermate che è un criminale noto, con una taglia sulla testa.»

Nessuno rispose.

Il sintetico si guardò intorno, passando da uno all’altro dei suoi interlocutori in attesa che qualcuno prendesse la parola, ma erano tutti come rapiti a fissare la foto nel tablet. «Dal vostro comportamento arguisco che conosciate già questo criminale.»

«Cazzo, Wolf…» bisbigliò Jungle, ignorando la domanda dell’androide. «Se passi questa informazione al tuo amico Celtic, gli farai il più bel regalo della vita.» Scuotendo la testa lo Yautja si appoggiò al bancone. «Acchiappare quel mostro lo ricoprirà di gloria per sempre: tornerà subito Blooded Warrior…» Jungle smise di parlare quando si vide addosso gli sguardi di Machiko ed Achab. «Che ho detto? Perché mi guardate così?»

«E se lo prendessimo noi?» bisbigliò Achab.

Jungle cominciò a passare lo sguardo dall’amico con gli occhi di fuoco alla donna, bianca in volto. «Cosa? Stai scherzando, spero… A malapena qui ammazziamo un maialino per mangiarlo, e vuoi dare la caccia al più pericoloso criminale Yautja della galassia?»

Achab scosse la testa, con il corpo immobilizzato dall’emozione e dall’eccitazione. «Wolf non l’ha mai preso nessuno perché nessuno sa dove sia», cominciò a parlare con la voce vibrante di agitazione. «Piomba su avamposti umani sperduti, massacra tutti e se ne va: al Governo Yautja non interessa perdere tempo a prenderlo, visto che ammazza solo umani, e alla Weyland-Yutani non va di impelagarsi nella questione, perché ammazza solo poveracci su pianeti ormai inutili. Questa è l’unica forza di Wolf: essere sfuggente. Ma ora noi sappiamo dov’è… e dove rimarrà per dei giorni…»

Jungle si portò le mani alla testa, sempre più agitato. «Non puoi parlare sul serio, non… non posso credere di averti sentito dire certe cose.» Si cominciò a muovere accanto al bancone, quasi in preda a convulsioni. «Siamo l’ombra dei guerrieri che eravamo, Achab, e già allora non eravamo chissà che. Siamo dei falliti, lo sai tu come lo so io: quand’è stata l’ultima volta che hai partecipato ad una missione sul campo? Hai il culo a forma di sedia, Achab, come ti viene in mente anche solo di pensare di poter acchiappare Wolf?»

«È l’idea migliore che abbia mai sentito in questo buco di posto.»

Tutti si voltarono e si resero conto che Berserker era in piedi accanto a loro, probabilmente da abbastanza tempo per aver ascoltato i loro discorsi. «Riuscire nell’impresa è l’aspetto minore», continuò il lottatore. «Già solo il gesto di provarci ci riempirà di gloria.»

«Ci?» chiese sarcastico Achab. «Vuoi dire che nel caso faresti parte del gruppo?»

Berserker agitò una mano in aria. «Dove vai tu vado io, lo sai. E finalmente potrò zittirti quando comincerai a rinfacciarmi la mia passata vigliaccheria.» Alzò le mani ad indicare i suoi ascoltatori. «Non lo capite? Questo ci ripulirà tutti…»

«Ah», gridò Jungle. «Parla bene, lui: è allenato, fa a botte con chiunque ed è giovane, cioè un coglione che si butta a occhi chiusi su qualsiasi cosa. Vuoi andare a farti ammazzare? Hai la mia benedizione. Ma tu, Achab, stai sbagliando di grosso.»

«Sbagliando in cosa?» sbottò l’amico. «Nel pensare come un guerriero dopo tanti anni passati a fare l’umano? Tu non sei stanco di sentirti una merda ogni maledetto giorno della nostra vita?»

«Io non mi sento una merda, io sono sceso a patti con la mia nuova vita, ho un lavoro e sono rispettato…» Il silenzio che seguì fu più che eloquente. Jungle si mise una mano sugli occhi. «Cazzo, suonava meglio nella mia testa…»

Achab mise una mano sulla spalla dell’amico. «Da anni cerchiamo giustificazioni per essere ciò che non siamo, ora invece possiamo finalmente tornare alla nostra vera natura. Siamo cacciatori, e abbiamo avuto la fortuna di sapere dove si trova una preda ambita: è il momento di smettere di pensare come un umano e cominciare a pensare come uno Yautja.» Achab alzò lentamente un braccio e indicò Scar addormentato sulla sedia. «Lo vedi quell’ubriacone? Quanto pensi che ci vorrà prima che diventi anch’io come lui? Mi hai visto bere, no? Hai visto che sto aumentando la dose di giorno in giorno.» Afferrò il volto di Jungle fra le mani. «Non voglio arrivare a quel punto… non ora che la fortuna ci ha fatto questo regalo.»

Jungle lo fissava serissimo. «Come fai a sapere che al momento giusto non ci faremo prendere dal panico e dalla vigliaccheria?» chiese. «Viviamo in questo inferno perché nessuno di noi è riuscito ad essere un guerriero, quando eravamo giovani e forti: secondo te riusciremo ad esserlo ora, dopo anni di inattività?»

Achab scosse il capo. «Non lo so, forse no, forse sì. So solo che da giovani avevamo un limite che ora non abbiamo più.»

«Che limite?»

Achab sorrise, amaramente. «Avevamo il terrore di perdere l’onore, ed ora non l’abbiamo più. Né il terrore… né l’onore. Quando non hai più onore, niente ti può spaventare.»

Jungle grugnì. «Non è con queste belle frasi che cattureremo Wolf.»

Achab e Berserker esultarono. «Quindi sei dei nostri.» Non era una domanda.

Jungle alzò le mani. «Non ho detto questo, ma voglio sapere che piano hai: voglio assicurarmi che tu non ti faccia spingere dall’entusiasmo e basta…»

Achab scosse le spalle. «Piano? Ho saputo di Wolf due minuti fa, che piano vuoi che abbia? Dovrai aiutarmi tu a studiarne uno: mica vorrai che ci pensi Berserker!»

«Ehi!», sbottò ridendo il lottatore.

«Sicuramente ci serve altra gente.»

Tutti abbassarono lo sguardo verso Machiko, che aveva parlato. L’espressione degli Yautja era di stupore. «Ci serve?» chiese Berserker.

«Non provateci neanche», disse la donna decisa. «Io sono con voi, e questo non si discute. Di gloria ce ne sarà per tutti, quindi anche per me.»

«Ma la tua amica sa di chi stiamo parlando?» chiese Jungle ad Achab, indicando la donna.

«Sì, la sua amica lo sa!» rispose Machiko, seccata. «Con il mio clan anni fa ci siamo scontrati con alcuni Bad Blood della sua banda, ma purtroppo Wolf non c’era.»

«Ah, ma questo cambia tutto: ti rende perfetta ad affrontarlo», disse sarcastico Jungle.

«Ora basta», intervenne Achab, «Machiko è una dei nostri e se vuole venire è libera di farlo: non sarò certo io a impedire ad un guerriero di cercare l’onore perduto. E poi fra di noi è la più allenata con le armi, che non guasta di certo.»

«Scusate», intervenne il sintetico. «Da questi discorsi evinco che accettiate l’incarico? Lo chiedo perché in caso contrario devo continuare a cercare.»

Achab lo guardò serio. «Hai un nome, robottino?»

Il sintetico sorrise. «Mi chiamo Bishop 3. Sono stato progettato da…»

Achab calò il suo potente braccio sulla spalla dell’androide, che smise di parlare, e sorridendo gli disse: «Bishop 3… puoi scommettere il tuo culo robotico che accettiamo.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 3


Terza puntata della mia nuova fan fiction, ambientata stavolta nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

3

«Ta-ta-ta-ta-ta-ta.»

Tutti ridevano sempre quando Jungle si esibiva nella sua imitazione di una mitragliatrice a pieno regime, forse perché la maggior parte degli ascoltatori non ne aveva mai vista una umana rivolta verso di loro.

«Centinaia di colpi in rapida sequenza, la foresta fu inondata di piombo: quei coglioni però stavano sparando dalla parte sbagliata!» Tutti risero, emettendo suoni gracchianti e dandosi pacche sulle spalle. Una reazione esagerata, visto che non era certo la prima volta che Jungle raccontava quella storia.

«Io ero lì che mi godevo lo spettacolo, e mi domandavo come avessero fatto gli umani a sopravvivere alla propria stupidità.» Mentre parlava, curava il maialino che si arrostiva lentamente sullo spiedo. «Ad un certo punto, giuro, mi sono chiesto se avesse senso continuare la caccia: era come appostarsi per schiacciare una formica. Che onore c’era?»

Mentre tutti annuivano, Jungle continuava a cucinare con mosse sapienti il piatto per cui era famoso: maialino arrosto. La cucina yautja era di una semplicità totale, e non c’è niente di più difficile di un piatto semplice. «Insomma ero lì che sghignazzavo mentre questi beoti davano fondo alle loro munizioni sparando alle foglie, e devo essermi graffiato con qualche ramo, perché ho lasciato qualche goccia di sangue in giro. Il più stupido degli umani vede quel sangue e, con una faccia da scemo e due occhi sgranati, aspetta che cali il silenzio per dire la frase della sua vita: “Se può sanguinare, può essere ucciso”.»

Tutti nel locale avevano già sentito almeno una volta quella storia, eppure scoppiarono lo stesso in una fragorosa risata. In fondo erano tutti lì per dimenticare la propria vita e tirarsi su di morale: poco importava la qualità dell’intrattenimento.

Mentre Jungle gongolava e continuava a rosolare il suo maialino, Machiko si sporse verso Achab. «Come mai ogni volta che racconta questa storia si dimentica di dire che gli “stupidi umani” l’hanno battuto? Che ha dovuto inscenare la sua morte con una esplosione per darsela a gambe alla chetichella…»

Achab grugnì e agitò una mano in aria. «Ci mancherebbe solo quello, così ci deprimiamo tutti.»

Machiko approfittò di quel momento in cui nessuno badava a loro. Erano tutti seduti rivolti verso il maialino che si arrostiva – uno spettacolo che ha sempre il suo fascino – così la donna si sporse ancora di più verso il suo amico. «Sono contento che hai… ehm… battezzato quel giovane: è un bravo ragazzo ma ha bisogno di aiuto.» Achab grugnì, ma Machiko non gli diede modo di rispondere. «Non è ancora riuscito a trovare un suo equilibrio con gli umani, avrebbe bisogno di una figura autoritaria che gli desse forza, che lo guidasse…»

«Machiko», esclamò Achab voltandosi a fissarla, «stai per caso chiedendomi di assumerlo?»

La donna si era preparata un discorso molto più lungo, ma a questo punto era costretta a giungere a conclusione. «Ti ringrazio, sapevo di poter contare su di te.»

«Mi ringrazi di cosa? Non ho alcuna intenzione di assumere un tizio problematico, ex (forse) alcolizzato: non solo gestisco un bar, e già questo sarebbe un problema con lui, ma un sacco di roba che deve rimanere segreta. Non posso mettermi in casa il primo che passa.»

«Garantisco io per lui», tentò ancora la donna.

Achab la fissò, poi fece passare il suo grande braccio attorno al corpo della donna, premendo troppo sul suo fisico umano. «Machiko, non puoi salvarli tutti… Anzi, non puoi salvarci tutti, visto che considero più Yautja te che tanti miei simili. Ho grande stima per il tuo lavoro e se un giorno ci sarà la rivoluzione saresti l’unico essere umano a cui non strapperei la spina dorsale, e proprio in nome di questa grande stima te lo ripeto: non puoi salvarli tutti, soprattutto se non vogliono essere salvati.»

Erano tutti discorsi che Machiko aveva già sentito, visto che lei stessa se li ripeteva in testa da anni. Non aveva una risposta ragionevole da opporre a questo ragionamento. «Se riuscissi a farlo passare per suicidio, sparerei loro in testa, così smetterebbero di soffrire e riavrebbero il loro onore.»

Achab esplose in una sonora risata, che Jungle pensò generata dal suo racconto. «Questa è un’idea geniale, Machiko: invece di un ufficio di collocamento dovresti aprire un ufficio di omicidi d’onore!»

Mentre lo Yautja gongolava e rideva, stritolandola nel suo abbraccio, la donna aveva un sorriso amaro sul volto. «Quindi lo lasciamo al suo destino?»

Achab la guardò. «Chi?»

«Quello che hai appena battezzato Scar.»

Lo Yautja agitò una mano in aria. «Quello che riconosco agli umani è di essere tenaci: se non riuscite ad affrontare una montagna, la sgretolate a forza di rimbrotti scoccianti.»

Machiko sorrise e diede dei pugni fra le costole dell’amico: aveva scoperto che era preso come un gesto confidenziale, visto che i suoi pugnetti non facevano neanche il solletico al muscoloso costato dello Yautja. «E quello che riconosco a voi Yautja è di avere un cuore più grande del vostro brutto muso: fate le facce dure ma siete dei teneroni.»

Achab gracchiò. «Tenerone? Io? Quest’offesa te la farò lavare col sangue!» E sollevò la donna fingendo di strozzarla. Mentre i due si divertivano a mimare una lotta inter-specie, gli altri Yautja del locale li guardavano con occhi torvi. Non era dignitoso il comportamento di Achab, visto che stava facendo per finta qualcosa che avrebbe dovuto fare sul serio – cioè uccidere umani a mani nude – ma alla fine quelle strane effusioni venivano prese come se lo Yautja stesse giocando con un animale domestico.

«Piantatela, voi due», gracchiò Jungle, «e datemi una mano con i piatti: la cena è pronta.»

Achab e Machiko si separarono e si alzarono. «Tanto non mi hai convinto», bofonchiò lo Yautja.

La tavolata era rozza e i partecipanti erano più del previsto. All’inizio doveva essere una serata fra amici, qualcosa per pochi intimi, poi la voce si era sparsa e si erano presentati gli amici degli amici. A Jungle piaceva cucinare – o almeno quel poco che per la sua cultura era considerato “cucinare” – e non aveva problemi a rimediare più provviste del preventivato. Da anni lavorava in un grande mattatoio, dove poteva continuare a provare l’emozione di uccidere esseri viventi, ed era molto apprezzato dai proprietari umani: spesso gli lasciavano portar via un paio di animali, come “premio di produzione”. Jungle poi usava i sotterranei del locale di Achab per trattarli e organizzava cenette fra amici.

Stavolta l’ampia sala del locale era piena di Yautja, molti dei quali non aveva mai visto prima, ma poco importava: di carne ce n’era e la confusione avrebbe aiutato a distrarsi.

Achab non era contentissimo di questa “invasione”, soprattutto perché essendo una cena tra amici nessuno pagava, ma con il combattimento di quella sera Berserker gli aveva fatto guadagnare parecchio e quindi stavolta poteva lasciarla passare: la prossima volta però si sarebbero fatti inviti precisi.

Una volta che ognuno ebbe preso posto ad un tavolo – erano troppi per un’unica tavolata – tutti si rivolsero al proprietario: toccava a lui l’onore del brindisi.

Achab alzò il suo calice come fecero gli altri, compreso Scar che in realtà stava già per iniziare a bere quando Machiko gli fece un brusco segno: doveva aspettare il brindisi. Achab fissò la parete dietro il bancone del suo bar, la parete che tutti nella sala potevano vedere, e dove tutti quelli che conoscevano l’usanza del locale avevano avuto accesso. Sin dal primo giorno Achab infatti aveva chiesto agli Yautja che aveva conosciuto di scrivere sulla parete il nome del loro vecchio clan, e da allora tanti avevano tenuto fede alla consuetudine: ora la parete era un unico, enorme affresco di nomi di clan, centinaia e centinaia di nomi provenienti da ogni angolo della galassia.

«A tutti i nostri clan», disse Achab con voce tuonante. «E a tutti i guerrieri che abbiamo fatto morire per la nostra vigliaccheria…» E, dopo qualche attimo di silenzio tesissimo, finì: «che un giorno possano tutti perdonarci.» E mandò giù d’un sorso il contenuto del bicchiere, seguito da tutti gli altri.

Qualcuno spezzò il momento di tristezza con una voce sgradevole. Quando gli venne chiesto di ripetere, lo Yautja gracchiò: «Perché quell’umana ha brindato con noi? Questo è il nostro brindisi, che c’entra lei?»

Ecco qual era il problema ad organizzare una festa “aperta” agli amici degli amici. Achab si voltò verso chi aveva parlato e continuò ad usare la stessa voce potente di un attimo prima, agitando il bicchiere vuoto in aria. «Machiko Noguchi è un’umana solamente nella forma, perché lei è Yautja a tutti gli effetti. Ha avuto il suo First Blood, ha affrontato una Regina Aliena, ha combattuto al fianco del maestro Duchande e da lui in persona ha ricevuto il marchio che porta sulla fronte.» Ed indicò il simbolo del clan che la donna aveva inciso sulla pelle grazie al sangue acido d’alieno. «Machiko è una guerriera più valorosa di molti in questa stanza, quindi non voglio più sentire una sola parola in proposito. Se non vi piace dividere il vostro pasto con un’umana, siete liberi di andarvene: nessuno vi tratterrà.»

Il silenziò che seguì nascondeva una domanda che tutti i nuovi del locale si stavano ponendo, una domanda con cui Machiko aveva da tempo fatto i conti e trovato un equilibrio. Così si alzò e parlò a voce chiara. «Per due volte mi sono unita ai Blooded Warrior Yautja in una missione contro gli xenomorfi e per due volte… ho scelto di parteggiare per la mia razza. La prima volta sono stata perdonata da un Elder perché ero necessaria in una missione di vitale importanza, ma la seconda ha significato per me il disonore e l’allontanamento.» Si guardò in giro con sguardo fiero. «Vorrei vedere in faccia uno di voi che parteggiasse per una razza diversa dalla propria: solo lui potrebbe criticare la mia scelta. Per il resto, io non provo alcun disonore né vergogna: sono stata marchiata da Duchande, il miglior guerriero Yautja della sua generazione, e tanto mi basta a sentirmi una Blooded Warrior, al di là che non sia riconosciuto a livello ufficiale.»

Machiko fece un cenno al giovane Yautja accanto a lui. «Oggi il mio amico Scar è stato marchiato da un altro grande guerriero, Achab, e spero che anche lui abbia capito quanto questo sia importante.»

«Se avete finito di blaterare», intervenne Jungle, «qui la cena si sta freddando.»

Tutti risero e iniziarono a mangiare, salvando il giovane Scar dal problema di gestire i sentimenti che stava provando: quello era il giorno più felice da quando era stato scacciato dal suo clan, ricoperto di vergogna, e questo non è mai una buona cosa, per un ex alcolizzato… Perché ora aveva una dannata voglia di festeggiare con dell’alcol…

~

Scar si svegliò di colpo, tirando su di scatto la testa dal piatto dov’era appoggiata. La carne era stata ottima ma l’alcol era davvero roba dozzinale: probabilmente Achab aveva offerto il peggio della sua cantina.

La testa gli doleva, e non solo per la ferita ancora fresca. Aveva bevuto quel minimo indispensabile perché fosse inutile, da avere cioè solo gli aspetti negativi dell’alcol, senza poter godere di quelli positivi. Si girò attorno e tutti gli altri invitati dormivano chini sui tavoli o stravaccati da qualche parte. Non era stata una festa così divertente, ma il pessimo alcol l’aveva fatta finire presto.

Scar si alzò lentamente e da un rapido sguardo capì che mancavano solo Achab e Machiko: se l’aspettava. Quei due se la intendevano troppo, altro che semplici amici… Meglio per lui, perché così erano tutti distratti: era il momento giusto per cercare qualcosa di buono da bere. Ora aveva un nome di battaglia, cazzo: era Scar, e questo meritava una bevuta. Una buona bevuta.

Non conosceva il locale, quindi lentamente iniziò ad esplorarlo senza fare rumore. Altri guerrieri avevano imparato la furtività sul terreno di caccia: lui l’aveva imparata a forza di rubare qua e là. Così come aveva imparato a muoversi rapidamente nei posti sconosciuti.

In poco tempo trovò l’accesso ai sotterranei, dove sicuramente Achab conservava la “roba buona”, e scese in silenzio. Si aggirò per qualche secondo prima di vedere una luce che proveniva da dietro l’angolo di una porta. La curiosità lo portò ad avvicinarsi, finché Scar si appoggiò alla parete per ascoltare di nascosto le voci che sentiva provenire dalla stanza: bastò poco per riconoscerle.

«Oggi posso usare la spada vera?» stava dicendo Achab. «Ne ho davvero bisogno: è stata una di quelle giornate che…»

«Non mi importa», lo fermò bruscamente Machiko. «Quando siamo sul dojo non esistono “giornate” né altro: devi svuotare la mente. Ti ho già parlato del mushin, della “mente vuota”.»

Scar cedette alla curiosità e si affacciò lentamente. Vide un’ampia sala vuota, con al centro Achab e Machiko accucciati sulle proprie ginocchia, uno di fronte all’altro. Davanti a loro, in terra, quelli che sembravano due bastoni di legno.

«Va bene, va bene», stava dicendo Achab. «Però se potessi sfogarmi un po’ riuscirei molto meglio a svuotarmi la mente.»

Machiko scosse la testa. «Non sei qua per “sfogarti”, sei qui per meditare. E per annullarti. Non è in fondo il nostro sogno, l’annullamento totale?»

«Veramente io speravo di riuscire ad imparare l’uso della katana», sbuffò lo Yautja. «E finora la tua neanche l’ho mai vista: figuriamoci imparare ad usarla.»

La donna lo fissava molto seria. «La mia spada non è adatta allo studio. La sua lama è quella che ha aperto la gola di mio padre, quando si è suicidato dopo un crollo in borsa: il suo gesto ha salvato la famiglia dal disonore e dalla vergogna. Quando quella lama uscirà dal fodero… sarà per aprire la mia, di gola, e riportare l’onore nella mia famiglia. In tutte le mie famiglie. Solo allora sarò ricordata come l’allieva di Duchande…»

Achab chinò il capo. «Cazzo, anche qui si finisce sempre a parlare…»

La donna scattò con velocità incredibile e, afferrando il bastone davanti a lei, si alzò leggermente: mise un piede davanti a sé e mentre la pianta del piede batteva in terra in contemporanea il bastone calava sulla testa di Achab. Il grido di battaglia di Machiko si fuse con il grido di dolore di Achab.

«Ma sei scema?» gridò lo Yautja.

«Sii sempre pronto», rispose lei. «Mentre pensavi alla vergogna passata, ecco che ne è arrivata una fresca.»

«Ma io…»

Un’altra bastonata rapidissima colpì lo Yautja al fianco. «Stai ancora pensando, Achab: svuota la tua mente

«Ringrazia che sei mia amica, perché se no…»

Un’altra bastonata. «Stai ancora pensando con la testa: devi lasciare al tuo corpo il compito di pensare.»

Machiko caricò un altro colpo che partì con grande velocità, ma stavolta con altrettanta velocità Achab raccolse il suo bastone e lo parò in aria. Il potente schiocco del legno contro il legno rimbombò per tutta la sala, mentre i due rimasero immobili a fissarsi.

La donna sorrise. «Vedi? Il tuo corpo sa pensare bene: sta a te ascoltarlo ed assecondarlo.»

Mentre li spiava, Scar si ritrovò a pensare al fatto che invece il suo corpo pensava male, e lui non sapeva opporgli resistenza. Il suo corpo voleva alcol e non aveva la forza di arginare quella sete profonda.

«Sei fortunata che sono mezzo ubriaco e assonnato», stava dicendo Achab. «Altrimenti ti farei vedere io…»

La donna rise. «A questo servono gli allenamenti: ad essere pronti quando non si è pronti. Se ti capitasse di dover affrontare un nemico quando sei in forma, nel pieno delle forze e concentrato, non ci sarebbero problemi. Purtroppo non capita quasi mai…»

Scar si allontanò lentamente, perché era tempo di continuare a cercare da bere. «Quando senti che stai per cedere, quello è il momento in cui comincia il tuo allenamento.» La voce della donna lo raggiunse vividamente e per un attimo pensò che si stesse rivolgendo a lui.

Il Predator rimase fermo, nel buio della sala. Davanti a lui una fioca luce stava lasciando scorgere una serie di bottiglie. Era sul punto di cedere e quindi, stando alla frase di Machiko, era esattamente in quel momento che avrebbe dovuto iniziare il suo allenamento, era esattamente in quel momento che doveva imporsi di resistere… Ma fu in quel momento che Scar capì di non avere alcuna speranza di resistere a se stesso… Non è facile essere uno Yautja senza onore in un mondo umano, continuava a ripetersi mentre si annullava.

(continua)

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