[Short Film] Hamster vs Alien (2020)

Pericolo per tutti i criceti!

Il Moro del blog Storie da birreria mi segnala un video capolavoro del canale YouTube DIY Hamster Maze. Nei vari giri per labirinti del povero criceto protagonista, perché non mandarlo anche in un seminterrato infestato da un alieno?
Il risultato è 🐹👽Alien Hamster Maze with Traps, pubblicato il 1° agosto 2020.

Uscire dall’ascensore e trovare un uovo aperto non è mai bello

Il criceto protagonista viaggia per mille tunnel pieni di ostacoli, finché arriva in uno con tanto di uovo alieno aperto… e xenomorfo in agguato!

Attento, cricetino!

Dovrà essere scaltro il peloso protagonista per schivare l’attacco di un vero e proprio alieno mobile!

Lisciato per un pelo

Per finire, ecco il video: dovrebbe partire già dal punto in questione, ma se non fosse la parte “aliena” arriva a 4.45.


L.

– Ultimi cortometraggi:

[Short Film] Aliens: Last Stand (2020)

La forza della passione aliena

Un gruppo di appassionati tedeschi di Aliens (1986), guidati da Felix Berner e Dieter Joppich, hanno indossato le loro divise da Colonial Marines e si sono lanciati in una missione davanti all’obiettivo: il risultato è il cortometraggio Aliens: Last Stand.

La particolarità è l’essere riusciti a coinvolgere nell’operazione ben tre attori del cast originale:

  • Ricco Ross, il mitico Frost;
  • Carrie Henn, l’indimenticata Rebecca detta “Newt”;
  • Daniel Kash, che ci ho messo un po’ a ricordare nel ruolo di Spunkmeyer.

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[Short Film] ZVP: Zatôichi vs Predator (2017)

Zatôichi vs Predator

Grazie a Cassidy de “La Bara Volante” scopro questo delizioso finto trailer di un film che non esiste, creato da Junya Okabe come omaggio a vari generi cinematografici: ZVP: Zatôichi vs Predator.

Il massaggiatore cieco nel suo eterno peregrinare

C’è infatti il massaggiatore cieco e spadaccino Zatôichi, della storica tradizione narrativa del dopoguerra giapponese (di cui ho parlato nel Zinefilo), ci sono cattivi variopinti il cui gusto affonda le radici nel cinema di Hong Kong fuso con il J-Horror degli anni Duemila, infine c’è il cacciatore spaziale, caduto nel Giappone medievale giusto in tempo per aprire la stagione di caccia.

Un po’ bassino, come Predator, ma efficace

Ad affrontarlo c’è solo lo spadaccino cieco… con una spada laser!

La Forza è potente, in Zatôichi

Un cortometraggio in cui purtroppo il grande assente è proprio il Predator, visto che arriva solo alla fine senza fare niente: l’interesse dell’autore è tutto per i pittoreschi nemici folli, veri protagonista del cortometraggio. Rimane comunque una grande chicca.

L.

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Aliens: Ride at the Speed of Fright (1996)

Il 24 marzo scorso ci ha lasciati Stuart Gordon, uno dei registi di genere più amati degli anni Novanta, grazie al fatto che anche in mezzo a produzioni disastrate sapeva tirar fuori gioielli da ricordare.

Nei social di tutto il mondo si sono rimbalzati omaggi d’ogni sorta,  e Justin Decloux se ne esce con questo messaggio su twitter:

Non ho visto abbastanza persone menzione il fatto che Stuart Gordon ha diretto Aliens: Ride at the Speed of Fright, un simulatore d’azione ambientato nell’universo di Alien. Vi appare anche Jeffrey Combs.

Segnalatomi questo messaggio da Evit di “Doppiaggi italioti” il 27 marzo, parto alla scoperta di questo strano titolo mai sentito, che IMDb riporta ma non cita Gordon come regista, come fanno invece diverse altre fonti aliene, come AVP Galaxy.

Non so cosa sia un motion simulation ride, come viene definito il filmato in questione, per questo mi viene in aiuto il saggio Memory Bytes. History, Technology and Digital Culture (2004) a cura di Lauren Rabinovitz ed Abraham Geil.
Qui il capitolo More Than the Movies di Rabinovitz ci racconta di quei primi anni Novanta in cui esplose il fenomeno di sale cinematografiche in cui i sedili si muovevano sincronizzati con le immagini sullo schermo, così che gli spettatori potessero provare sul serio i movimenti di camera.

Stando all’autore, i ridefilms (così li chiama in forma abbreviata) hanno conosciuto una maturazione artistica nel 1993 con In Search of the Obelisk, proiettato all’Hotel Luxor di Las Vegas e diretto dal mago degli effetti speciali anni Settanta Douglas Trumbull. Da allora case come la Showscan o la Iwerks hanno sfornato ridefilms a manetta, anche ambientati in noti franchise: mi si sono accese delle sinapsi e ricordo di aver visto da ragazzo, in un vecchio speciale televisivo di “Ciak”, le immagini di Robocop: The Ride (1993).

È il momento di partire per Takeya 3

Arriviamo al 1996 (secondo IMDb) o al 1997 (secondo Memory Bytes) ed ecco un ridefilm dedicato all’universo alieno, la cui regia di Stuart Gordon è purtroppo solo un’ipotesi dei fan, non avendo trovato conferme un po’ più ufficiali. (Se qualcuno ne sa di più non esiti ad informarmi.)

Jeffrey Combs piomba nell’universo alieno

Nel cortometraggio di 8 minuti (diviso in due parti: 4 minuti di “trama”, 4 minuti d’azione) il giovane Jeffrey Combs interpreta un Colonial Marine superstite che raggiunge la sua squadra, interpretata da attori che fanno da sosia ai personaggi del film Aliens (1986): una trovata per far piacere ai fan che però non ha molto senso, visto che i personaggi sono diversi.

Perché mettere lì una sosia di Vasquez ma che non è Vasquez?

Arriva il sosia di Gorman a cui il nostro eroe senza nome fa rapporto.

Se te dovessi racconta’ tutto quello che m’è successo su Takeya 3… (quasi-cit.)

Il pattugliamento di routine nella colonia mineraria su Takeya 3, con popolazione di tremila coloni, si è rivelato tutt’altro che di routine: la veloce scoperta dei coloni imbozzolanti e l’incontro con gli alieni fa decidere in fretta il gruppo di Colonial Marines di piazzare una bomba nucleare, con dieci ore di tempo per evacuare.

Toh, per un attimo si intravvede un alieno…

Un incidente all’APC e per motivi non chiari l’intera squadra muore: si salva solo il protagonista che riesce a raggiungere l’astronave madre. Qui nessuno gli crede e quindi si parte tutti per Takeya 3: non ci vorrà molto perché anche questa seconda missione trovi gli alieni e cerchi di fuggire prima che la suddetta atomica esploda.

Ma sì, buttiamoci pure il sosia di Apone

Dopo i primi quattro minuti parlati, i secondi quattro minuti sono tutti dedicati alla corsa dell’APC attraverso i rifiuti della colonia, con scossoni e cambi di inquadratura: in pratica in mezzo alle atmosfere migliori di Aliens, ricreate brevemente, il ridefilm va per la sua strada dando emozioni tattili e di movimento al pubblico. Visto oggi, su YouTube, non ha ovviamente molto senso.

La Regina Aliena sembra in realtà la sua versione Muppet!

Sicuramente chi ha provato l’emozione di vedere questo cortometraggio nelle sale speciali, quelle coi sedili che sballonzolano, si sarà divertito parecchio. Oggi rimane giusto una chicca: più del filmato in sé, è divertente il fatto che Jeffrey Combs faccia parte da trent’anni dell’universo alieno e nessuno lo sapeva!

L.

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Boyka: Canto di Natalien (fan fiction)

Anche nell’universo alieno espanso è Natale, quindi perché non farlo festeggiare anche a Boyka e Dunja, gli eroi della mia serie di fan fiction? Ecco un breve racconto natalizio che potete leggere anche se ignorate le precedenti avventure dei due personaggi.


BOYKA
CANTO DI NATALIEN

NOTA:
Tutti i dialoghi in corsivo sono da considerarsi in lingua yautja,
quella parlata dalle creature dei film di Predator
e conosciuta anche dall’umana Dunja.


«Davvero non festeggiate il Natale?»

Il tono di voce di Dunja era pieno di sorpresa mista a sdegno, ed aveva dovuto strillare più del solito per far capire il suo disappunto al suo compagno di battaglia: la sua voce doveva coprire il rumore degli spari che li stavano inondando, e che in quel momento passavano in secondo piano rispetto all’incredibile notizia.

«Non so neanche cosa sia.» Il tono dello Yautja era seccato, quella discussione era inopportuna e stava durando decisamente più del dovuto. L’imponente guerriero aveva ricevuto il suo battesimo del sangue l’anno prima e da allora l’unica sua preoccupazione era ricoprirsi di onore in battaglia, così da portare lustro al proprio clan e rendere immortale il suo nome nelle leggende che si sarebbero raccontate per sempre fra la sua gente. Dopo un anno, tutto questo progetto sembrava molto lontano dal potersi attuare. Lo scoppio della guerra contro gli odiati umani della casata Yutani, che da troppo tempo schiacciavano i nobili clan Yautja sparsi per i pianeti, sembrava l’occasione perfetta per ricoprirsi d’onore, ma finire a combattere al fianco di un’umana Yutani ribelle – una rinnegata – era una beffa che il guerriero proprio non sentiva di meritare.

«Come fa la tua cultura ad essersi sviluppata senza i sani valori del Natale?» continuò imperterrita Dunja, approfittando del fatto che l’intensità degli spari che li stavano inondando si era leggermente affievolita. Le mura della casa diroccata dove si erano rintanati non sarebbero durate a lungo, come riparo, ma per ora sembravano resistere alla potenza di fuoco che il nemico stava riversando loro addosso. «Insomma, come fate a passare l’inverno senza ricevere regali?»

«Non so cosa sia l’inverno», gracchiò lo Yautja, mentre ricaricava il suo fucile. Odiava le armi da fuoco, erano lo strumento dei vigliacchi: il suo rito per diventare Blooded Warrior prevedeva solo l’uso di armi da taglio e mani nude, ed è così che combatte un guerriero d’onore. Sparare stando riparati è la più bassa forma di battaglia, ma a combattere contro i cani umani ci si deve per forza abbassare al loro livello. «Il fuoco sta cessando: al mio segnale, spara al carro di sinistra, che io mi occupo di quello di destra.»

«Che cosa?»

«Ho detto, al mio segnale…»

«No, no», gesticolò Dunja, «cosa vuol dire che non sai cosa sia l’inverno? Ma dici sul serio?»

Il guerriero grugnì. «Possiamo concentrarci su quei cani che stanno cercando di ucciderci?»

Dunja sgranò gli occhi. «Ecco perché non vi ho mai visti con addosso indumenti pesanti: voi vivete in climi sempre caldi. E io che pensavo aveste una incredibile sopportazione del freddo.» Agitò il dito per sottolineare l’importanza della sua rivelazione.

«Dunja, mi stai ascoltando? Senti che gli spari stanno finendo? Dobbiamo contrattaccare, non possiamo rimanere qui per sempre.» Il guerriero non era sicuro di quanto la sua compagna di battaglia capisse la lingua yautja, quindi cercava sempre di parlare lentamente e scandendo le parole. Un’ulteriore seccatura, oltre a combattere al fianco di una umana, per di più donna, per di più chiacchierona. Nessuno del suo clan avrebbe scritto una ballata leggendaria su questo.

«Ecco perché non avete il Natale, non dovete affrontare l’inverno. Però certo vi perdete un momento importante della…» Un rumore assordante interruppe la frase: le mura della casa che li stava proteggendo iniziavano seriamente ad accusare la pioggia di fuoco che le aveva colpite. Trovandosi loro al secondo piano, non era da escludere il crollo del pavimento.

Lo Yautja imprecò e si mosse dalla posizione coperta dov’era rimasto finora: attraverso la finestra della casa sparò a raffica contro i carri messi in campo dagli umani. Era un guerriero da contatto fisico, da caccia grossa, il fucile che gli avevano dato era un’arma praticamente sconosciuta per lui: i suoi spari furono del tutto inutili. Tornando a coprirsi non poté trattenere un moto di rabbia.

«Però i valori del Natale sono comunque importanti, anche se non lo festeggiate.» La voce urticante di quell’umana fastidiosa iniettò di sangue gli occhi del guerriero, che la fissò: seriamente indeciso se staccarle la testa con un colpo. Ogni guerra ha le sue vittime, una in più non avrebbe fatto differenza.

Dunja si sporse e sparò un solo colpo. Poi tornò nella posizione di copertura. «Penso a valori come la famiglia, e quelle robe lì. Anche voi avete la famiglia, giusto?»

Era impossibile non notare che il fuoco del nemico era cessato d’un colpo. Il guerriero fissò stupito la donna. «Ma…»

Dunja sorrise, come se non si aspettasse quello stupore. «Non si spara alla macchina, ma a chi l’aziona. A forza di combattere con bastoni e sassi non avete ancora affinato la nobile arte del cecchinaggio: un colpo in testa a chi aziona una grande arma e avrai fermato una grande arma con un colpo solo.»

Per qualche secondo il guerriero la fissò con sguardo vacuo. «Stiamo facendo la guerra agli umani della casata Yutani… e tu sei un’umana della casata Yutani… quindi hai appena fatto saltare la testa di un tuo parente. È questo il valore della famiglia di cui parli?»

Dunja arrossì leggermente. «Ma che c’entra? La casata è grande, chi lo conosceva quello? Sparare a uno sconosciuto non vale, e poi è la guerra: non c’è famiglia in guerra. Anche se la famiglia in fondo è sempre in guerra, quindi è più facile spararsi fra consanguinei… Oh, insomma», cominciò ad agitare nervosamente le mani in aria, «la tradizione del Natale è quella di citare la famiglia, non di amarla né di rispettarla né di lasciarla in vita: basta semplicemente citarla ed è Natale.»

Il guerriero scosse la testa. «Per fortuna nel clan non siamo consanguinei, così non corriamo il rischio di diventare una famiglia.»

«Non serve per forza avere lo stesso sangue, tanta gente entra nella famiglia semplicemente per amore, per amicizia o che so io. La famiglia si allarga e aumentano le persone con cui si litiga. E a Natale ci si ritrova tutti così che l’odio represso tutto l’anno possa trovare sfogo in infiniti litigi e atti ostili.»

Mentre Dunja parlava il guerriero aveva sporto la testa per cercar di capire quale fosse la situazione, e temeva che non fosse buona. I movimenti di umani intorno a quei carri armati non promettevano nulla di buono: avevano tutta l’intenzione di stanarli, in quella casa sempre più diroccata, e difficilmente si sarebbero fermati.

Lo Yautja tornò a coprirsi con le spalle alla parete e parò con tono preoccupato. «Dobbiamo andarcene di qui, non abbiamo più molto tempo: da copertura, questa casa si sta trasformando in una trappola.»

Dunja rise. «Che buffo, ricordo che quando era ragazzina lo sentivo dire spesso da mio padre, a Natale. “Questa casa è una trappola mortale”. Ah, il Natale…»

«Dunja, ti prego, concentrati!» le gridò il guerriero. «Mentre io apro il fuoco contro gli umani, che non si sono ancora organizzati, tu prova a vedere se c’è una via d’uscita dall’altra parte della casa.»

La donna scosse la testa. «Stiamo combattendo contro degli umani, e tutti gli umani a Natale imparano che bisogna bloccare le vie d’uscita, altrimenti i parenti scapperanno.»

«Cosa?»

La conversazione fu interrotta d’improvviso da un’esplosione, dopo la quale il soffitto letteralmente crollò in terra. Dunja e il guerriero erano vicini alle finestre e non furono colpiti dai detriti, ma la sorpresa bastò a far loro stringere nervosamente le armi. Ma dopo un attimo fu chiaro il motivo di quel crollo: una bestemmia sovrastò il rumore dei detriti e l’immagine che si aprì davanti alla donna e allo Yautja fu subito chiara. Boyka stava lottando con uno xenomorfo.

«Quest’armatura è una merda!»

L’esclamazione del lottatore si perse nelle sibilanti grida che emetteva la creatura aliena, un imponente esemplare adulto che stava cercando di strappar via l’armatura dal corpo dell’umano. I colpi di Boyka non erano efficaci, la creatura lo aveva avvinghiato e non riuscita a trovare spazio sufficiente per caricare i colpi: i pugni dati all’enorme testa aliena non provocavano molto danno, a giudicare dall’energia che impiegava la creatura nello stringerglisi addosso.

«Vedi?» disse Dunja allo Yautja. «Boyka è ormai entrato a far parte della mia famiglia.»

Il guerriero fissava allibito lo spettacolo. «Della famiglia di quelli a cui spari in testa?»

La donna scosse le spalle. «Una famiglia è una famiglia.»

Boyka e l’alieno, dopo essere crollati dal tetto – il peso della creatura sommata all’uomo in armatura superava di gran lunga quanto potesse sopportare il sottile tetto della casa, ormai quasi del tutto diroccata – continuavano a rotolarsi in terra in una matassa inestricabile di arti chitinosi e braccia armate avvinghiate.

«Quando sono entrata nel corpo dei Colonial Marines ho imparato che il sangue è solo acqua sporca: la famiglia è quella che ti scegli. E quando i miei amati parenti hanno organizzato la mia morte come scusa per dare la colpa al vostro clan Yautja, ho capito che il sangue è anche veleno. Quando sei in battaglia invece non importa chi sei e che tipo di sangue ti scorra nelle vene, importa se sei capace di proteggere la vita dei tuoi compagni, che in quel momento sono tutta la tua famiglia. Tu lo puoi capire, no?»

«No», sbottò il guerriero, sferzante. «In battaglia il mio dovere è combattere con valore e ricoprire d’onore il mio clan: io penso alla mia vita, i miei compagni pensino alla loro. Se muoiono, spero almeno lo abbiano fatto con onore.»

Dunja scrollò le spalle. «Noi umani siamo più civilizzati. Noi ci facciamo guerra per far ricchi i potenti, ma riusciamo sempre a sentirci uniti da qualcosa: foss’anche l’odio per il nemico. E quando sopravvivi alle assurdità umane ti rendi conto che hai stretto un rapporto duraturo con chi è sopravvissuto con te.» Alzò il dito ad indicare davanti a lei. «Tipo Boyka. Nessuno potrebbe mai sceglierlo come parente, o amico, anche solo essere umano. Eppure a forza di sopravvivere insieme a lui lo considero più parente stretto di qualsiasi altro lo sia di sangue.»

Il groviglio di membra umane e xenomorfe si fermò un attimo. «Dunja, cazzo, vuoi sparare a questo stronzo?»

«Mi piacerebbe, caro», rispose la donna sghignazzando, «ma rischierei di colpire te: ho già fatto fuori abbastanza parenti, questo Natale, non vorrei allargare il giro anche agli acquisiti.»

«Dunja!» gridò Boyka. «Ho l’armatura, non puoi colpirmi: spara, cazzo!»

«Temo… ehm, temo che quell’armatura non sia abbastanza corazzata per proteggerti dai proiettili esplosivi che sto usando.»

«Dunja!»

C’erano tanti significati nascosti in quell’ultimo grido di Boyka, e la donna riuscì a coglierli tutti. Si rivolse allo Yautja. «Vedi, un’altra usanza del Natale è scambiarsi regali, che poi è la cosa principale: si dice che originariamente la festa avesse altri significati, ma andiamo, chi se ne importa? Ricevere regali è quello che conta, no?» Il guerriero non la guardò neanche. «Così durante l’ultimo attacco ad una colonia umana della mia casata ho trovato in magazzino questa armatura potenziata, e mi sono detta: non è il perfetto regalo di Natale? Andiamo, quale bambinone non impazzirebbe nel ricevere un’armatura in regalo? Infatti Boyka l’ha adorata, ma… Be’, in passate missioni ha avuto modo di utilizzare una vera armatura potenziata, quindi ora si sta accorgendo che questa è parecchio carente. Diciamo che “potenziata” non è una parola corretta da usare: hai presente quando ti aspetti il regalo di marca e invece ti arriva un sottoprodotto scadente?»

Lo Yautja si volta a fissarla. «Hai finito? Ora possiamo cercare di far fuori quel mostro schifoso?»

Dunja gli strizzò l’occhio. «Ehi! Attento a come parli: quello è il mio ragazzo!» Il guerriero non la seguì nella risata.

Intanto Boyka stava cercando di opporre resistenza alla forza terribile dell’alieno, che con tutti i suoi potenti artigli premeva per sventrare l’armatura: quel rottame che indossava non avrebbe protetto l’umano ancora a lungo.

«Maledizione»: non fu un’esclamazione, fu un bisbiglio. Una presa di coscienza. Si stava rammollendo? Stava contrastando una forza superiore alla sua? Che senso aveva? Era una battaglia persa in partenza. Aveva riposto troppa fiducia nell’armatura e aveva dimenticato le regole basilari del combattimento a distanza ravvicinata: colpi corti e sporchi.

Cercare di prendere a pugni l’enorme testa dell’alieno non aveva senso, l’armatura non dava alcuna potenza ai pugni e la corta distanza non permetteva alcun caricamento del colpo. Boyka smise di contrastare gli artigli dell’alieno e invece con le mani li percorse fino a tastarne le estremità. Ciò che assomigliava alle dita umane e che stava cercando di penetrare l’armatura. Ne afferrò una, inspirò, caricò tutta la sua forza in un solo punto, la sua mano, e la fece scattare. Il dito della creatura si spezzò con un crack sonoro. E come aveva visto fare già tante volte, il mostro emise il suo grido di dolore alzando al cielo la sua lunga testa: mentre lo stridìo potente fuoriusciva dalla gola aliena, la testa esplose, inondando tutto intorno di sangue acido.

«Questo vale come secondo regalo, okay?» disse Dunja, abbassando il fucile. Aveva bisogno di un bersaglio “pulito” e Boyka gliel’aveva dato, facendo alzare la testa della creatura.

Il lottatore si alzò a fatica, divincolandosi dal groviglio di membra aliene che ancora lo avvinghiavano. «Quest’armatura è una trappola mortale.» Dunja sghignazzò. «Dopo aver usato una Berserker, indossare questa robaccia è terrificante: almeno è impermeabile al sangue acido, sta tutto qui il suo valore.»

«Vedi?» disse Dunja rivolgendosi al guerriero Yautja. «Lamentarsi dei regali ricevuti è un’altra grande tradizione del Natale.»

«Basta!» gridò disperato il guerriero, scattando in piedi e sovrastando in altezza ed imponenza la donna. «Questo non è un modo onorevole di combattere», cominciò ad agitarsi e a gesticolare, «stare qui nascosti come insetti a sentire una cagna umana che non fa che parlare…»

Il tempo di intravedere un movimento con la coda dell’occhio non bastò al guerriero per capire che Boyka gli stava venendo addosso a tutta velocità: lo capì solo quando l’uomo in armatura lo colpì con tutto il suo peso. Il non aver irrigidito i muscoli per opporre resistenza fece schizzare indietro lo Yautja, finendo addosso alla parete che lo proteggeva, sgretolandola: essere stata inondata dal fuoco nemico l’aveva resa particolarmente friabile. Lo Yautja la attraversò e si ritrovò a volare nel vuoto, diretto verso la postazione nemica.

Boyka si rialzò e si tolse il casco. «Il tuo amico ha imparato un’importante lezione, oggi: mai dare della cagna alla mia ragazza. Ora potrà ricoprirsi di gloria affrontando il nemico con onore.»

Dunja era allibita. «Ma che gli è preso? Gli ho fatto conoscere il Natale, ho portato un po’ di civiltà nella sua barbarie e reagisce così?»

Boyka si asciugò con le mani un po’ del sudore che gli ricopriva il volto. «È questa guerra assurda che fa uscire di testa. Aiutare gli Yautja a fare guerra gli umani della Yutani che rispondono sguinzagliando xenomorfi ovunque… Ti sembra una situazione in cui parlare del Natale?»

Dunja sorrise. «Il Natale è dove c’è la tua famiglia.» Si sporse a dare un veloce bacio a Boyka. «Forza, andiamo a sterminare altri miei parenti.»

BUON NATALIEN!

L.


La trilogia di Boyka in eBook gratuito

[Short Film] 40° Anniversary 6 – Alone (2019)

Ultima puntata della mia visione dei tanto lodati cortometraggi nati per festeggiare il 40° anniversario di Alien (1979): una parata di ottimi compitini tecnici del tutto poveri di passione, simbolo purtroppo di un universo molto più citato che amato.
Il 26 aprile 2019 l’iniziativa si chiude con Alien: Alone.

A presentare i vari filmati ci pensa IGN, ma poi è nato il canale YouTube Alien Anthology, da cui prendo le schermate di questo post.

Stavolta la durata è maggiore e si parla di 12 minuti di storia. La prima metà è abbastanza deludente: Hope (Taylor Lyons), l’unica passeggera di una navetta, muore di curiosità davanti ad una porta chiusa. Può andare ovunque e fare quello che vuole, ma c’è una porta che la sua qualifica le impedisce di aprire, e questo la fa impazzire.
Se il cortometraggio si chiamasse Alone, saremmo curiosi anche noi di sapere cosa si nasconde dietro quella porta chiusa, ma chiamandosi Alien: Alone, la risposta è così ovvia che metà corto se ne va via in pernacchia.

Un calo di energia fa aprire la porta – ammazza che sistemi di sicurezza! – Hope entra e finalmente scopre cosa mai doveva rimanere chiuso: com’era facilissimo intuire, si tratta di un facehugger. Occhio, che finalmente inizia la storia…

Con grande delusione del mostriciattolo, Hope è una sintetica, quindi non c’è modo di inseminarla. Il lungo viaggio nel freddo spazio dà tempo alle due entità di fare… amicizia!
Proprio come fosse un gattino, il facehugger si abitua alla presenza della sintetica, la quale si prende a cuore la sopravvivenza dell’esserino, sempre più a rischio. Lo studia e addirittura lo disegna, in una scena che temo voglia citare il “laboratorio di David”, il che mi deprime: qualsiasi cosa citi Alien: Covenant (2017) è degna di biasimo.

Quando finalmente la navetta giunge a destinazione, Hope ha preso la sua decisione: darà al facehugger la possibilità di… seguire la propria natura.

Inseminato una guardia salita a bordo, ora Hope non ha che da aspettare… prima di incontrare il suo nuovo grande amico chitinoso.

Proprio all’ultimo corto ci si solleva un po’ dalla totale nullità che ha contraddistinto l’iniziativa e si riscopre uno degli aspetti più intriganti dell’universo alieno: l’esplorazione della disumanità. Le storie di Alien dovrebbero andare là dove la bioetica e la morale non hanno il coraggio di metter piede, ma solo le migliori ci arrivano. Non so decidere se Alone sia una storia da annoverare fra le migliori, ma di sicuro ci prova e già questo va lodato. Al contrario degli altri corti, scritti da gente che forse una volta ha visto Alien in TV e da allora si crede fan.

Ecco il filmato da IGN, senza sottotitoli:

Ecco il filmato da Alien Anthology, senza sottotitoli:

L.

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[Short Film] 40° Anniversary 5 – Harvest (2019)

Continuo la visione dei tanto lodati cortometraggi nati per festeggiare il 40° anniversario di Alien (1979): visto che i film Fox sono ormai inguardabili, consoliamoci con la cocente passione aliena che batte nei cuori dei fan.
Il 26 aprile 2019 è la volta di con Alien: Harvest.

A presentare i vari filmati ci pensa IGN, ma poi è nato il canale YouTube Alien Anthology, da cui prendo le schermate di questo post.

Non ho capito perché la navetta protagonista sta inseguendo la cometa X/3019, né cosa sia un comet plasma harvester (raccoglitore di plasma di comete?) ma tanto non c’è nulla che si comprenda in questi 9 minuti di ulteriore nulla.

Sappiamo che ci sono quattro superstiti in una navetta grande cinque centimetri: come fanno a perdersi nei corridoi? È ovviamente tutta una triste cialtronata per isolare il genio del gruppo che dice “Vado per conto mio, che so’ il più furbo di tutti” e viene ucciso al volo.

I tre superstiti raggiungono la scialuppa di salvataggio che però può portare solo due passeggeri: tranquilli, che Mari (la spigolosa polacca Agnes Albright) si sacrifica per gli altri due. Peccato che sia solo una sintetica che forse lavora per la Compagnia, visto che insieme ai due superstiti lascia pure due facehugger, prima di essere distrutta da un alieno.

La regia di Benjamin Howdeshell è impeccabile, la scenografia e la fotografie splendide e tutto l’apparato tecnico di altissima qualità: come sempre, il punto debole è la sceneggiatura, stavolta firmata da Craig Dewey.
Non escluderei che quanto ho scritto non sia corretto, perché dopo otto minuti di noia succede tutto nell’ultimo minuto e la fretta non è mai buona consigliera.

Ecco il filmato da IGN, senza sottotitoli:

Ecco il filmato da Alien Anthology, senza sottotitoli:

L.

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Il 19 aprile 2019 è la volta di con Alien: Ore.

A presentare i vari filmati ci pensa IGN, ma poi è nato il canale YouTube Alien Anthology, da cui prendo le schermate di questo post.

Siamo sulla colonia mineraria “Bowen’s Landing”, che estrae principalmente platino.

C’è anche un cartello che strizza l’occhio ad “Hadley’s Hope” e ci informa che la comunità è composta da 312 membri.

I minatori si stanno dando il cambio del turno quando viene ritrovato un uovo schiuso, e l’alieno adulto non perde tempo a mostrarsi.

Il controllore Hanks (Tara Pratt) riceve dalla Compagnia l’ordine di salvaguardare lo xenomorfo, e come al solito tutto il resto è sacrificabile.

Invece di risalire in superficie, Hawkes (Mikela Jay) convince gli altri a non consentire a quel mostro di seguirli nella colonia, dove vivono le loro famiglie: bisogna armarsi con quel poco che hanno i minatori ed affrontarlo.
Ovviamente, non sapremo mai come svilupperà la vicenda, visto che il corto finisce qui.

Le Spear Sisters (Kailey e Sam Spear) fanno un eccellente lavoro professionale ed è impressionante leggere gli infiniti nomi riportati dai titoli di coda: un esercito di professionisti che ha lavorato splendidamente. L’unica figura che manca, come al solito, è lo sceneggiatore. Un’altra storiellina inconcludente che non si sa a cosa serva: questo non è un lavoro da fan appassionato, è solo un freddo compitino scolastico per dimostrare di essere bravi a fare cinema. Sicuramente da promozione, ma non capisco davvero il senso di questi “corti alieni”.
Deliziosa, per finire, la citazione per cui uno dei minatori si chiama Rapley.

Ecco il filmato da IGN, senza sottotitoli:

Ecco il filmato da Alien Anthology, senza sottotitoli:

L.

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[Short Film] 40° Anniversary 3 – Night Shift (2019)

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Il 12 aprile 2019 è la volta di con Alien: Night Shift.

A presentare i vari filmati ci pensa IGN, ma poi è nato il canale YouTube Alien Anthology, da cui prendo le schermate di questo post.

Scritto e diretto da Aidan Brezonick, il cortometraggio di circa 9 minuti ci porta in una colonia mineraria di LV-422: il corpo senza vita di un facehugger ci fa capire che la situazione sta per scaldarsi.

Si parlotta, non succede niente finché non esce fuori un chestburster a cui andrebbe cambiato nome, visto che invece del “petto” (chest) preferisce usare la pancia per uscire (bellyburster?). Qualche lenta scena scontata e all’ultimo secondo Rolly (Amber Gaston) ammazza la creaturina con una mazza da baseball: era così facile? Ad averci pensato prima…

Altro cortometraggio fatto di nulla, dove la perizia tecnica e le splendide scenografie strapiene di loghi della Wayland-Yutani fanno da contraltare al vuoto di sceneggiatura che sta devastando questo universo.

Ecco il filmato da IGN, senza sottotitoli:

Ecco il filmato da Alien Anthology, senza sottotitoli:

L.

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[Short Film] 40° Anniversary 2 – Alien: Specimen (2019)

Continuo la visione dei tanto lodati cortometraggi nati per festeggiare il 40° anniversario di Alien (1979): visto che i film Fox sono ormai inguardabili, consoliamoci con la cocente passione aliena che batte nei cuori dei fan.
Il 5 aprile 2019 è la volta di con Alien: Specimen.

A presentare i vari filmati ci pensa IGN, ma poi è nato il canale YouTube Alien Anthology, da cui prendo le schermate di questo post.

Purtroppo stavolta IGN non ha ritenuto il caso di usare dei sottotitoli, quindi dovrò andare a senso per capire cosa succeda.
Di sicuro siamo su LV-492, “Greenhouse” 211, dove la cagnolona Maggie è particolarmente irrequieta: nella serra curata da Julie (Jolene Anderson) è arrivato uno strano bidone. Il cui contenuto d’un tratto esce da solo.

Scattato l’allarme-contaminazione che isola tutto e toglie l’energia, Julie si ritrova al buio con qualsiasi cosa sia uscita dal bidone. Imbracciata la solita torcia da un miliardo di watt che hanno tutti nei film, gira e gira finché non trova il “problema”: un facehugger. Almeno in questo video si intravede qualcosa di alieno…

Come fa un cane a resistere dall’afferrare un esserino del genere? È quindi Maggie a risolvere la situazione, prima che il sangue del facehugger le sciolga la testa… Tranquilli, il sangue bianco ci fa capire trattarsi di un cane sintetico.

La giovane Kelsey Taylor è molto attiva in ogni campo del cinema, e stavolta lascia la sceneggiatura a qualcun altro: Federico Fracchia, il cui nome credo tradisca un’origine italiana.
Per puro campanilismo do una sufficienza al cortometraggio, di sicuro migliore rispetto al precedente. Però certo siamo parecchio lontani dal prodotto di fan: questi filmati sono di altissima qualità, creati da veri professionisti del cinema in attesa di occasioni migliori, che però con Alien non c’entrano gran che. Ma forse sbaglio io a preferire un prodotto rozzo ma fatto con tanta bava aliena nel cuore…

Ecco il filmato da IGN, senza sottotitoli:

Ecco il filmato da Alien Anthology, senza sottotitoli:

L.

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