[2017-10] Predator senza gloria

Ho raccolto in volume la mia fan fiction Predator senza gloria, 16 capitoli più note al testo che – in un guizzo di immodestia – rappresentano il meglio che possa offrire la mia arte narrativa. (Se di “arte narrativa” si può parlare.)
Non so davvero fare di meglio, quindi tremo al pensiero di quando mi verrà voglia di tornare a scrivere fan fiction… perché non sarò capace di confrontarmi con questa storia.

La trama ufficiale:

Libera reinterpretazione del mitico film “I sette samurai” (1954) di Akira Kurosawa – e relativa fotocopia americana “I magnifici sette” (1960) di John Sturges – ma con i Predator al posto dei samurai. Una storia inedita ma con personaggi che strizzano l’occhio ai Predator visti in film e fumetti.
Un villaggio di coloni. Una banda di Bad Blood. L’unica speranza per gli umani: sette guerrieri senza onore.

Come sempre, potete scaricare liberamente l’eBook da questo link in tre formati:

  • .ePub, per qualsiasi tipo di lettore, anche smartphone e iPhone
  • .mobi, per Kindle (Amazon)
  • .PDF, per quelli che misteriosamente continuano a preferire questo ingombrante e goffo formato

L.

– Ultimi post simili:

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PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) FONTI

PREDATOR SENZA GLORIA

LE FONTI

Questa fan fiction è una storia originale che utilizza però personaggi e situazioni pre-esistenti, estratti da varie fonti: ecco la specifica del materiale a cui ho attinto per la stesura di Predator senza gloria.

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Il titolo di questa fan fiction è un omaggio incrociato a più film e più titoli. La storia parte come ispirata dal giapponese I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa e relativa fotocopia americana I magnifici sette (1960) di John Sturges, ma anche ad un altro “sette”, forse meno famoso dei precedenti: il britannico I 7 senza gloria (Play Dirty, 1969) di André De Toth. Sette è un “numero magico” per una missione suicida, lo dimostra Dago di Robin Wood, che raccoglie sei mercenari e sbandati per l’intensa e straziante missione raccontata nella saga Roxana (raccolta in “Euracomix” n. 63, dicembre 1993, Eura Editoriale).

Sette samurai straccioni, un tempo nobili guerrieri

Giappone, 1587. Un tempo erano nobili guerrieri, rispettati e anche temuti: oggi sono sette straccioni, che vivono di espedienti e fanno piccoli lavoretti umili per guadagnare un pasto. Quando dei miseri contadini, più poveri di loro, li ingaggiano per difenderli da una banda di criminali, offrendo un pugno di riso come pagamento – mentre i contadini si limitano a mangiare il miglio – Shimada ed altri sei ronin accettano, ma non certo per il “compenso”. Accettano perché sono guerrieri, e i guerrieri combattono. L’alternativa è spaccare legna per qualcosa da mangiare o saltare direttamente il pasto.

Sono partito da questo spunto, con l’idea di divertirmi a sovrapporre semplicemente dei Predator ai samurai del film – visto che in fondo condividono il codice di comportamento – però poi i personaggi hanno preso il sopravvento e io mi sono fatto indietro: mi sono limitato a scrivere ciò che loro volevano…

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Achab e gli altri – Al momento di iniziare a scrivere è nato un bel problema: non sono mica la S.D. Perry, non ho alcuna intenzione di inventarmi di sana pianta dei nomi di Predator! Sia perché non ne sono capace sia perché è un’idea che non mi piace: non è più divertente usare nomi che già esistono? Così ho utilizzato nomignoli più o meno ufficiali di veri Predator apparsi nei film: Jungle da Predator (1987), City Hunter da Predator 2 (1990), Scar e Celtic da Alien vs Predator (2004), Wolf da Aliens vs Predator: Requiem (2007), Berserker e Falconer da Predators (2010). A parte Jungle e City Hunter, che fanno chiaro riferimento alle vicende filmiche, gli altri sono semplici nomi che ho preso in prestito a mo’ di citazione: le vicende che ho raccontato non hanno nulla a che vedere con i relativi Predator visti nei film. Però il “capo” volevo fosse diverso: doveva venire dai fumetti.

Il rude Ahab disegnato da Chris Mooneyham

Ahab nasce nell’ottobre 2014 all’interno del vasto universo a fumetti chiamato “Fire and Stone”, ed è protagonista della saga Predator: Fire and Stone di Joshua Williamson. (Appare di sfuggita anche nella parallela Alien vs Predator: Fire and Stone ma è proprio una comparsata.) È nel bel mezzo di una caccia solitaria contro un Ingegnere ed è aiutato dal mercenario Galgo, ben poco disposto: è proprio quest’ultimo che, alla fine della saga (gennaio 2015) lo battezza Ahab, perché ha dato la caccia all’Ingegnere come “l’altro” Ahab l’ha data alla balena bianca. Un momento, ma perché qui ho scritto Ahab se per tutta la storia l’ho chiamato Achab?

Il nome è ovviamente un omaggio al capitano del romanzo Moby Dick (1851) di Herman Melville, che al suo arrivo in Italia è stato stampato da più case editrici, seguendo filosofie di traduzione spesso distanti: il nome del capitano dunque ha conosciuto più versioni. Dall’Acab scelto da Cesarina Melandri Minoli per l’edizione UTET nel 1958 alla storica traduzione di Cesare Pavese per Frassinelli nel 1932, ristampata ampiamente ancora oggi. Quest’ultima versione usa Achab, che è come l’ho sempre chiamato e quindi l’ho preferita ad altre traduzioni. In tempi recenti ha preso sempre più piede la moda di tradurre il meno possibile, ma trattandosi di un classico quella “c” è entrata più a fondo nell’immaginario collettivo. È come la “g” dell’ispettore Callaghan: agli italiani non importa che per tutto il mondo sia Callahan, a noi piace quella “g” aggiunta dal doppiaggio italiano e ce la teniamo stretta.

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Machiko Noguchi – Il personaggio nasce a fumetti nel giugno del 1990 all’interno dello storico Aliens vs Predator (Dark Horse Comics 1990 / PlayPress 1992) di Randy Stradley. Lo stesso autore negli anni successi è tornato a raccontare le vicende di Machiko – brevemente citate all’interno di questa fan fiction – mentre la romanziera S.D. Perry trasformava i vari fumetti in romanzi (noiosetti). Su di lei sto preparando uno speciale con tutta la storia di uno dei migliori personaggi dell’universo alieno espanso.

Machiko di nuovo sulla cresta dell’onda

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Hornhead è un Predator “nuovo”, nel senso che il nome è stato inventato dalla NECA nell’estate del 2017 presentando uno dei suoi nuovi modelli di Predator, in uscita nell’ottobre successivo, ispirato ad un personaggio apparso brevemente nel fumetto Alien vs Predator: Life and Death (2016). Ha l’onore della copertina del numero 3 ma lo vediamo in azione solamente nel numero 2 (gennaio 2017), quando sfida ad un duello mortale proprio Achab.

Hornhead secondo Brian Albert Thies
da Aliens vs Predator: Life and Death n. 2 (gennaio 2017)

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Dachande / Broken Tusk – Il Predator “buono” che aiuta Machiko a combattere tanto gli alieni quanto gli altri Yautja, e che morendo le incide sulla fronte il simbolo del suo clan, nasce nel 1990 come co-protagonista del fumetto Aliens vs Predator, anche se appare già nelle anteprime del 1989 su “Dark Horse Presents”. Il suo nome Broken Tusk, dovuto ad un dente spezzato, è a malapena citato. Quando poi S.D. Perry nel 1994 trasforma il fumetto nel romanzo Aliens vs Predator: Prey cambia il nome in Broken Fang (non si sa perché) ma inventa anche il suo nome proprio in lingua Yautja: Dachande, che vuol dire appunto “dente spezzato”.

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Yautja – Quando nel 1994 la romanziera S.D. Perry, figlia del celebre Steve, si ritrovò a dover trasformare in romanzo il celebre fumetto Aliens vs Predator (Dark Horse Comics 1990 / PlayPress 1992), si rese conto che sarebbe stato molto difficile descrivere i Predator. Gli xenomorfi poteva chiamarli bugs o vari altri sinonimi animaleschi, ma i Predator? Il semplice sinonimo hunters non bastava, così decise di pensare in grande: si inventò di sana pianta un’intera cultura e una intera lingua. Nacque così il termine Yautja come nome proprio della razza dei Predator.

Cover di Nelson DeCastro

A parte qualche fan sfegatato, nessuno ha mai utilizzato questo nome negli anni a venire: viene tuttora ignorato dalla Fox per i film e dalla Dark Horse per i fumetti, rimanendo puro e semplice fun stuff, roba da fan. Poi è arrivata Wikipedia e d’un tratto tutti pensano che Yautja sia il nome “ufficiale” dei Predator, quando invece è usato solo ed esclusivamente per un paio di libri della Perry. Così nel 2015 l’ha iniziato ad usare Tim Lebbon per la sua trilogia di romanzi “Rage War” (Titan Books) e nel 2016 anche la Dark Horse si è arresa e ha usato il termine nella saga Predator vs Judge Dredd vs Aliens: Splice and Dice.

Avendolo ignorato per circa 25 anni, il nome Yautja non mi ha mai conquistato ma è innegabile che scrivere un racconto con dei Predator rende indispensabile un qualche sinonimo per loro, a meno di non usare nomi propri singoli: così mi sono ritrovato a farne largo uso.

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Lingua Yautja – I Predator si sono sempre espressi a gesti, al massimo hanno comunicato con gli umani ripetendo storpiandole alcune frasi di questi ultimi. Poi, come dicevo, la Perry si è inventata di sana pianta la loro lingua e da quel 1994 i Predator hanno cominciato a parlare fra di loro.

da Alien vs Predator: Fire and Stone (ottobre 2014)

I film ignorano la loro lingua mentre la Dark Horse ne ha fatto un accenno all’inizio della saga Alien vs Predator: Fire and Stone (2014) di Christopher Sebela. Visto che in Aliens vs Boyka ho immaginato i Predator come alleati della Casata Yutani, cioè di umani, mi è piaciuto dare per scontato che le due razze si siano anche parlate, studiando le rispettive lingue.

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Shimada’s Hope – Il nome della colonia umana, costruito sull’esempio della “Hadley’s Hope” di Aliens (1986), omaggia Kambei Shimada, il protagonista del film I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa nonché leader dei “magnifici sette” eroi: l’attore che lo impersona è il titanico Takashi Shimura, fedele di Kurosawa. Shimada si presenta definendosi ronin, ma essendo il termine entrato tardi nella cultura popolare italiana il doppiaggio nostrano ha preferito la sua corretta traduzione «samurai senza padrone».

Shimada, il ronin interpretato da Takashi Shimura

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«Conosci i campi di meloni di Mr. Majestyk?» – Piccolo omaggio al film A muso duro (Mr. Majestyk, 1974) di Richard Fleischer, scritto dal romanziere Elmore Leonard. Qui il protagonista Mr. Majestyk – interpretato da uno Charles Bronson in pieno fulgore – non cede ai ricatti della malavita locale perché deve raccogliere i suoi meloni, e la farà pagare cara a chiunque glielo impedirà.

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«Yeah baby, havin’ some fun tonight» – Brano dalla canzone Long Tall Sally (1956) di Little Richard, utilizzata all’inizio del film Predator (1987). Questa strofa in particolare viene sbiascicata da Mac (Bill Duke), in preda all’esaltazione, mentre svuota il caricatore della sua mitragliatrice addosso al Predator, mancandolo. Per saperne di più su questa sequenza, rimando al mio speciale Long Tall Duke.

«Havin’ me some fun tonight. hiiiiii»

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«Se può sanguinare…» – Quando nel film Predator (1987) Anna (Elpidia Carrillo) avverte che sulle foglie c’è il sangue della creatura che sta uccidendo i protagonisti, Dutch (Arnold Schwarzenegger) lancia una delle sue storiche frasi ad effetto: «If it bleeds, we can kill it» (“Se sanguina, possiamo ucciderlo”). Una frase entrata da poco nell’universo espanso alieno con l’antologia If It Bleeds (Titan Books, ottobre 2017) a cura di Bryan Thomas Schmidt.

Il doppiaggio italiano del film, a cura di Alberto Toschi, rende la frase con «Se può essere ferito, può essere ucciso», un apprezzabile gioco di parole con “può essere” ripetuto, gioco assente nell’originale quindi intrigante, però manca la parte “sanguinante”. Così per la mia fan fiction ho preferito fare una media delle due frasi: «Se può sanguinare, può essere ucciso».

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«Piegò le dita e mise pollice ed indice a forma di pistola» – Citazione dal film The Losers (id., 2010) di Sylvain White, ispirato alla saga a fumetti omonima (Vertigo 2003-2006) del britannico Andy Diggle. La scena del “dito a pistola che spara sul serio” viene ricopiata pressoché identica due anni dopo ne I mercenari 2 (The Expendables 2, 2012) di Sylvester Stallone, e ancora in Explorer (Arrowhead, 2016), scritto e diretto da Jesse O’Brien. Per saperne di più, rimando al mio speciale Finger Guns: dita che sparano.

Chris “Captain America” Evans e le sue dita sparanti in The Losers (2010)

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«I nazisti conquistarono un enorme territorio con relativamente poco sforzo» – Machiko racconta la strategia adottata da Hitler per invadere la Francia durante la Seconda guerra mondiale, adottata in realtà per caso ma che riuscì nell’intento perché era un modo troppo “moderno” di fare la guerra. L’evento finale di quella strategia è protagonista del film Dunkirk (2017): sul film e sulla storia della strategia nazista parlo in questo speciale de La Storia e la Finzione.

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«Uno dei libri sacri degli umani dice: c’è un tempo per vivere e un tempo per morire» – Pseudo-citazione dall’Ecclesiaste, testo disincantato dell’Antico Testamento: in realtà nel terzo capitolo si legge «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire». La citazione infatti si rifà al romanzo Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben, 1954) di Erich Maria Remarque, che appunto “manomette” quel passo dell’Ecclesiaste.

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«Rimaniamo qui ancora per un po’… e vediamo che succede.» – Spero di cuore si sia colta la citazione dal film La Cosa (The Thing, 1982) del Maestro John Carpenter. Gli unici due sopravvissuti, soli e dispersi fra i ghiacci polari, hanno un dialogo che sin da ragazzino mi è entrato nel cuore.

Childs: «Gli incendi hanno rialzato la temperatura: non durerà a lungo.»
Mac: «Nemmeno noi.»
Childs: «Be’… che facciamo?»
Mac: «Perché non aspettiamo qui ancora un po’… e vediamo che succede?»

Parte la musica di Ennio Morricone… e scatta l’applauso.

«Perché non aspettiamo qui ancora un po’… e vediamo che succede?»

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«Non ho tempo di sanguinare…» – Ultima citazione dal film Predator (1987). Quando Poncho fa notare a Blain che sta sanguinando («You’re bleedin’, man»), Jesse Ventura sfoggia la sua “frase maschia”: «Non ho tempo di sanguinare» (I ain’t got time to bleed).

L.

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 16


Sedicesima ed ultima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

16

L’urlo di Wolf proveniva da ogni anfratto del suo corpo. Non era un urlo di dolore: era un urlo di rabbia e umiliazione. Era il signore della galassia, da tempo immemore scorazzava in lungo e in largo senza che nessuno avesse mai osato contrastarlo. E ora… Ora dei vecchi buffoni malandati erano stati così pazzi da aggredirlo… e ferirlo.

Agitava il braccio ferito come a tentar di spegnerne il fuoco, come se davvero ci fossero delle fiamme che lo stessero lambendo: il fuoco in realtà era dentro, e lo stava divorando. Ciò che rimaneva del suo braccio destro non era altro che una protuberanza di carne martoriata e fumante.

Metà del suo volto aveva perso completamente sembianze riconoscibili, ma non era quello il problema: l’ustione penetrava sempre di più in profondità e il dolore cresceva a livello esponenziale. Non era così che aveva sognato sarebbe finita la sua caccia…

City Hunter non aveva tempo di contare quanti altri Bad Blood fossero usciti dall’astronave di Wolf: non erano tanti ma lo stesso era un’informazione ininfluente. Era morto, questo era chiaro, rimaneva solo da assicurarsi un ulteriore ultimo colpo. Afferrò il lungo pugnale che portava alla cintura e in pochi rapidi passi raggiunse Wolf, per conficcarglielo completamente nel fianco ustionato. City Hunter avrebbe voluto provare la sensazione della lama che penetrava nella carne del suo nemico, del sangue verde che ne sarebbe sprizzato fuori, ma non poté farlo: riuscì solo a dare il comando al suo braccio di pugnalare Wolf, e un attimo dopo i Bad Blood aprirono il fuoco su di lui. Tutti insieme.

L’urlo di Wolf fu potente, primordiale, carico di ogni briciolo di potenza Yautja nascosta nelle sue cellule. Il più infame dei suoi nemici, quello che gli aveva provocato il dolore che lo stava divorando, se l’era cavata: era morto in un lampo, crivellato da decine di colpi, ed ora il suo corpo straziato giaceva a terra. Quel cane era crepato senza un lamento, mentre lui, il capo incontrastato dei Bad Blood, il più grande criminale che l’universo avesse mai conosciuto, stava gridando come una quella bestia ferita che in effetti era.

Nel suo agitarsi Wolf cominciò a pestare il cadavere di City Hunter, ricoperto di sangue: la rabbia impotente lo spingeva comunque a fare scempio del suo nemico. Almeno finché non ne arrivò un altro. Uno vivo…

Achab era arrivato alle spalle di Wolf e aveva raccolto da terra la lancia che il criminale aveva usato per trapassare Jungle: era il modo perfetto per vendicarsi. Premette la lancia nella schiena del Bad Blood con ogni singolo briciolo di forza che gli era rimasta nei muscoli. Cioè niente.

Nell’oceano di dolore in cui Wolf stava rantolando non fu neanche notato quello proveniente dal fianco in cui si era appena conficcata la lama della lancia: una ferita del tutto ininfluente, in mezzo alle altre che stavano torturando il criminale. Si girò più per istinto che per altro, e così facendo spinse via la lancia dalle mani di Achab, visto che la lama rimaneva conficcata nel fianco dov’era penetrata solo in parte.

Nel delirio gorgheggiante che fuoriusciva dalla gola di Wolf si riuscirono a distinguere solo alcune parole. «Ti stavo aspettando.» Agitò la mano sinistra alla volta dei suoi Bad Blood. «Non sparate: questo è mio… Sconterà lui per tutti gli altri…»

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Trasportare il cadavere di Scar sull’astronave non era stato affatto facile, e per fortuna era un giovane Yautja molto più piccolo rispetto ai suoi compagni. Nessuno dei coloni che le erano passati davanti aveva aiutato Machiko, ma lei non se l’aspettava di certo.

La nave era appena partita e la donna fissava la parete davanti a lei. Era totalmente annientata e ogni pensiero le faceva male, ogni ricordo era una fitta dolorosa. Stava usando la forza rimastale per impedirsi di pensare. Di pensare che la sua missione di raccontare la storia dei sette guerrieri sembrava più una fuga. Una delle tante della sua vita. Fissava il vuoto sperando che il vuoto entrasse dentro di lei e le concedesse un po’ di pace da ogni pensiero.

«Certo però che potevate aspettarci, cazzo», stava urlando un colono rivolto all’altro, seduti a pochi metri da Machiko. «Invece vi siete subito chiusi dentro e noi siamo rimasti nella miniera a fare i topi in trappola.»

«Sapevate benissimo qual era la procedura, se fosse toccato a voi non ci avreste aspettato, quindi vediamo di non fare i santarellini.»

«Abbiamo visto Wolf con largo anticipo: avevate tutto il tempo di farci entrare nel rifugio, e invece no. Sapete quanti sono morti? Sapete quanti ne hanno torturati?»

La concentrazione di Machiko non riusciva ad isolarsi. Che vuol dire che hanno visto Wolf in anticipo? cominciava a chiedersi, ma non voleva pensarci.

«Stavolta la Compagnia non se la cava facilmente: eravamo tutti d’accordo a fare da esca a quel mostro, ma non a costo di vedere i nostri amici e parenti massacrati come animali.»

Non voleva badarci, non voleva pensare, eppure Machiko si voltò di scatto. «Che cosa vuol dire che avete fatto da esca?» chiese di getto a chi stava parlando.

I due uomini si voltarono di scatto, come se solo in quel momento si fossero accorti della presenza della donna, vestita come una guerriera Yautja. Ci fu un attimo di esitazione e uno degli uomini si stava già girando di nuovo, intenzionato a non rispondere, mentre l’altro – il più agitato – parlò a voce alta. «Siamo una colonia finita, così la Compagnia ci ha usato per creare un incidente diplomatico con gli Yautja amici della Yutani. Dovevamo lamentare la distruzione della miniera per riscuotere l’assicurazione e risollevarci, poi la Weyland avrebbe avuto la scusa per accusare la Yutani di connivenza con un pericoloso nemico, o che so io: qualche impiccio politico del genere. Però non ci sono stati solo danni fisici», continuò rivolto all’altro uomo, «ci sono stati massacri vergognosi.»

«Perché stai raccontando tutto a una sconosciuta? E se ora quella va a denunciarci alla Yutani?»

Machiko aveva smesso di ascoltare. Troppo schifo, troppa merda. Troppa umanità.

La parete non bastava più, doveva scacciare ogni umanità dal proprio essere, per non doversi vergognare così tanto di una razza infame. Così si chinò sul corpo di Scar e cercò l’appunto con il nome del suo clan. Voleva pensare a cose Yautja, voleva pensare all’altra sua natura, quella vera, quella che non voleva più tradire. Ora era una Blooded Warrior di nuovo e stavolta avrebbe preferito vivere sola su un pianeta deserto che perdere questo rango per colpa degli umani.

Machiko frugò nelle tasche di Scar e trovò l’appunto. Un piccolo foglio, proprio come lei consigliava ai suoi clienti: sicuramente i cadaveri degli Yautja sarebbero stati trovati da umani quindi avrebbero dovuto usare il loro sistema di scrittura, per farsi riportare in seno al proprio clan. La donna aprì il foglietto e lesse il nome del clan di Scar.

C’era una sola scritta.

C’era un solo nome.

«Machiko

Tutto si smorzò intorno alla donna. Tutto tacque.

Scar aveva rinunciato per sempre ad essere riabilitato. Il suo vero nome non l’avrebbe mai ricordato nessuno e il suo nome di battaglia sarebbe rimasto ignoto per sempre. Aveva rinunciato all’onore. Aveva rinunciato alla gloria. Aveva rinunciato alla memoria. Tutto pur di dimostrare la sua appartenenza a Machiko. All’unico essere vivente che aveva avuto cura di un Predator senza onore…

Arriva un momento in cui tutto finisce.

Ma arriva anche un momento in cui tutto inizia.

E tutto inizia con il sangue.

«Mi sa che il mio amico ha parlato troppo», stava dicendo un colono. «Capisci che non possiamo lasciarti andare in giro a rivelare certi particolari, visto che non sappiamo chi sei.»

I due uomini si stavano avvicinando ma Machiko non sembrava accorgersi di loro.

«Niente di personale, ma capisci che c’è troppo in ballo per metterlo a rischio. Quindi facciamo che fra tante vittime… ce n’è una più…»

Solo allora Machiko si girò e, accucciata per terra vicino a Scar, guardò i due uomini dal basso. «Una in più? Facciamo due…»

Prima che i due uomini potessero rendersi conto di quello che stava accadendo, Machiko aveva afferrato il manico della spada che portava legata sulla schiena sin dall’inizio della missione e la lama snudata aveva già tagliato le ginocchia di entrambi i coloni. Probabilmente caddero gridando, ma la donna non se ne accorse.

«Nel passato, sulla Terra, il mio popolo si è trovato aggredito da un nemico superiore, enormemente superiore», cominciò a parlare Machiko, con voce alta ma neutra, alzandosi lentamente e cominciando a camminare. «Si preparavano a morire, perché non in grado di affrontare quel nemico, finché accadde qualcosa di inaspettato.» La donna procedeva mentre i coloni gridavano accanto a lei. «Un forte vento si alzò sul mare e le navi del nemico vennero spazzate via. Così» e Machiko con rapido gesto tagliò la testa di un colono che si era avvicinato per aggredirla.

Mentre il corpo cadeva e tutti gridavano, la donna continuava a camminare e a parlare, alzando la voce perché tutti sentissero. «Da allora il mio popolo ha spesso affrontato nemici di gran lunga superiori, e ogni volta ha invocato l’aiuto di quel vento sacro che tutto vince.» Raggiunta la cabina di pilotaggio, usò il manico della spada per bussare, mentre intorno a lei uomini e donne la fissavano urlanti. «Sapete come chiamavano i miei avi, nella loro lingua, quel potente vento sacro?»

Uno dei piloti aprì la porta… e Machiko lo decapitò.

«Kamikaze

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Perdere l’occhio non fu doloroso come si sarebbe aspettato. In realtà lo shock che dominava il fisico di Achab gli evitava per il momento troppe sollecitazioni nervose, sicuramente il dolore sarebbe arrivato dopo, e potente. Se fosse stato fortunato non ci sarebbe stato alcun “dopo”, ma Wolf era troppo intenzionato a torturarlo per lasciarlo morire in fretta.

Il potente criminale gridava, non riusciva più a star zitto, anche se ormai si limitava a gorgogliare visto che le corde vocali erano lese dall’ustione e dallo sforzo.

«Questo è solo l’inizio», sibilò ad Achab, mentre continuava a picchiarlo con l’unica mano buona rimastagli.

«Capo», disse uno dei Bad Blood.

Wolf si voltò indispettito. «Che vuoi? Avete riparato la nave?»

«Ancora no», si scusò lo Yautja. «Ma a proposito di navi, ce n’è una che ci viene contro.»

Wolf fissò il Bad Blood per qualche secondo. «Che cazzo vuol dire?»

«Che c’è una nave che ci sta venendo contro», disse l’altro senza emozione.

«Non ti ho chiesto di ripetere, idiota, ti ho chiesto di spiegare.»

Lo Yautja pensò per qualche secondo, poi rispose sempre con lo stesso tono: «Non trovo un altro modo per avvertirti che c’è una nave che ci viene contro.»

Wolf gli fu addosso e lo afferrò al collo. «Ti rendi conto che siamo a terra? Non stiamo volando nello spazio: mi spieghi esattamente come può una nave venirci contro?»

Lo Yautja, rantolando, alzò una mano ad indicare un punto alle spalle di Wolf. «Così…»

Il criminale si voltò lentamente… e rimase alcuni istanti a fissare, con l’unico occhio rimastogli, il cielo che cadeva. Con la gola in fiamme, riuscì solo a bisbigliare: «Ma chi cazzo è questa gente?»

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L’astronave della colonia non era grande, era un vecchio cargo adattato al trasporto di merci e persone per tratti medi, ma lo stesso quando arrivò a volo radente sulla colonia il mondo cominciò ad esplodere.

Gli anni passati nella Compagnia avevano insegnato a Machiko come guidare molti tipi di veicoli, e per fortuna quella nave era abbastanza vecchia da essere semplice da pilotare. Entrata nella cabina di comando, neutralizzati i piloti e sigillata la porta, la donna aveva virato violentemente ed era tornata giù per la stessa strada seguita finora. Si abbassò di quota fino a passare radente sui tetti delle case, diretta verso l’astronave Yautja.

Tutta la colonia iniziò ad esplodere al passaggio della nave, facendole perdere solamente una piccola percentuale della velocità acquisita, una velocità che comunque impedì agli Yautja qualsiasi movimento. Il tempo di capire cosa stesse accadendo… e la nave arrivò a destinazione.

I danni provocati dai tetti delle case furono ingenti, ma tanto non era previsto alcun ritorno: era un viaggio di sola andata verso l’inferno. Sin dal primo danno la nave cominciò a perdere carburante che subito prese fuoco, inondando la colonia di fiamme liquide che avrebbero a breve fatto esplodere tutto ciò che poteva esplodere. Era questione di secondi prima che “Shimada’s Hope” diventasse una gigantesca palla di fuoco.

Gli Yautja rimasero fermi, sia perché non ebbero il tempo di comprendere a pieno cosa stesse accadendo – nella loro lunga carriera mai avevano trovato un umano disposto ad un sacrificio così devastante – sia perché non aveva più senso muoversi: se non li avesse uccisi l’impatto, li avrebbe uccisi l’esplosione successiva. O le fiamme liquide che stavano inondando tutto a gran velocità. I più fortunati furono quelli che vennero schiacciati dallo scontro fra l’astronave dei coloni e quella Yautja.

L’impatto dell’enorme massa ricoperta di combustibile ardente fu devastante, e un secondo dopo tutto esplose, spazzando via qualsiasi forma di vita nei paraggi, inondando di fuoco liquido decine di metri circostanti. In pochi secondi non c’era più alcuna colonia umana, non c’era più alcuna astronave Yautja, non c’era più alcun Bad Blood. Non c’erano neanche più i cadaveri dei Predator senza gloria che avevano osato sfidare il gigante…

Sopito il boato rombante che aveva riempito l’aria, ora rimaneva solo il crepitio delle fiamme… e l’urlo di Wolf.

L’enorme Yautja uscì dalla piccola costruzione in cui all’ultimo secondo era riuscito a ripararsi, una piccola struttura a pochi metri che, lontana dall’impatto, era riuscita a proteggerlo dall’inondazione di carburante liquido. Il suo scatto era stato dettato più da un istinto sviluppato in decenni di cacce piuttosto che ad un pensiero razionale. E anche essere stato un torturatore per così tanto tempo gli aveva sviluppato una certa prontezza di riflessi: insieme a sé, al riparo, si era portato Achab. Un torturatore non concede mai alla propria vittima una morte veloce e pietosa.

«Ti sarebbe piaciuto morire in fretta, eh?» stava rantolando Wolf alla volta di Achab, gettato a terra in un piccolo spazio fra le fiamme che ormai avvolgevano tutto. «Lo ammetto, vi ho sottovalutato, ma ormai è finita. Ora siamo solo tu ed io, con a disposizione solo il poco tempo che ci resta da vivere: vediamo di sfruttarlo bene.» Agitò il proprio braccio, ridotto ormai ad un moncherino fumante, davanti alla propria vittima. «Ti farò scontare tutto il dolore che ho subìto, e ti farò rimpiangere quello che mi avete fatto al braccio.»

Achab lo guardava rimanendo sdraiato a terra, completamente privo di forze anche per colpa del sangue che stava perdendo dalle ferite infertegli. Fissò Wolf… poi rispose con uno strano sorriso sul volto. «Quale braccio?»

Come poteva scherzare in un momento come quello? Wolf si infuriò ancora di più, finché con la coda dell’occhio vide qualcosa volare via. Qualcosa di strano eppure di familiare. Qualcosa che… Possibile che quello fosse il suo braccio ustionato? Era maciullato eppure poteva riconoscerlo, lo stesso la sua mente non riusciva a capire: perché ora il suo braccio stava volando via?

Girò leggermente la testa e vide fiotti di sangue verde spillare dalla propria spalla, dove prima c’era il suo braccio. Ancora non riusciva a capire, non riusciva a focalizzare, i suoi pensieri schizzavano in ogni direzione senza riuscire a trovare un filo da seguire. La sua mente era appannata, e cominciò a ritrovare un minimo di chiarezza quando si voltò ancora di più… e vide Machiko a pochi passi da lui. Con la spada impugnata.

Wolf la guardò e se da una parte riuscì a capire che era stata lei a tagliargli via il braccio, lo stesso la situazione non era chiara: perché quella femmina umana stava lì? Perché era vestita quasi fosse uno Yautja? Perché lo stava sfidando?

«Chi… cazzo… sei… tu?»

La donna rispose con tono neutro. «Sono la fine di questa storia.»

~

Machiko era ricoperta di sangue e sotto il sangue era ricoperta di liquidi. L’astronave era un modello vecchio e soprattutto non era pensata per viaggi spaziali, bensì per spostamenti interplanetari. Sarebbe stato un problema raggiungere un altro pianeta – visto che la nave serviva solo per superare l’atmosfera e raggiungere una nave più grande – ma non era stato un problema farla schiantare sulla colonia e distruggere tutto. E poi essendo una nave prevalentemente terrestre aveva qualcosa di insperato: un sistema di eiezione per i piloti. Subito dopo la prima esplosione, Machiko si era legata al sedile e si era espulsa, volando fin sugli alberi ai lati della colonia: un piccolo paracadute aveva attutito la caduta ma lo stesso si era provocata molte ferite.

La donna comunque non sentiva alcun dolore, la sua concentrazione era totale e ora l’unica emozione che provava era di totale fusione con la propria spada. No, in realtà non era una fusione: era un annullamento. Un guerriero non usa la propria spada, un guerriero si annulla in essa: un guerriero è la propria spada.

La paura, lo sconforto e il dolore di prima sarebbero stati un impedimento, le sarebbe stato impossibile sfoderare la propria katana in quelle condizioni. La madre le aveva insegnato che quando un guerriero estrae la spada, in quel gesto è già presente il destino proprio e del suo avversario: se non si è nella giusta disposizione d’animo, se non si è disposti ad accettare quel destino, è molto meglio non snudare la lama. Ora Machiko era pronta, ora aveva superato ogni sentimento ed emozione: ora era nulla, quindi poteva lasciare la propria spada libera di agire.

Era immobile, davanti a Wolf, e gli indicava qualcosa. Il Bad Blood capì che stava indicando la sua cintura: lo stava incitando ad estrarre anche lui la spada che portava legata al fianco. Wolf non girava mai disarmato, ma certo quelle lame le teneva più per ornamento che per altro. In ogni caso fissò stranito la donna. «Vuoi davvero sfidarmi? Pensi che se anche afferro la mia spada saremo ad armi pari?»

Machiko lo fissava senza alcuna espressione, tenendo la sua katana puntata verso di lui. «Non uccido chi è disarmato: sono una guerriera, non un Bad Blood.» Non era questione di razza umana o Yautja: l’onore era insito nell’essere guerrieri. Gliel’aveva insegnato sua madre, discendente di nobili donne guerriere, che da tempo immemore avevano combattuto con onore. Quando Machiko aveva conosciuto il codice Yautja, in realtà aveva ritrovato qualcosa a lei molto familiare.

Wolf non poté fare a meno di sghignazzare. «Tu non sei niente, anzi peggio: sei un’umana. Come osi chiamarti guerriera?» Machiko non mosse un ciglio. «Sono tre volte più grande di te, e dieci volte più potente, anche da ferito: pensi che io abbia bisogno di una spada… o di due braccia per ucciderti? Vuoi sfidarmi? E allora mi basterà il mio braccio sinistro per massacrarti.»

Non aspettò la risposta e Wolf partì con un pugno in direzione di Machiko, un colpo a spazzare che sarebbe stato in grado di staccarle la testa se l’avesse presa. Se l’avesse presa. Machiko non dovette muoversi molto, le bastò scansarsi di un passo dalla traiettoria e lasciare che la katana parlasse per lei: la spada sguisciò agile e si aprì la sua strada nella carne dello Yautja. Altro sangue verde ricoprì il terreno, mentre Wolf caracollava: la lama di Machiko gli aveva appena leso un tendine del ginocchio sinistro. Il dolore era accecante, ma quel che peggio era che ora non aveva più il controllo della gamba.

«Afferra la tua spada», urlò Machiko, «o dovrò smantellarti una fetta alla volta.»

Wolf zoppicava sull’unica gamba rimastagli, mentre fissava la donna che lo stava minacciando: sebbene ricoperta di sangue, i suoi occhi fiammeggiavano. «Chi l’avrebbe mai detto?» gracchiò il Bad Blood, «che alla fine della corsa sarei stato battuto da un insetto umano. E femmina, per lo più.»

Machiko non cadde nella provocazione, non reagì come avrebbe fatto in un’altra occasione: era un patetico tentativo dello Yautja morente di farle perdere il controllo. Non ci sarebbe riuscito. Non ora, che la donna era tutt’uno con la propria spada.

Wolf grugnì, ormai provava così tanto dolore in ogni parte del corpo che stava per perdere i sensi. Almeno questa umiliazione volle evitarsela. Ma non prese la spada che portava al fianco: fissando negli occhi la sfidante, afferrò lo spunzone di lancia che ancora gli fuoriusciva dal fianco, dove l’aveva infilata Achab. Estrasse lentamente la lama – tanto ormai in mezzo a quel dolore non distingueva più quello nuovo da quello vecchio – e alla fine impugnò la lama ricoperta di sangue verde. Apparteneva ad una grande lancia Yautja, quindi solo la lama era grande quanto una piccola spada. E con essa si gettò contro Machiko. Era palesemente un tentativo fasullo, il cui unico scopo era mettere fine a quella situazione. Mettere fine al dolore.

Wolf non meritava alcuna pietà, ma Machiko era una guerriera, non un macellaio. La sua katana vibrò e scattò, parando il colpo dello Yautja per puro rispetto nei confronti di un guerriero che aveva accettato il combattimento pur sapendo che avrebbe perso. Il suo destino era già scritto sulla lama di Machiko, sul sangue verde che già in parte la ricopriva e sul sangue rosso delle mani che la impugnavano. Wolf aveva l’occasione di morire in azione, con l’onore di un guerriero, anche se era un onore che non meritava vista la sua vita criminale. Era una concessione che non proveniva da Machiko: proveniva dalla katana.

Lo Yautja calò dei colpi potenti che la donna poté agilmente schivare, perché pesando tre volte di meno dell’avversario era facile svicolargli. E la lama la proteggeva sempre. Bastava impugnarla come la sua famiglia le aveva insegnato, bastava trattarla con il rispetto che le era dovuto e la forza che bisognava dimostrarle: mai mostrarsi deboli con la propria katana. Glielo ricordava sempre suo padre, che non l’aveva mai considerata una guerriera, piuttosto una ragazzina che giocava con i giocattoli dei maschi. Aveva sofferto a lungo e si era allenata duramente per riuscire a dimostrare al padre quanto valeva, che nelle proprie vene scorreva il sangue delle onna-bugeisha, le donne guerriere da cui discendeva la madre. La morte del padre aveva reso impossibile fargli cambiare idea, gettando Machiko nella disperazione: sarebbe rimasta per sempre una ragazzina. La madre non cercò di consolarla, si limitò a dirle che tutto questo apparteneva alla storia della katana: doveva lasciare quel dolore imprigionato nella sua lama e sigillarne il fodero. Quando un giorno l’avrebbe snudata, la lama avrebbe ricordato tutto quel dolore, tutta quella frustrazione e tutte quelle lacrime… e le avrebbe tramutate in sangue.

Rantolando, Wolf sferrò un nuovo potente colpo… e la katana di Machiko decise che era tempo di compiere il proprio destino. Con un colpo recise la mano armata del Bad Blood e poi, penetrando nelle carni agilmente, come se non trovasse alcuna resistenza, lo decapitò. La testa rimase qualche attimo in bilico sul collo, prima che il rilassamento dei tessuti fece crollare Wolf a terra come fosse un sacco di carne tremolante.

Machiko rimase immobile a fissare il proprio avversario. Questo era il momento peggiore per ogni guerriero: il momento in cui la fine della missione lascia un vuoto bruciante dentro di sé. L’obiettivo di un guerriero è la morte: la vittoria è solo una tappa amara e solitaria.

~

«Ce ne hai messo di tempo.»

Achab era divertito e soprattutto era contento di poter vedere di nuovo Machiko. Questo non cambiava il fatto che non riusciva più ad alzarsi. Troppe ferite, troppo dolore, troppo di tutto.

La donna si sedette per terra, al suo fianco, incrociando le gambe e posando la sua katana con dolcezza al suo fianco. L’aveva riposta nel fodero, perché assorbisse in sé il sangue che aveva versato e il dolore che aveva acquisito.

«Sai che è la prima volta, in tanti anni, che ti vedo tirar fuori quella lama dal fodero?» disse Achab.

Machiko annuì. «Te l’ho detto, la lama della propria katana si snuda solo per farle bere sangue. Estrarla senza la giusta condizione dell’animo è un sacrilegio, oltre che inutile: serve solo a farsi ammazzare.» Guardò la spada. «È molto antica, molto più di noi e di questa colonia e forse della Compagnia stessa: è stato un onore per Wolf essere ucciso da una lama del genere. Un onore che non meritava.»

«E io?» chiese d’un tratto Achab. «Io merito questo onore?»

Machiko scattò a fissarlo, stupita. Era l’ovvia conseguenza, quasi scontata. Aveva concesso a quella bestia criminale di Wolf di morire rapidamente e con onore… Non poteva negarlo ad Achab… «Ti prego, non dirlo neanche per scherzo. Abbiamo ben due astronavi con cui andarcene, quella di Celtic e la nostra, entrambe perfettamente funzionanti.»

«Sono troppo lontane, per me, lo sai…»

«Ho trascinato il peso morto del cadavere di Scar: posso trascinare il tuo, vivo.»

«Machiko…»

Il silenzio calò fra di loro. Achab, sempre sdraiato immobile, continuò. «Hai fatto proprio un bell’incendio, solo che quando si estinguerà arriverà il freddo…»

«Facciamo così», disse la donna. «Rimaniamo qui ancora per un po’… e vediamo che succede.»

Machiko si sistemò a guardare l’incendio che divorava la colonia, con le fiamme che avevano un innegabile effetto rilassante, e i due rimasero in silenzio per un po’. Finché Achab non riprese la parola. «Machiko… stai sanguinando…»

La donna, che fissava il fuoco fra le lacrime, silenziosamente cominciò a ridere. Finché non rispose. «Non ho tempo di sanguinare…»

FINE

(A presto per le fonti e i retroscena)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 15


Quindicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

15

Il mondo vibrò e tremò, e mantenere l’equilibrio fu all’improvviso dannatamente difficile. Questo fu l’effetto del primo pugno che Hornhead fece crollare sul volto di Achab.

Lo Yautja non era imponente come Wolf, né sembrava particolarmente muscoloso, ma erano sottigliezze: quand’anche fosse stato un suo pari, Achab lo stesso sarebbe stato in difficoltà. E chiaramente era molto più di un suo pari. Lo dimostrò con la velocità con cui tornò a colpire l’avversario, prendendolo ad un fianco e spezzandogli completamente il fiato. Achab non riusciva a ritrovare l’equilibrio ma di una cosa era assolutamente conscio: non sarebbe sopravvissuto ad un terzo pugno.

Hornhead avrebbe velocemente atterrato l’avversario ma proprio per questo non aveva alcun interesse a farlo. Aveva il braccio destro gravemente ferito, per la pugnalata di Scar, eppure era chiaro che poteva batterlo con una mano sola: perché sbrigarsi? Si limitò a sghignazzare guardando Achab. «Tu saresti il migliore del gruppo?» chiese gracchiando. «Com’è possibile che a voi insetti sia venuto in mente di aggredirci? Sapete contro chi vi siete messi?»

Non erano vere domande, ma più Hornhead parlava meno colpiva, così Achab decise di stuzzicarlo. «E voi? Voi sapete con chi avete a che fare?»

Hornhead lo fissò per qualche secondo, interdetto. Che avesse sottovalutato il suo avversario? Mostrarsi deboli è una tipica tecnica di chi invece è forte… o degli idioti che si credono forti. Poi però Achab alzò lentamente le braccia e le mise davanti al proprio corpo con i pugni chiusi, al che Hornhead non poté fare a meno di scoppiare in una risata: il suo avversario apparteneva sicuramente alla seconda categoria. Sferrò un blando pugno per divertirsi a ferirlo ancora un po’, ma a sorpresa il pugno andò a vuoto…

Achab aveva assunto una posa da combattimento umano, che gli Yautja di solito non conoscevano: Berserker era stato un arrogante coglione, ma non diceva cose sbagliate. Mentre Hornhead colpiva dritto, incanalando la sua energia dritto davanti a sé, Achab senza alcuno sforzo ruotò leggermente il busto, così che il suo corpo non si trovasse più parallelo al nemico ma perpendicolare. Così che il suo corpo offrisse la minor superficie possibile da colpire, così che bastò scansarsi di pochi millimetri per evitare il pugno, approfittandone per colpire il nemico in faccia.

Un pugno fiacco, senza energia, Achab ormai era allo stremo delle forze, ma anche solo quel ridicolo pugno fu bruciante per Hornhead: il più debole dei suoi avversari l’aveva appena fregato. Ritrovandoselo alla sua sinistra, ed avendo ormai solo il braccio sinistro buono, lo roteò nella sua direzione per cercare di spazzarlo. Una tecnica banale, scontata, che Achab poté evitare anticipandola ed abbassandosi: si ritrovò in un attimo davanti all’avversario e gli assestò altri due pugni, in rapida sequenza. Nessun danno, solo un gesto di puro sfregio per far perdere la concentrazione.

Hornhead cominciava a vedere rosso di rabbia: il suo avversario non gli faceva neanche il solletico eppure si permetteva di prenderlo in giro sgusciando dai suoi colpi. Lo Yautja aumentò la forza nei propri pugni ma proprio per questo divenne ancora più lento nei movimenti, perché ogni volta doveva caricarli al massimo: Achab, che non poteva mettere alcuna energia nelle sue tecniche, poteva muoversi più veloce e scansare tutti i colpi. Il suo ultimo combattimento non sarebbe stato onorevole, a meno di non lodare un guerriero che schernisce un avversario più forte.

~

Ogni secondo in cui Machiko non sparava, era un secondo che rendeva più facile sbagliare colpo. Non era un cecchino, non era stata addestrata a mantenere una posizione di tiro rimanendo immobile in una situazione concitata. Quando accompagnava i ricconi a caccia poteva sdraiarsi su rocce calde o in posti comodi, e quando le capitava di sparare – perché magari i ricchi non erano capaci ma non volevano andar via senza un trofeo, così gliene commissionavano uno – si trattava di colpire ad una distanza media degli animali molto grandi e di solito fermi.

Ora la donna da troppi secondi era accucciata a terra su un ginocchio, con i muscoli contratti a tenere fermo il suo fucile di precisione, così da capire a chi dovesse sparare: ad Hornhead, più vicino ma con il rischio di colpire Achab, o Wolf, molto più lontano e meno facile da centrare. Il capo dei Bad Blood stava sgrullando il cadavere di Jungle dalla propria lancia, lentamente, e intanto si gustava il suo fido braccio destro che affrontava il capo di quegli strani assalitori. Ormai nella colonia si respirava solo aria di morte, quindi non c’era alcuna fretta.

Machiko mirava a ripetizione prima uno poi l’altro: chi colpire? Con chi utilizzare l’ultimo colpo rimasto? Fermo restando che c’era solo una pallida possibilità che quest’ultimo colpo andasse a segno.

Fissò in lontananza Wolf che, tronfio, ripuliva la propria lancia sul corpo inerte di Jungle, e la rabbia montò. Era lui il bersaglio da provare a colpire: avevano fatto tutta quella strada e avevano versato tutto quel sangue proprio per quello, avevano votato la loro vita all’eliminazione di Wolf quindi non c’erano altre scelte da fare. Poi però diede un’ultima occhiata allo scontro fra Achab ed Hornhead, giusto in tempo per vedere quest’ultimo afferrare l’avversario al collo. Dopo varie tecniche andate a vuoto finalmente aveva smesso di colpire ed era passato ad afferrare: ora aveva agguantato Achab per il collo, l’aveva fatto girare e lo stava strangolando. Mentre entrambi guardavano proprio in direzione di Machiko.

Le mani della donna non riuscivano più a tenere fermo il fucile, ogni istante era un passo avanti verso lo sbagliare mira. Il sudore le rigava il volto e il cuore le si fece pesante… quando attraverso il mirino dell’arma vide che Achab le stava parlando… Vide che lo Yautja con cui aveva condiviso la dura vita ad Anderson City stava muovendo la bocca formando un’espressione inequivocabile: «Spara».

Ma a chi? Voleva che Machiko colpisse Hornhead… o voleva che mettesse fine in modo rapido alle sue sofferenze?

I nervi cedettero, non c’era più tempo per aspettare, non c’era più tempo per pensare: c’era solo un ultimo istante per sparare. E Machiko premette il grilletto…

~

Non gli era mai piaciuto Jungle, faceva troppo lo spiritoso e non lo trattava con il rispetto che meritava, ma vederlo morire fu lo stesso doloroso.

Nascosto dalla sua invisibilità, City Hunter si trovava vicino all’astronave dei Bad Blood e quindi vicino anche a Wolf: assistette a tutta la scena del ripulimento della lancia dal sangue di Jungle. Non gli rimaneva ancora molta energia, a momenti avrebbe iniziato a tornare visibile e non aveva speranza contro Wolf… perciò decise che un’ultima soddisfazione voleva togliersela. E cominciò a convogliare l’energia rimasta…

Wolf era tranquillo, stava guardando in lontananza qualcosa che City Hunter non vedeva, né gli importava: avere il capo dei Bad Blood distratto, lì a due passi, era un’occasione troppo perfetta per lasciarsela sfuggire. Era il modo migliore di andarsene. Andarsene con il botto…

Il suo cannone da spalla era carico, ogni briciolo di energia che rimaneva alla sua armatura era pronta ad esplodere… e con un brivido di piacere City Hunter la liberò.

Dal suo cannone da spalla fuoriuscì un fiotto di plasma molto più intenso di quanto mai City Hunter avesse visto. Un’enorme dose di plasma che piombò addosso a Wolf, che distrattamente aveva alzato la lancia: quell’esile arma non bastò a proteggerlo.

Il grande Yautja fu investito sulla spalla da una quantità di plasma che avrebbe polverizzato un umano, ma per un Predator della sua stazza non rappresentava un pericolo mortale. Lo stesso però l’ustione fu devastante e lo Yautja cominciò ad urlare, mentre il plasma gli mangiava il braccio, la spalla e almeno metà della faccia: Wolf non sarebbe morto, ma avrebbe sofferto tanto. E a lungo. Quasi quanto avrebbe fatto soffrire per vendetta chi l’aveva colpito…

~

L’esplosione provocata da City Hunter fu potente, e la sentì anche Hornhead, capendo subito che qualcosa non andava. Quei pidocchi li avevano aggrediti con armi rudimentali, come poteva essere quello il rumore di un’arma Yautja di alto livello? Bastò questa domanda a far voltare Hornhead, anche se non di molto. Bastò quel rumore a spostare il bersaglio… e a far fallire il colpo di Machiko.

Hornhead non aveva sentito lo sparo della donna… ma sentì il colpo. Sentì il proiettile che gli trapassava il collo, così come sentì il liquido che fuoriusciva dalla voragine che la pallottola si era lasciata dietro. Sentì l’aria che gli usciva dal collo… o da quel punto in cui prima c’era il suo collo.

Achab invece aveva sentito lo sparo, perché lo aspettava e lo aveva riconosciuto. Quindi capì subito cosa stava accadendo e si liberò dalla presa dell’avversario: nella rigidità della morte, c’era il rischio che lo Yautja gli stringesse ancora di più il collo. Liberatosi, per rabbia colpì Hornhead al volto, e quasi gli staccò la testa, visto che questa si teneva in equilibrio solo su deboli lembi di carne residua. Il corpo dello Yautja crollò a terra lentamente, con un grande tonfo.

«Achab!» gridò Machiko, correndo a perdifiato verso di lui. «Stai bene?»

Lui le sorrise. «Sì. Sapevo che non avresti sbagliato mira.» Sorrise e scosse la testa. «O meglio, più che saperlo ci speravo.»

Machiko non riuscì a rispondere al sorriso, malgrado fosse felice che l’amico fosse ancora vivo. Perché l’attenzione fu attirata da Wolf che più avanti si stava contorcendo dal dolore, gridando e chiamando a raccolta i suoi uomini rimasti. E ce n’erano ancora, in vita, di Bad Blood che pian piano si avvicinavano. Si erano protetti dentro l’astronave, ed ora che la battaglia sembrava finita stavano uscendo.

«Ci siamo», disse Achab, alzandosi in piedi e massaggiandosi il collo dolorante.

«Sì, un ultimo sforzo ed è finita», rispose Machiko incamminandosi.

Una mano sulla spalla la fermò. «No», le disse Achab, «tu no: la tua caccia finisce qui.» La donna lo fissò senza capire, e lui continuò. «Hai fatto più di quanto ci si possa aspettare da un’umana… ma che dico? Più di quanto ci si possa aspettare da uno Yautja. Hai portato una banda di vecchi falliti a colpire al cuore uno dei più pericolosi criminali della galassia: solo tu potevi riuscire a farci arrivare vivi fin qui e a ricoprirci d’onore. Ma ora basta, Machiko: sei già tornata ad essere una Blooded Warrior, non hai bisogno di morire inutilmente. Non hai che qualche arma inutile e Wolf, anche se ferito, è fuori dalla tua portata, senza dimenticare che non è da solo.» I due si voltarono velocemente a vedere i Bad Blood che uscivano dall’astronave: non era no molti, ma di sicuro erano troppi.

Machiko fissò Achab. «Quindi ce ne andiamo?» Sapeva che non era così, ma aveva voluto provare.

«No», sorrise lui. «Tu te ne vai. Io vado da Wolf. Io sono alla fine della pista, come hai visto sono un peso morto: morire affrontando Wolf è un onore che mai avrei potuto sperare di avere. Tu invece…» e fece una pausa silenziosa di qualche attimo, «tu devi vivere, e raccontare la nostra storia. Wolf non sa che c’è anche un’umana con noi, sono sicuro che non se lo aspetterebbe mai, quindi non ti cercherà. Segui loro e vivi.»

Achab indicò un punto e Machiko seguì il dito con lo sguardo. In lontananza vide i coloni che fuggivano in una direzione: tutti diretti all’astronave della colonia, evidentemente non danneggiata dai Bad Blood. Approfittando della battaglia i coloni evidentemente avevano deciso di darsela a gambe, di nascosto e velocemente, ma c’era qualcosa di più. Non erano solo i coloni che si erano nascosti nella miniera: della gente stava uscendo da un edificio che sembrava blindato. «Mentre noi tenevamo a bada i pirati», disse Machiko, «i topi abbandonavano la nave…»

«I topi?»

«Lascia stare, è un modo di dire terrestre. Dici quindi che dovrei andare con loro?»

Achab annuì. «Fatti lasciare in qualche porto sicuro e poi raggiungi i nostri clan. Racconta a tutti la nostra avventura, la nostra storia: il tuo nome è noto, a te daranno ascolto. Racconta di quei guerrieri senza gloria che un giorno hanno deciso di alzare la testa… e morire con onore.» Indicò poi a terra il cadavere di Scar. «E porta lui con te. Mi ha confidato che è partito per la missione infilandosi in una tasca un appunto con il nome del suo clan, seguendo il nostro consiglio. Riportalo a casa e riabilita il suo nome: che ci sia anche lui, nelle leggende che scriveranno sui sette Yautja senza gloria…»

Machiko era impossibilitata a parlare, perché se avesse aperto bocca sarebbe scoppiata a piangere… e l’ultima cosa che voleva era farsi vedere in quello stato da Achab. Il loro ultimo saluto se l’erano già dato, non c’era bisogno di aggiungere altro.

La donna annuì, si inchinò, afferrò il corpo di Scar e cominciò a trascinarlo. Achab si voltò senza aggiungere altro e si diresse verso Wolf.

«Achab», cedette Machiko, riuscendo a controllare il tono della voce. Lui si voltò a guardarla, con occhi tristi. «Ho avuto il privilegio di combattere al fianco di splendidi guerrieri, felicitandomi ogni volta della loro morte onorevole… Tu sei il primo per cui invece provo dolore…» Lui annuì ma lei continuò subito. «Prima, quando ho sparato, in realtà stavo mirando…»

«Non mi importa», la interruppe Achab. «A chiunque stessi mirando… hai fatto la scelta giusta.» Si voltò ma continuò a parlare, senza mostrare il volto. «Un giorno, un guerriero Yautja potrebbe provare amore per una donna umana… Quel giorno… non sarà la prima volta che questo accade.» E scattò in avanti, verso il suo destino.

(continua e finisce la prossima settimana)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 14


Quattordicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

14

City Hunter era in piena frenesia.

Il suo ambiente era sempre stata la città, dopo il suo battesimo del sangue non era più tornato in un territorio boschivo o anche solo di campagna, ma scopriva che il piacere della caccia non ne risentiva.

Forse avrebbe dovuto rivelare ai suoi compagni che la sua attrezzatura gli permetteva l’invisibilità, ma non aveva molta autonomia e c’era il rischio che quella donna gli impartisse ordini di avanscoperta. Perché sprecare quella possibilità nella semplice esplorazione, ora che poteva aggirarsi non visto in mezzo al panico? Sì, il panico dei Bad Blood che si sentivano sotto attacco senza riuscire a capire da dove arrivasse il pericolo, e da chi. La confusione delle prede era il piacere preferito di City Hunter, durante una caccia.

Gli tornarono alla mente i criminali esagitati nelle strade della sua città, quando era lui il re indiscusso e quegli insetti umani giocavano a spararsi l’un l’altro tutto il giorno. Amava avvicinarsi non visto e schiacciarli uno per uno: non erano trofei onorevoli, ma con così tante vittime poteva concedersi il lusso di fare “pulizia”.

Quando girò l’angolo, invisibile, e vide l’astronave dei Bad Blood da cui fuoriuscivano guerrieri armati: troppi di più di quanto avessero immaginato, troppi per affrontarli a viso aperto. Ma perfetti per lui.

City Hunter, in preda ad un’euforia che lo fece tornare giovane, cominciò velocemente a passare in mezzo ai Bad Blood agitati, che gridavano e si agitavano cercando di capire il da farsi. Quell’adrenalina era come tornare ad una dipendenza ormai dimenticata, era come una droga che da anni non si assumeva più. C’erano modi decisamente peggiori di chiudere la propria vita, pensò City Hunter.

~

Machiko non riusciva a scrollarsi dal petto l’oppressione per essersi fatta sorprendere come l’ultima delle reclute, lei che era stata addestrata in uno dei migliori clan Yautja: che davvero l’età fosse diventato un problema insormontabile? Aveva cercato di ovviare studiando un piano cauto e strategico, eppure sembrava andare tutto a rotoli.

Da quando erano arrivati sul pianeta niente era andato come previsto ed ora si ritrovavano in schiacciante inferiorità numerica senza neanche più l’arma della sorpresa: quanti Bad Blood erano riusciti a far fuori attaccando quando e dove meno se l’aspettavano? Davvero pochi, in confronto a quanti ora ne vedeva in lontananza. Stavano uscendo dalla loro nave. Stavano uscendo in tanti. In troppi.

La sorpresa era finita, ora non avevano più armi se non quelle ridicole che stringevano fra le mani: roba che non sarebbe bastata per degli umani, figuriamoci per dei Predator addestrati.

Machiko avanzò stringendo il suo M16, sparando qualche colpo giusto per tenere a distanza i nemici: per uccidere uno Yautja con quell’arma avrebbe avuto bisogno di avvicinarglisi, e quello poteva davvero essere fatale, per lei.

Sentiva echi di grida e di spari, la battaglia doveva essere iniziata molto prima di quanto avesse immaginato: sperava che sarebbero riusciti ad uccidere di nascosto molti più nemici prima di uno scontro aperto. Ma ormai tutto era precipitato.

D’un tratto vide Achab correre all’incontrario, allontanandosi da un gruppo di nemici che stavano sparando tutti insieme: era un miracolo che non l’avessero ancora preso. Machiko si spostò di lato ed aprì il fuoco per coprire la ritirata del compagno. Forse colpì qualche Bad Blood ma nel caso si trattava di ferite superficiali: giusto per fermare la loro avanzata.

Achab la vide e la raggiunse. Entrambi si ripararono dietro la parete di una delle case. Non era assolutamente un riparo sicuro, in pochi secondi sarebbero stati loro addosso… ma forse trovare un altro riparo non aveva più senso.

«Perdonami», disse Machiko con voce affranta. «Non sono riuscita ad ideare un piano migliore: mi sono atteggiata a stratega invece…»

«Piantala!» la interruppe Achab, che si teneva un braccio ferito, probabilmente da uno dei colpi dei Bad Blood. «Se tu non ci fossi stata saremmo morti molto prima. E male. Almeno così siamo arrivati alla battaglia e possiamo morire con onore.»

«Hai visto qualcuno degli altri?»

Achab scosse la testa. «Non so dove siano ma spero che stiano portandosi dietro più guerrieri possibile.»

«Temo che non stia andando così.» Quando vide che Achab la fissava, Machiko continuò con tono grave. «Ho visto Jungle scappare via, ricoperto di sangue e con gli occhi spiritati…»

Achab incassò male il colpo. Non aveva battuto ciglio per la stupida morte di Berserker, malgrado fossero amici da anni, ma la fuga di Jungle… questo faceva maledettamente male.

I rumori dei passi dei nemici erano ormai vicinissimi. Era tempo di cambiare riparo… o lasciarsi andare…

«È stato un onore combattere al tuo fianco», disse Machiko, stringendo il braccio di Achab, che non rispose. Si limitò a girare lo sguardo e a fissare gli occhi sul Bad Blood che si era affacciato: prima che quest’ultimo potesse alzare la sua arma, Achab aveva allungato il braccio e gli aveva sparato a breve distanza in direzione del petto, facendogli esplodere il cuore.

«Mi spiace averti trascinato in questa follia», bisbigliò Achab, «ma morire combattendo è un sogno che non speravo più di poter realizzare.»

Machiko non si alzò, aveva capito che non aveva più senso cercare riparo davanti a quell’ondata di nemici inarrestabili. Sapeva che erano dietro l’angolo, in attesa di stanarli, così si limitò a sporgere il braccio e a sparare alla cieca. «Almeno assicuriamoci di avere buona compagnia, all’inferno.»

Premette il grilletto… ma il rumore non corrispondeva al fuoco dell’M16. D’un tratto l’intera vallata si riempì di un rumore potente… che voleva solamente dire morte…

~

Wolf aveva dato l’ordine di guardarsi le spalle e nessuno prestava più attenzione all’entrata della miniera, visto poi che le esplosioni erano finite. Così nessun Bad Blood si accorse che qualcosa ne era sfrecciata fuori, qualcosa che si era avvicinata alla colonia a grandissima velocità, qualcosa che ora stava raggiungendo alle spalle gli Yautja impegnati a stanare i nemici che li avevano attaccati, proprio alle spalle.

L’unica traccia che qualcosa stesse andando male era uno strano rumore, continuo e rutilante che sembrava provocare altro rumore. E le pareti delle case cominciavano ad eruttare. E il terreno eruttava. E i Bad Blood si guardarono l’un l’altro stupiti… mentre loro stessi eruttavano.

Tutta la colonia stava esplodendo… sotto i colpi della mitragliatrice di Jungle.

Mentre Bishop guidava la jeep con espressione neutra, dietro di lui Jungle in piedi azionava la potente minigun agitandola a destra e a sinistra, vomitando piombo bollente ovunque con un rumore che avrebbe distrutto i timpani del pilota, se quella jeep fosse stata pilotata da un umano. Se lo Yautja avesse avuto ancora un minimo di giudizio avrebbe pensato che così metteva in pericolo i suoi stessi compagni, rischiando di colpirli lui stesso, ma il Jungle di una volta – quello che pensava bene prima di agire – non esisteva più. Si era semplicemente spento. Al suo posto c’era uno Yautja che urlava con ogni goccia di fiato i suoi polmoni riuscissero a distillare.

Se qualcuno avesse ascoltato bene, nel delirio che fuoriusciva dalla sua bocca avrebbe potuto riconoscere la frase «Ha tutto ciò che rende felice zio Jungle…»

~

Quando Scar vide in lontananza la jeep, impiegò poco a capire cosa fosse quel rumore e si gettò a terra. I potenti proiettili sparati dalla mitragliatrice colpivano ovunque ma se non altro in orizzontale, non in verticale. Sembrava che l’intera colonia stesse esplodendo, sotto i colpi di Jungle.

Da sdraiato, Scar si guardò attorno in cerca di un riparo migliore, ma la velocità con cui la jeep procedeva non lasciava speranze che esistesse davvero un riparo a quel fiume di piombo. Se non altro stava già dando i suoi frutti: anche da terra Scar poteva vedere i Bad Blood cadere a raffica sventagliati dai colpi potenti, così potenti che all’apparenza ne bastava uno per uccidere uno Yautja. E ne stavano volando a centinaia.

Scar non sapeva quanti Bad Blood ci fossero in totale in quella colonia, ma di sicuro il loro numero si stava riducendo drasticamente. Quella continua sventagliata di piombo li aveva colti di sorpresa ed essendo un’arma umana non sembravano in grado di capire come ripararsi. O comunque il tempo che impiegavano a capire che tipo di arma fosse non bastava a rimanere in vita.

Strisciando velocemente, Scar si andò a proteggere dietro il muro di una casa, disposta in modo tale che la jeep non sarebbe mai arrivata laggiù. Era un ottimo posto per nascondersi… e infatti era già occupato.

Quando Scar vide dei piedi davanti a sé, non ebbe tempo per far altro che tentare di alzarsi velocemente: una mano possente lo afferrò al collo e lo trascinò lentamente in alto.

Scar fissò terrorizzato gli occhi fiammeggianti dello Yautja che aveva di fronte. Non poteva sapere che era il braccio destro di Wolf. «Chi cazzo siete, voi?» gli domandò con voce minacciosa lo Yautja.

Scar emise solamente un balbettio. «Siamo guerrieri… venuti a fermarvi…»

Lo Yautja d’un tratto scoppiò a ridere. «No, siete solo pidocchi, e come tale verrete schiacciati.» Detto questo sbatté la testa di Scar contro la parete. «In quanti siete? Mi hai sentito, pidocchio? In quanti…»

Solo allora lo Yautja si focalizzò con il dolore che iniziò a provare. Solo allora si rese conto che non riusciva più a tenere in alto la sua vittima. Solo allora spostò lo sguardo e vide che dalla sua ascella destra fuoriusciva il manico di un coltello. Mentre lo sbatteva contro il muro, quel pidocchio l’aveva pugnalato.

Quando lo Yautja gridò non fu di dolore, bensì di rabbia. E voglia di massacrare quell’inutile pidocchio.

~

Machiko non aveva riconosciuto la mitragliatrice di Jungle ma non serviva: aveva capito che c’era qualche distrazione “importante” ed andava sfruttata. Non poteva essere sicura che i Bad Blood che stavano dietro la parete della casa aspettando che lei ed Achab uscissero fossero ora tutti distratti dal nuovo rumore, ma a quel punto bisognava giocare il tutto per tutto.

La donna si slanciò in avanti buttandosi a terra, in modo da uscire dalla parete dove si stava riparando cercando di prendere di sorpresa eventuali Yautja rivolti nella sua direzione: per fortuna non ce n’erano. Rimanendo a terra, usò il suo M16 sparando sventagliate ad ampio spettro. Quel tipo d’arma, a corta distanza, non aveva bisogno di perdite di tempo come mirare: bastava lasciare andare le braccia e le vibrazioni del potente mitragliatore facevano il resto, agitandosi da una parte all’altra e ricoprendo di piombo tutto ciò che aveva davanti.

Dal basso Machiko inondò di proiettili i Bad Blood che stavano per aggredirli, seguita subito da Achab che invece si sporse mettendosi in piedi, e cominciò a sparare con il suo fucile senza stare troppo a mirare. Il tempo di svuotare il suo caricatore e non c’era più alcuno Yautja in piedi.

Machiko si alzò di scatto. «Un altro minuto di vita conquistato», disse sorridendo. Achab non le rispose, né la guardò: il suo sguardo era fisso in lontananza… verso l’amico d’un tempo, che correva verso la morte.

~

«Ferma qui!» gridò Jungle a Bishop. Aveva la gola in fiamme, a forza di gridare e di lasciare andare tutta l’energia che per anni aveva tenuto compressa.

Non sapeva quante munizioni gli rimanessero, ma non era importante: ruotò la mitragliatrice e la puntò verso il punto che aveva raggiunto dalla miniera. La jeep infatti era sfrecciata in direzione dell’astronave di Wolf.

«Siamo alla fine della corsa, Bishop», disse Jungle. «Ma prima assicuriamoci che Wolf non possa andarsene.» Ed aprì il fuoco contro l’astronave.

Il rumore di ferraglia contorta si fece stridente. Jungle non conosceva quel modello di nave e non sapeva bene dove fosse il deposito di carburante, così nel dubbio sparava ad ampio spettro: e la minigun faceva il resto, devastando tutto.

Jungle riprese ad urlare, sfogando il suo furore… finché non si sentì il fiato spezzare in gola. Un’espressione di stupore infastidito gli contrasse il volto: quello dunque significava morire? Resistette e non lasciò la presa dal grilletto… almeno finché Wolf, alle sue spalle, non lo strappò via di peso…

~

Achab vide tutto, e appena notò la luce sfrigolante dietro la jeep cominciò a correre. Aveva già capito che qualche Yautja si era avvicinato invisibile ed ora stava tornando visibile. E visto che gli altri non stavano usando quella tecnica, di sicuro doveva essere Wolf. Lo vide apparire alle spalle di Jungle così come vide apparire la lancia che stringeva fra le mani. Lancia che terminava nella schiena di Jungle.

Urlando di rabbia, la corsa di Achab si fece frenetica, ma dovette interrompersi bruscamente davanti ad uno Yautja che gli era spuntato davanti. Uno Yautja ricoperto di sangue che trascinava Scar per il collo.

Il potente Yautja emise un profondo grugnito e lanciò qualcosa contro Achab, che non riusciva più a pensare lucidamente: dovette impiegare diversi secondi per rendersi conto che ciò che gli era stato tirato addosso era il corpo senza vita di Scar.

Achab si ritrovò il suo giovane compagno fra le mani, mentre lentamente iniziava a scivolare scompostamente sul terreno. Il volto di Scar era una maschera di sangue, ma era ancora visibile la cicatrice con cui Achab l’aveva “battezzato”.

«E ora tocca a te», sentì grugnire lo Yautja. «Mi sembri più in gamba di quel ragazzino, con te sarà un combattimento più interessante. Come ti chiami? Io sono Hornhead.»

Achab perse ogni controllo, e scattò gettandosi contro lo Yautja.

~

Vedere il corpo di Scar afflosciarsi al suolo spezzò il cuore di Machiko, ma non ne rallentò i riflessi. Era orgogliosa che quel giovane Yautja senza speranza, votato all’autodistruzione, avesse coronato il suo desiderio: non era morto ubriaco in qualche angolo di una città straniera, ricoperto di vomito, ma combattendo da guerriero onorevole, affrontando con coraggio un nemico più forte. Questo però non voleva dire che facesse meno male…

Rapidamente afferrò il fucile a lunga gittata che teneva a tracolla, perché anche lei in lontananza aveva visto Wolf. Da quella distanza non sarebbe stato facile colpirlo, ma era un’occasione troppo perfetta per non provarci.

Si mise in ginocchio, roteò il braccio destro fino a stringere saldamente la tracolla dell’arma così da tenerla immobile in posizione. Non poteva perdere troppo tempo e aveva un proiettile solo… Ma appena inquadrato Wolf nel mirino, proprio nella stessa traiettoria vide Achab avventarsi sullo Yautja che aveva ucciso Scar…

D’un tratto non era più così scontato l’obiettivo del suo ultimo colpo…

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 13


Tredicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

13

L’esplosione del primo candelotto di dinamite fu il segnale che tutto era giunto a compimento. Non c’era più tempo per i ripensamenti e i ragionamenti, per i pianti e per i rimpianti. L’attacco finale era appena iniziato e al di là di come sarebbe finito, ciò che importava era proprio questo: che tutto sarebbe finito. Quel suono esplosivo significava che erano tutti tornati Blooded Warrior, guerrieri onorevoli, in quanto stavano per affrontare con coraggio e sprezzo del pericolo un nemico palesemente superiore in ogni aspetto.

Erano belle parole da rigirarsi nella mente, ma non potevano nulla contro il terrore più nero.

Machiko aveva spiegato con calma e pazienza ai coloni che ad un tempo prestabilito avrebbero dovuto accendere quei candelotti di dinamite e iniziare a lanciarli ad intervalli crescenti: prima dieci secondi, poi trenta, poi un minuto e via così. Serviva a destabilizzare il nemico, per non far capire quando sarebbe arrivata la prossima esplosione, creando momenti di panico preziosissimi per poter intervenire di sorpresa.

C’erano pochissimi candelotti, l’attacco finto non sarebbe durato molto, ma era più che sufficiente per sferrare un attacco mortale ai Bad Blood.

Achab guidò la silenziosa camminata per arginare la colonia, così da attaccare dalla parte opposta da dove sarebbero arrivate le esplosioni e prendere i Bad Blood alle spalle. Non se la sentì però di dare ordini: ognuno sapeva già che avrebbe dovuto sgattaiolare il più silenziosamente possibile alle spalle dei nemici distratti per poi ucciderli, possibilmente in modo veloce: se perdevano l’effetto sorpresa o riuscivano solo a ferire il nemico di turno, erano in pratica già morti.

Erano passati dalla jeep per fare il carico di armi. Nessuno credeva che sarebbero vissuti così tanto da tornare indietro a ricaricare, quindi cercarono tutti di dotarsi il più possibile. Solo City Hunter non prese nulla. «Ho già addosso tutto quello che mi serve», disse. «Armi Yautja che mi hanno accompagnato per tutta la vita: non ho bisogno d’altro.»

Machiko si tenne a tracolla il fucile che aveva usato finora, sebbene con rassegnazione avesse notato che non c’erano altre munizioni: le rimaneva un colpo, ma era sempre un colpo in più rispetto allo zero. Si infilò le due piccole pistole Glock dietro la cintura e prese un fucile M16. Un classico, nella caccia al Predator: non era mai servito, ma solo perché chi lo aveva usato non sapeva dove colpire.

«Tu non prendi niente?» chiese la donna rivolta a Scar, che se ne rimaneva immobile a fissare il magro arsenale.

«Non so usare le armi Yautja, figuriamoci quelle umane», bisbigliò Scar, dal volto scuro. «L’unica arma che finora ho saputo usare è questa», e mostrò il suo lungo coltello. «Tante vale continuare ad usarla.»

Finito di armarsi, tutti procedettero in silenzio e rapidamente, non avendo molto tempo prima dell’inizio dell’operazione. Falconer avrebbe voluto assicurarsi che la strada fosse libera ma ormai il suo drone era inservibile: prese un Kalashnikov più per scena che per altro. Il suo cuore si era fermato quando aveva dovuto abbandonare il suo amato e inseparabile drone, del resto ormai gli importava poco. Aveva approfittato dell’occasione di tornare un guerriero onorevole senza molto sforzo e l’aveva presa: l’unico impegno che gli si richiedeva era morire, e per far questo un’arma o un’altra poco importava.

Il gruppo entrò guardingo nella colonia stupendosi che non ci fossero sentinelle. In fondo i Bad Blood non si aspettavano visite ed anzi si stavano preparando a partire, quindi in fondo era logico che l’accesso fosse sguarnito.

Machiko aveva dato l’ordine di separarsi e procedere ognuno in una direzione diversa, così da risultare più difficile dare nell’occhio: dovevano trovare Bad Blood isolati e, appena iniziate le esplosioni, ucciderli. Uno per uno. Detta così sembrava facile…

Si addentrarono nella colonia in silenzio, infilandosi fra la vegetazione e le case, muovendosi lentamente e guardando ovunque. Sembrava una città fantasma ma l’importante era assicurarsi di procedere senza lasciarsi nemici alle spalle. Machiko chiudeva il gruppo, come ai vecchi tempi. Ai tempi in cui andava a caccia con il Maestro Dachande. Ai tempi in cui era una guerriera onorevole. Quella sensazione di adrenalina e sangue gli era maledettamente mancata…

La donna guardava l’orologio che aveva sincronizzato con il colono: mancavano pochi secondi all’inizio della fine. Quando finalmente la sua inutile e umiliante vita umana sarebbe finita… e sarebbe iniziata la sua fama Yautja…

«E tu chi cazzo sei?»

Il sangue le si gelò nelle vene. Nel momento più importante della sua vita… si era distratta…

Non aveva visto nessuno in giro e per quegli ultimi secondi era rimasta allo scoperto, a guardare la colonia e a pensare alla sua fama Yautja. E da un cespuglio alla sua destra era fuoriuscito un Bad Blood: forse era una sentinella distratta o qualcos’altro, poco importava. Importava che mancavano ancora quattro secondi all’inizio del piano e non poteva attirare l’attenzione prima del tempo..

quattro secondi

Machiko lanciò il suo M16 addosso allo Yautja che, sorpreso e confuso, lo afferrò, come a parare un colpo.

Era proprio quello su cui contava la donna, che scattò in avanti.

tre secondi

Si lanciò verso il Bad Blood prima che questi, con le mani ancora occupate dall’arma, potesse reagire. Con mosse rapide si arrampicò sul busto dello Yautja fino a stringergli i fianchi con le cosce, in una tecnica che non proveniva certo dal Maestro Dachande bensì dallo studio delle arti marziali asiatiche terrestri.

due secondi

Il Bad Blood lasciò cadere l’M16 e si preparava a strapparsi di dosso la donna, ma Machiko aveva già estratto le Glock e le aveva posizionate ai due lati del collo del Predator proprio sotto la mandibola. Schiacciò il grilletto di entrambe le pistole.

un secondo

La dura pelle dello Yautja e la sua massa cerebrale fecero da silenziatore alle Glock, mentre i rispettivi proiettili squarciavano il cranio del Bad Blood. Un doppio tonfo sordo fu tutto ciò che si udì, e Machiko sperò che gli altri fossero troppo lontani per averlo notato.

La prima esplosione dalla miniera cancellò ogni altra esitazione.

~

Caso volle che Wolf stesse guardando in direzione della miniera quando avvenne la prima esplosione. Non aveva altro da fare, mentre i suoi uomini preparavano la nave per il ritorno.

Guardo quella deflagrazione, quella fiamma e quel fumo con uno stupore profondo: ogni dubbio finalmente lo abbandonò. Non sapeva se ci fosse Celtic, dietro, ma ora alla fine l’attacco temuto era arrivato aveva finalmente modo di entrare in azione. E Wolf amava l’azione.

Imperversava da molti anni per l’universo, depredando pianetini poveri ma pieni di occasioni per divertirsi. Ne aveva di esperienza, così tanta da sapere che i Colonial Marines non lanciano bombe a caso, quando attaccano: chiunque ci fosse in quella miniera, era talmente più debole di lui da dover fare la “voce grossa” con ridicole esplosioni fuori portata.

«Guardatevi le spalle!» gridò il grosso Yautja ai suoi uomini, sparsi per la colonia.

~

Dopo il fragore dell’esplosione Achab sentì in lontananza una voce potente cominciare ad impartire ordini: sicuramente era Wolf, e una scarica di adrenalina mista a terrore gli irrorò ogni ganglio nervoso.

Si spinse in avanti più velocemente, visto che finora quella parte di colonia sembrava deserta. Girato l’angolo di una casa vide la schiena di un Bad Blood che stava fermo in mezzo alla strada, a fissare in direzione della miniera lontana: il piano di Machiko funziona, pensò Achab.

Si avvicinò lentamente sentendo tremare ogni centimetro del suo corpo, finché reputò che non sarebbe riuscito ad andare oltre senza fare rumore, alzò il corto fucile che aveva scelto, lo puntò alla nuca dello Yautja e sparò. Aveva scelto il fucile a pompa perché le sue munizioni erano racchiuse in cartucciere di cuoio da tenere a tracolla, non certo perché conoscesse la forza dell’arma. Quando vide la testa del nemico aprirsi in due, sventrata dall’esplosione ravvicinata, il terrore sembrò diminuire di molto: se fosse stato sempre così facile, c’era addirittura la possibilità di uscire vivi da quella missione.

~

Jungle non aveva più aperto bocca da quando erano nella miniera: il terrore glielo impediva. Un terrore che l’aveva gettato nello sconforto e nel panico, anche se non voleva darlo a vedere ai suoi compagni. Avrebbe scommesso sarebbero stati altri a cedere prima di lui, vista la sua esperienza maggiore, e invece gli altri andavano avanti mentre lui era finito. Continuava a camminare e si atteneva al piano, ma sapeva benissimo di non avere più il controllo di sé: si muoveva in automatico in attesa della morte.

La vegetazione che aveva davanti gli si sovrapponeva al ricordo della giungla in cui uno stupido umano aveva avuto la meglio su di lui. Ritornò il terrore, ritornò lo sconforto di aver perso, l’umiliazione, la vergogna, la sconcia paura della morte, volgare per definizione. Aveva nascosto tutto dentro, aveva fatto finta di niente per tutti quegli anni ma era tutto lì: ed ora era salito a galla.

Jungle stringeva uno dei fucili rubati ai Bad Blood di Celtic ma neanche se ne rendeva conto, e si aggirava fra le case dei coloni alla ricerca di un unico obiettivo: trovare chi finalmente mettesse fine a quel dolore. Il dolore di aver fallito miseramente la ricerca di gloria e onore, il dolore di aver voglia di scappare e di non farlo unicamente perché non aveva alcun mezzo per sottrarsi al suo destino. Il dolore di vergognarsi così tanto di se stesso.

Quando si ritrovò d’improvviso faccia a faccia uno Yautja, sorpreso, una strana calma avvolse Jungle. Finalmente era finita.

Il Bad Blood era confuso, sentiva delle esplosioni lontane e si aspettava l’arrivo di umani, coloni o militari: invece davanti a lui c’era uno Yautja. Non lo conosceva, ma non poteva essere una nemico. O sì? Attimi preziosi di esitazione che permisero a Jungle di alzare il fucile e sparare.

Non lo fece convinto, in fondo addirittura voleva mancarlo perché così il Bad Blood lo uccidesse e tutta questa orribile vicenda sarebbe finita. Infatti il colpo non fece altro che ferire il braccio del nemico.

Un fiotto di sangue verde acceso fuoriuscì dalla ferita ma il Bad Blood sembrò addirittura non accorgersene. Jungle guardò gli occhi furiosi del nemico mentre questi prendeva lo slancio, e rimase inerme aspettando la morte, che sperò fosse veloce. Almeno un’ultima grazia alla fine di quella ferita vergognosa che era stata la sua vita.

Il Bad Blood era già saltato quando una lama ne bloccò lo slancio: la lama di Scar che si conficcò nel ventre del nemico distratto. Quest’ultimo incespicò ed urlò dal dolore. «Forza, aiutami!» gridò Scar a Jungle.

Quest’ultimo era raggelato a guardare il giovane amico che, inchinato, premeva con forza la sua lama nel ventre del Bad Blood, che cominciava a spillare sangue fosforescente ovunque. Il nemico gridava, non era un’azione pulita ed altri avrebbero sentito tutto: non cera tempo di riflettere. Jungle alzò il fucile e lo puntò alla testa del Bad Blood. Fece fuoco e questa scomparve, lasciando membra sconquassate da convulsioni. E sangue verde dappertutto.

Crollato il corpo a terra, Scar estrasse la lama e la pulì sul cadavere. «Non un bel lavoro ma almeno è uno in meno, no?» disse rialzandosi e sorridendo. Ma ciò che vide fu solo Jungle con gli occhi fissi nel vuoto. «Ehi, che hai? Sei ferito?»

Jungle, con il volto ricoperto di sangue, roteò lentamente gli occhi e li fermò guardando Scar. «Ho… capito…» bisbigliò.

«Come? Cosa hai detto…?»

Ma ormai Jungle non c’era più: aveva iniziato una corsa disperata e scomposta fuori dalla colonia.

~

Falconer sentiva rumori strani e terribili. Rumori di morte.

Avanzava lentamente tenendo puntata davanti a sé la sua arma, senza in realtà sapere molto del suo funzionamento. Procedeva quasi come un sonnambulo finché non vide in lontananza un paio di Bad Blood: prima di avere l’istinto di nascondersi per avvicinarsi di più, non visto, quelli si girarono verso di lui. Era finita. Tanto valeva premere il grilletto.

Partì una rumorosissima raffica di proiettili che cominciò a colpire qualsiasi cosa nelle vicinanze, e dopo qualche secondo Falconer capì che il Kalashnikov non era un’arma di precisione e che gli era impossibile controllarlo.

Il suo corpo tremava ed ondeggiava, mentre la forza dell’arma a ripetizione lo scuoteva con forza, finché d’un tratto tutto si placò. Il suo corpo non fremette più. Né toccava più terra.

Come in un sogno, Falconer vide davanti a sé il mondo sfrigolare mentre sentiva il suo collo stringersi. Avvicinatosi con attiva la propria invisibilità, ora Wolf gli si materializzò davanti agli occhi, mentre lo teneva sollevato da terra. L’imponente Yautja aveva indosso la maschera ma bastava il fiammeggiare dei suoi occhi per incutere terrore.

Wolf afferrò la mano di Falconer che teneva l’arma e la strinse. La strinse lentamente ma inesorabilmente finché non fu completamente maciullata.

Falconer non poteva gridare, aveva il collo saldamente stretto dalle possenti mani di Wolf, quindi poteva limitarsi a mugolare disperatamente.

Wolf si avvicinò al suo volto. «Posso distruggerti ogni osso del corpo o posso darti una morte rapida, tutto dipende se rispondi a questa domanda: quanti guerrieri siete?»

Falconer aveva dato più di quanto fosse in grado di dare, quindi non aveva senso continuare. «Cinque» gorgogliò.

Wolf annuì soddisfatto, e rispose: «No… quattro.» E spezzò il collo a Falconer. In altre occasioni non sarebbe stato così magnanimo, né si sarebbe sentito in dovere di mantenere un patto con una vittima, ma non aveva tempo.

L’ultimo pensiero di Falconer prima di morire fu di soddisfazione per la risposta data. Gli aveva fornito il numero dei guerrieri… non il numero totale.

~

Machiko non riusciva a ritrovare la concentrazione: come aveva potuto distrarsi così? Proprio nel momento più importante della sua…

Un fruscio violento la fece voltare di scatto e stava già per sparare, quando riconobbe all’ultimo secondo Jungle. «Dove cazzo vai?» gli gridò dietro, ma lo Yautja era ormai già lontano: aveva abbandonato la colonia.

Non stava andando come sperato, si disse la donna.

~

«Ho finito, ho lanciato l’ultimo candelotto. Ora non ci resta che pregare

I coloni si stringevano fra di loro mentre lanciavano idee sul da farsi. «Che bisogno c’era di stuzzicare quei mostri? Avete visto, stavano partendo, bastava aspettare

«Proprio così ci siamo messi nei guai: abbiamo aspettato e a momenti facevamo la fine di quegli altri. Non ti bastano tutti i morti che abbiamo avuto?»

«Ora che si fa?»

«Ovvio, aspettiamo che si ammazzino fra di loro poi raggiungiamo la nostra nave e ce la filiamo

«Ma se…» tutti iniziarono a gridare alla visione di uno Yautja che li raggiungeva correndo.

«Calmi, calmi, è uno dei nostri», li tranquillizzò Bishop.

Jungle si avvicinò proprio al sintetico, gli batté una mano sulla spalla e gli gridò: «Tu, vieni con me.»

Lo trascinò fuori dalla miniera e lo portò alla jeep. «Ho visto che guidi bene, sai farlo aumentando la velocità?»

«Aumentandola quanto?»

«Sai cosa vuol dire fottere?»

Il sintetico lo guardò fisso. «In senso letterale o metaforico?»

Jungle gli calò di nuovo la mano sulla spalla. «Devi guidare questo giocattolo in modo fottutamente veloce, come se avessi qualcuno alle spalle che vuole fotterti.»

«Penso di poterlo fare», rispose Bishop senza espressione.

Jungle girò intorno alla jeep e cominciò ad armeggiare con degli attrezzi, velocemente ma in modo preciso, mentre continuava a bofonchiare «Ci ho messo anni… ci ho messo una vita… ma finalmente… ho capito…»

Bishop prese posto alla guida e rimase immobile. Solo quando Jungle finì di armeggiare alle sue spalle l’androide piegò leggermente la testa. «Posso chiedere cos’è che avresti capito, dopo tutto questo tempo?»

Con uno strappo secco Jungle scoprì la mitragliatrice che aveva appena montato su un treppiede nel retro della jeep, e gorgogliò profondamente: «Se può sanguinare… può essere ucciso!»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 12


Dodicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

12

Il Bad Blood gridava, ma non era a causa della ferita alla gamba o perché Achab, Jungle e City Hunter stavano tentando di trascinarlo verso un albero, per legarlo. Stava urlando di frustrazione.

«Battuto da dei buffoni!» digrignava fra i denti, e per sottolineare il concetto tirò a sé il braccio che i tre stavano tirando per trascinarlo via: li fece cadere tutti e tre.

«Stai buono amico, o ti apro un buco anche nell’altra gamba.» Machiko lo teneva sotto mira ma in realtà non costituiva alcuna minaccia per il prigioniero.

«Una donna umana», stava ringhiando lo Yautja. «Colpito da una donna umana con un’arma umana: un’umiliazione maggiore non poteva esistere.» Achab lo afferrò al collo per trascinarlo via di peso, ma il prigioniero lo colpì con un pugno al viso, così potente da farlo cadere a terra di peso.

Machiko era tentata di sparare di nuovo ma non voleva sprecare un proiettile per una situazione di pericolo, soprattutto perché non era sicura che nella jeep ci fossero altre munizioni per quel fucile. Non aveva preventivato di usare così spesso quell’arma e non si era assicurata che ci fossero scorte adeguate di munizioni. Era inutile anche minacciare lo Yautja, visto che era un Bad Blood, un criminale che si era macchiato con così tanto sangue… che nulla di ciò che la donna poteva dirgli l’avrebbe spaventato.

Jungle cedette alla frustrazione, raccolse un grosso ramo dai cespugli e con rapido gesto lo calò sulla testa del prigioniero… che a malapena si accorse del gesto. Mentre lo osservava, imbambolato in piedi davanti a lui, Jungle non si rese conto che il prigioniero gli aveva afferrato la caviglia con la mano: si ritrovò anche lui a terra in un attimo, mentre lo Yautja con un rapido gesto lo immobilizzò afferrandolo al collo.

Machiko si avvicinò ancora di più, poggiando la canna del fucile sulla testa dello Yautja. «Mollalo.» Era inutile aggiungere altro: sarebbero state solo minacce vuote.

Il prigioniero alzò lo sguardo a fissare gli occhi della donna. Lasciò la presa ed anzi alzò le mani, in un gesto sarcastico accompagnato da un sorriso. Aspettò che gli altri si fossero rimessi in piedi prima di parlare a tutti. «Mi dispiace di aver ucciso il vostro amico», disse, aspettando qualche secondo prima di allargare il sorriso e continuare. «Perché regalandogli una morte veloce gli ho evitato la lunga agonia che toccherà a voi.» Rise forte. «Wolf farà scempio dei vostri corpi, e quando sarà stanco vi lascerà vivi, ad agonizzare: carne tremante che chiederà solo di essere uccisa per smettere di soffrire.» Rise, ma stavolta in tono più basso, più sinistro. «Il mio unico rimpianto è di non potermi godere lo spettacolo…» Con la mano destra si afferrò la fronte e con la sinistra la mascella: con uno scatto potente e un rumore secco si spezzò il collo, accasciandosi a terra.

Il silenzio che seguì al rumore del collo rotto fu pesante e mortale. «Ma… perché l’ha fatto?» chiese Scar, visibilmente scioccato. «Aveva paura che lo torturassimo?»

«No», rispose in tono basso Achab. «Si sarebbe fatto grasse risate a vederci provare a torturarlo. No, il problema è Wolf: non accetta feriti, sono solo una perdita di tempo, e con quel buco nella gamba non c’era speranza di tornare un guerriero attivo. Se fosse tornato da Wolf questi l’avrebbe ucciso, magari non in modo così veloce, quindi ha semplicemente anticipato l’inevitabile.»

Nessuno parlò, ma lo svolgimento di quella azione inaspettata aveva reso chiara la situazione: la morte d’un tratto sembrava davvero il minimo che poteva accadere loro.

~

«Sei sicuro?»

Wolf stava in piedi, in mezzo alla strada principale della colonia, e fissava in direzione dell’entrata della miniera.

«Assolutamente», rispose il suo assistente lì vicino. «Solamente due dei quattro colpi di fucile che si sono sentiti erano dei nostri, gli altri due potevano assomigliarci ma sono sicuro provenissero da altre armi.»

Wolf stringeva i pugni per il nervoso. Quel dannato pianetino schifoso gli stava dando più grattacapi del previsto, e mai nella sua attività di criminale aveva avuto così tanti dubbi sulla situazione. «Magari quei coloni si sono davvero andati a nascondere nella miniera e si sono portati dietro delle armi.»

«Sì, può darsi», rispose velocemente l’aiutante. «Però i nostri non stanno tornando, e non posso pensare che degli insetti umani abbiano potuto avere la meglio su quattro Bad Blood di lunga esperienza. Magari questi coloni sono più duri del previsto, ma allora perché non ci hanno affrontato prima? Se hanno armi così potenti, perché finora non le hanno usate?»

Wolf odiava quando le sue certezze venivano sgretolate, ma sapeva che era necessario avere chi gli suggerisse sempre il peggio: era così che dopo tanti anni poteva ancora scorrazzare per l’universo. «Pensi che si tratti dei soldati della Compagnia?»

L’aiutante annuì. «Sicuramente mi sbaglio, ma pensaci. Celtic ancora non si è visto e non lo si può certo definire uno che rispetta sempre gli accordi. E se avesse fatto un accordo con la Weyland-Yutani? Se ci avesse mandato su questo pianetino su consiglio loro? Hai visto quella struttura in cui gli umani si sono chiusi dentro? Non è roba da minatori: questo pianeta è controllato strettamente dalla Compagnia e Celtic ci ha mandati in una trappola.»

Wolf non poteva crederci. Sapeva benissimo che Celtic era un serpente velenoso ma il loro sodalizio era troppo solido e di lunga data… come poteva prendere in considerazione quell’ipotesi? «Va bene», disse dopo lunghi attimi pensosi. «Nel dubbio, filiamocela. Avremo tempo di indagare e, nel caso, vendicarci di quell’infame di Celtic.»

«Do l’ordine di smontare tutto e di prepararsi a partire», disse l’aiutante, accennando un inchino del capo e andandosene, lasciando Wolf solo.

Il possente Yautja fissava sempre più nervoso l’entrata della miniera. Pensò che si stava facendo vecchio, perché altrimenti avrebbe dovuto prevedere dal primo giorno che se si fosse preparato un attacco contro di lui… è dall’ingresso della miniera che sarebbe arrivato.

~

«Si stanno preparando a partire», disse Machiko senza togliere gli occhi dal suo cannocchiale. Era sdraiata da parecchio sul limitare dell’entrata della miniera, e sperava di riuscire a farsi un’idea di quanti Bad Blood ci fossero, senza purtroppo riuscirci.

Gli altri erano tutti stretti in prossimità dell’entrata, ma cercavano di appiattirsi contro qualche parete, per non far vedere ombre o movimenti da fuori. Erano distanti dalla colonia e avevano il sole alle spalle, quindi teoricamente erano invisibili, ma quando Wolf si mise a fissare nella loro direzione non poterono reprimere un brivido.

Malgrado la lontananza, la visione del potente Bad Blood li aveva terrorizzati, anche perché il morale di tutti era talmente a terra da essere particolarmente sensibile.

«Pensi che si sentano minacciati?» chiese Achab.

«Forse hanno sentito i miei spari e hanno capito che non provenivano da una loro arma», disse Machiko. Non era stata una mossa saggia, sparare, ma non si rimproverava: vista la manifesta incapacità degli altri era l’unica scelta possibile.

Da quando erano entrati nella miniera tutti pensavano solamente a come sferrare l’attacco finale. Tutto, pur di non pensare a Berserker.

Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo ad alta voce, ma era stato un bene che il loro amico avesse fatto l’idiota, sfidando il Bad Blood a combattere: così facendo aveva reso meno spaventosa la sua morte. Bastava non sfidare nessuno, e quel tipo di morte si poteva evitare. Era un pensiero irrazionale, ma attraversava le menti di tutti.

In un’altra occasione Achab si sarebbe straziato il cuore a vedere il proprio amico maciullato a sassate, ma ora c’era un pericolo talmente grande che cancellava tutto il resto. E forse era un bene: non avrebbe avuto tempo di soffrire per la fine di Berserker.

Le minacce del prigioniero poi avevano gelato il sangue a tutti, ed era meglio non pensare all’eventualità di finire vivi nelle mani di Wolf. Sapevano tutti chi era quel criminale e di cosa era capace, ma fino al giorno prima la missione aveva i contorni del sogno: ora invece era maledettamente reale e metteva maledettamente paura.

«Dobbiamo agire in fretta, altrimenti sarà stato tutto inutile», spezzò il silenzio City Hunter.

«Agire come?» scattò rabbioso Jungle. «In tre non siamo riusciti a tenere fermo uno solo di loro, che cazzo di speranze abbiamo?» Tutti si voltarono a fissarlo stupiti: non era il solito tono di voce brontolone di Jungle. Era il tono della disperazione, come se non ce la facesse più a contenere la pressione di quell’esperienza più traumatica del previsto. «È finita, ci siamo divertiti a fingerci guerrieri ma ora il gioco è arrivato alla conclusione. Siamo un manipolo di inetti che un tempo si credevano Blooded Warrior: esiste un solo piano d’azione, per noi…»

Dopo un silenzio pesante di qualche secondo, Achab prese la parola. «Si può sapere di che stai parlando, amico?»

Jungle guardò tutti con occhi durissimi. «Non è più tempo di bei discorsi, ora è il tempo della verità. Siamo venuti qui per morire da guerrieri… quindi è arrivato il momento di farlo.» Dopo un secondo di gelido silenzio continuò. «Ci buttiamo addosso a tutto ciò che si muove e ne portiamo via con noi il più possibile…»

Mentre Scar e Falconer rimanevano in disparte, sperando che il buio della miniera che li avvolgeva li nascondesse anche agli altri compagni, City Hunter rispose seccato. «C’è sempre tempo per morire, non sarebbe meglio provare prima a far fuori qualche Bad Blood in sicurezza?»

«E come?» quasi urlò Jungle. «Siamo spompati, fiacchi, non abbiamo più un briciolo di forza. Non siamo riusciti a tenerne fermo uno ferito, come pensi di avere la meglio su quelli laggiù?»

«Con l’inganno», rispose d’un tratto Machiko, che abbandonò il posto d’osservazione per rimettersi in piedi, riparata dal buio. «Wolf ha guardato da questa parte a lungo e sicuramente ha dato l’ordine di partire: si aspetta un attacco dalla miniera, e noi faremo come i nazisti.»

«Come cosa?»

Machiko non rispose ma chiamò uno dei coloni, che si avvicinò titubante. «So che lavorare in miniera significa anche usare la dinamite: ne avete una scorta, qui?»

L’uomo annuì. «Non proprio una scorta, dovevamo rifornirci quando sono arrivati i mostri. Se non ricordo male è rimasto giusto qualche candelotto.»

«Perfetto» esultò la donna, tornando dai compagni. Prima che gli ponessero altre domande iniziò subito a parlare. «I nazisti erano dei gran cattivoni che, nel passato del mio pianeta, tentarono di invadere un territorio molto grande. I loro nemici sapevano benissimo cosa stavano per fare e si prepararono ad affrontarli nel punto dove era più ovvio che attaccassero. I nazisti infatti attaccarono da lì, ma fu solo un trucco: solo una minima parte delle loro forze fu impegnata nel punto “ovvio”, il resto se ne andò da un’altra parte e penetrò in profondità nel territorio nemico. In pratica i nazisti conquistarono un enorme territorio con relativamente poco sforzo. Così dobbiamo fare noi: Wolf si aspetta un attacco dalla miniera e noi glielo daremo, ma in realtà saranno i coloni a farlo: noi faremo il giro ed attaccheremo dall’altra parte della colonia. Beccheremo Wolf e i suoi alle spalle, mentre sparano ad una miniera vuota.»

Tutti si guardarono, finché Achab prese la parola. «Quanto sono riusciti a mantenere la loro vittoria, quei nazisti?»

Machiko non se l’aspettava, come domanda. «L’ho detto all’inizio, erano cattivoni quindi alla fine hanno perso, ma a noi non interessa: quella vittoria è stata la più grandiosa e inaspettata del periodo, e noi dobbiamo seguirne la tecnica. Fai credere all’avversario di aver capito cosa farai, così che non si metta a guardare da un’altra parte: così che cioè non si accorga che in realtà stai facendo tutt’altro.»

«Pensi che gli umani ci aiuteranno?» chiese Falconer.

Machiko si voltò a guardarli, mentre rimanevano in fondo alla miniera, sorrise loro e poi tornò a guardare i suoi compagni. «Dovranno per forza, altrimenti legheremo la dinamite ai loro corpi e li manderemo fuori dalla miniera.»

Mentre gli altri la fissavano, Machiko si inchinò verso Jungle, che rimaneva seduto a fissarla con occhi spiritati. «Uno dei libri sacri degli umani dice: c’è un tempo per vivere e un tempo per morire», sussurrò la donna afferrando tra le mani la testa di Jungle. «Non è ancora tempo di morire, amico mio: è tempo di uccidere.»

(continua)

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