ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 5

Quinta puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

5

Un mese prima

«Sarebbe questa la macchina che vincerà il DOA Race?»

Il disprezzo nella voce di Eve era stemperato dalla sua espressione divertita, come se in fondo provasse un certo divertimento ad insultare il duro lavoro di Lucas. Non era stato facile costruire un’auto a tecnologia basica e con assenza totale di informatica, quasi una bestemmia nei confronti dei livelli di alta qualità raggiunti dalle industrie automobilistiche più prestigiose: i pezzi di ricambio erano ormai quasi introvabili o peggio ancora in mano a collezionisti poco disposti a cederli. Non erano certo problemi di Lucas, lui si limitava a chiedere i pezzi di cui aveva bisogno e gli assistenti che la Yutani gli aveva affiancato dovevano fare il resto: il pilota ipotizzava che per costruire un’auto così essenziale, semplice, che sul mercato valeva zero, fosse stata spesa una cifra vergognosa. I collezionisti cedono solo davanti ai soldi. Tanti soldi.

Lucas fermò la sua auto davanti ad Eve. Tornava dall’ennesimo attraversamento a velocità di crociera del percorso accidentato che gli era stato affidato come prova. Era inutile correre, preferiva procedere con calma e analizzare bene la strada: per correre ci sarebbe stato tempo.

Da un giorno all’altra si aspettava l’arrivo della donna, alla scadenza del tempo fissato, quindi non era sorpreso e soprattutto non voleva dare alla sua carceriera la soddisfazione di mostrarsi agitato dalla sua presenza: quello era il giorno decisivo e voleva gustarselo, non subirlo.

Uscendo lentamente dall’auto Lucas squadrò velocemente Eve, ma non la donna in sé: più che altro l’auto sul cui cofano lei era appoggiata. «Quella sarebbe la tua auto?»

Eve lo aveva fissato divertita per tutto il tempo. «Noto con piacere che continui ad esprimerti a domande. Non ci vediamo da più di un mese, sono venuta qui e, secondo il contratto che abbiamo firmato, sono pronta ad essere uccisa da te in corsa, o almeno a divertirmi nel vederti provare… e non mi dici neanche “ciao”?»

Lucas chiuse la portiera e si appoggiò al cofano imitando – o meglio scimmiottando – la posa della donna. «Ciao. Quella sarebbe la tua auto?»

Eve sorrise. «A quanto pare non ho speranze di superare la barriera linguistica che ci separa.» Batté con la mano sul cofano. «Questa schifezza è l’auto che gli ingegneri Yutani hanno studiato seguendo le nuove regole del DOA Race. È come se ad un ingegnere nucleare chiedessero di costruire un mouse: alla fine ci riesce, ma il risultato non è dei migliori. Gli ingegneri della Casata sono i migliori in circolazione, quindi se loro falliscono gli avversari faranno peggio, ma capisci che puntiamo molto su di te. Sulla carta jolly.»

Lucas si frugò lentamente in tasca ed estrasse un mozzicone di sigaretta. Se lo portò alle labbra ed iniziò a cercarsi in tasca dei fiammiferi. «Se puntate tanto su di me perché avete costruito un’auto vostra mentre io costruivo la mia?»

«In questo consisterà la gara di oggi: metteremo a confronto il meglio che sanno fare i nostri ingegneri con il meglio che sai fare tu, cioè la feccia. La mia tesi è che la tua auto, guidata da te, farà risultati migliori e sbaraglierà gli avversari. Perché scendere di livello lo possono fare tutti, ma non raggiungeranno gli stessi risultati di chi ci vive, al livello più basso… Ma stai fumando una dannata sigaretta vera

Con fare plateale Lucas aveva acceso la sigaretta con un fiammifero ed ora stava emettendo lentamente fumo dalla bocca. «Non sapevo quanti insulti avevi ancora da lanciarmi, così ho pensato di rilassarmi.»

«Sai che le sigarette elettroniche WY sono le migliori in circolazione? Almeno a quanto mi dicono, visto che non ho mai fumato.»

«Non lo sapevi che la feccia fuma sigarette vere? A noi, dei livelli bassi, non piace la tecnologia, né i chip che la Weyland-Yutani infila nelle sigarette per controllarne l’uso.»

Eve rise di gusto. «Un vero uomo dei boschi, non potevo incontrare di meglio. Magari credi anche alla leggenda dei chip impiantati sottopelle alla nascita.»

Lucas sbuffò altro fumo e fissò Eve. «Quindi mi stai dicendo che la Compagnia non inserisce chip nelle sigarette elettroniche per controllare i gusti dei fumatori? Non credo alle leggende, ma al marketing sì.»

Eve sostenne lo sguardo, finché non sbottò a ridere. «Non mi occupo di marketing, ma ora te la faccio io una domanda: dove accidenti hai trovato quella sigaretta? Le mie spie mi informano che hai vissuto come un monaco, questo mese, non hai chiesto nulla né cercato nulla: fumo, alcol, donne, uomini. Niente. Ho pensato davvero di aver trovato un santone dei boschi, ma ora stai fumando…»

Lucas sorrise. «Le tue spie hanno detto bene, non ho chiesto niente… a loro. Ma un garage è un porto di mare, soprattutto se per giorni e giorni arrivano pezzi di ricambio portati da appassionati e collezionisti. Non sai quante sostanze avrei potuto assumere, se avessi voluto: sei fortunata che mi concedo giusto una sigaretta. Anche se sarebbe stato meglio fumarla dopo…»

Eve sapeva che era un aggancio, ma non resistette. «Dopo cosa?»

«Dopo averti fatto il culo», rispose Lucas senza alcuna inflessione nella voce.

La risata della donna fu sincera. «Ti prego, dimmi che lo farai sul serio, perché scoprire che sei solo un pallone gonfiato sarebbe troppo doloroso per me.»

I due rimasero a guardarsi per qualche secondo. «Proprio perché non sono un pallone gonfiato voglio mettere in chiaro una cosa», disse Lucas. «Come hai detto, con molte più offese, sono un uomo semplice, a bassa tecnologia, nato e cresciuto in una zona rurale. Sono la feccia che cerchi, ne convengo, ma sono anche un uomo di parola: è l’unica merce che conta da dove vengo io.» Fissò la donna con sguardo serio. «Se dico che ti ucciderò in corsa… vuol dire che ti ucciderò in corsa.» E gettò via il mozzicone consumato di sigaretta, con fare teatrale.

Eve sostenne il suo sguardo serio, poi si alzò dalla macchina e gli si avvicinò lentamente. Quando i due volti furono a pochi centimetri di distanza, la bocca della donna si trasformò in un sorriso. «E quando io dico che sarà un piacere vederti provare… vuol dire che sarà un piacere vederti provare.»

~

Le due auto partirono sfrecciando, lasciando al loro posto solo una nuvola di polvere.

Aver spostato la competizione da un circuito asfaltato ad un percorso su strada sterrata voleva dire tener conto di molte più incognite, dalla scarsa aderenza delle gomme alla polvere che poteva impedire la visibilità. Saper calcolare queste incognite non voleva dire controllarle.

Alla fine del rettilineo che apriva il percorso le due auto erano ancora alla pari, anzi quella di Eve stava leggermente superando in velocità l’altra. «Non mi stai stupendo, uomo dei boschi», disse la donna.

Lucas la sentì nelle cuffie. Quella “tecnologia” non era accettata nella competizione ufficiale ma ora stavano giusto facendo una gara fra di loro, e la donna aveva insistito per rimanere in contatto con lui. «Ti sei fatta costruire un carro armato, è naturale che vai veloce», rispose il pilota mentre la sua auto rimaneva sempre più indietro. «Comunque il mio obiettivo non è quello di stupirti…» Arrivò la prima curva e l’ingombrante veicolo di Eve la prese larga, mentre la snella auto di Lucas la dominò senza problemi, superando l’avversaria. «È quello di farti il culo.»

Durante il nuovo rettilineo l’auto di Eve rimontò in velocità e si avvicinò sempre di più a quella di Lucas, fino a tamponarla. «Per ora sono io a contatto con il tuo culo», disse ridendo la donna. Lucas non rispose, si limitò a scartare sulla sinistra e a rallentare fino a ritrovarsi dietro Eve: con l’arrivo di un’altra curva e di un’altra manovra “lenta” della donna, il pilota la superò di nuovo sulla destra. Un gioco inutile, portato avanti solo per sbeffeggiare l’avversaria.

«Spero che non farai questa roba anche in gara», disse Eve, con voce palesemente seccata.

«Sì, se gli avversari saranno così stupidi da costruirsi macchine grosse e impacciate coma la tua.» Iniziava una serie di curve che l’auto di Lucas gestì alla perfezione, mantenendo una velocità costante.

«Gli ingegneri sono convinti che un circuito così accidentato abbia bisogno di un veicolo resistente, corazzato il più possibile», disse la donna.

Lucas ormai stava aumentando sensibilmente la distanza da Eve. «Le curve non hanno bisogno di corazza.»

D’un tratto un tonfo sul cofano spezzò il fiato dell’uomo.

Eve capì, anche a distanza. «Le curve no… ma loro sì!»

Un enorme xenomorfo nero era piombato sul cofano dell’auto di Lucas e, aggrappandosi con gli artigli ai lati, stava sibilando sul parabrezza. «Questo non era previsto!» cominciò a gridare il pilota.

«Dici di aver sempre seguito il DOA Race in TV, quindi sai benissimo che gli alieni sono parte integrante della corsa.»

«Questa non è la corsa vera, è una gara di velocità tra me e te.»

«Mai parlato di “gara di velocità”, uomo dei boschi: devo sapere se sarai in grado di gestire le situazioni sotto stress della corsa.»

Lucas cominciò a sterzare lentamente per far vibrare l’auto a destra e a sinistra senza perdere troppa velocità, ma l’alieno era troppo ben saldo sul cofano per lasciarsi sbalzare via. «Ammazzarti una volta sola sarà davvero poco», gridava il pilota nel microfono, mentre Eve rideva.

Nello specchietto retrovisore Lucas vide che l’auto della donna si stava avvicinando in corsa: aveva affrontato le curve in modo terribile, ma ora stava recuperando in fretta. E non aveva xenomorfi di cui doversi occupare.

Il pilota vide che Eve stava spostandosi a sinistra per cercare di superarlo, e visto che l’alieno non aveva alcuna intenzione di mollare la presa ed anzi stava preparandosi ad infrangere il parabrezza, decise di frenare. Schiacciando il pedale con ogni muscolo del suo corpo.

L’auto inchiodò tanto da trasformare gli pneumatici in nuvole di polvere e fumo, e la differenza di velocità fu tale che l’alieno fu sbalzato via dal cofano, rotolando sulla strada. La velocità e il vantaggio accumulati da Lucas erano irrimediabilmente persi, ma aveva calcolato il momento giusto per fermarsi… e la posizione giusta: era impossibile per Eve, che stava arrivando dietro di lui a tutta velocità, evitarlo. Lucas diede gas un secondo prima che l’auto dell’avversaria lo travolgesse da dietro, dandogli la spinta necessaria a riacquistare velocità e a travolgere lo xenomorfo con spinta sufficiente da sbalzarlo via senza provocargli fuoriuscite di sangue acido.

«Sei un dannato pazzo!» gridò Eve. «Con questo scherzo ti sei fatto sfondare mezza auto.»

«Non mi serve arrivare sano al traguardo, mi basta arrivarci.»

«Adesso hai capito perché sarebbe stata meglio un’auto corazzata? Ti sono venuta addosso a tutta velocità e non ho che qualche graffio. In gara gli avversari non saranno così gentili come me: faranno di tutto per massacrarti e farti volare fuori strada.»

Grazie ad una serie di curve, affrontate tutte in derapata, Lucas stava tornando ad acquisire vantaggio su Eve. «Immagino che tu non abbia riconosciuto l’auto che ho costruito, con i soldi della Yutani.»

La donna non si aspettava questa domanda, anche perché era intenta a non perdere troppa velocità nelle curve. «Evidentemente no.»

«È una Ford Mustang, ma magari a voi che vivete fuori dalle fogne non dice niente questa marca.»

«Al momento sono un po’ occupata a raggiungerti, ma se vuoi perdere tempo e concentrazione a parlare fallo pure…»

Ignorando il sarcasmo della donna, Lucas continuò. «È la prima auto ad aver vinto un DOA Race, anche se all’epoca il nome della competizione era diverso. Potete mettere in campo tutti i computer che volete, potete costruire carri armati resistenti a tutto, ma la vostra preziosa gara è nata sul puro talento a bassa tecnologia.»

All’improvviso sulla strada comparve un altro alieno, ma stavolta Lucas non si fece cogliere impreparato. Sterzata improvvisa, freno a mano e l’auto iniziò un rapido testacoda, un giro su se stessa di cui il pilota riprese il controllo una volta tornato dritto sulla strada. Nel frattempo, nel suo giro l’auto aveva colpito l’alieno con la parte posteriore, scalciando via il mostro grazie alla velocità acquisita. Velocità che ora Lucas doveva recuperare in breve tempo.

«Continui a fare giochetti ammazza-velocità», sentì la voce di Eve nelle cuffie. «Sei bravo, te lo concedo, ma questa roba non va bene per il DOA Race.»

Mentre parlava l’auto della donna iniziò a superare quella di Lucas, che aveva perso velocità per liberarsi dell’alieno. Il pilota aspettò che l’avversaria iniziasse il suo passaggio a sinistra e poi sterzò in quella direzione: la sua Ford Mustang non poteva certo fare danni al veicolo corazzato di Eve, ma a quella velocità bastava una piccola sbandata per mandarlo fuori strada. La donna si ritrovò d’un tratto fra gli sterpi che costeggiavano la strada mentre Lucas sfrecciava via riacquistando velocità.

«È così che cerchi di farmi fuori?»

«È così che mi assicuro di arrivare al traguardo prima di te.»

Eve rientrò in carreggiata e ricominciò la sua corsa, non esplosiva ma inesorabile. «Il fatto di essere davanti a me non mi basta, uomo dei boschi: non hai promesso di vincermi, hai promesso di uccidermi.»

«Fottuta squilibrata», bisbigliò il pilota, senza ricevere risposta.

Finché il percorso consisteva solo in curve non c’era problema, lo stesso per i tratti boschivi, ma ogni volta che con la coda dell’occhio Lucas vedeva un alieno – probabilmente fuoriuscito da gabbie sistemate durante il percorso – la situazione si faceva dannatamente seria. La sua auto probabilmente non era in grado di subire un attacco a piena forza di uno xenomorfo, le lamiere leggere si sarebbero contorte sotto gli artigli potenti dell’essere, ma non poteva ogni volta perdere tempo ad evitare gli attacchi. L’unica cosa che poteva fare in questo momento era correre più veloce dei mostri… e non era facile, in un percorso così accidentato.

Riuscì a sfuggire ad uno xenomorfo su rettilineo, sorpassandolo e sgommando fino a seminarlo, ma quando in una curva all’interno di un bosco se ne trovò davanti due… capì che doveva assolutamente inventarsi qualcosa.

Frenò di scatto prima che i mostri potessero raggiungerlo, perdendo non solo tutta la velocità ma iniziando a procedere in retromarcia. «Eh no, bello mio», gli disse Eve nelle orecchie. Arrivando a tutta velocità stavolta fece in tempo ad evitarlo e a superarlo a sinistra, proprio mentre Lucas ripartiva a tutto gas. Il risultato fu che il pilota si attaccò in scia all’auto di Eve mentre questa procedeva a tutta velocità fra gli xenomorfi: la sua corazza se ne fregava dei mostri e li investiva senza problemi, facendo giusto attenzione a non schiacciare il sangue acido con gli pneumatici.

«Davvero?» gridò la donna. «Vuoi usarmi come scudo contro gli alieni?» Un tonfo indicò un altro mostro che provò ad espugnare l’auto corazzata di Eve senza successo. «Sarebbe questa la tua strategia?»

Il traguardo era ormai vicino ed Eve era seccata. Lucas era ancora dietro di lei e probabilmente all’ultimo secondo l’avrebbe superata contando sulla maggiore velocità dell’auto, ma quella vittoria stentata non era ciò che cercava. Voleva qualcuno che la stupisse e il pilota non l’aveva fatto. Forse pretendeva troppo, in fondo era sopravvissuto fin lì e questo era già un risultato per nulla scontato.

Lucas si spostò dalla scia dell’auto di Eve e iniziò il sorpasso, fino ad affiancarsi alla donna. «Siamo partiti affiancati ed arriviamo affiancati, buffo no?»

La donna si voltò a fulminarlo con gli occhi. «Mi hai molto deluso: rimanere in vita non fa di te un campione.»

Lucas la guardò serio. «Per noi feccia “campione” è quello che taglia il traguardo, se per voi ricconi vuol dire altro avresti dovuto specificarlo.»

«Non hai ancora tagliato il traguardo, e soprattutto io sono ancora viva: finora quindi non hai combinato ancora niente.»

Lucas la fissava cercando di capire quella donna che continuava a sfuggirle: davvero era seccata perché non aveva provato ad ucciderla? Possibile la Yutani si affidasse ad una folle di quel genere? «Sai perché nelle corse clandestine nei bassifondi i partecipanti cercano di farsi sfondare subito qualche parte dell’auto?»

«Sento che stai per dirmelo», rispose sarcastica la donna, guardando la strada davanti a sé mentre il traguardo era sempre più vicino, con la sua bandiera sospesa tra due aste.

«Per avere subito qualcosa di appuntito e sporgente da poter usare contro gli avversari». Con una rapida sterzata contro l’auto di Eve, Lucas fece in modo di colpirla con il proprio posteriore distrutto, con le lamine piegate che fuoriuscivano. Lamine che colpirono una delle ruote posteriori dell’auto avversaria, dilaniandola.

Eve perse subito il controllo dell’auto, anche se riuscì a non farla sbandare, ma divenne più difficile contrastare la spinta che Lucas cominciò ad applicarle: premendo con la sua auto la stava mandando fuori strada… proprio contro il muro che delimitava la zona del traguardo.

L’auto di Eve era ormai chiaramente diretta contro la parete e la scelta di tempo di Lucas era stata perfetta: frenare non era più una soluzione efficace, visto che si trattava di frazioni di secondo. Un secondo prima e alla donna sarebbe stato sufficiente schiacciare il pedale del freno, invece ora era troppo tardi. Le rimaneva giusto il tempo di voltarsi verso Lucas e scoprire gli occhi di fuoco con cui la stava fissando. Nelle frazioni di secondo che le rimasero, Eve abbozzò un sorriso alla volta dell’uomo… prima che l’impatto contro la parete trasformasse la sua auto in una bolla di fuoco.

Lucas tagliò il traguardo a tutta velocità e iniziò a frenare facendo roteare l’auto su se stessa. Una volta fermo, scese e cominciò a correre verso il punto dove l’auto di Eve si era distrutta contro la parete, in un ammasso di lamiere e mattoni. Guardava la scena come sotto l’effetto di una droga: non poteva essere vera, non poteva esserci riuscito sul serio. Per quanto avesse aspettato l’ultimo secondo, per quanto l’avesse messa alle strette, quella donna non poteva essere andata incontro ad una morte annunciata con il sorriso sulle labbra.

Lucas si fermò quando il calore delle fiamme che avvolgevano l’auto dell’avversaria si fece insopportabile. Si trovava in mezzo al nulla, non sapeva chi chiamare, non sapeva come chiamare qualcuno: si limitava a rimanersene immobile a fissare le fiamme con la bocca aperta… spalancandola ancora di più quando vide qualcosa muoversi.

Le lamiere si scostarono mentre una forma scura, avvolta dalle fiamme, fuoriusciva dall’auto. Davanti allo sguardo allibito e gelato di Lucas, la donna si alzò dalle rovine infuocate della sua auto e gli si fece avanti. Con il corpo ancora ardente delle ustioni e i capelli ancora avvolti dalla fiamme.

Una voce profonda e rauca uscì da quel corpo.

«Chiedimi di nuovo perché mi chiamo Forever…»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 4

Quarta puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

4

Eloise guardava in continuazione Boyka, inquieta.

Aveva vissuto tutta la sua vita in una gabbia, esattamente come il lottatore, ed ora si ritrovava a viaggiare nello spazio insieme ad altri uomini. Una cosa era sapere cosa significasse tutto questo, un’altra era capirlo. Capirlo dentro.

Eloise non era come gli altri, e lo sapeva. Sapeva di essere il frutto dell’esperimento di una mente folle, sapeva che era nata in laboratorio e che non era umana, malgrado lo sembrasse in apparenza, così come sapeva che l’unico scopo per cui era stata creata era vivere fra gli essere umani, per motivi che non le erano ben chiari. Tutto questo era un’informazione che la donna aveva sempre avuto in sé, ma l’unica vera esperienza con un essere umano era stata con il suo “creatore”, un padre crudele e torturatore. E poi era arrivato Boyka, che l’aveva liberata.

Eloise continuava a fissare l’uomo: prima o poi mi farà un cenno e saprò che è il segnale, si ripeteva fra sé. Il segnale di cominciare ad ammazzare tutti.

Alla ginoide non piaceva il contatto con troppi esseri umani, e non la si poteva accusare di “razzismo”: non ne aveva mai incontrati così tanti quindi ignorava che le avrebbero generato qualcosa che poteva forse essere definita “nausea”. Non sapeva dare un nome a quel sentore vago che provava, ma di sicuro non era piacevole. I soldati che li stavano scortando erano sgradevoli, erano rumorosi, gesticolavano in modo che non riusciva a comprendere e ciò che dicevano era ancor più incomprensibile. Le erano state insegnate le principali lingue umane, visto che avrebbe dovuto passare per umana anch’essa, ma quel chiacchiericcio sguaiato e fastidioso non le riusciva comprensibile. Sapeva solo che ad ogni strana frase di un soldato tutti gli altri esplodevano in risate sguaiate. Forse era qualche dialetto da caserma che lei ignorava.

Boyka sedeva placidamente e fissava il vuoto oltre l’oblò della nave. Se ci fossero state stelle o pianeti si sarebbe potuto dire che quel rude galeotto, cresciuto fra le sole quattro mura della sua prigione, stesse ammirando la potenza dei corpi celesti… ma in realtà la nave stava attraversando uno spicchio particolarmente vuoto d’universo. Non c’era nulla da vedere né il lottatore ne sentiva particolarmente il bisogno.

«Mi dici cosa guardi tutto il tempo?» aveva chiesto Eloise la prima volta che Boyka le aveva fatto cenno di sedere con lui su una delle poltroncine della sala comune, posizionata proprio davanti ad uno degli oblò dell’astronave.

L’uomo le aveva risposto a bassa voce, senza voltarsi. «Guardo l’unica cosa degna di nota di questa astronave: il vuoto al di fuori di essa.»

Eloise non aveva capito ma aveva deciso di non fare altre domande. Avrebbe voluto chiedere perché da quando erano saliti a bordo non si erano allenati una sola volta, avrebbe voluto chiedere perché da quando erano arrivati i soldati Boyka sembrava aver smesso di essere il suo maestro di combattimento, e le domande si sovrapponevano le une alle altre, tanto che la ginoide malediceva una volta di più il suo creatore: perché le aveva dato quelle facoltà intellettive? Perché le continuavano a venire in mente domande a cui nessuno sembrava intenzionato a dare risposta? Forse erano state più fortunate le sue sorelle, nate come gusci vuoti con l’unico obiettivo di essere macchine di morte al servizio del loro padrone.

No, era ingiusta. Disprezzava quelle che non considerava più sorelle bensì schiave. Adorava essere superiore a loro, così come aveva trovato deliziosa la sensazione di potere quando stringeva loro il collo fino a farle accasciare: morivano come insetti e solo questo erano. Lei invece era di più. Non sapeva perché, ma sapeva di esserlo.

Purtroppo era difficile mantenere alta la propria considerazione indossando una divisa militare fuori misura e molto rovinata. Per fortuna condivideva quella situazione con Boyka. «Non farci caso», le aveva detto lui il primo giorno, quando la ginoide gli aveva chiesto se era quello il modo di vestire del suo popolo. «Anch’io non amo girare con questi stracci, ma è solo provvisorio. Presto potrai scegliere qualcosa che ti piaccia di più.»

Eloise l’aveva fissato con sguardo serio. Era inutile cercare di spiegarsi, non ci sarebbe riuscita, così tacque. Come avrebbe potuto spiegare all’uomo che perché qualcosa piaccia bisogna possedere del gusto… se non riusciva neanche a spiegarlo a se stessa? Sapeva solamente che non aveva idea di cosa volesse dire “ti piaccia di più” e decise di aspettare che le venisse spiegato spontaneamente.

Quando iniziarono a rimanere seduti senza far niente qualche soldato si avvicinò e disse cose incomprensibili, ma dalla faccia era chiaro che non era una persona gentile. «Perché ti fai parlare così da questo insetto?» chiese a Boyka quando il soldato si fu allontanato, deluso di non aver ottenuto quello che evidentemente cercava.

«Perché è appunto un insetto», rispose Boyka senza guardarla. «Se lo schiaccio poi mi sporco le mani, e non mi va.»

~

I giorni passavano ed Eloise trovava sempre più difficile arginare le domande che costantemente le affollavano la mente. Quando sarebbero arrivati a destinazione? Quale sarebbe stato il suo destino? Poteva rimanere con il suo maestro Boyka? Ma Boyka era ancora il suo maestro? Non le aveva insegnato nulla né fatta allenare: aveva rinunciato a lei? In questo caso, perché non glielo diceva direttamente, invece di continuare guardare fuori?

«Che ne dite di un’ultima partita, prima di atterrare domani?» Quelle parole pronunciate da un uomo in divisa le aveva capite, Eloise, quindi i soldati sapevano parlare in modo comprensibile, quando non emettevano quei suoni sgradevoli che li facevano tanto ridere.

Mentre i marine, dopo aver esultato e gridato, si organizzarono per fare qualcosa che evidentemente per loro era molto appassionante, Eloise bisbigliò a Boyka. «Siamo quasi arrivati, allora.» Non voleva porre una domanda, così si limitò a quella semplice constatazione.

L’uomo voltò il viso e la fissò, sorridendo. Con lentezza cambiò posizione sulla poltroncina facendole segno di imitarlo: era la prima comunicazione che passava tra i due, e la ginoide esultò dentro di sé.

Si sedettero in modo da guardare verso la sala, stavolta, come se volessero ammirare quegli strani movimenti che i soldati iniziarono a fare: una loro pratica oltremodo divertente, visto quanto ridevano e gridavano. «Vuoi insegnarmi questa usanza umana?» chiese Eloise.

Boyka scosse la testa sorridendo e la guardò. «Sono giochi stupidi ma se penseranno che li guardiamo non baderanno a noi.»

Altre domande a cui cercare risposta. «E invece di guardarli cosa faremo?» cedette la ginoide.

Boyka la fissò negli occhi in modo intenso. «Senza guardarli, dimmi quanti uomini sono.»

Eloise non capiva. Perché quando parlava con gli umani c’erano così tante cose che non capiva? «Sono dodici, ora.»

Boyka annuì soddisfatto. «Perché hai specificato ora

«Perché tre giorni fa c’erano due uomini che ora non ci sono, che hanno dato il cambio ad altri due nuovi. Quindi ai dodici in questa stanza andrebbero aggiunti almeno due fuori, da qualche parte.»

«Quante porte ci sono in questa sala?»

«Quattro: due ad accesso libero e due ad accesso limitato.»

«Cosa potrebbe esserci dietro quelle ad accesso limitato?»

«Roba limitata ai soldati: armi, munizioni, o qualcosa del genere.»

Boyka annuiva. «Come mai hai notato tutte queste cose?»

«Me l’hai detto tu di studiare sempre ciò che mi circonda, facendo finta di essere distratta», rispose immediatamente Eloise, sperando che quell’interrogatorio – la prima conversazione da tanto tempo – portasse a qualcosa.

«Sono fiero di te», disse Boyka sorridendo. Se Eloise fosse stata umana si sarebbe emozionata, ma il fatto di avere sangue rosso in corpo non voleva dire che fosse sangue umano. «Per questo ti propongo un gioco.»

La ginoide si voltò a guardare i soldati agitarsi, che si davano spintoni e correvano per la sala. «Devo unirmi a loro?»

Il lottatore scosse la testa. «No, sarebbe tempo perso. Sai cosa sta facendo Dunja?»

«Sta partecipando a simulazioni di scontri a fuoco contro xenomorfi, stando a quanto ci hanno comunicato.»

«Esatto, e voglio fare una cosa simile con te. Una simulazione.»

«Se vuoi combattere sono pronta, ma posso togliermi questa roba di dosso?»

Eloise si era alzata di scatto ed era pronta a strapparsi la divisa improvvisata di dosso, quando Boyka la afferrò per un braccio e la fece ricadere sulla poltroncina. «Non voglio che questi soldatini sappiano quanto sono bravo nel combattere.» Si fermò e guardò la donna. «Volevo dire, quanto siamo bravi. Perciò ti propongo una simulazione da fermi.»

Stavolta Eloise doveva proprio dirlo. «Non capisco.»

Boyka la fissò. «Guardami… e pensa a come neutralizzeresti quegli stupidi insetti umani.» La ginoide trasalì, mentre il lottatore continuò con voce decisa. «Usa le tecniche che ti ho insegnato per immaginare come, io e te insieme, potremmo prendere il controllo della sala prima che quei soldatini entrino nelle stanze chiuse a prendere le armi.» La ginoide non muoveva un muscolo facciale, ma il lottatore vedeva che aveva capito benissimo. «Pensa a come rendere inoffensivi quei soldati nel minor numero di mosse possibili, e quando hai finito di immaginarlo alza la mano. Io farò lo stesso. Sei pronta?»

Perché era tutto così strano da quando aveva incontrato quell’uomo? Perché era tutto così dannatamente fuori dalla sua comprensione? Eloise però sapeva che la vera domanda era l’unica che aveva risposta: voleva davvero passare il resto della sua inutile vita chiusa in una gabbia? La risposta era no. Non sapeva cosa fosse il rimpianto, ma sapeva che non ne provava ad aver ucciso le sue sorelle-schiave per guadagnarsi la libertà insieme al suo maestro. Sorrise leggermente ed annuì con il capo. «Sono pronta.»

I due si guardarono e rimasero immobili per qualche attimo, finché Boyka non sibilò: «Ora!»

~

I due scattarono in piedi e raggiunsero il centro della sala, dove i Colonial Marines stavano giocando a football: una versione modificata per sottostare agli spazi ristretti della nave.

Divisi, Boyka ed Eloise si avventarono velocemente verso gli uomini. Ce n’era uno che correva con la palla in mano: la ginoide lo trovò particolarmente stupido così, intercettandolo in corsa, fece scattare le sue potenti braccia e gli strappò la testa mentre il corpo del soldato continuò a correre per alcuni metri. Messa la testa sotto il braccio, come l’uomo si era messo la palla, Eloise continuò a correre prendendo a spallate alcuni soldati: la potenza dei suoi muscoli li mandò a terra, in modo da rendere più lenta la loro reazione.

Boyka correndo si lanciò in una capriola che finì a due piedi sulla schiena di un soldato, che volò in avanti verso altri suoi commilitoni mentre le sue vertebre avevano emesso un crack inquietante. Il lottatore afferrò con le mani le teste di due uomini vicino a lui e le fece scontrare fra di loro: il rumore di ossa rotte e di sangue schizzato gli disse che quei due non si sarebbero rialzati velocemente.

Mentre l’uomo che aveva subìto il colpo alla schiena si accasciava lentamente, gli altri commilitoni si fecero avanti: forti del numero pensavano di poter affrontare Boyka. Il lottatore colpì il primo con la punta della mano tesa al collo: le dita tese e durissime, frutto di anni di allenamento a colpire le pareti della cella e a riempirsi le mani di calli ossei, spezzarono la carotide dell’uomo come fosse burro. Prima che questi capì d’essere morto, Boyka gli si strinse addosso e lo usò come scudo contro i colpi degli altri.

Un soldato cercò di dargli un pugno ma era difficile colpire il lottatore che si nascondeva dietro un soldato. Il secondo pugno sarebbe stato migliore… se mai fosse arrivato a tirarlo. Quando aveva il braccio ancora sospeso in aria, il soldato fu colpito da Boyka sotto l’ascella: sembrava quasi un buffetto, ma il dolore lancinante che ne seguì rese impossibile all’uomo pensare lucidamente a tentare un altro colpo. Stesso destino toccò al compagno che cercò di colpire Boyka dall’altra parte con un calcio: il lottatore parò il colpo e rispose calciando la gamba dell’avversario, facendo pressione su un punto del muscolo che mandò fuori di testa il soldato, dal dolore che ne scaturì.

Contemporaneamente Eloise aveva lanciato la testa del soldato verso un suo commilitone, che l’aveva afferrata in automatico senza capire cosa fosse: non avrebbe avuto tempo di realizzare l’orrore che aveva stretto fra le mani, perché un potente pugno della ginoide schiacciò la testa recisa contro quella ancora attaccata al collo del soldato, fondendole in una massa sanguinolenta.

Un paio di soldati le saltarono sulle spalle ed Eloise non fece nulla per opporsi al loro peso: portò il busto in basso seguendo la loro spinta finché con le mani raso terra afferrò le caviglie dei due uomini. Esaurita la spinta, la ginoide si rialzò con tutta la forza che aveva, tirando in avanti le mani che stringevano le caviglie: i due soldati vennero trascinati indietro e prima di capire, di fare mente locale… non c’era più alcuna mente. Eloise li fece sbattere con la nuca a terra talmente forte che i due crani si frantumarono.

Voltandosi di scatto gettò i due cadaveri addosso ai due ultimi soldati, che ancora stavano in terra da quando li aveva spintonati. I loro tempi di reazione rallentati diedero tempo alla ginoide di raggiungere prima uno e poi l’altro. Al primo si limitò a spezzare il collo, misericordiosamente, mentre con il secondo si volle togliere una curiosità, aprendogli la bocca fino a sbirciare nel cervello. Il corpo umano non era adatto a questo tipo di “indagini”, tutto diventava subito una poltiglia sanguinante e tremolante…

Lasciato cadere il corpo, non rimaneva che attendere l’arrivo dei due soldati del cambio della guardia ma ormai il “gioco” poteva dirsi completo. Eloise alzò la mano… nel momento esatto in cui l’alzava Boyka.

~

I soldati gridavano perché uno di loro doveva aver fatto un punto, in quel loro strano gioco. Boyka ed Eloise non ci badarono.

«Tempismo perfetto», disse soddisfatto il lottatore, che non aveva distolto gli occhi da quelli della sua allieva.

«È la prima volta che combatto con la mente», disse la ginoide, seccandosi di aver aperto bocca. Per lei tutto era la prima volta, aveva detto una stupidaggine e detestava che il suo maestro la sentisse dire stupidaggini.

«Ti sei limitata a rendere innocui i soldati, evitando violenza inutile?» le chiese d’un tratto Boyka.

Le labbra di Eloise si incresparono in un sorriso. «Sono stata molto… umana

Boyka storse la bocca, imitando un’espressione seccata che in realtà non aveva. «Gli umani sono delle bestie.»

Il sorriso della ginoide si allargò ancora di più. «Lo so!»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 3

Terza puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

3

Tre mesi prima

«Forever? Che razza di nome è?»

Lucas era ancora in convalescenza, le ustioni causate dall’esplosione della sua auto non erano gravi ma necessitavano comunque di cure particolari. Cure costose. In altre circostanze sarebbe rimasto sfregiato a vita, quand’anche fosse sopravvissuto all’esplosione, ma la donna misteriosa che l’aveva “salvato” lo aveva poi affidato ai medici di alto profilo che lavoravano per la Yutani, i quali l’avevano curato e gli avevano ricreato la parte ustionata del volto.

«Per questo mi faccio chiamare Eve», rispose la donna. «Così non devo rispondere a stupide domande come la tua.»

La donna si era presentata in tenuta da combattimento, armata fino ai denti, e quando gli si era seduta al fianco del letto Lucas non sapeva cosa pensare: chi è che si presenta in un ospedale con un fucile a tracolla e due pistole ai fianchi? E quelle erano solo le armi che si vedevano…

«Perché mi hai salvato?» chiese l’uomo. Aveva il corpo pieno di tubi che entravano ed uscivano ma in fondo non stava male. Probabilmente gli stavano dando qualche tranquillante.

«Ecco, questa è una domanda a cui mi piace rispondere», rispose lei strizzandogli l’occhio. «Ti ho salvato perché mi serve un pilota, uno bravo. E tu mi sei sembrato bravo.»

Lucas la fissava allibito. «C’è stata un’epidemia e sono morti tutti quelli infinitamente più bravi di me?»

La donna rise. «Noto che ti esprimi solo a domande, ma per fortuna non mi servi per la tua arte retorica.» Cambiò posizione sulla sedia, avvicinandosi all’interlocutore. «Ora te la faccio io una domanda: sai cos’è il DOA?»

Lucas annuì leggermente, per quanto gli fosse concesso dalle bende che gli avvolgevano il volto. «Il Dead Or Alive, il torneo dove i ricconi si vanno a spaccare le corna. Lo guardo sempre, in TV: è l’unico momento in cui i potenti vengono presi a calci.»

Eve rise. «Proprio quello. Immagino allora che avrai seguito il DOA Race, la parte in cui si gareggia in auto.» L’uomo annuì. «I piloti Yutani sono sempre stati i migliori, per questo le altre Casate si sono messe insieme e hanno convinto la Weyland a modificare le regole.» Alzò le dita a formare ideali virgolette in aria. «“Per una competizione più leale”. Come se essere più bravi fosse un segno di slealtà.»

«Avere le macchine più potenti e costose non vuol dire necessariamente essere più bravi.»

La donna non si aspettava quell’intervento sarcastico. Era una mancanza di rispetto nei confronti della Casata, ma invece di seccarla la divertì. «È proprio quello che vanno dicendo i nostri avversari, che non viaggiano certo su vecchi macinini: le gare del DOA Race sono disputate solo da automobili super-potenziate. O almeno era così fino a ieri, perché l’imminente prossima edizione si dovrà svolgere con le nuove regole. Da un circuito asfaltato si passerà ad una strada sterrata, e al posto delle auto potenziate ogni Casata dovrà mettere in campo…» Eve agitò un dito in aria, come se non le venisse la parola. «Non so come chiamavi quel cesso che guidavi: auto d’epoca?»

«Dovete gareggiare con auto normali?» chiese stupito Lucas, abbozzando un sorriso che però non era molto visibile sotto le bende. «Incredibile…»

«Esatto, è incredibile, eppure è così. Questo significa che tutti i piloti Yutani sono inutili: sono cresciuti guidando auto di altissimo livello, ogni anno più potenti e più veloci, con computer di bordo e la tecnologia sempre più sofisticata. Sono ingegneri di altissimo livello che non si limitano a progettare computer: li guidano. Proprio per questo però non saprebbero neanche entrare in quel catorcio che tu invece hai guidato così bene nel bosco.»

D’un tratto Lucas si irrigidì. «Era una prova?» bisbigliò.

Eve sbuffò. «Continui a parlare solo per domande, stai diventando seccante. Comunque sì, da mesi stiamo mettendo alla prova i contrabbandieri di tutte le zone portuali. Aspettiamo che compiano i loro piccoli furti e poi li inseguiamo, così da testare la loro bravura alla guida in situazioni di forte stress.» La donna incrociò le braccia al petto e guardò Lucas con uno sguardo seccato ma inequivocabilmente sorridente. «Sei l’unico che sia sopravvissuto. Non so spiegarmelo, ma l’evidenza è che sei un ottimo pilota di auto vecchie.»

«Tutti quei morti nelle famiglie della valle…»

«Almeno non hai fatto una domanda. Di nuovo sì, sono tutti morti perché li ho messi alla prova. Non c’è stato neanche bisogno di far uscire i motociclisti: appena hanno visto il drone in cielo molti sono andati a sbattere contro un albero. Tecnicamente sono tutti morti di incidenti stradali, perché non sono stati in grado di gestire lo stress e hanno cominciato a guidare malissimo.»

«Maledetta…»

Eve arricciò un labbro, divertita dall’offesa. «Hai finito i punti interrogativi?»

«Mi hai salvato per farmi correre al DOA? E ti regalo un altro punto interrogativo: come riuscirai a farmi passare per uno della Casata?»

«Che spreco di domande», sbuffò la donna. «Sai già che dovrai correre per la Yutani, e secondo te per la Casata sarebbe un problema spacciarti per un qualche cugino? Piuttosto parliamo di cose serie. Se ti metto a disposizione un garage, fondi illimitati e tutto quanto ti possa servire, ce la fai in un mese a creare un’auto non potenziata che però sia in grado di affrontare una gara? Scusa, ho sbagliato verbo: in grado di vincere una gara?»

Lucas la fissò a lungo. «Che succede se mi rifiuto?»

Eve fece cadere la testa all’indietro, sbuffando rumorosamente. «Che strazio, e pensare che mi eri simpatico, prima.» Tornò a guardarlo con aria annoiata. «Sai benissimo cosa ti succederà se ti rifiuti. Pensa all’ipotesi peggiore e moltiplica per dieci. Ora basta con le stupidaggini e rispondi alla mia domanda.»

«Sì.»

La risposta lapidaria rimase nell’aria e, visto che non arrivavano altre precisazioni, Eve riprese la parola. «Immagino che quel tuo singolo “sì” stia ad indicare che ce la puoi fare in un mese a costruire un’auto vecchia che sappia vincere. Quindi organizzerò tutto e appena l’ospedale ti dimetterà ti scorterò fino al tuo “regno”: il garage di cui sarai signore assoluto.» Lo guardò senza espressione e poi riprese. «Spero si capisca il sarcasmo della mia affermazione: è vero che avrai massima libertà sulle scelte inerenti la costruzione dell’auto, ma ovviamente sarai controllato a vista da qualche mia persona di fiducia.»

Lucas si limitava a fissare immobile la donna, la quale si era aspettata un dialogo più particolareggiato, mentre la discussione in merito sembrava finita. Avrebbe voluto parlare di marche d’auto, di pianificazione, di pezzi di ricambio, di scorte di benzina, ma si rendeva conto che in quel momento era tutto inutile. Doveva aspettare che l’uomo digerisse quelle novità, che accettasse il suo destino e la smettesse di ribellarsi. Eve poteva avvertire i pensieri che si ammassavano nella mente di Lucas in quel momento: tutti pensieri che sarebbero finiti con la morte di qualcuno. Non che questo fosse un problema, ma c’era il rischio che l’unico pilota buono trovato in mesi di ricerca alla fine si facesse ammazzare per stupide questioni di puntiglio. Forse Eve doveva cambiare strategia.

«Mi rendo conto che non ti ho parlato del dopo-gara», disse con il tono più amichevole di cui fosse capace. Non un grande risultato. «Visto che seguivi l’evento in TV conosci già gli onori e i privilegi che spettano al vincitore del DOA Race, ma visto che il tuo caso è particolare è prevista anche l’adozione da parte della Casata. Capisci? Diventerai uno Yutani, e questo significa che la tua vita cambierà completamente: non dovrai più preoccuparti di nulla, se non di auto e corse. Che se non sbaglio sono già la tua passione.»

«Grazie.»

La situazione era più drammatica del previsto. Eve fissò l’uomo negli occhi: era palese che aveva scelto una strategia di passività fasulla, in attesa della situazione giusta per ribellarsi. Era una dannata bomba ad orologeria.

Eve si alzò di scatto. Il peso del fallimento le era caduto addosso. «Tanta fatica per ritrovarmi tra le mani uno stronzetto piagnucoloso», sibilò fra i denti. Con un potente calcio fece volare via una delle apparecchiature accanto al letto che monitoravano lo stato di salute di Lucas. Un allarme scattò ma soprattutto la macchina volando strappò via dei cavi che erano piantati nel corpo dell’uomo, che iniziò a gridare dal dolore.

«Tutti questi mesi e ora devo ricominciare da zero», gridò Eve sopra la voce squillante di Lucas. Estrasse una pistola e la caricò lentamente, per farla vedere all’uomo. «Sapessi quanto ti ho lodato con la Casata, mostrando il video della tua corsa nel bosco. Ecco il nuovo campione, ho detto, questo si berrà qualsiasi autista-ingegnere. Che spreco…» Si sporse sul letto e con un ginocchio immobilizzò il corpo mentre posava la pistola sulla fronte.

«Ho detto che lo faccio! Corro per voi!» cominciò a gridare Lucas.

«No, stai facendo lo stronzo», gridò più forte Eve. «Stai solo aspettando l’occasione giusta per fuggire: ti farai ammazzare come un coglione ma non è certo questo il problema. Non posso permettermi di perdere del tempo con te, se devo cercare un altro pilota: ti ammazzo subito così ci evitiamo altri problemi.»

«Lo faccio, per Dio: lo faccio!» continuò a gridare Lucas mentre con il collo cercava di liberarsi la testa dalla pressione della pistola.

«Non lo devi fare per Dio: lo devi fare per te! Non mi hai chiesto niente per te, non mi hai chiesto una ricompensa, un premio, una cazzo di medaglia: voglio sapere cos’è che ti convincerebbe a correre sul serio per la Yutani, perché sono disposto a dartelo. Vuoi soldi, donne, uomini? Vuoi sgozzare vergini o inchiappettarti ragazzini? Tu chiedi e io te lo faccio avere. Ma no, tu sei troppo orgoglioso, tieni il broncio e aspetti la prima occasione per…»

«Voglio il tuo culo!» gridò Lucas.

Eve lo fissò, meravigliata e allibita. «Vuoi… cosa

Lucas ansimava sempre più forte. «Voglio ammazzarti, voglio vedere il tuo maledetto culo spiaccicarsi fra le lamiere di un’auto. Voglio vedere un parabrezza che ti sega in due mentre la marmitta ti si infila su per il culo. Ecco cosa voglio: puoi darmi questo

La donna lo fissò a lungo, poi improvvisamente rinfoderò la pistola e scese dal letto. Si sedette di nuovo e fissò l’uomo per qualche secondo, prima di allargare le labbra in un sorriso. «Sì, posso dartelo. Perché non l’hai detto prima?»

Lucas era ancora in preda al dolore e non riusciva a capire se la donna stesse scherzando.

«Tu costruisci la tua auto in un mese», disse con pacatezza Eve, «mentre io ne faccio costruire una agli ingegneri della Casata, seguendo le stesse idee a cui penseranno anche i concorrenti. Poi ti sfido ad una gara con me. Io ho lo stesso allenamento dei piloti Yutani: se batti me allora sarai in grado di vincere il DOA Race.» Lo fissò, sorridendo. «E durante la gara puoi cercare di farmi il culo quanto vuoi, avrai carta bianca: gli altri concorrenti non giocheranno certo in modo leale, quindi più trucchi userai per farmi fuori meglio sarà. Se riesci ad ammazzarmi non sarai passibile legalmente. Lascerò tutti i documenti del caso, e se ti farà piacere specificherò che avrai diritto ad avere il mio culo impagliato sul caminetto. Contento?»

«Non puoi parlare sul serio…» riuscì a balbettare Lucas, scosso dai dolori e con il sangue che fuoriusciva dalle ferite lasciate dai tubi strappati.

Eve si alzò, perché finalmente erano arrivati gli infermieri che avrebbero dovuto sistemare il disastro che aveva provocato. «Tu pensa a guarire. Nei prossimi giorni ti porto i documenti da firmare.» Si diresse verso l’uscita, ma prima di sparire lanciò un altro sorriso al pilota. «Sarà un piacere vedere come proverai ad ammazzarmi…»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 2

Seconda puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

2

Il buio avvolgeva tutto ma non era un problema: Dunja non aveva bisogno di vedere la propria pistola, le bastava sentire il suo peso tra le mani. Stringendola sapeva sempre dov’era e dove puntava.

Era solo una recluta quando Rykov le insegnò a sparare come un Colonial Marine. Il generale non era certo solito scendere tra la marmaglia ad elargire consigli o addirittura ad istruire soldati, ma Dunja proveniva dalla Casata Yutani, e questo cambiava tutto. Nessuno lo sapeva, solo Rykov era informato di quel particolare che, ai suoi occhi, rendeva quella ragazza smorfiosa e strafottente come un tesoro prezioso.

Come ogni donna, la recluta Dunja passava ogni istante della propria vita a dimostrare di essere brava quanto un uomo, se non di più, e questo la rendeva un pessimo soldato: in ogni prova non pensava al risultato, ma a raggiungerlo come l’avrebbe raggiunto un uomo. Fu Rykov a prenderla sotto la propria ala e ad insegnarle il grande segreto degli uomini: fregarsene. Poniti un obiettivo e va’ per la tua strada, le diceva il generale: chi non ti segue, peggio per lui.

Dunja voleva fare carriera nei Colonial Marines perché sentiva dentro di sé di essere una combattente. Questo però lo capì solo nel momento in cui Rykov le chiese quale fosse il suo obiettivo. Dentro di sé la donna sapeva benissimo che era entrata nell’esercito per fare uno sgarro alla sua Casata: una “nobile” finita a dividere gli spogliatoi con i rudi soldatacci, con quei Colonial Marines che avevano la fama di essere poco più che mercenari senza troppi scrupoli. Per orgoglio Dunja avrebbe portato fino in fondo quella che era a tutti gli effetti una ragazzata, una scelta sbagliata che non poteva finire bene. Poi però arrivò Rykov.

Nel buio Dunja si muoveva il meno possibile, tenendo gli occhi fissi davanti a sé: non aveva senso muoverli, visto che non vedeva nulla, ma tenendoli fissi poteva controllare più spazio grazie alla “coda dell’occhio”. E i ricordi andavano, volavano indietro nel tempo fino a trovarla eccellere nelle prove militari: non perché fosse una donna uguale o migliore degli uomini, ma perché Rykov aveva saputo tirarle fuori la vera grinta. Non l’orgoglio o la cocciutaggine, ma il talento.

Si rivide esercitarsi giorno e notte con la pistola d’ordinanza. I suoi commilitoni non avevano gradito che la donna fosse stata esentata da qualsiasi incombenza militare, che potesse esercitarsi senza sosta interrompendo gli allenamenti solo per i pasti: niente servizi di pulizia, per lei, niente lavori umili, ma neanche libera uscita. Rykov sin da subito voleva fare di lei la propria preferita, il proprio gioiello e la cosa non metteva certo in buona luce la donna agli occhi dei suoi commilitoni.

Dunja era lusingata e orgogliosa di questo interesse, e forse davvero non si rese mai conto che l’unico obiettivo del generale era tenersi stretto qualcuno con un debito di riconoscenza, qualcuno imparentato con una potente Casata. Era un assegno in bianco che Rykov si staccava da solo, anche se poi non era mai riuscito ad incassarlo.

Fissando il vuoto, Dunja ricordò il nero del sangue schizzato sulla visiera che nascondeva il volto di Rykov, ricordò la pressione che esercitò sul proprio coltello mentre la sua lama entrava nel collo del generale. Mentre teneva salda la propria pistola davanti a sé ricordò di come aveva ucciso l’unica figura paterna della sua vita, l’unico uomo che avesse creduto in lei fin dal principio. Ora sapeva che era un verme spregevole, che si era preso cura di lei solo per interesse, che non aveva esitato ad affibbiarle la responsabilità di un massacro compiuto da lui, ma tutto questo non contava. Era stato l’unico padre che aveva avuto… e gli aveva squarciato la gola. L’ultima volta che si era vista le dita sembrava avessero ancora un alone rosso.

Quando la figura di uno xenomorfo esplose fuori dal buio, quando il suo corpo piombò nel campo visivo sibilando e gridando, Dunja non esitò: era stato Rykov ad insegnarle come mantenere la concentrazione fisica anche quando la mente vagava, o cedeva. Mosse velocemente ma saldamente le mani che impugnavano la pistola e sparò due colpi in rapida sequenza, piazzando i proiettili entrambi su ciò che poteva definirsi “fronte” dell’alieno. Poi altri due colpi dritti al collo, mentre il mostro alzava la testa per la forza dell’impatto. Meglio andare sul sicuro.

L’essere crollò, ma il sibilo si continuava ad avvertire: ce n’era un altro. Dunja si voltò di 180 gradi inchinandosi leggermente. Se l’alieno avesse cercato di colpirla alla testa, avrebbe evitato il colpo: se invece mirava al corpo, inchinandosi la situazione sarebbe rimasta grave alla stessa maniera.

Due colpi in rapida sequenza al petto, per fermare l’avanzata del mostro, poi alzo del tiro e due colpi a formare sulla sua testa allungata due cavità oculari artificiali. L’essere si agitava ancora… ma il caricatore della pistola era ormai vuoto. Dunja roteò su se stessa e sferrò un calcio circolare alla testa del mostro: il danno provocato era pari a zero, ma lo xenomorfo rimase spaesato, continuando ad agitare coda e braccia per il dolore provocato dai proiettili. Era esattamente quell’attimo di indecisione che serviva a Dunja, per ricaricare e piazzare altri due proiettili nel collo dell’essere.

Stavolta occhi e orecchie mandarono una gran brutta notizia al cervello della soldatessa: due alieni stavano attaccando in coppia. Paradossalmente era un vantaggio, perché malgrado fossero due nemici… conosceva già la loro meta finale. Cioè lei.

Ne vide uno con la coda dell’occhio ed attese che con una spinta delle possenti zampe si scagliasse contro di lei: l’altro probabilmente stava facendo la stessa cosa fuori dal suo campo visivo. Un attimo prima che il mostro le fosse addosso, Dunja si lasciò cadere a corpo morto.

«E quello lo chiami “a corpo morto”?» Sentiva ancora nelle orecchie il generale Rykov che le gridava addosso: la giovane Dunja aveva scoperto che è tutt’altro che facile cadere in terra, malgrado ciò che si potrebbe pensare. «Non stai giocando con le tue amichette, marine: devi cadere come se un fottuto cecchino ti avesse appena spappolato quella cazzo di testa. Se ti accasci lentamente capirà che fai per finta, che non ti ha colpito veramente, e perderai l’effetto sorpresa.»

Dunja allora aveva mostrato tutto il suo carattere. «Andiamo, generale», sbottò stizzita, «è mai riuscita questa stronzata? Qualcuno lisciato da un cecchino si è mai lasciato cadere fingendosi morto e fregando chi ha sparato? Questa è roba da film…»

Il generale aveva estratto una pistola e le aveva sparato dritto in testa. Quando era rinvenuta, con un livido violaceo nel bel mezzo della fronte lasciato dal proiettile di gomma anti-sommossa, con un mal di testa di quelli da impazzire e con una rabbia mista a confusione, Dunja era stata trascinata dal generale davanti ad un monitor. Mentre ancora cercava di respirare in modo regolare, visto che il dolore alla fronte le mozzava il fiato, la donna vide un filmato dove c’era lei stessa… che cadeva a terra dopo che il generale le aveva sparato. «Ecco come devi cadere, marine. Come un cazzo di corpo morto.»

Dunja aggiunse quell’episodio al numero di eventi di cui vendicarsi con il generale, elenco lungo ma sbiadito, che infine si cancellò da solo. Malgrado le intenzioni fossero malvagie, Rykov l’aveva addestrata per sopravvivere, che è quanto di meglio si possa sperare da una figura paterna.

La donna cadde a terra in un lampo, come nel tempo aveva imparato a fare, proprio mentre i due alieni stavano per finirle addosso. Da sdraiata, non dovette far altro che puntare in alto la sua pistola e far fuori i restanti sei colpi della sua arma: testa, testa, collo del primo; testa, testa, collo del secondo. Due alieni a terra. Scatto di addominali, gambe in alto e Dunja rotolò all’indietro, ritrovandosi accovacciata: una manovra eseguita senza mani perché così aveva tempo di ricaricare. Puntò l’arma ma ai due mostri erano bastate quelle tre pallottole esplosive a testa.

Dunja rimase immobile ad aspettare, fissando il buio e controllando la respirazione: sotto attacco era facilissimo perdere fiato e ritrovarsi in carenza d’ossigeno. Ogni respiro doveva essere calibrato e controllato, e ad ogni pausa dal combattimento doveva buttare fuori il fiato: era inevitabile inspirare troppo durante uno scontro, quindi doveva buttare fuori l’aria in eccesso per non ritrovarsi senza fiato nello scontro successivo.

Respirazione, frequenza cardiaca, tutto doveva essere controllato perché tutto il corpo di un soldato contribuisce a tenerlo in vita. Questo le ripeteva Rykov ma la giovane recluta Dunja amava i muscoli e appena poteva scappava in palestra. Amava sedersi alle macchine dei pesi, sempre affollate di soldati a torso nudo a pomparsi i muscoli: si toglieva maglietta e reggiseno e si metteva a pompare i muscoli anche lei, deliziata degli sguardi furtivi degli altri commilitoni, che le ammiravano i seni sudati, non grandi ma sodi e ben fatti.

Amava l’eccitazione che si creava nell’aria e la sfida insita in quel gesto: ci provasse qualcuno ad allungare la mano o a tentare un approccio, l’avrebbe sistemato a dovere. E pompava i muscoli di braccia e gambe, passando poi ad ammirare nello specchio il suo petto nudo e sodo. Gli altri avevano capito il gioco e le stavano intorno ad ammirarsi i muscoli anche loro: era l’unico tipo di approccio che in quel momento Dunja accettava.

«È questo che vuoi?» le chiese un giorno il generale. «Farti le seghe allo specchio come una ragazzina? Non serve mica entrare nell’esercito per questo. I muscoli vanno bene per rimorchiare in spiaggia: tu devi pensare a cuore e polmoni. Frequenza cardiaca e respirazione ti salveranno la vita, non delle stupide braccia muscolose.» Dunja non fece in tempo a rispondere, perché d’un tratto non poteva più respirare.

Dopo averla legata ad una sedia, ora Rykov le stava tenendo la testa in una bacinella d’acqua. Dopo qualche secondo gliela sollevò e le gridò nelle orecchie: «Soffia sott’acqua, respira all’aria» E le ricacciò la testa nella bacinella. Dopo qualche altro secondo, le gridò «A cosa ti servono, ora, i muscoli sulle braccia?» E la immerse di nuovo. «Questo è solo un gioco, dolcezza», le disse una volta risollevata la testa. «Se ti volessi torturare ti terrei molto di più sott’acqua e non resisteresti, ma in fondo è solo un allenamento», e le rimise la testa a mollo, stavolta per più tempo.

Una volta svenuta, Rykov smise quella seduta di allenamento. La fece rinsavire con degli schiaffi e la fissò negli occhi. «Ora sei in libera uscita, ma domani, a questa stessa ora, ti ripresenterai qui e rifaremo questo allenamento. Sta a te decidere se passare il tuo tempo a pompare muscoli e mostrare le tette ai tuoi amici, oppure se esercitarti nella respirazione.» Dunja era sotto shock e non riusciva a rispondere, così andandosene Rykov ribadì: «Respira quando puoi, e butta fuori l’aria quando puoi. Sta a te stabilire quando prendere l’aria e quando darla via: non lasciare che i tuoi polmoni decidano per te. Perdi il ritmo o dimentica di gestirlo, e morirai.»

Senza una sola parola Dunja andò via e il giorno dopo si presentò all’allenamento, sedendosi con gesto di sfida davanti a Rykov. «Sono pronta», fu tutto ciò che disse. Il generale non la legò neppure, era chiaro che non ce n’era bisogno. Le immerse a testa nell’acqua più volte, senza una sola parola: la donna gorgogliò, gemette, vomitò e svenne. Ma era chiaro che aveva capito la tecnica, perché quando rinvenne non aveva alcun fiatone.

Nel buio Dunja aveva il pieno controllo di polmoni e cuore. Non doveva neanche pensarci: era ormai parte di lei e le veniva automatico. Quando un altro xenomorfo l’attaccò era più che pronta: era come se fosse il primo ad attaccarla. Schivò l’attacco ruotando il busto e piazzò due proiettili nella schiena dell’alieno, che si voltò di scatto facendo roteare la lunga coda affilata. Dunja si inchinò per evitare il colpo e dal basso piazzò due colpi sotto la testa dell’alieno, che cadde roteando per la spinta che la sua coda continuava a generare.

Ultimi quattro colpi. Apparve un alieno davanti a sé e tutto era perfetto: due colpi alla testa e due al collo e fine dei giochi. Anche perché l’essere stava fermo davanti a lei, scuotendo leggermente la lunga testa quasi a studiare la situazione. Dunja alzò le mani che impugnavano la pistola e mirò… ma rimase immobile. Perché quell’alieno non attaccava? Perché se ne rimaneva lì davanti a fare il bersaglio? E allora la donna capì…

«Devi sbagliare tutte le prove.» La voce di Rykov era così placida e tranquilla che Dunja pensò di aver frainteso, ma il generale fu ancora più specifico. «All’esame di domani dovrai comportarti come la classica donnicciola soldato: starnazzare in giro che vali quanto un uomo e poi sbagliare clamorosamente tutte le prove. Alla fine voglio vederti piangere e fare i capricci.»

Dunja lo fissava come in sogno: quell’ordine non poteva essere vero, tutta quella situazione non poteva essere che un brutto incubo. «Sono gli esami finali», disse quasi con un fil di voce. «Se non li passo dovrò abbandonare l’esercito.»

«E potrai entrare nel mio corpo scelto», disse il generale con un certo orgoglio. «Voglio solo il meglio per la mia squadra e tu sei il meglio di quest’anno di corso.»

«E allora?» gridò Dunja. «Perché devo perdere, se sono la migliore?»

Il generale la fissò con occhi duri. «Perché sei orgogliosa, e l’orgoglio uccide. Sei una soldatessa fenomenale, ma non posso permettere che tu metta a rischio la tua vita o quella dei tuoi commilitoni per orgoglio. Devi dimostrarmi che se serve sai inghiottire merda.»

«Io posso farlo!» gridò ancora la donna.

«Non me lo devi dire: me lo devi dimostrare. Voglio vederti umiliata davanti all’intera caserma, voglio che ridano tutti di te, della ragazzina che si credeva la preferita del generale invece all’atto pratico è solo una mocciosa piagnucolosa. Voglio che ti spezzi: solo allora saprò che sei forte. Perché vorrà dire che non ti spezzerai mai più.»

Dunja stava per dare di matto, e d’un tratto sentì le lacrime premergli negli occhi: era esattamente quello che non doveva fare. Stava per perdere tutto prima ancora di iniziare a giocare. Strinse i pugni e digrignò i denti fino a ricacciare indietro le lacrime. «Posso pensarci?»

Rykov si dimostrò deluso. «Certamente», disse seccato. «Domani puoi fare un esame impeccabile e prepararti a fare carriera fra i Colonial Marines. Ne hai la stoffa e sono più che sicuro che ci riuscirai. Anche se questo mi deluderà e mi farà pentire del tempo perso con te.» La fissò qualche secondo con uno sguardo durissimo. «Alla tua prima battaglia vorrai dimostrare quanto vali, quanto una donna sa essere brava come un uomo, e ti farai uccidere, o peggio farai uccidere chi ti è vicino.» Si alzò e se ne andò senza più guardarla. Dunja non lo vide più quel giorno, né lo rivide l’indomani, durante gli esami finali.

Rivide Rykov due giorni dopo, al suo quartier generale. Non erano più alla base militare e ora Rykov era il re assoluto. Per questo aveva ancora più valore il sorriso e l’affetto con cui accolse la donna. «Ho visto il filmato», disse. «Sei stata odiosa e imbarazzante, la classica recluta piagnucolona che sbaglia tutto e dà la colpa al sessismo dell’esercito. Dal filmato non si vede, ma si dice che ti abbiano visto pisciarti addosso.»

Il generale gongolava mentre Dunja lo fissava serissima. «Esagerano», disse con voce secca, «ma lo spirito era quello: mi sono resa ridicola oltre ogni sopportazione. Ho ricoperto di vergogna me stessa e la mia casata… e l’ho fatto per lei, generale.» I due si fissarono a lungo.

Rykov, con un sorriso estasiato, si alzò, girò intorno alla scrivania ed offrì una mano alla donna. «Benvenuta tra i migliori, Dunja: sei la soldatessa che cercavo. Sarà un onore averti a bordo.»

Tutto questo passò davanti agli occhi di Dunja, mentre l’alieno rimaneva immobile. Era ovvio che stava facendo da elemento di distrazione, era ovvio che uno xenomorfo silenzioso stava per attaccare Dunja alle spalle mentre lei mirava a quello fermo davanti alla sua pistola. Era tutto ovvio… ma lo stesso la donna sparò all’alieno fermo. Mentre quello cadeva, lo xenomorfo alle sue spalle la avvinghiò, stringendo con tutta la forza.

Una luce rossa iniziò a lampeggiare mentre un allarme insopportabile riempì la stanza di rumore. Le luci si accesero e gli xenomorfi scomparvero, lasciando spazio a dei soldati raggruppati in circolo.

«Peccato!» esclamò uno di loro. «Ti hanno fregato proprio alla fine.»

«Complimenti», disse invece un altro. «Non male quel trucco di buttarsi per terra.»

Dunja sorrise blandamente e si mostrò quasi vergognosa. «Che rabbia, non avevo proprio capito che quell’alieno stava facendo da esca.» Dei soldati si avvicinarono e le diedero pacche sulle spalle, consolandola e facendole complimenti.

Teoricamente stavano tutti dalla stessa parte. Teoricamente Dunja stava tornando a casa, in seno alla famiglia Yutani che aveva abbandonato tanti anni prima. Se fosse stata ancora la giovane recluta d’un tempo avrebbe fatto di tutto per dimostrare il proprio valore, per dimostrare a quei soldati – che poi avrebbero riferito alla Casata Yutani – che era una bravissima combattente, che non si lasciava certo fregare da una semplice esca in un gioco di “caccia all’alieno” in realtà virtuale, con una pistola-giocattolo settata per sparare a xenomorfi digitalizzati. Ma Dunja non era più quella giovane recluta: Rykov l’aveva spezzata.

Sbagliare volutamente tutte le prove davanti ai propri commilitoni, battere i piedi e piangere di fronte agli uomini che aveva stuzzicato mostrandosi a seno nudo era stato assurdamente difficile. Era stato doloroso, a pelle. Si era umiliata completamente, perdendo di vista tutti quelli con cui aveva condiviso un durissimo anno di corso. Ogni tanto le era venuto in mente che quelli avrebbero raccontato in giro la storia della ragazzina piagnucolosa che si credeva la preferita del generale, ma che invece alla prima prova si pisciava addosso: il dolore che provava durò a lungo, finché non si rese conto che dopo era diventata un soldato migliore. Rykov l’aveva spezzata ed ora… non aveva più nulla da dimostrare: aveva passato la più dura delle prove ed era rimasta in piedi, quindi ora sapeva quanto valeva. Che lo sapessero anche gli altri non aveva più alcuna importanza.

I soldati della Yutani con cui stava passando il tempo, mentre l’astronave li riportava a casa, non erano suoi amici, non li conosceva né li voleva conoscere. Stava andando verso l’ignoto, verso una nuova casa che poteva anche rifiutarla. Che poteva anche essere una trappola.

Se avesse superato brillantemente quel “gioco virtuale” con gli alieni, avrebbe svelato troppe carte del suo mazzo: molto meglio se si fosse mostrata una soldatessa mediocre, così da non risultare un pericolo per nessuno. Qualcuno le aveva detto che un combattente forte deve sempre mostrarsi debole, per far abbassare la guardia all’avversario.

Lei sapeva che poteva superare quel gioco virtuale, lei sapeva quanto valeva come soldato, quindi non le pesò minimamente fare volutamente una brutta figura davanti ad estranei. Rykov l’aveva spezzata proprio per quello: per non essere più spezzata.

«Magari Eve le darà qualche lezione privata», ghignarono due soldati fra loro, mentre tutti cominciavano a lasciare la sala: ormai era passato il momento della curiosità nei confronti di una soldatessa di sangue nobile che sa sparare agli xenomorfi.

«Chi è Eve?» chiese Dunja ai due marine.

I due risero. «Si vede che sei stata lontana tanto tempo: Eve è la Lazarus della Casata Yutani.» Davanti all’espressione interrogativa della donna uno dei marine cercò di essere più chiaro. «Tutte le casate hanno un capo della sicurezza di altissimo livello chiamato Lazarus, un soldato super-potenziato che ha come compito principale la protezione della Famiglia. Visto che a quanto pare tu hai sangue Yutani nelle vene, ora Eve dovrà occuparsi anche di te.»

Dunja scosse la testa, per nulla convinta. «Eve, eh?»

«Sì, ma è un diminutivo», precisò l’altro soldato. «Il nome completo è Forever.»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 1

Prima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

1

Tre mesi prima

Quando il drone entrò volando nel campo visivo, Lucas capì che quella storia sarebbe finita male. Che quella storia sarebbe finita con una morte. Probabilmente la sua morte.

«Non è possibile: quello è un drone!» esclamò allibito Alex al suo fianco, sporgendosi dal sedile per guardare nel cielo che sovrastava la loro auto. «Non può essere… Cazzo, non può essere! Solo la Weyland-Yutani usa i droni da guardia. Magari questo è un drone illegale.»

«O più semplicemente hai fatto la tua ultima cazzata.» Lucas scalò una marcia a prese potenza: era il momento di correre. Correre sul serio.

Non era uno di quei piloti spavaldi che le famiglie della valle utilizzavano per i trasporti, non era uno di quelli che si vantano per i galloni di benzina rubati al porto e trasportati nascondendoli in serbatoi truccati, nascosti nelle auto. Lucas era un semplice meccanico che amava guidare vecchie macchine: le conosceva a menadito, pezzo per pezzo, quindi saperle guidare bene la considerava parte integrante del suo lavoro.

Quello non era un trasporto importante, avevano rubato metà di un bidone di benzina arrivato da poco al porto, su una nave appartenente ad una piccola società straniera poco nota. Roba di bassissimo profilo. Per questo erano in due sull’auto, mentre di solito i piloti professionisti giravano da soli per risparmiare peso: due tizi che viaggiano su un vecchio scassone non danno nell’occhio, è difficile che ci sia bisogno di sfuggire alla polizia portuale con un inseguimento, e anche se il carico è poco sono pur sempre galloni di benzina che la famiglia rivenderà al triplo del loro valore.

L’arrivo di un drone di controllo cambiava tutto. Voleva dire che c’era di mezzo la Weyland-Yutani, la più grande e potente azienda dell’universo conosciuto, la multinazionale che aveva accesso a qualsiasi apparecchio informatico e che quindi aveva spinto i trasportatori a viaggiare su vecchie macchine a bassissima (o assente) tecnologia. Nessun software poteva rintracciare l’auto di Lucas o bloccarla in remoto, ma lo stesso il pilota non poteva nulla contro un drone WY: l’unica alternativa era correre più veloce degli inseguitori e andarsi ad infilare in qualche anfratto dove il drone non avrebbe potuto seguirlo.

«Non ho fatto cazzate», si stava discolpando il suo compagno di viaggio. «Ho preso la benzina dove mi è stato detto, e da nessuna parte c’era la sigla WY, in quel dannato porto. Non è roba loro, perché ci inseguono?»

Inutile rispondere a domande senza risposta. Lucas aumentava la velocità facendo aumentare lentamente i giri del motore. Non era una delle auto truccate con i cui i trasportatori potevano raggiungere altissime velocità in pochi attimi, questa era solo una vecchia auto: tenuta bene e potenziata per quanto possibile, ma sempre una normalissima auto d’epoca, pensata per non destare alcun sospetto.

«Che fai, amico?» chiese disperato Alex rendendosi conto che la velocità aumentava. «Non puoi seminarli con questo cesso ambulante, dobbiamo fermarci. Quelli cercano i pezzi grossi, a noi daranno sì e no qualche settimana di lavori socialmente utili: è solo mezzo bidone di benzina, dannazione…»

Lucas non rispose, perché sapeva che le cose non sarebbero andate così, se c’era di mezzo un drone. Aspettò l’ultimo secondo prima di sterzare e cambiare strada, abbandonando la stradina di campagna che stavano percorrendo ed infilandosi in uno stretto passo di montagna. «Io non ci finisco nelle mani della Compagnia: sai cosa fanno a chi ruba la loro benzina?»

«Sono solo storie di paese», provò a convincerlo Alex, mentre cercava di tenersi sul sedile: la velocità dell’auto e le buche della strada gli stavano frullando gli organi interni.

«Hai visto che macchinoni usano di solito? Non potranno mai seguirci in mezzo alla boscaglia», rispose Lucas cercando di mantenere quella velocità, non elevata ma pur sempre impegnativa in una stradina che si snodava in un bosco. «Piuttosto controlla quel cazzo di drone: ci sta ancora seguendo?»

Alex abbassò il finestrino e si sporse cercando di non essere colpito da qualche ramo sporgente degli alberi che costeggiavano la stradina. «Io non vedo niente.»

Lucas annuì soddisfatto. «Magari non seguiva neanche noi e ci siamo agitati per niente.»

«Infatti!» esclamò entusiasta Alex tornando a sedere composto. «Con tutti i ladri professionisti che bazzicano il porto, ti pare che proprio… attento!»

Non c’era bisogno di urlare, Lucas aveva già visto il problema e aveva sterzato all’ultimo secondo: imboccando quella scorciatoia sarebbero arrivati molto prima al punto d’incontro, mettendo fine a quella brutta serata, ma un uomo si trovava proprio davanti all’imbocco del sentiero. Avendolo visto all’ultimo secondo, impossibilitato a frenare data la velocità dell’auto Lucas non aveva avuto altra possibilità che riprendere la strada e proseguire dritto in attesa dello svincolo successivo. L’alternativa era travolgere l’uomo o andare a sfracellarsi contro uno degli alberi lì vicino.

«Chi cazzo era quello?» gridava il pilota. «Che ci faceva in piena notte lì, fermo come un ebete?»

«Non ci credo… Non ci credo…» balbettava Alex, che cominciava a subire gli effetti del panico.

D’improvviso una luce potente invase l’abitacolo, rendendo impossibile guardare negli specchietti retrovisori: a Lucas non serviva certo farlo per capire che qualche veicolo era appena sbucato alle loro spalle, iniziando a rincorrerli. Dal rumore assordante sembrava un gruppo di moto fuori strada.

«Ora me lo devi dire, Alex», sibilò Lucas al compagno di viaggio. «Che cosa hai preso veramente al porto?»

Se il pilota avesse avuto tempo di voltarsi a fissare il passeggero avrebbe visto un uomo completamente in preda al panico, con il volto reso ancora più bianco dalle luci posteriori che inondavano l’auto. «Ho preso quello che mi hanno indicato, amico, come faccio sempre: non ho mai sgarrato, neanche una volta, devi credermi, cazzo», riuscì a dire Alex tra un balbettio e l’altro.

«E allora come te lo spieghi questo spiegamento di forze?»

Alex fissava la strada davanti a loro mentre l’auto acquistava velocità e sembrava che ogni ramo d’albero fosse diretto verso di loro, pronto a sfondare il parabrezza. «Devono aver rinforzato la guardia ai porti. Hai sentito quelle voci, no? Altre famiglie hanno perso un sacco di piloti, ammazzati in corsa: evidentemente la Compagnia si è assunta anche il controllo di vigilanza.»

Lucas non faceva che dosare l’accelerazione massima, non molta visto il modello d’auto, con il controllo della strada, sempre più difficile. «Non ci credo che la Weyland-Yutani si metta a controllare i piccoli porti di periferia: tutto questo dispiegamento di forze per mezzo bidone di benzina? Andiamo…»

Malgrado la velocità dell’auto le moto si fecero sempre più vicine, tanto che con la coda dell’occhio Lucas vide che una gli si era affiancata alla portiera dal lato guidatore. Distogliere lo sguardo dalla strada anche solo per una frazione di secondo poteva essere fatale, ma doveva capire. Doveva sapere chi è che gli stava dando la caccia.

Un semplice mezzo giro della testa fu più che sufficiente per capire il modello della moto: anche al buio avrebbe riconosciuto i super-tecnologici modelli WY. Non erano semplici moto fuoristrada: erano carri armati su due ruote.

Le fiction televisive filogovernative erano piene di avventure di poliziotti in moto che combattevano il crimine, usando le loro super-moto per spazzare via i “cattivi”. Lo slogan di una di queste trasmissioni era sicuramente esagerato ma non distante della verità: “Se sei abbastanza vicino da vedere questa moto… allora sei morto”.

Un mezzo giro del volante verso sinistra e Lucas mandò l’auto a cozzare contro la moto che gli si era affiancata. Per quanto blindata fosse la moto, rimaneva un veicolo su due ruote lanciato a gran velocità su una strada alberata. Malgrado la vecchia auto di Lucas avesse fatto solo sbandare la moto, questo bastò perché un ramo sporgente facesse il resto. La moto continuò a seguire l’auto per altri secondi, rotolando vorticosamente in aria mentre del suo guidatore non c’era più traccia, risucchiato nel buio della foresta.

«Perché l’hai fatto?» chiese con un filo di voce Alex, a metà fra il disperato e il rassegnato. «Hai colpito un agente della Compagnia… ora sì che siamo davvero fottuti…»

Lucas ripeté l’operazione con la moto che si era affiancata all’altra portiera, mandandola stavolta a schiantarsi contro un enorme albero. L’esplosione generata fu potente, tanto che le moto dietro ne furono rallentate. «Non hai capito? Siamo già fottuti. Si tratta solo di mandarne il più possibile all’inferno e di tentare il tutto per tutto.»

Finalmente un altro bivio, un’altra possibilità di addentrarsi nel folto del bosco così da rendere ancora più difficile inseguirli. Ora imboccare quella strada era la differenza tra la vita e la morte. «Stavolta no, amico.» Lucas non stava parlando ad Alex, ma all’uomo che stava in piedi davanti al bivio, immobile come il precedente: stavolta non ci sarebbe stata una manovra all’ultimo secondo, stavolta il pilota andò per la sua strada. Travolgendo l’uomo alla massima velocità.

Mentre Alex gridava con voce afona, ormai in preda al panico, il cervello del passante si spiaccicò sul parabrezza, inondandolo di sangue bianco. «Un androide!» gridò Lucas. «Che cazzo sta succedendo? Perché ci sono androidi ad ogni svincolo? Tu non senti una maledetta puzza di trappola?»

Alex non era più in sé, non poteva più essere un interlocutore e si limitava a farfugliare senza criterio ballando sul suo sedile, a causa degli scossoni dell’auto su una strada ancora meno sterrata della precedente.

Un fiume di rami cominciò a frustare il veicolo mentre questo si addentrava a massima velocità nel bosco, seguendo una strada a malapena riconoscibile di giorno, impossibile da vedere di notte. Lucas però conosceva quei luoghi come le sue tasche, era la sua zona, era nato lì, era cresciuto lì. A questo punto era anche facile che sarebbe morto lì. Ma non prima di aver bruciato l’ultima goccia di benzina nella sua auto.

Luci strane si alternavano nel campo visivo, possibile che il drone li avesse ritrovati? Forse aveva un sensore termico, ma a questo punto non aveva più importanza: un drone era solo una telecamera volante, per acciuffare Lucas qualcuno avrebbe dovuto fargli esplodere l’auto. E lì non c’era nessuno.

Un’esplosione a pochi passi dimostrò subito errata la supposizione del pilota.

«E ora chi spara?» chiese Lucas, sapendo però che ormai Alex non era in grado di rispondere.

Un rapido sguardo allo specchietto retrovisore mostrò una lucetta che li inseguiva a bassa quota, qualcosa che assomigliava ad un semplice drone… ma che era evidentemente in grado di sparare. Quasi a confermare questa ipotesi l’oggetto sparò altri due proiettili, che dopo una scia luminosa esplosero proprio a pochi centimetri dalle ruote dell’auto.

Lucas imprecò fra i denti, un altro paio di colpi e quell’affare volante avrebbe aggiustato il tiro, e per quanto stesse sfiorando il massimo della velocità consentita dall’auto, per quanto stesse già abbondantemente sfidando la sorte a correre in un bosco di notte, non poteva neanche pensare di superare in velocità un drone WY da combattimento. Anzi, era un dannato miracolo che quell’aggeggio non avesse già trasformato la sua auto in una bolla di fuoco.

Guardò la buia strada alberata sfrecciargli davanti e le luci del drone dietro di lui. C’era solo una via d’uscita: folle, sconsiderata e da suicidi, ma sempre meglio che l’imminente morte sicura.

Attese eterni attimi che l’ondeggiare del drone nell’aria si posizionasse dove lo voleva lui, poi Lucas alzò il piede dall’acceleratore… schiacciandolo con tutta la sua forza sul freno. Un lamento sibilante esplose dai pneumatici, che opposero strenua resistenza al terreno sabbioso, mentre l’auto perse immediatamente gran parte della sua velocità: era lontano dall’essere ferma, ma non serviva la completa immobilità… per fregare il drone.

Lanciato alla stessa velocità dell’auto, l’apparecchio in volo si era abbassato fino all’altezza del veicolo: un’occasione che Lucas non poteva lasciarsi sfuggire. Per quanto fosse elevata la tecnologia del drone, frenare più velocemente di un’auto non rientrava fra i suoi poteri, infatti l’apparecchio volante venne travolto dal veicolo frenante e vi entrò dentro come un coltello caldo in una forma di burro. L’acciaio potenziato WY rendeva il drone invincibile persino contro le granate degli RPG: la lamiera di una vecchia auto era come un soffice panno che si spostava al passaggio dell’oggetto volante.

Il rumore di lamiere distorte e di vetri infranti fu nulla… in confronto all’esplosione della testa di Alex. Nel suo passaggio il drone distrusse tutto, che fosse vivo o meno, travolgendo il sedile passeggero e portandosi via abbondanti pezzi del corpo del giovane, immobile nel suo panico. Lucas non rimase indifferente davanti al compagno di viaggio che ora era sparso in mille pezzi fumanti sul cofano e nell’abitacolo, ma ormai la morte era troppo vicina per stare a questionare su chi avrebbe agguantato per prima.

Attraversare l’auto e un corpo umano rese il drone incerto nel suo volo, anche perché il tempo che gli servì per frenare servì anche a Lucas per riprendere velocità e farsi inseguitore a sua volta del drone. Il pilota piombò addosso all’oggetto volante prima che si riequilibrasse e decidesse di voltarsi. Il drone si trovò così incastrato nel cofano dell’auto, impossibilitato a girarsi: le sue armi erano tutte sul davanti, nessun ingegnere aveva mai pensato che un giorno sarebbe stato utile sparare all’incontrario…

Lucas non aveva dubbi che fra un attimo il potente drone si sarebbe liberato dalle lamiere dell’auto, si sarebbe voltato e avrebbe fatto saltare anche la sua, di testa, così non perse tempo e raggiunto il massimo della velocità prese di mira il primo albero utile che trovò. Vi si diresse a tutta potenza, chiedendosi quante volte quella sera avrebbe dovuto rischiare la vita. Schiacciò il pedale del freno solo qualche attimo di secondo prima dell’urto, così che il drone non avesse possibilità di evitare la traiettoria che lo portò a scontrarsi pesantemente contro il fusto di un grande albero.

L’urto dell’auto fu potente ma Lucas riuscì ad ammortizzare il colpo: le cinture di sicurezza fecero il suo lavoro e poi non c’era più un parabrezza contro cui poter sbattere la testa. Questo non significò che non fu doloroso, il pilota provò fitte in più punti contemporaneamente ma almeno era vivo. Lo stesso non poteva dirsi del drone.

Un apparecchio blindato non si faceva certo mettere fuori combattimento da un albero, ma lo scontro fu violento e il drone giaceva a terra emettendo un’ampia gamma di suoni, facendo lampeggiare spie varie. Sicuramente era ancora in funzione, ma guasto abbastanza da permettere a Lucas di allontanarsi… se solo quella dannata auto si fosse rimessa in moto.

Aveva chiesto troppo a quel ferrovecchio, l’aveva portata troppo oltre il limite, e dopo quei due incidenti in rapida sequenza ormai il pilota era seduto in mezzo ad un ammasso di macerie che non assomigliavano più ad un’auto.

«Maledizione!» gridò Lucas, poi lo assalì un pensiero. Si tolse la cintura di sicurezza ed uscì velocemente dall’auto, gettando un rapido gesto verso la parte posteriore: un rivolo fuoriusciva dal portabagagli. Il serbatoio nascosto nell’auto era stato forato. Mezzo bidone di benzina d’un tratto diventava un elemento importante da tenere in considerazione, in un eventuale tentativo di mettere in moto l’auto.

«Maledizione!» continuò ad urlare Lucas, ma in realtà era sollevato. Ormai era tutto finito… ed era ancora vivo. Appiedato, certo, con davanti la poco attraente prospettiva di attraversare a piedi un’enorme zona boscosa prima di tornare nel suo territorio, ma almeno era vivo e per lo più intatto, a parte qualche acciacco dovuto alla brutta esperienza. No, non poteva proprio lamentarsi.

Pensava a questo quando notò sottili strisce leggermente luminose attraversare l’aria. Sembravano scie di pallottole esplosive, ma non erano dirette a lui. Il tempo di capire e si gettò a terra.

L’auto esplose sollevandosi fino quasi a raggiungere la cima dell’albero alla cui base giaceva ancora il drone. Solo i migliori meccanici della Weyland-Yutani avrebbero ormai potuto rimetterlo in funzione.

Quando la carcassa fumante dell’auto ricadde a formare quel mucchio di macerie che poi nessuno sarebbe venuto a portar via, e che sarebbero rimaste lì a formare una delle tante curiosità in cui si imbattono gli escursionisti che visitano il bosco, ormai il fuoco aveva già fatto il suo lavoro, inondando tutta la zona. Lucas compreso.

Il pilota cominciò a rotolare a terra, per spegnere le fiamme che gli avevano lambito i vestiti, ma quelli non erano un problema. Il dolore che sentiva esplodergli da ogni nervo del volto, quello sì che sembrava un dannato problema.

Non udiva più le proprie grida, lo shock gli stava ovattando i sensi, ma sapeva di star gridando. Gridando forte. Soprattutto quando sentì un intenso dolore aggiuntivo alla spalla. Non era fuoco, era come se qualcosa gli fosse penetrato addosso con forza. Probabilmente chi aveva fatto saltare l’auto ora stava arrivando a completare l’opera.

Quasi in sogno si portò una mano alla spalla, trovandosi incagliato addosso un oggetto strano… come quelle punture per anestetizzare grandi animali che si vedono in TV.

Con la mente incapace di elaborare ulteriori concetti, Lucas stabilì che aveva fatto quanto umanamente possibile per rimanere in vita, non aveva proprio nulla da rimproverarsi, così si lasciò andare al vuoto che lo stava prendendo.

Con gli ultimi brandelli di coscienza fece in tempo a vedere un’ombra che gli si avvicinava e poi si chinava su di lui. Un’ombra che ora vedeva bene essere una donna. Una donna armata di tutto punto e con sulle spalle quelli che non potevano essere altro che gradi militari.

«Bella corsa, amico», gli disse la donna, anche se a Lucas sembrò che la voce provenisse da chilometri di distanza. «Sto cercando un pilota come te: che ne dici di correre per la Casata Yutani al torneo DOA?» La donna gli strizzò l’occhio. «Be’, ne parliamo meglio al tuo risveglio.»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid (fan fiction) FONTI

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid

LE FONTI

Questa fan fiction è una storia originale che utilizza però personaggi e situazioni pre-esistenti, estratti da varie fonti: ecco la specifica del materiale a cui ho attinto per la stesura di Aliens vs Boyka 2: Gynoid.

~

Boyka – personaggio cinematografico nato nel film Undisputed II: Last Man Standing (2006) di Isaac Florentine, prodotto dalla NU Image / Millennium Films. Nato come cattivo, conquista talmente il pubblico che diventa protagonista assoluto del successivo Undisputed III: Redemption (2010): dopo un vano tentativo dell’attore Scott Adkins di diventare “attore normale”, nel 2016 gira il terzo film nei panni del personaggio, la cui uscita però è ripetutamente slittata.

Personaggio venerato in ogni angolo del mondo, tranne in Italia dove è totalmente inedito, Boyka è un detenuto del carcere duro di Gorgon, campione indiscusso dei combattimenti illegali finché il buono del secondo film gli ha spezzato una gamba. Diventato buono (e religioso), riesce a riabilitarsi e sebbene zoppo partecipa al campionato di Gorgon sbaragliando ogni avversario. Dopo Fang, lo spadaccino monco cinese, e Zatôichi, lo spadaccino cieco giapponese, Boyka è un nuovo grande crippled master del cinema marziale.

~

Dunya, generale Rykov e Dimitri sono personaggi del videogioco Aliens vs Predator 2 (2001) prodotto dalla Sierra, ma ho preso in considerazione anche l’espansione Primal Hunt (2002).

~

Olimpia – Sebbene il personaggio sia completamente inventato, il nome Olimpia è comunque un omaggio alla prima ginoide della cultura occidentale, concepita nel 1815: quella Olympia del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann) di E.T.A. Hoffmann che ha riempito di paure l’Europa e ha fatto la gioia di Sigmund Freud, che giudicò il racconto “perturbante” (unheimlich)

~

Per quanto riguarda Eloise e il dottor Lichtner… be’, serve una parentesi: giuro che ne varrà la pena.

L’idea di uno scienziato fuori dagli schemi che in un posto lontano crei una donna non è certo nuova: nasce nell’agosto 1952 quando Fritz Leiber pubblica sulla rivista “Galaxy” il racconto “La casa del passato” (Yesterday House): la prima storia di una donna clonata. (Il film Ex machina del 2014 “clona” palesemente questo racconto, anche se la donna è robotica.) Per Eloise però mi sono rifatto ad una fonte più squisitamente “aliena”.

Il 22 febbraio 1997 gli scienziati danno al mondo l’annuncio ufficiale della nascita di Dolly, pecora nata nel luglio 1996 mediante clonazione: sarà stata qualche fuga di notizie, fatto sta che esattamente due mesi prima di quell’annuncio la 20th Century Fox ha depositato il titolo del suo nuovo progetto in fase di realizzazione sin dal novembre ’96: Alien Resurrection. Lo sceneggiatore Joss Whedon aveva saputo in anteprima della nascita di Dolly, l’unica degli otto embrioni clonati giunta alla nascita? Oppure è stata una incredibile coincidenza che abbia scritto della rinascita di Ellen Ripley, ultima di otto esperimenti di clonazione? In realtà sulla questione del numero otto è più facile che Whedon abbia scopiazzato l’idea dal film “Priorità assoluta” (Eve of Destruction, 1991), in cui la dottoressa protagonista costruisce varie copie robotiche di se stessa e solamente l’ultima, l’ottava, ottiene dei risultati.

Quale che sia la fonte di Whedon, fatto sta che il 1997 si apre con la lavorazione del quarto film alieno ed evidentemente la Dark Horse Comics deve seccarsi di brutto: dal 1988 i suoi fumetti di alta qualità hanno ampliato l’universo di Aliens e guadagnato milioni di lettori, e di nuovo la Fox manda a scatafascio tutto? Già con l’apocrifo e raffazzonato Alien 3 la Dark Horse si era vista segare via tre intere saghe, campioni di incasso, con Newt ed Hicks protagonisti, ed ora la Fox vuole di nuovo sparare a casaccio? Serve una vendetta in grande stile: il 27 agosto 1997, a due mesi dalla prima proiezione del film con la Ripley clonata, la Dark Horse presenta Aliens: Purge, storia di una donna clonata da DNA alieno…

Su Sybaris 503 il dottor Lichtner compie vari esperimenti, tra cui la creazione di una donna partendo da materiale genetico alieno: uno xenomorfo a forma di donna di nome Eloise. Quando i nuovi “padroni” del dottore vengono a prendere possesso dell’impianto, Eloise massacrerà tutto ciò che respira e rimarrà regina del suo piccolo impero.

Il fumetto è uno one shot, non ha seguito, è una storiella breve in pratica nata solo per bruciare la Fox sul tema della donna clonata: è un peccato che Eloise – o una sua clone! – non riappaia più nell’universo alieno…

Ovviamente questo fumetto è inedito in Italia, come la stragrande maggioranza degli Aliens Comics.

~

Tutto quello che scrivo sulle ginoidi lo potete trovare in forma ampliata, insieme a tantissimo altro materiale, nel mio saggio “Gynoid. Duecento anni di donne artificiali”.

~

Il torneo DOA (Dead Or Alive) è ovviamente una citazione del celebre videogioco della Koei Tecmo che ha dato vita anche ad un omonimo film del 2006. Curiosamente il gioco viene distribuito la prima volta nel novembre 1996, cioè esattamente quando iniziano le riprese di Alien Resurrection.

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid (fan fiction) 9

boykagynoid_cover

Nona ed ultima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid

9

Dunja fissava ancora lo spazio vuoto dove qualche istante prima c’era l’enorme Regina aliena pronta a maciullarla. Non riusciva ad alzarsi semplicemente perché non provava neanche a muoversi: lo stupore per essere ancora viva era un qualcosa che andava gestito lentamente.

Si sentì sollevare e in un attimo si ritrovò in piedi. «Per un pelo», sentì dire, ma la voce di Boyka proveniva da lontano, come ovattata. Mentre il lottatore proseguiva alla volta di Eloise, Dunja d’un tratto fece mente locale: i suoi uomini! Se sull’astronave avevano aperto le maledette casse che Lichtner aveva inviato loro… Agguantò il suo trasmettitore con gesti compiuti quasi in sogno e cominciò a cercare di comunicare con la Verloc, malgrado sentisse la propria voce come in lontananza. «Dimitri, mi senti? Ti prego, rispondi…»

Boyka intanto aveva raggiunto la sua allieva, che ancora stringeva l’enorme coda mozzata della Regina. «Non male come primo giorno della tua nuova vita», le disse.

Eloise gettò lontano il resto alieno con un gesto di stizza. «Ho fallito. Maledizione, ero sicura di poter affrontare una Regina…»

«Magari un giorno ci riuscirai», cercò di consolarla Boyka, vedendola davvero delusa. «Non puoi chiedere troppo dal tuo primo incontro: un lottatore migliora andando avanti, non si è subito campioni.»

«Non avevo pensato al dannato sangue acido», continuò la donna guardandosi le mani. «Mi ero inorgoglita con le mie “sorelle” e ho sottostimato un nuovo nemico.»

«Ma hai imparato, ed è questo l’importante. Non essere dura con te stessa.» Il lottatore si voltò a salutare con un cenno Olimpia. «Grazie per l’aiuto, temevo che ci avessi traditi.»

La donna-robot accennò un semplice gesto del capo ma subito si diresse da Dunja, che continuava a cercare un contatto con l’astronave. Olimpia aveva nel frattempo annullato il blocco del segnale imposto dal dottore, ma era stato un gesto inutile, lo sapeva benissimo. «Non le risponderà nessuno, maggiore» si limitò a dire, con un tono di voce che cercava di imitare, senza riuscirci, la compassione umana.

Dunja la fulminò con gli occhi. «Perché dici questo? Sai qualcosa…?»

Olimpia annuì. «Mi sto collegando in remoto con il computer centrale della Verloc: segnala che ieri sera c’è stata una violazione nel protocollo di sicurezza della nave. Lei sa cosa vuol dire, vero?» Dunja la fissò immobile. «Risulta che nelle ore successive alcune sezioni della nave sono state sigillate ma non sembra sia servito a molto: il database del sistema d’areazione mostra un’interruzione della percentuale del riciclo di anidride carbonica.» La donna rimase in attesa di una reazione che non arrivò, così proseguì. «Sembra che nessuno stia più respirando, sulla nave.»

Dunja continuava a fissare Olimpia, sperando che tutto quello fosse solo uno stupido scherzo di quella donna artificiale, che fosse l’ultimo tiro mancino di Lichtner, che non fosse vero niente. Che quella maledetta missione non avesse fatto morire tutti gli uomini. Che non avesse sulla coscienza la morte del suo intero equipaggio. Compresi quelli che le avevano salvato la vita eleggendola capitano della nave. Ovviamente si erano sbagliati, puntando su di lei…

«Dimitri…» provò di nuovo il maggiore, bisbigliando nella trasmittente. «Ti prego… rispondi…»

«È inutile, Dunja, nessuno ti risponderà.»

«Lasciala provare comunque.» Olimpia si voltò a guardare Boyka, che si era avvicinato e probabilmente aveva sentito tutto. «Piuttosto dovresti guidarci verso una qualche navetta per lasciare questo posto.»

«Per andare dove?» sbottò Dunja, fissando con occhi sofferenti il lottatore. «Non c’è più un’astronave a cui tornare, non possiamo lasciare questo pianeta di merda.»

«Non serve lasciarlo: ci stanno venendo a prendere», disse Olimpia.

Il silenzio calò improvviso e tutti guardarono la donna. «Chi ci sta venendo a prendere?» chiese Dunja per tutti.

«Ieri sera, appurato che eri dalla nostra parte, ho chiamato la Casata perché iniziassero a mandare qualcuno a darci man forte. Poi tutto è crollato velocemente, ma dovrebbe arrivare tra poco l’astronave Yutani per portarci via.»

«Yutani…» quasi bisbigliò Dunja.

«Sì, la tua Casata. Li ho informati del tuo operato e sono stati lieti di sapere che ti sei battuta per fermare il dottore, che rappresentava un grave pericolo per loro. Vogliono che torni in famiglia.» Olimpia girò lo sguardo verso Boyka ed Eloise. «Anche voi, ovviamente. Li ho informati di tutto e vi considerano una preziosa risorsa.»

Sia il lottatore che la ginoide si limitarono a guardare silenziosamente Dunja: a loro non importava minimamente far parte di una Casata, ma avrebbero seguito il maggiore.

Dunja era frastornata. «Non ho più contatti con la Casata, con quella che tu chiami “famiglia”, da tanto di quel tempo…»

«Loro sono disposti ad accoglierti e a dimenticare, per iniziare un nuovo futuro insieme.»

«Aspetta… dimenticare cosa?»

«Dagli archivi risulta che la Casata non ha più preso in considerazione la tua riammissione in famiglia dai tempi dell’incidente sul pianeta Korari: una nota specifica che il tuo comportamento in quell’occasione, con tutti quei morti che hai provocato, non è degno della classe dirigenziale Yutani. Però è passato molto tempo e sono disposti…»

«Che cosa?» gridò Dunja sdegnata. «Su Korari io non ho fatto niente, è stata tutta opera di quell’infame di…»

«Vi sono mancato?»

Tutti si girarono verso la breccia aperta nella parete della stanza… aperta proprio dall’armatura attraverso cui ora Rykov li guardava. «Grazie per esservi preoccupati per me, che ho volato per mezza città» disse sarcastico il generale.

«Hai dato a me la colpa del massacro di Korari?» gli gridò Dunja andandogli incontro.

Attraverso la visiera dell’armatura Berserker era difficile stabilire l’espressione di Rykov, ma tutto lasciava pensare ad un ghigno. «Perché rivangare il passato? Comunque non è il caso che la Yutani sappia di questo», ed alzò i mitragliatori ancora collegati all’armatura: una raffica di proiettili attraversò la stanza.

Tutti si gettarono immediatamente a terra, ma la raffica fu brevissima. Boyka ed Eloise si guardarono per sincerarsi che non avessero subìto ferite e lo stesso fece Dunja. Solo dopo un attimo si accorsero che Olimpia stava rantolando a terra, con il corpo che vibrava ed emetteva strani ronzii.

«Così non potrà raccontare la verità alla Casata», disse Rykov, avvicinandosi.

«Non era amico nostro?» chiese Eloise bisbigliando a Boyka.

«Rykov non è amico di nessuno», rispose l’uomo. «Prima spara da una parte e poi spara dall’altra. Dargli un’armatura invincibile non è stata una grande idea.»

«Davvero è invincibile?»

«Praticamente sì. L’unico suo punto debole è…» Boyka si voltò di scatto a fissare Eloise. «Non può resistere alla forza fisica degli alieni…»

Rykov si avvicinò fino a troneggiare su Dunja, che lo stava insultando da per terra. Con un sorriso arcigno il generale puntò una delle mitragliatrici verso la donna. «È stato un onore averti come mia allieva, Dunja, e ti ringrazio di non avermi consegnato a Lichtner, ma conservare i favori della Yutani è più importante. Ora che sai di Korari, non posso portarti con me.»

«Dopo tutto questo tempo, generale…» Dunja sputò, «non hai ancora imparato la lezione più importante di tutte.»

Incuriosito, Rykov esitò divertito. «E quale sarebbe?»

Dunja lo fissò con disprezzo. «Mai tirarla per le lunghe prima di premere il grilletto.»

Un attimo dopo il corpo muscoloso di Eloise impattava pesantemente con l’armatura del generale, costringendo Rykov ad indietreggiare. Prima che l’uomo potesse realizzare cosa stesse succedendo, la ginoide stava adottando lo stile del combattimento a corta distanza, inondando di pugni potenti e a corto raggio il centro dell’armatura: per quanto fossero potenti i suoi muscoli non poteva arrecare particolare danno, ma le serviva per destabilizzare il generale. Il quale cominciò ad agitare le braccia davanti a sé, nel tentativo di scacciare quella donna.

Ad ogni tentativo di scacciarla, Eloise cambiava posizione e colpiva nello spazio lasciato scoperto sull’armatura, acquisendo sempre più velocità, finché non scivolò dietro Rykov e gli si avvinghiò sulla schiena, tenendosi ferma con le gambe alla vita dell’armatura. Cominciò a rallentare i pugni ma ad aumentarne la forza: ogni goccia di sangue xenomorfo cominciò a ribollire nelle sue vene umanoidi, finché il metallo dell’armatura non cominciò vistosamente ad ammaccarsi.

«Togliti di dosso, maledetta!» gridava Rykov agitandosi, frustrato dal non riuscire a scacciare quell’essere dalla potenza micidiale.

Ammaccate le spalle, Eloise agguantò il casco e iniziò a premere verso l’alto, mentre schivava le braccia dell’armatura che tentando di colpirla in realtà sbattevano contro la testa stessa di Rykov.

Ogni muscolo del corpo di Eloise era contratto oltre ogni umana condizione: a parte la mera forma esteriore, nulla c’era più di umano in lei. A forza di tirare, un rumore di metallo torturato fu il segnale che l’armatura Berserker stava cedendo: una piccola crepa si aprì nell’attaccatura del casco al resto del corpo. A Dunja non serviva altro.

La donna scattò in avanti e piantò il suo coltello nella fessura, raggiungendo la gola di Rykov. In pochi secondi la visiera dell’armatura si imbrattò di sangue, finché le braccia iniziarono a rallentare i loro movimenti nell’aria. Dunja premette ed agitò la lama, mentre urlava contro la visiera ormai piena di sangue: impossibile vedere il volto di Rykov. Infine la Berserker crollò, sotto il peso delle due donne ma anche perché il generale aveva perso il controllo. Era morto soffocato in una visiera ripiena del suo stesso sangue.

Finito di urlare, stringendo ancora il coltello fino a rendere completamente bianche le dita, Dunja chinò la fronte fino a posarla sull’armatura immobile. Non voleva che gli altri la vedessero versare lacrime per aver perso di nuovo una famiglia, per essere di nuovo sola contro l’universo.

Eloise si allontanò per raggiungere Boyka, che intanto si stava sincerando delle condizioni di Olimpia. La donna-robot aveva perso la funzionalità del corpo ma la sua testa era ancora attiva. Quando Eloise si avvicinò la donna si voltò a guardarla e il suo volto robotico si allargò in un sorriso. «Non male, per una ginoide.»

~

Quando l’astronave Yutani iniziò le manovre di atterraggio, Dunja e Boyka la guardarono in lontananza, seduti sul tetto della dimora del dottor Lichtner. La donna era voluta salire perché dabbasso diceva le mancasse l’aria, ma probabilmente cercava un posto per rimanere sola. Non ci riuscì, visto che Boyka la seguì quasi subito.

«Sei pronta ad incontrare la tua nuova vecchia famiglia?» le disse il lottatore, a metà fra il serio e lo scherzo.

I due erano stati in silenzio tutto il tempo. Lui l’aveva raggiunta sul tetto ma non aveva detto una parola: erano rimasti così, semplicemente vicini.

«Non sono mai stati la mia famiglia», rispose con un filo di voce Dunja. «Non lo saranno certo ora.»

«Vuoi che ti racconti i rapporti con la mia famiglia in carcere?»

Dunja sbottò in una risata. «Basta coi tuoi racconti carcerari, Boyka.» Poi, dopo un attimo di silenzio. «Grazie per non aver cercato di consolarmi o per non aver infierito.»

«Non sono bravo con le parole», rispose lui, cambiando posizione, «volevo però farti sapere che ci sono. A volte basta questo.»

Dunja annuì. «A volte basta questo», ripeté.

«Perdere tutto a volte è un modo per cambiare vita. Ora puoi scegliere un altro percorso, un’altra strada da seguire.»

«Sarebbe bello», rispose amareggiata la donna, «ma l’unica strada sarà quella che mi consentirà la Casata: se vorranno mettermi a guardia dei maiali, sarà quella la mia nuova “strada”.»

Boyka sorrise. «E allora sarai la migliore guardiana di maiali dell’universo.» Risero. «E quando ti sarai stufata ce ne andremo e faremo qualcos’altro.»

Dunja si voltò a guardarlo per la prima volta. «D’un tratto usi il plurale? Sembra quasi che siamo una coppia…»

Boyka rispose allo sguardo, sorridendo. «Il maggiore Dunja era troppo seriosa, sembrava una gino-cosa, la semplice Dunja la trovo più umana, e mi piace l’idea di stare con lei.»

Dunja tornò a guardare la navetta che stava atterrando in lontananza. «Dev’essere una donna fortunata, questa Dunja.»

«Inoltre questa Dunja è molto meno spietata dell’altra. Per esempio non sta pensando che Eloise potrebbe battere qualunque avversario del Dead Or Alive, non pensa che partecipando a quel torneo potrebbe mettersi in mostra con la casata.»

La donna si voltò a guardarlo allibita. «Stai proponendo di mettere in atto la follia di Lichtner? Vuoi far partecipare quella ginoide al DOA?»

Boyka scosse le spalle. «L’essere stato un pazzo non vuol dire che il dottore abbia sbagliato tutto. Vincendo il DOA credo entreresti subito nelle grazie della Yutani…»

I due rimasero in silenzio per un po’, mentre i Colonial Marines della Weyland-Yutani venivano a prenderli per portarli in un nuovo mondo.

«Sai che la tua allieva dovrà combattere con dei vestiti addosso?»

L’uomo scoppiò in una sonora risata. «Facciamo così: vestiamo lei… e spogliamo te.»

I due risero, e dal basso nessuno poté vederli baciarsi.

FINE

(A presto con Aliens vs Boyka 3: Death or Alive
ma prima, le fonti che ho utilizzato)

– Altre puntate: