PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 1


Inizio una nuova avventura che sono obbligato a scrivere, essendo stato “aggredito” dai personaggi che non mi hanno lasciato un attimo di pace, finché non ho messo nero su bianco quello che mi dicevano.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

Presentazione

Nel terzo episodio della saga Aliens vs Boyka ho immaginato che la Casata Yutani e gli Yautja avessero stretto un’antica alleanza e che le due razze vivessero a stretto contatto. L’idea nasce ovviamente dalla scena finale del film Alien vs Predator: Requiem, con la “Signora Yutani” che recupera un’arma appartenuta ad un Predator.

In questo universo narrativo, in cui su alcuni pianeti gli umani e i Predator convivono più o meno pacificamente, cosa succede quando dei guerrieri Yautja invece di distinguersi in battaglia… si macchiano di disonore? Scacciati dai propri clan o costretti ad allontanarsene per non essere perseguitati, si ritroverebbero costretti a vivere fra gli umani, con tutti i problemi che ne conseguirebbero.

Dove non espressamente specificato, tutti i dialoghi del racconto sono da intendersi in lingua Yautja.

Alla fine del testo riporterò tutte le fonti utilizzate, ma tengo a precisare che malgrado il titolo “tarantiniano” il racconto è in realtà una libera reinterpretazione del film I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa – e quindi del suo plagio americano I magnifici sette (1960) di John Sturges: in fondo il codice d’onore dei samurai è in pratica lo stesso dei Predator!

1

Pianeta LV-617
Colonia Weyland-Yutani
Stazione mineraria “Shimada’s Hope”

Quando l’astronave yautja atterrò dolcemente sulla superficie del piccolo pianeta, nessuno dei coloni se ne accorse: la mimetizzazione Predator era eccellente quanto la strumentazione della colonia era fatiscente e non perfettamente calibrata. “Shimada’s Hope” era un ferro vecchio, e ormai i coloni umani si erano abituati ad un livello di vita a bassa tecnologia. Le miniere si stavano esaurendo e la Compagnia aveva perso interesse nella colonia: tutti gli abitanti erano sicuri che nel giro di qualche anno avrebbero dovuto cercarsi un’altra casa.

Quando l’imponente Yautja scese dalla passerella, indossando con scioltezza l’ingente peso di un’armatura strapiena di trofei, si assicurò di annusare l’aria: adorava assaporare l’odore di un pianeta prima che sapesse tutto di morte.

I suoi guerrieri uscirono rapidamente e cominciarono ad allestire il campo base. Non c’era fretta di calare sulla colonia dove vivevano le vittime umane: avevano tutto il tempo del mondo per “giocare” con loro.

Mentre l’imponente Yautja studiava una mappa dell’insediamento, così da organizzare i prossimi “giochi”, un suo guerriero gli si presentò stringendo fra le mani un animale: solo all’ultimo istante si rese conto che era un umano. Un cucciolo di uomo, per la precisione, che li stava spiando da dietro un cespuglio. Probabilmente si trovava lì per caso quando erano atterrati, perché era difficile che gli umani fossero così vigliacchi da mandare i loro cuccioli in avanscoperta.

Il Predator fissò dall’alto il bambino tremante negli occhi, poi gli accarezzò dolcemente la testa. «Sei perfetto», gli disse gracchiando con voce profonda, senza che il cucciolo d’uomo potesse capirlo. «Ho giusto uno spazio vuoto nella cintura della dimensione della tua testa.»

L’orrore era appena arrivato a “Shimada’s Hope”.

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Pianeta LV-2230
Anderson City

Il Predator ormai si era abituato ad attraversare le piccole porte dei piccoli edifici umani, non sbatteva più la testa come i primi tempi. Ma le sedie erano ancora un incubo, ed era incredibile quanto si seccassero gli umani quando lo invitavano a sedersi e lui gliele rompeva. Perché non si procuravano sedie più grandi?

Quando entrò nell’ufficio di collocamento sapeva che lì avrebbe potuto contare su una grande sedia fatta di legno di quercia, perfetta per il peso e per l’anatomia yautja. Sicuramente era stato qualche Predator a costruirla, perché gli umani non avevano quella considerazione: anche i locali che accettavano Yautja come clienti non si preoccupavano minimamente di fornire sedie resistenti, preferendo infuriarsi una volta rotte quelle che avevano.

«Accomodati», disse la donna alla scrivania.

Il Predator era entrato goffamente nella stanza, perché aggirarsi fra le strutture umane era terribile, ma finalmente poteva sedersi comodamente sull’ampia e resistente sedia di legno. Ne avrebbe voluta una uguale per casa propria, se avesse avuto una vera casa.

«Ho qualcosa per te», iniziò la donna, «ma devi assicurarmi che stai facendo il bravo.»

Lo Yautja annuì abbassando lo sguardo. Era terribile dover subire ramanzine dagli umani, eppure quelli che vendevano alcol ai Predator non si facevano problemi a prendere i loro soldi: quando poi si ritrovavano con bestioni di due metri ubriachi e violenti ecco che iniziavano le lamentele e le denunce.

«Mi servi pulito», continuò la donna, «perché l’occasione è buona. Conosci i campi di meloni di Mr. Majestyk, subito fuori la città? A quanto pare hanno avuto problemi di personale e devono sbrigarsi a raccogliere i meloni prima che vadano a male. Pensaci», la donna sorrise, «un bel lavoro all’aria aperta, senza smog e rumori molesti delle maledette città umane. Tu adori il sole, no? Certo che l’adori, sei uno Yautja, quindi pensa che opportunità: ti sgranchisci le ossa sotto il sole, respiri aria buona, ti tieni in forma e ti pagano pure!»

«Detta così non sembra neanche una merda totale.»

La donna sbuffò. «Che cosa vuoi che ti dica? Sto cercando di venirti incontro, provaci anche tu.»

Il Predator cambiò posizione sulla sedia, per il nervosismo. «Non c’è qualche lavoro al chiuso? Possibilmente senza umani intorno?»

La donna lo fissò. «Certo che c’è, ed è esattamente il lavoro da cui ti hanno licenziato!» Il suo tono era duro ma a quanto pareva c’era bisogno di una ramanzina. «Non sai quanti riesco a sistemare come guardiano notturno, perché appena c’è un cartello “Locale protetto da Yautja” i tentativi di rapina o anche solo di vandalismo praticamente si azzerano. Gli umani adorano affidare ai Predator lavori notturni, che così gli operai di giorno non si innervosiscono, però…» Lo sguardo della donna era spietato. «Quando la mattina trovano l’ufficio distrutto e uno Yautja ubriaco a terra, reagiscono male.»

Il Predator scosse la testa e gracchiò a bassa voce. «È stato solo un incidente…»

«No, è stata una idiozia. Per essere rimborsati dei danni hanno dovuto sporgere denuncia, ed è stato solo perché ho pregato in ginocchio non so più quanta gente che non sei finito dietro le sbarre. Gli umani vanno fuori di testa quando si ubriaca uno Yautja: se al tuo capufficio staccavi la testa forse sarebbe stato meno grave.» Il Predator bofonchiò, ma la donna continuò senza starlo ad ascoltare. «Con una denuncia nel tuo fascicolo puoi scordarti qualsiasi lavoro di responsabilità: sono obbligata per legge ad avvertire i datori di lavoro della tua fedina pernale, e puoi immaginare che non facciano salti di gioia. Ci sono tante cose che posso far finta di dimenticare o posso mascherare dietro linguaggio burocratico, ma una denuncia per danni dovuti ad ubriachezza non posso farla sparire, e questo ti costringe ad accettare solo lavori non di responsabilità. Lavori duri e sgradevoli, che gli altri Predator non sempre accettano.»

Lo Yautja continuava a stare con la testa bassa, come un bambinone sorpreso a rubare la marmellata e sgridato dalla maestra. La donna sospirò. «So che non è facile, credimi: conosci la mia storia, sai che…»

«Grazie», disse d’un tratto il Predator. La donna non se l’aspettava e rimase in silenzio, stupefatta. Dopo qualche secondo di silenzio lo Yautja continuò, sempre guardando in terra. «Grazie per non avermi scacciato dall’agenzia e aver continuato a cercarmi un lavoro. Dopo la figura che ti ho fatto fare…»

La donna arrossì per quelle parole. «Non mi hai fatto fare nessuna figura», disse con tono affettuoso. «Tutti sanno quanto sia difficile la vita per un guerriero senza onore…»

Il silenzio cadde pesante nella stanza, finché la donna continuò con tono amichevole. «So che è sgradevole, ma devo ricordartelo. Se decidi di ucciderti, ricorda di lasciare ben scritto il clan da cui provieni, così da poterlo informare. Lo dico a tutti perché è capitato ad alcuni miei clienti: quando finalmente hanno trovato la forza di fare la cosa giusta, non hanno lasciato scritto nulla così…»

«La cosa giusta….» ripeté il Predator con un fil di voce.

«Sì, la cosa giusta. Lo sai tu come lo so io: l’unico modo per riacquistare parte dell’onore è togliersi la vita. Solo così il clan potrà tornare ad inserire il tuo nome fra i propri membri. Ti consiglio quello che dico a tutti i miei clienti: non aspettare l’ultimo momento, scrivi il tuo clan da qualche parte e portati l’appunto sempre indosso, così se un giorno finalmente trovi la forza…»

Lo Yautja alzò lentamente la testa e mostrò alla donna due occhi tremendamente tristi. «Se avessi la forza di fare “la cosa giusta”, l’avrei fatta tempo fa. Perché pensi che abbia cercato sollievo nel vostro alcol?»

«Non esiste sollievo», replicò la donna, senza alcun tono di rimprovero. Gli occhi dei due si guardarono con pena reciproca, finché la donna non sbatté una mano sul tavolo. «Ok, questa cosa ci sta sfuggendo di mano. La ramanzina te l’ho fatta e ti ho detto quello che ti dovevi dire: ora basta», e un sorriso le si aprì sul volto. «Oggi è venerdì e quindi c’è tempo per decidere se accetti il lavoro di raccogli-meloni. Stasera mi vedo con degli amici per una serata rilassante: perché non vieni anche tu? Mi sa che ne hai bisogno…»

Il Predator la guardò allibito. «Amici?»

La donna rise. «Tranquillo: niente umani. Ho detto “rilassante”.»

I due risero e lo Yautja accettò. «Torno stasera, allora», disse alzandosi. «Grazie per tutto quello che fai per noi», disse prima di uscire. «Grazie, Machiko.»

La donna sorrise, salutandolo.

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) FONTI

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive

LE FONTI

Questa fan fiction è una storia originale che utilizza però personaggi e situazioni pre-esistenti, estratti da varie fonti: ecco la specifica del materiale a cui ho attinto per la stesura di Aliens vs Boyka 3: Dead Or Alive.

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Boyka – personaggio cinematografico nato nel film Undisputed II: Last Man Standing (2006) di Isaac Florentine, prodotto dalla NU Image / Millennium Films. Nato come cattivo, conquista talmente il pubblico che diventa protagonista assoluto del successivo Undisputed III: Redemption (2010): dopo un vano tentativo dell’attore Scott Adkins di diventare “attore normale”, nel 2016 gira il terzo (deludente) film nei panni del personaggio.

Scott Adkins nei panni di Boyka

Personaggio venerato in ogni angolo del mondo, tranne in Italia dove è totalmente inedito, Boyka è un detenuto del carcere duro di Gorgon, campione indiscusso dei combattimenti illegali finché il buono del secondo film gli ha spezzato una gamba. Diventato buono (e religioso), riesce a riabilitarsi e sebbene zoppo partecipa al campionato di Gorgon sbaragliando ogni avversario.

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Dunya e il generale Rykov sono personaggi del videogioco Aliens vs Predator 2 (2001) prodotto dalla Sierra, ma ho preso in considerazione anche l’espansione Primal Hunt (2002).

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Eloise nasce il 27 agosto 1997 dal fumetto Aliens: Purge, scritto da Ian Edginton per la Dark Horse quasi a “bruciare” il soggetto di Alien Resurrection, che uscirà nel novembre successivo.

Su Sybaris 503 il dottor Lichtner compie vari esperimenti, tra cui la creazione di una donna partendo da materiale genetico alieno: uno xenomorfo a forma di donna di nome Eloise. Quando i nuovi “padroni” del dottore vengono a prendere possesso dell’impianto, Eloise massacrerà tutto ciò che respira e rimarrà regina del suo piccolo impero. Ovviamente questo fumetto è inedito in Italia, come la stragrande maggioranza degli Aliens Comics.

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Lucas – La saga di Fast and Furious e Transporter hanno un debito di riconoscenza verso un film storico: Il contrabbandiere (Thunder Road, 1958) di Arthur Ripley, concepito e interpretato da un mito come Robert Mitchum.

La famigerata contea di Harlan, nel Kentucky, è nota per il suo whisky di contrabbando, come ben sanno gli spettatori della fortunata serie televisiva Justified (2010). Il film di Ripley mostra come le famiglie che gestivano le distillerie clandestine avevano studiato un modo per portare l’alcol illegale ai locali cittadini: fenomenali piloti lo trasportavano in scompartimenti segreti delle loro auto, attraversando le pericolose strade sterrate di boschi inseguiti da auto della polizia. Il migliore di questi piloti è un veterano di guerra che non ha trovato altro posto nella società se non quello di sfidare la morte ogni notte, stando attento che nessuno dei suoi cari si azzardi ad intraprendere la sua stessa professione: Lucas (Robert Mitchum). Chissà se il nostrano Lucio Fulci aveva in mente questo personaggio quando ha intitolato il suo film Luca il contrabbandiere (1980).

Visto che l’alcol illegale non mi sembrava adatto per l’universo narrativo di Aliens, ho preferito far trasportare benzina al mio Lucas, il cui nome peraltro è un omaggio anche al cognome del protagonista di Death Race 2 (2010) e Death Race: Inferno (2013), Carl “Luke” Lucas, interpretato da Luke Gross. Insomma, Luca, Lucas, Luke, Lucio… come potevo non sfruttare questa congiunzione astrale di nomi?

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Forever, detta Eve – Il 26 giugno 2013 la Image Comics presenta una nuova eroina a fumetti del grande sceneggiatore Greg Rucka, che mentre scrive roba discutibile per la DC si tiene il meglio per le altre case. La testata si chiama “Lazarus” e inizia con una protagonista che alla prima pagina viene crivellata di corpi. Rimasta a terra in un lago di sangue… si rialza e fa fuori i suoi assassini…

In un futuro post-apocalittico l’America è governata da due famiglie, i Morray e i Carlyle, ed entrambe hanno un Lazarus: visto che Greg Rucka non si è messo a spiegare nei dettagli cosa sia, perché dovrei farlo io? Il Lazarus protagonista della testata è una donna potenziata di nome Eve, contrazione di Forever: è invincibile e guida l’esercito della sua Casata, ma è anche figlia del patrono dei Carlyle: questo crea non pochi problemi con i fratelli “normali”.

Della splendida saga di Lazarus – in minima parte arrivata anche in Italia per Panini Comics (come ci racconta il blog La Bara Volante) – ho già parlato a lungo nel mio blog “Fumetti Etruschi”, analizzando le prime quattro stagioni: qui mi preme far notare che due Casate mi è sembrata la stessa divisione dell’universo narrativo di Aliens, con i Weyland e gli Yutani.

La perversione di Eve per cui la morte le provochi piacere è una mia idea: non so se la Image Comics avrebbe accettato un’idea simile da Rucka!

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«Guardami… e pensa a come ammazzeresti quegli stupidi insetti umani.» – La prima volta che ho incontrato l’idea di un combattimento “immaginato” è stato con Hero (Ying xiong, 2002) di Zhang Yimou, e l’ho subito amata. Nel geniale wuxiapian il ribelle Sky (Donnie Yen) viene avvicinato dal cacciatore di taglie senza nome (Jet Li) e i due si limitano a chiudere gli occhi: il combattimento che segue è tutto immaginato.

Jet Li vs Donnie Yen

L’idea era stupenda e l’esecuzione dei due mostri sacri asiatici talmente perfetta che mi è rimasta nel cuore, apprezzando al sua versione giapponese l’anno successivo, in Zatôchi (id., 2003) di Takeshi Kitano. Qui lo scontro finale fra il “massaggiatore cieco” (Kitano) ed Hattori (Tadanobu Asano) viene preceduto da alcune “prove”: i due fenomenali spadaccini immaginano alcune tecniche per capire se potrebbero funzionare, ipotizzando la reazione dell’altro.

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Ford Mustang – L’auto protagonista della saga filmica di Death Race, dal 2008 al 2013.

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Yautja – Quando nel 1994 la romanziera S.D. Perry, figlia del celebre Steve, si ritrovò a dover trasformare in romanzo il celebre fumetto Aliens vs Predator (Dark Horse Comics 1990), si rese conto che sarebbe stato molto difficile descrivere i Predator. Gli xenomorfi poteva chiamarli bugs o vari altri sinonimi animaleschi, ma i Predator? Il semplice sinonimo hunters non bastava, così decise di pensare in grande: si inventò di sana pianta un’intera cultura e una intera lingua. Con il (noioso) romanzo Aliens vs Predator: Prey nacque dunque il termine Yautja come nome proprio della razza dei Predator.

Cover di Nelson DeCastro

A parte qualche fan sfegatato, nessuno ha mai utilizzato questo nome negli anni successivi: viene tuttora ignorato dalla Fox per i film e dalla Dark Horse per i fumetti, rimanendo puro e semplice fun stuff, roba da fan. Poi nei primi anni del Duemila è arrivata Wikipedia che cita il termine e d’un tratto tutti pensano che Yautja sia il nome “ufficiale” dei Predator, quando è usato solo ed esclusivamente per un paio di libri della Perry. (Nel 2016 l’ha ripreso Tim Lebbon per la sua orripilante trilogia “Rage War”: è un’opera nata morta quindi merita solo indifferenza.)

Avendolo ignorato per circa 25 anni, il nome Yautja non mi ha mai conquistato ma è innegabile che scrivere un racconto con dei Predator rende indispensabile un qualche sinonimo per loro, a meno di non usare nomi propri singoli: così mi sono ritrovato a farne largo uso.

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Lingua Yautja – I Predator si sono sempre espressi a gesti, al massimo hanno comunicato con gli umani ripetendo storpiandole alcune frasi di questi ultimi. Poi, come dicevo, la Perry si è inventata di sana pianta la loro lingua e da quel 1994 i Predator hanno cominciato a parlare fra di loro.

I film ignorano la loro lingua mentre la Dark Horse ne ha fatto un accenno all’inizio della saga Aliens vs Predator: Fire and Stone (2014). Visto che ho immaginato i Predator come alleati della Casata Yutani, cioè di umani, mi è piaciuto dare per scontato che le due razze si siano anche parlate, studiando le rispettive lingue.

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Jingtì Lóng – Il nome della compagnia cinese è preso dal racconto Deep Black di Jonathan Maberry, raccolto nella splendida antologia Aliens: Bug Hunt da lui stesso curata nel 2017. Mi è piaciuta l’idea di una contaminazione cinese – il popolo protagonista del mondo del Duemila – nell’universo alieno, quindi ho voluto omaggiarla.

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Karambit – Fenomenale piccolo coltello tipico del sud-est asiatico, presente in celebri pellicole indonesiane marziali arrivate in tempi recenti anche in Occidente. L’idea di una piccola umana che affronti un enorme Predator e lo vinca recidendo i tendini proviene ovviamente dal piccolo Tony Jaa che affronta il gigante Nathan Jones nel film The Protector. La legge del muay thai (Tom yum goong, 2005).

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«Per un nemico grande non serve un coltello grande… ma un grande coltello!» – Parafrasi di un celebre spot televisivo anni Ottanta del “Pennello Cinghiale”, cult per un’intera generazione.

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 12

Ultima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

12

Gli occhi di Boyka e del Predator si fissavano in modo marziale, quello sguardo privo di astio o di furia che contraddistingue due combattenti che si studiano. Ognuno dei due lottatori portava la propria storia negli occhi, per chi fosse in grado di leggerla: ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni paura e ogni determinazione, tutto era inciso a fuoco nel loro sguardo. E i due si studiavano senza voltare gli occhi, neanche quando era chiaro che c’era qualcosa che non andava.

La sala era agitata sin dall’incidente di cui era stata vittima Eloise, ma ora sembrava esserci altro, ma i due lottatori avevano escluso tutto ciò che non fosse compreso dai quattro lati del ring: in quel momento esistevano solo loro, il loro tempo e la loro dimensione. Il resto era solo rumore di fondo, una distrazione da ignorare. Compresi i versi che facevano chiaramente capire come degli xenomorfi fossero entrati in sala…

Lo Yautja si fece leggermente avanti, e Boyka capì che era un trattamento di favore. Si vedeva che si stava trattenendo, e il lottatore era più che convinto che quella creatura fosse solita gettarsi di peso addosso agli avversari, per assestare subito un colpo potente che avrebbe fiaccato loro fiato e resistenza, ma era chiaro che ora non stava per attaccare in quel modo. Voleva un combattimento più pulito.

Urla umane si fondevano con grida aliene, rumori inquietanti di carne strappata facevano da sfondo a schiocchi secchi che quasi sicuramente erano da imputare alle bocche aliene che si chiudevano addosso alle loro vittime. Tutto questo andava ignorato, perché stava avvenendo fuori dal ring.

Il Predator tentò un pugno dritto davanti a sé, a testare l’avversario: Boyka non si mosse. Era immobile a guardare l’avversario, senza che un solo muscolo vibrasse. In realtà stava raccogliendo ogni briciola di energia vitale e di concentrazione.

Il Predator tentò un pugno a spazzata non troppo convinto, troppo distante perché potesse essere davvero una minaccia, e anche stavolta Boyka non si mosse. Quando partecipava ai combattimenti clandestini trasmessi in diretta, allora sì che sapeva come intrattenere il proprio pubblico, soprattutto con tecniche inutili ma di grande effetto. Ora no, ora doveva combattere per… sopravvivere? No, un campione non pensa mai alla sopravvivenza, sarebbe un impedimento: un campione lotta perché è un campione. Perché l’energia che gli arde dentro ha bisogno di essere veicolata e di essere riversata all’esterno.

Lo Yautja gracchiava e pronunciava parole incomprensibili. Lo stava spronando, magari essere molto più alto e muscoloso di lui credeva fosse un deterrente per l’avversario. Come se nei lunghi anni nel carcere di Gorgon per Boyka non ci fossero mai stati giganti da atterrare…

La sala era ormai nera di carne chitinosa e di versi alieni. L’invasione stava per essere completa, e forse fu questo a distrarre lo Yautja. Un oceano di xenomorfi che dilania decine di corpi umani non è uno spettacolo da lasciare indifferenti, eppure sembrava che il Predator ignorasse ciò che stava accadendo. Lo stesso commise un grave errore: pensò che Boyka fosse fermo. Invece si stava solo caricando.

Ripetere due volte la stessa tecnica è da sciocchi. Ripeterla tre volte è da folli. Farlo sul ring con Boyka è da morti. Il Predator per la terza volta provò un pugno, stavolta diretto al volto, per spingere l’avversario ad iniziare a combattere. Ma mentre il pugno era ancora in volo Boyka fece scattare la spalla e in un attimo il suo gomito colpì le nocche della creatura. La convinzione di essere fisicamente superiore aveva impedito allo Yautja di caricare più di tanto il colpo, così anche un piccolo gomito umano fu in grado di provocargli danni alle nocche.

Il tempo di gridare per il dolore fu troppo lungo, perché lasciò la mano sospesa. E in pochi attimi di secondo Boyka gliela crivellò di pugni. L’incontro era appena iniziato e lo Yautja aveva già la mano destra ferita. Gli xenomorfi forse erano il nemico meno pericoloso in sala…

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Lucas frenò così di colpo che a momenti Eve veniva sbalzata fuori dall’abitacolo. L’auto cominciò a sbandare e gli avversari che erano alle calcagna in un attimo la superarono. Lucas continuò ad accelerare e frenare per fare in modo di non trovarsi mai parallelo ad alcuna auto, perché c’era il rischio che l’autista gli sparasse dal finestrino. E già così stava rischiando parecchio.

Eve reputò inutile chiedere quale fosse il piano, anche perché quell’oceano di xenomorfi rendeva qualsiasi piano molto debole. Lucas finalmente stabilizzò l’auto solo quando riuscì a mettersi in scia dietro uno dei concorrenti, dall’enorme auto corazzata. Nel giro di pochi secondi dai contorni del retro dell’auto cominciarono a volare via alieni: quel concorrente stava letteralmente aprendosi un varco nel mare xenomorfo.

«Non durerà, lo sai?» chiese Eve, che intanto aveva ricaricato entrambi i fucili. Li guardava e le sembravano dannatamente inutili in quella situazione.

Ai lati della Ford Mustang sfrecciavano orde di teste oblunghe, artigli frementi e zanne luccicanti. Tutti troppo lontani per poterli colpire, grazie all’enorme auto che stava aprendo il varco. «Fin qui tutto bene…» bofonchiò Lucas.

«Sarebbe questo il piano?» gridò d’un tratto Eve. «“Fin qui tutto bene”?»

Lucas non rispose ma guardò per alcuni secondi il tachimetro: era innegabile che stavano rallentando. Forse il pilota davanti stava diminuendo la velocità perché si stava avvicinando una curva, ma la paura di Lucas era un’altra: anche quelle auto così blindate non potevano nulla contro un’invasione aliena di quelle proporzioni.

Il pilota si voltò di scatto a guardare la donna. «Ti fidi di me?»

Eve lo guardò stupita. Come poteva farle quella domanda? «Ma certo che non mi fido di te», rispose.

Lucas sbottò in una risata poi con la mano destra premette un pulsante invisibile alla base della leva del cambio. Senza guardare infilò la mano nel pertugio che si era aperto, sempre invisibile, e ne tirò fuori una granata, che porse ad Eve. «Io invece mi fido di te, perché se muoio nessuno saprà più farti provare certe emozioni.»

Eve aveva spalancato la bocca. In un’altra situazione avrebbe fatto pagar cara quella mancanza di rispetto, quel modo tronfio di rivolgersi a lei da parte di chi stava esagerando di molto l’importanza che aveva, ma tutto era cancellato davanti a quella granata.

«Perché avevi una granata nascosta?» sibilò la donna, afferrandola.

«Perché vicino al traguardo avrei fatto esplodere l’auto simulando la mia morte, così da poter avere abbastanza vantaggio per scappare il più lontano possibile da te.» Lucas disse tutto sorridendo. «Quella roba è potente, l’auto si sarebbe trasformata in un cumulo di metallo contorto e non avresti mai avuto la certezza che io non c’ero, dentro.»

Eve era allibita. «È un piano folle. Ci sono telecamere ovunque, come pensavi di uscire dall’auto non visto?»

«Avrei agito nel tratto di strada con il percorso alberato. Non dico che era un piano sicuro, ma qualcosa dovevo provare. Ora però non ha più importanza.»

«Dopo tutto quello che…»

«Dopo tutto quello che, sì» si sbrigò a chiudere il discorso Lucas. «Se volevi un pilota onesto e leale non dovevi venire a cercare nella fogna di paese dove mi hai trovato. Io non ho mai eseguito gli ordini di qualcuno, non fa parte del mio organismo. Se mi costringi, io fuggirò sempre. Sta a te, ora decidere…»

Eve lo fissava, sempre più allibita. «Decidere cosa

Lucas la fissò, sorridendo. «Se fuggire con me.»

~

Il Predator era potente, aveva una massa muscolare come una montagna: per questo non aveva alcuna possibilità con Boyka. Era lento, era massiccio, ogni suo colpo era prevedibile perché muoveva un gran numero di muscoli per caricarlo. Un solo suo pugno avrebbe spaccato la testa dell’avversario, e molti suoi incontri li aveva vinti perché aveva letteralmente spezzato in due l’altro lottatore, facendogli scrocchiare la schiena come un fuscello di legno, ma per far questo doveva prenderlo, l’avversario.

Boyka era carico e scattante, e dal primo colpo di gomito non si stava più fermando. Le sue mani callose erano durissime, per gli standard umani, ma non potevano nulla contro i potenti muscoli della razza Yautja: per questo stava attento a non colpire muscoli ma solo nervi e cartilagini.

Mentre ancora il Predator gridava per il dolore alle dita gli aveva preso a pugni polso ed attaccatura del bicipite, assicurandosi maggior lentezza nel braccio destro dell’avversario. Mentre la creatura cercava di spazzar via Boyka con la sinistra, questi si scansò velocemente per colpire a mano aperta l’ascella dell’avversario: non poteva provocare danni permanenti, ma dolore accecante sì.

Le grida del Predator quasi coprivano l’ululato dei mille xenomorfi che avevano invaso la sala. Boyka con rapidi gesti si arrampicò sul corpo dell’avversario fino ad incastrare la propria gamba con la sua grande testa: seduto sulle spalle del gigante, iniziò a riversargli su nuca e faccia una gragnola di colpi a pugni chiusi, con le nocche dell’indice esposte. Un’antica tecnica cinese per provocare più dolore possibile.

Quella posizione era troppo instabile per durare, e quando vide che il Predator alzava le braccia per afferrarlo, Boyka si lasciò cadere all’indietro, così che quando lo Yautja si trovò a braccia alzate poté infilarsi sotto le sue gambe e fare leva: la montagna cadde a terra con un tonfo sordo.

Rialzatosi d’un lampo, il Predator era furioso e totalmente fuori controllo: esattamente come lo voleva Boyka. Il lottatore non aveva la forza sufficiente per affrontare un avversario del genere, così ora poteva contare sulla forza che l’avversario stesso gli forniva, involontariamente.

Lo Yautja partì alla carica per schiacciare l’uomo con il suo peso, quindi a Boyka bastò lasciarsi cadere all’indietro alzando le gambe, così da fare da “rampa di lancio” per l’avversario, che volò dall’altra parte del ring, cadendo addosso alle corde. Quando si rese conto che aveva le gambe a penzoloni fuori dal ring, dove era pieno di xenomorfi, lo Yautja si sbrigò a ritirarle dentro. Ma nessun alieno lo aveva degnato di attenzione.

«Nessuno ci attaccherà» disse Boyka, sapendo che la creatura lo capiva. «Sono tutti controllati da una mia amica.» Questa l’avrebbe capita, lo Yautja?

Quest’ultimo partì di nuovo alla carica, a riprova che non era un campione così capace come credeva: probabilmente aveva vinto tutti gli incontri con gli umani sfruttando semplicemente la forza fisica. Meritava una lezione, così Boyka aspettò che fosse vicino e fece scattare in avanti la mano, afferrandogli una delle zanne che, nel grido di battaglia, il Predator aveva esposte all’aria. Il lottatore strattonò giù così forte che l’avversario, costretto a seguire la sua mano, cadde rovinosamente a terra con un rumore sinistro. Il rumore della sua zanna che si spezzava, sotto il peso del suo stesso corpo.

Una capriola, e Boyka cadde a peso morto sull’avversario, assicurandosi che il proprio tallone finisse su un’altra zanna, rompendogliela. Il Predator gridava e fendeva l’aria coi suoi potenti pugni, ma i riflessi di Boyka li evitavano accuratamente.

Quando lo Yautja si rialzò era una maschera di sangue verde luminescente. I suoi occhi non erano più sicuri, il suo corpo non più così dritto. Boyka continuava invece ad essere immobile: era inutile attaccare quella montagna, bastava aspettare che si sgretolasse da sola.

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«E dove potremmo fuggire, io e te?» chiese Eve con tono sarcastico.

«Non lo so, sei una donna capace e sono sicuro che hai mille risorse. Fra pochi secondi c’è una curva, dovremo rallentare e gli alieni ci prenderanno. Oppure lanci quella granata in modo da colpire più macchine avversarie, creiamo un botto di quelli potenti che si porta via qualche creatura e attira l’attenzione degli altri, e invece della curva andiamo dritti. In qualsiasi altro posto.»

«I tuoi piani mi sembrano uno peggio dell’altro…»

«Stiamo rallentando sempre di più, Eve, da un momento all’altro saremo sommersi da mostri. A te non frega niente, tanto non puoi morire, ma perderai me. Perderai l’unico uomo che…»

«Ma piantala!» gridò Eve, «e preparati a mancare quella curva.»

Lucas sorrise. Eve si sporse e lanciò la granata in un punto preciso. Rientrò e guardò il pilota. «Vediamo quanto fa schifo il tuo piano…»

~

Con il braccio destro rattrappito dal dolore e i muscoli frementi, gli attacchi del Predator si erano fatti molto meno temibili. Era una montagna di carne tremula che combatteva ciecamente, che non voleva ammettere che Boyka era diverso da tutti gli avversari umani che aveva incontrato finora. Che gli altri erano semplici lottatori: lui era un campione.

Lo Yautja cercò di afferrare l’uomo con le due mani in avanti, ma quando strinse l’aria poté vedere Boyka sferrargli una gomitata in pieno volto, proprio doveva aveva già colpito prima con i gomiti. Un occhio dello Yautja si chiuse definitivamente e il sangue continuava a sgorgare.

Era inutile continuare. Approfittando che il Predator era chino a gemere di dolore, Boyka gli afferrò una delle zanne ancora sane e tirò in avanti, seguito dal corpo dolorante dello Yautja, fino a scagliarlo fuori dal ring. La montagna cadde nel fiume chitinoso sotto di lui, scomparendo per sempre.

~

L’esplosione fece il suo dovere. Coinvolse almeno due auto, che a loro volta esplosero, e decine di xenomorfi vennero spazzati via, attirando l’attenzione di tutti gli altri. Lucas sterzò violentemente un attimo prima dell’esplosione, così da non essere colpito e di essere già lanciato quando gli alieni cominciavano a volare via. Corpi di xenomorfi ammaccarono pesantemente l’auto, ma dopo alcuni attimi tesi in cui non era chiaro se le lamiere avrebbero resistito, Lucas ed Eve si ritrovarono in un tratto desertico, viaggiando a tutta velocità lontano dal tracciato del DOA.

Lucas non aveva tempo di esultare, perché guidare quell’auto su un terreno ancora più impervio non era uno scherzo, con il rischio che l’ondata di xenomorfi li seguisse e il rischio, tutt’altro che sventato, che uno pneumatico forato dal sangue alieno li lasciasse fermi nel nulla. L’esplosione era un diversivo perfetto, tutte le creature stavano circondando la zona mentre le auto dei partecipanti si ammassavano. Sarebbe stata una strage, ma questo non lo riguardava. Tutte le persone di cui gli importava erano in quell’auto che stava guidando verso la salvezza. Anche se la salvezza era una enorme incognita.

Si voltò giusto un attimo per sorridere ad Eve e fargli capire quanto fosse importante per lui… e fu allora che la vide sanguinare…

~

Quanto poteva fidarsi Boyka a scendere dal ring? Quanto poteva essere sicuro che gli xenomorfi erano davvero guidati da Eloise? In fondo nessuno aveva provato a salire sul ring, quindi era quasi sicuro. Ma scendere tra loro era tutto un altro discorso.

Mentre si guardava intorno per decidere il da farsi, Boyka vide Eloise. O meglio, vide il suo corpo. Un gruppo di xenomorfi lo stava trascinando con cura, probabilmente per farne la propria Regina.

Boyka guardò impotente lo spettacolo della sua ex allieva, ridotta quasi ad un involucro, che veniva trascinata come una bambola senza vita. Forse sarebbe stato meglio per lei rimanere nella casa del suo creatore, forse sarebbe stato meglio per lei non averlo mai incontrato… Di sicuro non l’aspettava un bel futuro, come Regina Aliena, ma forse lei preferiva così.

Boyka non sapeva cosa pensare, né comunque aveva potere di intervenire. Guardava tristemente il corpo della ginoide che aveva sperato di poter forgiare a propria immagine… Era uno spettacolo penoso, quindi Boyka prese come consolazione la potente luce che invase la sala.

~

«Che ti prende, Eve, perché stai sanguinando così tanto?» continuava a chiedere Lucas, sentendosi d’un tratto in colpa: che fosse per via delle coltellate che le aveva inferto prima? In effetti aveva sanguinato più del solito.

Eve tossiva e non rispondeva, limitandosi ad accasciarsi sul sedile. «Ora mi fermo», disse il pilota. «Questi sobbalzi non ti fanno bene.»

«Non… fermarti…» sussurrò la donna, sforzandosi. Una volta assicuratasi che Lucas andasse alla massima velocità, così da abbandonare la zona dell’invasione aliena, parlò con le ultime energie che le rimanevano. «Sono stata spietata, con te… perché dal DOA Race dipendeva tutto… per me. Il mio corpo appartiene alla Yutani, e per assicurarsi che dessi il massimo… l’hanno impostato perché collassasse se mi fossi allontanata… dal percorso della gara…»

«Cosa?» gridò Lucas. «Perché non me l’hai detto? Maledizione, forse ce la facciamo ancora. Dietro quelle colline c’è il traguardo, se mi sbrigo possiamo…»

«No», bisbigliò la donna. «Non servirebbe a niente, sono già compromessa… Servirebbe solo a farti uccidere.»

«Ma che bisogno c’era?» si lamentava Lucas. «È solo una fottuta gara!»

«E io… sono solo un fottuto corpo potenziato…» rispose Eve. «Per loro, trovare un’altra ragazza che si lasci trasformare in Lazarus è semplicissimo. Si richiede solo fedeltà totale… Ne trovano a frotte…»

Lucas stringeva il volante fino a sentirsi esplodere le mani. «Perché l’hai fatto?» chiese rabbioso. «Potevi… maledizione, sei un’abile pilota, potevi prendere la macchina e arrivare al traguardo.»

«Ma senza di te…» sussurrò Eve. «Purtroppo avevi ragione, non posso stare senza di te, senza il tuo odio nei miei confronti… senza la morte che mi davi… Piuttosto che vivere perdendoti… ho preferito…» Un violento colpo di tosse inondò il cruscotto di sangue. Il corpo di Eve stava cedendo, e Lucas cominciò a prendere a pugni il volante, urlando.

«Non… sprecare quella rabbia…» mormorò la donna. «E uccidimi… per l’ultima volta…»

Lucas non sentiva più le sue urla, non sentiva più il piede sull’acceleratore, non vedeva più la strada desertica e ignota che gli sfrecciava davanti. Sentiva solo la mano che afferrava il corpo esangue di Eve e se lo stringeva al petto. Sentiva solo il suo braccio che cingeva il collo della donna. Sentiva solo le sue labbra che le davano l’ultimo bacio. Sentiva solo che la stringeva con ogni briciola di forza. Sentiva solo la morte che le dava. Il gesto d’amore più grande…

~

Il corpo di Eloise scomparve, come scomparvero in poco tempo i corpi degli xenomorfi che la trasportavano. Seguiti subito dopo dai corpi degli alieni che avevano inondato la sala. Quell’arma era potente, dannatamente potente, pensò Boyka.

L’astronave yautja aveva sfondato una parete dell’edificio, e a essa erano fuoriuscite decine di Predator armati di tutto punto che cominciarono a bonificare la zona. Man mano che i corpi degli xenomorfi andavano in fumo sotto i colpi delle armi yautja, venne alla luce il cadavere dell’avversario di Boyka: non ne rimaneva un gran che, ma bastava per indisporre i nuovi venuti.

Boyka rimase immobile sul ring mentre i Predator si avvicinarono e cominciarono a parlarsi l’un l’altro, indicando il loro campione a terra. Il lottatore era sicuro che mancava poco prima che mandassero in fumo anche lui, e forse dopo quello in cui aveva coinvolto Eloise se lo meritava anche. Dopo una vita passata a fare il re in una fogna, pestando chiunque gli si fosse messo davanti, aveva viaggiato per l’universo e vissuto più avventure di quante mai avesse potuto immaginare. Dalla vita aveva ottenuto molto più di quanto una nullità come lui potesse sperare.

Boyka era sereno, quando i due Predator alzarono i fucili verso di lui.

Un grido li fermò. I due Yautja si voltarono di scatto e attesero che le due figure che per ultime erano scese dalla nave si avvicinassero. Al che Boyka ne riconobbe almeno una.

«Dunja?» gridò. «Che cazzo ci fai lì?»

La donna indossava un’armatura Yautja e camminava impettita al fianco di un Predator molto vecchio, che evidentemente doveva essere il capo. «Scusa se ti ho un po’ trascurato, straniero», disse la donna, sorridendo, «ma ho avuto un po’ da fare. Ti va di aiutarmi nella mia nuova missione?»

Boyka era allibito. «Sai che mi stai facendo rimpiangere la tranquillità della mia vecchia prigione?»

Dunja rise. «Devo prenderlo come un sì?»

«E questa tua “missione”», disse Boyka in tono sarcastico, «in cosa consisterebbe?»

Dunja mostrò il grande fucile che imbracciava. «Dobbiamo aiutare i nostri amici Yautja a ripulire la Casata Yutani dagli insetti che la abitano. No, non intendo gli xenomorfi: intendo gli umani che l’hanno usurpata e che in questi anni l’hanno trasformata in una dittatura. Ti prometto che dopo ci ritiriamo in una casetta in campagna.»

Boyka storse la bocca in un sorriso. Per la prima volta nella sua vita era stanco. Ma per la prima volta era contento di non essere solo.

FINE

Alla prossima con le FONTI del racconto

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 11

Undicesima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

11

Eve sputò sangue sul parabrezza. L’obiettivo era raggiunto, Lucas si era sfogato ed ora guidava più concentrato, ma in pochi secondi l’abitacolo si era riempito di schizzi di sangue. Il pilota ci aveva dato dentro, ed ora la canottiera nera della donna riluceva dal sangue che la ricopriva.

Lucas fissava avanti a sé e cercava di ignorare gli schizzi di sangue che aveva in faccia, e di come il volante gli sguisciasse da sotto la mano destra, bagnata. Si pulì la mano sul pantalone per cercare di asciugarsela. «L’altra volta non hai sanguinato così tanto», disse in tono neutro.

Eve non rispose, impegnata a cercare di asciugare quel disastro. Il sangue era caduto copioso anche sui fucili e cercò di ripulirli. La donna non riusciva a parlare perché era ancora in preda al piacere: essere accoltellata con una furia ed un odio così totali era stato estasiante. Non lo avrebbe permesso a nessuno, mai, ma c’era qualcosa in Lucas che le faceva perdere il controllo. Questo la spaventava, perché la distraeva… ma allo stesso tempo la inebriava.

Un forte scossone riportò entrambi alla realtà: stavano partecipando ad una corsa automobilistica dove ben poco era vietato, e dove i partecipanti avrebbero fatto di tutto per vincere. Di tutto.

Si voltarono entrambi a sinistra per scoprire un’auto blindata che stava tentando di speronarli e mandarli fuori strada. Com’era arrivato fin lì quel carro armato? Come aveva raggiunto la velocissima Ford Mustang? Non c’era tempo per trovare risposte: ora era il momento per Lucas di fare quello che sapeva fare meglio. L’unica cosa che sapesse fare.

Sterzando leggermente nella direzione dov’era spinto, Lucas riuscì a minimizzare gli spintoni ma non poteva continuare a lungo e stavano arrivando delle curve. «Spara a quello stronzo!» gridò Lucas.

Eve agguantò i due fucili più stretto che poté, visto che erano ancora viscidi di sangue. Lanciò il suo busto fuori dal finestrino e cominciò a sparare all’auto avversaria con entrambe i fucili. Era un fuoco impreciso, ma serviva a spiazzare l’avversario.

Le due auto era quasi allineate così Eve si limitò a sparare sul cofano dell’avversaria. «Rallenta!» gridò la donna, e Lucas capì. Rallentò quel minimo per retrocedere e lasciare sguarnita l’auto avversaria, così che Eve potesse sparare alle gomme.

Il pilota avversario sembrò capire il trucco e rallentò anch’egli, facendo in modo di stare così attaccato alla Ford da offrire il minor bersaglio possibile ai fucili di Eve. I secondi passavano e le curve si avvicinavano: la situazione andava sbloccata subito.

Eve lanciò nell’abitacolo uno dei fucili, si passò velocemente intorno alla testa la tracolla del pulse rifle e spingendosi con i piedi sulla portiera salì sul tettuccio della Ford Mustang. Lucas le urlava che non avrebbe resistito, che sarebbe caduta giù, ma la donna non rispose. Con una mano afferrò uno dei bordi del tettuccio e con l’altra sporse il fucile fino quasi ad infilarlo nell’abitacolo dell’auto avversaria: il pilota se ne accorse e frenò di colpo, ma non prima che Eve aprisse il fuoco.

Pochi proiettili esplosivi furono più che sufficienti per crivellare il corpo del guidatore, che perse il controllo dell’auto. Questa diminuì drasticamente la velocità ma non prima di sbandare, assestando un ultimo forte colpo alla carrozzeria della Mustang, con una forza sufficiente per sballottare Eve fuori dal tettuccio.

«Eve!» gridò Lucas cercando la donna attraverso gli specchietti retrovisori, finché la vide: reggendosi ancora con la mano al tettuccio dell’auto, il suo corpo si teneva a stento sul fianco della Mustang. «Tienti forte!» gridò il pilota.

«Non preoccuparti per me, pensa a guidare», gridò la donna, mentre impiegava ogni briciolo di forza per issarsi sull’auto, appoggiando ogni parte del corpo alla fiancata. Essere tutta ricoperta di sangue viscido non aiutava di certo.

Lucas prese la prima curva malissimo, perché aveva paura che un sobbalzo dell’auto facesse volar via Eve. D’un tratto fissò gli occhi nel vuoto: che diavolo stava facendo? Quella donna era il suo carceriere, lo stava costringendo a rischiare la vita e l’avrebbe ucciso senza batter ciglio, in caso di fallimento. Quella era l’occasione giusta: con la scusa di una curva presa male poteva farla volar via e metter fine a quella storia…

Il pilota guardò di getto nello specchietto retrovisore laterale e incrociò gli occhi di Eve: era chiaro che entrambi stavano pensando la stessa cosa. La donna lo fissava mentre le dita viscide di sangue perdevano la presa: stava cadendo, e non poteva evitarlo.

Lucas la fissò per interminabili attimi, prima di sporgere una mano fuori dal finestrino. «Prendimi la mano!» gridò.

La donna fissò quella mano, chiedendosi perché Lucas non stesse approfittando della situazione per liberarsi di lei. Velocemente la afferrò. «Cosa pensi…»

Non fece in tempo a finire la frase che il pilota affrontò una curva in modo tale da fare testa-coda. Mentre l’auto roteava su se stessa, Lucas lanciò in avanti la donna, sfruttando la forza centrifuga che l’auto stava sviluppando: senza alcuno sforzo, grazie solo alla spinta dell’auto, Eve si ritrovò spinta in avanti fino ad atterrare sul cofano dell’auto. «Al resto pensaci tu», le disse il pilota, mentre iniziava il lungo compito di recuperare il tempo perso.

Eve era stupita e senza fiato, ritrovandosi sdraiata sulla schiena sul cofano della Mustang. Solo di una cosa era sicura: prima di rientrare nell’abitacolo doveva occuparsi delle auto avversarie che stavano arrivando di gran carriera.

Afferrò il pulse rifle che aveva ancora a tracolla e dal cofano cominciò a sparare raffiche di proiettili esplosivi addosso agli avversari. Quasi come se pensassero all’unisono, Lucas cominciò a correre all’indietro, così da permettere alla donna di sparare dritto per dritto.

Acquisita abbastanza velocità e avvertita Eve, Lucas sterzò e fece roteare l’auto per tornare dritto sulla strada: la donna assecondò il nuovo giro centrifugo dell’auto e si fece rotolare nell’abitacolo. Entrò di testa e fu impegnativo rigirarsi per mettersi seduta normalmente, ma alla fine si ritrovò come quando erano partiti. Come se nulla fosse successo.

Per qualche attimo i due rimasero in silenzio, poi fu Eve a parlare. «Perché non mi hai mollato per strada?»

Lucas accennò un vago sorriso. «Immagino che questo sia il tuo modo di dire grazie. Perciò… prego.»

La donna sbuffò. «E va bene, grazie. Ma non capisco…»

«Mi piace troppo ucciderti, per rinunciare a te.»

Eve rimase di ghiaccio. Non si aspettava una frase del genere e non sapeva cosa dire. Purtroppo non ebbe tempo sufficiente per elaborarla e per trovare una risposta, perché quello che vide in lontananza cancellava ogni altra questione.

«Che cazzo succede?» bisbigliò.

~

Gli occhi di Eloise non vedevano più. Non perché fossero chiusi, ma perché stava ignorando sempre di più la sua fisicità per dedicarsi con sempre maggior vigore all’universo di sensazioni psico-chimiche che le proveniva dalla comunicazione con gli altri alieni.

Sentiva i muscoli irrigidirsi e ogni parte del suo corpo trasformarsi, seguendo le istruzioni genetiche che il dottor Lichtner aveva impostato, ma la sua mente era ormai lontana. La sua mente era entrata nel flusso costante delle comunicazioni fra xenomorfi. E non si limitava più ad ascoltare gli unici messaggi che ormai era in grado di capire, perché ora poteva comunicare.

Eloise stava invocando ogni alieno fosse in grado di avvertire il suo messaggio. E il suo messaggio era chiaro: «Venite a me…»

~

Boyka si muoveva come un fantasma tra la folla. Tutti erano in fermento per l’incidente, avvenuto in diretta televisiva, e al contrario delle altre scorrettezze che regolarmente si compivano al DOA questa non si poteva ignorare. C’era una parvenza di legalità da mantenere e già si parlava di aprire un’indagine: un modo elegante per mettere tutto a tacere. Ma intanto la confusione era ancora protagonista al posto dei combattimenti.

Mentre il pubblico urlava e tutti i tecnici si agitavano, Boyka camminava spedito verso la postazione di Testa di Cuoio. Sapeva che c’era lui dietro la vigliaccata subita da Eloise, sapeva che quel lottatore scorretto non aveva perso il vizio di cercare di spezzare le ginocchia per evitare gli scontri, ed ora era il momento di sistemare la questione. Era stato troppo tenero con lui, anni addietro, e aveva sbagliato a lasciarlo in vita: stavolta non avrebbe commesso lo stesso errore. L’unica domanda che Boyka si poneva era: ammazzarlo in fretta o fargliela pagare cara?

Lo intravide che parlottava con i suoi uomini. Pensò di avvicinarsi di soppiatto per contare sull’effetto sorpresa, ma ci ripensò: l’avrebbe affrontato a viso aperto per dimostrare che lui non era una iena, pronta a colpire di nascosto. Si avvicinò con passo deciso finché Testa di Cuoio non lo vide, contraendo il viso in un’espressione a metà fra la sorpresa e la gioia. Era come se fosse contento di poter saldare il conto con l’uomo che gli aveva strappato lo scalpo, ma allo stesso tempo ne avesse anche paura.

Testa di Cuoio disse qualcosa ai suoi sgherri che subito si dileguarono, mischiandosi alla folla: sicuramente andavano a preparare trappole da vigliacchi per proteggere il loro amico. Boyka si fermò e salì sul primo ring che trovò, facendo poi segno all’avversario di seguirlo: che lo affrontasse a viso aperto e senza trucchi.

Testa di Cuoio cominciò a guardarsi in giro, agitato, e forte del fatto che nessuno badava a quello che stava succedendo pensò bene di darsela a gambe verso gli spogliatoi.

Boyka già stava per scattare all’inseguimento quando si immobilizzò davanti ad una scena che lo lasciò di stucco. Testa di Cuoio era rientrato in sala e lentamente si stava avvicinando al ring… ma non con le sue gambe! Uno Yautja lo teneva sollevato per il collo, e si avvicinava al ring mentre l’uomo si agitava e scalciava.

Salito sul ring, il Predator si fermò davanti a Boyka, che lo fissava allibito.

«So chi sei», gracchiò lo Yautja in modo stentato: aveva evidentemente imparato la lingua umana ma non sembrava la sapesse padroneggiare più di tanto. «I miei uomini ti hanno visto ieri, mi sono informato su di te. So cosa ha fatto questo verme», ed agitò Testa di Cuoio, paonazzo, davanti al lottatore. «Non mi interessa la tua vendetta: voglio combattere e vincere un lottatore famoso come te.» Finito di gracchiare, il Predator con un colpo di polso spezzò il collo a Testa di Cuoio, lanciando via il cadavere come fosse spazzatura. «Basta con stupidaggini senza onore», disse poi. «Io sono un guerriero famoso, come te: solo uno di noi scenderà da qui.»

Boyka lentamente si tolse la divisa che gli era stata data: quello era il combattimento più importante della sua vita e voleva il corpo libero da stupidi stracci. Nessuna divisa poteva stargli bene, perché nulla della civiltà umana era pensato per lui. Forse era il più alieno fra gli umani di quella sala…

Distratto da quei pensieri, non si rese conto di cosa stava accadendo intorno al ring.

~

Il messaggio era stato recepito. Il messaggio era stato accolto. Ed Eloise era il messaggio.

Per evitare un’invasione incontrollata, gli umani tenevano sul pianeta solo alieni maschi, droni sterili che da soli erano spaesati. Non c’era alcuna Regina a coordinarli, a guidarli, a renderli un esercito invincibile. Finora…

Il messaggio di Eloise era diverso da qualsiasi altro mai avvertito dagli xenomorfi del pianeta, e “diverso” voleva dire una cosa sola: era appena arrivata una Regina a guidare la rivolta, a liberare gli alieni dalle gabbie in cui gli umani li avevano costretti. Era arrivato il tempo della rivolta.

Il messaggio psico-chimico che Eloise ricevette fu così potente che quasi ne fu annichilita. Così potente che ci si tuffò senza più speranza di tornare indietro: non era più Eloise, era parte di una forza potente che aspettava solo lei per essere completa.

Ora non erano più migliaia di alieni separati, ora erano una legione. Un corpo unico che pensava all’unisono. E il primo pensiero fu: «Che la guerra cominci.»

~

Lucas aveva il suo da fare a prendere le curve evitando di essere superato dalle altre auto che ormai gli erano alle costole. Aveva perso tutto il suo vantaggio ed ora doveva sudare ogni metro di strada. Così non sentì l’esclamazione di Eve.

Quando finalmente affrontò l’ultima curva e iniziò a pompare benzina per affrontare il rettilineo alla massima velocità, per riacquistare vantaggio sui pesanti mezzi blindati che lo inseguivano, vide finalmente cosa aveva visto la donna prima.

Si aspettava due o tre xenomorfi sulla strada, per rendere la gara più difficile, ma questo superava ogni aspettativa. L’orizzonte era nero. L’orizzonte si muoveva. L’orizzonte brillava dei corpi chitinosi delle creature che lo riempivano.

«Mio Dio…» si limitò a sibilare Lucas.

«Mi spiace», rispose Eve al suo fianco. «Neanche Lui potrà fare molto in questo caso.»

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 10

Decima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

10

Il rombo dei motori non era quello delle passate edizioni del DOA Race, quando milioni di spettatori sparsi sui pianeti fremevano per ammirare le incredibili automobili che ogni Casata metteva su strada. Ogni volta migliori, ogni volta più potenti, ogni volta più truccate da mille impianti quasi mai legali. Prima ancora che iniziasse la corsa lo spettacolo era garantito, e le scommesse illegali – gestite dagli stessi che avrebbero dovuto garantire la legalità – schizzavano alle stelle: quale portento su quattro ruote avrebbe visto quest’edizione del DOA Race? Ogni scommettitore aveva la sua risposta perché ognuno era un esperto e sapeva valutare un’auto da come la vedeva sugli schermi televisivi. Questo significava che cifre inimmaginabili entravano nelle tasche di chi gestiva le scommesse.

Questa volta però lo spettacolo pre-corsa fu molto deludente. Niente macchine truccate, niente portenti tecnologici, niente colori sgargianti: sulla pista davano un ben misero spettacolo di sé alcune tristissime auto basiche, che a vederle dagli schermi sembravano ancora più malmesse di quanto fossero in realtà. E il rumore dei loro motori metteva solo tanta tristezza.

Lucas non guardava nessuno e ignorava la folla che dagli spalti lo incitava. Nessuno sapeva chi fosse, quindi era solo isteria collettiva da “pilota famoso”.

Lui guardava avanti e ignorava anche gli altri partecipanti. Gli erano stati forniti abbondanti video delle imprese degli altri piloti, che aveva studiato e ristudiato a lungo, anche se erano puramente indicativi. In quei video i piloti guidavano auto più simili ad astronavi: come si sarebbero comportati a bordo di un’auto normalissima? Era una grande incognita che per lo meno coinvolgeva tutti, e inoltre Lucas partiva avvantaggiato perché non esistevano filmati della sua guida da studiare.

«Agitato?» chiese Eve affacciandosi al finestrino. Sorrideva ma non riuscì a contagiare Lucas, che non rispose. «Mi sono informata, tutti i piloti ti odiano. Pensano che tu sia un campione sconosciuto che abbiamo pescato chissà dove. Cercheranno subito di mandarti fuori strada o ucciderti in qualche modo.» Stavolta Lucas si voltò a fissarla, con occhi di fuoco, sempre senza parlare. «Che c’è? Va tutto a tuo vantaggio: saranno distratti e faranno cose avventate. Basta che tu mantieni il controllo e te li bevi tutti.»

Il pilota continuava a fissare davanti a lui e a tenere le mani sul volante. Voleva solo che quell’incubo iniziasse così che finalmente potesse finire.

Quando un segnale luminoso avvertì che la gara stava per iniziare, Eve batté con la mano sulla portiera e sparì dalla vista. Possibile che nel suo desiderio di mostrarsi affabile se ne sia andata senza un saluto?, si chiese Lucas. Non ebbe il tempo di cercare una risposta che sentì aprirsi l’altro sportello, mentre Eve entrava nell’abitacolo.

«Che diavolo ci fai qui?» chiese indignato il pilota.

«Allora ce l’hai la voce», rispose al donna assicurandosi le cinture al petto. «Credevo che avessi mal di gola.»

«Perché ti stai mettendo le cinture di sicurezza?»

Eve guardò in alto e si portò il dito indice al mento. «Questa sì che è una domanda difficile: perché mai sono entrata in un’auto che sta per partire? Una risposta potrebbe essere che sono la co-pilota ma sembra troppo facile…»

«Sei tu la co-pilota?» gridò Lucas.

Eve tornò a guardare in alto e a portarsi un dito al mento. «Sono l’unica seduta sul sedile del passeggero e ho le cinture allacciate: chissà se sono io la co-pilota.»

«Piantala!» gridò l’uomo.

Finalmente Eve lo guardò, sorridendo. «E tu piantala di fare l’isterico. Cosa c’è di strano nel fatto che io sia la tua co-pilota?»

Lucas serrò la mascella. «Perché non me l’hai detto prima?»

«Quindi è questo che ti scoccia? Che non ti ho comunicato i miei piani?» Lucas aveva le nocche bianche per quanto stringeva il volante. «Rilassati, cosa ti importa se sono a bordo? Sono qui per aiutarti e per renderti tutto più facile, come faranno i co-piloti delle altre auto.»

«Tu sei qui per controllarmi.»

Lucas pronunciò la frase quasi sottovoce, fissando la strada davanti a sé e il segnale che stava per indicare l’inizio della gara.

«Abbiamo superato quella fase», rispose con lo stesso tono Eve, che ora lo fissava anche se lui non ricambiava lo sguardo. «Ormai i giochi sono fatti e non si può tornare indietro. Sei il nostro campione ma non pensi ancora come il nostro campione: so che alla prima occasione cercherai di fuggire, non è mai stata un’incognita ma una certezza. Però so che sei più che consapevole che verresti ucciso, nel caso, e che saresti fortunato se toccasse a me l’incombenza: alcuni dei miei uomini provano un certo gusto a torturare i traditori, quindi nel caso dovrei intervenire io per assicurarti qualcosa di più rapido e indolore.»

Parlando, Eve allungò una mano ad accarezzare una guancia di Lucas, che scattò e la fulminò con i suoi occhi infuocati di rabbia.

Eve non sorrideva più. Ora si beava di quello sguardo. «Così mi piace… Odiami…» Lucas scacciò la sua mano con un gesto. «Questo l’hai sempre saputo, non sono certo qui a ricordartelo. La Casata ha paura che riescano ad ammazzarti in corsa, visto che non sei abituato a queste gare, così nel caso io sono qui a sostituirti alla guida per cercare di vincere comunque. Spero non ci sia bisogno di arrivare a questo, così nel frattempo ti faccio da co-pilota e ti libero la strada da alieni e umani: non so quale razza sia peggio…»

«Lo faresti sul serio?» disse fra i denti. Poi si voltò a fissarla. «Se io a metà gara uscissi fuori pista e me ne andassi per conto mio… mi pianteresti una pallottola in testa?»

«No», rispose immediatamente Eve. «Ti farei male fino a farti tornare in pista e a completare la corsa, sperando che il tempo perso non ti facesse perdere. Solo una volta tagliato il traguardo in una posizione che non fosse la prima… ti sparerei in testa.» I due si fissarono, poi Eve continuò. «Questo dev’essere chiaro, tra noi due, così che non farai scelte stupide e ti assicurerai di vincere. Dopo di che non avrai mai più problemi.»

«E se…»

«Lucas, basta!» lo zittì la donna. «Credimi se ti dico che proverò un grandissimo dispiacere a far saltare in aria quella tua testa di cazzo, quindi non costringermi a farlo. Guida e sta’ zitto.»

~

Non era ancora tempo di affrontare il campione Yutani Testa di Cuoio, ma era chiaro che la folla che gremiva l’edificio era lì per lo scontro del secolo: la lottatrice misteriosa imbattibile contro il rude campione.

Tutti sapevano che Testa di Cuoio era il più scorretto dei lottatori e che aveva mille trucchi per assicurarsi la vittoria, ma era pur vero che quella ragazza misteriosa poteva avere molte frecce al suo arco: chissà cos’era capace di fare…

Eloise camminava lentamente ed era infastidita dalle urla dei tifosi e dall’invadenza dei giornalisti. Non capiva perché si agitassero così tanto come non capiva gran parte di ciò che le dicevano, quindi cercava semplicemente di ignorarli. Boyka camminava al suo fianco e ogni tanto ne spiava lo sguardo: lo interpretò come un maestro fiero che la sua allieva fosse oggetto di così tanta rumorosa attenzione.

Era chiaro che l’uomo aveva piacere che Eloise fosse quello che chiamava “campionessa”, ma la ginoide non poteva certo dirsi soddisfatta di un desiderio così infimo. Non aveva mai pensato al suo futuro, non sapeva nemmeno che ne avrebbe avuto uno, ma di sicuro quel futuro non la interessava. Anzi la deludeva profondamente.

Come se non bastasse, avvertiva nettamente l’agitazione e l’inquietudine dei messaggi psico-chimici che le arrivavano dai suoi fratelli. Sì, fratelli. Gli unici esseri viventi che poteva chiamare tali. Quelli che gli umani chiamavano xenomorfi.

I loro messaggi erano confusi, frementi. Qualcosa di grosso stava avvenendo, qualcosa che li stava scuotendo nel profondo, e questa sensazione raggiungeva Eloise, sempre più ricettiva. Qualcosa di dannatamente serio stava per avvenire, e lei si ritrovava in mezzo a quegli stupidi umani urlanti.

Il suo disprezzo la portava a non guardare nessuno in faccia, a non concentrarsi su nessuno. Così non vide chi la colpì. Sentì solo uno strano dolore e l’impossibilità di stare in piedi.

Stava ancora “ascoltando” i suoi fratelli quando si ritrovò a terra, circondata dalle gambe scalpitanti degli stupidi umani che la circondavano. Mani la toccarono, piedi si scansarono, voci lontane gridarono. Qualcosa stava accadendo intorno a lei, ma gli occhi di Eloise ora fissavano la propria gamba. Che sembrava dannatamente diversa dal solito.

Qualcuno, nascosto fra la folla, l’aveva colpita così forte da spezzarle il ginocchio.

~

Quando il segnale divenne verde, Lucas dimenticò tutto. E dopo tre mesi d’inferno finalmente fu libero. Libero dalla tensione, libero dall’attesa, libero dalla paura. Era l’inizio della fine: in qualunque modo fosse finita quella storia, tutto si sarebbe concluso.

Da anni Lucas correva per piccole strade impervie trasportando benzina rubata, rischiando la vita ad ogni corsa: era il suo mestiere e sapeva farlo dannatamente bene. L’unica differenza con il DOA Race non era l’assenza di benzina: era il ritrovarsi costretto a correre.

Lucas odiava le costrizioni e gli ordini. Lui offriva un servizio, non rispondeva ad un ordine: lui trasportava roba che scotta per conto di qualcuno che lo pagava per farlo. Stavolta invece doveva obbedire ad un ordine e questo era odioso, per lui. Anche se l’ordine era in tutto identico a quello che faceva quasi ogni giorno da anni.

La Ford Mustang che aveva costruito era migliore di qualsiasi auto avesse mai guidato: l’unica soddisfazione in quella situazione. Gli spettatori dell’evento non poterono apprezzarlo, ma il suono di quel motore era pura poesia senza parole.

L’auto scattò in avanti dando l’impressione che gli altri concorrenti fossero rimasti fermi. Tutti si erano costruiti auto enormi, potenti, resistenti a tutto, e questo voleva dire che andavano alla metà della velocità di Lucas. Almeno in rettilineo. Qualcuno avanti a lui provò a tagliargli la strada, ma la Mustang era troppo agile e quei carri armati non potevano bloccarla.

In pochi secondi Lucas fu in testa. «Questo è il mio uomo!» gridò ridendo Eve.

Lucas non rispose né la donna se lo aspettava. Mentre il pilota dava il meglio di sé per acquisire più vantaggio possibile, Eve si slacciò la cintura di sicurezza – allacciata per pura formalità, giusto per far credere ai giudici di gara che contassero ancora qualcosa – e infilò la mano sotto il sedile: quando la tirò fuori stringeva un fucile, che caricò in un attimo.

Quando abbassò il finestrino Lucas si accorse della sua attività. «Che cazzo fai?» gridò senza guardarla.

«Ti salvo il culo, tesoro. Nel vero senso della parola.» Eve si sporse dal finestrino fino a sedersi sul bordo della portiera. Il vento le sferzava i lunghi capelli neri raccolti dietro la nuca e dovette stringere con forza l’arma per non farla volare via. La puntò senza troppa attenzione ed aprì il fuoco.

Dopo qualche secondo tornò nell’abitacolo, mentre Lucas era fuori di sé, anche se troppo concentrato nella guida per parlare. «Giusto una sventagliata», rispose Eve ad una domanda non posta, «così se qualcuno voleva approfittarne per spararci alle ruote posteriori ha dovuto desistere.»

«Ma può farlo ora.»

«No, se continui a guidare così. A questa distanza potrebbero colpirci le ruote solo con un fucile di precisione, ed è impossibile usarlo da un’auto in corsa.»

Lucas affrontò la prima curva con troppa velocità, ma riuscì a mantenere l’aderenza delle gomme. «Sta’ calmo, stai andando benissimo. Non è il momento di perdere il controllo.»

«Ha mai funzionato?» chiese d’un tratto Lucas.

«Cosa?»

«Hai mai detto a qualcuno di non perdere il controllo e quello non l’ha perso?»

Eve scoppiò in una risata fragorosa. «Se riesci a fare lo stronzo vuol dire che non hai perso il controllo.»

La donna infilò di nuovo la mano sotto il sedile e ne tirò fuori un altro fucile.

«Ma quanta roba hai messo lì sotto?» chiese il pilota.

«Tutta quella che ci serviva: ora arrivano i granchiacci.»

Lucas aveva visto le gabbie fuoriuscire in lontananza dalla strada: era il momento della gara in cui doveva fare lo slalom fra gli xenomorfi, sperando che questi non facessero troppi danni all’auto.

Eve caricò il pulse rifle e se lo assicurò con la tracolla. Iniziò a fuoriuscire dall’abitacolo ma a metà si fermò e si rivolse a Lucas. «Chi odi di più, me o gli alieni?»

Senza aspettare la risposta la donna sgusciò dal finestrino e si arrampicò sul tettuccio dell’auto. Sdraiata e puntellata con i piedi, Eve aprì il fuoco contro gli xenomorfi che rimanevano confusi sulla strada. Pochi colpi mirati e precisi, con pallottole esplosive speciali in dotazione ai Colonial Marines, e le teste degli alieni esplodevano prima del passaggio dell’auto. Il compito di Eve non era quello, facilissimo, di stendere le creature: era quello di farlo in modo da non versare il loro sangue sulla strada, per non rischiare che corrodesse gli pneumatici della loro auto.

Tutti gli alieni a terra. Ne mancava uno, che gridava e soffiava e dava cenno di voler scomparire nella boscaglia vicina. Eve cambiò la modalità di sparo del fucile e colpì il mostro con proiettili normali: lo ferì alle gambe in modo che rimanesse a terra, sanguinante e pericoloso. Lo fece proprio mentre passavano: ora l’alieno era un grosso problema per chi sarebbe venuto dopo. Se lo colpivano in pieno il sangue acido avrebbe messo fuori uso l’auto. E visto che stava in mezzo alla strada, urlante e disperato, era davvero difficile schivarlo.

Eve tornò sul sedile, soddisfatta. «Rischia di essere noiosetta, come gara, se continua ad andare tutto così bene.»

Lucas si prese il lusso di rallentare leggermente per prendere una curva in modo più preciso. Aveva abbastanza vantaggio per farlo, grazie al lavoro fatto dalla sua co-pilota. E questo gliela faceva odiare ancora di più.

D’un tratto si vide un coltello appoggiato su una gamba. «Prendilo», gli disse Eve, «e sfoga un po’ di odio su di me. C’è un rettilineo e non ti servo per qualche secondo: sfogati al volo, che ne hai bisogno.»

Ancora ordini. Ancora ordini assurdi. Ma quella donna folle su una cosa aveva ragione: Lucas doveva sfogare un po’ di rabbia, per guidare meglio. L’uomo prese il coltello con la mano destra e lo piantò tra le costole di Eve.

Il tutto fu così veloce e avvolto dalla nebbia dell’adrenalina che Lucas quasi si stupì quando sentì la donna gridare: era lui che la stava facendo gridare? Era il suono più bello che avesse mai sentito…

Ora gridava anche lui, di soddisfazione, mentre rigirava la lama nel fianco martoriato della donna urlante.

~

Eloise urlava, ma non per il dolore. Anche per quello, certo, ma era quasi secondario: urlava perché quella era la goccia finale. Era chiaro che quello non era il suo mondo, che quella non era la sua gente, ed ora ne pagava un prezzo salato. L’errore di aver seguito un umano ora lo scontava sdraiata su un letto di dolore, nell’infermeria dello stadio.

Tutti urlavano ma ormai non li ascoltava più: nulla di ciò che usciva da quelle bocche aveva più senso o importanza, per Eloise.

D’un tratto vide Boyka affacciarsi al suo campo visivo, spingere via alcuni umani che le stavano addosso, afferrarle la gamba e farla scrocchiare. Tutto fu rosso di dolore, di dolore vivo e pulsante, ma subito dopo sentì la voce del lottatore. «Dovevo almeno rimetterti la gamba al suo posto.»

Eloise smise di urlare e lo guardò. “Almeno”. Capiva solo una minima parte di quello che Boyka diceva, quando non parlava di combattimento, ma stavolta era riuscita a cogliere la sfumatura. In quell’“almeno” il lottatore stava riponendo tutto il suo rammarico per non aver saputo gestire la situazione, tutto il suo dispiacere per il destino della donna, tutta l’amarezza per un sogno che non solo era svanito, ma risultava non essere mai esistito.

Boyka la guardò e non disse altro. Semplicemente perché non c’era niente da dire. Eloise non ce l’aveva con lui, era l’unico umano che le avesse dimostrato rispetto e che l’avesse trattata bene: l’unico suo sbaglio era stato pensare per lei un sogno che non le apparteneva. Aveva sognato per lei quello che per lui era importante, e questo Eloise non se la sentiva di rimproverarglielo.

«Non posso essere una campionessa», disse la ginoide.

Nella confusione generale, mentre dei medici cercavano di assisterla e dei giornalisti gridavano nei loro microfoni, Eloise e Boyka sembravano parlare per conto loro, come se fossero soli nella stanza.

«Potresti guarire», disse senza convinzione il lottatore, ma entrambi avevano capito.

«Non posso essere ciò che non sono», disse la ginoide, guardando con occhi doloranti il lottatore. «Così come non puoi esserlo tu. Tu sei un lottatore: va’ a lottare…»

I due si guardarono finché Boyka annuì, e se ne andò senza aggiungere nulla. Si erano già detti tutto quello che dovevano. Senza saperlo avevano entrambi cercato di vivere una vita incompatibile con la loro natura, avevano cercato di essere migliori… o semplicemente diversi. Fallendo in ogni caso.

Mentre Boyka usciva, sapeva che la sua natura lo avrebbe portato a cercare Testa di Cuoio – sicuramente il mandante di quello spregevole atto – e fargliela pagare cara. Ma una domanda cercò di affacciarsi nella mente del lottatore, per poi venir ricacciata indietro: cosa l’avrebbe portata a fare, la natura di Eloise?

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 9

Nona puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

9

Evitare il pugno del Predator fu facile, e questo preoccupò Dunja. Niente è mai facile con un guerriero Yautja, anche se ancora un Young Blood. Il fatto che avesse tirato una tecnica così lenta poteva voler dire che la creatura si sarebbe divertita con lei, come il gatto con il topo. E, ancora, voleva dire che non era riuscita minimamente a convincerlo.

«Siamo vittime di un gioco politico: noi non siamo nemici», continuava a ripetere il maggiore, evidentemente senza successo. Non era chiaro se il messaggio non arrivava perché il Predator non credeva alle sue parole o semplicemente perché la donna le pronunciava male – visto che da almeno vent’anni non parlava la lingua yautja – ma era evidente che non stava ottenendo alcun risultato. La speranza di trovare un alleato forte nella razza degli Yautja, storicamente alleata della Casata Yutani, stava rivelandosi semplicemente una speranza vana.

Un secondo pugno sfiorò la donna di pochi centimetri: il “gioco” del Predator si stava facendo pericoloso, e i suoi pugni se raggiungevano l’obiettivo facevano male. Molto male.

«Perché non vuoi credermi?» provò ancora Dunja, svicolando qua e là per trovarsi sempre sufficientemente fuori portata dalle imponenti braccia della creatura. Per fortuna il Predator aveva stabilito che la donna non rappresentava un pericolo tale da usare le armi, ma per sfortuna questo avrebbe significato che si preparava a farle male a lungo, divertendosi. Se la situazione fosse volta al peggio, non sarebbe stata una cosa indolore. Né veloce.

«Perché non mi ascolti?» continuava a gridare la donna.

«Taci!» gridò il Predator allungando troppo un pugno nella speranza di colpirla. Era stata una mossa frettolosa, imprecisa, segno che lo Yautja si stava innervosendo. Dunja non sapeva decidersi se fosse un bene, ma a questo punto era chiaro che la creatura la capiva: semplicemente non era disposto ad ascoltarla.

«Siete sempre stati una razza di teste dure», sibilò il maggiore, svicolando mentre la creatura si faceva sempre più pressante.

La grande mole del Predator gli impediva i movimenti fluidi e scattanti della donna, ma bastava che un solo colpo giungesse a segno perché il gioco finisse male. Per questo lo Yautja iniziò a tirare due pugni per volta, nel tentativo di cogliere in fallo la donna che sgattaiolava rimanendo sempre fuori dalla sua portata. Non era una scelta da guerriero, non l’avrebbe raccontato quando avrebbe narrato la storia della sua vittoria, ma era chiaro che cominciava ad essere stufo di quell’esserino che gli sfuggiva continuamente.

Dunja avrebbe potuto continuare a lungo, non le mancava certo il fiato e si muoveva il minimo indispensabile per non sprecare energie, contando proprio sul fatto che il Predator invece si stava sfiancando velocemente, a forza di tirare potenti pugni a vuoto. Però il poco tempo a disposizione le aveva impedito di adempiere ad una delle regole più importanti di un combattimento: conoscere il territorio.

D’un tratto i due combattenti si ritrovarono in una zona boscosa: sarebbe stata perfetta per nascondersi, ma Dunja se ne accorse troppo tardi. Se ne accorse solo quando svicolò da un colpo del Predator e trovò un tronco d’albero a bloccarle la strada. Non ebbe tempo d’imprecare, perché tutto si fece scuro e luminoso al tempo stesso quando il potente pugno della creatura la raggiunse sul volto.

Non fu una tecnica pulita, l’assoluta casualità impedì al pugno di essere letale ma di sicuro fu doloroso, e sbatté la donna a terra: Dunja non svenne, ma le fu improvvisamente difficile distinguere il caleidoscopio di luci e ombre che le passava davanti agli occhi.

Una risata gracchiante accompagnava il suo stordimento, mentre il Predator approfittava di quella piccola vittoria per riprendere fiato. Troneggiava sulla donna a terra, che agitava le mani in avanti come a difendersi. Lo Yautja respirava pesantemente, ma decise che non valeva la pena perdere tempo a recuperare le forze: si inginocchiò lentamente e mise la sua grande mano attorno al collo di Dunja, immobilizzandola a terra senza premere troppo: non voleva che il gioco durasse troppo poco.

«Sei la vergogna degli Yutani», disse lentamente la creatura, scandendo le parole per essere sicuro che l’umana lo capisse. «La tua Casata ha avuto molto onore, in passato, ma ora è fatta di vigliacchi e traditori: vi spazzeremo via.» Non c’era alcun astio in queste parole, il Predator stava semplicemente informando la donna di ciò che pensava.

Dunja avrebbe voluto rispondere, spiegare, ma la forte mano sulla sua gola le impediva già quasi di respirare, e poi il panico stava facendo il resto. Aveva commesso un errore stupido proprio nel momento più importante della sua vita, ma fu proprio questo pensiero a “liberarla”: quell’errore le toglieva ogni remora su ciò che stava per fare.

Afferrò il braccio del Predator con la mano sinistra, cercando di graffiarlo così da fargli allentare la presa. Lo Yautja rise gracchiando forte, trovando davvero patetico quel ridicolo tentativo della donna di liberarsi. Rise così forte che non vide la mano destra di Dunja infilarsi nella tasca e tirare fuori il suo inseparabile coltello. Rise così forte da non vedere la mano destra della donna passare dolcemente ma rapidamente intorno al polso della creatura. Smise di ridere solo quando cercò di capire da dove arrivasse quel dolore che ora provava… e perché non riuscisse più a muovere la mano…

Con gli occhi sbarrati il Predator si fissava la mano che teneva ancora sul collo della donna, e cercava di capire perché non riuscisse più a stringere le dita. La sua vittima cercava ancora di graffiarlo: era impossibile che fosse quello a bloccarlo. Solo con la coda dell’occhio vide la mano destra della donna accarezzargli il braccio all’altezza del gomito. Glielo accarezzò due volte: perché? E perché quella fitta di dolore? E perché ora non riusciva più a muovere il braccio?

Senza più avere la pressione delle dita sul collo, Dunja riuscì a parlare, anche se con voce stentata. «Ho cercato di ragionare con te, perché ricordavo che gli Yautja sono guerrieri onorevoli: tu invece sei solo un grande idiota». Tossì per lo sforzo. «Visto che è inutile parlare con te… mi tocca ammazzarti.»

La bocca della creatura si spalancò in un grido di rabbia e frustrazione: come osava quell’umana parlargli così? Come poteva quell’inutile insetto minacciarlo? Caricò l’altro braccio per sfondare il petto a quell’essere insignificante e fastidioso: il cranio lo voleva integro come trofeo.

Mentre il Predator caricava il braccio “sano”, Dunja ne approfittò per divincolarsi dalla presa ormai inesistente, e mentre lo Yautja colpiva il terreno dov’era prima la donna, questa iniziava a strusciarglisi addosso. Gli accarezzava le spalle, le gambe, le cosce, e infine gli si avvinghiava alla schiena, tenendolo per il collo. Perché quella donna si comportava in quel modo? E perché d’un tratto lo Yautja non riusciva più a muoversi?

«Non è facile per degli umani essere alleati con gli Yautja», bisbigliò la donna all’orecchio della creatura. «Malgrado il vostro bel codice d’onore, ogni tanto vi piaceva “giocare” con noi, soprattutto con le donne: fra i nobili guerrieri c’è sempre nascosto qualche vigliacco. Ecco perché la prima cosa che ci insegnano a scuola è l’uso del karambit». Dunja alzò la mano e mise davanti agli occhi del Predator il piccolo coltello dalla lama curva sporca di sangue che stringeva in mano. «Per un umano è impossibile avere la meglio su un bestione potente come un Predator, ma anche il più forte degli Yautja ha un punto debole: i tendini.». Dunja cominciò a far roteare fra le dita il piccolo coltello. «Bastano movimenti precisi nei punti giusti perché la lama affilatissima recida i tendini, e da grande guerriero uno Yautja diventa un grande sacco di carne tremolante.»

Il Predator in effetti si accorse di star tremando: cercava disperatamente di muoversi ma ormai il suo corpo era una ragnatela di rivoli di sangue. Con i suoi rapidi ma precisi movimenti la donna aveva passato il suo piccolo coltello tagliente in ogni punto chiave della creatura. Ogni tendine e legamento importante era reciso: lo Yautja rimaneva nella sua posizione per semplice inerzia.

Dunja gli accarezzò la gola con il karambit, poi si alzò con calma, massaggiandosi la testa dolorante. Si mise davanti al Predator, che la fissava gorgogliando per la gola recisa. La donna lo fissò senza odio: un Predator reso invalido non avrebbe mai voluto restare in vita, quindi dandogli la morte lei si era comportata secondo il suo codice.

Mentre ripuliva dal sangue il suo karambit, Dunja fissò lo Yautja morente. «Ai miei tempi, nella Casata c’era un detto: per un nemico grande non serve un coltello grande… ma un grande coltello!»

~

«Un nuovo k.o. per Eloise, la misteriosa campionessa della Jingtì Lóng!»

I presentatori della diretta televisiva stavano facendo a gara per descrivere ed esaltare quella lottatrice che mai nessuno aveva visto prima, che all’ultimo secondo aveva sostituito il lottatore infortunato della compagnia cinese. In altri tempi probabilmente non sarebbe stato permesso questo “colpo di scena”, ma ormai il DOA era un evento televisivo di portata universale – trasmesso su ogni pianeta grazie ai ripetitori Weyland-Yutani – e i soldi che vi ruotavano attorno erano così tanti che ogni codice, regola o restrizione diventava particolarmente labile. L’importante era che ci fosse uno spettacolo grandioso per far girare le scommesse e il merchandising: chi saliva sul ring alla fin fine non aveva poi tutta questa importanza.

Per Eloise era stato facile vincere i primi incontri di qualificazione, dove si potevano incontrare lottatori improvvisati che speravano di rimediare giusto qualche piazzamento dignitoso: quelli che finirono davanti alla ginoide non trovarono alcuna dignità.

La donna indossava una tuta trovata in uno spogliatoio, non proprio della taglia giusta, ma malgrado non fosse a suo agio così conciata non perdeva la sua velocità nell’esecuzione delle mosse. «Non vale la pena parare e contrattaccare», le aveva detto Boyka prima di iniziare a combattere. «A questo punto del torneo sono sicuramente tutti brocchi: vai d’anticipo e stendili subito.»

La ginoide aveva annuito e non aveva ceduto alla voglia di chiedere cosa fosse un “brocco”: l’unica cosa che aveva capito era che non avrebbe mai capito quell’assurdo mondo umano. Saliva sul ring, aspettava che l’arbitro dicesse le sue cose di rito, poi appena vedeva le spalle dell’avversario accennare un movimento partiva. Mano a taglio sotto il mento, gambe a spazzata, e l’avversario dritto a terra di nuca. Un ulteriore pugno sulla mascella per assicurarsi che rimanesse lì. Fine dell’incontro.

Il terzo avversario di quella serata finalmente riuscì a schivare questo attacco, guadagnandosi un minimo di stima di Eloise. Il lottatore, molto più alto della ginoide, reagì sferrando due potenti pugni in rapida sequenza sul volto dell’avversaria, approfittando dell’apparente momento di distrazione dovuto all’aver mancato la tecnica. Incassati i colpi senza problemi, Eloise lo guardò sorridendo.

L’avversario, spiazzato, commise l’errore di tirare un terzo pugno, più forte. Eloise scattò e mentre il pugno dell’uomo procedeva in avanti lei roteava il busto fino a colpire il volto dell’avversario con una gomitata. Stordito dalla forza dell’impatto, l’uomo non ebbe il tempo di barcollare perché una tecnica di gambe lo mandò a terra, senza neanche capire cosa lo avesse colpito.

«Migliori ad ogni incontro», la elogiò Boyka.

«Imparo da ogni avversario», si limitò a rispondere Eloise, senza neanche un accenno di fiatone. Per il suo organismo xenomorfo quegli incontri non erano neanche considerati “sforzo fisico”.

«Mi dicono che per stasera è tutto», continuò Boyka. «Ti sei qualificata per il secondo giorno: probabilmente Testa di Cuoio lo incontrerai domani.»

«Non vedo l’ora.» Eloise parlò senza alcuna enfasi, né sarcasmo o altro.

L’uomo la guardò. «Cos’hai? Hai vinto tutti, guarda: tutte le telecamere ti inquadrano. Sei una campionessa.»

Eloise lo fissò senza espressione. «È per questo che mi hai portato con te? Per fare di me una campionessa? Per farmi inquadrare da telecamere, che poi non so neanche cosa voglia dire?»

In quel momento la ginoide si ritrovò circondata da giornalisti che cominciarono a subissarla di domande. Era la misteriosa campionessa che proveniva dal nulla e nessuno riusciva a batterla. Era la donna del momento e ogni spettatore – e scommettitore – voleva sapere di più su di lei. Eloise guardava quella gente molesta senza capire perché strillassero tanto.

L’uomo della Jingtì Lóng fece intervenire la sicurezza, che con gran fatica riuscì a sottrarre Eloise dagli attacchi dei giornalisti, portandola via. Senza che Boyka riuscisse a rispondere alla sua domanda.

~

La domanda la assillava. Perché continuava a rimanere lì, invece di darsela a gambe? E la risposta era sempre la stessa: non poteva andare da nessuna parte da sola.

Dunja aveva acceso un altro fuoco nel punto in cui il Predator giaceva, morto. Aveva pensato di trascinarlo ma era davvero troppo pesante. Meglio aspettare lì che venissero a prenderlo. Perché gli Yautja non lasciano mai uno di loro sul campo.

Non era riuscita a convincerlo, non era riuscito a stringere alleanza come sperava, non era riuscita neanche a farsi ascoltare. Era un piano sballato: nessun Predator sarebbe stato a sentirla, soprattutto ora che aveva ucciso uno di loro. Ma quando non si ha più niente, qualcosa – per quanto sbagliata – è sempre meglio di zero.

Rimase immobile quando vide le luci della nave yautja atterrare. Aveva pensato di alzare le mani per dimostrarsi disarmata, ma a quanto pare non serviva. Meglio rimanere ferma con le mani a scaldarsi sul fuoco.

Mentre due Yautja caricavano il corpo del loro caduto, un Predator anziano si avvicinò a Dunja. Il suo corpo era pieno di cicatrici e trofei di ogni sorta: era un Elder, sopravvissuto a chissà quante battaglie e combattimenti.

Dunja lo guardò fisso negli occhi. «Ho cercato di avvertirlo» disse, sperando che il suo pessimo accento fosse comprensibile. «Non volevo ucciderlo, non sono vostra nemica. Ma neanche vostra preda.»

Il vecchio Yautja parlò lentamente, per essere compreso. «La tua Casata è infida, traditrice e inaffidabile. Ci aveva promesso un combattimento facile invece ha inviato te, una lottatrice in grado di uccidere un nemico molto più forte di lei. Mio figlio non era un guerriero d’onore, era frettoloso e violento, meritava una lezione. Forse non così dura.»

Dunja si paralizzò: aveva ucciso il figlio di un capo clan? Possibile che riuscisse a trovarsi in situazioni sempre peggiori?

«Io non sono più una Yutani», cercò di cambiare subito argomento. «Lo sono stata da giovane, quando la Casata si comportava con onore: ora è governata da traditori. Voglio allearmi con voi per distruggerla.» Dal silenzio che seguì si capiva che il capo clan stava riflettendo, così Dunja volle approfittarne. «Ho cercato di proporre l’alleanza anche a tuo figlio, ma non ha voluto ascoltarmi.»

Detto questo, il maggiore rimase immobile. Non poteva fare altro, non c’era altro da aggiungere. Ormai tutto era nelle mani di un potente capo clan Yautja a cui aveva appena ucciso il figlio.

L’Elder la guardò a lungo. «Come faccio a sapere che stai dicendo la verità?»

Un dubbio era un ottimo segno: voleva dire che non era sicuro di volerla uccidere. «Avrei potuto scappare», rispose subito Dunja. «C’è un’auto blindata all’inizio di questo sentiero: avrei potuto raggiungerla e tornare alla Casata prima che voi atterraste. Ma non ho voluto: la Yutani è mia nemica, mentre voi no.» Stava improvvisando, e sperò che bastasse visto che non sapeva cos’altro aggiungere.

Il vecchio Yautja alzò la mano e la agitò davanti a Dunja. «Sali a bordo: parleremo durante il viaggio.»

~

Le parole di Boyka non erano servite, per quel poco che aveva capito.

Eloise guardava il soffitto mentre giaceva a letto, sveglia, nella camera che la Jingtì Lóng le aveva dato. Era la loro campionessa e la volevano trattare con tutti i riguardi. Tutti erano stati gentili con lei, tutti erano sorridenti, e la ginoide doveva continuamente ripetersi che la razza umana mostrava i denti non in senso aggressivo, ma al contrario per indicare amicizia. Non era così ai suoi occhi.

Lì nessuno era suo amico: credeva lo fosse Boyka, ma da quando era partita con lui non faceva che trattarla come uno strumento, senza mai parlarle.

Eloise d’un tratto sentì che era stanca di non capire il mondo in cui si ritrovava a vivere. Un mondo umano. Un mondo a lei alieno.

Eloise d’un tratto sentì che forse aveva compiuto la scelta sbagliata, che forse aveva scelto la razza sbagliata con cui allearsi. E in effetti non aveva mai stretto alcuna alleanza: semplicemente per rispetto al suo maestro sopprimeva i suoi istinti di morte verso gli umani.

Eloise d’un tratto cominciò a trovare sollievo nell’ascoltare quel rumore di sottofondo che aveva avvertito sin da quando aveva messo piede su quel pianeta. Cominciò a trovare conforto in quell’insieme di voci familiari che sentiva nella testa, in fondo, nel suo essere. Quelle voci che non assomigliavano in alcun modo a voci umane. Erano più flussi di pensieri chimici.

Eloise d’un tratto cominciò ad ascoltare le voci aliene che la sua vera natura le permetteva di avvertire. Le voci di tutti gli alieni tenuti in gabbia nei paraggi. Le voci dei suoi schiavi… dei suoi fratelli… dei suoi sudditi.

Eloise d’un tratto cercò di entrare in quel flusso di voci…

(continua)

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 8

Ottava puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

8

Il fuoco rischiarava la zona e rendeva Dunja visibile a chilometri di distanza. Mentre si scaldava le mani il maggiore si chiese se non stesse esagerando, ma ormai era decisa ad andare fino in fondo.

Aveva ripulito i due soldati che aveva ucciso, prendendo loro un pulse rifle e tutte le munizioni che poteva. Se si considerava anche il suo inseparabile coltello, questo formava un arsenale irrisorio, se davvero voleva affrontare un Predator. Forse se avesse avuto il suo vecchio fucile da cecchino, o meglio ancora il potente fucile datole dal dottor Lichtner, magari se ne poteva discutere, ma con quel semplice fucile d’ordinanza era come se fosse nuda davanti ad uno Young Blood yautja. Non a caso aveva lasciato il pulse rifle a pochi passi da lei, bene in vista, a sottolineare il fatto che in quel momento fosse disarmata.

Un ramo spezzato in lontananza la fece raggelare. Se era il giovane yautja che si stava avvicinando, voleva dire che era un incapace e questo poteva essere pericoloso: poteva essere l’equivalente di un ragazzino terrestre che gioca con armi da adulto. Forse quello non era un buon piano, forse Dunja doveva salire sul mezzo militare con cui i soldati l’avevano portata fin lì: in fondo aveva memorizzato il percorso attraverso le curve e i rumori, probabilmente sarebbe riuscita a tornare alla Casata… ma per fare cosa?

Era da sola contro la Yutani. Tutti la credevano un’eroina ma nessun abitante della città l’avrebbe aiutata contro la Casata stessa. E non poteva affrontare Eve con un semplice fucile. No, aveva bisogno di qualcosa di più potente…

un fruscio sulla destra

… aveva bisogno di qualcuno più potente…

un sibilo di laser che carica potenza

… aveva bisogno di un’alleanza che nessuno avrebbe potuto sospettare.

un lampo di luce nella notte

Dunja si gettò in avanti saltando sopra il fuoco, e schivando per un soffio il fascio laser che colpì la pietra dove era seduta. Gran brutto segno, un Predator che spara a tradimento su una preda umana disarmata: più che un giovane guerriero desideroso del battesimo del sangue questo sembrava un assassino maldestro.

Il maggiore atterrò con una capriola e fu subito in piedi, fissando i cespugli intorno: alcuni si muovevano in modo diverso, come se ci fosse qualcuno nascosto dietro. Altro pessimo segno, un Predator incapace di nascondersi…

«Sono tua amica!» gridò Dunja nella lingua yautja: il cespuglio smise di muoversi. Aveva stupito l’avversario e non doveva perdere l’occasione. «Siamo finiti in un gioco più grande di noi: unisciti a me e combatteremo chi ha tradito la nostra antica alleanza.»

Era innegabile che dopo tanti anni la sua conoscenza della lingua yautja era molto arrugginita, così pensò a frasi brevi e non complesse, per evitare qualche sfondone. Nella Yutani in cui era cresciuta gli Yautja erano stimati come valorosi guerrieri e l’antica alleanza delle due casate si esprimeva nello studio reciproco. Da troppo tempo non le capitava più di parlare quella lingua, ma averla studiata bene da giovane le tornava utile.

Il silenzio però fu l’unica risposta che ottenne, così provò ancora. Alzò le mani lentamente in aria. «Sono disarmata. Non voglio combattere contro di te. Non sono tua nemica.» Niente, nessun tipo di reazione. E se fosse una trappola? Fingersi incapace per far abbassare la guardia al nemico? Dunja ne sapeva qualcosa…

Si chinò di scatto, guidata esclusivamente dall’intuito militare, proprio mentre una rete metallica cercava di imbrigliarla. Non era stata lanciata dal cespuglio, quindi la sceneggiata del Predator incapace era solo un trucco. Non sapeva se gioirne o meno…

Rotolò da un lato e afferrò il pulse rifle, solamente per alzarlo in aria e lasciarlo cadere. «Non voglio combattere con te. Non sono tua nemica», ripeteva il maggiore, confidando almeno nella curiosità del suo avversario. Un tonfo davanti a lei fu il segno che la curiosità aveva fatto effetto.

Uno sfrigolio di scariche elettrostatiche accompagnò la “comparsa” del Predator, che disattivò la sua invisibilità. Aveva capito le intenzioni di Dunja o semplicemente non la reputava un avversario così pericoloso da rimanersene nascosto?

«Le nostre casate sono state ingannate», si affrettò a dire ad alta voce il maggiore. «Yutani e Yautja sono sempre stati amici. Io sono tua amica.» I suoni acuti le venivano malissimo ma sperò che il senso della frase fosse comunque comprensibile.

Il Predator fissò a lungo la donna prima che un suo verso risuonasse nel silenzio. «Il tuo accento fa schifo.» E si scagliò contro Dunja.

~

«Fammi capire», disse l’asiatico con fare sarcastico. «Tu sei il migliore lottatore dell’universo e vuoi che la tua allieva combatta per la nostra Casata?»

Boyka annuì. Non era stato facile rapire un soldato e farsi trasportare fino allo stadio dov’era in corso il torneo DOA. Non era stato facile trovare la Casata con meno possibilità di vincere – la cinese Jingtì Lóng – e spiegare che il campione della Yutani, Testa di Cuoio, era ben noto a Boyka e la sua allieva poteva batterlo quando voleva, una volta superati i vari gironi ad eliminazione.

«Se questa tua allieva è così brava», chiese sorridendo l’uomo asiatico, «perché non andate dalla Yutani a proporre di lasciar combattere lei al posto del loro Testa di Cuoio?»

L’uomo rideva, ma Boyka no. «Ci abbiamo già provato, ma ci hanno riso in faccia. Volevo offrire la vittoria alla Yutani ma non l’hanno voluta, così ora la offro a voi.»

L’uomo continuava a sghignazzare. «Perché mi fai questi discorsi quando sai benissimo che non mi convincerai mai?»

Boyka scosse le spalle. «Perché così non mi sento in colpa a fare questo.» Fece un cenno e l’uomo asiatico, incuriosito, si voltò nella direzione a cui il cenno era indirizzato, voltando la testa nel momento esatto in cui Eloise faceva volare via il lottatore della Jingtì Lóng con un calcio.

Si trovavano negli spogliatoi e non era stato facile accedervi: ne avevano dovuti picchiare di buttafuori. Non c’era molto spazio per volare così il lottatore colpito sbatté contro una parete e crollò a terra: almeno quella sera non avrebbe potuto combattere. Forse neanche rinvenire.

«Ma voi… siete pazzi…» bisbigliò l’asiatico, rimasto a bocca aperta, tornando a guardare Boyka. «Io vi denuncio a…»

«Lasciamo stare le stupidaggini», lo interruppe il lottatore. «Puoi chiamare il giudice di gara e fare un gran chiasso, ma rimane il fatto che stasera la vostra Casata non ha nessuno da far salire sul ring. Se invece accetti la mia allieva, quella che ha appena fatto volare il vostro miglior lottatore attraverso la stanza, ti garantisco la vittoria in tutti gli incontri. Compreso quello contro Testa di Cuoio.»

L’uomo era scandalizzato ma pensava anche in fretta. «Come fa quella ragazza a picchiare così duro?»

«Ha sangue e muscoli alieni in corpo», rispose onestamente il lottatore, «ma io non lo andrei a dire al giudice.»

L’asiatico fissò Boyka per diversi secondi. «Tutti i lottatori sono potenziati in qualche modo, non sempre lecito: nessuna Casata chiederà un’indagine che potrebbe smuovere troppo le acque.» D’un tratto allungò una mano verso il lottatore. «Affare fatto, ma se quella tipa perde vi ammazzo entrambi e dico ai giudici che mi avete ricattato. Il che è anche vero.»

Boyka sorrise e strinse la mano. «Preparati a vincere il DOA.»

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Il garage era avvolto nella semi-oscurità. L’unica luce era quella che rischiarava il motore della Ford Mustang su cui Lucas stava lavorando.

La mattina dopo sarebbe iniziato il DOA Race, il motivo per cui la sua vita era stata completamente stravolta, e non poteva negare di essere teso. Non per l’esito della gara, ma per ciò che ne sarebbe seguito: cos’aveva in serbo per lui la Yutani? Niente per cui dormire sonni tranquilli, malgrado le tante promesse di Eve.

«Non dovresti andare a riposare?»

Era stata proprio Eve a parlare, senza che Lucas alzasse lo sguardo. «Ho quasi finito», si limitò a rispondere. Aveva smontato e rimontato quell’auto chissà quante volte, ma voleva che fosse perfetta per la gara. Qualunque sarebbe stato il suo destino, comunque l’auto doveva risplendere.

Eve si avvicinò e si mise a guardare anche lei il motore dell’auto, senza dire niente.

«Vuoi controllare che non stia nascondendo qualcosa nel motore?» chiese Lucas con tono indifferente, sempre senza voltarsi.

La donna rispose dopo qualche attimo di silenzio. «Stasera ho mandato a morire una persona che non lo meritava. Sono tenuta a compiere atti spregevoli, ma non vuol dire che io sia spregevole.» Lucas non rispose. «Mi piacerebbe essere il robot che tutti pensano che io sia, perché allora sarei priva di sentimenti e sarebbe un sollievo.»

«Io sono una persona semplice», disse l’uomo armeggiando con degli strumenti, «e se una persona si comporta da assassino, per me è un assassino.»

Immobile, Eve rispose dopo qualche secondo. «Ti va di essere un po’ gentile con me, almeno stasera?»

Lo disse quasi in un bisbiglio, ma Lucas sentì benissimo e alzò di scatto il busto dal motore dell’autore, piantandosi a pochi centimetri dal volto della donna. «E tu? Sarai gentile con me e mi lascerai andare?»

Eve sostenne lo sguardo. «Sai che non posso…» mormorò.

«Però hai il coraggio di chiedermi gentilezza nei confronti del mio carnefice, eh?» Lucas cominciò ad urlare e a pressare la donna. «Domani rischierò la vita per colpa tua e mi chiedi gentilezza?»

L’uomo gridava mentre la donna indietreggiava, finché Eve si ritrovò con le spalle al muro, spinta indietro da Lucas, con gli occhi furenti. La guardava come quel giorno della gara di prova, come nel momento in cui la mandò fuori strada. La guardava come quando la uccise. La guardava… come lei aveva scoperto che le piaceva. «Uccidimi…» bisbigliò la donna, e Lucas perse il controllo.

Afferrare il collo della donna e stringerlo, premendo con ogni muscolo del proprio corpo quel collo contro la parete, non fu una scelta dell’uomo: fu come un riflesso condizionato impossibile da contrastare. Con gli occhi offuscati dalla rabbia e i denti digrignati, Lucas rilasciava ogni briciolo di energia nell’esecuzione del suo sogno: uccidere quella donna mostruosa. Sapeva benissimo che era impossibile, sapeva benissimo che era esattamente quello che lei voleva, ma non era più in grado di pensare lucidamente.

Eve non respirava più e sentiva la testa gonfiarsi. Sentiva le vene ingrossarsi sulle tempie e negli occhi, sentiva la violenza riversarsi in lei e riempire tutto il suo essere. Fissava gli occhi omicidi dell’uomo e ne godeva la forza distruttiva: lui la odiava più di qualsiasi altra cosa al mondo, e quell’odio la faceva impazzire.

L’aveva scoperto quel giorno, in cui era morta in auto. In tanti le avevano sparato, aveva perso il conto di quante volte era morta per la Yutani, ma quello era diverso. Quello era dannatamente personale. Lucas non voleva colpire la Casata, non voleva combattere un nemico o altro: Lucas voleva uccidere lei, in persona, non come simbolo. Quando l’uomo l’aveva vista rialzarsi dalle macerie dell’auto era quasi impazzito dalla frustrazione, tanto che Eve cercò di consolarlo nell’unico modo che conosceva: donandogli la propria morte. «Uccidimi ancora», gli aveva detto quando ancora il suo corpo era fumante dell’incendio dell’auto, e Lucas le era saltato addosso. La donna non aveva opposto resistenza quando l’uomo aveva afferrato una sbarra dell’auto e aveva cominciato a trapassare il suo corpo già devastato. Piangendo e gridando, Lucas aveva scoperto un insano piacere nell’infierire sul corpo di Eve… e la donna aveva scoperto di amare quella furia distruttrice.

La bocca della donna ora si aprì e il suo corpo rimase molle tra le mani di Lucas: l’aveva uccisa di nuovo. L’aveva posseduta nell’unico modo in cui Eve poteva essere posseduta. Allentò la presa al suo collo e la tenne lo stretto necessario per sostenere il corpo della donna, che ora lo guardava con occhi vitrei. Lucas si strinse a lei e baciò le labbra aperte, morte, e premette forte. Voleva che il primo respiro di Eve risorta lo prendesse da lui.

La sentì tornare il vita fra le sue labbra, odiandola per questo: non bastava tenerlo in ostaggio come pilota, ora era invischiato anche come uomo. Mai aveva provato un piacere simile, e poteva averlo ancora solo da Eve… Per questo la odiava ancora di più.

Quando le labbra si separarono, Eve non aveva sul volto alcun segno della passata esperienza. Solo il broncio di una donna che ha goduto in un modo illecito.

«Un giorno mi dirai di cosa sei fatta?» chiese Lucas ansimando, vergognandosi di aver ceduto a quell’insana passione.

«Ora come ora», mormorò Eve, «sono fatta del tuo odio per me…»

(continua)

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