PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 15


Quindicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

15

Il mondo vibrò e tremò, e mantenere l’equilibrio fu all’improvviso dannatamente difficile. Questo fu l’effetto del primo pugno che Hornhead fece crollare sul volto di Achab.

Lo Yautja non era imponente come Wolf, né sembrava particolarmente muscoloso, ma erano sottigliezze: quand’anche fosse stato un suo pari, Achab lo stesso sarebbe stato in difficoltà. E chiaramente era molto più di un suo pari. Lo dimostrò con la velocità con cui tornò a colpire l’avversario, prendendolo ad un fianco e spezzandogli completamente il fiato. Achab non riusciva a ritrovare l’equilibrio ma di una cosa era assolutamente conscio: non sarebbe sopravvissuto ad un terzo pugno.

Hornhead avrebbe velocemente atterrato l’avversario ma proprio per questo non aveva alcun interesse a farlo. Aveva il braccio destro gravemente ferito, per la pugnalata di Scar, eppure era chiaro che poteva batterlo con una mano sola: perché sbrigarsi? Si limitò a sghignazzare guardando Achab. «Tu saresti il migliore del gruppo?» chiese gracchiando. «Com’è possibile che a voi insetti sia venuto in mente di aggredirci? Sapete contro chi vi siete messi?»

Non erano vere domande, ma più Hornhead parlava meno colpiva, così Achab decise di stuzzicarlo. «E voi? Voi sapete con chi avete a che fare?»

Hornhead lo fissò per qualche secondo, interdetto. Che avesse sottovalutato il suo avversario? Mostrarsi deboli è una tipica tecnica di chi invece è forte… o degli idioti che si credono forti. Poi però Achab alzò lentamente le braccia e le mise davanti al proprio corpo con i pugni chiusi, al che Hornhead non poté fare a meno di scoppiare in una risata: il suo avversario apparteneva sicuramente alla seconda categoria. Sferrò un blando pugno per divertirsi a ferirlo ancora un po’, ma a sorpresa il pugno andò a vuoto…

Achab aveva assunto una posa da combattimento umano, che gli Yautja di solito non conoscevano: Berserker era stato un arrogante coglione, ma non diceva cose sbagliate. Mentre Hornhead colpiva dritto, incanalando la sua energia dritto davanti a sé, Achab senza alcuno sforzo ruotò leggermente il busto, così che il suo corpo non si trovasse più parallelo al nemico ma perpendicolare. Così che il suo corpo offrisse la minor superficie possibile da colpire, così che bastò scansarsi di pochi millimetri per evitare il pugno, approfittandone per colpire il nemico in faccia.

Un pugno fiacco, senza energia, Achab ormai era allo stremo delle forze, ma anche solo quel ridicolo pugno fu bruciante per Hornhead: il più debole dei suoi avversari l’aveva appena fregato. Ritrovandoselo alla sua sinistra, ed avendo ormai solo il braccio sinistro buono, lo roteò nella sua direzione per cercare di spazzarlo. Una tecnica banale, scontata, che Achab poté evitare anticipandola ed abbassandosi: si ritrovò in un attimo davanti all’avversario e gli assestò altri due pugni, in rapida sequenza. Nessun danno, solo un gesto di puro sfregio per far perdere la concentrazione.

Hornhead cominciava a vedere rosso di rabbia: il suo avversario non gli faceva neanche il solletico eppure si permetteva di prenderlo in giro sgusciando dai suoi colpi. Lo Yautja aumentò la forza nei propri pugni ma proprio per questo divenne ancora più lento nei movimenti, perché ogni volta doveva caricarli al massimo: Achab, che non poteva mettere alcuna energia nelle sue tecniche, poteva muoversi più veloce e scansare tutti i colpi. Il suo ultimo combattimento non sarebbe stato onorevole, a meno di non lodare un guerriero che schernisce un avversario più forte.

~

Ogni secondo in cui Machiko non sparava, era un secondo che rendeva più facile sbagliare colpo. Non era un cecchino, non era stata addestrata a mantenere una posizione di tiro rimanendo immobile in una situazione concitata. Quando accompagnava i ricconi a caccia poteva sdraiarsi su rocce calde o in posti comodi, e quando le capitava di sparare – perché magari i ricchi non erano capaci ma non volevano andar via senza un trofeo, così gliene commissionavano uno – si trattava di colpire ad una distanza media degli animali molto grandi e di solito fermi.

Ora la donna da troppi secondi era accucciata a terra su un ginocchio, con i muscoli contratti a tenere fermo il suo fucile di precisione, così da capire a chi dovesse sparare: ad Hornhead, più vicino ma con il rischio di colpire Achab, o Wolf, molto più lontano e meno facile da centrare. Il capo dei Bad Blood stava sgrullando il cadavere di Jungle dalla propria lancia, lentamente, e intanto si gustava il suo fido braccio destro che affrontava il capo di quegli strani assalitori. Ormai nella colonia si respirava solo aria di morte, quindi non c’era alcuna fretta.

Machiko mirava a ripetizione prima uno poi l’altro: chi colpire? Con chi utilizzare l’ultimo colpo rimasto? Fermo restando che c’era solo una pallida possibilità che quest’ultimo colpo andasse a segno.

Fissò in lontananza Wolf che, tronfio, ripuliva la propria lancia sul corpo inerte di Jungle, e la rabbia montò. Era lui il bersaglio da provare a colpire: avevano fatto tutta quella strada e avevano versato tutto quel sangue proprio per quello, avevano votato la loro vita all’eliminazione di Wolf quindi non c’erano altre scelte da fare. Poi però diede un’ultima occhiata allo scontro fra Achab ed Hornhead, giusto in tempo per vedere quest’ultimo afferrare l’avversario al collo. Dopo varie tecniche andate a vuoto finalmente aveva smesso di colpire ed era passato ad afferrare: ora aveva agguantato Achab per il collo, l’aveva fatto girare e lo stava strangolando. Mentre entrambi guardavano proprio in direzione di Machiko.

Le mani della donna non riuscivano più a tenere fermo il fucile, ogni istante era un passo avanti verso lo sbagliare mira. Il sudore le rigava il volto e il cuore le si fece pesante… quando attraverso il mirino dell’arma vide che Achab le stava parlando… Vide che lo Yautja con cui aveva condiviso la dura vita ad Anderson City stava muovendo la bocca formando un’espressione inequivocabile: «Spara».

Ma a chi? Voleva che Machiko colpisse Hornhead… o voleva che mettesse fine in modo rapido alle sue sofferenze?

I nervi cedettero, non c’era più tempo per aspettare, non c’era più tempo per pensare: c’era solo un ultimo istante per sparare. E Machiko premette il grilletto…

~

Non gli era mai piaciuto Jungle, faceva troppo lo spiritoso e non lo trattava con il rispetto che meritava, ma vederlo morire fu lo stesso doloroso.

Nascosto dalla sua invisibilità, City Hunter si trovava vicino all’astronave dei Bad Blood e quindi vicino anche a Wolf: assistette a tutta la scena del ripulimento della lancia dal sangue di Jungle. Non gli rimaneva ancora molta energia, a momenti avrebbe iniziato a tornare visibile e non aveva speranza contro Wolf… perciò decise che un’ultima soddisfazione voleva togliersela. E cominciò a convogliare l’energia rimasta…

Wolf era tranquillo, stava guardando in lontananza qualcosa che City Hunter non vedeva, né gli importava: avere il capo dei Bad Blood distratto, lì a due passi, era un’occasione troppo perfetta per lasciarsela sfuggire. Era il modo migliore di andarsene. Andarsene con il botto…

Il suo cannone da spalla era carico, ogni briciolo di energia che rimaneva alla sua armatura era pronta ad esplodere… e con un brivido di piacere City Hunter la liberò.

Dal suo cannone da spalla fuoriuscì un fiotto di plasma molto più intenso di quanto mai City Hunter avesse visto. Un’enorme dose di plasma che piombò addosso a Wolf, che distrattamente aveva alzato la lancia: quell’esile arma non bastò a proteggerlo.

Il grande Yautja fu investito sulla spalla da una quantità di plasma che avrebbe polverizzato un umano, ma per un Predator della sua stazza non rappresentava un pericolo mortale. Lo stesso però l’ustione fu devastante e lo Yautja cominciò ad urlare, mentre il plasma gli mangiava il braccio, la spalla e almeno metà della faccia: Wolf non sarebbe morto, ma avrebbe sofferto tanto. E a lungo. Quasi quanto avrebbe fatto soffrire per vendetta chi l’aveva colpito…

~

L’esplosione provocata da City Hunter fu potente, e la sentì anche Hornhead, capendo subito che qualcosa non andava. Quei pidocchi li avevano aggrediti con armi rudimentali, come poteva essere quello il rumore di un’arma Yautja di alto livello? Bastò questa domanda a far voltare Hornhead, anche se non di molto. Bastò quel rumore a spostare il bersaglio… e a far fallire il colpo di Machiko.

Hornhead non aveva sentito lo sparo della donna… ma sentì il colpo. Sentì il proiettile che gli trapassava il collo, così come sentì il liquido che fuoriusciva dalla voragine che la pallottola si era lasciata dietro. Sentì l’aria che gli usciva dal collo… o da quel punto in cui prima c’era il suo collo.

Achab invece aveva sentito lo sparo, perché lo aspettava e lo aveva riconosciuto. Quindi capì subito cosa stava accadendo e si liberò dalla presa dell’avversario: nella rigidità della morte, c’era il rischio che lo Yautja gli stringesse ancora di più il collo. Liberatosi, per rabbia colpì Hornhead al volto, e quasi gli staccò la testa, visto che questa si teneva in equilibrio solo su deboli lembi di carne residua. Il corpo dello Yautja crollò a terra lentamente, con un grande tonfo.

«Achab!» gridò Machiko, correndo a perdifiato verso di lui. «Stai bene?»

Lui le sorrise. «Sì. Sapevo che non avresti sbagliato mira.» Sorrise e scosse la testa. «O meglio, più che saperlo ci speravo.»

Machiko non riuscì a rispondere al sorriso, malgrado fosse felice che l’amico fosse ancora vivo. Perché l’attenzione fu attirata da Wolf che più avanti si stava contorcendo dal dolore, gridando e chiamando a raccolta i suoi uomini rimasti. E ce n’erano ancora, in vita, di Bad Blood che pian piano si avvicinavano. Si erano protetti dentro l’astronave, ed ora che la battaglia sembrava finita stavano uscendo.

«Ci siamo», disse Achab, alzandosi in piedi e massaggiandosi il collo dolorante.

«Sì, un ultimo sforzo ed è finita», rispose Machiko incamminandosi.

Una mano sulla spalla la fermò. «No», le disse Achab, «tu no: la tua caccia finisce qui.» La donna lo fissò senza capire, e lui continuò. «Hai fatto più di quanto ci si possa aspettare da un’umana… ma che dico? Più di quanto ci si possa aspettare da uno Yautja. Hai portato una banda di vecchi falliti a colpire al cuore uno dei più pericolosi criminali della galassia: solo tu potevi riuscire a farci arrivare vivi fin qui e a ricoprirci d’onore. Ma ora basta, Machiko: sei già tornata ad essere una Blooded Warrior, non hai bisogno di morire inutilmente. Non hai che qualche arma inutile e Wolf, anche se ferito, è fuori dalla tua portata, senza dimenticare che non è da solo.» I due si voltarono velocemente a vedere i Bad Blood che uscivano dall’astronave: non era no molti, ma di sicuro erano troppi.

Machiko fissò Achab. «Quindi ce ne andiamo?» Sapeva che non era così, ma aveva voluto provare.

«No», sorrise lui. «Tu te ne vai. Io vado da Wolf. Io sono alla fine della pista, come hai visto sono un peso morto: morire affrontando Wolf è un onore che mai avrei potuto sperare di avere. Tu invece…» e fece una pausa silenziosa di qualche attimo, «tu devi vivere, e raccontare la nostra storia. Wolf non sa che c’è anche un’umana con noi, sono sicuro che non se lo aspetterebbe mai, quindi non ti cercherà. Segui loro e vivi.»

Achab indicò un punto e Machiko seguì il dito con lo sguardo. In lontananza vide i coloni che fuggivano in una direzione: tutti diretti all’astronave della colonia, evidentemente non danneggiata dai Bad Blood. Approfittando della battaglia i coloni evidentemente avevano deciso di darsela a gambe, di nascosto e velocemente, ma c’era qualcosa di più. Non erano solo i coloni che si erano nascosti nella miniera: della gente stava uscendo da un edificio che sembrava blindato. «Mentre noi tenevamo a bada i pirati», disse Machiko, «i topi abbandonavano la nave…»

«I topi?»

«Lascia stare, è un modo di dire terrestre. Dici quindi che dovrei andare con loro?»

Achab annuì. «Fatti lasciare in qualche porto sicuro e poi raggiungi i nostri clan. Racconta a tutti la nostra avventura, la nostra storia: il tuo nome è noto, a te daranno ascolto. Racconta di quei guerrieri senza gloria che un giorno hanno deciso di alzare la testa… e morire con onore.» Indicò poi a terra il cadavere di Scar. «E porta lui con te. Mi ha confidato che è partito per la missione infilandosi in una tasca un appunto con il nome del suo clan, seguendo il nostro consiglio. Riportalo a casa e riabilita il suo nome: che ci sia anche lui, nelle leggende che scriveranno sui sette Yautja senza gloria…»

Machiko era impossibilitata a parlare, perché se avesse aperto bocca sarebbe scoppiata a piangere… e l’ultima cosa che voleva era farsi vedere in quello stato da Achab. Il loro ultimo saluto se l’erano già dato, non c’era bisogno di aggiungere altro.

La donna annuì, si inchinò, afferrò il corpo di Scar e cominciò a trascinarlo. Achab si voltò senza aggiungere altro e si diresse verso Wolf.

«Achab», cedette Machiko, riuscendo a controllare il tono della voce. Lui si voltò a guardarla, con occhi tristi. «Ho avuto il privilegio di combattere al fianco di splendidi guerrieri, felicitandomi ogni volta della loro morte onorevole… Tu sei il primo per cui invece provo dolore…» Lui annuì ma lei continuò subito. «Prima, quando ho sparato, in realtà stavo mirando…»

«Non mi importa», la interruppe Achab. «A chiunque stessi mirando… hai fatto la scelta giusta.» Si voltò ma continuò a parlare, senza mostrare il volto. «Un giorno, un guerriero Yautja potrebbe provare amore per una donna umana… Quel giorno… non sarà la prima volta che questo accade.» E scattò in avanti, verso il suo destino.

(continua e finisce la prossima settimana)

– Altre puntate:

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PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 14


Quattordicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

14

City Hunter era in piena frenesia.

Il suo ambiente era sempre stata la città, dopo il suo battesimo del sangue non era più tornato in un territorio boschivo o anche solo di campagna, ma scopriva che il piacere della caccia non ne risentiva.

Forse avrebbe dovuto rivelare ai suoi compagni che la sua attrezzatura gli permetteva l’invisibilità, ma non aveva molta autonomia e c’era il rischio che quella donna gli impartisse ordini di avanscoperta. Perché sprecare quella possibilità nella semplice esplorazione, ora che poteva aggirarsi non visto in mezzo al panico? Sì, il panico dei Bad Blood che si sentivano sotto attacco senza riuscire a capire da dove arrivasse il pericolo, e da chi. La confusione delle prede era il piacere preferito di City Hunter, durante una caccia.

Gli tornarono alla mente i criminali esagitati nelle strade della sua città, quando era lui il re indiscusso e quegli insetti umani giocavano a spararsi l’un l’altro tutto il giorno. Amava avvicinarsi non visto e schiacciarli uno per uno: non erano trofei onorevoli, ma con così tante vittime poteva concedersi il lusso di fare “pulizia”.

Quando girò l’angolo, invisibile, e vide l’astronave dei Bad Blood da cui fuoriuscivano guerrieri armati: troppi di più di quanto avessero immaginato, troppi per affrontarli a viso aperto. Ma perfetti per lui.

City Hunter, in preda ad un’euforia che lo fece tornare giovane, cominciò velocemente a passare in mezzo ai Bad Blood agitati, che gridavano e si agitavano cercando di capire il da farsi. Quell’adrenalina era come tornare ad una dipendenza ormai dimenticata, era come una droga che da anni non si assumeva più. C’erano modi decisamente peggiori di chiudere la propria vita, pensò City Hunter.

~

Machiko non riusciva a scrollarsi dal petto l’oppressione per essersi fatta sorprendere come l’ultima delle reclute, lei che era stata addestrata in uno dei migliori clan Yautja: che davvero l’età fosse diventato un problema insormontabile? Aveva cercato di ovviare studiando un piano cauto e strategico, eppure sembrava andare tutto a rotoli.

Da quando erano arrivati sul pianeta niente era andato come previsto ed ora si ritrovavano in schiacciante inferiorità numerica senza neanche più l’arma della sorpresa: quanti Bad Blood erano riusciti a far fuori attaccando quando e dove meno se l’aspettavano? Davvero pochi, in confronto a quanti ora ne vedeva in lontananza. Stavano uscendo dalla loro nave. Stavano uscendo in tanti. In troppi.

La sorpresa era finita, ora non avevano più armi se non quelle ridicole che stringevano fra le mani: roba che non sarebbe bastata per degli umani, figuriamoci per dei Predator addestrati.

Machiko avanzò stringendo il suo M16, sparando qualche colpo giusto per tenere a distanza i nemici: per uccidere uno Yautja con quell’arma avrebbe avuto bisogno di avvicinarglisi, e quello poteva davvero essere fatale, per lei.

Sentiva echi di grida e di spari, la battaglia doveva essere iniziata molto prima di quanto avesse immaginato: sperava che sarebbero riusciti ad uccidere di nascosto molti più nemici prima di uno scontro aperto. Ma ormai tutto era precipitato.

D’un tratto vide Achab correre all’incontrario, allontanandosi da un gruppo di nemici che stavano sparando tutti insieme: era un miracolo che non l’avessero ancora preso. Machiko si spostò di lato ed aprì il fuoco per coprire la ritirata del compagno. Forse colpì qualche Bad Blood ma nel caso si trattava di ferite superficiali: giusto per fermare la loro avanzata.

Achab la vide e la raggiunse. Entrambi si ripararono dietro la parete di una delle case. Non era assolutamente un riparo sicuro, in pochi secondi sarebbero stati loro addosso… ma forse trovare un altro riparo non aveva più senso.

«Perdonami», disse Machiko con voce affranta. «Non sono riuscita ad ideare un piano migliore: mi sono atteggiata a stratega invece…»

«Piantala!» la interruppe Achab, che si teneva un braccio ferito, probabilmente da uno dei colpi dei Bad Blood. «Se tu non ci fossi stata saremmo morti molto prima. E male. Almeno così siamo arrivati alla battaglia e possiamo morire con onore.»

«Hai visto qualcuno degli altri?»

Achab scosse la testa. «Non so dove siano ma spero che stiano portandosi dietro più guerrieri possibile.»

«Temo che non stia andando così.» Quando vide che Achab la fissava, Machiko continuò con tono grave. «Ho visto Jungle scappare via, ricoperto di sangue e con gli occhi spiritati…»

Achab incassò male il colpo. Non aveva battuto ciglio per la stupida morte di Berserker, malgrado fossero amici da anni, ma la fuga di Jungle… questo faceva maledettamente male.

I rumori dei passi dei nemici erano ormai vicinissimi. Era tempo di cambiare riparo… o lasciarsi andare…

«È stato un onore combattere al tuo fianco», disse Machiko, stringendo il braccio di Achab, che non rispose. Si limitò a girare lo sguardo e a fissare gli occhi sul Bad Blood che si era affacciato: prima che quest’ultimo potesse alzare la sua arma, Achab aveva allungato il braccio e gli aveva sparato a breve distanza in direzione del petto, facendogli esplodere il cuore.

«Mi spiace averti trascinato in questa follia», bisbigliò Achab, «ma morire combattendo è un sogno che non speravo più di poter realizzare.»

Machiko non si alzò, aveva capito che non aveva più senso cercare riparo davanti a quell’ondata di nemici inarrestabili. Sapeva che erano dietro l’angolo, in attesa di stanarli, così si limitò a sporgere il braccio e a sparare alla cieca. «Almeno assicuriamoci di avere buona compagnia, all’inferno.»

Premette il grilletto… ma il rumore non corrispondeva al fuoco dell’M16. D’un tratto l’intera vallata si riempì di un rumore potente… che voleva solamente dire morte…

~

Wolf aveva dato l’ordine di guardarsi le spalle e nessuno prestava più attenzione all’entrata della miniera, visto poi che le esplosioni erano finite. Così nessun Bad Blood si accorse che qualcosa ne era sfrecciata fuori, qualcosa che si era avvicinata alla colonia a grandissima velocità, qualcosa che ora stava raggiungendo alle spalle gli Yautja impegnati a stanare i nemici che li avevano attaccati, proprio alle spalle.

L’unica traccia che qualcosa stesse andando male era uno strano rumore, continuo e rutilante che sembrava provocare altro rumore. E le pareti delle case cominciavano ad eruttare. E il terreno eruttava. E i Bad Blood si guardarono l’un l’altro stupiti… mentre loro stessi eruttavano.

Tutta la colonia stava esplodendo… sotto i colpi della mitragliatrice di Jungle.

Mentre Bishop guidava la jeep con espressione neutra, dietro di lui Jungle in piedi azionava la potente minigun agitandola a destra e a sinistra, vomitando piombo bollente ovunque con un rumore che avrebbe distrutto i timpani del pilota, se quella jeep fosse stata pilotata da un umano. Se lo Yautja avesse avuto ancora un minimo di giudizio avrebbe pensato che così metteva in pericolo i suoi stessi compagni, rischiando di colpirli lui stesso, ma il Jungle di una volta – quello che pensava bene prima di agire – non esisteva più. Si era semplicemente spento. Al suo posto c’era uno Yautja che urlava con ogni goccia di fiato i suoi polmoni riuscissero a distillare.

Se qualcuno avesse ascoltato bene, nel delirio che fuoriusciva dalla sua bocca avrebbe potuto riconoscere la frase «Ha tutto ciò che rende felice zio Jungle…»

~

Quando Scar vide in lontananza la jeep, impiegò poco a capire cosa fosse quel rumore e si gettò a terra. I potenti proiettili sparati dalla mitragliatrice colpivano ovunque ma se non altro in orizzontale, non in verticale. Sembrava che l’intera colonia stesse esplodendo, sotto i colpi di Jungle.

Da sdraiato, Scar si guardò attorno in cerca di un riparo migliore, ma la velocità con cui la jeep procedeva non lasciava speranze che esistesse davvero un riparo a quel fiume di piombo. Se non altro stava già dando i suoi frutti: anche da terra Scar poteva vedere i Bad Blood cadere a raffica sventagliati dai colpi potenti, così potenti che all’apparenza ne bastava uno per uccidere uno Yautja. E ne stavano volando a centinaia.

Scar non sapeva quanti Bad Blood ci fossero in totale in quella colonia, ma di sicuro il loro numero si stava riducendo drasticamente. Quella continua sventagliata di piombo li aveva colti di sorpresa ed essendo un’arma umana non sembravano in grado di capire come ripararsi. O comunque il tempo che impiegavano a capire che tipo di arma fosse non bastava a rimanere in vita.

Strisciando velocemente, Scar si andò a proteggere dietro il muro di una casa, disposta in modo tale che la jeep non sarebbe mai arrivata laggiù. Era un ottimo posto per nascondersi… e infatti era già occupato.

Quando Scar vide dei piedi davanti a sé, non ebbe tempo per far altro che tentare di alzarsi velocemente: una mano possente lo afferrò al collo e lo trascinò lentamente in alto.

Scar fissò terrorizzato gli occhi fiammeggianti dello Yautja che aveva di fronte. Non poteva sapere che era il braccio destro di Wolf. «Chi cazzo siete, voi?» gli domandò con voce minacciosa lo Yautja.

Scar emise solamente un balbettio. «Siamo guerrieri… venuti a fermarvi…»

Lo Yautja d’un tratto scoppiò a ridere. «No, siete solo pidocchi, e come tale verrete schiacciati.» Detto questo sbatté la testa di Scar contro la parete. «In quanti siete? Mi hai sentito, pidocchio? In quanti…»

Solo allora lo Yautja si focalizzò con il dolore che iniziò a provare. Solo allora si rese conto che non riusciva più a tenere in alto la sua vittima. Solo allora spostò lo sguardo e vide che dalla sua ascella destra fuoriusciva il manico di un coltello. Mentre lo sbatteva contro il muro, quel pidocchio l’aveva pugnalato.

Quando lo Yautja gridò non fu di dolore, bensì di rabbia. E voglia di massacrare quell’inutile pidocchio.

~

Machiko non aveva riconosciuto la mitragliatrice di Jungle ma non serviva: aveva capito che c’era qualche distrazione “importante” ed andava sfruttata. Non poteva essere sicura che i Bad Blood che stavano dietro la parete della casa aspettando che lei ed Achab uscissero fossero ora tutti distratti dal nuovo rumore, ma a quel punto bisognava giocare il tutto per tutto.

La donna si slanciò in avanti buttandosi a terra, in modo da uscire dalla parete dove si stava riparando cercando di prendere di sorpresa eventuali Yautja rivolti nella sua direzione: per fortuna non ce n’erano. Rimanendo a terra, usò il suo M16 sparando sventagliate ad ampio spettro. Quel tipo d’arma, a corta distanza, non aveva bisogno di perdite di tempo come mirare: bastava lasciare andare le braccia e le vibrazioni del potente mitragliatore facevano il resto, agitandosi da una parte all’altra e ricoprendo di piombo tutto ciò che aveva davanti.

Dal basso Machiko inondò di proiettili i Bad Blood che stavano per aggredirli, seguita subito da Achab che invece si sporse mettendosi in piedi, e cominciò a sparare con il suo fucile senza stare troppo a mirare. Il tempo di svuotare il suo caricatore e non c’era più alcuno Yautja in piedi.

Machiko si alzò di scatto. «Un altro minuto di vita conquistato», disse sorridendo. Achab non le rispose, né la guardò: il suo sguardo era fisso in lontananza… verso l’amico d’un tempo, che correva verso la morte.

~

«Ferma qui!» gridò Jungle a Bishop. Aveva la gola in fiamme, a forza di gridare e di lasciare andare tutta l’energia che per anni aveva tenuto compressa.

Non sapeva quante munizioni gli rimanessero, ma non era importante: ruotò la mitragliatrice e la puntò verso il punto che aveva raggiunto dalla miniera. La jeep infatti era sfrecciata in direzione dell’astronave di Wolf.

«Siamo alla fine della corsa, Bishop», disse Jungle. «Ma prima assicuriamoci che Wolf non possa andarsene.» Ed aprì il fuoco contro l’astronave.

Il rumore di ferraglia contorta si fece stridente. Jungle non conosceva quel modello di nave e non sapeva bene dove fosse il deposito di carburante, così nel dubbio sparava ad ampio spettro: e la minigun faceva il resto, devastando tutto.

Jungle riprese ad urlare, sfogando il suo furore… finché non si sentì il fiato spezzare in gola. Un’espressione di stupore infastidito gli contrasse il volto: quello dunque significava morire? Resistette e non lasciò la presa dal grilletto… almeno finché Wolf, alle sue spalle, non lo strappò via di peso…

~

Achab vide tutto, e appena notò la luce sfrigolante dietro la jeep cominciò a correre. Aveva già capito che qualche Yautja si era avvicinato invisibile ed ora stava tornando visibile. E visto che gli altri non stavano usando quella tecnica, di sicuro doveva essere Wolf. Lo vide apparire alle spalle di Jungle così come vide apparire la lancia che stringeva fra le mani. Lancia che terminava nella schiena di Jungle.

Urlando di rabbia, la corsa di Achab si fece frenetica, ma dovette interrompersi bruscamente davanti ad uno Yautja che gli era spuntato davanti. Uno Yautja ricoperto di sangue che trascinava Scar per il collo.

Il potente Yautja emise un profondo grugnito e lanciò qualcosa contro Achab, che non riusciva più a pensare lucidamente: dovette impiegare diversi secondi per rendersi conto che ciò che gli era stato tirato addosso era il corpo senza vita di Scar.

Achab si ritrovò il suo giovane compagno fra le mani, mentre lentamente iniziava a scivolare scompostamente sul terreno. Il volto di Scar era una maschera di sangue, ma era ancora visibile la cicatrice con cui Achab l’aveva “battezzato”.

«E ora tocca a te», sentì grugnire lo Yautja. «Mi sembri più in gamba di quel ragazzino, con te sarà un combattimento più interessante. Come ti chiami? Io sono Hornhead.»

Achab perse ogni controllo, e scattò gettandosi contro lo Yautja.

~

Vedere il corpo di Scar afflosciarsi al suolo spezzò il cuore di Machiko, ma non ne rallentò i riflessi. Era orgogliosa che quel giovane Yautja senza speranza, votato all’autodistruzione, avesse coronato il suo desiderio: non era morto ubriaco in qualche angolo di una città straniera, ricoperto di vomito, ma combattendo da guerriero onorevole, affrontando con coraggio un nemico più forte. Questo però non voleva dire che facesse meno male…

Rapidamente afferrò il fucile a lunga gittata che teneva a tracolla, perché anche lei in lontananza aveva visto Wolf. Da quella distanza non sarebbe stato facile colpirlo, ma era un’occasione troppo perfetta per non provarci.

Si mise in ginocchio, roteò il braccio destro fino a stringere saldamente la tracolla dell’arma così da tenerla immobile in posizione. Non poteva perdere troppo tempo e aveva un proiettile solo… Ma appena inquadrato Wolf nel mirino, proprio nella stessa traiettoria vide Achab avventarsi sullo Yautja che aveva ucciso Scar…

D’un tratto non era più così scontato l’obiettivo del suo ultimo colpo…

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 13


Tredicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

13

L’esplosione del primo candelotto di dinamite fu il segnale che tutto era giunto a compimento. Non c’era più tempo per i ripensamenti e i ragionamenti, per i pianti e per i rimpianti. L’attacco finale era appena iniziato e al di là di come sarebbe finito, ciò che importava era proprio questo: che tutto sarebbe finito. Quel suono esplosivo significava che erano tutti tornati Blooded Warrior, guerrieri onorevoli, in quanto stavano per affrontare con coraggio e sprezzo del pericolo un nemico palesemente superiore in ogni aspetto.

Erano belle parole da rigirarsi nella mente, ma non potevano nulla contro il terrore più nero.

Machiko aveva spiegato con calma e pazienza ai coloni che ad un tempo prestabilito avrebbero dovuto accendere quei candelotti di dinamite e iniziare a lanciarli ad intervalli crescenti: prima dieci secondi, poi trenta, poi un minuto e via così. Serviva a destabilizzare il nemico, per non far capire quando sarebbe arrivata la prossima esplosione, creando momenti di panico preziosissimi per poter intervenire di sorpresa.

C’erano pochissimi candelotti, l’attacco finto non sarebbe durato molto, ma era più che sufficiente per sferrare un attacco mortale ai Bad Blood.

Achab guidò la silenziosa camminata per arginare la colonia, così da attaccare dalla parte opposta da dove sarebbero arrivate le esplosioni e prendere i Bad Blood alle spalle. Non se la sentì però di dare ordini: ognuno sapeva già che avrebbe dovuto sgattaiolare il più silenziosamente possibile alle spalle dei nemici distratti per poi ucciderli, possibilmente in modo veloce: se perdevano l’effetto sorpresa o riuscivano solo a ferire il nemico di turno, erano in pratica già morti.

Erano passati dalla jeep per fare il carico di armi. Nessuno credeva che sarebbero vissuti così tanto da tornare indietro a ricaricare, quindi cercarono tutti di dotarsi il più possibile. Solo City Hunter non prese nulla. «Ho già addosso tutto quello che mi serve», disse. «Armi Yautja che mi hanno accompagnato per tutta la vita: non ho bisogno d’altro.»

Machiko si tenne a tracolla il fucile che aveva usato finora, sebbene con rassegnazione avesse notato che non c’erano altre munizioni: le rimaneva un colpo, ma era sempre un colpo in più rispetto allo zero. Si infilò le due piccole pistole Glock dietro la cintura e prese un fucile M16. Un classico, nella caccia al Predator: non era mai servito, ma solo perché chi lo aveva usato non sapeva dove colpire.

«Tu non prendi niente?» chiese la donna rivolta a Scar, che se ne rimaneva immobile a fissare il magro arsenale.

«Non so usare le armi Yautja, figuriamoci quelle umane», bisbigliò Scar, dal volto scuro. «L’unica arma che finora ho saputo usare è questa», e mostrò il suo lungo coltello. «Tante vale continuare ad usarla.»

Finito di armarsi, tutti procedettero in silenzio e rapidamente, non avendo molto tempo prima dell’inizio dell’operazione. Falconer avrebbe voluto assicurarsi che la strada fosse libera ma ormai il suo drone era inservibile: prese un Kalashnikov più per scena che per altro. Il suo cuore si era fermato quando aveva dovuto abbandonare il suo amato e inseparabile drone, del resto ormai gli importava poco. Aveva approfittato dell’occasione di tornare un guerriero onorevole senza molto sforzo e l’aveva presa: l’unico impegno che gli si richiedeva era morire, e per far questo un’arma o un’altra poco importava.

Il gruppo entrò guardingo nella colonia stupendosi che non ci fossero sentinelle. In fondo i Bad Blood non si aspettavano visite ed anzi si stavano preparando a partire, quindi in fondo era logico che l’accesso fosse sguarnito.

Machiko aveva dato l’ordine di separarsi e procedere ognuno in una direzione diversa, così da risultare più difficile dare nell’occhio: dovevano trovare Bad Blood isolati e, appena iniziate le esplosioni, ucciderli. Uno per uno. Detta così sembrava facile…

Si addentrarono nella colonia in silenzio, infilandosi fra la vegetazione e le case, muovendosi lentamente e guardando ovunque. Sembrava una città fantasma ma l’importante era assicurarsi di procedere senza lasciarsi nemici alle spalle. Machiko chiudeva il gruppo, come ai vecchi tempi. Ai tempi in cui andava a caccia con il Maestro Dachande. Ai tempi in cui era una guerriera onorevole. Quella sensazione di adrenalina e sangue gli era maledettamente mancata…

La donna guardava l’orologio che aveva sincronizzato con il colono: mancavano pochi secondi all’inizio della fine. Quando finalmente la sua inutile e umiliante vita umana sarebbe finita… e sarebbe iniziata la sua fama Yautja…

«E tu chi cazzo sei?»

Il sangue le si gelò nelle vene. Nel momento più importante della sua vita… si era distratta…

Non aveva visto nessuno in giro e per quegli ultimi secondi era rimasta allo scoperto, a guardare la colonia e a pensare alla sua fama Yautja. E da un cespuglio alla sua destra era fuoriuscito un Bad Blood: forse era una sentinella distratta o qualcos’altro, poco importava. Importava che mancavano ancora quattro secondi all’inizio del piano e non poteva attirare l’attenzione prima del tempo..

quattro secondi

Machiko lanciò il suo M16 addosso allo Yautja che, sorpreso e confuso, lo afferrò, come a parare un colpo.

Era proprio quello su cui contava la donna, che scattò in avanti.

tre secondi

Si lanciò verso il Bad Blood prima che questi, con le mani ancora occupate dall’arma, potesse reagire. Con mosse rapide si arrampicò sul busto dello Yautja fino a stringergli i fianchi con le cosce, in una tecnica che non proveniva certo dal Maestro Dachande bensì dallo studio delle arti marziali asiatiche terrestri.

due secondi

Il Bad Blood lasciò cadere l’M16 e si preparava a strapparsi di dosso la donna, ma Machiko aveva già estratto le Glock e le aveva posizionate ai due lati del collo del Predator proprio sotto la mandibola. Schiacciò il grilletto di entrambe le pistole.

un secondo

La dura pelle dello Yautja e la sua massa cerebrale fecero da silenziatore alle Glock, mentre i rispettivi proiettili squarciavano il cranio del Bad Blood. Un doppio tonfo sordo fu tutto ciò che si udì, e Machiko sperò che gli altri fossero troppo lontani per averlo notato.

La prima esplosione dalla miniera cancellò ogni altra esitazione.

~

Caso volle che Wolf stesse guardando in direzione della miniera quando avvenne la prima esplosione. Non aveva altro da fare, mentre i suoi uomini preparavano la nave per il ritorno.

Guardo quella deflagrazione, quella fiamma e quel fumo con uno stupore profondo: ogni dubbio finalmente lo abbandonò. Non sapeva se ci fosse Celtic, dietro, ma ora alla fine l’attacco temuto era arrivato aveva finalmente modo di entrare in azione. E Wolf amava l’azione.

Imperversava da molti anni per l’universo, depredando pianetini poveri ma pieni di occasioni per divertirsi. Ne aveva di esperienza, così tanta da sapere che i Colonial Marines non lanciano bombe a caso, quando attaccano: chiunque ci fosse in quella miniera, era talmente più debole di lui da dover fare la “voce grossa” con ridicole esplosioni fuori portata.

«Guardatevi le spalle!» gridò il grosso Yautja ai suoi uomini, sparsi per la colonia.

~

Dopo il fragore dell’esplosione Achab sentì in lontananza una voce potente cominciare ad impartire ordini: sicuramente era Wolf, e una scarica di adrenalina mista a terrore gli irrorò ogni ganglio nervoso.

Si spinse in avanti più velocemente, visto che finora quella parte di colonia sembrava deserta. Girato l’angolo di una casa vide la schiena di un Bad Blood che stava fermo in mezzo alla strada, a fissare in direzione della miniera lontana: il piano di Machiko funziona, pensò Achab.

Si avvicinò lentamente sentendo tremare ogni centimetro del suo corpo, finché reputò che non sarebbe riuscito ad andare oltre senza fare rumore, alzò il corto fucile che aveva scelto, lo puntò alla nuca dello Yautja e sparò. Aveva scelto il fucile a pompa perché le sue munizioni erano racchiuse in cartucciere di cuoio da tenere a tracolla, non certo perché conoscesse la forza dell’arma. Quando vide la testa del nemico aprirsi in due, sventrata dall’esplosione ravvicinata, il terrore sembrò diminuire di molto: se fosse stato sempre così facile, c’era addirittura la possibilità di uscire vivi da quella missione.

~

Jungle non aveva più aperto bocca da quando erano nella miniera: il terrore glielo impediva. Un terrore che l’aveva gettato nello sconforto e nel panico, anche se non voleva darlo a vedere ai suoi compagni. Avrebbe scommesso sarebbero stati altri a cedere prima di lui, vista la sua esperienza maggiore, e invece gli altri andavano avanti mentre lui era finito. Continuava a camminare e si atteneva al piano, ma sapeva benissimo di non avere più il controllo di sé: si muoveva in automatico in attesa della morte.

La vegetazione che aveva davanti gli si sovrapponeva al ricordo della giungla in cui uno stupido umano aveva avuto la meglio su di lui. Ritornò il terrore, ritornò lo sconforto di aver perso, l’umiliazione, la vergogna, la sconcia paura della morte, volgare per definizione. Aveva nascosto tutto dentro, aveva fatto finta di niente per tutti quegli anni ma era tutto lì: ed ora era salito a galla.

Jungle stringeva uno dei fucili rubati ai Bad Blood di Celtic ma neanche se ne rendeva conto, e si aggirava fra le case dei coloni alla ricerca di un unico obiettivo: trovare chi finalmente mettesse fine a quel dolore. Il dolore di aver fallito miseramente la ricerca di gloria e onore, il dolore di aver voglia di scappare e di non farlo unicamente perché non aveva alcun mezzo per sottrarsi al suo destino. Il dolore di vergognarsi così tanto di se stesso.

Quando si ritrovò d’improvviso faccia a faccia uno Yautja, sorpreso, una strana calma avvolse Jungle. Finalmente era finita.

Il Bad Blood era confuso, sentiva delle esplosioni lontane e si aspettava l’arrivo di umani, coloni o militari: invece davanti a lui c’era uno Yautja. Non lo conosceva, ma non poteva essere una nemico. O sì? Attimi preziosi di esitazione che permisero a Jungle di alzare il fucile e sparare.

Non lo fece convinto, in fondo addirittura voleva mancarlo perché così il Bad Blood lo uccidesse e tutta questa orribile vicenda sarebbe finita. Infatti il colpo non fece altro che ferire il braccio del nemico.

Un fiotto di sangue verde acceso fuoriuscì dalla ferita ma il Bad Blood sembrò addirittura non accorgersene. Jungle guardò gli occhi furiosi del nemico mentre questi prendeva lo slancio, e rimase inerme aspettando la morte, che sperò fosse veloce. Almeno un’ultima grazia alla fine di quella ferita vergognosa che era stata la sua vita.

Il Bad Blood era già saltato quando una lama ne bloccò lo slancio: la lama di Scar che si conficcò nel ventre del nemico distratto. Quest’ultimo incespicò ed urlò dal dolore. «Forza, aiutami!» gridò Scar a Jungle.

Quest’ultimo era raggelato a guardare il giovane amico che, inchinato, premeva con forza la sua lama nel ventre del Bad Blood, che cominciava a spillare sangue fosforescente ovunque. Il nemico gridava, non era un’azione pulita ed altri avrebbero sentito tutto: non cera tempo di riflettere. Jungle alzò il fucile e lo puntò alla testa del Bad Blood. Fece fuoco e questa scomparve, lasciando membra sconquassate da convulsioni. E sangue verde dappertutto.

Crollato il corpo a terra, Scar estrasse la lama e la pulì sul cadavere. «Non un bel lavoro ma almeno è uno in meno, no?» disse rialzandosi e sorridendo. Ma ciò che vide fu solo Jungle con gli occhi fissi nel vuoto. «Ehi, che hai? Sei ferito?»

Jungle, con il volto ricoperto di sangue, roteò lentamente gli occhi e li fermò guardando Scar. «Ho… capito…» bisbigliò.

«Come? Cosa hai detto…?»

Ma ormai Jungle non c’era più: aveva iniziato una corsa disperata e scomposta fuori dalla colonia.

~

Falconer sentiva rumori strani e terribili. Rumori di morte.

Avanzava lentamente tenendo puntata davanti a sé la sua arma, senza in realtà sapere molto del suo funzionamento. Procedeva quasi come un sonnambulo finché non vide in lontananza un paio di Bad Blood: prima di avere l’istinto di nascondersi per avvicinarsi di più, non visto, quelli si girarono verso di lui. Era finita. Tanto valeva premere il grilletto.

Partì una rumorosissima raffica di proiettili che cominciò a colpire qualsiasi cosa nelle vicinanze, e dopo qualche secondo Falconer capì che il Kalashnikov non era un’arma di precisione e che gli era impossibile controllarlo.

Il suo corpo tremava ed ondeggiava, mentre la forza dell’arma a ripetizione lo scuoteva con forza, finché d’un tratto tutto si placò. Il suo corpo non fremette più. Né toccava più terra.

Come in un sogno, Falconer vide davanti a sé il mondo sfrigolare mentre sentiva il suo collo stringersi. Avvicinatosi con attiva la propria invisibilità, ora Wolf gli si materializzò davanti agli occhi, mentre lo teneva sollevato da terra. L’imponente Yautja aveva indosso la maschera ma bastava il fiammeggiare dei suoi occhi per incutere terrore.

Wolf afferrò la mano di Falconer che teneva l’arma e la strinse. La strinse lentamente ma inesorabilmente finché non fu completamente maciullata.

Falconer non poteva gridare, aveva il collo saldamente stretto dalle possenti mani di Wolf, quindi poteva limitarsi a mugolare disperatamente.

Wolf si avvicinò al suo volto. «Posso distruggerti ogni osso del corpo o posso darti una morte rapida, tutto dipende se rispondi a questa domanda: quanti guerrieri siete?»

Falconer aveva dato più di quanto fosse in grado di dare, quindi non aveva senso continuare. «Cinque» gorgogliò.

Wolf annuì soddisfatto, e rispose: «No… quattro.» E spezzò il collo a Falconer. In altre occasioni non sarebbe stato così magnanimo, né si sarebbe sentito in dovere di mantenere un patto con una vittima, ma non aveva tempo.

L’ultimo pensiero di Falconer prima di morire fu di soddisfazione per la risposta data. Gli aveva fornito il numero dei guerrieri… non il numero totale.

~

Machiko non riusciva a ritrovare la concentrazione: come aveva potuto distrarsi così? Proprio nel momento più importante della sua…

Un fruscio violento la fece voltare di scatto e stava già per sparare, quando riconobbe all’ultimo secondo Jungle. «Dove cazzo vai?» gli gridò dietro, ma lo Yautja era ormai già lontano: aveva abbandonato la colonia.

Non stava andando come sperato, si disse la donna.

~

«Ho finito, ho lanciato l’ultimo candelotto. Ora non ci resta che pregare

I coloni si stringevano fra di loro mentre lanciavano idee sul da farsi. «Che bisogno c’era di stuzzicare quei mostri? Avete visto, stavano partendo, bastava aspettare

«Proprio così ci siamo messi nei guai: abbiamo aspettato e a momenti facevamo la fine di quegli altri. Non ti bastano tutti i morti che abbiamo avuto?»

«Ora che si fa?»

«Ovvio, aspettiamo che si ammazzino fra di loro poi raggiungiamo la nostra nave e ce la filiamo

«Ma se…» tutti iniziarono a gridare alla visione di uno Yautja che li raggiungeva correndo.

«Calmi, calmi, è uno dei nostri», li tranquillizzò Bishop.

Jungle si avvicinò proprio al sintetico, gli batté una mano sulla spalla e gli gridò: «Tu, vieni con me.»

Lo trascinò fuori dalla miniera e lo portò alla jeep. «Ho visto che guidi bene, sai farlo aumentando la velocità?»

«Aumentandola quanto?»

«Sai cosa vuol dire fottere?»

Il sintetico lo guardò fisso. «In senso letterale o metaforico?»

Jungle gli calò di nuovo la mano sulla spalla. «Devi guidare questo giocattolo in modo fottutamente veloce, come se avessi qualcuno alle spalle che vuole fotterti.»

«Penso di poterlo fare», rispose Bishop senza espressione.

Jungle girò intorno alla jeep e cominciò ad armeggiare con degli attrezzi, velocemente ma in modo preciso, mentre continuava a bofonchiare «Ci ho messo anni… ci ho messo una vita… ma finalmente… ho capito…»

Bishop prese posto alla guida e rimase immobile. Solo quando Jungle finì di armeggiare alle sue spalle l’androide piegò leggermente la testa. «Posso chiedere cos’è che avresti capito, dopo tutto questo tempo?»

Con uno strappo secco Jungle scoprì la mitragliatrice che aveva appena montato su un treppiede nel retro della jeep, e gorgogliò profondamente: «Se può sanguinare… può essere ucciso!»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 12


Dodicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

12

Il Bad Blood gridava, ma non era a causa della ferita alla gamba o perché Achab, Jungle e City Hunter stavano tentando di trascinarlo verso un albero, per legarlo. Stava urlando di frustrazione.

«Battuto da dei buffoni!» digrignava fra i denti, e per sottolineare il concetto tirò a sé il braccio che i tre stavano tirando per trascinarlo via: li fece cadere tutti e tre.

«Stai buono amico, o ti apro un buco anche nell’altra gamba.» Machiko lo teneva sotto mira ma in realtà non costituiva alcuna minaccia per il prigioniero.

«Una donna umana», stava ringhiando lo Yautja. «Colpito da una donna umana con un’arma umana: un’umiliazione maggiore non poteva esistere.» Achab lo afferrò al collo per trascinarlo via di peso, ma il prigioniero lo colpì con un pugno al viso, così potente da farlo cadere a terra di peso.

Machiko era tentata di sparare di nuovo ma non voleva sprecare un proiettile per una situazione di pericolo, soprattutto perché non era sicura che nella jeep ci fossero altre munizioni per quel fucile. Non aveva preventivato di usare così spesso quell’arma e non si era assicurata che ci fossero scorte adeguate di munizioni. Era inutile anche minacciare lo Yautja, visto che era un Bad Blood, un criminale che si era macchiato con così tanto sangue… che nulla di ciò che la donna poteva dirgli l’avrebbe spaventato.

Jungle cedette alla frustrazione, raccolse un grosso ramo dai cespugli e con rapido gesto lo calò sulla testa del prigioniero… che a malapena si accorse del gesto. Mentre lo osservava, imbambolato in piedi davanti a lui, Jungle non si rese conto che il prigioniero gli aveva afferrato la caviglia con la mano: si ritrovò anche lui a terra in un attimo, mentre lo Yautja con un rapido gesto lo immobilizzò afferrandolo al collo.

Machiko si avvicinò ancora di più, poggiando la canna del fucile sulla testa dello Yautja. «Mollalo.» Era inutile aggiungere altro: sarebbero state solo minacce vuote.

Il prigioniero alzò lo sguardo a fissare gli occhi della donna. Lasciò la presa ed anzi alzò le mani, in un gesto sarcastico accompagnato da un sorriso. Aspettò che gli altri si fossero rimessi in piedi prima di parlare a tutti. «Mi dispiace di aver ucciso il vostro amico», disse, aspettando qualche secondo prima di allargare il sorriso e continuare. «Perché regalandogli una morte veloce gli ho evitato la lunga agonia che toccherà a voi.» Rise forte. «Wolf farà scempio dei vostri corpi, e quando sarà stanco vi lascerà vivi, ad agonizzare: carne tremante che chiederà solo di essere uccisa per smettere di soffrire.» Rise, ma stavolta in tono più basso, più sinistro. «Il mio unico rimpianto è di non potermi godere lo spettacolo…» Con la mano destra si afferrò la fronte e con la sinistra la mascella: con uno scatto potente e un rumore secco si spezzò il collo, accasciandosi a terra.

Il silenzio che seguì al rumore del collo rotto fu pesante e mortale. «Ma… perché l’ha fatto?» chiese Scar, visibilmente scioccato. «Aveva paura che lo torturassimo?»

«No», rispose in tono basso Achab. «Si sarebbe fatto grasse risate a vederci provare a torturarlo. No, il problema è Wolf: non accetta feriti, sono solo una perdita di tempo, e con quel buco nella gamba non c’era speranza di tornare un guerriero attivo. Se fosse tornato da Wolf questi l’avrebbe ucciso, magari non in modo così veloce, quindi ha semplicemente anticipato l’inevitabile.»

Nessuno parlò, ma lo svolgimento di quella azione inaspettata aveva reso chiara la situazione: la morte d’un tratto sembrava davvero il minimo che poteva accadere loro.

~

«Sei sicuro?»

Wolf stava in piedi, in mezzo alla strada principale della colonia, e fissava in direzione dell’entrata della miniera.

«Assolutamente», rispose il suo assistente lì vicino. «Solamente due dei quattro colpi di fucile che si sono sentiti erano dei nostri, gli altri due potevano assomigliarci ma sono sicuro provenissero da altre armi.»

Wolf stringeva i pugni per il nervoso. Quel dannato pianetino schifoso gli stava dando più grattacapi del previsto, e mai nella sua attività di criminale aveva avuto così tanti dubbi sulla situazione. «Magari quei coloni si sono davvero andati a nascondere nella miniera e si sono portati dietro delle armi.»

«Sì, può darsi», rispose velocemente l’aiutante. «Però i nostri non stanno tornando, e non posso pensare che degli insetti umani abbiano potuto avere la meglio su quattro Bad Blood di lunga esperienza. Magari questi coloni sono più duri del previsto, ma allora perché non ci hanno affrontato prima? Se hanno armi così potenti, perché finora non le hanno usate?»

Wolf odiava quando le sue certezze venivano sgretolate, ma sapeva che era necessario avere chi gli suggerisse sempre il peggio: era così che dopo tanti anni poteva ancora scorrazzare per l’universo. «Pensi che si tratti dei soldati della Compagnia?»

L’aiutante annuì. «Sicuramente mi sbaglio, ma pensaci. Celtic ancora non si è visto e non lo si può certo definire uno che rispetta sempre gli accordi. E se avesse fatto un accordo con la Weyland-Yutani? Se ci avesse mandato su questo pianetino su consiglio loro? Hai visto quella struttura in cui gli umani si sono chiusi dentro? Non è roba da minatori: questo pianeta è controllato strettamente dalla Compagnia e Celtic ci ha mandati in una trappola.»

Wolf non poteva crederci. Sapeva benissimo che Celtic era un serpente velenoso ma il loro sodalizio era troppo solido e di lunga data… come poteva prendere in considerazione quell’ipotesi? «Va bene», disse dopo lunghi attimi pensosi. «Nel dubbio, filiamocela. Avremo tempo di indagare e, nel caso, vendicarci di quell’infame di Celtic.»

«Do l’ordine di smontare tutto e di prepararsi a partire», disse l’aiutante, accennando un inchino del capo e andandosene, lasciando Wolf solo.

Il possente Yautja fissava sempre più nervoso l’entrata della miniera. Pensò che si stava facendo vecchio, perché altrimenti avrebbe dovuto prevedere dal primo giorno che se si fosse preparato un attacco contro di lui… è dall’ingresso della miniera che sarebbe arrivato.

~

«Si stanno preparando a partire», disse Machiko senza togliere gli occhi dal suo cannocchiale. Era sdraiata da parecchio sul limitare dell’entrata della miniera, e sperava di riuscire a farsi un’idea di quanti Bad Blood ci fossero, senza purtroppo riuscirci.

Gli altri erano tutti stretti in prossimità dell’entrata, ma cercavano di appiattirsi contro qualche parete, per non far vedere ombre o movimenti da fuori. Erano distanti dalla colonia e avevano il sole alle spalle, quindi teoricamente erano invisibili, ma quando Wolf si mise a fissare nella loro direzione non poterono reprimere un brivido.

Malgrado la lontananza, la visione del potente Bad Blood li aveva terrorizzati, anche perché il morale di tutti era talmente a terra da essere particolarmente sensibile.

«Pensi che si sentano minacciati?» chiese Achab.

«Forse hanno sentito i miei spari e hanno capito che non provenivano da una loro arma», disse Machiko. Non era stata una mossa saggia, sparare, ma non si rimproverava: vista la manifesta incapacità degli altri era l’unica scelta possibile.

Da quando erano entrati nella miniera tutti pensavano solamente a come sferrare l’attacco finale. Tutto, pur di non pensare a Berserker.

Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo ad alta voce, ma era stato un bene che il loro amico avesse fatto l’idiota, sfidando il Bad Blood a combattere: così facendo aveva reso meno spaventosa la sua morte. Bastava non sfidare nessuno, e quel tipo di morte si poteva evitare. Era un pensiero irrazionale, ma attraversava le menti di tutti.

In un’altra occasione Achab si sarebbe straziato il cuore a vedere il proprio amico maciullato a sassate, ma ora c’era un pericolo talmente grande che cancellava tutto il resto. E forse era un bene: non avrebbe avuto tempo di soffrire per la fine di Berserker.

Le minacce del prigioniero poi avevano gelato il sangue a tutti, ed era meglio non pensare all’eventualità di finire vivi nelle mani di Wolf. Sapevano tutti chi era quel criminale e di cosa era capace, ma fino al giorno prima la missione aveva i contorni del sogno: ora invece era maledettamente reale e metteva maledettamente paura.

«Dobbiamo agire in fretta, altrimenti sarà stato tutto inutile», spezzò il silenzio City Hunter.

«Agire come?» scattò rabbioso Jungle. «In tre non siamo riusciti a tenere fermo uno solo di loro, che cazzo di speranze abbiamo?» Tutti si voltarono a fissarlo stupiti: non era il solito tono di voce brontolone di Jungle. Era il tono della disperazione, come se non ce la facesse più a contenere la pressione di quell’esperienza più traumatica del previsto. «È finita, ci siamo divertiti a fingerci guerrieri ma ora il gioco è arrivato alla conclusione. Siamo un manipolo di inetti che un tempo si credevano Blooded Warrior: esiste un solo piano d’azione, per noi…»

Dopo un silenzio pesante di qualche secondo, Achab prese la parola. «Si può sapere di che stai parlando, amico?»

Jungle guardò tutti con occhi durissimi. «Non è più tempo di bei discorsi, ora è il tempo della verità. Siamo venuti qui per morire da guerrieri… quindi è arrivato il momento di farlo.» Dopo un secondo di gelido silenzio continuò. «Ci buttiamo addosso a tutto ciò che si muove e ne portiamo via con noi il più possibile…»

Mentre Scar e Falconer rimanevano in disparte, sperando che il buio della miniera che li avvolgeva li nascondesse anche agli altri compagni, City Hunter rispose seccato. «C’è sempre tempo per morire, non sarebbe meglio provare prima a far fuori qualche Bad Blood in sicurezza?»

«E come?» quasi urlò Jungle. «Siamo spompati, fiacchi, non abbiamo più un briciolo di forza. Non siamo riusciti a tenerne fermo uno ferito, come pensi di avere la meglio su quelli laggiù?»

«Con l’inganno», rispose d’un tratto Machiko, che abbandonò il posto d’osservazione per rimettersi in piedi, riparata dal buio. «Wolf ha guardato da questa parte a lungo e sicuramente ha dato l’ordine di partire: si aspetta un attacco dalla miniera, e noi faremo come i nazisti.»

«Come cosa?»

Machiko non rispose ma chiamò uno dei coloni, che si avvicinò titubante. «So che lavorare in miniera significa anche usare la dinamite: ne avete una scorta, qui?»

L’uomo annuì. «Non proprio una scorta, dovevamo rifornirci quando sono arrivati i mostri. Se non ricordo male è rimasto giusto qualche candelotto.»

«Perfetto» esultò la donna, tornando dai compagni. Prima che gli ponessero altre domande iniziò subito a parlare. «I nazisti erano dei gran cattivoni che, nel passato del mio pianeta, tentarono di invadere un territorio molto grande. I loro nemici sapevano benissimo cosa stavano per fare e si prepararono ad affrontarli nel punto dove era più ovvio che attaccassero. I nazisti infatti attaccarono da lì, ma fu solo un trucco: solo una minima parte delle loro forze fu impegnata nel punto “ovvio”, il resto se ne andò da un’altra parte e penetrò in profondità nel territorio nemico. In pratica i nazisti conquistarono un enorme territorio con relativamente poco sforzo. Così dobbiamo fare noi: Wolf si aspetta un attacco dalla miniera e noi glielo daremo, ma in realtà saranno i coloni a farlo: noi faremo il giro ed attaccheremo dall’altra parte della colonia. Beccheremo Wolf e i suoi alle spalle, mentre sparano ad una miniera vuota.»

Tutti si guardarono, finché Achab prese la parola. «Quanto sono riusciti a mantenere la loro vittoria, quei nazisti?»

Machiko non se l’aspettava, come domanda. «L’ho detto all’inizio, erano cattivoni quindi alla fine hanno perso, ma a noi non interessa: quella vittoria è stata la più grandiosa e inaspettata del periodo, e noi dobbiamo seguirne la tecnica. Fai credere all’avversario di aver capito cosa farai, così che non si metta a guardare da un’altra parte: così che cioè non si accorga che in realtà stai facendo tutt’altro.»

«Pensi che gli umani ci aiuteranno?» chiese Falconer.

Machiko si voltò a guardarli, mentre rimanevano in fondo alla miniera, sorrise loro e poi tornò a guardare i suoi compagni. «Dovranno per forza, altrimenti legheremo la dinamite ai loro corpi e li manderemo fuori dalla miniera.»

Mentre gli altri la fissavano, Machiko si inchinò verso Jungle, che rimaneva seduto a fissarla con occhi spiritati. «Uno dei libri sacri degli umani dice: c’è un tempo per vivere e un tempo per morire», sussurrò la donna afferrando tra le mani la testa di Jungle. «Non è ancora tempo di morire, amico mio: è tempo di uccidere.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 11


Undicesima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

11

«Scusate se vi abbiamo sparato contro: non immaginavamo che…»

L’umano parlava vistosamente imbarazzato, balbettando, ed Achab capiva a malapena quello che stava dicendo. Aveva sempre ridotto al minimo i suoi contatti con gli umani quindi la sua conoscenza della lingua era zoppicante. Così una volta ancora dovette sospendere la sua “autorità” e fare segno a Machiko: ci parlasse lei con quel suo simile che non sembrava riuscire ad esprimersi senza balbettare.

«Dice che non volevano spararci addosso», disse la donna ad Achab. I due si voltarono a guardare Falconer che, seduto ed imbronciato, si stava lasciando curare da Jungle il braccio ferito. «Che faccio?» continuò Machiko abbassando la voce. «Glielo dico che non deve preoccuparsi, che in fondo ha solo ferito Falconer?»

I due scoppiarono a ridere. «Sei perfida», sussurrò Achab. «Hai preso il peggio da entrambe le razze.»

Sghignazzando la donna si rivolse al colono che li guardava senza capire. «Non vi preoccupate», gli disse, «avremmo dovuto avvertirvi ma potete immaginare che non ci aspettavamo di trovarvi qui

L’uomo apparve molto sollevato dal sentire la donna parlare la sua lingua, ed era palesemente stupito di vederla vestita come un Predator. Non si azzardò però a fare domande sull’abbigliamento che rischiavano di essere imbarazzanti. «All’arrivo di quei mostri eravamo in miniera a lavorare. Abbiamo capito subito che era inutile cercare di metterci in salvo fuori e siamo rimasti qui.» Gli occhi si fecero tristi. «So che non sembra molto “eroico”, che avremmo dovuto cercare di aiutare gli altri, ma contro…» indicò Achab e gli altri, «… contro “quelli” noi che potevamo fare? Così abbiamo mandato il nostro sintetico verso una delle navicelle d’emergenza, sempre pronte a partire, perché cercasse aiuto

«Ed eccoci qua», concluse Machiko allargando le mani, ad indicare se stessa e gli altri del suo gruppo.

L’uomo tentennò e ci fu qualche secondo di silenzio imbarazzato. «Non… non traduci per loro?»

Machiko sorrise. «Sì, appena mi dirai qualcosa che valga la pena tradurre.» L’uomo accusò il colpo. «Per esempio quanti coloni sono rimasti, se lo sapete, quanti Bad Blood ci sono in totale, dove sono accampati, se ci sono armi nella colonia e dove sono…» Cominciò ad agitare una mano in aria. «Insomma, più informazioni ci darete più sarà facile liberare al zona senza troppi morti

«“Troppi”?» chiese l’altro, deglutendo.

Machiko annuì. «Immagino che vi rendiate conto della gravità della situazione: non sarà facile far fuori quei “mostri” senza che reagiscano con violenza. E se hanno umani a disposizione…» Lasciò che l’altro immaginasse la fine del discorso.

Intanto dal buio dell’entrata della miniera si vedevano facce umane affacciarsi timorose, e volti interdetti sbucavano anche dai cespugli nelle vicinanze. Nessuno sembrava fidarsi poi troppo di questi mostri venuti in aiuto, sebbene l’idea di ingaggiarli fosse stata loro: vederli lì, in carne, ossa e muscoli, così imponenti e così troppo più grandi del più grande degli uomini… alla fin fine non faceva stare tranquilli come sperato.

Dal canto loro neanche gli Yautja fecero un solo passo avanti verso gli umani. Avevano passato molti anni a subire le angherie di quella razza, l’umiliazione di dover eseguire ordini lanciati da quegli insetti fastidiosi, il ritrovarsi schiavi degli stessi esseri a cui prima davano la caccia. Non erano lì per loro, erano lì per recuperare l’onore perduto: qualsiasi gesto d’amicizia o anche solo di non belligeranza nei confronti degli umani era fuori discussione.

«Allora, tu o i tuoi amici siete in grado di rispondere a qualcuna delle domande che ti ho appena fatto?» pressò Machiko. Non era tempo per la diplomazia, e l’essere tornata a vestire i panni da Predator le stava facendo velocemente defluire ogni tolleranza nei confronti del genere umano.

Il colono si passò una mano sulla fronte. «Allora, vuoi sapere quanti sono quei mostri, no?»

La donna sbuffò. «Insieme a tante altre cose, sì. Qualsiasi informazione riusciate a darci sarà un grande aiuto

L’uomo si voltò verso i suoi compagni che se ne rimanevano nascosti. «Qualcuno di voi ha idea di quanti siano quei mostri?»

Achab si avvicinò a Machiko, che nel frattempo si era presa il volto fra le mani. «Che succede? Perché il tizio sta urlando?»

La donna rispose con tono disperato. «Da questi idioti non avremo alcuna informazione. Potrei dire che sono impauriti ma temo che siano semplicemente…» scosse le spalle, «umani», disse con disprezzo.

Achab sghignazzò. «Noto con piacere che diventi sempre più Yautja ogni giorno che passa.»

«Sono sempre stata una Yautja, anche quando trattavo con questi insetti umani.»

Mentre i coloni si rimbalzavano numeri su numeri – dimostrando quindi di non avere idea di quanti Bad Blood li avessero aggrediti – City Hunter si avvicinò ad Achab e Machiko. «Fate sapere qualcosa anche a noi? Perché continuiamo a stare su questa scomoda salita? Non dovevamo riposare nella miniera?»

Berserker apparve all’improvviso. «Perché perdiamo tempo con questi umani? Ormai sono in salvo, dovremmo cominciare a studiare come arrivare a Wolf.»

Achab non era del tutto sicuro che queste domande le stessero ponendo a lui: si trovava vicino a Machiko e probabilmente erano tutte rivolte a lei. «Sì, è inutile rimanere qui, all’aperto», prese d’un tratto l’iniziativa. «Entriamo nella miniera così Falconer può cominciare a spiare con il suo drone cosa ci sia dall’altra parte.»

Era un rischio dare quest’ordine, Achab se ne rendeva conto. Perché se Machiko l’avesse contraddetto sarebbe stata la fine totale di ogni sua leadership, ma per fortuna la donna annuì e cominciò a dirigersi verso l’entrata della miniera, senza più neanche guardare il colono con cui stava parlando. Nulla di utile sarebbe arrivato da lui e non valeva la pena perdere altro tempo in riti umani di cortesia.

«Forza, saliamo», disse Jungle aiutando Falconer a rialzarsi. In realtà quest’ultimo stava benissimo, ma gli piaceva fare un po’ la vittima: in fondo era stato il primo del gruppo ad essere colpito in azione, quindi un po’ sentiva il diritto di zoppicare. Anche se era stato ferito al braccio.

Scar fece di tutto per rimanere invisibile, perché l’avvicinarsi dell’azione vera stava acuendo ogni suo dubbio: trovarsi obiettivo di fuoco nemico – o supposto tale – aveva fiaccato parecchio le sue gambe e tutto il coraggio che fingeva di avere iniziava seriamente a traballare.

Distratto da questi pensieri, non si rese neanche conto del primo strillo umano.

~

Anni prima avevano scoperto che la rete era l’unico modo per catturare vivi gli umani. Era una razza particolarmente agitata e battagliera, quindi qualsiasi altro sistema avrebbe finito per ucciderli o ferirli così seriamente che poi non andavano più bene per i giochi di Wolf, quindi i suoi Bad Blood andavano sempre a caccia con abbondante dose di lancia-reti.

Erano entrati lentamente nella miniera, in modo tanto furtivo che le due sole sentinelle di guardia non avevano potuto fare altro che morire senza accorgersene. L’ordine era di prendere vivi gli umani, se ce n’erano, ma era troppo alto il pericolo che quelle due sentinelle avvertissero gli altri.

Percorsa la miniera in cauta esplorazione, il gruppo di Bad Blood si ritrovò ad osservare gli umani che erano tutti affacciati fuori: non era chiaro il motivo, ma non importava, visto che era un’occasione perfetta per catturarne tanti insieme. I guerrieri si appostarono silenziosamente e lanciarono tutti insieme le loro reti, catturando in un colpo solo quasi tutti gli umani che sporgevano dall’entrata della miniera. Le urla furono immediate e potenti, ed era musica per i Bad Blood, che con il tempo avevano imparato che quando un umano urlava voleva dire che non aveva possibilità di fare altro.

Non rimaneva che catturare i restanti umani, che erano usciti dalla miniera e cercavano di nascondersi fra i cespugli. Fu subito chiaro che acchiapparli uno per uno sarebbe stata una faticata che rischiava di non dare alcun frutto, così uno dei Bad Blood si affacciò dalla miniera e cominciò a sparare agli umani. Non c’era bisogno di prendere troppo la mira, il fucile era così potente che a quella distanza otteneva il suo effetto in ogni caso.

Dopo il secondo colpo il Bad Blood si girò ed alzò il braccio a chiamare i compagni: che si dessero da fare pure loro. Ancora agitava il suo braccio, dopo che un fascio luminoso gliel’aveva portato via.

~

City Hunter era l’unico che avesse con sé armi di alto livello, e non aveva esitato ad usare il suo cannoncino da spalla appena aveva visto il Bad Blood sparare sugli umani. Poco gli importava del destino dei coloni, ma uccidere un Bad Blood così vigliacco da sparare su umani disarmati era qualcosa a cui non poteva resistere. Prima gli moncò un braccio, per sfregio, e poi con un secondo colpo del suo cannoncino gli perforò il petto: il corpo senza vita dello Yautja volò via, verso l’interno della caverna. «E il primo è andato», gracchiò City Hunter, pienamente soddisfatto.

«Bravo!» lo sferzò acida Machiko raggiungendolo velocemente. «Ora i suoi compagni rimarranno rintanati nella caverna e magari andranno ad avvertire Wolf: hai appena infranto l’effetto sorpresa, idiota, cioè la nostra unica arma.»

City Hunter sentì il volto andargli a fuoco: come osava quella piccola umana permettersi di parlargli così? Giocare a fare la Yautja non le consentiva tale confidenza: era seriamente tentato di spazzar via quell’insetto una volta per tutte…

«Via da qui», stava intanto sussurrando Jungle agli altri. «Tutti nei cespugli!»

Machiko e City Hunter si stavano fissando in modo teso, ed era uno spettacolo incredibile: la donna arrivava alla vita del Predator, superandola di poco, quindi l’espressione infuriata non sembrava avere molta ragion d’essere. Stava per dire qualcosa ancora, quando sentirono una voce familiare dire qualcosa che apparentemente non aveva senso.

«Amici, perdonate il mio stupido compagno. Si è fatto prendere dal panico ed ha aperto il fuoco: sarà punito come merita. Siamo i Bad Blood di Celtic: siamo vostri amici.»

Tutti si voltarono a fissare Achab, che con le mani in alto si era avvicinato all’entrata della miniera. Continuava a gridare verso l’interno. «C’è stato un terribile errore, e Celtic saprà ricompensare Wolf del guerriero perso.»

«Ma che diavolo sta dicendo?» chiese City Hunter.

Machiko lo zittì. «Sta rimediando alla stronzata che hai fatto tu.»

Achab afferrò un umano che si ritrovò fra i piedi e lo sollevò alla volta della miniera. «Per farci perdonare vi aiutiamo a raccogliere questi insetti.»

Machiko sentì gli uomini gridare che erano caduti in trappola, che erano stati stupidi a credere quei mostri i loro salvatori. Non era certo quello il momento per spiegare loro la situazione.

Un Bad Blood uscì dalla caverna titubante, con un fucile puntato alla testa di Achab. «Se davvero conosci Celtic», gracchiò, «cosa porta sempre alla cintura?»

Achab ghignò. «Una zampa di coniglio. Ma lui preferirebbe un braccio umano.»

Il Bad Blood abbassò l’arma. «Cazzo, amico, siete troppo nervosi, voi altri. Prima aprite il fuoco e poi salutate?» E fece segno ai suoi compagni di uscire. «A forza di avere a che fare con gli umani in effetti ci siamo disabituati ad affrontare nemici seri.»

Achab rise in modo esagerato, girando la testa e guardando nel punto dove sapeva essere Machiko: vide la donna annidata fra i cespugli, con il suo fucile in mano, pronta al fuoco. «Inoltre», disse alla volta dei guerrieri che lentamente uscivano dal buio, «a forza di bazzicare pianeti fetenti come questo vi state perdendo le nuove armi che sono state inventate.»

Tre Bad Blood ora erano in piedi davanti all’entrata della caverna, a fissare Achab. «Davvero? E che armi sono?»

Achab alzò lentamente la mano, piegò le dita e mise pollice ed indice a forma di pistola, puntandola alla testa di uno di loro. «Armi tipo questa.» E mosse il pollice come a premere un immaginario grilletto.

La testa di uno dei Bad Blood esplose.

Malgrado fosse tutto improvvisato, Machiko aveva capito cosa stava facendo Achab – in fondo era stata lei anni prima a far vedere all’amico un vecchio film umano dove mostravano quel trucco – e subito era stata al gioco.

Prima che gli altri due Bad Blood potessero capire cosa stesse succedendo, Achab ne afferrò uno per il collo lo strinse forte a sé: ne voleva uno vivo, per interrogarlo ed ottenere informazioni All’altro pensò Berserker, che sbucò velocemente dai cespugli. Era sguisciato fin lì approfittando della confusione che stavano facendo gli umani, così che nessuno badasse a lui, ed ora cominciava a riempire di pugni allo stomaco il guerriero nemico, prima di gettarlo in terra.

Gli altri uscirono dai loro rifugi e si avvicinarono lentamente.

«Ascoltate», gridò Berserker. «Ho il diritto di sfidare a duello mortale questo Bad Blood: se vincerà, avrà salva la vita.»

«Che cazzo stai dicendo?» gracchiò Achab. «Non siamo mica nel nostro locale, questo non è un campionato di lotta clandestina.»

Berserker non volle ascoltare ragione e fece segno al Bad Blood di alzarsi. «Uno contro uno, amico: se mi batti, sei libero di andare.»

«Non essere ridicolo, figliolo», gracchiò Jungle, ma il guerriero a terra iniziò lentamente – e minacciosamente – ad alzarsi, senza dire una parola: un leggero cenno della testa fu il segnale che accettava il ridicolo patto di Berserker.

«Non abbiamo tempo per questo», gridò City Hunter.

Berserker agitò una mano in aria. «Ne abbiamo uno vivo per interrogarlo, se questo lo ammazzo di botte non è un problema.»

Tutti si guardarono, colpiti dall’assurdità della richiesta, ma non ci fu tempo per altre discussioni: il Bad Blood scattò e colpì Berserker al ventre. Questi incassò con un sorriso e poi alzò le mani in una guardia umana: la sua tecnica preferita, perché adorava vedere lo stupore negli occhi dei suoi avversari Yautja. Il Bad Blood era tutto tranne che stupito.

Sferrò un pugno laterale che Berserker a malapena riuscì a parare, e mentre si chiedeva come potesse la sua guardia risultare così poco efficace già un altro pugno al petto gli stava togliendo ogni briciolo di respiro.

Intanto Achab si era distratto a guardare il combattimento e il Bad Blood che teneva per il collo lo agguantò per una caviglia, lo sollevò in aria e lo fece crollare pesantemente a terra. Jungle e City Hunter furono subito addosso allo Yautja e cercarono in qualche modo di immobilizzarlo. Non era così facile, vista la sua forza… e la loro debolezza.

Intanto Berserker provò una delle sue celebri tecniche di pugno che tanti incontri gli avevano fatto vincere, ma appena dato il primo colpo l’altro rispose limitandosi a proteggersi con il braccio: così facendo lasciò che il pugno avversario si infrangesse contro il gomito. Quando Berserker ritirò il braccio sentiva qualcosa di strano, e un colpo d’occhio gli mandò un’immagine che non riuscì a capire: perché le sue dita avevano ora quell’aspetto strano? Ci mise eterni secondi a capire che si era appena rotto la mano contro il possente gomito dell’avversario. Non era giusto: aveva partecipato a centinaia di combattimenti, e aveva sempre vinto…

La consapevolezza che combattere contro ubriaconi falliti nelle cantine dei bar di Anderson City non faceva di lui un campione non arrivò mai, perché nel frattempo il Bad Blood lo aveva afferrato per la vita e per il collo: sollevato agevolmente in aria, lo aveva lanciato contro un albero lì vicino. La testa di Berserker sbatté così forte che la corteccia si sgretolò. Mentre ancora il suo corpo era in aria, l’avversario si era avvicinato, raccogliendo qualcosa da terra. Solamente il suono raccapricciante che risuonò nell’aria fece capire che con una grossa pietra il guerriero aveva appena spiaccicato la testa di Berserker.

I suoi compagni erano troppo impegnati a tenere a bada l’altro Bad Blood per poter sentire alcun rumore, ed ogni sforzo era vano. Jungle era troppo spompato e City Hunter aveva una mano in meno, mentre Achab stava ancora cercando di tornare a respirare. In tre non riuscivano a tenere fermo un solo Bad Blood.

Scar e Falconer stavano fissando allibiti lo spettacolo del loro compagno massacrato. Berserker non era loro amico, non ricordavano neanche se avesse mai rivolto loro la parola: averlo perso non era un problema. A terrorizzarli era stato la velocità e la spietatezza con cui tutto si era svolto: la pratica era decisamente più orribile della teoria. E loro erano guerrieri solo in teoria.

Quando il Bad Blood si voltò verso di loro rimasero paralizzati. I tre si guardarono per lunghi secondi. Lo Yautja nemico guardò il braccio ferito di Falconer e spostò lo sguardo verso Scar: alzò un braccio e lo indicò. Il prossimo era lui.

Scar non mosse un muscolo, immobile nel suo terrore, ma si limitò a sollevare il braccio… lentamente… e a mettere la mano a forma di pistola, puntata alla tempia dell’avversario. «Bum», disse con un filo di voce, muovendo il pollice come aveva fatto Achab.

Il Bad Blood lo fissò, stupefatto. «Tu sei il genio del gruppo, vero?» chiese.

«Mi sa che è scarica», disse Scar con un filo di voce.

Il guerriero nemico iniziò ad avvicinarsi a lui, e fu allora che qualcosa lo colpì. Pesantemente.

Falconer aveva fatto salire in volo il suo drone per controllare che non ci fossero altri Bad Blood nelle vicinanze, ed ora l’aveva mandato in picchiata contro lo Yautja che avevano di fronte. Non poteva certo ferirlo seriamente, ma l’apparecchio lo colpì a massima velocità scendendo da almeno dieci metri di altezza. L’impatto fu potente e il guerriero cadde pesantemente.

Mentre il Bad Blood rantolava a terra, tenendosi la testa fra le mani, Scar estrasse il suo coltello, si chinò su di lui e lentamente, quasi se fosse un altro a guidare la sua mano, lo infilò nella sua gola. Non era una morte misericordiosa, né onorevole, ma era l’unica che Scar poteva dare a quell’assassino. Aspettò che il Bad Blood morisse asfissiato, accucciato sopra di lui mentre premeva la lama nella sua gola, agitandola lentamente per lacerare la carne. Il tutto in estremo silenzio. Solo quando il nemico si rilasciò e smise di tremare Scar si rimise in piedi, tenendo in mano il coltello grondante di sangue.

«Questo invece è sempre carico.»

Scar fece scattare la testa alla volta di Machiko, che aveva parlato. «Cosa?»

La donna, che gli si era avvicinata lentamente, gli sorrise in modo triste. «Avevi appena detto che il tuo dito-pistola era scarico, quindi ora mentre gli piantavi una lama in gola dovevi dirgli che il coltello invece era sempre carico. Devi imparare a dire frasi ad effetto, se vuoi essere un vero guerriero.»

Scar non trovò divertente la cosa. «Perché non gli hai sparato prima che uccidesse Berserker?», disse come se fosse un rimprovero. Era in realtà un cruccio.

«Perché era suo diritto morire da coglione: l’ha voluto e l’ha ottenuto. Non era mio compito spiegargli la stupidità di ciò che riteneva giusto.»

«E perché non hai sparato quando ho fatto il dito-pistola come Achab?»

«Perché ho cercato di darti la possibilità di dimostrare quanto vali. Anzi», indicò Falconer. «Quanto valete. Insieme magari riuscite a fare un buon guerriero.» Sorrise, amaramente.

Falconer si avventò sul suo drone, pesantemente ammaccato. «Se sparavi, però, era meglio: guarda come ho dovuto ridurre il mio apparecchio.»

Machiko scosse la testa. «Sparo solo quando ormai non c’è altra soluzione.»

Detto questo, si voltò, imbracciò velocemente il suo fucile e sparò nel mucchio di membra Yautja che si stava rotolando all’entrata della miniera. Nessuno dei suoi tre compagni riusciva ad avere la meglio sul Bad Blood, che stava ormai per liberarsi. Si era appena alzato, quando il colpo di Machiko gli trapassò la coscia, facendolo cadere pesantemente in terra. Gli anni che aveva passato ad accompagnare i ricconi umani a caccia, quando era stata cacciata dal clan la prima volta, finalmente le tornavano utili.

«Ehi!» gridò City Hunter cercando di rialzarsi con dignità. «Potevi colpire noi!»

«Non c’era pericolo», gridò la donna. «Già ci state pensando da soli ad ammazzarvi.»

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 10


Decima puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

10

Wolf masticava con un’espressione visibilmente schifata. Era un guerriero, sempre in missione nelle colonie umane più povere della galassia, ma raramente aveva trovato del cibo peggiore, dovuto probabilmente all’estrema povertà ed abbandono della colonia. «Non vedo l’ora di andarmene da questa fogna», continuava a ripetere, «così da fare un pasto decente.»

Lui e un altro Yautja avevano preso possesso della prima casa umana che avevano trovato, non essendo particolarmente interessati né all’accoglienza né alla spaziosità: un qualsiasi riparo andava bene. Il suo aiutante mangiava senza lamentarsi ma era chiaro che neanche lui apprezzava il cibo. «E se mandassimo qualcuno a caccia? Nei boschi sicuramente c’è qualche animale migliore di… qualunque cosa sia stata in vita questa carne.»

Wolf scosse la testa. «Non voglio distrazioni per i miei uomini, che poi si divertono ad andare a caccia e chissà quando tornano. Invece appena arriva Celtic molliamo questo buco. A proposito, hai avuto messaggi da lui?»

«Nella sua ultima comunicazione ha detto che stava per atterrare, ed in effetti avrebbe già dovuto essere qua.»

Wolf scoppiò in una grassa risata. «Quell’idiota non fa che sbagliare a leggere le mie coordinate: niente di più facile che sia atterrato a qualche chilometro da qui. Fa niente, aspetteremo un po’ di più.»

In quel momento entrò un altro Yautja, che rimase sulla porta in attesa che Wolf gli facesse segno che poteva parlare. Quando lo ricevette, disse con tono neutro: «Dopo varie prove, finalmente abbiamo trovato il modo di torturare gli umani senza che ci morissero tra le mani. Però sembra che davvero non sappiano il codice per accedere al palazzo centrale. Cosa devo fare?»

Wolf masticò a lungo, poi si rivolse al suo aiutante. «Puzza anche a te?»

L’altro annuì. «Nelle colonie che Celtic ci segnala troviamo sempre catapecchie e gente che si difende con bastoni di legno, qui invece c’è addirittura un palazzo impenetrabile e ogni casa ha un’armeria.» E con la mano indicò una parete accanto a lui. «Un’armeria vuota. Il che significa che ci sono umani armati in giro che stanno aspettando di agire. Molti saranno incapaci e molti li abbiamo già fatti fuori, ma non è una delle solite situazioni tranquille. E poi…»

Wolf deglutì a fatica. «E poi?»

L’aiutante lo fissò. «So che lo conosci da sempre e ti fidi di lui… ma Celtic non si è ancora visto. Probabilmente ha sbagliato ad atterrare… ma se invece ci avesse fregati? Sono giorni che gli umani sono chiusi in quel palazzo, dove sicuramente ci sarà una radio: a quest’ora magari il cielo è pieno di navi militari.»

Wolf sbuffò. «Assurdo, Celtic non lo farebbe mai.»

«Cosa, non farebbe mai? Tradire un amico?»

Wolf lo fissò. Non amava che gli si parlasse in modo così diretto, ma dall’aiutante lo accettava, perché così facendo lo spronava a pensare. Rimase immobile poi si accorse che l’altro Yautja era ancora sulla porta. «Sei ancora qui, tu?»

L’altro chinò la testa in segno di scusa. «Vorrei sapere se devo continuare a torturare gli umani.»

Wolf agitò una mano. «A che serve, ormai? Magari in quel dannato palazzo hanno armi potenti pronte a tenerci a bada. No, basta così. Appena arriva Celtic ce ne andiamo…» Deglutì rumorosamente. «Intanto mi divertirò con gli ultimi umani rimasti: portameli.»

«Ah, dimenticavo», prese la parola il nuovo arrivato. «Prima di morire uno di loro ha detto che ci sono altri umani nascosti nella miniera. Nessuno degli altri ne ha fatto menzione, forse quell’umano ha mentito per farci cadere in qualche trappola…»

«Se fosse una trappola l’avrebbero già usata al nostro arrivo», rispose Wolf. «Manda qualcuno a controllare e digli di stare attento. Se trova altri umani li voglio vivi: visto che dobbiamo andarcene senza alcun bottino, voglio almeno divertirmi il più possibile.»

~

Percorrere la trentina di chilometri che li separava dalla colonia fu più penoso di quanto avessero immaginato, anche se alla fine impiegarono meno tempo del previsto.

Non era passato neanche un giorno ma sembrava già lontano il ricordo del cinghiale arrosto mangiato all’accampamento di Celtic, sfruttando il fuoco già acceso e l’avere già disponibile un cinghiale appena ucciso. Jungle fece il meglio che poté ma fu lo stesso una cena amara: nessuno parlò di quanto era successo fra Achab e il suo vecchio amico, e anzi si cercò di rimanere in silenzio.

Quando iniziarono la camminata, dopo qualche ora di sonno, la situazione inizialmente non sembrò migliorare. Su consiglio di Machiko non camminarono uno appresso all’altro ma si allargarono il più possibile, così che se uno di loro fosse caduto in qualche trappola gli altri ne sarebbero rimasti fuori. Achab non disse nulla e lasciò che la donna desse consigli e indicazioni: quel silenzio fu interpretato da tutti come la rinuncia a guidare il gruppo.

Ognuno rimuginava sulla propria prestazione, durante quella prima missione su LV-617. Jungle ancora si stupiva di avere i riflessi pronti, City Hunter si compiaceva della capacità di uccidere che aveva conservato e lo stesso faceva Berserker, che sapeva di essere in forma ma non era sicuro che, all’atto pratico, avrebbe avuto la forza di uccidere un proprio simile. Falconer era occupato a guidare il suo drone qualche metro avanti a loro, per controllare che la strada fosse sgombra: non era facile camminare e guardare il suo schermo, quindi non aveva tempo di pensare a quanto era successo. Scar era semplicemente contento di essere ancora vivo e di non aver fatto troppi casini.

Tutti in fondo erano sollevati dalla propria riuscita sul campo, tranne ovviamente Achab. L’aver vendicato i propri compagni massacrati e l’aver scoperto di non aver avuto alcuna colpa nella loro morte era una sensazione liberatoria, ma fortemente annacquata dall’amara constatazione di essere finito, come guerriero. Era un Predator da taverna, era un guerriero da bar. Niente di più.

«Tu non ci crederai, ma quanto è successo è stato un bene.»

Achab si voltò di scatto a fissare Machiko. «Da dove sbuchi, tu? Non stavi camminando là dietro?»

La donna sorrise. «Lo prendo come un complimento: vuol dire che so ancora muovermi silenziosamente.»

Achab non sorrise. «So che è stato un bene», disse tornando a guardare avanti e a cercare di calibrare il respiro per non far vedere che aveva il fiatone. «L’ho detto anche a Celtic: mi ha fatto capire le mie forze prima che fosse troppo tardi. Con Wolf non avrei avuto scampo…»

«Non solo per quello», disse Machiko. «Ti immagini cosa voglia dire essere una donna umana in un gruppo di enormi Yautja muscolosi? Se tu in questo momento ti senti debole, figurati come mi sono sentita io, anni fa, quando ho dovuto affrontare i combattimenti con i miei compagni di clan.»

«Sento che sta per arrivare la morale…»

La donna lo ignorò e continuò a parlare. «Dissi al maestro Duchande che era impossibile per me affrontare avversari così troppo più forti di me, tanto più che in breve tempo tutti nel clan mi odiavano e facevano di tutto per mandarmi via. E sai lui cosa mi rispose?»

Achab sentiva aumentare il fiatone, mentre si faceva strada fra i cespugli stando attento a dove metteva i piedi. «Non ne ho idea», disse in modo secco.

«Mi disse che sentirsi deboli è la più grande forza di un guerriero, perché lo spinge a non fermarsi mai, a studiare se steso e gli avversari: lo porta a migliorare sempre, e questo lo rende un guerriero onorevole. Non è la forza a farlo, bensì la debolezza…»

«Sono contento che mi snoccioli i buoni precetti del maestro», rispose Achab seccato, «ma proprio non mi aiutano.»

«Così io accettai le sfide dei miei compagni di clan», continuò imperterrita Machiko. «E non fu facile evitare pugni che mi avrebbero spaccato la testa. Seguii il consiglio di Duchande e studiai sia me che gli avversari, scoprendo i loro punti deboli: uno dei quali era essere convinti di potermi abbattere con una tecnica potente. A forza di tirarmi pugni micidiali, che andavano a vuoto, si sfiancavano velocemente mentre io rimanevo fresca, così che mi bastavano poche leve per sbatterli a terra.»

«Apprezzo il gesto, Machiko, davvero, ma non mi stai aiutando. Non conosco leve né ho il tempo di impararle. Non conosco altro che la tecnica che ho imparato da ragazzo, e ho appena scoperto che non serve a niente.» Achab si fermò e fissò con occhi di fuoco la donna. «Celtic l’ho fregato con quel coltello, ma dubito che possa succedere con Wolf. Ti rendi conto che sono appena diventato il membro più inutile della squadra? Io… che avrei dovuto guidarla

Ripreso a camminare, a testa bassa, Machiko continuò a seguirlo e a parlare. «Non esistono mica solo strategie di combattimento corpo a corpo, esiste anche la strategia in generale. Adesso sai che affrontare di petto Wolf non è una buona idea, quindi dobbiamo studiare un modo per colpirlo a distanza.»

«Sei brava con quel fucile», disse Achab. «Dimentichiamoci l’onore e arriviamo abbastanza vicini da piantargli una pallottola nella testa. I suoi uomini dopo non saranno più un problema.»

«Vedi? Già è un buon piano. Non un piano definitivo ma un buon inizio. Ti ricordo infatti che io non sono un cecchino, e la mia mira funziona solo ad una certa distanza: se mi avvicino così tanto da poterlo colpire… allora sono troppo vicina a Wolf.»

~

«Maledizione, io cedo: ehi, Bishop, ti vengo a fare compagnia.»

Jungle aveva resistito per molte ore perché non voleva essere il primo a salire sulla jeep per riposarsi, dimostrando così di avere meno resistenza degli altri. Sebbene si fossero portati dietro quel piccolo automezzo rumoroso anche per concedere riposo a turno durante il cammino, avevano lasciato che fosse guidato dall’androide perché nessuno voleva mostrarsi “bisognoso di riposo”. Jungle aveva sopportato il dolore alle gambe e ai piedi finché aveva potuto, ma ora temeva che il sopraggiungere di vesciche e piaghe l’avrebbe reso inservibile: meglio mandar giù l’orgoglio e riposare i suoi poveri stanchi piedi.

Zoppicando si avvicinò alla jeep, che Bishop III aveva fermato vicino a lui. «Siete tutti in forma migliore di quanto immaginavate», disse il sintetico con voce neutra.

Jungle sedette pesantemente al suo fianco, sbuffando. «Credevo che gli androidi non mentissero mai.»

«Sono programmato per essere positivo e proattivo.»

Jungle calò una mano sulla spalla del sintetico, che miracolosamente non andò in mille pezzi. «Parti, “proattivo”, invece di dire stronzate.»

«Aspettate!» Bishop si voltò di scatto e fermò l’automezzo. Scar salì al volo nel portabagagli della jeep. «Non mi va che Jungle faccia la figura dell’unico che si è stancato, così gli faccio compagnia.»

«Ecco un altro “onesto”», ringhiò Jungle. «Ragazzo, come fai ad essere stanco? Io alla tua età… bah, mi sa che neanche l’ho mai avuta la tua età.»

Il sintetico mise in moto e la jeep procedette lentamente, sia perché appesantita dall’eccesivo carico sia per non superare gli altri che camminavano.

«Visto?» disse Machiko alla volta di Achab, indicando l’automezzo. «Scar si è reso conto che non ce la faceva ad affrontare un impegno che sembrava fattibile, ed ha cambiato strategia.»

Achab era sfiancato. «Machiko, non è che ora devi farmi mille esempi: ho capito quello che mi stai dicendo, il problema è che mi sento di merda lo stesso. E guardare quella jeep non mi aiuta.»

«E perché?»

«Perché mi ricorda che tutto questo è un tuo piano, che sei un capo migliore di me e sai organizzare una missione come io non avrai neanche immaginato. Non mi sarei mai portato appresso una stupida macchina umana, invece è dannatamente comoda, altrimenti ora non avremmo speranza di riposo e dovremmo portarci a spalla chili di armi. Capisci? Tutto questo mi ricorda quanto io non valga niente né come guerriero né come stratega.»

Machiko sbuffò. «È solo questione d’esperienza. Tu hai fatto solo una missione, quand’eri giovane, io invece ho passato anni in un clan Yautja in veste di Blooded Warrior. Pensi che io sia nata così? Ho imparato, guardando i migliori e facendo i miei sbagli. Così come tu stai imparando guardando chi ti è migliore… cioè guardando me

La donna esplose in una sonora risata.

~

City Hunter sbuffò al sentire Machiko ridere. «Un tempo mi piaceva imitare il riso delle donne, per attirare uomini in trappola.»

Berserker si avvicinò a lui. «A proposito, complimenti per come hai fatto fuori quel Bad Blood. Per me era il primo, che uccidevo, ma qualcosa mi dice che ne hai fatte, tu, di stagioni di caccia.»

Lo Yautja agitò una mano in aria. «Bei tempi andati. È stato divertente passare le notti in quei magazzini di Anderson City, girando vestito come un guerriero: mi faceva sentire potente, ma la verità è che mi mancano dannatamente i tempi in cui andavo a caccia per la città. Tempi in cui bazzicavo i bassifondi in cerca di teppisti da sventrare.» Ghignò.

«Be’, qui è parecchio diverso da una città, eppure te la sei cavata bene. Mi sa che toccherà a noi il grosso del lavoro, eh?»

«In che senso?» chiese City Hunter senza voltarsi.

«Be’», disse Berserker camminando agilmente fra i cespugli, «siamo quelli più in forma del gruppo e probabilmente dovremo affrontare noi il grosso dei Bad Blood.»

City Hunter si voltò a fulminarlo con gli occhi. «Ragazzo, io ho sempre combattuto da solo, senza chiedere l’aiuto di nessuno… ed ho ottenuto questo», e mostrò il suo braccio monco. «Se avessi avuto qualcuno a coprirmi le spalle sarei ancora un guerriero onorevole. Per cui ti ricordo lo spirito di questa missione: si va tutti insieme, si combatte tutti insieme, e nel caso… si muore tutti insieme. Chiaro?»

Berserker alzò le braccia. «Chiaro, chiaro, non ti scaldare. Era solo per chiacchierare.» E aumentò il passo andando più avanti.

«I giovani d’oggi…» borbottò City Hunter.

~

«Ecco, quella è l’entrata della miniera», disse Falconer mostrando il monitor ad Achab. Quest’ultimo gradì molto il gesto, come se il suo compagno gli avesse testimoniato che lo considerava ancora un capo, ma non poté fare altro che chiamare Machiko.

«Perfetto», disse la donna fissando il monitor legato al braccio di Falconer. «Non ci sono sentinelle né strutture che chiudano l’entrata. In fondo è un pianeta disabitato quindi i coloni non avevano motivo di usare porte con serrature.» Machiko si voltò verso Achab. «Io dico di entrarci subito e lì riposare qualche ora, per riprendere un po’ di energie. Abbiamo ancora un po’ d’acqua e cibo, appresso: non conviene sprecare energie a cacciare, ora.»

Achab annuì, con la grave consapevolezza di star semplicemente salvando la faccia: il suo assenso non aveva importanza, visto che la sua amica era perfettamente in grado di guidare il gruppo da sola. «Forza ragazzi, un ultimo sforzo poi potremo riposare», disse Achab a gran voce, guardando Machiko: i suoi occhi la ringraziarono per averlo spalleggiato.

Arrampicarsi sulla collina per raggiungere l’entrata della miniera fu più dura del previsto: era un pendenza leggerissima ma la stanchezza ormai fiaccava il corpo di tutti. Anche se più riposati, fu dura anche per Jungle e Scar. Per il momento la jeep doveva fermarsi, sia perché la tendenza non permetteva di utilizzarla sia perché faceva un rumore tale che si rischiava di essere sentiti dalla colonia, dall’altra parte della collina. A Bishop fu dato l’ordine di trasportare le pesanti armi fino alla miniera: visto che avevano un androide, era il caso di sfruttarlo a pieno.

Alla fine il primo ad arrivare fu Falconer, che risultò più in forma degli altri. Si guardò in giro poi si voltò verso gli altri, che dal basso stavano salendo. «Via libera!» gridò… prima che stramazzasse al suolo.

«Che cazzo…!» gridò Berserker, che era ormai quasi in cima, poi capì che il rumore che aveva sentito era uno sparo e si gettò a terra, mentre proiettili cominciarono a sibilare sopra di lui. «Ci sparano addosso!» gridò Berserker.

Tutti d’istinto si chinarono e cercarono di non perdere l’equilibrio ruzzolando giù. «Disperdetevi!» gridò Achab, mentre Machiko afferrò in fretta il fucile che aveva a tracolla e, sdraiata a terra, iniziò a mirare in cerca di obiettivi.

Gli spari sembravano provenire dagli alberi intorno all’entrata della miniera ma non si vedeva nessuno, così Machiko iniziò a sparare alla cieca da dove le sembrava provenissero i lampi.

«Io scendo a prendere le armi», gridò Jungle, cercando di scivolare giù senza scorticarsi la pelle.

Nella confusione generale una voce si alzò potente. «Cessate il fuoco!» Era Bishop III che, atteso il silenzio che seguì, continuò. «Sono Bishop e questi sono i valorosi guerrieri che hanno accettato di salvarvi.» Poi si rivolse ad Achab e agli altri. «Permettetemi di presentarvi i miei padroni.»

In quel momento dagli alberi iniziarono a spuntare i volti di alcuni coloni.

(continua)

– Altre puntate:

PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 9


Nona puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

9

LV-617

Di nuovo, la lancia colpì l’acqua senza alcun risultato.

Jungle si stava deprimendo sempre di più, eppure l’atterraggio su LV-617 era stato abbastanza tranquillo, con giusto qualche ruzzolamento in cabina dovuto al fatto che nessuno aveva pensato ad infilarsi le cinture di sicurezza. Secondo i piani erano atterrati nei pressi di un’oasi in cui avevano potuto fare il pieno d’acqua, ma il problema del cibo aveva spinto Jungle ad un insano proposito: pescare come faceva un tempo, cioè infilzando i pesci con un bastone di legno.

«Sicuro che sia possibile farlo?» chiedeva sarcastico City Hunter, che beveva di gusto davanti al compagno per il semplice gusto della polemica. Non aveva più sete, ma visto che l’altro lo aveva rimproverato di sprecare acqua, ora, che di acqua ce n’era a bizzeffe, gli piaceva ostentare un inutile spreco.

«Lo facevo sempre, durante le mie stagioni di caccia su altri pianeti», borbottava Jungle, sapendo che non avrebbe dovuto cedere alla provocazione ma era troppo forte la voglia, anzi l’esigenza di mettere in chiaro che era stato un grande cacciatore. «Solo che sono passati anni e forse ho perso un po’ di pratica.»

Non esisteva alcun “forse”: più Jungle mancava clamorosamente i pesci nel ruscello, più era evidente che nemmeno assomigliava al guerriero che era stato un tempo. Né i suoi riflessi né la sua vista lo aiutavano, ed era una consapevolezza amara da acquisire, soprattutto all’inizio della missione più pericolosa della sua vita. Una missione che avrebbe esitato ad accettare già quando era in piena forma. Va bene dare la caccia agli insetti umani, che fanno tanto rumore e poco altro, ma aggredire un proprio simile, per di più un noto criminale spietato e in piena forma… No, non doveva pensarci: ormai non si poteva tornare indietro e quindi riflettere troppo era inutile.

Nel successivo colpo Jungle mise tutta la forza che aveva, schizzando acqua ovunque. Senza ovviamente alcun successo.

«Però!» disse divertito City Hunter. «Questa sì che è una tecnica nuova: prendere pesci facendoli morire di paura.»

~

«Ecco il fumo: vai qui.»

Achab si stava infervorando e premeva il dito sullo schermo del computer come se questo potesse servire a qualcosa. E pensare che solo qualche minuto prima aveva cercato un luogo appartato per riposarsi dallo stress del viaggio. Ufficialmente avevano concordato qualche ora di riposo all’oasi per fare rifornimento di acqua e cibo prima di partire per la missione, ma in realtà sognava di chiudere gli occhi qualche minuto per scaricare la tensione. Quando Machiko l’aveva trovato e svegliato discretamente – facendo apposta rumore nelle vicinanze così da non doverlo svegliarlo di persona – dicendogli che c’erano novità che doveva vedere, tutto lo stress e la tensione erano tornati. Più forti di prima.

Falconer manovrava con maestria il suo joystick mentre il suo drone volava fra gli alberi alti di LV-617. Era stata Machiko a consigliargli di rimanere vicino ai rami, anche se c’era il concreto pericolo che il drone rimanesse incastrato: era peggiore il pericolo che, volando da solo nel cielo, qualche sentinella o radar Yautja potesse individuarlo. Si era rivelato un timore più che fondato.

Mentre il drone si avvicinava al punto indicato da Achab, la situazione si faceva sempre più chiara. Il fumo che Falconer aveva scorto in lontananza si era rivelato essere proprio quello che era più scontato che fosse: il fuoco di un bivacco.

«Magari sono coloni in campeggio che non hanno saputo dell’aggressione di Wolf.»

Falconer snocciolava ipotesi a raffica per spiegare quel bivacco, mentre Achab e Machiko rimanevano in silenzio: era inutile arrovellarsi prima di saperne di più.

«Magari sono…»

«Magari potremmo aspettare che il tuo giocattolo si avvicini di più, che ne dici?» lo interruppe seccato Achab.

Falconer mandò giù il boccone amaro e continuò a manovrare il suo drone con un broncio stampato sul viso. La telecamera si avvicinava lentamente per non dare nell’occhio, ma era ormai chiaro costa stesse riprendendo: la snella astronave che giaceva dietro il bivacco non lasciava dubbi sulla razza dei “campeggiatori”. Erano Yautja.

«Magari sono sentinelle di Wolf», bofonchiò Achab, che non si rese conto dell’occhiataccia che ricevette da Falconer: quindi ora si possono fare ipotesi?, sembravano chiedere i suoi occhi.

«A trenta chilometri dalla colonia? Ne dubito», rispose Machiko.

«Magari è una pattuglia in ricognizione che batte le vicinanze per scoprire se ci sono altre colonie umane.»

Le immagini, sempre più ravvicinate e dettagliate, mostravano uno Yautja davanti al fuoco, plausibilmente a cucinare della selvaggina, e altri due che discorrevano animatamente. Era una scena molto familiare a tutti: quando si cacciava in gruppo, c’era sempre il momento in cui si raccontava come si era acciuffata una preda, e di solito era anche il momento in cui si abbelliva parecchio la propria impresa.

«Non sembrano dei criminali spaziali», azzardò Falconer, per il solo gusto di riprendere il fiume delle sue ipotesi.

«E se fossero altri “noi”?» chiese d’un tratto Machiko. «Cioè altri guerrieri che vogliono ricoprirsi di gloria affrontando Wolf?»

Quella era decisamente l’ipotesi peggiore: arrivare così vicino alla redenzione e alla gloria… per lasciarsela sfuggire sotto il naso… Bisognava fare qualcosa, e anche in fretta.

«Non mi importa chi sono», disse Achab d’un tratto serio, alzandosi in piedi e fissando il monitor con sguardo minaccioso. «In ogni caso dovremo farli fuori.»

~

«Non sembri più l’oste di Anderson City, esperto di vini e risse da bar.»

Jungle stava stuzzicando l’amico Achab semplicemente per non dover ammettere di sentire montare la paura dentro di sé: ammazzare altri Yautja era un passo decisamente grande, e rendeva maledettamente reale la missione. Quella missione che finora stava vivendo quasi come un sogno.

«Grazie al drone ne abbiamo visti tre», stava dicendo Achab con voce tonante alla volta dei compagni raccolti intorno all’entrata dell’astronave. «Ma non escludo che ce ne possano essere altri dentro l’astronave. Stanno per mangiare e in circa mezz’ora di cammino, al massimo un’ora, dovremmo raggiungerli: è una coincidenza troppo perfetta per non approfittarne.» Guardò gli altri negli occhi. «So che avreste voluto riposarvi di più e che non abbiamo trovato molte scorte di cibo», al che Jungle abbassò lo sguardo, sentendosi in colpa per non aver pescato neanche un pesce, «ma dobbiamo metterci in marcia subito così da piombare su di loro mentre stanno mangiando o meglio ancora mentre stanno digerendo.» Poi si rivolse a City Hunter. «Come stiamo con i bagagli?»

Lo Yautja annuì. «Tutti caricati su quella… com’è che si chiama?» chiese rivolto a Machiko.

«Jeep», rispose la donna.

«Tutti caricati sulla jeep», riprese City Hunter alla volta di Achab. «Non è che abbiamo poi molto da portarci appresso.»

«Bene, perché avvicinarci con la jeep è troppo rischioso: quell’affare fa un rumore d’inferno, la useremo solo fino a metà strada poi dovremo portare le armi in spalla. Non abbiamo a che fare con una banda criminale che si sente al sicuro ed è distratta: questi sono plausibilmente Yautja in missione, quindi ben attenti a ciò che li circonda. Solo avvicinandoci in assoluto silenzio potremo prenderli di sorpresa e…» Achab si prese una pausa e guardò in faccia tutti i compagni. «E faremo una prova prima dello scontro con Wolf. Da anni nessuno di noi combatte sul serio, sul campo, quindi uccidere questi Yautja sarà un test per capire se siamo ancora in grado di assomigliare a dei guerrieri.»

«E se non lo siamo?» si ritrovò a chiedere Scar.

Tutti si voltarono a fulminarlo con gli occhi. Achab, dopo qualche attimo d’esitazione, rispose con tono grave. «Allora siamo già morti.»

~

Avvicinarsi in silenzio al bivacco Yautja fu decisamente più impegnativo di quanto ognuno pensasse. Muoversi in silenzio nella foresta era in pratica impossibile: sembrava che già l’atto stesso di respirare facesse muovere foglie e cespugli facendo rumori che qualsiasi cacciatore avrebbe notato.

Per fortuna al loro arrivo gli Yautja stavano ancora mangiando intorno al fuoco, quindi potevano contare su un minimo di distrazione. Erano rimasti in tre, notò Achab, quindi probabilmente la fortuna del guerriero gli era favorevole.

Giunti nelle vicinanze, secondo il piano che Machiko aveva illustrato loro, i sette si separarono in gruppi per poter accerchiare l’accampamento. Era una mossa rischiosa, perché era più alta la possibilità di fare rumore e attirare l’attenzione dei nemici, ma era necessario per poter sferrare attacchi da più punti.

Scar si rese conto che sebbene nella propria testa si sentisse pronto, nella realtà non lo era affatto. Era più facile che mettesse il piede nel punto sbagliato, dove cioè facesse più rumore possibile. Per questo fu affiancato a Jungle, che almeno non aveva perso la capacità di muoversi silenziosamente nella foresta. Lui cercava di guidare il giovane indicando in silenzio i punti giusti dove posare i piedi, ma Scar aveva una esasperante mancanza di capacità mobile: sembra naturalmente portato per i movimenti più sbagliati.

I due girarono intorno alla radura dove gli Yautja si erano accampati e Jungle non si nascondeva il fatto che portarsi dietro quel produttore naturale di rumori molesti significava di sicuro attirare l’attenzione dei cacciatori, ma in fondo era questo il compito di loro due: fare rumore per nascondere i propri compagni pronti all’attacco.

Ad un certo punto, mentre entrambi fissavano tesi i tre Yautja che mangiavano e chiacchieravano, da un cespuglio esplose fuori un cinghiale. In realtà solo dopo Jungle si rese conto che era un cinghiale, perché in quelle frazioni di secondo che seguirono il violento ed assordante rugliare dell’animale si vide solo un’ombra che si muoveva veloce come un fulmine. Ma anche l’istinto di Jungle era veloce, malgrado il suo corpo fosse fuori forma: prima ancora di capire cosa stesse succedendo, ogni muscolo del suo corpo si contrasse, ogni nervo e ogni tendine ricordò il passato glorioso e le sue potenti braccia scattarono: afferrò il cinghiale per il collo e glielo spezzò con un solo gesto delle mani. I suoi muscoli dovettero attingere ad ogni briciolo di forza rimasto in corpo, ma quando Jungle capì cosa aveva fatto d’istinto, rimase piacevolmente colpito: forse non era poi messo così male come pensava…

L’urlo del cinghiale fece quello che avrebbero dovuto fare Jungle e Scar: attirare l’attenzione dei tre Yautja. Questi infatti si erano immobilizzati ed ora guardavano nella loro direzione. Dopo qualche attimo uno prese il fucile che aveva posato di fianco, si alzò e lentamente fece per avvicinarsi alla postazione dove rimanevano nascosti Jungle e Scar, che iniziarono a pregare che il piano di Machiko funzionasse. Quando lo Yautja si fermò e iniziò a mirare con il proprio fucile verso la loro direzione, i dubbi sulla funzionalità del piano si fecero pressanti.

Jungle stava per ordinare a Scar la fuga quando un colpo secco, indistinguibile dai tanti rami spezzati dai piedi del giovane Predator, mise fine al pericolo: la testa dello Yautja con il fucile esplose, lasciando solo la mascella a penzolare, mentre il corpo ci mise qualche istante a iniziare la rovinosa caduta. Uno dei fucili che avevano scelto nel magazzino di Anderson City era un’arma da cecchini, che Machiko sapeva usare molto bene: a quella distanza ravvicinata un qualsiasi fucile sarebbe andato bene, ma così era anche meglio perché la donna poteva tenersi più riparata per sparare.

Gli altri due Yautja scattarono in piedi e cercarono di raggiungere l’astronave, probabilmente per afferrare le proprie armi pesanti, ma City Hunter e Berserker piombarono su di loro ad impedirglielo. I due erano scattati fuori dai cespugli nel momento esatto dello sparo, così ero potuti piombare sui due Yautja mentre ancora questi erano distratti. La mano monca di City Hunter non era assolutamente un impedimento, quando con quella buona imbracciava un lungo coltello dalla lama a doppia punta, utile quando era necessario non fare troppo rumore: sgusciò alle spalle della sua vittima e fece scattare la sua lama a tagliarne la gola, e per impedire un qualche ultimo gesto di aggressione afferrò il collo con il braccio monco mentre con l’altra mano continuò a pugnalare lo Yautja ai reni, per spezzare ogni possibilità di reazione in attesa della morte.

La gola fu il bersaglio anche di Berserker, ma l’ardimento del giovane lo portò a colpire la vittima con un pugno potentissimo, che impedì all’avversario di urlare o anche solo di respirare. Dopo altre due tecniche al volto, per creare confusione e spiazzamento, Berserker si portò alle spalle della vittima, che non riusciva più a respirare, si avvinghiò al suo collo e premette finché non lo sentì cedere con un crack secco.

Secondo quanto si erano ripromessi, nessun rumore molesto si alzò dal campo. Se ci fossero stati altri Yautja in giro, molto probabilmente non si sarebbero resi conto di nulla.

Intanto Achab e Falconer si erano avvicinati velocemente all’entrata dell’astronave. Secondo il piano, il tracker fece entrare il suo drone così da scoprire quanti altri Yautja ci fossero dentro, sperando non fossero troppi. Achab stringeva un fucile umano di cui non era proprio sicuro conoscesse il funzionamento: nel caso avrebbe preferito affrontare a mani nude uno o due Yautja, contando sull’aiuto degli altri compagni. Nei primi secondi concitati il drone non mostrò nulla, facendo sperare nella fortuna del guerriero: l’astronave sembrava vuota. D’un tratto però il segnale si interruppe.

«Cazzo!» sibilò Falconer.

«Che succede?» sussurrò Achab.

«Forse ha sbattuto su qualche paratia…» Falconer scosse la testa, «ma molto più probabilmente il drone è stato intercettato da qualcuno.»

I due si guardarono con apprensione… quando una voce gelò loro il sangue.

«E tu che cazzo ci fai qui, Achab?»

E dal buio dell’astronave fuoriuscì Celtic.

~

Achab fissava allibito l’amico. «Celtic?» Non riuscì a trovare altro da dire.

Il grande Yautja si guardò in giro e vide subito i cadaveri dei tre suoi uomini. «Sei stato tu?» chiese all’amico. Achab rimase in silenzio, così Celtic continuò. «Hai ucciso tre Bad Blood addestrati senza provocare il minimo rumore…» Il suo viso si contorse in un largo sorriso. «Cazzo, questo è l’Achab che conosco!»

D’improvviso abbracciò l’amico, mentre quest’ultimo rimaneva immobile nel suo stupore. Intanto gli altri cominciarono ad avvicinarsi titubanti, cercando di capire perché quel pericoloso Yautja stesse abbracciando Achab invece di cercare di ucciderlo.

«Ce ne hai messo per tornare in campo», continuava a dire sorridendo Celtic. «E questi sono i tuoi uomini?» Si voltò a guardare gli altri che si stavano avvicinando. E il sorriso si smorzò. «Questi sono i tuoi uomini?» Il cambio di tono non lasciava dubbi sul calo della stima. Quando vide Machiko il sorriso ormai era scomparso. «Ma quella… è una donna umana? Achab, fattelo dire: il tuo gusto è peggiorato.»

Achab cominciò ad agitare le mani ma non riusciva a trovare niente da dire.

«Non fa niente», continuò Celtic dandogli pacche sulle spalle. «L’importante è che ci sia tu. Ho bisogno di uomini in gamba come te e in effetti, ora che ci penso, aver organizzato un’azione di questo tipo con… be’, con guerrieri di questo tipo, è segno che sei un grande condottiero.»

«Veramente il piano è mio», disse Machiko, imbracciando in modo spavaldo il fucile da cecchino.

«Ah, la donna umana parla pure la nostra lingua. Splendido…», disse con disgusto Celtic, guardando sprezzante la donna. La ignorò e tornò a rivolgersi ad Achab. «Forza, andiamo, che Wolf ci aspetta: vedrai, ti adorerà. È sempre alla ricerca di validi guerrieri come te.»

Il gelo attraversò le schiene di tutti, e finalmente Achab – fattosi subito scuro in volto – riuscì a parlare all’amico. «Che vuoi dire che Wolf aspetta? Tu… tu conosci Wolf?»

Celtic cadde dalle nuvole. «Perché sei così stupito? Quanti anni sono che ci conosciamo? Gestisco Bad Blood da anni: secondo te posso non conoscere il più famoso di loro?»

«Quindi non sei qui per… per ucciderlo.»

Celtic era sempre più confuso. «Perché mai dovrei ucciderlo?»

Achab già sapeva che quanto stava per dire era oltremodo stupido, in quella situazione, ma lo disse ugualmente. «Per l’onore…»

Celtic scoppiò in una sonora risata, ed abbracciò l’amico. «Non so che strani discorsi ti sei fatto nella mente, Achab, ma non ricordo più cosa sia l’onore, da tanto tempo. Wolf ed io siamo amici da sempre, da…» agitò le mani come a cercar di ricordare, «da quella volta, come si chiamava quel pianeta…? Dài, ti ricordi quella missione…?»

Achab non mosse un muscolo. Avrebbe dovuto saperlo da sempre, o per lo meno avrebbe dovuto sospettarlo, e forse era questo che d’un tratto gli spezzò il cuore: l’essere stato così stupito da non averlo capito prima. Parlò quindi con voce tagliente. «Da quella volta che ci vendesti tutti per fare un favore a Wolf.»

Il silenzio crollò pesante fra i due. Ogni volta che Achab pensava a quando aveva perso l’onore, in quella missione in cui aveva guidato i propri uomini al massacro, si focalizzava solo sui propri errori… non aveva mai, neanche per un attimo, pensato che la missione era stata sabotata da Celtic. Dal suo amico fraterno. Da un Blooded Warrior come lui.

«La missione non aveva speranza, Achab» disse Celtic sulla difensiva. «Che senso aveva morire inutilmente? Lo ammetto, avvertii Wolf così da avere salva la vita… io e te.»

«Lo fai sembrare come un gesto d’amicizia», disse gelido Achab.

«Lo era. Ti ho sempre considerato mio amico, e così ti presenterò a Wolf: come un amico.»

«E se invece io volessi ucciderlo, Wolf?»

Celtic guardò per qualche istante l’amico, come a cercar di capire se stesse parlando seriamente. «Tu insieme a chi altri? Magari a questi quattro catorci? Sii serio, amico mio.»

«Non sono tuo amico.» Nella voce di Achab stava montando la furia di tutti i compagni uccisi, torturati, massacrati perché Celtic aveva sabotato la missione. E c’era anche tutto il tempo in cui Achab si era sentito una nullità per il senso di colpa. «Come immagino non fossero tuoi amici quei tre guerrieri che abbiamo ucciso.»

«Che c’entrano loro? Ovvio che non fossero miei amici, semplicemente lavoravano per me.»

«Eppure non sembri seccato per la loro morte: questo la dice lunga su quanto tu stimi la vita altrui.»

Celtic agitò la mano in aria. «Da quando sei diventato così mollaccione? Cosa dovrei fare, piangere per tre guerrieri morti?»

«Certo che no», sibilò Achab. «Visto che non hai avuto problemi a vendere i tuoi fratelli, figuriamoci quanto te ne freghi di tre guerrieri anonimi.»

Celtic agitò una mano in aria con fare sprezzante. «Anche sentimentale, ora… Gli umani ti hanno contagiato con i loro sentimenti, ma con me e Wolf tornerai lo splendido guerriero che eri un tempo. Molla questi vecchi arnesi e vieni con me…»

Achab cedette alla rabbia che sentiva esplodergli dentro e all’improvviso fece cadere il fucile a terra ed aggredì il vecchio amico. Lo afferrò velocemente alla gola con entrambe le mani, spingendo con tutto il corpo in avanti per farlo retrocedere… ma Celtic non si scompose minimamente.

Se non fosse diventato cieco di rabbia, Achab avrebbe valutato meglio la situazione. Celtic aveva una stazza superiore alla sua, e soprattutto non aveva passato gli ultimi anni a bere in un bar: il suo corpo non si mosse di un millimetro alla spinta che cercava di farlo indietreggiare, e il suo massiccio collo a malapena sentiva le mani che cercavano di stringerlo. Proprio a dimostrare quanto inutile fosse quell’attacco, Celtic parlò con voce normale, per nulla disturbata dal tentativo di strangolamento: «Mi stai deludendo, Achab.»

La dimostrazione di quanto il suo sforzo fosse inutile fece impazzire di rabbia Achab, che iniziò a sferrare pugni sul volto del vecchio amico, che incassò come se fossero punture di zanzara.

Gli altri cominciarono a guardarsi con occhi gravi: era uno spettacolo terribilmente umiliante, ma era impossibile intervenire. «Forse dovremmo…» bisbigliò Scar ma Jungle lo zittì prontamente. «Non possiamo fare niente», bisbigliò. «Intervenire sarebbe ancora più umiliante per Achab.»

Mentre incassava pugni senza battere ciglio, Celtic fissava il vecchio amico con sguardo grave. «Temo che vivere con gli umani ti abbia fiaccato più di quanto immaginassi. Ormai sei il fantasma del guerriero che ho conosciuto anni fa.»

Achab finalmente si fermò, sfiancato e con il fiatone. Teneva il viso basso mentre ansimava, e finalmente fra un respiro pesante e l’altro tornò a parlare. «Ti ringrazio, Celtic…» Parlava vistosamente a fatica. «Il mio piano, una volta davanti a Wolf, era di ucciderlo a mani nude così da guadagnare più onore.» Deglutì e alzò il viso a guardare gli occhi dell’altro. «Ora so che mi è impossibile, e grazie a te l’ho scoperto per tempo.» Infilò una mano nella tasca posteriore della sua cintura e la piccola lama tagliente che ne estrasse brillò per un secondo alla luce del giorno… prima di affondare nella gola di Celtic.

Il gesto di Achab fu rapido e fluido, perché gli anni passati nei bar se da una parte gli avevano fiaccato il fisico, da un’altra gli avevano insegnato come uscire vivo da scontri con avversari molto più forti di lui. La stazza e i muscoli non possono nulla contro la fragilità della gola, e una lama affilata poteva risolvere anche la situazione più difficile. Non era un soluzione onorevole, era roba da taverna e non certo da guerrieri, ma il problema ormai non si poneva: Achab non era più un guerriero da tanto tempo.

Malgrado l’espressione stupefatta degli occhi di Celtic, il grande Yautja rimase in piedi a lungo cercando di respirare, e soprattutto di parlare, senza riuscirci.

«Mi spiace d’averti deluso, ma sapessi quanto tu hai deluso me», gli disse Achab senza più rabbia nella voce. «Io non sono né sarò mai un Bad Blood, perché io non tradisco i miei fratelli.»

Celtic morì in piedi e in modo composto, come un guerriero. E gli altri assistettero in silenzio in segno di rispetto.

Solo quando il corpo del vecchio amico si accasciò a terra e smise di tremare, allora Achab si voltò verso gli altri, che in quel momento cercarono di assumere facce neutre e non mortalmente dispiaciute per aver assistito ad una scena così umiliante per il loro capo.

Achab li guardò serio ma poi sorrise, teso. «Questa, casomai, nella ballata delle nostra impresa non la inseriamo.»

(continua)

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