[2012-12] Prometheus (DVD) + Scene tagliate

Davvero una gran bella idea far uscire a dicembre un film che si svolge a dicembre! Così malgrado il copyright riporti 2013 Amazon attesta al dicembre 2012 l’uscita del DVD di Prometheus di Ridley Scott.

Questa edizione è particolarmente povera, nella tradizione di far uscire prima il prodotto nudo e crudo e poi fare diecimila edizioni sempre più complete. Temo però che vista l’enorme pernacchia del film quelle edizioni se le siano sbattute tutte in faccia: io un po’ ne ho comprate, ma mica posso fare tutto da solo!

Visto che l’unico contenuto di questo DVD miserello è costituito dalle scene tagliate, ne approfitto per lasciarne una schedatura.

I virgolettati che presento sono la trascrizione dei sottotitoli italiani curati da Emanuela Mancuso.


1. T’is the Season

Mentre Meredith Vickers (Charlize Theron) deambula nei locali della Prometheus con i suoi due metri di manico di scopa infilati su per il deretano, vede il capitano Janek (Idris Elba) che addobba l’albero di Natale. La sua spiegazione è frutto di un lavoro di sceneggiatura davvero accurato:

Janek: È Natale. Abbiamo bisogno delle feste per ricordarci che il tempo non si è fermato.

Vickers: Da quanto mi risulta, il tempo non si ferma.

Janke: Primo viaggio nel profondo, eh?

La scena è in parte presente anche nel film, ma viene sbrigativamente interrotta: qui invece arriva fino al punto che Janek piazza l’albero al centro di un tavolo.

Ora sì che l’inutile personaggio del capitano acquista spessore…


2. Skin

I due mentecatti decerebrati che rimangono incastrati nella montagna – Fifield e Millburn, i due nomi della vergogna che ogni sceneggiatore dovrebbe appuntarsi come il massimo dell’abominio – mentre vagano come due coglioni a toccare roba aliena trovano una pelle abbandonata, che in realtà sembra più un paio di mutande lise. E cosa fa quel genio di Millburn? Annusa la pelle. Maniaco…

Guarda, le mutande di uno xenomorfo!

Cosa ci fa una pelle abbandonata in un luogo morto da duemila anni?


3. We’re not Alone Anymore

Prima dell’inspiegabile e misteriosa scena in cui analizzano una testa di Ingegnere morta da duemila anni, che non si capisce bene perché esploda, la dottoressa Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) tiene una sorta di comizio con l’equipaggio, tutta contenta di aver dimostrato che è esistita un’altra razza nell’universo.

«Una donna in Africa mi ha raccontato una storia su come sia nato il mondo. Mi ha detto… Prima c’era il sole, ma non aveva nessuno su cui brillare. Così il sole creò l’uomo, e l’uomo guardò il sole e gli chiese: “Perché mi hai creato?”. E il sole disse: “Perché ero solo”. Per tutta la mia vita ho cercato quello che abbiamo scoperto oggi. Non siamo più soli. Salute.»

Giustamente il suo compagno Holloway (Logan Marshall-Green) gli fa notare che essendo tutti morti gli Ingegneri, tecnicamente sono ancora soli, ma passa per cinico…

Ah, ritorna l’alberello di Natale…


4. Strange Bedfellows

Prima di riappacificarsi con il compagno (nel frattempo “infettato” da David), la Shaw mentre mangia con le bacchette (ma perché?) si riguarda il video-log attivato nella montagna, che mostra l’ingegnere che duemila anni prima è morto decapitato in una porta. (La trovata del video-log, lo ricordo, ha sospette somiglianze con una trovata praticamente identica del romanzo Aliens: Steel Egg.)

Nel futuro mangeremo tutti con le bacchette?

È incredibile che la scena sia stata tagliata di netto dal film, perché in essa la Shaw spiega la sua teoria secondo cui l’Ingegnere morto non stesse correndo perché inseguito ma perché avesse un’infezione in corso, rimasta sopita poi per duemila anni e riattivata quando hanno portato la sua testa in laboratorio. Questo spiegherebbe l’esplosione: perché non dirlo nel film?

Holloway ne approfitta per continuare nel suo ruolo da cinico, sottolineando come quegli Ingegneri non siano palesemente degli dèi, quindi tutto il misticismo che pervade la Shaw non ha motivo d’essere, e infine se ne esce con la frase-chiave del film:

«Noi siamo solo uno stupido esperimento, e la Terra non era altro che una dannata provetta. Tutto qua».

Ne segue un attacco intimo di Holloway, che chiede alla Shaw perché abbia viaggiato così lontano: cosa vuole chiedere agli Ingegneri? Il perdono per i propri peccati? O il perché della morte dei propri cari?

Domande mistiche, poste in pigiama

Questa scena di tre minuti rappresenta il miglior dialogo del film: perché tagliarla di netto? Non era meglio togliere tre minuti di stupidaggini altrove? C’è solo l’imbarazzo della scelta…


5. David’s Objective

Una scena di pochi secondi in cui David (Michael Fassbender) ripristina il collegamento con la Vickers dopo averlo volutamente staccato.


6. A King Has His Reign

La Vickers rimane sola con il padre Peter Weyland (Guy Pearce) – o almeno lo chiama “padre” – e i due parlano in modo molto duro, finché lei gli dice:

«Guardati… Io ti rispettavo, ti ammiravo… Non sei nient’altro che un vecchio spaventato, e sono stanca di aspettare che quell’ultimo pietoso respiro esca dalla tua dannata bocca.»

Un altro grande personaggio inutile e sprecato del film

Malgrado la scena tagliata duri più di tre minuti, in realtà è solo questa frase che è stata realmente tagliata dal film (o almeno mi pare). E purtroppo non aggiunge nulla al rapporto tra Vickers e papà Weyland: Scott vuole che ognuno si faccia il proprio film, perché lui non dice niente né spiega una mazza…


L.

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AVH: Alien vs. Hunter (2007)

Se l’uscita del The Predator (settembre 2018) di Shane Black ha generato Alien Predator (settembre 2018), scopro che la famigerata The Asylum non era certo nuova all’operazione: l’uscita di Aliens vs Predator 2: Requiem (dicembre 2007) ha infatti generato AVH: Alien vs. Hunter (dicembre 2007). Anche in questo caso il film è inedito in Italia, o almeno non ho trovato tracce di distribuzione.

Solo nell’ultimo secondo di film arriva il titolo

Cominciare la propria carriera nel cinema con Mortal Kombat (1995) non è da tutti, comunque da allora il giovane Scott Harper ha una bella carriera negli effetti speciali di film anche più importanti: 2007 poi succede qualcosa di misterioso. Qualche forza aliena – cioè la Asylum! – spinge Harper a diventare regista, quell’anno, prima di scomparire per sempre dal cinema: ad aprile esce il suo Lethal Alligator (2007) e a dicembre questo scontro alieno. Dopo di che Scott capisce che è il caso di togliere il disturbo.
Discorso simile per David Michael Latt, prolifico produttore spesso anche curatore di effetti speciali, che ogni tanto gioca a fare lo sceneggiatore e il regista di filmacci: qui si limita a far finta di aver scritto un copione. Cosa palesemente falsa…

La versione Asylum di uno xenomorfo

Capiamo subito che atterra l’astronave di un Predator per dare la caccia ad un Alien, ma ovviamente i protagonisti devono passare l’intero film per scoprirlo. Visto che tutto nasce per ricopiare il prodotto della Fox, sarebbe plausibile aspettarsi che gli spettatori già sappiano queste dinamiche, quindi magari non serve un’ora per spiegarle.
Invece come ogni altro film di alieni i protagonisti non credono agli alieni per almeno 45 minuti, così buttiamo via mezzo film in sbadigli. Il resto… in sbuffi.

Ma ve lo ricordate William Katt?

Visto che il protagonista è interpretato da Ralph Supermaxi Eroe in persona, cioè William Katt, sarebbe stata un’idea geniale fargli affrontare i mostri con super-poteri pencolanti, ma la Asylum non ha mai brillato per idee geniali. Ci presenta il solito boschetto bulgaro, attori improvvisati – fra cui Dedee Pfeiffer, sorella minore di Michelle – mostri gommosi che non si sa cosa facciano e una trama assente: la noia è micidiale sin da subito e non vale la pena perdere altre parole per il film.

La famiglia Pfeiffer ha una splendida genetica!

Divertenti i modi con cui la Asylum cerca di mascherare i suoi mostri in modo che non sembrino quelli Fox ma sembrino quelli Fox, lo stesso! L’Hunter ha l’invisibilità e una vista pseudo-termica, mentre l’Alien è più sfumato e aracniforme, quindi parecchio distante dai nostri amati xenomorfi.

Sembra un ragno ma dovrebbe essere uno xenomorfo

Il problema è che sono due creature prive di “vita propria”, poco presenti per creare tensione e quindi in pratica assenti: il film regge unicamente sugli attori… quindi non merita di essere toccato neanche con un lungo bastone!

Sembra incredibile… ma questa è la versione Asylum del Predator

L.

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La Storia di Alien 4. La prima sceneggiatura


4.
La prima sceneggiatura

Stando a quanto afferma Ron Shusett nel documentario The Beast Within (2003), quello con l’amico Dan O’Bannon è stato un patto di “mutuo soccorso”: entrambi avevano nel cassetto un abbozzo di sceneggiatura in cui erano bloccati, e quindi hanno deciso di aiutarsi a vicenda. Dan aveva la storia che poi sarebbe diventata Alien, e Ron lo aiutò perché (almeno all’inizio) era un soggetto per un film a basso costo, quindi più facilmente vendibile nell’immediato, e Dan in compenso avrebbe aiutato l’amico con la sua storia, più ambiziosa. Shusett aveva infatti acquistato i diritti del racconto Chi se lo ricorda (I Can Remember It For You Wholesale, 1966) del celebre romanziere Philip K. Dick – lo racconta lui stesso alla rivista “Cinefantastique” nell’estate del 1978, quindi è plausibile li avesse già nel 1976, quando si svolge questa storia – per un film che solo dopo infinite tribolazioni, guai, drammi e massacri vari diventerà, più di vent’anni dopo, Atto di forza (Total Recall, 1990) con Arnold Schwarzenegger. Ma questa è un’altra storia.

Stabilito dunque il piano di lavoro – prima Alien poi Total Recall: mica male, eh? – piazzata la sua macchina da scrivere nel soggiorno di Shusett, O’Bannon passa i successivi tre mesi a scrivere, giorno e notte («Ho scritto Alien in qualcosa come tre mesi, il che è molto veloce per me. Ron Shusett mi ha aiutato», dichiara Dan a “Cinefantastique” nell’inverno del 1978), mentre l’amico lo tiene in vita… «a forza di hot dog»: sicuramente è una battuta, quella che O’Bannon fa nel citato documentario del 2003 in cui racconta questa storia, ma visti i gravi problemi intestinali di cui soffrirà per tutta la vita, c’è da augurarsi abbia mangiato anche qualcosa di più “leggero”. Raccontando la stessa storia in occasione del saggio La storia di Alien (1979), O’Bannon specifica invece di aver passato una settimana a sistemare le proprie carte sparse, in cerca di idee.

«Da quel mucchio di scartoffie ricuperammo una vecchia sceneggiatura finita a metà, il cui titolo era Memory e che è essenzialmente la prima parte di Alien. Dissi a Ron che non ero mai riuscito a trovare un buon finale, per quella storia, e allora lui la lesse e disse: “Una volta mi hai parlato di un’altra idea, quella dei sabotatori che s’introducono in un bombardiere B-17 durante la Seconda guerra mondiale e fanno passare momenti spaventosi al pilota. Usala come seconda parte della sceneggiatura, e ambientala su un’astronave. Che te ne pare?”. Era un’idea geniale.»
(Traduzione di Giuseppe Lippi)

Star Beast è il titolo provvisorio del copione che i due iniziano a scrivere, e Dan racconterà nel 2003 che proprio non gli piaceva. «Poi un giorno, alle tre del mattino, mentre ero da Ronny che scrivevo a macchina e i personaggi dicevano “l’alieno qui, l’alieno lì”, ad un tratto la parola “alien” catturò la mia attenzione. Mi dissi. “Alien”. È un nome e un aggettivo. Sì, eccolo: ho trovato il titolo!» Impossibile non notare come Dan ripeta fedelmente, parola per parola, quanto già aveva dichiarato nel 1979 a La storia di Alien, il libro-backstage ufficiale del film: ormai era il racconto “fisso” delle origini del titolo del film.

Dipinto di Ron Cobb per l’interno della piramide, da La storia di Alien (1979)

La storia racconta di sei astronauti e un gatto – più la voce del computer di bordo – che si svegliano dall’ipersonno a bordo dell’astronave Snark convinti di essere tornati a casa, già pregustando come spendere i soldi che guadagneranno dal carico che portano, quando invece scoprono di essere lontanissimi dalla Terra. (Che però O’Bannon chiama “Irth”, dopo però aver specificato che la nave sta tornando sulla Terra, Earth: forse intende che i protagonisti stanno tornando ad una delle colonie terrestri, ma certo l’assonanza fra Earth ed Irth fa pensare più ad un errore di battitura che ad un toponimo planetario.) Mentre dormivano il computer della nave ha ricevuto un segnale di soccorso di natura sconosciuta e ha risvegliato l’equipaggio, che ora è moralmente tenuto a rispondere alla richiesta.

Atterrati sul planetoide da cui arriva il messaggio, mentre i tecnici riparano qualche guasto della nave tre membri vanno in esplorazione. Trovano il relitto di un’astronave di provenienza ignota, con al suo interno un cadavere fossilizzato con un buco sul petto: è da lì che parte la richiesta di soccorso. Approfittando del diradarsi della nebbia, i tre proseguono verso una costruzione che d’un tratto vedono in lontananza: una piramide. Roby scende dall’alto e, sempre assicurato ad una corda, esplora l’interno della piramide, in cui una enorme stanza con affreschi alle pareti sembra contenere strane urne. Avvicinandosi ad una di queste… d’un tratto un essere a forma di ragno lo aggredisce, avvinghiandosi al volto dell’uomo.

Disegno di Ron Cobb per il facehugger descritto da O’Bannon, da La storia di Alien (1979)

Tornati sulla propria nave e violata ogni norma sulla quarantena, si cerca di curare il ferito ma l’essere attaccato al volto è impossibile da neutralizzare, avendo acido al posto del sangue. D’un tratto cade da solo e l’uomo sembra tornare in salute, ma durante il pasto crolla… e un esserino gli esplode fuori dal petto.

Passato il terrore, gli altri membri dell’equipaggio organizzano una caccia per trovare l’alieno, mentre intanto sono riparati i guasti alla nave e si parte verso lo spazio. Si organizzano con bastoni elettrificati ma alla terribile scoperta che l’alieno nel frattempo è cresciuto – grazie anche alle provviste della nave di cui fa scempio – provano con il gas: non solo è inutile, ma così facendo distruggono quel poco di provviste rimaste intatte dall’attacco della creatura.

Mentre la disperazione si fa pressante, essendo rimasti senza cibo e crescendo il numero dei morti, rimane un piano disperato: usare un membro dell’equipaggio come esca per attirare l’alieno nella scialuppa di salvataggio, chiuderlo dentro e mandarlo ad esplodere nello spazio con l’esplosivo caricato a bordo. Il piano non funziona e l’ultimo sopravvissuto, Roby, deve cambiare strategia: ora è lui che deve entrare nella scialuppa e far saltare la nave con l’alieno a bordo. Corre ad azionare l’autodistruzione ma poi gli capita di passare nella stiva e scoprire il “nido” che l’alieno ha costruito: i suoi amici sono lì, imbozzolati, in fase di trasformazione. Diventeranno nuove uova, nuove urne in attesa di futuri “curiosi” da infettare. Il capitano, o quel poco che ne resta, chiede a Roby di ucciderlo: con il lanciafiamme, l’uomo distrugge tutto.

Corre alla scialuppa solo per scoprire che l’alieno è proprio lì, quindi il piano cambia di nuovo. Scoperto che il conto alla rovescia per l’autodistruzione non si può fermare, e notato che l’alieno sembra essersene andato, Roby entra nella scialuppa e abbandona la nave al suo destino esplosivo.

Disegno di Ron Cobb per l’alieno descritto da O’Bannon, da La storia di Alien (1979)

Solo una volta in viaggio, con il gatto, scopre che l’alieno si è annidato nella scialuppa. Mentre la creatura è distratta dal gatto, Roby indossa la tuta ed apre il portello, gettando nello spazio il mostro con un rampino. Chiudendosi, il portello trancia uno dei tentacoli dell’alieno: una prova da portare sulla Terra a testimonianza dell’esperienza vissuta, insieme al teschio del pilota fossilizzato portato via dal pianeta.

La penultima scena vede il sopravvissuto dettare al computer:

«Così sembra che tornerò alle Colonie come previsto, dopotutto. Dovrei essere a destinazione nel giro di 250 anni circa, ed allora, con un po’ di fortuna, la rete di controllo mi verrà a prendere. Non sono più così ricco come lo ero giorni fa, ma almeno sono vivo. Accidentalmente sono riuscito a salvare un piccolo souvenir di tutta questa faccenda. Qui parla Martin Roby, ufficiale esecutivo, unico sopravvissuto del vascello mercantile Snark. Passo e chiudo. Andiamo, gatto, è ora di dormire.»

L’ultima scena vede la scialuppa di salvataggio… con sotto attaccate delle urne di spore aliene.


Dan chiama Ron

Mentre ancora sta scrivendo la sceneggiatura (a detta degli autori de La storia di Alien), Dan riallaccia i contatti con Ron Cobb, il disegnatore che conosce sin dal 1969 e con il quale ha lavorato così bene per Dark Star. Intervistato da Ed Sunden II per “Fantastic Films” (settembre 1979), O’Bannon dichiara di aver ingaggiato Cobb solo dopo l’inizio della produzione del film, ma da altre dichiarazioni sembra chiaro che il coinvolgimento dell’artista amico è avvenuto già nelle prime fasi del progetto. «Buttai giù qualche dipinto sul genere “Figlio di Dark Star”», racconta Cobb alla rivista “Future Life” (luglio 1979). «A quell’epoca il film era previsto fosse modesto, a bassissimo budget. Una piccola nave, un piccolo tempio, un piccolo pianeta: questi dipinti accompagnavano il copione. Una volta venduto, io venni trascinato con lui.»

Cobb nel 1972 ha vissuto una crisi simile a quella che sta vivendo Dan in questo 1976, e cercando di capire cosa fare e sentendosi impazzire negli Stati Uniti è volato fino in Australia, accettando una proposta di lavoro lì. Dopo due anni è tornato in patria ancora “sfasato”, giusto in tempo per lavorare con Carpenter e O’Bannon. «Dark Star è stata una delle poche cose divertenti che feci durante il mio periodo di crisi», racconterà a Phil Edwards di “Starburst” (dicembre 1979). Stesso discorso per Star Wars, a cui anche Cobb lavora grazie proprio alla raccomandazione di Dan. Per finire, i due sono stati entrambi “guerrieri spirituali” di Jodorowsky per Dune: insomma, due fratelli d’arte.

Ron Cobb dunque prende matita e pennelli e si mette all’opera.

«Mi sedetti e cominciai a abbozzare l’astronave, che è quello che mi piace di più. Okay, la sceneggiatura di Dan richiedeva una nave piccola, addirittura modesta, con un piccolo equipaggio. Dovevano atterrare su un piccolo pianeta, scoprire una piccola piramide e imbattersi in una creatura mostruosa, ma di taglia normale. Ecco tutto: lui pensava a un film a piccolo budget, come Dark Star, e a me l’idea piaceva. Ho disegnato un po’ di marchingegni e poi Dan si è chiuso dentro coi miei schizzi e la sceneggiatura».
(Traduzione di Giuseppe Lippi)

Purtroppo il saggio La storia di Alien non cita le fonti da cui trae queste dichiarazioni, però ci regala bozzetti e dipinti creati da Cobb in questa fase creativa: idee poi scartate ma che fanno capire lo spirito con cui sta nascendo il film.


Ispirazioni e rimandi

Impossibile contare tutte le idee che O’Bannon e Shusett hanno preso da opere precedenti, tanto che definirei questa prima sceneggiatura un “minestrone”: non sembri una critica, visto che il risultato funziona ed ha una “vita propria”. Però è innegabile che sia molto arduo trovare anche un solo elemento originale in questa storia… No, sono ingiusto, uno c’è (malgrado non ci sia più): la piramide.

Bozzetto di Chris Foss, da La storia di Alien (1979)

«Dan all’epoca era molto immerso nella “piramidologia”», ci rivela una delle rarissime dichiarazioni di Walter Hill riguardo il film Alien, la quale ci mostra un O’Bannon molto appassionato di tematiche paranormali in voga all’epoca. Poco prima di mettersi seduto a scrivere il copione di Alien erano usciti saggi come Pyramid Power: The Millennium Science (1973) di Patrick Flanagan, L’energia della piramide (1974; in Italia dal 1977) di Max Toth e Greg Nielsen e Secret Forces of the Pyramids (1975) di Warren Smith, tutte opere a quanto pare di una certa risonanza fra gli appassionati. «Guardando al 1973, la pubblicazione di quel libro [di Flangan] fu per molti uno degli eventi più significativi che portò alla loro esplorazione di nuove idee, riguardo ad altri tipi di energie»: così Nick Begich nel suo Towards a New Alchemy (1996) parla dell’uscita di Pyramid Power. Dan ha letto opere similari? Non possiamo saperlo, ovviamente, ma l’idea di una forma piramidale che conservi – ed anzi veicoli – forme di vita aliene che utilizzino energie alternative non è certo un’idea impossibile da far risalire alla piramidologia degli anni Settanta.

Entrata della piramide, da La storia di Alien (1979)

La piramide e tutta la parte di storia ad essa legata non verrà mai girata, per via dei costi – ma per fortuna ci sono rimasti splendidi bozzetti – quindi c’è da chiedersi che faccia avrà fatto O’Bannon quando nel 2004 al cinema si sono visti degli embrioni alieni custoditi in una antica piramide, nel film Alien vs Predator di Paul W.S. Anderson. Ecco come Dan parla nel 2005 a “Fangoria”:

«Hanno preso tutto ciò che hanno potuto trovare di non utilizzato per il primo Alien. Hanno trovato un particolare elemento della mia sceneggiatura, cioè la grande piramide. Hanno inoltre utilizzato la leggendaria scena dell’imbozzo-lamento, che era stata girata ma mai utilizzata all’epoca. Hanno preso idee da quel primo copione per mettere insieme un soggetto, ed è stato su quella base che abbiamo ricevuto il credito.»

O’Bannon e Shusett infatti non hanno partecipato in alcun modo al film ma sono citati nei titoli di testa, come autori del personaggio dell’alieno, così come Jim e John Thomas per quello del Predator. Dan non è mai stato interessato all’universo espanso alieno, quindi probabilmente non ha mai saputo che il tema della piramide torna più volte nei fumetti alieni.

Anche i Predator vogliono entrare nella piramide di O’Bannon!

Nel 1990 c’è una piramide-tomba nella doppia storia Arrivo / Capolinea (raccolta in Italia nel mensile saldaPress “Aliens” n. 20), le tematiche presentate nel film del 2004 sono ampiamente anticipate da Predator: Xenogenesis (1999) e dopo il film di Anderson si è cercato di continuare il discorso con Alien vs Predator: The Thrill of the Hunt (2004), senza alcun successo. Chissà cos’avrebbe pensato il rancoroso sceneggiatore di questi omaggi (più o meno coscienti) alla sua piramide.

Una piramide “aliena” cinque anni prima di Anderson

Lo storyboard del film – presentato per intero come contenuto speciale del DVD del 1999 – dimostra come Ridley Scott avesse accettato l’idea della piramide e l’aveva immaginata seguendo un’illustrazione di H.R. Giger.

Illustrazione di H.R. Giger e storyboard di Ridley Scott, per una scena mai girata per motivi di costi

Non solo, Scott cerca anche palesemente di riciclare idee gigeriane per Dune: se l’abbia fatto coscientemente o lo credesse materiale originale non sono riuscito a stabilirlo con certezza.

Scalinata della piramide, in cui Scott recupera il materiale di Giger per Dune

Apice della piramide, in cui Scott recupera il materiale di Giger per Dune

Scott amava così tanto questi bozzetti di Giger… che se ne ricorderà molto bene più di trent’anni dopo.

Il castello degli Harkonnen di Giger per Dune recuperato da Scott per Prometheus (2012)

Sebbene l’alieno sia descritto come munito di tentacoli, ed insieme ad altri piccoli rimandi è un chiaro caso di ispirazione dall’immaginario di H.P. Lovecraft, il facehugger sembra ricordare più il “cervello con le zampe” del film Fiend Without a Face, anche per il suo comportamento: sempre pronto cioè a saltare al volto delle vittime.

«Con una violenza inimmaginabile una piccola cosa con otto zampe, simile ad un polipo, con un balzo gli si attacca alla faccia, stringendogli le sue zampe attorno alla testa. Con un grido soffocato si lancia all’indietro, cercando di togliersi la cosa da dosso con le mani.»
(dalla prima sceneggiatura)

Nel documentario del 2003 Shusett racconta che durante la fase di scrittura, mentre cercavano un modo per rendere l’alieno più spaventoso possibile, si è svegliato in piena notte ed è corso dall’amico dicendo: «Dan, ho un’idea: il mostro si scopa uno del gruppo! Gli salta sulla faccia, gli infila un tubo nel corpo, introduce il suo seme e poi gli esce dallo stomaco.» Mentre Dan esulta per l’idea «più sensazionale che abbia mai sentito», io mi permetto di dubitare di questa ricostruzione dei fatti: vorrei ricordare come proprio in quel 1976 la Manor Books abbia ristampato Crociera nell’infinito di Van Vogt, classico sicuramente ben noto agli amanti della fantascienza quali erano Dan e Ron, e dove si può leggere:

«[L’alieno Ixtl] pose accanto al corpo di Von Grossen la sua nuova vittima. Poi, con infinita precauzione, si tuffò una mano nel petto, ne trasse un uovo che depositò nello stomaco dell’uomo. […] Fra qualche ora, le uova si sarebbero schiuse nello stomaco dei due uomini e minuscole reliquie di Ixtl si sarebbero risvegliate, sarebbero nate, poi si sarebbero sviluppate, nutrendosi dell’organismo in cui erano state poste.»
(Traduzione di Sergio Sue)

Chissà, magari Shusett è andato a dormire leggendo questo romanzo… e si è svegliato con l’idea principale della creatura di Alien! Ovviamente è solo una supposizione, ma data l’estrema somiglianza dei soggetti non è campata in aria. E non è solo il comportamento della creatura e delle sue uova a provenire da quel romanzo.

Nel romanzo di Van Vogt, come si è visto, gli umani fanno partire il conto alla rovescia per l’autodistruzione della nave così da far scappare via l’alieno, tornando poi all’interno e fermando la procedura. O’Bannon sembra citare questo evento per poi stravolgerlo, impedendo l’annullamento dell’esplosione come invece avviene nel romanzo. Se però in quest’ultimo ci si limita solo al fuoco, la tripletta “fuoco, gas, esplosivo” deriva direttamente da Il mostro dell’astronave, verso cui la sceneggiatura di Alien ha davvero un numero consistenze di debiti: da tutte le scene ambientate nel condotto d’areazione fino al finale, con le tute indossate per aprire il portello – come in fondo accade anche nel romanzo di Van Vogt.

«Melkonis aziona un comando, ed il grosso portello si apre. Un mostro di quasi due metri è davanti al portello. Squamoso, coperto di tentacoli, salta giù come un grosso uccello ed afferra Melkonis con un tentacolo. Melkonis lancia un grido spaventoso, poi il mostro gli afferra la testa con la coda e la tira via come ad un pollo. Stringendo il cadavere di Melkonis a sé, la cosa si gira e si infila in un altro condotto d’areazione.»
(dalla prima sceneggiatura)

Quello che più traspare dalla prima sceneggiatura è ciò che O’Bannon non nasconderà mai: la sua passione per il cinema anni Cinquanta, e per la narrativa horror anni Quaranta. Il problema è che voleva diventare un cineasta negli anni Settanta…

«Ho conosciuto per la prima volta gli scritti di Lovecraft quando avevo 11 anni. Ho letto un racconto intitolato Il colore dallo spazio ed è stato illuminante. Ho cercato altre storie ma erano difficili da trovare, negli anni Sessanta: non erano ampiamente pubblicate come lo sono oggi. Ero affascinato dal suo profondo senso immaginifico. […] Sono stato sempre un grande ammiratore del suo lavoro, ed Alien era fortemente ispirato da Lovecraft, ad eccezione del fatto che lui ha ambientato tutte le sue storie qui sulla Terra. I Grandi Antichi vengono da noi: in Alien, siamo noi ad andare da loro. Si potrebbe dire che l’alieno sia una versione più piccola degli Antichi.»

Ciò che lo sceneggiatore racconta a “Fangoria” nel 2005 è la visione di un artista fortemente legato al passato, sia come tematiche che come visioni, e dagli anni Novanta in poi andrebbe anche bene: il problema è che nella seconda metà degli anni Settanta il cinema stava schizzando in avanti, c’erano interi nuovi universi da conquistare, sia dal punto di vista tecnico degli effetti speciali che da quello artistico, e O’Bannon non se ne è mai accorto. O meglio, l’ha capito all’ultimo secondo e si è sempre opposto strenuamente al “nuovo” in favore del “classico”, cioè dei film e dei libri che amava da ragazzo.

Finché Dan e Ron sono intenzionati a scrivere un filmetto fanta-horror da vendere a Roger Corman, per farne una minuscola produzione con O’Bannon alla regia, tutto va per il meglio. Il problema è che la situazione esplode quando succede l’impensabile, e il carattere e la visione di Dan dovranno scontrarsi… con una Collina insormontabile…

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”
  • Nick Begich, Towards a New Alchemy: The Millenium Science, Earthpulse Press, 1996
  • Phil Edwards, Ron Cobb on Alien, da “Starburst” n. 16 (dicembre 1979)
  • Jeffrey Frentzen e Tim Wohlgemuth, Alien, da “Cinefantastique” volume 7 numero 2 (estate 1978)
  • Nicanor Loreti, The Resurrection of Dan O’Bannon, da “Fangoria” n. 239 (gennaio 2005)
  • Bob Martin, Walter Hill: co-producer of Alien, da “Starlog” n. 24 (luglio 1979)
  • Ed Naha, Alien Arrives, da “Future Life” n. 11 (luglio 1979)
  • Paul Scanlon e Michael Gross, La storia di Alien (The Book of Alien), traduzione di Giuseppe Lippi, Mursia, Milano 1979
  • Dave Schow, Dan O’Bannon, da “Cinefantastique” Vol. 8 n. 1 (inverno 1978)
  • Ed Sunden II, Dan O’Bannon su Alien, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)
  • A.E. Van Vogt, Crociera nell’infinito (The Voyage of the Space Beagle, 1950), traduzione di Sergio Sue, “Urania” n. 27, Mondadori, Milano, 10 novembre 1953

L.

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ALIEN al Trieste Film Festival (2019)

Riporto il testo del comunicato stampa del Trieste Science+Fiction Festival 2019.


19° edizione | Trieste, 29 ottobre – 3 novembre 2019

Trieste Science+Fiction Festival
celebra tre grandi classici della fantascienza
con ospiti internazionali

Per la 19° edizione il festival triestino festeggerà
gli anniversari dei film cult “ALIEN”, “MATRIX” e
“STAR TREK” con imperdibili proiezioni
in versione restaurata.

La manifestazione annuncia anche il celebre documentarista
Alexandre O. Philippe, che presenterà in anteprima italiana
“Memory: the origins of Alien”, in cui racconta
le inquietanti origini del capolavoro di Ridley Scott.

TRIESTE, 8 ottobre 2019 – Trieste Science+Fiction Festival, la manifestazione dedicata al mondo della fantascienza in programma dal 29 ottobre al 3 novembre nel capoluogo giuliano, si prepara a festeggiare tre importanti anniversari, celebrando tre pietre miliari del genere sci-fi attraverso numerose iniziative e alla presenza di ospiti internazionali.

Il primo anniversario sarà quello di “Alien” (1979), capolavoro di Ridley Scott e fortunatissimo cult fantascientifico che quest’anno compie i suoi primi 40 anni: per l’occasione, il film verrà proiettato al Trieste Science+Fiction in versione restaurata. Il festival annuncia anche la presenza del celebre documentarista Alexandre O. Philippe, che nel corso della manifestazione presenterà in anteprima italiana “Memory: The Origins of Alien”, in cui racconta le inquietanti origini del celebre cult. Grazie a materiali inediti appartenuti allo sceneggiatore Dan O’Bannon e al designer H.R. Giger, il documentario svela le ispirazioni alla base di “Alien”, dalla mitologia greca ed egizia ai fumetti underground, dalla letteratura di H.P. Lovecraft all’arte di Francis Bacon, fino alle allucinazioni oscure di O’Bannon e Giger. Specializzato in indagini sul cinema, Philippe è autore di numerosi documentari, tra cui “78/52”, in cui analizza e racconta la rivoluzionaria scena della doccia di “Psyco” di Alfred Hitchcock, “Doc of the Dead”, incentrato sugli zombie movie, “The Life and Times of Paul the Psychic Octopus”, biopic sul polpo Paul, e soprattutto, il famoso “The People vs. George Lucas” che esplora il mondo dei fan della saga di Guerre stellari e del suo creatore.

Il festival festeggerà anche i primi 20 anni di “Matrix” (1999)  di Lana e Lilly Wachowski, che verrà proiettato a Trieste in versione rimasterizzata. Film rivoluzionario che mixa sapientemente filosofia orientale e arti marziali, mitologia e science fiction, mettendo in scena un futuro che, già nel 1999, era presente, “Matrix” rappresenta un’opera dal forte impatto culturale e un cult assoluto, che consacrò definitivamente la carriera di Keanu Reeves. 

Grandi festeggiamenti anche per “Star Trek” (1979) di Robert Wise, il primo film dedicato all’omonima serie fantascientifica che, a 40 anni dall’uscita nelle sale, verrà proiettato al festival in versione restaurata. Dietro la macchina da presa il regista di “Ultimatum alla Terra” (1951) e “Andromeda” (1971), che porta sul grande schermo le imprese della U.S.S. Enterprise e il mitico universo di Star Trek.

ACCREDITI EDIZIONE 2019

Sono aperte le prevendite degli accrediti online per la 19° edizione del Trieste Science+Fiction Festival. Per maggiori informazioni consultare il sito ufficiale www.sciencefictionfestival.org

19° EDIZIONE DEL TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL

Trieste Science+Fiction Festival è il più importante evento italiano dedicato ai mondi della fantascienza e del fantastico. Cinema, televisione, new media, letteratura, fumetti, musica, arti visive e performative compongono l’esplorazione delle meraviglie del possibile. Fondato a Trieste nell’anno 2000 ha raccolto l’eredità dello storico Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste svoltosi dal 1963 al 1982, la prima manifestazione dedicata al cinema di genere in Italia e tra le prime in Europa.

La selezione ufficiale del Trieste Science+Fiction Festival presenta tre concorsi internazionali: il Premio Asteroide, competizione internazionale per il miglior film di fantascienza di registi emergenti a livello mondiale, e i due Premi Méliès d’argento della European Fantastic Film Festivals Federation per il miglior lungometraggio e cortometraggio di genere fantastico europeo. La sezione Spazio Italia ospita il meglio della produzione nazionale. Immancabili, infine, gli Incontri di Futurologia dedicati alla scienza e alla letteratura, in collaborazione con le istituzioni scientifiche del Sistema Trieste, e la consegna del premio alla carriera ad un maestro del fantastico.

Trieste Science+Fiction Festival è organizzato da La Cappella Underground, storico cineclub triestino fondato nel 1969. La manifestazione si avvale del contributo, collaborazione e sostegno dei seguenti enti promotori: MiBAC – Direzione Generale Cinema, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Comune di Trieste, Fondazione CRTrieste, Fondazione Benefica Kathleen Foreman Casali, ARPA FVG LaREA, Università degli Studi di Trieste, e dei principali enti scientifici del territorio, AREA Science Park, ICGEB, ICTP, INAF – Osservatorio Astronomico di Trieste, IS Immaginario Scientifico – Science Centre, SISSA.

Trieste Science+Fiction Festival è membro ufficiale del board della European Fantastic Film Festivals Federation e fa parte dell’AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema. Il Festival è riconosciuto dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia tra i progetti triennali di rilevanza regionale di interesse internazionale in campo cinematografico. La manifestazione si avvale del patrocinio dei principali enti scientifici del territorio e partecipa al programma proESOF in vista di ESOF2020 – Euroscience Open Forum Trieste.

La sede principale della manifestazione, grazie alla collaborazione del Comune di Trieste e del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, è il Politeama Rossetti. Il palazzo della Casa del Cinema di Trieste, sede delle maggiori associazioni di cultura cinematografica del territorio, è il quartier generale della manifestazione e con la collaborazione del Teatro Miela ospita le sezioni collaterali del festival, mentre altre iniziative e programmi speciali sono previsti  nella sala d’essai del Cinema Ariston.


L.

[1983-06] Dan O’Bannon sul “Starlog” 71

Traduco questa intervista a Dan O’Bannon apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 71 (giugno 1983).

Fa sempre piacere trovare le dichiarazioni astiose e rancorose di Dan, con i suoi giudizi sferzanti e l’abitudine – mai persa – di denigrare chiunque l’abbia circondato.

Scopriamo altri progetti naufragati in cui il nostro era coinvolto, che vanno a sommarsi al numero già alto dei film che non ha mai fatto: malgrado l’universo non fosse abbastanza grande per l’ego di Dan, la sua carriera è stata straordinariamente minuscola, rispetto ai progetti in cui è stato coinvolto.


Dan O’Bannon
Mio figlio, l’assassino

di Lee Goldberg

da “Starlog Magazine”
numero 71 (giugno 1984)

Ha firmato i copioni di due grandi successi, “Alien” e “Blue Thunder”.
Ma non è molto felice: ecco perché

Se lo sceneggiatore Dan O’Bannon potesse mettere le mani sull’elicottero che ha creato per Blue Thunder allora probabilmente userebbe la sua artiglieria per radere al suolo ogni studio cinematografico della California del sud.

E poi passerebbe a dare la caccia al regista di Blue Thunder John Badham e agli scrittori di Alien Walter Hill e David Giler per un’altra sventagliata di artiglieria.

O’Bannon, senza mezzi termini, è infuriato.

«Hollywood è un pessimo affare. Sono stufo», dice. «Se non ottengo presto qualcosa da dirigere, me ne vado da questo mondo e divento un romanziere, o qualcos’altro.»

Ciò che O’Bannon vuole è il controllo, il potere di assicurarsi che ciò che scrive è ciò che alla fine apparirà su schermo. I suoi copioni per Alien (con Ronald Shusett) e Blue Thunder (con Don Jakoby) sono stati in qualche modo riscritti, in modo che a lui non è piaciuto.

E nel caso di Blue Thunder, in uscita il prossimo 13 maggio, non è stato proprio intrigato dalla regia.

Dan O’Bannon fra gli unici due film scritti all’epoca

Secondo O’Bannon, «John Badham ha una visione cinematografica davvero ristretta: ha diretto una pellicola da venti milioni di dollari come se fosse un episodio televisivo. Quando lo vedi sul set, ti rendi conto di quanto sia fuori posto.»

O’Bannon dice che era a portata di mano quel giorno delle riprese in cui Roy Scheider – che interpreta l’eroico Murphy, pilota della polizia che guida un nuovo elicottero sviluppato dal Governo federale – dimenticò una delle sue battute.

«Badham disse: “Non importa, è solo dialogo: di’ qualcosa e mettici la parola merda“», ricorda O’Bannon. «Badham segue la teoria per cui il pubblico non capisce i dialoghi.»

D’altronde neanche il regista è affezionato ad O’Bannon, secondo quanto ha raccontato a “Starlog” (n. 70). «Non credo che Badham creda a ciò che ha detto a “Starlog”», risponde lo sceneggiatore.

Badham ha spiegato a “Starlog” che Dean Reisner [sceneggiatore di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976)] è stato chiamato ad arricchire i personaggi della sceneggiatura di O’Bannon-Jakoby.

«Dopo che noi abbiamo supinamente e obbedientemente attuato tutte le modifiche richieste per il copione, d’un tratto ha chiamato Reisner, che è arrivato e ha giocato con la punteggiatura», accusa O’Bannon.

Ma O’Bannon si aspettava che il suo copione venisse riscritto: è parte integrante del modo di fare cinema.

«Hollywood è una macchina e si basa su processi. C’è questa convinzione fra i produttori e gli studio per cui nessun copione è buono, ognuno di quelli che comprano o che hanno fatto scrivere va riscritto da altri autori prima che si inizino le riprese», dice O’Bannon. «Il problema è che molti produttori non sanno giudicare, perciò se una revisione del copione è eccellente e si può girare, non sanno capirlo né stabilirlo: lo fanno riscrivere, in automatico. Visto che molti copioni di Hollywood sono davvero pessimi, questo processo ha un effetto omologante che li migliora, ma se il testo è davvero buono, allora il processo ne abbassa la qualità.»

Indovinate cosa fa questo processo al copione di Blue Thunder, secondo O’Bannon.

«L’impatto politico – e ce n’era davvero poco – è stato ammorbidito. Nel copione originale, tutti gli atti criminosi erano compiuti dalla polizia, dal distretto di Los Angeles: al momento di iniziare la produzione, quelle persone coraggiose [Badham e la Columbia Pictures] hanno trasformato i poliziotti in eroi e i crimini commessi sono tutti colpa del Governo federale», afferma O’Bannon, ovviamente seccato. «L’idea di ritrarre i poliziotti di Los Angeles come campioni delle libertà contro il Governo federale è davvero strana.»

C’erano anche altre discrepanze su come dovesse apparire il Blue Thunder. «Loro lo vedevano come un coso enorme con roba a penzoloni, mentre per noi era una vespa nera, veloce e letale.»

Blue Thunder è un figlio della rabbia di O’Bannon. Viveva ad Hollywood, nel 1979, e non poteva dormire di notte perché gli elicotteri della polizia passavano costantemente e illuminavano casa sua con i fari.

«Mi stavano facendo impazzire. Una notte ero con Don Jakoby a casa mia e passò uno di quegli elicotteri. Mi seccai sul serio e disse che avremmo dovuto farci un film, su questa cosa», ricorda lo scrittore. «Don fu d’accordo e anche emozionato all’idea: è così che tutto è iniziato.»

Cosa si può dire sugli elicotteri della polizia? Se decidi di usare quell’agile macchina per simboleggiare le intrusioni governative nella vita privata, allora c’è parecchio da dire.

«Mi piacciono gli elicotteri, di per sé. Non mi piace che vadano in giro a guardare tutto ciò che facciamo. La polizia dice che lo fa per prevenire il crimine. Sono apparecchi molto maneggevoli», dice O’Bannon. «Il problema è che la polizia non si cura particolarmente se questi fanno uscire di testa la popolazione o violano i diritti di tutti per dare la caccia ad un criminale. Non si preoccupano di prevenire il crimine, ma solo di acchiappare i criminali. E per questo farebbero di tutto ai cittadini, fregandosene. È di questo che doveva parlare il film.»

Il Blue Thunder è completamente computerizzato, corazzato ed equipaggiato di ogni sorta di arma. «Non c’è niente di fantasioso in quell’elicottero: può sembrarlo se non avete dimestichezza con l’argomento. Non c’è niente di particolarmente innovativo nel film, non quando ci sono satelliti che possono fotografarti il buco della cintura.»

Sebbene non ci sia nulla di inusuale nel super elicottero, alcuni sviluppi di sceneggiatura ed un rutilante inseguimento d’auto sono pronti a sconvolgere il pubblico.

Dozzine di auto della polizia inseguono Candy Clark, la ragazza di Scheider nel film, mentre lei le guida in una corsa attraverso i bassifondi di Los Angeles. Badham alla fine ha molto accorciato la scena, perché ad una proiezione di prova a Seattle il pubblico l’aveva trovata particolarmente poco credibile.

«L’idea di avere un inseguimento d’auto ha un suo perché ma come diavolo è possibile che la stupida ragazza di Murphy abbia così eccelse doti di guida spericolata?», si chiede O’Bannon. «Badham ha inteso il film come un cartone animato, e quello che cercava con Candy Clark era di rifare qualcosa alla Hazzard

Problemi con “Alien”

John Badham sembra comunque un angelo in confronto al ritratto che O’Bannon fa degli sceneggiatori di Alien Walter Hill e David Giler.

«Quando hanno comprato il copione e me l’hanno portato via per farlo loro [took it away from me to make it themselves] hanno cercato di gonfiarlo ben oltre ciò che era», dice O’Bannon. «Hill e Giler hanno fatto nove riscritture, ognuna peggiore della precedente. Dicono che se hai un’astronave allora dev’essere la più grande astronave dell’universo: così hanno cambiato quell’aspetto, volevano una flotta di astronavi. «Io ho detto “solo un mostro”? E loro dicono “Non solo un mostro, ne avremo 50!”. Alla fine si è arrivati al punto che Alien era messo così male che non si poteva portare su schermo.»

O’Bannon dice che allora Giler ha lasciato il progetto. «Ridley Scott, che è stato ingaggiato all’ultimo momento, mi ha chiesto di venire e cercare di riportare il progetto sui binari. Ho fatto alcuni cambiamenti per farlo tornare simile all’originale.»

Ciò che distingue Alien dagli altri film “mostro-a-bordo” è l’inquietante creatività artistica di H.R. Giger: è stato il suo lavoro ad ispirare O’Bannon, per ciò è particolarmente seccato che la 20th Century Fox abbia chiamato altri a gestire la creatura e i set.

«Ho lottato per un anno con la Fox per ingaggiare Giger. Ho scritto il copione così che Giger potesse disegnare quelle cose. E quando hanno preso il copione hanno detto: “Naaah, non vogliamo quel tizio: non ha mai lavorato nel cinema”. Volevano qualcun altro che fosse un professionista già affermato», racconta O’Bannon. «Hanno assunto così Carlo Rambaldi per disegnare il tutto. Se ne uscì con qualcosa che sembrava un marshmallow squagliato con una serie di occhi blu. Per un anno continuai a piazzare davanti ai loro occhi il lavoro di Giger, e loro continuavano a dire: “Questo tizio vive in Europa: a quale film ha mai lavorato?” Alla fine Giger fu ingaggiato solo perché fu ingaggiato Ridley, che ha dato un’occhiata al lavoro dello svizzero. Senza Giger non credo che avremmo un gran che di film.»

O un film realistico.

«Quei set di Alien sembrano così reali: non come se avessero cercato di fare qualcosa di bello, ma qualcosa che potesse essere sopravvissuto alle piramidi e volare nello spazio. Era straordinario.»

Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti. «I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito», spiega lo scrittore. [In realtà in questo 1983 James Cameron, su spinta di Walter Hill, ha già scritto la prima bozza del seguito! Nota etrusca.]

A sorpresa, O’Bannon non ama particolarmente la scrittura: la trova un’attività troppo “solitaria” e sente che si corre il pericolo di «diventare nevrotici e fumare troppo». Ciò a cui sta lavorando è raggiungere la sedia del regista, come il suo amico e collaboratore di Dark Star John Carpenter: «l’unica alternativa a quell’obiettivo è diventare scrittore. Dopo aver lavorato a questi due grandi film», dice, «mi è assolutamente chiaro che il controllo del regista sul copione è immenso.»

Progetti futuri e passati

Sebbene di solito prima scrive un copione e poi cerca di venderlo, O’Bannon ha sviluppato un progetto per la MGM intitolato The Sorcerer’s Apprentice, scritto espressamente con in testa la sedia del regista.

Il progetto è naufragato.

«Ho ancora buone speranze, ma è con quel progetto che ho scoperto l’orrore dello scrivere a progetto, il che significa che ti ingaggiano. Ti presenti e loro ti dicono: “Ecco tot soldi, scrivi un copione”. In questo caso si trattava di un accordo in cui dovevo scrivere e anche dirigere il film. Appena siglato il contratto la MGM, il leone che ruggisce, ha iniziato a piagnucolare per poi semplicemente cancellare il progetto, senza ragione apparente», racconta. «Magari può non essere piaciuto il copione che ho scritto, ma la loro decisione potrebbe essere stata influenzata dalla loro pessima gestione.»

Ora The Sorcerer’s Apprentice giace in una qualche cantina della MGM, dove sarà dura per O’Bannon recuperarlo.

«È questo che mi rende infelice del progetto», dice. «Ora è legato alla MGM: non è che posso andare in giro a proporlo, dicendo “Ehi, ragazzi, volete fare questo film?” È proprietà della MGM. Ora dobbiamo trovare un modo per riaverlo o per farlo in altri modo.»

E lui vuole farlo, questo film. Gli piace la storia e lo considera uno dei suoi lavori migliori. «The Sorcerer’s Apprentice era qualcosa che volevo davvero fare. È una storia fantastica su un giovane che vuole diventare un mago», fa notare.

Più di qualsiasi altro mago, il protagonista vuole diventare un illusionista alla Houdini. Quando è avvicinato da un vecchio mago che gli chiede se voglia imparare la magia, il ragazzo accetta subito. Ma la magia che il vecchio ha in mente non consiste in trucchi di carte e conigli fatti sparire. È vera magia. [L’unico film noto con quel titolo è la produzione omonima della Walt Disney del 2010, da cui è assente ogni riferimento a O’Bannon. Nota etrusca.]

Un altro progetto che O’Bannon vedeva come possibile debutto registico è Bloody Noses, scritto da Bob Greenfield e basato sulla vera storia dell’assassino seriale Ed Gein, i cui crimini hanno ispirato già storie di finzione come Psycho e Non aprite quella porta.

«Semplicemente non è successo. Continuavo a proporre il progetto con me come regista ma non è successo», racconta. «Poi, all’improvviso, c’è stata l’esplosione dei film sugli assassini psicopatici, e io ho detto: “No, è troppo tardi, ora”. Era una straordinaria storia di un assassino seriale ma funzionava solo in assenza di tutti questi film simili. Ora abbiamo Venerdì 13, parte 300 e I Eat Your Eyeball: sono disgustato da questi film. Finché non scompariranno e tutti li avranno dimenticati, non posso toccare Bloody Noses. Credo che ormai sia un progetto morto.» [Non esistono film con quel titolo. Nota etrusca.]

Più “vivi” sembrano due adattamenti da racconti dell’ultimo Philip K. Dick (il cui romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è diventato Blade Runner). La versione di O’Bannon di Chi se lo ricorda sta per essere prodotta da Ronald Shusett – suo collaboratore in Alien e Sepolti vivi – per Dino De Laurentiis [dieci anni dopo diventerà Atto di forza. Nota etrusca.], mentre il racconto Modello due è stato opzionato dal curatore degli effetti speciali di Atmosfera Zero Tom Naud per un film che potrebbe intitolarsi Screamers [Che vedrà la luce più di quindici anni dopo. Nota etrusca].

«Ho appena stretto un accordo per scrivere un film indipendente per Tobe Hooper», annuncia O’Bannon, «un seguito de La notte dei morti viventi. Vedete, Zombi non era legalmente un seguito del primo film, ma tutti l’hanno pensato. Dopo la pellicola del 1969 George Romero ha avuto un dissidio con i suoi soci così ha lasciato loro i diritti del nome “Living Dead” e ha detto. “Continuerò a fare film senza di voi”. Alla fine un finanziatore di nome Tom Fox ha comprato i diritti dagli ex soci di Romero, poi è andato da Tobe e Tobe è venuto da me.»

I due cineasti si erano già incontrati in passato alla MGM, mentre lavoravano a progetti in seguito naufragati. Inoltre condividono lo stesso avvocato. «Quindi mi è stato affidato il difficile compito di fare un seguito di un film che ne ha già uno.»

E perché Dan O’Bannon lo sta scrivendo?

«Perché sono al verde e loro offrono bei soldi: scriverò il film e poi tornerò ai miei affari. Avrà un approccio New Wave, useremo musica New Wave e un cast di punk: e sarà una storia molto lontana dall’originale.»

In più il seguito – intitolato Return of the Living Dead – sarà girato in 3-D. «Ma non del tipo “vi tiro roba in faccia”», specifica O’Bannon. «Sarà un film di exploitation molto visiva, ma tutti sembrano d’accordo di non fare primi piani delle ferite. Ci saranno cadaveri strani e truculenti.»

«Credo che stiano nuotando controcorrente verso il botteghino, affrontando questo tema, ma che posso farci? Sto facendo del mio meglio per tirare fuori una buona storia.»

Return non sarà un seguito né della Notte né di Zombi né, se per questo, de Il giorno degli zombi, che George Romero scriverà e dirigerà prima del 1985, completando la trilogia. O’Bannon dice che il progetto di Hooper non ignora gli altri film, ma condividerà solo una parte degli elementi con loro.

«Servirà una spremuta di meningi [brain twist] perché gli spettatori di entrambi i film possano seguire il nuovo e apprezzarlo come pure i nuovi spettatori.»

Nuove decisioni

Questo è anche un anno di grandi decisioni per O’Bannon. «Sapete, ho 36 anni, comincio a farmi vecchio, non sono più un ragazzo: corpo e mente sono ormai diverse. Si suppone che la mezza età sia sui 50 anni, ma quant’è lunga la vita? Se fosse 70 anni, allora 36 è la mezza età. E la mia mente si sente più vecchia del mio corpo», dice. «Jack Sowards, che ha scritto Star Trek II, un bel ragazzo, ha dichiarato su “Starlog” che si sente un diciannovenne: be’, magari lui sì, ma io mi sento un settantenne.»

O’Bannon è già stato attivo nella fantascienza ed è orgoglioso di mostrare la sua biblioteca nella casa di Santa Monica. «Guarda, qui c’è Nell’inferno di neve [Snow Fury, 1955; “Urania” n. 117, 1956], il primo libro di fantascienza che ho comprato, ce l’ho ancora. Parla di neve che diventa vita e mangia la gente. Scritto nel 1956, quando avevo dieci anni e passai dai fumetti ai romanzi tascabili. Non è un romanzo famoso.»

Mette poi subito in chiaro che non è più un appassionato di fantascienza.

«Lo sono stato, ma ora sono un cineasta di fantascienza. Credo ci sia una differenza», spiega. «Ha a che vedere con il lavoro in gruppo e la socialità. Sin da quando sono entrato nel cinema ho dovuto avere uno sguardo freddo sul materiale. Credo sia un vero rischio amare i soggetti che stai gestendo: è pericoloso.»

Il passaggio da appassionato a professionista non è stato facile.

«Ho frequentato quattro college, cambiando continuamente materie senza sapere cosa volevo fare. Quando avevo 21 anni ho scoperto di stare per laurearmi in psicologia… e non volevo essere uno psicologo. Così dopo un’analisi interiore mi sono detto: voglio fare film.»

«Signor O’Bannon, da quanto si sente alienato

«Ero spaventato perché sapevo che era impossibile. Ma sapevo anche che era l’unica cosa che volevo fare per vivere. Sedevo in un dormitorio, nel 1968, e stanco delle foto di “Playboy” iniziai a leggerne i testi. Qualcuno aveva scritto una lettera chiedendo quale fosse la migliore scuola di cinema: lessi il consiglio della rivista e lo seguii.»

Finì alla University of Southern California e cominciò la sua educazione cinematografica guardando Quarto potere e Dottor Strangelove.

«L’esperienza che ho avuto all’epoca è stata trascurabile, non ho avuto alcun incoraggiamento dalla facoltà, gli studenti erano tutti strani, tutti individualisti estremamente competitivi. Nessuno voleva lavorare con gli altri», racconta. «C’è un detto ad Hollywood: “non basta aver successo, il tuo miglior amico deve fallire”. Questa attitudine inizia proprio alla scuola di cinema.»

Come hanno reagito i genitori alla sua scelta di carriera? Dopotutto, il cineasta è l’ultimo dei mestieri che una coppia della bassa borghesia americana consiglierebbe al figlio.

«Mio padre non è un uomo che parli molto: è geniale e divertente, ma in pratica muto. Gliene ho parlato e si è limitato a grattarsi la testa. Va a vedere tutti i miei film speranzoso e raccoglie memorabilia, così sono abbastanza sicuro che sia fiero di quel che faccio e gli piacciano i miei film, ma non sa come esprimerlo», spiega O’Bannon. «Mia madre ha sempre pensato, sin da quando avevo otto anni, che io fossi un criminale. Ha sempre pensato che la fantascienza non fosse una forma d’arte o letteraria. Se a scuola prendevo un libro di fantascienza, me lo portava via dicendomi: “Non portare la fantascienza con te!” Come se fosse una sorta di colla.»

«Quando avevo 20 o 21 anni mi ha fatto mettere in prigione per aver fumato erba e ha cercato di impedirmi di andare al college. Per i primi due anni ha cercato di farmi diventare ingegnere civile. Aveva un unico criterio per stabilire il successo: fare soldi. Così quando ha visto Alien distribuito in tutti gli Stati Uniti, è rimasta interdetta: non sapeva come valutare la cosa.»

Dan O’Bannon si prende una pausa poi sorride.

«Le sembrava una perversione che qualcuno facesse dei soldi con la fantascienza e i film. Credo che mi vedesse come un assassino di successo.»

Ci sono alcuni cineasti che possono vederla in modo simile a Dan O’Bannon.


L.

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[2015-05] Ripley (Alien Series 5)

Nel maggio del 2015 la NECA presenta la quinta serie delle sue action figures dedicate al film Aliens (1986), con un pacchetto comprendente: Ripley armata e in canotta, Bishop “a pezzi”, un uovo, un facehugger e due xenomorfi, di diverso colore.

Dal sito ufficiale:

Ripley ha le fattezze di Sigourney Weaver ed è equipaggiata di accessori, come l’unione di lancia fiamme e fucile ad impulsi per la battaglia contro la Regina.
Bishop ha le fattezze di Lance Henriksen ed è basato sull’androide spezzato in due dall’attacco della Regina.
Ci sono anche un uovo e un facehugger con la coda mobile. I due guerrieri xenomorfi sono tratti da Aliens: Genocide, sia in versione nera che rossa.

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[2019-09] Aliens saldaPress 30

Cover di James Harren

Trentesimo numero (26 settembre 2019) della collana mensile della saldaPress, con le traduzioni di Andrea Toscani.

Prime due puntate della saga William Gibson’s Alien 3 (2018) di Johnny Christmas, che in italiano diventa Alien ³ di William Gibson. I disegni sono spettacolari, su carta patinata, ma la storia rimane un disastro totale.

Da notare che nelle note finali si parla dei problemi del film Alien 3 (1992) adducendo ancora fra le cause il fantomatico sciopero degli sceneggiatori: la “ricerca” ha fatto passi da gigante e quella causa è stata ampiamente rimossa. Temo che il continuare a citarla sia un modo per non non far sfigurare Gibson, il cui lavoro è stato bellamente cacciato a pedate dal set del film.

L.

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