La Storia di Alien 9. Il cast (3)


9.
Il cast (3)

Sono rare le puntate davvero divertenti della serie TV “Due uomini e mezzo”, e fra queste c’è il primo episodio della seconda stagione (settembre 2004). Il fratello di Charlie Sheen smania per partecipare ad una riunione di amici a cui non è invitato, riesce ad entrare con la forza e trova dei grandi nomi seduti sul divano di casa. Indica Sean Penn al fratello e chiede: «È lui?» Charlie risponde: «Sì». Poi indica Elvis Costello e chiede: «È lui?» Charlie risponde: «Sì». Infine indica Harry Dean Stanton e chiede: «È lui?» Charlie scuote la testa: «Lo era, ora non più».

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Harry Dean Stanton recita coi vestiti

Quando si presenta davanti a Ridley Scott per il provino di Alien, Stanton ha venticinque anni di carriera sulle spalle, anche se in piccoli ruoli e spesso televisivi. Non è una star ma neanche uno sconosciuto, e soprattutto non è un novellino dell’ambiente. Quando il giornalista Richard Meyers lo intervista per lo speciale della Warren Publishing “Alien Magazine” (dicembre 1979) e gli chiede cosa l’abbia attratto dal film, la sua risposta diventerà poi storica:

«Non saprei, in realtà non ne ero attratto per niente. È stato l’entusiasmo di Ridley nel volermi nel film ad essere decisivo. Gli ho detto che non mi piacevano i film di fantascienza e mi ha risposto che non piacevano neanche a lui, ma gli piaceva questo film. Gli chiesi se avesse abbastanza soldi per farlo e in seguito mi confidò che mi ha ingaggiato proprio per quella mia domanda.»

Visto che ancora nel documentario The Beast Within (2003) ripeterà questa risposta, è tutto ciò che sappiamo della sua entrata nel cast. Meyers nel 1979 continua ad incalzarlo per saperne di più, e scopriamo che il copione di Stanton prevede davvero pochissime battute: «Tutto ciò che dovevo dire era “giusto”: era tutta lì la mia parte». Non molto con cui lavorare, ma questo non spaventa un attore che da due decenni è abituato a rimanere sullo sfondo di grandi star.

«Ho fatto un film con Jack Nicholson, Le colline blu (Ride in the Whirlwind, 1966). Io e Jack ci conoscevamo da anni, prima di diventare attori. Lui aveva scritto il copione, recitava da protagonista ed era il produttore. Aveva scritto uno dei ruoli per me – il ladro Blind Dick –  e mi disse che non voleva che io recitassi: mi disse di essere me stesso e lasciar fare il resto al guardaroba. Ed è questo che cerco di fare sempre, da allora.»


Tom Skerritt

Mentre Stanton recita con la sua camicia hawaiiana, anticipando di un anno Tom Selleck nella serie “Magnum P.I.” (1980), un altro caratterista come Tom Skerritt condivide con il resto del cast una sorta di “silenzio stampa” pluri-decennale. Anch’egli attore di lunga data, in ambiti prevalentemente televisivi ma con puntate anche al cinema – insieme a Keith Carradine ha recitato per il nostro Giuseppe Colizzi per Arrivano Joe e Margherito (1974), nel ruolo di Margherito! – per la rivista “SFX” (giugno 2019) ha raccontato un po’ della sua esperienza in Alien ampliando leggermente quelle poche parole spese nel documentario The Beast Within (2003).

«Ricordo che dopo aver ricevuto l’offerta ed aver letto il materiale ho chiesto di sapere di più sulla storia, e mi è stato risposto che il budget era di due milioni di dollari e non c’era ancora il regista. Il copione non era proprio qualcosa di affascinante, per un attore. All’epoca mi ero viziato dall’avere avuto un sacco di bei ruoli, il mio lavoro fino ad allora vedeva registi come Robert Altman ed Hal Ashby: Alien non mi convinceva.»

In questo 2019 non ripete ciò che ha detto nel 2003, che cioè era convinto che con un budget così basso non sarebbe mai uscito fuori un buon film con quella sceneggiatura, comunque conferma di aver rinunciato al ruolo e di averlo ripreso in considerazione solo dopo l’arrivo di Ridley Scott. «Pensai che la questione fosse chiusa – racconta l’attore nel documentario del 2003. – Un mese dopo, uno dei produttori mi chiamò dall’Inghilterra e mi disse che il regista sarebbe stato Ridley e che il budget sarebbe stato sufficiente a realizzare il potenziale del film: questo cambiava tutto. Si trattava di lavorare con Ridley Scott, era una lezione di cinema». Come ripeteranno tutti gli attori, anche Skerritt è un grande fan del lavoro di Ridley, malgrado all’epoca solamente i più attenti erano riusciti ad intravedere I duellanti nelle sale americane, e come sempre è facile che siano tutti giudizi dati a posteriori.

Nell’intervista del 2019 Skerritt ricorda l’incontro con Scott nell’ufficio di quest’ultimo a Londra. «Cominciammo a provare un po’ di dialoghi e poi [Scott] si inseriva a descrivere la scena dal punto di vista visivo: era affascinante, ma praticamente dopo mezz’ora avevamo letto sì e no un paio di righe di copione. Era così preciso nei dettagli». La situazione viene “salvata” dall’arrivo di un assistente che porta via il regista per risolvere dei problemi. Skerrit ne approfitta, si volta verso gli altri e dice: «Immagino che questo faccia di me il capitano della nave».


Jon Finch… anzi, John Hurt

Il ruolo di Kane, la prima vittima dell’alieno, viene affidato a Jon Finch, attore televisivo che con il ruolo da protagonista del celebre Macbeth (1971) di Roman Polanski aveva avuto la possibilità di un lancio nel grande cinema. Qualcosa però va storto, e arrivato sul set di Alien nell’estate del 1978 nasce un vero e proprio mistero: perché l’attore è stato subito sostituito da John Hurt?

Nel documentario The Beast Within (2003) Ridley Scott racconta che nel primo giorno di riprese Finch appare “strano” e nell’istante stesso in cui viene dato il primo ciak si sente male, ed esce fuori che è diabetico: non può continuare la lavorazione del film così viene sostituito. Questa dichiarazione del regista – rilasciata in più occasioni, come l’audio-commentario di Alien in “Alien Quadrilogy” (2003) e la rivista “Empire” (novembre 2009) – non è l’unica voce sull’argomento.

Jon Finch nel ruolo di Kane, dal documentario The Beast Within (2003)

Intervistato da Jason Debord nell’aprile 2009, per il sito Originalprop.com, il supervisore agli effetti speciali Brian Johnson racconta di come l’attore si sia sentito male mentre lui gli stava prendendo un calco della testa, tanto che il tecnico ha chiamato l’ambulanza: non avendo dichiarato all’assicurazione di essere diabetico, Finch non poteva continuare le riprese. Intervistato per Shadowlocked (sito ora chiuso ma la dichiarazione è riportata da Alien Explorations), l’art director Roger Christian dà la colpa all’eccessivo fumo presente sul set – problema che lamenteranno tutti gli altri attori – e non si trattava solo dell’incenso che Scott utilizzava per rendere più “fumose” le scene ma anche l’insieme dei sigari fumati dal regista: dopo tre giorni di riprese, Finch molla. Nel suo diario, alla data del 4 luglio 1978, H.R. Giger avrebbe scritto: «John Finch, l’attore principale, è di nuovo malato ed è dovuto andare in ospedale» (pagina 81, stando al citato Alien Explorations), e l’uso di quel “di nuovo” sta a significare che i giorni di riprese sono stati sicuramente più d’uno, con più casi di malori sul set.

Il “mistero” rimane fitto finché nel 2008 la Fox ricontatta Charles de Lauzirika – padre di tutti noi fan, in quanto curatore del cofanetto “Alien Quadrilogy”, autore del citato documentario The Beast Within nonché scrittore di tutti i dossier dei personaggi del primo film, come appaiono nel DVD del 1999 (come da lui stesso rivelato via twitter nel Capodanno del 2018) – e gli chiede di ampliare il lavoro già svolto in vista del cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010), da non confondersi con la versione ridotta del 2014. de Lauzirika ha conosciuto Finch durante la lavorazione del film Le Crociate (2005) di Ridley Scott, così lo chiama e gli fa raccontare la sua versione dei fatti, inserita come contenuto speciale del cofanetto Blu-ray.

La fonte di quanto appena scritto… è de Lauzirika stesso, persona incredibilmente disponibile e gentile: quando un fan – cioè io! – l’ha contattato via twitter per chiedergli spiegazioni sulla presenza di Finch in “Alien Anthology”, non si è tirato indietro e ha raccontato quanto appena riportato.

Contenuto speciale esclusivo del cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010)

Nella sezione “Enhancement Pods” del quinto disco è presente il capitolo “Jon Finch sets the record straight” in cui l’attore (scomparso quattro anni dopo) dà la propria versione dei fatti:

«La prima volta che ho quasi lavorato con lui [Ridley Scott] è stato per I duellanti, che era il suo primo film. Mandò il copione al mio agente dell’epoca, che avevo appena mollato e stavo girando un film con Roger Vadim nella Valle della Loira [probabilmente si tratta di Una femmina infedele (1976). Nota etrusca.] Un paio di anni dopo lo incontrati [Scott] per Alien e mi disse “Ero nel tuo stesso hotel”, ed io “Perché non mi hai salutato?”, e lui “Perché non hai mai risposto al copione che ti ho mandato”. Non mi aveva rivolto la parola perché il mio agente non mi aveva rigirato il copione, così ho perso Alien… cioè, scusate, I duellanti.

Poi venne Alien, in cui ho lavorato… credo per tre giorni, oltre a tutta quella merda del petto e del collo, sapete? [Non sappiamo, ma forse si sta riferendo ai lavori preparatori per la scena del chestburster e al calco facciale citato da Brian Johnson. Nota etrusca.] Dopo tre giorni ho avuto un bruttissimo attacco di bronchite, per la prima volta nella mia vita e mai più ripetuto, e sono finito in terapia intensiva. Mi sono dovuto assentare dalle riprese per due settimane, e… be’, sapete, non potevano lavorare così purtroppo ho perso quell’occasione, e l’ha colta John Hurt. Quando quel piccolo bastardo [il chestburster] gli esce dallo stomaco io sapevo, sapevo tutto, ci avevo lavorato per un’eternità, sapete?»

Quindi non era diabete bensì bronchite? Com’è nata allora la “leggenda del diabete” che Scott ha ripetuto a lungo? Malattia, guarda caso, che l’attore avrebbe dovuto dichiarare all’assicurazione e che quindi ad ammetterla avrebbe difficoltà a livello professionale, al contrario di una innocua bronchite di cui non avrebbe colpa. Il mistero rimane…

Jon Finch nel 2003, dal cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010)

Qualunque sia il vero motivo per l’allontanamento di Finch, ciò che è sicuro è che ora c’è bisogno di un nuovo attore per il ruolo di Kane, e dannatamente in fretta. Scott ricontatta uno degli attori in lista, John Hurt, perché è tornato disponibile. Malgrado quando ripeterà la storia eviti di citare il titolo del film, Hurt ha rifiutato Alien perché è stato ingaggiato per Zulu Dawn (1979), kolossal britannico che cerca di replicare l’enorme successo di Zulu (1964) sfruttando il centenario dei fatti che racconta, cioè la guerra contro gli Zulu del 1879. Per l’occasione tante grandi star dell’epoca vengono chiamate a ricoprire minuscoli ruoli, ma – come si saprà in seguito – al momento di sbarcare in Africa Hurt viene fermato e rispedito in patria come persona non gradita: il suo nome è stato confuso con quello di John Heard, noto attivista di iniziative anti-apartheid. Curioso che l’attore nel ripetere questo aneddoto sia in The Beast Within che nell’audio-commento del film non citi Zulu Dawn ma si limiti ad un vago «film sudafricano»: forse dà per scontato che tutti conoscano l’aneddoto?

John Hurt nel documentario The Beast Within (2003)

John Hurt dunque si vede piombare addosso un Ridley Scott esagitato:

«Ridley Scott venne a trovarmi e parlammo fino a mezzanotte passata: diciamo che era un lunedì, e il martedì mattina mi presentai sul set alle 7,30. Per me non fu un film come gli altri.»

Non saranno molte altre le dichiarazioni dell’attore, scomparso nel 2017, che dopo decenni di silenzio avrà giusto qualche parola di circostanza da dire sul film per cui è famoso in tutto il mondo. Yaphet Kotto e Ian Holm invece ancora oggi mantengono il loro “codice del silenzio”.

Il cast è pronto, i set sono abbondantemente pieni di incenso e i sigari di Ridley Scott sono pronti a pacchi: possono iniziare le riprese.

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Jason Debord, Interview With Brian Johnson, Special Effects Artist, dal sito OriginalProp.com (23 aprile 2009)
  • Richard Edwards (ma in realtà senza firma), Loving the Alien, da “SFX” n. 313 (giugno 2019)
  • Richard Meyers, Harry Dean Stanton interviewed, da “Warren Presents: Alien Magazine” (dicembre 1979)

L.

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Citazioni aliene. L’Armata delle Tenebre (1992)

Le meraviglie che si trovano nell’auto di Ash (che poi è di Sam Raimi)

È esistito un tempo lontano e magico in cui un alieno disegnato da Frank Miller faceva capolino dal bagagliaio dell’auto di Ash ne L’Armata delle Tenebre (Army of Darkness, 1992) di Sam Raimi. Incredibile, ma vero.

Dopo essermi regalato il Cofanetto del film in edizione limitata, ed aver iniziato un po’ alla volta a spulciarne i tanti contenuti speciali, per puro caso mi è caduto l’occhio all’interno del bagagliaio dell’auto di Ash – che in realtà, come in tutti e tre i film del ciclo Evil Dead, è di Raimi – e a sorpresa ci ho trovato… Aliens!

Cover di Frank Miller

Si tratta del numero 50 (aprile 1991) del mensile a fumetti “Dark Horse Presents”, specializzato in storielle brevi ambientate nei vari universi narrativi della casa: John Arcudi per l’occasione scrive la brevissima storia aliena muta Reapers, che nella sua ristampa a colori viene presentata dalla saldaPress nel novembre 2018 sul numero 20 della rivista mensile “Aliens”, con il titolo Razziatori.

Va ricordato che la Dark Horse credeva nel film tanto da comprarsi il marchio e nello stesso novembre 1992 in cui Army of Darkness è stato presentato al London Film Festival ne è uscita la relativa novelization a fumetti in tre parti, adattata da Sam ed Ivan Raimi: non dev’essere andata bene, visto che la serie non è continuata.
Per saperne di più su questa novelization, rimando a La Bara Volante, mentre per recenti incarnazioni a fumetti dei personaggi del film rimando ai miei Fumetti Etruschi.

Nella foto si vede anche un numero di “Fangoria“, la storica rivista di cinema horror che non è certo nuova a queste comparsate, visto che il primo numero è apparso in mano ad una delle vittime di Jason in Venerdì 13. Week-end di terrore (1982)

Giusto per ricordare il rapporto tra “Fangoria” e Venerdì 13

Che Raimi ami il citazionismo è inutile specificarlo: chissà se infilare quelle due riviste nel bagagliaio della sua auto sia stata una scelta sua o una proposta delle due testate.

L.

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[1996-06] Steve Perry su “Starlog” 227

Traduco questa intervista apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 227 (giugno 1996).


Dark Destinies

di John Vester

da “Starlog”
n. 227 (giugno 1996)

Con il suo “L’Ombra dell’Impero”,
il romanziere Steve Perry rende più suro l’universo di Star Wars

«Qual è il tuo piano?» viene chiesto ad Indiana Jones ne I predatori dell’arca perduta (1981). «Non lo so», è la sua risposta: «in qualche modo mi arrangerò [I’m making this up as I go]». Da quel momento e fino alla fine del film il pubblico è convinto che lui davvero non abbia alcun piano. Gli spettatori sospendono volutamente la loro incredulità malgrado dietro quel prodotto ci sia un esercito di professionisti che seguono piani dettagliati.

La Lucasfilm conta sullo stesso effetto per il suo nuovo universo multimediale di Star Wars: mentre sembra una semplice coincidenza di libro, fumetto e gioco, si tratta dello schieramento di un gruppo di persone talentuose.

Pochi sono meglio informati di Steve Perry, autore del romanzo Star Wars: Shadows of the Empire. «La Lucasfilm ha avuto l’idea per un posto, per un cattivo e per quello che ad Hollywood chiamano springboard: un’idea sulla direzione narrativa da prendere», spiega Perry. In tutte le sue incarnazioni, Shadows riempie l’intervallo fra i film L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, un luogo dove nessun libro autorizzato si è mai avventurato. «La Lucasfilm voleva chiudere la serie con un po’ di fuochi d’artificio così da generare interesse per la successiva generazione di film. Credo che qualcuno si sia reso conto che fra quei due film c’era un intervallo di tempo abbastanza lungo e molte domande senza risposta.»

Perry ha avuto l’opportunità di fare questo libro grazie al suo lavoro in un altro universo. Tom Dupree, editor alla Bantam tanto per i progetti di Star Wars quanto per le novelization dei fumetti Dark Horse di Aliens, ha contattato Perry per scrivere una versione romanzata del film The Mask (1994). «Mi ha chiamato, un giorno», ricorda Perry, «e ha detto: “Non ho soldi da spenderci, non prenderai royalties e mi serve in fretta”. Be’, come avrei potuto rifiutare?»

The Mask permise a Dupree di offrire a Perry Shadows of the Empire. «A quel punto la Lucasfilm aveva il progetto», continua l’autore, «e stavano cercando lo scrittore. Ho mandato qualche mio lavoro e un paio di romanzi di Aliens a Tom, che li rigirò alla Lucasfilm e parlò in mio favore. Non so i criteri che usano di solito per scegliere gli scrittori, a parte che siano in grado di produrre del materiale pulito e in tempo con le scadenze. Il tempo è sempre essenziale in progetti come questo.»


Star Time

Gestire il tempo è decisamente uno dei punti forti di Perry. Con 33 libri pubblicati, trenta copioni televisivi prodotti, qualche dozzina racconti, molti saggi, recensioni e articoli tecnici, la produzione a scadenza è una sua forza. «Il segreto è presto detto», confessa l’autore: «scrivo veloce. Cinque giorni a settimana alla tastiera, come un vero lavoro, e cerco di completare dieci pagine al giorno, in prima bozza. Finora non ho mai subìto alcun blocco dello scrittore, e questo aiuta. Non mi pesa molto il mio lavoro: se non ti diverti non ne vale la pena. Se fossi sempre impaurito, dovessi tirar fuori ogni parola a fatica e cavarle con il sangue, farei qualcos’altro nella vita. Non avrebbe senso fare lo scrittore.»

Il primo passo nel creare l’evento multimediale Shadows of the Empire era organizzare un incontro allo Skywalker Ranch. «Era l’inizio di novembre del 1994. Ci sedemmo attorno ad un tavolo insieme ad un sacco di gente – Howard Roffman, Lucy Wilson, Sue Rostoni, Allan Kausch della Lucasfilm, John Knoles, Steve Dauterman e Larry Holland della LucasArts, la gente che si occupa dei giochi. La Dark Horse era presente mediante telefono e fax. È stato un gran bell’incontro, un insieme di persone in gamba con un sacco di buone idee. Non c’era un solo “incravattato” fra noi.»

L’incontro serviva ad espandere il brogliaccio iniziale. Perry presentò una lista di personaggi e vari gruppi studiarono quali avrebbero funzionato meglio nei vari altri progetti. Per esempio gli addetti ai videogiochi menzionarono cose che nel loro campo avrebbero fatto una buona riuscita, e chiesero se avrebbero funzionato in un libro. Già in quella fase preliminare era chiaro quanto Shadows of the Empire fosse un grande progetto.

Uscirà un fumetto in sei numeri per la Dark Horse, sempre con il titolo Shadows of the Empire. «Ma», specifica Perry, «non è la stessa cosa. Il soggetto principale è quello, ma sarà raccontato attraverso gli occhi di altri personaggi. Ci sono un paio di punti in cui romanzo e fumetto si incontrano, ma per il resto vanno ognuno per conto suo: non è la stessa esperienza e coinvolge personaggi diversi. Alcuni funzionano meglio nel fumetto che nel romanzo.»

Il passo successivo è stato abbozzare una trama, alla quale Perry ha iniziato a lavorare già durante il viaggio di ritorno a casa. Dopo qualche spunto ricevuto da Dupree e dalla Lucasfilm, la trama definitiva è diventata la base per il libro. «Quando scrivi la trama per un tuo libro puoi andare dove vuoi, ma in questo caso altre persone dovevano basarsi sulla stessa trama per le loro opere, quindi mi ci sono attenuto strettamente.»

Sebbene Perry si occupi solo del romanzo, è la chiave di volta degli altri autori, principalmente perché è stato il primo a completare il suo compito. «Ho finito con il romanzo prima che fosse completata la struttura del fumetto e che fosse pronto il gioco, così la Lucasfilm ha deciso che – visto che il libro sarebbe stato il primo ad essere pubblicato – sarebbe stata la base per tutti gli altri.»

Non era strano per Perry ricevere telefonate dalla Dark Horse riguardo ai fumetti, o dagli sviluppatori di giochi per discutere su come dovessero apparire le astronavi, i colori e i nomi. «È stata un’aventura cooperativa sin dall’inizio. In effetti alcuni degli altri scrittori di Star Wars mi hanno chiamato e mi hanno detto di avere un personaggio di un loro libro in uscita e mi hanno chiesto se c’era spazio per fargli fare una comparsata nel mio libro.»


War Secrets

In cosa risiede l’entusiasmo per questo Shadows of the Empire? A parte il fatto che sarà un fumetto, un gioco, un audiolibro e il soggetto di un volume della Del Rey dal titolo Making of Shadows of the Empire e che è ambientato fra il secondo ed il terzo film, cos’altro sappiamo? Purtroppo è tutto top secret, almeno finché il romanzo non verrà pubblicato. «Tutto ciò che posso dire», ammette lo scrittore, «è che ritroverete molti dei vostri personaggi preferiti, più un paio di nuovi arrivati. Parla del lato oscuro dell’Impero… dei bassifondi dell’Impero.»

Lo scrittore dice di aver adorato scrivere le scene dal punto di vista di Darth Vader. «Ho amato scrivere di lui. Non potevo scrivere una sola sua parola di dialogo senza sentire nelle orecchie la voce di James Earl Jones. Potrebbero esserci un paio di sorprese su ciò che pensa Vader in solitudine.»

Perry non lascia trapelare alcun segreto della Lucasfilm. «Sono molto protettivi con la trama, e non dirò nulla. Inoltre non voglio che siano delusi da me: se pensano che io sia in grado di tenere la bocca chiusa, magari lavoreranno ancora con me. Adorerei che George Lucas mi chiedesse di scrivere uno dei suoi nuovi film, e lo farei di sicuro. Ma la fila degli autori disponibili potrebbe ricoprire la circonferenza terrestre.»

Lo stesso Perry è rimasto impressionato di quanto sia vasto l’universo di Star Wars. «Ero allibito. Ho chiesto ad Allan Kausch se avessimo una mappa della galassia di Star Wars che mostrasse i luoghi delle varie avventure. È scoppiato a ridere e ha detto: “Stai scherzando? Ci sono centinaia e centinaia di pianeti: nessuno ha fatto una mappa perché sarebbe troppo grande”.»

Grandi dimensioni significa grandi problemi di continuità. «Secondo me una delle principali ragioni dei problemi di continuità è che quando la Lucasfilm ha iniziato questo progetto nessuno si era reso conto di quanto sarebbe diventato grande: si è allargato in ogni direzione. Ora che hanno messo insieme una squadra, tutto era già andato troppo in là. Ogni volta che inizi una grande serie di storie, ci vuole poco perché la cosa sfugga di mano. Così hanno dovuto passare un sacco di tempo a smussare i problemi di continuità.»

Naturalmente tutti sanno che l’ultima parola per quel che riguarda l’universo di Star Wars spetta a George Lucas. «Non so dire quanto lui sia coinvolto nello sviluppo dei romanzi, ma mi sono reso conto che presta attenzione a ciò che accade dietro le sue spalle. Non posso immaginarmi che sia arrivato dov’è semplicemente standosene svaccato con i piedi sul tavolo. Dopo tutto, è il suo universo.»

Perry ha già dovuto affrontare la continuità in occasioni precedenti, avendo scritto quattro libri di Conan. «Mi è stato chiesto di scrivere il mio primo romanzo di Conan da L. Sprague de Camp, che gestisce la proprietà del personaggio. Non avendo mai scritto di sword and sorcery volevo provarci e mi sono divertito, visto che Conan non è un personaggio complesso, i libri erano divertenti e la paga buona. Non ho tentato di ricopiare lo stile oscuro di Robert E. Howard, ma ho fatto di tutto per rendere vivi i romanzi, luminosi. Li ho ambientati nella giovinezza di Conan, quando aveva fra i 16 e i 17 anni: in quel modo non era necessario che sapessi cosa avesse fatto all’età di 25 o 35 anni.»

Anche nel suo universo narrativo, la serie dei romanzi dei Matador, Perry deve gestire la continuità. «L’universo dei Matador è una space opera che riguarda la formazione di un gruppo scelto di guardie del corpo che a volte lavorano per una confederazione galattica repressiva. Ciò che ho fatto è stato stilare una sorta di “Bibbia”, in cui c’è un’idea generale di cosa succeda e di chi siano i protagonisti, poi mi limito ad aggiungere tutto ciò che succede. Così se hai bisogno di sapere di quale colore abbia i capelli un certo personaggio, basta sfogliare fino al punto giusto e scoprirlo.»


Past Shadows

Perry ha praticato le arti marziali per circa trent’anni ed ha usato la sua conoscenza in questa pratica e filosofia in molti dei suoi lavori. «Fino al quarto anno di scuola superiore ero uno scricciolo», ricorda lo scrittore alto un metro e 85 per 90 chili. «Ero secco, portavo gli occhiali e leggevo fantascienza: tutto questo in Louisiana ti marchiava come disadattato [geek]. Così mi sono dato da fare e qualcuno mi ha portato ad una lezione di karate, in una palestra locale.»

Questo, unito al fatto che ha messo su peso ed è cresciuto in altezza nell’età dello sviluppo, ha fatto sì che oggi nessuno gli dia fastidio. Velocemente ha abbandonato gli aspetti da auto-difesa delle arti marziali ed è rimasto conquistato dalla loro filosofia, con i vari codici basati sull’onore e sul ragionamento. «Ancora oggi mi affascinano: mi piace avere il controllo di me stesso, fisicamente, e mi piace la disciplina che prevede un allenamento. Devi riuscirci da solo, nessuno può farlo per te.»

È tutta un’ottima base per scrivere poi di Jedi o di “97th Step” [nome di un’arte marziale inventata dall’autore] dei suoi libri sui Matador. Un’altra cosa che Perry trasferisce nei suoi romanzi è la conoscenza delle pistole. «La verità è che davvero non puoi definirti un artista marziale, qualunque sia lo stile, se non sai come usare una pistola, perché è questa l’arma del nostro tempo. So sparare e lo apprezzo come sport di precisione. Per lo più utilizzo pistole di piccolo calibro, sparando a piccoli bersagli a grande distanza. Odio quando leggo un buon libro giallo di fantascienza in cui lo scrittore gestisce male l’uso di una pistola. Cerco sempre di farlo al meglio ed uso spesso armi nei miei testi.»

Ha anche inventato nuove armi, come lo spetsdöd nei suoi romanzi dei Matador [rimossa dalla traduzione italiana. Nota etrusca.], una pistola che spara dardi che non uccidono ma neutralizzano la vittima per sei mesi. «È un’arma usata dalle guardie del corpo. Sia per motivi morali, visto che loro non uccidono, sia perché il nemico deve mantenere le vittime in ospedale per sei mesi, il che è molto dispendioso: è l’arma perfetta per la guerriglia.»

La carriera di Perry dimostra l’antico adagio per cui la fortuna arride a chi ha la mente pronta, e quella fortuna ha la forma di lavoro duro. Un altro segreto che vuole condividere è di non prendersi troppo sul serio. «Sono semplicemente un narratore [storyteller]. Credo che i miei argomenti principali, semmai ne abbia, ruotino intorno all’amore e alla scoperta di sé stessi e del proprio posto nel grande schema delle cose. Non scrivo per i posteri, scrivo per il tizio che va al supermercato con soldi sufficienti per un pacco di sei birre o per un mio libro. Se compra il mio tascabile invece della birra, voglio che alla fine della lettura sia contento di aver fatto quella scelta.»

«Scrivere per me è un lavoro a tempo pieno, il migliore di quelli che ho fatto. A volte è difficile da credere di essere pagati per scrivere storie», si stupisce Perry. «Molti scrittori ed attori che conosco provano questa sensazione. Se sei un carpentiere, ha un edificio da dover tirare su: tutto ciò che abbiamo noi è un mucchio di fogli. Hai questa paura che un giorno qualcuno bussi alla tua porta e dica: “Ok, amico, sappiamo che hai preso in giro la gente fino a questo momento: devi ridare indietro tutti i soldi, ora, e trovati un vero lavoro!”»


Aliens, Predators & Perrys

A Steve Perry piace lavorare con gli universi condivisi, perché gli dà la possibilità di gestire alcni dei più grandi personaggi del genere. «Ho avuto l’onore di ricevere l’invito ad aiutare Conan a sfoderare la sua spada, a stare vicino a Ripley nel combattere gli alieni e a far pronunciare mie parole a Darth Vader», dice lo scrittore.

La partecipazione di Perry all’universo di Aliens è stata il risultato della passione del figlio nei fumetti. «Io e Mike Richardson, presidente della Dark Horse Comics, ci conosciamo da prima della nascita della casa. Vivo a circa 40 chilometri da Milwaukie, Oregon, dov’è la Dark Horse.» Perry copriva quella distanza per accompagnare il figlio a comprare fumetti nei negozi Dark Horse, e Richardson era l’uomo alla cassa. «È stato 16 anni fa, e quando Richardson è entrato nel business del fumetto ed ha iniziato ad avere successo, mi ha chiamato un giorno e mi ha chiesto se scrivessi ancora. Aveva letto qualcosa di mio e voleva sapere se io fossi interessato a fare dei libri di Aliens

Mentre Alan Dean Foster ha scritto le novelization dei film per la Warner Books, la Dark Horse aveva bisogno di qualcuno per creare la novelization dei loro fumetti, ambientati nello stesso universo. Il primo libro, Aliens: Earth Hive, è uscito nel 1992, Aliens: Nightmare Asylum nella primavera del 1993 e il terzo, Aliens: The Female War, scritto con sua figlia Stephani Perry, nell’agosto successivo.

«I miei libri non sono basati sui film, sebbene il primo fosse basato su un copione per Alien 3 [Ma quando? Ma dove? Ma che dice? Nota etrusca]. Il film era cambiato così tante volte che ormai non ci trovato alcun collegamento. Peccato. Mi è piaciuto molto più il fumetto che il film.»

Naturalmente il suo lavoro si è basato anche sul mostro di H.R. Giger, che – dice – è una grande ispirazione per chiunque. «Gli alieni non sono molto realistici nella loro forma, ma ragazzi: mettono davvero paura.»

La Dark Horse possiede i diritti dei romanzi basati sull’universo alieno. La compagnia originariamente ha considerato di crearli da sé, ma poi ha preferito affidarsi alla Bantam. Sono poi arrivati i romanzi di Aliens vs Predator. «AVP, come noi lo chiamiamo, è stata un’idea brillante», racconta Perry. È stata un’idea che è arrivata dalla Dark Horse, con cui Perry si complimenta per la scelta di un’acquisizione così ispirata. «È un’idea di Chris Wagner. Lui e Mark Richardson e Randy Stradley hanno poi messo giù il concetto originale per i fumetti.»

Tutti questi libri, compresi quelli scritti da David Bischoff, Robert Sheckley, Sandy Scofield e Nathan Archer, sono andati bene, sia qui che oltre oceano, e qualcuno è stato un bestseller. Ciò che ha fatto decollare tutto è stata la notizia di un nuovo film di Alien. «Sigourney Weaver ci sarà», dice entusiasta perry, «anche se l’hanno uccisa in Alien 3, che non è il mio favorito dei tre. Ma, ehi, è fantascienza. Hanno riportato in vita Spock, possono farlo con Ripley. In effetti, io l’ho riportata in vita in uno dei miei libri, solo per vendetta contro quelli che l’hanno fatta morire in Alien 3. L’ho riportata indietro come ginoide [android], il che è stato particolarmente interessante perché a lei non piacciono gli androidi, e non sapeva di esserlo.»

Una delle cose migliori uscita da questo crudele universo è stata la collaborazione di Perry con sua figlia Stephani. «È stato grandioso lavorare con lei. Primo perché è una scrittrice naturale, e le riesce veloce e bene, secondo perché fa la maggior parte del lavoro. In seguito è andata in solitaria, scrivendo Aliens: Labyrinth e la novelization del film TimeCop. La ragazza è un’eccellente scrittrice», aggiunge suo padre.

Steve Perry ha una grande esperienza di novelization e tie-in, e la sua formula per il successo è chiara. «Ogni volta che gestisco un lavoro che ha alle spalle un film, cerco di ricreare quel tipo di emozione nel libro. Guardo i rispettivi film, studio lo stile, il ritmo, il linguaggio e via dicendo, e poi tento di reinserire tutto nel mio adattamento. Credo di aver gestito bene la cosa nei miei libri di Aliens


L.

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[2019-11] Predator saldaPress 15

Cover di Mark Schultz

Quindicesimo numero (21 novembre 2019) della testata “Predator“, compagna di “Aliens”.

Ultima puntata di Predator: Homeworld (1999) di James Vance – adattatore di Alien Resurrection (1997) –  e Kate Worley, che nella traduzione di Andrea Toscani diventa Pianeta natale.

Prima puntata poi della saga acquatica (e dimenticabile) Predator: Hell & Hot Water (1997) di Mark Schultz e Gene Colan, che nella consueta traduzione di Andrea Toscani diventa Predator: Abissi infernali.

L.

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Cover di Johnnie Christmas

Trentaduesimo numero (21 novembre 2019) della collana mensile della saldaPress, con le traduzioni di Andrea Toscani.

Ultima puntata della saga William Gibson’s Alien 3 (2018) di Johnny Christmas, che in italiano diventa Alien ³ di William Gibson, così finalmente si chiude questa pratica e spero di non dover più sentir citare la sceneggiatura di Gibson.

Nella seconda metà dell’albo troviamo la storia breve Aliens: Backsplash, apparsa su “Dark Horse Comics” n. 13 (maggio 1993) – che diventa Aliens: Contraccolpo, in italiano – che fa da prologo alla più corposa Aliens: Labyrinth (1993), che inizierà sulla testata dal numero di dicembre.

L.

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9.
Il cast (2)
Veronica Cartwright

Continua la scelta del cast, un alto numero di attori viene vagliato e tanti sono i nomi presi in considerazione: in Rete girano tante liste, che però non è possibile confermare. Di sicuro i volti adatti ai ruoli ci sono ma fra attori che poi rifiutano e problemi di budget che non consentono nomi troppo famosi, il lavoro non è facile. Uno dei volti noti è un’attrice che viene proprio dall’horror, suo malgrado: Veronica Cartwright.

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Prime anticipazioni sul film

Primi mesi del 1979, la 20th Century Fox fra alti e bassi sta riuscendo a non far trapelare nulla della trama di Alien e i giornalisti di settore stanno impazzendo. Quando Barbara Lewis della giovane rivista specialistica “Starlog” si siede davanti all’attrice Veronica Cartwright, preme per qualche ghiotta anticipazione. «Si svolge circa cento anni nel futuro», esordisce la donna. Difficile sia una sua opinione, molto più facile sia un’informazione che girava fra gli addetti ai lavori: come la dobbiamo considerare? Merita un’apertura una piccola parentesi sulla cronologia aliena, che va introdotta da una precisazione: non esiste una cronologia aliena.

Come spesso accade, nasce tutto dai fan ma poi lo si dimentica e sembrano informazioni ufficiali. Un giorno qualcuno ha creduto di leggere in un documento di Burke citato in Aliens (1986) la data 2179: è un’idea senza alcun fondamento, visto che nello stesso film, nelle note biografiche dei personaggi proiettati sullo schermo dietro Ripley, sembra di scorgere tutt’altra data, così come si vedrà nella foto di Amanda Ripley nell’edizione estesa, ma non importa. È nata la cronologia aliena. Da quella ipotesi totalmente aleatoria sono iniziati i calcoli matematici: le vicende di Alien si svolgono dichiaratamente 57 anni prima del secondo film, quindi l’incidente della Nostromo risale – calcolatrice alla mano – al 2122. Se, come detto sopra, durante la lavorazione del primo film girava la notizia che si svolgesse cent’anni nel futuro, saremmo nel 2079 (1979 + 100): un’indiscrezione da “fonte ufficiale” vale di più delle ipotesi dei fan, eppure questa data non ha attecchito.

Tutto questo può sembrare “roba da fan” di poco conto, ma quando Ridley Scott ambienta le vicende del suo Prometheus (2012) dichiaratamente nel 2093, specificando che è una vicenda che si svolge prima di quella di Alien, che all’epoca invece si diceva ambientato nel 2079, ecco che le fonti ufficiali si sottomettono ai calcoli dei fan: l’idea non ufficiale di un qualche fan si è trasformata in Canone, dimostrando quanto poco valga questa parola, nell’universo alieno più che mai.

«Siamo dei camionisti nello spazio che viaggiano per il sistema solare su questa nave malmessa, facendo consegne tra pianeti. […] Siamo di ritorno sulla Terra quando riceviamo una trasmissione che ci manda fuori rotta. […] Raggiungiamo la fonte del segnale e questo strano organismo in qualche modo si attacca all’ufficiale della nave, interpretato da John Hurt. Lo riportiamo indietro, a bordo, e questo organismo diventa l’alieno.»

Ho tagliato molti parti del discorso ma in pratica la Cartwright fa molto di più che rivelare qualche aspetto della trama, ma in fondo l’intervista di “Starlog” esce nel maggio del 1979, con il film che sta per arrivare nelle sale americane, e probabilmente sono informazioni già note al pubblico, non foss’altro che dal trailer.

«Quando ho letto la storia la prima volta, ho pensato fosse bizzarra, assurda. Ne ho parlato con il regista Ridley Scott per tre o quattro ore. Lui ne era affascinato. Ha fatto ogni tipo di ricerca sul tipo di creatura che poteva essere. Alla fine pensai: “Ah-ah, come no”, e poi però mi ha terrorizzata, perché mi ha fatto pensare che quella creatura potesse essere possibile.»

L’attrice spiega più volte quanto sia rimasta spaventata sul set, e queste dichiarazioni valgono doppio… visto il suo passato.

La piccola Veronica Cartwright in braccio a Rod Taylor ne Gli uccelli (1963)


Ancora terrore dallo spazio

Britannica di nascita ma californiana d’adozione, nata nel 1949 come Sigourney Weaver, già compiuti dieci anni la Cartwright inizia la carriera d’attrice – a 12 anni si ritrova sul set con Alfred Hitchcock ad ascoltare da lui barzellette sporche! – e, come spesso accade ai talenti troppo giovani, con l’aumentare dell’età diminuiscono le offerte di lavoro, malgrado abbia addirittura vinto un Emmy Award nel 1964. Per i successivi dieci anni lavora molto in TV ma in piccoli ruoli, finché arriva la grande occasione: Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers, 1978), remake del culto del 1956. Un altro film in cui la produzione ha mantenuto il segreto fino all’uscita in sala… soprattutto riguardo la celeberrima e terribile scena finale.

«Il copione non prevedeva quella scena finale. Non sapevamo nulla fino all’ultima settimana di riprese. Solamente alcuni momenti prima di girare [il regista] Phil Kaufman mi disse una cosa e a Donald disse un’altra. Il risultato fu proprio come Phil aveva pianificato. Don sembra confuso quando io non mi mostro sorpresa: ha recitato come se si aspettasse che io lo fossi. Solo lui era sorpreso.»

Veronica Cartwright in una delle scene più iconiche del cinema di fantascienza

A Tom Weaver di “Starlog” (ottobre 2007) l’attrice racconta di un’esperienza idilliaca, sul set di Philip Kaufman, con la compagnia di attori come Donald Sutherland e Jeff Goldblum, tutti squisiti. Il regista ascoltava gli attori e tutti si divertivano… l’esatto contrario del set di Alien, dove Scott rimane trincerato dietro la macchina da presa, sempre a distanza dagli attori («era più interessato ai particolari visibili sulla scrivania di Ian Holm», dirà di lui la Cartwright nel 1999), e le riprese in spazi claustrofobici durano molto di più dell’effettiva scena davanti all’obiettivo.

«Camminavi attraverso una stanza e ti trovavi nella plancia, poi c’era un corridoio che portava alla sala dove si mangiava, e da lì al reparto medico, e via dicendo. Ogni singola stanza era connessa, così per andare da qualche parte non potevi semplicemente presentarti in quel set: dovevi per forza attraversare tutte le stanze.»

La convivenza forzata all’interno di uno spazio claustrofobico non è piacevole, e cominciare la lavorazione con un “sassolino nella scarpa” non aiuta di certo la situazione.
Raccontando quei giorni nel documentario The Beast Within (2003), Cartwright specifica che sin dall’inizio doveva essere suo il ruolo di Ripley, per il quale aveva fatto e superato il provino.

«Mi presentai per il provino a Los Angeles e incontrai i responsabili del casting. All’inizio provai la parte di Ripley, poi mi richiamarono e anche lì provai la parte di Ripley, davanti a Ridley Scott. Poi andai in Inghilterra. Ero lì in vacanza, così prima di ripartire parlai con il mio agente e gli chiesi: “Hanno finito i provini per Alien? Meglio che mi ripresenti, o comunque che li informi che sono qui”. Così mi ripresentai e feci un altro provino: quando tornai a casa scoprii di essere stata scelta. Quindi andai in Inghilterra convinta di fare Ripley: nessuno mi disse che avrei dovuto interpretare Lambert.»

Veronica Cartwright nel documentario The Beast Within (2003)

Non è facile ricostruire i movimenti esatti dell’attrice, da questo suo racconto, ma è chiaro che nulla lasciasse pensare ad altro ruolo se non Ripley, finché alla prova costumi in Inghilterra le portano gli abiti di Lambert: il ruolo di Ripley nel frattempo è stato già assegnato.

«Ero in Inghilterra, chiamai il mio agente: “Ma io non interpreto Ripley?”. E lui: “Sì”, al che risposi “Qui dicono che devo interpretare Lambert: rileggo il copione e poi vedo”. Lo rilessi e mi infastidì molto che lei fosse sempre così piagnucolosa [weepy], ma poi mi convinsero che avrei incarnato le paure del pubblico, che nel personaggio si rispecchiavano le sensazioni degli spettatori.»

Qualche anno prima, raccontando la stessa identica storia a David Hughes di “Femme Fatales” (giugno 1999), aggiunge un particolare che nel documentario Fox del 2003 si vede bene dallo specificare, o forse l’ha fatto ma nel montaggio è stato tagliato. Quando infatti il giornalista le chiede quale pensa sia il motivo dello scambio del personaggio, malgrado avesse superato il provino nei panni di Ripley, l’attrice non nasconde una punta di veleno.

«Sono state prese un sacco di decisioni politiche, durante la lavorazione di quel film. Era il primo lavoro di Sigourney ma suo padre era un pezzo grosso e lei ha goduto di molti favori.»

Non stupisce che malgrado il cast passi insieme anche il tempo fuori dal set («Andavamo a cena insieme, al pub, chiacchieravamo, tutti e sette. Fu un’esperienza interessante, che ci aiutò a sviluppare i vari personaggi», racconta l’attrice nel 2003) tra Veronica e Sigourney il rapporto non sembra per nulla idilliaco: lo dimostra il momento in cui Lambert deve prendere a schiaffi Ripley.

La tensione davanti all’obiettivo è la stessa che c’è dietro

Ripley è l’unica dell’equipaggio a comportarsi secondo le regole: non si entra nella nave con un organismo alieno senza prima saperne di più sulla sua natura, altrimenti la vita di tutti è messa in pericolo. Lambert è molto più emotiva e reagisce male al tentativo di Ripley di tenerli fuori. La scena è tesissima e sebbene alla fine verrà tagliata nell’edizione cinematografica è presente nel copione sin dall’inizio, il che è strano: Walter Hill non ne era convinto, eppure la scena è rimasta quasi fino alla fine, venendo girata.

Il problema è che Sigourney non sembra disposta a prendersi in faccia un sonoro ceffone da Veronica. Nel citato documentario vengono mostrati i vari ciak della sequenza e sono uno spasso: Lambert parte con uno schiaffetto nervoso e Ripley, che troneggia su di lei in altezza e determinazione, la scansa come fosse una mosca.

«Ogni volta che cercavo di colpirla lei mi schivava. Ridley si avvicinò e mi disse: “Questa volta vedi di prenderla”, e io pensai “che cosa devo fare?” Cercai di darle una sberla, lei mi schivò, riprovai e questa volta la presi. La presi in pieno. Non volevo farle male, ma la presi in pieno. Scoppiò a piangere e questo la fece infuriare. Disse che Ripley non avrebbe mai pianto. Non era entusiasta di quella scena e diceva che non era necessaria, ma credo che per Ridley lo fosse.»

Sicuramente è stato un incidente… ma il sorriso dell’attrice nel 2003 tradisce una certa soddisfazione.

Il sorriso della donna che schiaffeggiò Ripley


Lo stupro mancato

Un’altra scena chiave della partecipazione di Veronica Cartwright al film è quella più controversa: al contrario della precedente, infatti, non è stata mai girata.

Nel 1984 l’attrice rivela a Robert Greenberger di “Starlog” un particolare che dubito sia stato notato da altri, visto che a parte le parole di Veronica nessuno ha più ripreso l’argomento: il suo personaggio… non muore. Nel momento decisivo, semplicemente Lambert scompare.

«Ricordate quando Yaphet Kotto viene ucciso? Era previsto che io sgattaiolassi lungo la parete e mi andassi ad infilare in uno sgabuzzino: lo stesso in cui prima c’era il gatto. L’alieno doveva rintracciarmi grazie ai suoi sensi ed io… morivo di paura [I die of fright]. Be’, questo è quanto mi hanno detto, ma subito dopo mi ritrovavo appesa ad un gancio da macellaio. Tutto ciò che mi viene in mente è che sono stata violentata dall’alieno.»

L’attrice racconta di essersi stupita nel vedere il film al cinema, rendendosi conto di un montaggio che rendeva le scene completamente diverse da come le aveva capite lei, stando sul set. Ma la sua scena non è stata vittima di un semplice montaggio particolare: semplicemente… quella lì non è Lambert.

«Quelle erano le gambe di Harry Dean Stanton. Se guardate il film, lui indossava scarpe da tennis e pantaloni blu. Io invece indossavo pantaloni bianchi e stivali da cowboy. Quando ho visto il film al cinema, sono rimasta molto sorpresa.»

Nella scena c’è Lambert… ma le gambe sono di Brett

Nel 2003, al momento di partecipare all’audio-commento del film – contenuto nel cofanetto “Alien Quadrilogy” – Veronica racconta di nuovo la particolarità della scena.

«Queste sono le gambe di Harry Dean, perché io porto pantaloni bianchi e stivali da cowboy per tutto il film. Ma quello è preso dalla scena dove l’alieno viene giù in quella specie di magazzino: hanno manipolato l’immagine per non farla sembrare blu, ma quella non è neanche la grata che sta sul pavimento.

«Ricordo che la prima volta che lo vidi al cinema, alla fine ovviamente i giornalisti mi chiesero: “Com’è stato?” Io risposi: “Non saprei, perché non lo chiedete ad Harry?” Ero arrabbiatissima. Cioè, anni dopo funziona, quindi va bene, ma avrebbero potuto avvisarmi.

Ma ecco, la scena della morte non venne mai completata. Quello che dovevo fare era strisciare via e praticamente morivo di paura in uno sgabuzzino, e doveva essere lo stesso in cui si era riparato Jones. Ma quella scena non venne mai girata. E chiedevo quando avremmo finito la scena, perché passarono subito a girare qualcos’altro.»

Un particolare della scena di Brett “impiantato” nella scena di Lambert

Malgrado ogni singolo aspetto grafico e tematico di Alien parli di sessualità deviata, non sembra fosse previsto alcuno “stupro di Lambert”, e alla fin fine il suo personaggio esce di scena velocemente come la maggior parte degli altri, né più né meno: chissà se originariamente invece era prevista una scena giudicata magari troppo “forte” e volutamente mai girata.


Mai dire mai

Già mentre sono in corso le riprese di Alien l’attrice riceve la proposta di partecipare ad una «commedia di fantascienza» (non è chiaro quale fosse) che però ha prontamente rifiutato, così come ha subito messo in chiaro che  non sarebbe stata disponibile per il seguito di Terrore dallo spazio profondo, quando ancora se ne parlava. («C’erano voci che ne volevano fare uno, ma non credo nei seguiti: non sono mai buoni come l’originale».) Dopo Alien la sua dichiarazione è lapidaria: basta fantascienza. E la motivazione è quella della maggior parte degli attori fino agli anni Novanta inoltrati: c’è rischio di fossilizzarsi nel genere e nei personaggi.

Come molti che la pensavano come lei, l’attrice ha in seguito ampiamente infranto questa promessa, e così alla citata rivista “Femme Fatales” nel giugno 1999 le parole di Veronica Cartwright sono parecchio diverse: «Sono una regina del fantastico!» [I’m a sci-fi queen!] Il giornalista infatti fa notare che l’attrice ha partecipato a Nightmares. Incubi (1983), Navigator (1986), ed è stata la “quarta strega” de Le streghe di Eastwick (1987, voluta caldamente da Jack Nicholson!), mentre in tempi più recenti è stata in Candyman 2 (1995) e soprattutto ha partecipato – ricevendo una nomination all’Emmy Award – alla fortunata serie TV “X-Files”, di cui si è detta grande estimatrice dopo averla conosciuta in occasione dell’ingaggio.

Veronica Cartwright nel ruolo ricorrente di Cassandra Spender

Quando Tom Weaver la intervista per “Starlog” (ottobre 2007) le fa notare tutto questo, visto poi che proprio alla stessa rivista decenni prima aveva giurato di non fare più film di fantascienza o horror, e l’attrice scoppia a ridere:

«Davvero l’ho detto? Be’, ho mentito

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Robert Greenberger, Veronica Cartwrightis Betty Grissom, da “Starlog Magazine” numero 81 (aprile 1984)
  • David Hughes, Veronica’s Closet, da “Femme Fatales”, volume 7 numero 17 (18 giugno 1999)
  • Barbara Lewis, Veronica Cartwright’s Alien Encounters, da “Starlog Magazine” numero 22 (maggio 1979)
  • Tom Weaver, Veronica Cartwright: The Voice of Reason, da “Starlog Magazine” numero 359 (ottobre 2007)

L.

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L.

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