[2020-01] Aliens saldaPress 34

Cover di Kilian Plunkett

Trentaquattresimo numero (23 gennaio 2020) della collana mensile della saldaPress, con le traduzioni di Andrea Toscani.

Si conclude la tanto attesa Aliens: Labyrinth (1993), un pozzo oscuro in cui lo sceneggiatore Jim Woodring getta il lettore, con la complicità dei disegni nervosi e sofferenti di Kilian Plunkett, che tornerà nel mondo xenomorfo con Aliens: Berserker (1995) ed Aliens: Kidnapped (1997).
Già arrivata in Italia nell’aprile 1999 grazie alla bolognese Phoenix guidata da Daniele Brolli, con il titolo Aliens Labyrinth: il labirinto degli orrori e la traduzione di Margherita Galetti, la saga viene ritradotta da Toscani e diventa Aliens: Labirinto.

Rimane una delle storie più crudeli ed oscure dell’universo alieno: spero che i nuovi lettori sapranno apprezzarla.

L.

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La Storia di Alien 14. Conclusione


14.
Conclusioni

Come può aver riscosso immediato successo un film che, come abbiamo visto, è solamente un amalgama di elementi già ampiamente noti nel cinema di genere? Come può un film di serie A essere una semplice scopiazzata di noti film di serie B – tutti ricordati dalle riviste di settore, alla sua uscita in sala – eppure funzionare? Il segreto probabilmente è proprio in questa unione di “vecchio e nuovo”: Alien non è un film innovativo che rischia di non essere capito, visto che fa della linearità estrema il suo stile; la sua sceneggiatura sa scatenare negli spettatori un senso di déjà vu che funziona sempre al cinema, perché tranquillizza e non genera la temuta paura del “nuovo”; e a tutto questo si aggiunge un’ambiziosa visione cinematografica di grande effetto e scene che ricordano l’horror senza mai però davvero diventarlo, grazie ai consistenti tagli in sala di montaggio.

L’intuizione avuta da Walter Hill nel 1976, che cioè la scena di un mostro che fuoriesce dal petto di un personaggio era l’unica novità della storia – che poi novità non era! – e che da sola avrebbe giustificato il film si è rivelata giusta: la scena del chestburster è l’unica sempre citata nei successivi quarant’anni, tanto da far sospettare che molti ricordino solo quella, dell’intero film. Ma Alien è di più: è il film scopiazzone e derivativo che è stato fatto visivamente così bene da diventare canone. Il suo minestrone di idee rubate qua e là viene trasformato in stile narrativo: quasi subito le scopiazzature vengono dimenticate e Alien da scolaro che copia i compiti diventa maestro.


A scuola dall’alieno

Qualche anno prima di diventare romanziere di fantascienza, John Brosnan ha scritto una recensione di Alien per la rivista britannica “Starburst” (n. 14, ottobre 1979): «è un film molto seccante, perché da un lato è un capolavoro e da un altro lato è un lavoro mal riuscito». Brosnan, come i critici italiani coevi, è “schierato” per la fantascienza e quello è l’aspetto trattato decisamente peggio da una storia che assomiglia più all’horror che al fanta-horror. Ciò che però qui conta  è come Brosnan abbia chiuso la sua recensione del film:

«L’unica cosa che mi spiace di Alien è che temo porterà ad una serie di imitazioni qualitativamente inferiori, così come Guerre Stellari ha portato a Battlestar Galactica, Humanoid, Buck Rogers e Il pianeta ribelle. Questo vorrebbe dire che il cinema di fantascienza starebbe andando nella stessa direzione in cui è già andato negli anni Cinquanta, quando il genere fu quasi ucciso dall’orda di film coi mostri di qualità infima. Ho il terribile sospetto che gente come Roger Corman, Herman Cohen e Bert I. Gordon, per non menzionare Irwin Allen, stiano già lavorando alle loro versioni di Alien proprio in questo momento.»

Brosnan ha ragione da vendere, e infatti accade esattamente quanto da lui temuto, anche se in proporzioni minuscole.

I primi ad arrivare sono gli italiani con Alien 2. Sulla Terra (aprile 1980), che replicano poi con la co-produzione italo-tedesca Contamination. Alien arriva sulla Terra (agosto 1980). Mentre il britannico Norman J. Warren riprende molti temi alieni per Inseminoid. Un tempo nel futuro (marzo 1981), la New World Pictures di Roger Corman lavora a Il pianeta del terrore (Galaxy of Terror, ottobre 1981), con nel cast tecnico un giovane James Cameron, ed è difficile non vedere un facehugger nel mostro del successivo film Forbidden World (maggio 1982), dove per Corman lavora un giovane sceneggiatore di nome Jim Wynorski, futuro re supremo della serie Z. Con la società TWE (Trans World Entertainment) i “figli di Corman” sfornano Creature. Il mistero della prima luna (1985), autentica fotocopia del film di Scott in chiave Z, e questi sono solo i più famosi “allievi” di Alien: chissà quante pellicole fanta-horror dei primi anni Ottanta si sono rifatte più o meno palesemente al film.

Un facehugger scala le celebri Vasquez Rocks, in Forbidden World (1982)

A questo punto però nasce una domanda: perché all’uscita di minuscoli filmacci scopiazzoni la Fox non risponde con un seguito ufficiale di Alien?


Alien 2

«Non sorprende che esistano piani per un seguito di Alien, uno dei film di fantascienza che ha incassato di più nella storia del cinema.» Forse l’Alien Magazine (dicembre 1979) della Warren Publishing è un po’ troppo entusiasta nel giudicare il successo del film, soprattutto a così pochi mesi dalla sua uscita in sala, ma è chiaro il ragionamento: se il successo di fantascienza Star Wars (1977) ha portato all’imminente seguito, L’Impero colpisce ancora (maggio 1980), e se il successo horror Il presagio (1976) ha portato al seguito La maledizione di Damien (1978), un fanta-horror non può che prevedere in automatico un suo seguito.

«Il regista Ridley Scott è passato ad altri progetti», ci continua ad informare la rivista, mentre «gli autori stanno sviluppando romanzi e sceneggiature che permettano loro di mostrare i propri talenti in altre direzioni creative», è la contorta frase che denuncia un fenomeno comune a tutte le riviste che in quel 1979 intervistavano Dan O’Bannon: a tutte lui rispondeva che stava scrivendo il romanzo horror They Bite, che però non vedrà mai la luce. «I creativi legati al film credono che la 20th Century Fox farà uscire un seguito», ed ecco gli scenari che esistono in quel momento:

  1. L’alieno, stordito, sopravvive attaccato alla navicella e segue Ripley fino alla Terra, o comunque al pianeta dove sbarca la donna.
  2. Una seconda missione giunge sul planetoide, c’è una tempesta e si ripara nel Relitto, dove dovrà affrontare gli alieni: ci sarà una comparsata della razza del Pilota.
  3. Un prequel ci racconta la storia del Pilota e finisce dove inizia Alien, con l’arrivo della Nostromo.
  4. Il planetoide esplode, lanciando nello spazio uova aliene, che raggiungono la Terra e vi cadono tipo L’invasione degli ultracorpi.

A parte l’ultimo punto (davvero geniale!), le varie ipotesi – che stando alla rivista sono suggerite da fonti vicino alla Fox, o comunque così viene lasciato credere – hanno elementi poi davvero presi in considerazione da varie opere nell’universo narrativo espanso. La saga a fumetti Aliens: Book I (1988) ha elementi di entrambi i primi due punti, mentre il terzo punto è in pratica lo spunto del film Prometheus (2012) di Ridley Scott.

Come mai con ben quattro filoni narrativi ben delineati già nel dicembre 1979, passano gli anni e di un seguito non si vede neanche l’ombra? Nel giugno 1984 il giornalista Lee Goldberg si chiede, dalle pagine del numero 71 della rivista “Starlog“:

«Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti.»

Risponde l’intervistato: il solito Dan O’Bannon.

«I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito.»

Come abbiamo visto, i rapporti fra i detentori dei diritti – cioè la Brandywine di Walter Hill, David Giler e Gordon Carroll da una parte e la 20th Century Fox di Alan Ladd jr. dall’altra – non sono dei migliori, grazie anche ai litigi dovuti ai crediti negati, all’intervento della WGA invocato da O’Bannon, con aggiunta di Giger che fa causa alla major perché non sta venendo pagato e di A.E. Van Vogt che fa causa per plagio al film: e questi sono solo i problemi noti, figuriamoci il marasma dietro le quinte. Non stupisce che il progetto di un nuovo Alien rimanga per anni imbozzolato in un uovo, in attesa che qualcuno vi avvicini il volto.

Mi piace chiudere con il pronostico del nostro O’Bannon: secondo la sua affermazione del 1983 non solo non si sta cercando di fare un seguito di Alien ma addirittura non ce n’è mai stata l’intenzione. Mentre dice questo, altrove sta nascendo il film che sarà per sempre citato come eccezione alla regola “Il secondo film è sempre peggio del primo”.


Nella fine, un nuovo inizio

Fine 1983, tutto è pronto, il regista e sceneggiatore James Cameron e la sua grintosa collega produttrice Gale Anne Hurd – nati entrambi in casa Corman e da poco separati dal loro maestro – finalmente possono partire con le riprese del film Terminator… ma alla fine l’ennesimo problema blocca tutto di nuovo: l’attore principale, Arnold Schwarzenegger, deve andare a girare Conan il distruttore, che uscirà nel 1984. Tocca aspettare che finisca il lavoro per Dino De Laurentiis.

Cameron si ritrova quindi senza lavoro e comincia a cercare qualcosa da fare, nell’attesa. Mentre continua a limare la sceneggiatura di Terminator accetta anche di buttare giù un copione per un seguito, una roba dal titolo Rambo. First Blood Part II. (Il destino di questa sceneggiatura lo racconto nella mia ricostruzione La storia di Rambo.) Intanto una riunione con i produttori Walter Hill e David Giler va malino, le idee buone non escono e quelle pessime abbondano: quando gli propongono una storia del tipo “Spartacus nello spazio”, Jim si alza, ringrazia e fa per andarsene. David Giler lo ferma sulla porta: ci sarebbe quel copione che nessuno vuole fare, che sta lì a prendere polvere da anni. Ci sarebbe Alien II

Da anni il progetto è carta morta sulle scrivanie della Fox, e l’idea di affrontare una sfida così enorme infiamma Jim. In quella fine 1983 si chiude nel suo appartamento di Tarzana (quartiere di Los Angeles fondato da Edgar Rice Burroughs, nume tutelare di tutti i narratori) e comincia a gestire tre sceneggiature diverse. Aggiusta il suo Terminator, scrive Rambo 2 con lo stereo che manda La cavalcata delle Valkirie di Wagner, e poi mette su Mars, Bringer of War, primo movimento della suite per orchestra I Pianeti (1916) di Gustav Holst: musica perfetta per scrivere la bozza di ALIEN$. Con due linee sul segno del dollaro.

Ci vorranno anni perché l’atteso seguito di Alien veda la luce, ma quel 1983 vengono gettati tutti i semi di quello che ancora oggi viene chiamato “universo alieno”. Nasce Amanda Ripley, il cui nome attraversa decenni di opere nell’universo espanso finché nel 2014 prende vita grazie al videogioco Alien: Isolation, per poi sbarcare in fumetti e romanzi. I Colonial Marines, la Regina Aliena, il powerloader, la guerra al femminile, il pulse rifle… tutti i grandi temi dell’universo alieno nasceranno per mano di un canadese ancora sconosciuto al grande pubblico. Ma questa… è un’altra storia.

FINE

James Cameron (1986) da BFI

L.

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[2019-10] NECA Rhino Alien

Il 16 ottobre 2019 la NECA presenta il Rhino Alien, un altro omaggio alla serie di personaggi Kenner del 1992.

Dal sito ufficiale:

La nostra squadra ha preso ispirazione dal disegno originale e poi l’ha trasformato in un moderno behemoth, con tutti i dettagli moderni e le articolazioni. Il Rhino Alien misura all’incirca 25 centimetri.

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[1988-05] Gale Anne Hurd su “GoreZone” 1

Traduco questa intervista alla celebre produttrice apparsa sul primo numero della rivista specialistica “GoreZone” (maggio 1988).


Gale Anne Hurd’s
Bad Dreams

di Philip Nutman

da “GoreZone”
n. 1 (maggio 1988)

«A meno che l’elemento umano non sia forte,
tutto il resto non conta nulla»

«Lei è quella che sa chi è più bravo nella sua mansione», dice Andrew Fleming, regista di Bad Dreams, a proposito della produttrice Gale Anne Hurd. «Lei è l’unica ragione per cui il film può essere fatto».

Siamo nel parcheggio della chiesa cattolica St. Basil, a Wilshire Boulevard (Los Angeles), a parlare del nuovo film horror della 20th Century Fox: Bad Dreams [in Italia, Vivere nel terrore. Nota etrusca.]. È una fresca e chiara notte di inizio novembre 1987. Un parcheggio non è il luogo più confortevole o pratico per intervistare una produttrice cinematografica, ma Gale Anne Hurd è una donna molto impegnata, questi giorni. Infatti attualmente sta producendo due film in contemporanea: Bad Dreams e il thriller fantascientifico ad alto budget Outer Heat, con le star James Caan e Terence Stamp [che diventerà il mitico Alien Nation. Nota etrusca].

Hurd naturalmente ha prodotto il film di successo Aliens del regista-sceneggiatore James Cameron. Come risultato di quel successo al botteghino (un incasso mondiale che si aggira sui 148 milioni, ad oggi), lei è ora una delle produttrici più quotate nell’ambiente. Non solo perché ha co-sceneggiato e prodotto il primo successo di Cameron, Terminator, ma anche perché è la moglie del regista. [I due divorzieranno di lì a poco, nel 1989, e la Hurd poi sposterà ad avrà un figlio con… Brian De Palma! Gossip etrusco.]

La signora in questione arriva con un po’ di ritardo. Spesso, la presenza del produttore sul set può rallentare i processi: non è naturalmente il caso di questo film. Appare subito chiaro che la Hurd è tenuta in gran considerazione dall’intera troupe, in cui molti dei tecnici hanno già lavorato con lei. Svolti i saluti di rito e le scuse, si siede sulla sedia vuota del regista e dice «Non l’ho scelto io», riferendosi al monumentale impegno di produrre due film all’unisono.

«Come sempre, è dipeso da dove si svolgessero le produzioni», spiega la donna, «ed è successo che entrambi i progetti partissero insieme. Mi sta portando via ogni energia, al punto ogni settimana combatto una malattia. Essere una produttrice significa che quando lavori ad un film si tratta quasi sempre di riprese notturne, devi essere lì la maggior parte del tempo ma i finanziatori si aspettano anche che tu sia in ufficio ogni giorno, fresca e riposata. Quello che non viene in considerazione è che uno dovrebbe anche dormire. Così con Bad Dreams girato principalmente di giorno e Outer Heat girato di notte, è molto impegnativo.»

Il lavoro duro non è qualcosa di nuovo per Hurd, la cui carriera è esplosa nello spazio di un decennio. Ha iniziato alla New World nel 1977 dopo essersi laureata nella confraternita Phi Beta Kappa alla Stanford University, in economia e comunicazioni. Alla New World è stata un’assistente esecutiva di Roger Corman ma è cresciuta velocemente fino a diventare regista pubblicitaria. Sono seguite le produzioni attive de I magnifici sette nello spazio (Battle Beyond the Stars, 1980) e The Georgia Peaches (1980). Lasciata la compagnia di Corman (dove ha incontrato Cameron, passato dall’art department agli effetti speciali) nel 1982 ha avviato la Pacific Western Productions, con la quale ha sviluppato Terminator. Cameron ed Hurd inoltre hanno avviato una seconda compagnia produttrice, Tech Noir: l’attuale casa con cui stanno sviluppando progetti futuri.

«Bad Dreams ha a che vedere con una giovane donna che, a causa di un incendio e di un’esplosione, è stata in coma per alcuni anni», spiega. «Quando si sveglia, i suoi ultimi ricordi risalgono ai primi anni Settanta. Si ritrova in un ospedale, senza amici né parenti, e soprattutto siamo negli anni Ottanta. Intanto c’è un mistero da risolvere, cioè come mai la casa in cui viveva è andata a fuoco. In pratica, nei suoi ricordi passati potrebbe esserci la soluzione di una possibile minaccia presente.»

Nell’ambiente Hurd ha la reputazione di qualcuno che vuole storie forti, popolate di personaggi forti e che non è interessato ad incassi veloci; da qui la sua decisione, insieme a Cameron, di non avere nulla a che fare con Alien 3. «Io e Jim abbiamo messo bene in chiaro la cosa, una volta completato Aliens – odiamo chiamarlo Alien 2 – e cioè che abbiamo detto tutto ciò che potevamo riguardo quella particolare forma di vita aliena, sebbene la Fox abbia cercato di coinvolgerci», rivela. «Sono sicura che ci saranno un sacco di alieni nel nostro futuro di cineasti, ma non avranno a che fare con quella specifica creatura.»

Spiegando la sua decisione di produrre Bad Dreams, Hurd descrive ilc opione come «una lettura avvincente [page-turner], una sceneggiatura davvero avvincente», e sente che il soggetto tocca argomenti che il genere non ha mai seriamente analizzato in precedenza, in particolare non nel modo in cui il regista Fleming si è posto.

«È davvero una prova attoriale, e il cast è molto affiatato», racconta. Oltre all’ex “guerriera del sogno” Jennifer Rubin [vista cioè in Nightmare 3 (1987). Nota etrusca] e a Bruce Abbott da Re-Animator (1985), ci sono attori come Susan Ruttan, Harris Yulin, Alex Cox, Sy Richardson e Richard Lynch, con caratterista con una forte base teatrale.

Non è però un rischio ingaggiare un 24enne esordiente, appena laureato alla New York University, a gestire un progetto da quattro milioni di dollari? «Ha diretto diversi cortometraggi, il che non dimostra tanto il suo talento visivo quanto sappia lavorare molto bene con gli attori, sia quelli di professione che neofiti», spiega la donna. «Ho visto molti film studenteschi, e lui ha mostrato una professionalità che raramente si può incontrare. Onestamente non credo che l’età debba essere un fattore discriminante per un regista. Se qualcuno è bravo nel farlo, e posso garantire che Andrew Fleming lo è, non dovrebbe essere limitato nell’opportunità di dirigere un film di uno studio solo perché ha 24 anni.»

L’entusiasmo della produttrice non è limitato solo a questo progetto: la sua passione si estende anche ad Outer Heat, un film di fantascienza con un budget superiore rispetto a Bad Dreams e quindi molto più problematico. «Ciò che amo di Outer Heat è che si tratta sì di fantascienza ma allo stesso tempo è una storia che parla di pregiudizi. Studia come nuovi gruppi razziali siano assimilati nel grande calderone di Los Angeles, e come noi abbiamo una predisposizione al risentimento e alla paura nei confronti di persone differenti da noi. In questo caso gli “immigrati”, se vogliamo chiamarli così, sono extraterrestri. Ambientato tre anni nel futuro, è una storia molto seria. Non è una commedia ma allo stesso tempo ha aspetti divertenti.»

Outer Heat è un giallo. James Caan è un detective di Los Angeles che si vede ucciso il proprio partner. La storia parte da una situazione nota ma l’affronta da un’angolazione differente, come spiega Hurd. «Un’astronave con 260 mila passeggeri atterra qui. Sono schiavi trasportati da un veicolo che non hanno costruito. Non sono tecnologicamente avanzati e non c’è modo di ritornare al loro pianeta d’origine. In apparenza sono umanoidi ma basta un’occhiata per capire che in qualche modo sono diversi.»

«Il partner di Caan viene ucciso da uno degli alieni… pardon, intendevo #Newcomers: non vogliamo chiamarli alieni perché questo evoca ogni tipo di immagine negativa», si corregge Hurd. «Per risolvere il caso, Caan si ritrova affiancato il primo Newcomer promosso detective, il che gli permette di entrare nei ghetti dei Newcomer.»

Entrambi i progetti vedono l’arrivo di nuovi scrittori subito dopo l’inizio delle riprese: Steven E. de Souza (che recentemente ha scritto L’implacabile) è stato assegnato a Bad Dreams, e James Cameron ha messo mano a Outer Heat [ma alla sceneggiatura poi risulterà il solo Rockne S. O’Bannon. Nota etrusca]. «Ci siamo resi conto che c’erano un paio di aspetti che andavano sistemati, non riscritti – c’è una bella differenza», sottolinea la produttrice. «Mancavano due settimane alle riprese di Bad Dreams. Andy [Fleming] era impegnato con la pre-produzione: mi sarebbe piaciuto coinvolgerlo nella pulizia del copione, ma semplicemente non aveva tempo. Steve de Souza ha immesso calore nei personaggi, illuminando i toni umani e dando forza e contrasto agli aspetti più oscuri.»

«Ciò che Jim ha portato nei copione che ha scritto è un incredibile senso dell’azione al servizio della storia, incorporando scene movimentate che non hanno l’aspetto di aggiunte forzate. Non vogliamo che il pubblico pensi: “Ok, qui è il momento per un inseguimento da sballo”, come spesso accade. È inoltre capace di integrare elementi fantascientifici nella storia senza però fare qualcosa alla Blade Runner. La città di Los Angeles tre anni da ora non sarà poi così diversa, dopo tutto. In più, ora ne sappiamo di più del substrato culturale dei Newcomers.»

La scelta di Hurd come regista di Outer Heat è caduta su Graham Baker, l’inglese che ha diretto Conflitto finale (The Final Conflict, 1981) e Impulse (1984). Visto che i suoi film non sono stati un successo né di critica né di pubblico, è stata una sorpresa scoprire che gli è stato affidato un film ad alto budget.

«Graham ha letto una delle prime stesure della sceneggiatura e ha risposto molto bene al materiale», ricorda Hurd. «I suoi commenti erano in perfetta sintonia con quelli miei e del co-produttore Richard Kobritz. Non voleva limitarsi ad un film d’azione con elementi fantascientifici: Graham voleva concentrarsi sulla relazione fra i due poliziotti, alla maniera de La calda notte dell’ispettore Tibbs (In the Heat of the Night, 1967) e in contrapposizione ad Arma letale (Lethal Weapon, 1987). Ci sono un sacco di cose buone nel film che ha diretto splendidamente, in termini di stile e di lavoro con gli attori.»

«Puoi anche risolvere la storia d’omicidio con effetti speciali e scene d’azione», osserva la donna, «ma a meno che l’elemento umano non sia forte, tutto il resto non conta nulla. Se agli spettatori non importa dei personaggi non accetteranno le situazioni in cui saranno coinvolti, specialmente quelle ad alto rischio, e per raggiungere il coinvolgimento del pubblico puoi solo contare su attori ben diretti. Ci sono molti film in giro che puntano solo a stordirti, visivamente e visceralmente.»

Dai particolari rivelati, Outer Heat ha delle somiglianze con L’alieno (The Hidden, 1987) della New Line Cinema. Gale Anne Hurd è molto franca nella sua opinione. «Io ho letto L’alieno molto tempo fa: non credo che c’entri nulla, e di sicuro non verte sui temi del pregiudizio. Dal primo fotogramma di Outer Heat capirete che è un’allegoria, non qualcosa di pesante ma comunque importante ai fini della storia. Non ci sono misteri riguardanti i Newcomer, mentre ne L’alieno la questione è: “Chi è questa gente che somiglia a noi?” L’unica somiglianza è che entrambi sono film con alieni poliziotti.»

Visto che la gerarchia degli studios è composta in gran parte da affaristi contrapposti a talenti, persone creative e con il senso della narrazione coinvolte in processi filmici, quello di Hurd è una rinfrescante eccezione alla regola. Chiaramente è una talentuosa donna d’affari, eppure contribuisce attivamente all’aspetto creativo dei suoi progetti.

«Mi piace essere coinvolta il più possibile», afferma. «Trovare un copione, portarlo al punto in cui posso usarlo per interessare uno studio o a trovare finanziatori, fino alla realizzazione di un film. Sono molto coinvolta nella scelta sia del cast che della troupe. Credo che un regista debba comandare sul set, guardargli le spalle non è la mia funzione, ma allo stesso qualunque sia il regista insisto sempre sugli storyboard, così che abbiamo sempre una dimostrazione chiara di avere entrambi la stessa visione del film.»

Di certo Hurd sembra in grado di tirar fuori il meglio dalla sua troupe, in cui lavorano alcuni che sono con lei dai tempi di Terminator. «Gale è molto leale», concorda l’attore Bruce Abbott, che in quanto marito dell’eroina di Terminator Linda Hamilton [Divorzierà di lì a poco, nel 1989, e la Hamilton si sposerà e avrà un figlio con James Cameron. Abbott sposerà Kathleen Quinlan. Gossip etrusco.] conosce personalmente sia Hurd che Cameron. «Queste sono state le riprese migliori a cui ho partecipato. Gale si assicura di avere i tecnici migliori e ha il talento di tenere lontani i problemi il più possibile. Ovviamente non sono oggettivo perché siamo amici, ma è facile vedere quanto sia una produttrice eccellente: basta guardare quanto siano contenti i membri della troupe

Frammenti di conversazione e l’atmosfera generale dànno ragione alle parole di Abbott. Bad Dreams procede secondo i piani grazie ad una sapiente organizzazione, lavoro duro e forte senso di responsabilità.

Con due progetti attualmente in produzione, Hurd è pronta per il futuro. «Jim ha scritto dei copioni, lo scorso anno», rivela, «che probabilmente ci impegneranno per i prossimi dieci anni». Comunque lei ha vari altri tipi di film in vari gradi di produzione, sia alla Universal che alla Paramount e alla Disney, compreso un epico dramma carcerario, una commedia romantica e un thriller psicologico: molti di questi film futuri rientreranno nei generi a cui il suo nome è maggiormente associato.

«Assolutamente», sorride. «Non ci saranno grandi sorprese. Fantascienza, horror e fantasy sono i miei generi preferiti, nel cinema, e voglio continuare a fare film che soddisfino e delizino quel tipo di pubblico.»

Ora che Bad Dreams ed Outer Heat saranno usciti, Hurd e Cameron saranno già a lavoro nella loro prossima avventura. «Sembra un disco rotto, ma abbiamo appena firmato un contratto per due film con la 20th Century Fox. Annunceremo il titolo del nostro prossimo film l’anno prossimo. A questo punto non abbiamo ancora deciso quale dei due fare per prima.»

[In una conferenza stampa, Hurd e Cameron hanno annunciato che il loro prossimo progetto sarà intitolato The Abyss, un’avventura sottomarina prevista per maggio 1989. Nota dell’autore.]

Per come vanno le cose, sembra che dovremo attendere un po’ per un seguito di Terminator. Hurd rifiuta di essere più specifica, ma è ottimista. «Sono sempre speranzosa», dice, «ma al momento non abbiamo un contratto, malgrado possa sembrare strano. Una volta che ne avremo uno, scriveremo un copione. Grazie a Dio siamo entrambi in quel punto delle nostre carriere in cui non dobbiamo più lavorare senza garanzia di pagamento: è una bella posizione in cui stare.

«Guarda Aliens, conclude la produttrice. «Ci sono voluti sette anni per fare il seguito del film originale di Ridley Scott: non credo che il tempo sia importante, quando si parla di seguiti, ma così stanno le cose.» [Curiosamente ci vorranno proprio sette anni per un secondo film di Terminator, che uscirà nel 1991. Nota etrusca.]


P.S.

Dalla lettura di questa intervista sorge spontanea una domanda: quale sarà stato il secondo progetto dei due per la Fox, dopo The Abyss? Dopo l’insuccesso di quest’ultimo Cameron si butta su Terminator 2 e l’unico film Fox del periodo a cui lavora è True Lies (1994) con Schwarzenegger, non prodotto da Hurd. Lei per la Fox ha curato la coppia malassortita di sbirri di Pronti a tutto (1990), poi il successo Universal Tremors (1990) e infine Terminator 2: possibile che l’insuccesso di The Abyss abbia impedito la creazione del secondo progetto della coppia, nel frattempo “scoppiata”?

Una storia completamente diversa racconta Rebecca Keegan nel suo saggio The futurist: The Life and Films of James Cameron (2009):

«Trionfanti dopo l’uscita di Aliens nel luglio 1986, Cameron e Hurd partirono per una ben meritata luna di miele nel sud della Francia. […] Tornati a Los Angles, Cameron decise che invece di stipulare accordi sfruttando il suo crescente successo ad Hollywood, era tempo di prendere in considerazione la sua prossima mossa. Mentre suo marito bensava a nuove idee, Hurd decise di produrre il suo primo film senza Cameron dai tempi di Roger Corman, una storia di fantascienza con James Caan e Mandy Patinkin intitolata Alien Nation. Dopo aver lavorato fianco a fianco in condizioni stressanti negli ultimi tre anni, Cameron e Hurd si prendevano una pausa l’uno dall’altra, professionalmente. All’epoca sembrò una buona idea.

[…] Mentre preparava il film The Abyss, il matrimonio di Cameron con Hurd colava a picco. Lui cercava lenti e cineprese da far funzionare sott’acqua e riscriveva il copione, e lei produceva Alien Nation: marito e moglie erano ormai presi da progetti separati. Entrato pienamente nella pre-produzione di The Abyss nel dicembre 1987, Cameron si separò da Hurd. La loro relazione personale era irreparabilmente compromessa. Ma Cameron sapeva che nessuno avrebbe potuto produrre il suo film sottomarino se non la sua presto ex moglie. “Così alla fine ci siamo trovati a lavorare insieme sotto pressione”, dice Cameron, “Ma io non ho trovato alcun alieno e non siamo tornati insieme”.»

Malgrado l’intervista alla produttrice risalga al novembre 1987, e quindi combacerebbe con la separazione data al dicembre successivo, lo stesso il saggio del 2009 non prende in considerazione il fatto che Hurd e Cameron lavorarono insieme ad Alien Nation fino almeno fino al 1988, così come la Hurd ha fatto parte di The Abyss sin dall’inizio. Preferisco dunque dare più credito alle parole della Hurd del 1987 piuttosto che alla ricostruzione del 2009.

Il divorzio fra Cameron e Hurd risale al 1989, ma magari erano separati da prima: l’atto ufficiale magari serviva a lui per sposare la regista Kathryn Bigelow (17 agosto 1989).


L.

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La Storia di Alien 13. Reazioni


13.
Reazioni

Il film Alien viene distribuito nelle sale americane dal 25 maggio 1979 al 30 gennaio 1981, stando al sito Box Office Mojo, che ci fornisce anche altri dati: nel primo fine settimana di programmazione incassa 3 milioni e mezzo circa mentre alla fine dell’anno e mezzo di proiezioni in patria ha totalizzato quasi 79 milioni. Visto che il budget totale della pellicola era di circa 11 milioni, si può parlare di un risultato più che ottimo, considerando poi che ulteriori ritorni in sala e distribuzione internazionale porteranno ad un incasso totale di circa 100 milioni.

La stampa ha seguito con attenzione il film con largo anticipo. Per esempio la rivista specialistica “Cinefantastique” già nel luglio 1978 annuncia l’imminente inizio delle riprese: «Sebbene Alien sia stato preso in considerazione negli ultimi due anni, la sua recente produzione è un altro esempio dell’intenzione della major di puntare su prodotti fantascientifici di qualità». E nell’inverno 1978 – prima ancora della prima proiezione per i prodotti su licenza – anticipa il film e il giornalista Dave Schow afferma che Veronica Cartwright interpreta Ripley!

Nel marzo 1979 la neonata rivista “Starlog” continua a fare come le colleghe: dà voce a Dan O’Bannon, il quale ne approfitta per prendersi la paternità di tutto, mantenendo però un tono amabile nel riferire degli altri suoi “collaboratori”, segno che gli avvocati e i sindacati non sono ancora entrati in ballo. Ad aprile “Starburst” denuncia un calo di qualità nella proposta fantascientifica contemporanea, che – secondo il giornalista Phil Edwards – perde ogni confronto con il film di George Lucas. «Alien, un film scioccante ambientato a bordo di un’astronave nello spazio profondo. La Fox spera ottimisticamente di ripetere il successo di Guerre Stellari facendolo uscire in America ad esattamente due anni di distanza da quel titolo di successo».

Nel maggio 1979 dell’uscita in sala “Starlog” presenta un’intervista a Veronica Cartwright: «Gli effetti speciali sono la cosa più sorprendente che abbia mai visto. Hanno i tizi di Guerre Stellari che ci lavorano. Il mostro respira e muove le braccia e la testa. È la cosa più orrenda che abbia mai visto. È grottesco». Dopo l’uscita del film, tutte le riviste di settore fanno a gara a mostrarne ogni più piccolo retroscena, ad intervistare tutti i tecnici – come abbiamo visto, gli attori saranno sempre particolarmente silenziosi sull’argomento – a mostrare le foto più belle, i bozzetti, i dipinti e quant’altro. Siamo però lontani dal mondo delle riviste di cinema che si comportano da semplici appendici delle case produttrici: giornalisti ed editori sono sì fan del genere, ma sono principalmente giornalisti ed editori, e non ci stanno a fare i finti tonti.

Sul numero di “Cinefantastique” dell’estate 1979 il giornalista-editore Jeffrey Frentzen esce con un pezzo dal titolo più che esplicativo: It! The Terror from Beyond the Planet of the Vampires. Un minestrone di titoli di vecchi film di fantascienza: il giornalista ha capito bene le tante scopiazzature della sceneggiatura e lo racconta con dovizia di particolari e di foto, concentrandosi in particolare su Il mostro dell’astronave (It! The Terror from Beyond Space, 1958) di Edward L. Cahn e Terrore nello spazio (1965) del nostro Mario Bava, noto negli USA come Planet of the Vampires. L’operazione è ripetuta quasi in contemporanea da “Famous Monsters of Filmland” del mitico Forrest J. Ackerman (probabilmente il più grande fan e collezionista del cinema horror mai vissuto) che nell’agosto 1979 pubblica un pezzo pieno di foto che indicano i chiari “antenati” del film: dubito fortemente che in decenni a noi più vicini una rivista si permetterebbe tanto.

Con l’autunno arrivano i brividi a freddare il caldo entusiasmo. In un lungo articolo su “Fantastic Films” un amareggiato Dan O’Bannon racconta il suo personale incubo alla corte della Fox, mentre ad ottobre John Brosnan su “Starburst” stronca il film: «La differenza principale fra Il mostro dell’astronave ed Alien è sostanziosa: almeno dieci milioni di dollari». Rimane però un caso isolato, perché le riviste specialistiche di solito evitano di dare giudizi, limitandosi a dar voce ai protagonisti e a studiare i film, più che commentarli.

Siamo agli albori del cosiddetto cinema di “fantascienza moderna”, lontano dagli schemi di serie B (o peggio) che hanno invaso gli schermi dal secondo dopo guerra e dato una pessima nomea al genere, relegandolo a “materia per appassionati”: un modo gentile per dire “stupidaggine, ma c’è a chi piace”. Come abbiamo visto, il pubblico che si interessava di cinema e leggeva le riviste specialistiche era perfettamente informato sin dall’inizio dei titoli che Alien palesemente stava scopiazzando, ma la reazione sembra essere stata la stessa del pubblico generalista: lo spettacolo era così nuovo, innovativo, potente e raccapricciante che i problemi di sceneggiatura sono passati tutti in secondo piano, dove rimangono tutt’oggi. La novità del film non sta certo nella storia, bensì nel rendere in modo diverso – e innovativo – qualcosa di già ampiamente conosciuto.


Le reazioni italiane

Il 5 agosto 1979 si instaura in Italia il primo Governo Cossiga, e un paio di mesi dopo – il 21 settembre – sul tavolo del comitato di censura presieduto dal nuovo Ministro del Turismo e dello Spettacolo, il democristiano Bernardo D’Arezzo, finisce Alien per essere visionato: con gran velocità già il 4 ottobre viene emesso il visto censura «per la proiezione in pubblico senza limiti di età». Davvero strano, per un film che tutti indicheranno come incredibilmente spaventoso. A dicembre lo stesso D’Arezzo imporrà il divieto ai minori di 14 anni ad Apocalypse Now (1979) e nel successivo gennaio addirittura Mad Max (1979) si vedrà imporre un divieto ai minori di 18 anni, lo stesso divieto che Vito Rosa, ministro del precedente Governo, nel giugno 1979 aveva imposto a I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill.

Questa particolarità anticipa il fenomeno successivo, come vedremo. Il primo fanta-horror moderno viene visto dal pubblico come horror ma dalla censura come fantascienza. Infatti Capitan Rogers nel 25° secolo (1979), Star Trek. Il film (1979). The Black Hole. Il buco nero (1979) e L’uomo venuto dall’impossibile (1979) non subiscono alcun divieto, mentre Amityville Horror (1979) e Nosferatu. Il principe della notte (1979) sono vietati ai minori di 14 anni. Possibile che Alien, che così tanta paura pare aver generato in tutti i testimoni dell’epoca, sia considerato alla stessa stregua del buco nero disneyano?

Sicuramente le riviste specialistiche e le pubblicazioni per appassionati avranno dato agli italiani la notizia dell’uscita americana di Alien con largo anticipo, ma è difficile recuperare quelle fonti per sincerarsene. Mi piace pensare che il primo ad annunciare il film in Italia sia stato Danilo Arona, grande firma dell’horror italiano di sottile inquietudine, quando nel marzo del 1979 parla del film («che presenterà un mostruoso alieno intergalattico, un “carnivoro” alto più di due metri che terrorizza l’equipaggio di una gigantesca astronave») nello speciale “Fantacinema 1979” del numero 36 della storica rivista “ROBOT”.

L’annuncio successivo che ho trovato risale a lunedì 9 luglio 1979 su “Stampa Sera”:

«Los Angeles – Da due settimane 136 sale cinematografiche americane proiettano il nuovo grande kolossal hollywoodiano, che la Twentieth Century Fox ha realizzato riproponendosi di battere, sotto tutti i punti di vista, i vari Lo squalo, Guerre stellari, Incontri ravvicinati del terzo tipo. […] La ricetta di Alien consiste nel mescolare fantascienza e terrore allo stato puro. Pare che ci sia riuscito. Dai cinema dove lo proiettano giungono notizie di spettatori svenuti, scappati urlando, rifugiati nelle toilettes. Tutto questo non danneggia gli incassi, anzi sembra che il fascino del terrore induca ancor più gente ad andare a vedere il film.»

La panzana della gente che si sente male in sala è un trucchetto che funziona sempre, sin dagli anni Trenta del Novecento in cui già lo usava la Universal per sponsorizzare Frankenstein: malgrado Matinee (1993) di Joe Dante abbia spiegato tutto sull’argomento, ancora oggi ogni maledetto film horror viene accompagnato da leggende di spettatori colti da malore, con i giornalisti che fanno a botte per ripeterle identiche, per un pubblico che sembra cascarci ogni volta. Oltre a parlare di «quasi dieci miliardi» di incasso (all’incirca 50 milioni di dollari dell’epoca, che potrebbe anche starci), non fornisce molte altre notizie.

da “Stampa Sera”, 9 luglio 1979

A recensire Alien per il quotidiano torinese è Riccardo Valla, nome illustre della fantascienza in Italia, che anticipa un’amarezza che avrà modo in seguito di spiegare meglio.

«Basta con i cavalieri Jedi, e basta anche con gli illuminati extraterrestri di Spielberg, ritrosi come fanciulle e infinitamente saggi. Quest’anno lo spazio è all’insegna dell’orrore, e i viaggiatori interstellari stiano in guardia: mai voltare le spalle a una porta, mai staccarsi da una parete. Il nostro extraterrestre è in agguato: forse già cammina accanto a voi.»

Giocando con gli stilemi del genere horror Valla sta piazzando frecciate chiare: la fantascienza “pura” ha lasciato spazio a trovate alla Hitchcock e alla Dario Argento (nomi citati da lui) «e assicura traumi a ripetizione, deliqui e svenimenti». Già c’è un solo film di fantascienza all’anno, si lamenta il recensore, se poi lo contaminate con l’horror che fine fa questo glorioso genere?

da “La Stampa”, 14 luglio 1979

Difficile trovare una qualifica letteraria che stoni addosso a Masolino d’Amico: traduttore, critico, scrittore, saggista, curatore, recensore, professore: aggiungete quello che volete, sicuramente lo è o lo è stato. La sua guida illuminata al mondo di Oscar Wilde mi è molto cara, e tutto questo fa sembrare ancora più incredibile… che sia stato persino fra i primi italiani a recensire Alien!

Estratto da “La Stampa” del 24 agosto 1979 (pagina 3)

«Domanda per i sociologi: perché gli spettacoli che al momento mettono d’accordo pubblico e critica di New York appartengono tutti al genere gruesome, ossia torvo, sanguinoso, sinistro?» Con questa domanda Masolino d’Amico inizia il suo pezzo per il quotidiano “La Stampa” di venerdì 24 agosto 1979 in cui dà notizia di due spettacoli horror che infiammano la Grande Mela: il secondo, a sorpresa, è il musical Evita! A noi però interessa il primo, di quei due spettacoli gruesome raccontati.

«Dieci settimane di code davanti ai cinema confermano la lungimiranza della Twentieth Century Fox, che ha affidato nove milioni di dollari a un quasi esordiente, Ridley Scott, per il terrificante horror movie spaziale Alien, film in cui il talento di regista, interpreti e curatori degli effetti speciali (inglesi, con la ormai fatidica eccezione del nostro Carlo Rambaldi) è messo al servizio di una storia che ha il solo, dichiarato obiettivo di suscitare ribrezzo e paura.»

La trama non convince molto il nostro inviato, che la paragona ad una semplice rivisitazione moderna di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, ma lodi sperticate vanno a Ridley Scott: «Nelle sue mani l’incubo acquista una inquietante plausibilità, e il risultato va classificato senz’altro fra i film più angosciosi e terribili che si ricordino».

da “La Stampa” (27 ottobre 1979)

Ritorna poi sull’argomento Riccardo Valla, a cui lo stesso quotidiano il 27 ottobre 1979 affida un’intera pagina per spiegare il film agli spettatori italiani. «Un film che porta sullo schermo panoramico i vecchi timori degli anni Cinquanta». Con una semplice frase Valla fa velatamente sapere ai lettori che dalla trama non c’è da aspettarsi nulla di nuovo, e se questi non hanno capito allora, nello stesso paragrafo, va giù duro: «Alien è la riesumazione della vecchia pellicola La “cosa” da un altro mondo che ancora circola nelle TV private». Ma questo, sia chiaro, non è il peggiore dei difetti del film: il problema principale con il primo fanta-horror moderno al cinema, infatti… è l’horror.

«Niente di strano che già in partenza il film Alien puntasse ad essere un film raccapricciante, e non un semplice film di fantascienza. La science-fiction lasciamola al prossimo film degli studi Walt Disney, Il buco nero, e alle sue astronavi ben lucidate: per fare breccia nel cuore e nel libretto d’assegni dei produttori, lo sceneggiatore di Alien, Dan O’Bannon, ha dovuto promettere scene di sangue e di macelleria, come in Zombie o nei film di Dario Argento.»

Oggi queste critiche potrebbero addirittura essere viste come lodi, data la stima che godono le opere con i morti viventi e l’horror in generale: per Valle, in quel 1979, è chiaro che qualsiasi spazio dato all’elemento orrorifico è rubato alla fantascienza, genere che dagli anni Sessanta in Italia aveva faticato enormemente per uscire dal ghetto intellettuale del “genere”, e ora rischiava di essere di nuovo rinchiuso in gabbie schematiche.

da “l’Unità”, 27 ottobre 1979

«Alien è il film che consolida ulteriormente l’immortale passione di Hollywood per i prodotti sintetici. Ieri la cartapesta, oggi la plastica». Com’è facile capire dall’incipit della recensione del quotidiano “l’Unità” del 27 ottobre 1979, la reazione del quotidiano romano non è stata per nulla affascinata.

La scarna simbologia del film è assai facile da individuare, nelle sue forme evidenti di xenofobia avveniristica. Non c’è dunque bisogno di sprecare molte ciance sulla “diversità” dell’Alieno come hanno fatto i sociologi in Francia. Del resto, il kolossal di Ridley Scott è anch’esso un alieno rispetto al cinema, ancor più di quel flipper di massa che era Guerre stellari

Dunque in Francia ci sono stati dei sociologi che si sono occupati della creatura del film e della sua simbologia? Più interessante che una critica aspra addirittura anticipi la radice “xeno-” che entrerà anni dopo nell’universo del film. La recensione continua parlando di «cinema horror fracassone» ed anticipando uno dei temi che farà tanto dispiacere a Sigourney Weaver: «Una donna intrepida, virile e diffidente come le migliori massaie americane», davvero una definizione spinosa per Ripley.

da “La Stampa”, 30 ottobre 1979

Tre giorni dopo Stefano Reggiani su “La Stampa”, addirittura in prima pagina, dà per scontato che l’enorme successo riscosso in patria dal film sarà replicato anche in Italia:

«Alien si ripromette di ottenere altrettanto successo, suscitando uguale paura in Italia. Non sarà un’impresa difficile perché il film raccoglie gli archetipi, le immagini originarie, dei nostri spaventi e le distende con semplicità geniale. Non c’è nessuna tortuosità nel racconto.»

È una lode o una velata critica? Pare che sia il primo caso, per cui una linearità del racconto fa da contrappeso al tema dell’altro ben trattato nella vicenda.

Difficile ricostruire il panorama delle riviste del 1979 per scoprire quali si siano occupate dell’uscita del film: l’unica che ho trovato è “Boy“, settimanale del quotidiano “Corriere della Sera” dedicato allo spettacolo e, in generale, alle mode e tendenze giovanili, con anche dei fumetti brevi ed autoconclusivi all’interno. Un breve articolo dedicato al film, firmato Giovanna Grassi, è a metà fra critica e complimento.

«Per alcuni aspetti Alien non è un grande film perché non ha una armonia di regia e una compattezza di stile e di scrittura da vero autore. Ma Alien coglie tutti i bersagli che si era prefisso: spaventa, incuriosisce, affascina, ci fa interrogare sul futuro e sul presente. Strutturalmente, perciò, la pellicola può essere criticata, ma nel complesso convince e, nella memoria, cresce giorno dopo giorno.»

Nel 1984 il Dizionario universale del cinema di Fernaldo Di Giammatteo non lascia spazio all’ottimismo.

«Si tratta di un plot in cui l’apologo psicoanalitico, disseminato in molti particolari secondari, è confuso con elementi dell’horror movie, della più tradizionale science fiction – la lotta contro l’alieno – e del thrilling. In realtà attori e regista sembrano al servizio di una macchina spettacolare che si esalta negli effetti speciali e in occasione dell’apparizione del solito mostro partorito dalla fantasia dell’italiano Carlo Rambaldi, inventore di King Kong

Quelle dei recensori italiani non sembrano reazioni positive. Chi ama la fantascienza incolpa il film di essere troppo horror, in un periodo in cui questo è ancora un difetto, così come le infinite analisi psicoanalitiche che seguiranno sembrano in questi primi momenti viste di malocchio. Forse è anche da questo che si misura un film innovativo: quando spiazza tutti i commentatori.

Mi piace chiudere la rassegna delle reazioni italiane con il settimanale “Topolino”, che nel 1980 (purtroppo non ho dati più precisi: ho solo dei cartacei senza data!) presenta uno speciale sul cinema degli effetti speciali: in tempi di buonismo finto e ossessivo, stupisce scoprire Alien su “Topolino”…

(Continua)


L.

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[1993] ALIEN ³ (VHS Fox Video Hi-Fi Stereo)

Nel 1992 si è conclusa la collaborazione tra CBS e Fox, con la consequenziale nascita del marchio Fox Video, ma è anche uscito Alien 3 al cinema: al momento di distribuirlo in videocassetta, nel 1993, c’è già la collana aliena pronta. Tutta di nero colorata, che fa più figo.

Presentato con l’audio Hi-Fi Stereo (o almeno così riporta la locandina), questo è il primo dei film alieni ad uscire direttamente con la Fox Video, mentre i precedenti due sono nati CBS-Fox.

Ecco la trama dal retro della locandina:

Il film più atteso dell’anno è finalmente arrivato! Preparatevi a vivere emozioni indimenticabili, effetti speciali da 50 milioni di dollari e un thriller da pelle d’oca; cocktail di successo per quello che è già diventato un cult-movie. La lotta fra Ellen Ripley (Sigourney Weaver, “Una donna in carriera”, “Ghostbusters”) e l’alieno assassino ha raggiunto il suo ultimo episodio: sarà la morte a decidere chi è il vincitore! Sullo sperduto planetoide “Fiorina 161”, ex-colonia penale abitata da ergastolani, non ci sono armi per combattere il pericolo… L’alieno è tornato, più forte che mai… ed è pronto a catturare anche voi!

Di nuovo l’uso del nome Ellen, che però ormai è noto ai compilatori delle locandine Fox, ed è curioso notare come sembri la trama di un “ultimo episodio”, quando invece già dal 1987 la Fox ha stabilito che in totale i film alieni sarebbero stati almeno quattro. Probabilmente al momento di distribuire questo terzo film erano tutti davvero convinti che l’attrice non avrebbe partecipato al quarto, com’era previsto dal contratto iniziale.

L.

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Citazioni aliene. Evoland 2 (2015)

Nei laboratori spaziali può capitare di trovare uno xenomorfo “sott’olio”

Il nostro amico Moreno, del blog Storie da birreria, ci regala una splendida chicca: una piccola citazione aliena nascosta nel videogioco Evoland 2 (2015).

«Che diamine è quello?»

Quando il giocatore scopre uno xenomorfo “sott’olio”, è delizioso il commento che appare scritto: «Sento uno strano dolore nello stomaco…».

Sì, gli alieni possono dare quell’effetto

Le citazioni aliene sono ovunque: aguzzate la vista e segnalate!

L.

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