Alien 3 (1992-2022) – 9. Il racconto del film


Il racconto del film

Ultima puntata del viaggio per festeggiare i trent’anni di Alien 3, perché il materiale “scottante” è ormai esaurito: le “versioni ufficiali” le trovate nei documentari e le baggianate su YouTube! È il momento di tirare le somme sul terzo xenomorfo filmico con una testimonianza unica nel suo genere.

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Citazioni aliene: Zona X 38 (1998)

Grazie all’amica Vasquez scopro questo numero 38 (agosto 1998) di una testata d’altri tempi: “Zona X” (Sergio Bonelli Editore), “figlia” del buon vecchio zio Martin Mystère e così d’annata da non aver avuto neanche un piccolo spazio nel sito ufficiale Bonelli.

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[2022-01] Project Gemini


Un giorno i russi si sono accorti che la loro fantascienza era troppo buona, che negli anni Dieci del Duemila sfornavano prodotti troppo superiori alla media americana, così si sono detti: non va bene, per vendere sul mercato europeo dobbiamo puntare alla mediocrità. Così è nato Звёздный разум / Zvyozdniy razum della KD Studios, casa fresca di pacca che ambisce a sfornare i vostri nuovi peggiori fanta-film.

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Alien 3 (1992-2022) – 8. La versione di Giger


Gigeriade

Cosa ne pensa il creatore grafico dello xenomorfo del terzo film dedicato alla creatura? A raccontarcelo ci pensa il giornalista Les Paul Robley, che va a trovare l’artista svizzero H.R. Giger e pubblica il risultato sulla neonata rivista “Imagi-Movie” (n. 3, primavera 1994), figlia della blasonata “Cinefantastique”.

Stando alle parole del giornalista, il 28 luglio 1990 H.R. Giger è stato contattato per la seconda volta affinché ridisegni la sua creatura in vista di Alien 3: una prima volta era stato contattato da Gordon Carroll – il terzo membro, insieme a Walter Hill e David Giler, della Brandywine, la casa che possiede i diritti di Alien – ai tempi in cui regista era ancora Vincent Ward, ma a quell’epoca l’artista svizzero era impegnato e non se ne è fatto niente.

Questa seconda volta invece è David Fincher in persona a viaggiare fino in Svizzera per andare a trovare Giger, senza avere un copione in mano ma con una proposta che sicuramente piacerà all’artista: ha mano libera per riadattare la creatura. Non sappiamo se qui il giornalista ci metta del suo o stia riportando parole di Fincher, comunque la proposta prevede di sistemare quei «dettagli qualitativamente inferiori» assunti dagli xenomorfi in Aliens (1986). Partendo dal presupposto che non esiste alcun dettaglio “qualitativamente inferiore” in Aliens, tanto più se paragonato al terzo film, credo si riferisca al fatto che Giger non aveva potuto partecipare attivamente alle creature del secondo film, quindi magari ora Fincher lo sta tentando proponendogli di essere più presente.
(Da molti anni i fan litigano sulle variazioni della testa aliena nei primi tre film, appellandosi a fantasiose teorie scientifiche che di scientifico non hanno nulla: semplicemente ognuno ha il proprio xenomorfo preferito.)

Tutti odiano i “bozzi in testa” del secondo film, perché non ve li meritate!

Stando a Robley, Fincher propone a Giger di creare un facehugger acquatico, un nuovo chestburster e una nuova pelle per l’alieno adulto, ma soprattutto una versione di xenomorfo a quattro zampe. L’artista svizzero accetta in nome dell’ottimo rapporto che nel 1979 si era instaurato con Ridley Scott: se l’avesse fatto dietro un contratto chiaro, firmato da un dirigente Fox, sarebbe stato meglio, come vedremo.

Inizia dunque la collaborazione, e per un mese Giger faxa disegni e schizzi ai Pinewood Studios dove Fincher li riceve e risponde con note e commenti. Giger si mostra entusiasta di questa “invenzione moderna”, cioè il fax, perché gli permette di non uscire più di casa: disegna tutta la notte e poi, alle 6 del mattino, faxa tutto a Fincher dall’altra parte dell’oceano.

Chissà come mai questo orripilante “bambi-burster” è stato scartato… (foto da “Imagi-Movies”)

In quelle notti di lavoro frenetico Giger crea uno xenomorfo felino, molto più bestiale del suo parente dei film precedenti, con una pelle quasi mimetica, e che soprattutto emette suoni: l’artista sarà sinceramente dispiaciuto che nel film non si senta la pelle aliena emettere suoni…
Tutto molto bello, tutto molto artistico e ispirato, poi arriva una telefonata di Tom Woodruff e Alec Gillis, gli artisti della ADI (Amalgamated Dynamics, Inc.) che curano l’universo alieno sin dal secondo film, i quali in tono cordiale dicono: «Grazie, Giger, a posto così. Oh, fatti sentire, eh? Faxaci una cartolina». Non sono ovviamente queste le parole usate, ma il succo è lo stesso: anche Giger è rimasto intrappolato nell’ascensore per l’inferno.

«L’Alieno è stato il mio bambino, perciò quando mi è stato chiesto di cambiarlo e trasformarlo in qualcosa di meno umanoide speravo che le mie decisioni in merito sarebbero state le uniche prese in considerazione. Sono stato un ingenuo, nei confronti di Hollywood. Pensavo che avendo vinto un Oscar per il mio alieno, avrei avuto voce in capitolo sul suo aspetto.»

Se non ha avuto voce in capitolo per il secondo film, cosa gli faceva supporre che l’avrebbe avuta per il terzo? Secondo Giger, è stato David Fincher a dargli questa falsa illusione, e ora questo “ragazzetto” osa ignorare il più grande artista svizzero e invece dà ascolto a due maghi degli effetti speciali che da anni conoscono l’alieno meglio di lui!
Dobbiamo infatti ricordare che Woodruff e Gillis sono quelli che fisicamente hanno creato tutte le creature, spesso le hanno “interpretate” e le hanno mosse a favor di camera: Giger si limitava a disegnare e faxare, se poi le sue idee fossero realizzabili nel concreto, e con il budget a disposizione, non gli interessava minimamente.

Mentre GIger faxa dalla Svizzera, Woodruff passa le giornate vestito da alieno

Una volta inviati gli schizzi per fax, la 20th Century Fox considera chiusa la collaborazione con Giger, anche perché tanto si è deciso in favore dei modelli di Woodruff e Gillis. Ma l’artista svizzero, ormai lanciatissimo, continua per conto suo, e insieme al suo fido collaboratore Cornelius de Fries comincia a costruire modellini della creatura da lui concepita, compreso un modello a grandezza naturale (all’incirca due metri di lunghezza) di uno xenomorfo. Gira anche un piccolo filmato a mo’ di documentario, poi propone tutto alla Fox, chiedendo in cambio solo il costo del materiale utilizzato. Non ci crederete, ma la Fox rifiuta l’offerta.

Il modello a grandezza naturale creato da GIger (da “Imagi-Movies”)

Quello che l’esperienza in tanti anni non sembra aver insegnato a Giger è che non si lavora mai “sulla fiducia”, o peggio ancora “per amicizia”: già con un contratto vincolante tocca poi fare causa per essere pagati, quando si parla di Hollywood, figuriamoci senza nulla di scritto!

Giger scopre in seguito che Woodruff e Gillis avevano un regolare contratto con la Fox per occuparsi dell’alieno, firmato già quando c’era Vincent Ward, e quindi hanno considerato gli schizzi di Giger come semplici e apprezzati “suggerimenti” provenienti dal “papà dell’alieno”, nient’altro. Giger era convinto di essere stato “ingaggiato”, invece semplicemente ha fatto una chiacchierata con un regista, il che equivale allo zero assoluto.
Al giornalista Giger parla chiaramente: secondo lui è stato tutto un raggiro messo in atto da Fincher, il quale ha voluto avere due artisti a lavoro sulla creatura così da avere una doppia opportunità al prezzo di una. Mi permetto di dubitare di questa interpretazione.

Gli schizzi alieni che Giger faxava da Zurigo a Londra (da “Imagi-Movies”)

Quando Alien 3 arriva in sala, la Fox organizza a Ginevra una proiezione speciale per Giger e i suoi amici, così da aggiungere la beffa al danno: nei titoli di testa l’artista risulta come ideatore del disegno originale dell’Alien, che sembra una definizione corretta ma nasconde un “sotto-testo”: significa infatti che non è l’autore della creatura del terzo film. Malgrado sia esatto, visto che nessuna delle sue idee è stata presa in considerazione, Giger va su tutte le furie e si considera derubato del proprio lavoro: inviata una lettera alla Fox, ovviamente per fax, la risposta è che ormai tutto il materiale pubblicitario è stato stampato e non si può più correggere.
Da una seconda visione in sala del film, l’artista scopre che il suo nome non è citato nei titoli di coda.

Giger non molla, tramite agenti e avvocati insiste che quello su schermo è un prodotto anche di suoi rimaneggiamenti e alla fine riesce ad ottenere dalla Fox un costoso rimaneggiamento della pellicola, così che nella distribuzione home video nei titoli di testa si legga

«Alien 3 Creature Design by H.R. Giger»

invece della scritta precedente

«Original Alien Design by H.R. Giger»

Da notare come il giornalista affermi, sbagliando, che il nuovo credito vada ad aggiungersi al precedente, invece su tutte le edizioni in home video di Alien 3 (VHS, DVD e Blu-ray, con relative riedizioni e speciali), e quindi anche nelle trasmissioni televisive, esiste un solo credito per Giger, cioè quello che attesta un suo (non propriamente vero) lavoro di disegno sulla creatura del terzo film.

Il tutto inserito fra gli effetti visivi di Edlund e gli effetti alieni di Woodruff e Gillis. Cioè tutta gente che ha lavorato al film, con sudore e sangue, mentre Giger giocava con il fax.

Il credito presente in tutte le edizioni home video del film

Può sembrare il puntiglio di un artista vanesio, una precisazione di lana caprina, invece si tratta di soldi, e anche tanti. Stando a Leslie Barany, agente dell’artista, Giger nel 1979 ha ricevuto una cifra molto alta come diritto d’autore per lo xenomorfo, cifra che curiosamente non si è più ripetuta nei film successivi – ecco quindi il motivo per cui la Fox preferisce non rivolgersi a lui per “ricreare” l’alieno – e ora lui, in nome del suo cliente, sta tentando di estendere quei diritti anche al ricchissimo mondo delle opere licenziatarie dell’universo narrativo espanso. Cosa che, temo, la Fox non permetterà con facilità.

Intanto Giger comincia a farsi sensibile, convinto com’è che il suo rapporto con Alien 3 sia lo stesso avuto vent’anni prima con Alien (1979): scoprire che la Fox non lo porta in giro in pompa magna lo ferisce personalmente. Eppure era successo lo stesso nel 1986 per il secondo film, ma forse stavolta credeva le cose fossero diverse.

Giger racconta al giornalista di “Imagi-Movies” un aneddoto piccolo ma rappresentativo. Quando la rivista “Fangoria” ha chiesto di contattarlo per un’intervista, l’ufficio pubblicitario della Fox ha specificato che l’artista non era coinvolto nella lavorazione del film. Non viene detto, ma ipotizzo che questo volesse dire che il giornalista di “Fangoria” non avrebbe potuto volare fino a Zurigo a spese della Fox. Comunque l’essere considerato “non coinvolto” nel terzo film – cosa che corrisponde a verità – ha ferito personalmente lo svizzero.

Artista che con occhio d’aquila non perde una sola rivista di settore dove stanare le interviste a Woodruff e Gillis, i quali lo citano sempre come maestro ma osano definirlo “creatore dell’alieno”, invece che riconoscergli un lavoro che in realtà non ha fatto, visto che l’alieno del terzo film è opera di Woodruff e Gillis. Addirittura sulla rivista “Cinefex” David Fincher ringrazia personalmente tutti quelli che hanno reso possibile il film… e non cita Giger! Può esistere offesa più grave?

Confronto fra l’alieno di Giger e quello di Woodruff e Gillis usato nel film

Dopo mesi di costose cause legali, Giger riesce ad ottenere dalla Fox i diritti d’autore sul merchandising del film (cioè la paccata di soldi a cui il sensibile artista mirava sin dall’inizio), ma vuole anche essere risarcito dei novemila dollari di spese legali: in quest’ultimo caso la Fox finge di non sentire. E infine ci si mettono pure gli Oscar: l’Academy Award compie il madornale errore di non candidarlo per quei quattro schizzi faxati da Zurigo. Per settimane Giger invia fax a chiunque, in vista della cerimonia di premiazione, ma solo alla fine la Fox risponde, sottolineando come le regole del premio vietino alle case di proporre nomi, quindi – lascia ben poco velatamente trasparire la lettera – la colpa è di Fincher, che all’Academy ha mandato solo i nomi di Woodruff e Gillis. Giusto per mettere benzina sul fuoco.

Effetti speciali alieni proiettati alla Notte degli Oscar 1993

Il 29 marzo 1993 è un triste giorno, perché alla 65ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar, nella categoria “Migliori effetti speciali“, l’attrice Andie MacDowell legge i nomi di Edlund, Gillis, Woodruff e Gibbs, cioè quelli che si sono spaccati la schiena per creare gli effetti speciali di Alien 3. Si può essere più ingiusti nei confronti di Giger, che se ne stava a casa sua ad inviare schizzi col fax, credendo che a Hollywood si lavorasse “sulla fiducia”?
Tranquilli, alla fine non c’è stata alcuna ingiustizia, quel 1993 l’Oscar per i migliori effetti speciali va La morte ti fa bella di Robert Zemeckis… dove però ha lavorato anche Woodruff!

Tom Woodruff jr. (l’ultimo a destra) premiato lo stesso, quel 1993

Dopo aver dato ampio spazio alle geremiadi (anzi, gigeriadi) di Giger, la stessa “Imagi-Movies” va a sentire gli “incriminati”, cioè Woodruff e Gillis della ADI: bei tempi quando le riviste non si limitavano a fare gli uffici stampa ma davano voce anche ad opinioni dissonanti.

Al giornalista Tim Prokop Woodruff racconta che:

«L’alieno è così noto che non c’erano molti margini di lavorazione, se non renderlo ancora più alieno rispetto ai due primi film. La maggior parte delle nostre modifiche sono state di tipo stilistico, perché volevamo tornare ai disegni originali di Giger mai davvero portati su schermo.»

Interviene Gillis:

«I dipinti di Giger hanno a che vedere con qualcosa di tanto spaventoso quanto affascinante. Ci sono cose tipo parti di macchinari integrati nella creatura, e penso che quella strana combinazione di umano, macchina e ossa sia una delle cose che rendono l’alieno unico e spaventoso. Abbiamo cercato di suggerire le stesse forme, anche se in maniera più organica.»

I “burattinai” della Boss Film

I due raccontano al giornalista che si trovavano negli studi di Londra a preparare gli effetti per il film quando ricevettero una telefonata di Giger. Woodruff confessa che sebbene fossero grandi estimatori del suo lavoro, avevano sentito voci sul temperamento dell’artista svizzero, e temevano che il loro lavoro per Aliens (1986) non fosse piaciuto. «Non sapevamo se ci stava telefonando per congratularsi o per offenderci: invece si è rivelata una persona simpaticissima».

Stando al racconto di Gillis, Giger ha telefonato per sapere quali fossero le loro idee sulla creatura poi ha iniziato a inviare per fax disegni e schizzi, «idee molto utili al momento di decidere come sviluppare l’alieno: eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda». Woodruff e Gillis prendono la decisione di rimuovere i tubi sulla schiena della creatura, che poi (come abbiamo visto) verranno ri-messi e ri-tolti, perché impedivano un corretto movimento della lunga testa di un alieno diventato quadrupede, da bipede che era sempre stato. Guarda caso, nei bozzetti faxati da Zurigo anche Giger ha tolto i tubi: insomma, nel racconto dei due effettisti è stata una collaborazione scritta in Cielo, al contrario di come la racconta l’artista svizzero.

Tom Woodruff Jr.: il nostro caro alieno dal 1986! (da AvP Galaxy)

Una volta decisa la forma dell’alieno, la ADI crea una tuta aderentissima che poi dovrà indossare il solito Woodruff, l’uomo che dal 1986 ad oggi ha interpretato lo xenomorfo su schermo. Poi viene costruito anche un modellino in scala 1:8 per farlo muovere come un burattino dagli effettisti della Boss Film, in scene da posporre poi su quelle a grandezza naturale.

«Credo che siamo andati molto vicino ai disegni originali di Giger nel creare l’alieno, e grazie alla Boss Film siamo stati in grado di renderlo reale.»

Così Woodruff conclude il suo racconto del “dietro le quinte”: uno stile ben diverso da quello di Giger.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

[1995] ALIEN 3 (VHS DeAgostini)

Visto che ogni venerdì sto raccontando La storia di Alien 3, un ascensore per l’inferno, mi pare giusto ampliare la schedatura delle edizioni in video del relativo film di David Fincher.

Dal novembre 1993 e fino ad almeno il 1995 (stando alle date riportate sul retro delle copertine) la DeAgostini ha portato in edicola almeno una quarantina di videocassette che riproponevano grandi titoli dell’orrore, tutti (o quasi) di grandi case: una collana dal titolo “Il grande cinema del terrore” che ha iniziato l’attività proprio con Alien (1979), come già raccontato.

Ho avuto il piacere e l’onore di vedere con i miei occhi la collana ogni mese in edicola, ma purtroppo non avevo spazio in casa per le varie uscite, senza parlare dei soldi che sarebbero serviti.

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[2022-09] Alien (Marvel) Terzo capitolo

Cover di Bjorn Barends

Si riparte con il viaggio della Marvel nell’universo alieno, con sempre Phillip Kennedy Johnson alla sceneggiatura (anche se sarebbe stato auspicabile un autore con idee meno banali) e il brasiliano Julius Ohta ai disegni. Stavolta però, al contrario dei due capitoli precedenti, la numerazione riparte da 1, così da creare casino.

Come sempre, questo post verrà aggiornato all’uscita di ogni nuova puntata della saga.

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Alien 3 (1992-2022) – 7. La versione di Fincher


Il regista che odiava il proprio film

«Ci ho dovuto lavorare per due anni, mi hanno licenziato tre volte e ho dovuto combattere per ogni singolo aspetto. Ancora oggi, nessuno odia Alien 3 più di me.»
~
David Fincher a Mark Salisbury per “Guardian”, 18 gennaio 2009

Nella suo saggio Rebels on the Backlot (2005) Sharon Waxman incontra molti registi, fra cui David Fincher, di cui racconta brevemente le “origini”.

Cresciuto in una provincia americana simile a quella che fa da sfondo a tutte le storie horror, il giovanissimo David viveva male la sua adolescenza, la scuola era un disastro ma il cinema l’aveva colpito forte sin da tenera età: era lì che voleva andare per sfuggire a tutto il resto.
Nel 1980 Fincher è un diciassettenne che vorrebbe andare alla USC, quell’Università californiana da cui sono usciti parecchi nomi noti dell’ambiente, ma è in totale disaccordo con la sua filosofia – cioè spendere 70 mila dollari di tasca propria per produrre un filmino studentesco i cui diritti sarebbero poi rimasti all’università – quindi decide di provare un’altra strada: andare a bussare al suo amico Craig Barron.

Barron aveva lavorato con la ILM (Industrial Light & Magic), la casa di Spielberg e Lucas che all’epoca era l’apice della magia cinematografica, dipingendo alcuni fondali per L’Impero colpisce ancora (1980). Conosciuto tra i banchi di scuola, Fincher chiede a Barron un’opportunità per entrare in quel magico mondo ed ottiene piccole mansioni tecniche sul set de Il ritorno dello Jedi (1983), film che detesta di cuore ma che gli ha regalato visibilità, visto che c’è il suo nome nei titoli di coda.

Mica tutti ce l’hanno, il nome nei titoli di coda de Il ritorno dello Jedi

In attesa che Lucas torni a girare (eh, stai fresco!), Fincher trova altri lavori tecnici in giro, come la direzione della fotografia dei fondali de La storia infinita (1984), altro lavoro che non lo lascia soddisfatto: ben presto trova in TV gli stimoli che cercava e nel 1987 ha già co-fondato una sua compagnia, la Propaganda. Il successo di Fincher nell’ambiente è immediato e questo lo porta al “livello successivo”,, cioè Alien 3, che la saggista non esita a definire «un assoluto disastro» (an unmitigated disaster).

Al giornalista Mark Salisbury di “Empire” n. 80 (febbraio 1996) così Fincher racconta:

«Ero infelice. Non sono bravo a fare il cane ammaestrato, non ero lì a radunare le pecore di qualcun altro. Nei miei lavori televisivi ero sempre totalmente coinvolto, riscrivevo e riconcepivo i soggetti. Cerchi di fare tua l’opera, ma non puoi riuscirci se quando entri ci sono già lavorazioni di due anni iniziate da qualcun altro. Tutto era un “Ci piace la tua idea, ma vedi se riesci a realizzarla con 15 mila dollari invece che 150 mila”.»

Al giornalista, Fincher rivela la sua personale versione del film alieno, quella che ha raccontato alla Fox e per la quale è stato assunto. Solo per poi scoprire – chi mai l’avrebbe potuto immaginare? – che non c’erano soldi per realizzarla.

«Ho raccontato loro la storia e mi hanno ingaggiato, splendido. Il mio era un fottuto film alla David Lean. Non parlava di tipi tosti nello spazio bensì di pedofili. Era un film grande, complicato e politico. C’erano tre Lance Henriksen in giro, Paul McGann era un assassino seriale e alla fine del film hai l’alieno che corre in giro con tremila Stormtroopers in arrivo. Era grandioso, strano e l’idea era splendida. Poi arrivano e mi dicono “Non possiamo farlo, al massimo possiamo avere diciotto tizi”. E così alla fine hanno tagliato le palle a tutta l’intera operazione.»

Un altro saggio, Studying Fight Club (2014) di Mark Ramey, ci racconta che una volta completato con sofferenza il suo film, Fincher lo fa vedere a Joel Schumacher, ed ecco quale è stato l’autorevole responso del celebre regista:

«La buona notizia è che stai puntando in alto. La cattiva è che non sei in grado di ottenere ciò che vuoi: sei un fuori-classe, e quindi sei infelice per definizione. Questo è il primo punto. Il secondo punto è che ti metti in una posizione per cui loro [i produttori] hanno più potere di te semplicemente perché tu tieni al film molto più di loro. Non lasciare che accada di nuovo.»
(dichiarazione riportata in origine da James Swallow in Dark Eyes. The Films of David Fincher, 2003)

Fincher ha subito fatto sua la lezione, infatti al citato “Empire” nel 1996 racconta:

«La cosa più orribile del fare Alien 3 è stata capire che più ti importava del film, più loro ti fottevano: è una lezione davvero dura da imparare. La regola del gioco, quando hai a che fare con quel tipo di soldi, è che devi essere in grado in qualsiasi momento di alzarti e mandare tutti a fare in culo. Devi poter dire “non me ne frega un cazzo” in ogni momento, allora sì che sei in una posizione di potere. Io invece ero totalmente inerme, perché ero totalmente preso da qualcosa che doveva reggere il confronto con due film precedenti.»

Al momento di inaugurare una nuova rivista di cinema – “Imagi-Movies” (inverno 1993), costola della più celebre “Cinefantastique”, in un momento magico per l’informazione cinematografica – è chiaro che l’Affaire Alien 3 debba ancora essere analizzato, ad un anno dall’uscita del film, quando ormai chiunque scrivesse recensioni l’aveva stroncato.

Il giornalista britannico Mark Burman ci informa con una certa curiosità che invece il film ha avuto una buona accoglienza in Europa e in Giappone (peraltro il Sol Levante da sempre è il fan numero uno dell’universo alieno!) «Forse è piaciuto il suo pessimismo disperato», ipotizza il giornalista dubbioso, incredulo che il film possa aver riscosso altro che pernacchie, «forse i dialoghi suonano meglio in francese: chissà in quei posti in quante maniere si può tradurre “fanculo”?» Giusto per ricordare quanto il mercato europeo sia tenuto in nulla considerazione nell’opinione americana.

«Credo che il pubblico l’abbia trovato pretenzioso e ponderoso: non spaventoso bensì nauseante». A parlare è David Fincher che, contattato per una breve intervista telefonica per conto dalla BBC, con sorpresa del giornalista britannico inizia a confessarsi e a dilungarsi: quanto avrà pagato di bolletta la BBC?

«La prima cosa che abbiamo deciso è che l’alieno non sarebbe stato il centro focale della storia. È come per Il ponte sul fiume Kwai (1957), il ponte è solo uno dei soggetti della vicenda, non il fulcro del film. L’idea era di non fare uno spara-tutto, bensì gestire questo personaggio: lanciamo nello spazio una donna di quarant’anni invece di una vittima in mutandine come nel primo Alien

Che tenero Fincher, che parla come se lui avesse preso parte al processo creativo della storia! Decisamente più interessante quando racconta della visita di Ridley Scott sul set di Alien 3:

«Era favoloso con il suo vestito di seta e uno dei suoi grandi sigari cubani. C’era una troupe di un documentario Fox che filmava l’intera conversazione.
Ridley mi ha chiesto come stesse andando e io risposi “Davvero male”, al che lui disse: “Non va mai bene, non è così che funziona il cinema: assicurati di fare un piccolo film dove riesci ad avere il controllo, mentre loro continuano a bastonarti”. Poi mi raccontò come non avesse ancora visto un centesimo dal primo Alien. Non credo che abbiano usato quella conversazione nel documentario.»

Chissà che non sia questo il vero motivo per cui Scott non ha mai voluto prendere in considerazione un ritorno nell’universo alieno prima del nuovo millennio: sapeva che la Fox non paga a meno di non farle causa!

Intanto Fincher torna alla sua geremiade:

«È stato semplicemente orribile: la cosa peggiore che mi sia mai capitata. Guarda, sarei uno stupido a dire che non sapevo cosa mi aspettasse, mi ci sono voluti cinque anni per decidere cosa volessi fare e ho sempre voluto fare film di questo livello. (tira un lungo sospiro.) La lezione che ho imparato è che non puoi metterti alla guida di un progetto come questo a meno di non avere film come Terminator o Lo Squalo alle tue spalle.
Quando arriva Spielberg e dice “Ho fatto il film che ha guadagnato di più nella storia e voglio 18 milioni per fare Incontri ravvicinati…“, tutti annuiscono e si sentono fortunati ad averlo a bordo. Tutt’altro discorso è quando sei circondato da gente che suda sangue per i soldi che stai spendendo e dici loro “Fidatevi di me, io credo veramente in quel che sto facendo”: loro ti guardano e dicono “Chi cazzo sei? A chi frega ciò in cui credi?”»

Un discorso interessante di Fincher nasce dal finale del film. Il regista ha subito sposato l’idea del suicidio della protagonista: il primo film per lui anticipava il culto della personalità degli anni Ottanta, e il secondo film dava voce al nascente fenomeno delle donne che dovevano unire carriera e maternità: a cosa si sarebbe riferito il terzo? Cosa chiedere alle nuove generazioni anni Novanta? «Sacrificio, una nobile alternativa capitalista.»

Un suicidio diventato iconico

Una volta stabilito che Ripley deve morire, Fincher fa notare che agli occhi del pubblico americano il suicidio è visto come un segno di debolezza, una “via d’uscita facile” e quindi una rinuncia alle proprie responsabilità. Quindi bisognava fare in modo che il gesto fosse obbligato, che non ci fossero alternative. Ma lo stesso il regista ha creato una “tentazione finale”.

«C’era un’intera scena di almeno tre minuti che è stata tagliata via, quando Bishop espone la questione a Ripley. Volevo che la donna fosse davvero tentata, che prendesse seriamente in considerazione l’idea di accettare la proposta di Bishop. In origine c’erano ben 40 secondi di pausa da quando lui dice “Devi credermi” a quando lei risponde “No”.»

Un’umana debolezza tagliata dal montaggio finale

Fincher voleva che la donna subisse una sorta di tentazione ma che soprattutto prendesse lei la decisione, invece di subire gli eventi: lanciarsi nel fuoco doveva essere una sua decisione cosciente e soprattutto ponderata, invece nella velocità del montaggio finale la “pausa di riflessione” si perde.

«Non volevo che l’alieno venisse fuori, ancora non mi piace l’idea della creaturina che esplode dal petto nel finale». Il regista voleva chiudere la scena con Ripley che crollava nella fornace con sguardo rilassato, contenta che tutto stesse finalmente finendo, ma nelle proiezioni di prova il pubblico invece ha premiato l’uscita del chestburster dal petto, scena imposta a Fincher dalla produzione e girata quattro giorni prima dell’uscita in sala. «Un completo e ridicolo disastro, non so se funzioni».

Il chestburster finale, che non piacerà a Fincher ma a cui sono affezionato

Curiosamente, però, nella recensione finale di Carl Brandon su “Cinefantastique” (giugno 1992) si afferma l’esatto opposto.

«Originariamente Alien 3 finita con il chestburster che fuoriusciva da Ripley, la quale aveva ancora la forza sufficiente per lanciare la creatura nel piombo fuso. Quando una proiezione di prova dimostrò che la scena risultava fortemente insoddisfacente, la Fox ha modificato tutto così che Ripley ora allarga le braccia a crocifisso e cade nel fuoco, salvando l’umanità dai piani della Compagnia.»

Ma quanti finali sono stati girati? Purtroppo non posso essere sicuro di quello che ho visto in sala nel 1992, che mi sembra lo stesso uscito in home video – con Ripley che afferra il chestburster uscito dal suo petto – comunque Fincher dovrebbe essere soddisfatto che nella versione “estesa” del film, contenuta nei DVD e Blu-ray dal 2003 in poi, non si vede il chestburster fuoriuscire ma solo lo sguardo rilassato di Ripley, come voleva lui.

Lo sbrigativo finale della Special Edition

Fincher confessa che l’idea di abbandonare la produzione sin dall’inizio non gli era sconosciuta, soprattutto quando si è reso conto che la situazione era drammatica, ma giustamente fa notare che per un regista esordiente mollare il suo primo grande incarico sarebbe stato peggio che fare di tutto per portarlo a termine, e vista la carriera di Fincher direi che ha avuto ragione.

Quello che Fincher dispiace è, secondo lui, di non essere riuscito a creare un film che distraesse il pubblico dai problemi della vita quotidiana. Mentre infatti il regista era sdraiato sulla poltrona del suo dentista, il dottore che gli trapanava un dente gli ha spiegato:

«Capisci, quando sono uscito dal cinema non ero distratto dall’AIDS, dalle rivolte nelle strade, dalla paura di altre culture. Era ancora tutto lì.»

Regola dell’intrattenimento americano, ci spiega Fincher, è che un film debba distrarre gli spettatori dai loro problemi, e sente di aver fallito sotto questo punto di vista, mentre un terzo Alien spara-tutto magari avrebbe funzionato meglio.

Dài, Siggie, almeno una sparatoria fammela fare…

Arrivato il momento di parlare dei progetti in corso – che non bisognerebbe mai anticipare, altrimenti è sicuro che non andranno in porto – Fincher lancia la bomba:

«Stiamo parlando… (ride) Oh Dio, stiamo davvero parlando di fare “The Avengers”. Non voglio farlo con Mel Gibson. Cioè, amo Mel Gibson ma ho una mia versione in testa, magari con Charles Dance nel ruolo di Steed. Magari farò una grande versione in bianco e nero di “The Avengers”, in pieno stile anni Sessanta.»

Per i giovani, non c’entra niente la Marvel: “The Avengers” era una nota ed amata serie britannica che in Italia si chiamava “Agente speciale”, e il film a cui fa riferimento Fincher lo girerà invece Jeremiah S. Chechik con il titolo The Avengers – Agenti speciali (1998), con protagonisti Ralph Fiennes e Uma Thurman.

Come finisce questa storia ce lo racconta il citato saggio di Sharon Waxman.

Scoraggiato dall’esperienza di Alien 3 («è stato un bagno di sangue!») e demoralizzato dalle critiche negative che il film colleziona alla sua uscita, Fincher sente di aver perso l’occasione di entrare nel grande giro, finché a sorpresa arriva una telefonata di Steve Soderbergh, che gli dice: «Ho capito cosa hai cercato di fare con questo film, si sente che c’è dell’ottimo lavoro dietro». Con questi complimenti arrivati da un nome noto, Fincher si rincuora, e che il non essere supportato (anzi osteggiato) dalla Fox non era una sua mania di persecuzione lo dimostra Bill Mechanic, che nel 1996 dirige la major e propone a Fincher il progetto Fight Club. Ma prima lo rassicura: non sono più i tempi di Joe Roth, sono finiti i tempi di Alien 3. In pratica, la Fox ammette ufficialmente che quello è stato un ascensore per l’inferno, tutto in discesa. (In realtà non è vero niente, la Fox è ancora specializzata in disastri totali e tombali, come di lì a un anno avrebbe iniziato a testimoniare Joss Whedon, distrutto dalla terribile esperienza di scrivere Alien Resurrection, ma questa… è un’altra storia.)

In conclusione, per “Film and Video” n. 13 (ottobre 1997), Iain Blair chiede a Fincher se il grande successo di Se7en (1995) lui lo intenda come una rivalsa dopo i problemi di Alien 3.

«Non direi. Io ragiono sulla lunga distanza, riguardo alla mia carriera. Hitchcock ha fatto 75 film: 6 sono meravigliosi, 35 sono ignorati da tutti. Sfortunatamente viviamo in tempi in cui servono due anni per fare un film. Magari sono lento io, ma non farò mai 75 film.»

(continua)

L.

– Ultime indagini:

[2022-08] Prey su “SFX” 355

La rivista specialistica “SFX” ha iniziato la sua attività nel 1995 con un numero 1 in cui intervistava Sigourney Weaver e annunciava l’uscita di un quarto film alieno, quindi possiamo dire che questo universo narrativo è caro alla rivista, sebbene nel corso dei decenni gli abbia dedicato davvero un spazio troppo esiguo.

Ora però è tempo di piattaforme, di polemiche sessiste sui social e di “predatesse”, quindi la rivista – che in media dedicava trafiletti all’universo alieno – guarda caso mette a disposizione ben otto pagine più la copertina del numero 355 (agosto 2022), con un lungo pezzo e ben due interviste (all’attrice e alla produttrice) in occasione dell’uscita del film Prey. Quindi gli altri film di Alien e Predator non erano abbastanza femministi per avere uno spazio simile su “SFX”? Eppure hanno tutti donne protagoniste!

Polemiche a parte, ecco di seguito le otto pagine tradotte da me.

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[Short Film] Predatus (2010)


SigourneyRules Kinema mi segnala un cortometraggio prodotto da Greenroom Studio e Baradacomix, ambientato nell’antica Roma e con una vicenda che in pratica ripropone Predator (1987) ma in versione “romana”.

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Alien 3 (1992-2022) – 6. Testimone del disastro


Dal confessionale alieno

Chi segue i miei viaggi nel cinema sa che non mi interessano le leggende e i miti popolari, tutti quei trivia e baggianate similari (tipo “10 cose che non sai su…”) che affollano la Rete e non hanno certo bisogno che io li replichi: preferisco di gran lunga andare a sentire cosa dicono i diretti interessati. Non che dicano la Verità, non possiamo saperlo, ma almeno non sono “sentito dire”, “voci di corridoio” e bufale assortite che tanto piacciono ai siti web.

Stavolta devo fare un’eccezione, anche se un’eccezione “di lusso”.

Al contrario di “Premiere” (maggio) e “Cinefantastique” (giugno), un’altra autorevole rivista di cinema quel 1992 si interessa dell’uscita di Alien 3, ma “Empire” (settembre) al contrario delle blasonate colleghe non si limita ad intervistare gli autori del film, riportando le loro dichiarazioni con nome e cognome, ma dà voce anche ad un fantomatico «tecnico degli effetti speciali di grande esperienza» che lavorava nella squadra britannica nei Pinewood Studios dov’è stato girato il film. Perché questo «tecnico londinese» ha scelto di rimanere anonimo quando persino il regista stava sparando a zero sulla produzione? Forse perché un semplice tecnico poteva subire molte più ripercussioni dalle case produttrici rispetto ad un regista? Oppure dietro l’espediente del “tecnico anonimo” qualcun altro ne ha approfittato per sfogarsi e dire ciò che non si può dire firmandosi con nome e cognome?

Quindi in questo capitolo devo riportare dichiarazioni di cui non è chiara la provenienza, cosa che di solito cerco di evitare, ma a mia discolpa ricordo che tutto ciò che segue è apparso pubblicato su una rivista blasonata (ringrazio il mitico sito Strange Shapes per averla recuperata), non su una fan-zine (cioè il corrispettivo di un sito web dell’epoca), quindi è sempre più “autorevole” di un video su YouTube con “10 cose che non sai su Alien 3“. L’intero articolo potete leggerlo nella mia traduzione: qui mi limito a riportarne i passi salienti.

da “Empire” n. 39 (settembre 1992)

«La lavorazione procedeva da quattro mesi all’epoca del mio arrivo, e ancora non avevano iniziato a pensare alla realizzazione dell’alieno.»

Ammettendo che il tecnico con “lavorazione” intenda le riprese di Alien 3, iniziate ufficialmente il 14 gennaio 1991, possiamo ipotizzare di trovarci intorno all’aprile di quell’anno, quando – come abbiamo visto – il copione non fa che cambiare in continuazione, con Walter Hill e David Giler chiusi in una stanza a sfornare revisioni a getto continuo.

«Quando arrivai non avevano neanche idea di come dovesse essere fatta la creatura. C’erano copioni diversi, compreso uno con un pianeta fatto di vetro: infatti stavano pensando a realizzare un Alien di vetro; c’era una versione con un pianeta fatto tutto di legno e si pensava ad una creatura fatta di legno, cioè adattata all’ambiente circostante.»

Pure il pianeta di vetro! Ma era un’ossessione questa dei pianeti artificiali. Curioso poi che girasse ancora il pianeta di legno malgrado David Giler sin da subito avesse bocciato l’iniziativa.

«Avevano preparato solamente il facehugger che si vede all’inizio del film, che era stata una creazione travagliata. C’era un altro super-facehugger per cui impiegammo circa tre mesi di lavorazione, e che venne scartato proprio quando portammo a compimento il lavoro.

Costruimmo anche un grande bue da cui sarebbe dovuto uscire l’Alien, ma a David Fincher non piaceva. Andarono in America per girare comunque la scena con il bue: ora è un cane… È stato un colossale spreco di denaro.»

Tutto sembra confermato, visto che foto di scena ci mostrano il bovino da cui sarebbe dovuto fuoriuscire il facehugger, così come trova conferma la profonda diffidenza di tutti i tecnici nei confronti di questo giovane regista esordiente, fondata però non si sa su cosa: ogni regista famoso ha iniziato come esordiente, quindi è un sentimento che non ha davvero senso. Però tutti confermano che Fincher ha subìto antipatia a grappoli da parte di chiunque.

da “Empire” n. 39 (settembre 1992)

Imperdibile la versione del “testimone anonimo” sulla “mutazione” dello xenomorfo del terzo film:

«L’alieno originale aveva questa specie di tubi che gli uscivano dalla schiena che lo distinguevano dall’essere un semplice uomo in una tuta di gomma, ma i creature designers Alec (Gillis) e Tom (Woodruff) li odiavano e li tolsero di mezzo. Il primo giorno che portammo l’alieno sul set, Fincher disse: “Dove sono quei tubi che uscivano dalla schiena?” Così ce ne fece creare qualcuno al volo che incollammo sulla schiena. Li facemmo di notte e li appiccicammo alla meglio: e questo era un film multi-milionario.

Tornati sul set e visto il risultato, Fincher disse: “Toglieteli”. Che meraviglia…»

Tutto questo ha creato la mythology (cioè la buffonata) per cui a seconda dell’organismo infettato lo xenomorfo cambi la propria forma.

L’alieno de-tubato

«Il supervisore agli effetti speciali George Gibbs ha raccontato di aver costruito questo enorme set per il finale del film nel teatro di posa di 007 dei Pinewood Studios, poi hanno cambiato la sceneggiatura e lui ha dovuto smontare tutto e ricostruirlo daccapo.

Abbiamo speso molto tempo e soldi facendo la tuta dell’Alien ed altri tecnici hanno fatto lo stesso, creando una versione in miniatura, e le due cose non combaciavano: non sembravano lo stesso Alien.»

Di nuovo, non abbiamo prove che questa testimonianza anonima sia veritiera, ma decisamente sembrano eventi più che plausibili, vista la produzione disastrata.

«Immagino che non si possa fargliene una colpa, semmai è da incolpare la gente che vuole fare un film senza avere un copione prima. È da incolpare anche Sigourney Weaver, fino ad un certo punto, per aver infilato troppe dita nella torta. Per quanto ne sappia ha avuto molto a che fare con il copione: era quella che non voleva armi nel film e che voleva una scena d’amore. Non aveva senso con gli altri personaggi, così ha deciso che Ripley doveva andare a letto con qualcuno.»

In effetti, dopo la scena d’amore con Dallas cancellata dal copione del primo film, dopo l’ipotetica storia con Hicks mai realizzata nel secondo, era ora che Ripley ottenesse una scena d’amore su grande schermo.

L’unica storia d’amore che dura, con Ripley

«Alla fine delle riprese, c’erano un sacco di scene non girate, con tutte quelle cose importanti per la storia lasciate indietro. Dal mio punto di vista sembrava che da un momento all’altro avrebbero cancellato tutto, abolendo l’intero progetto. Forse sarebbe stato meglio…»

Possiamo credere o non credere a questa testimonianza anonima, ma di certo ci fornisce un’idea dell’ascensore per l’inferno che sono state le riprese, con un Fincher che dovendo lottare contro un’immotivata diffidenza generale si comportava “alla James Cameron” senza però essere James Cameron. (Fermo restando che pure ai tempi di Aliens Cameron non era ancora Cameron!)


Quando Hicks scoprì di essere morto

Oggi non conosco nessuno che consideri Alien 3 un pessimo film né leggo sue critiche feroci: la mia ipotesi è che nei decenni successivi la saga aliena sia caduta così in basso che l’opera di Fincher ne ha guadagnato tantissimo. Ma nel 1992 era tutto un altro discorso.

Cover di Mark A. Nelson

In Italia eravamo davvero pochini, ma in Americani erano davvero tantini quelli che volevano continuare a provare le emozioni di Aliens e si erano riversati sui fumetti della Dark Horse Comics, che raccontavano le avventure di Hicks sfregiato e di Newt adolescente alle prese con l’invasione aliena della Terra. Quando dopo anni finalmente Newt ritrova Ripley, la “famiglia” si riforma e può iniziare la riconquista della Terra. Un universo narrativo stava nascendo e avrebbe tenuto banco per anni e anni, con fumetti dal successo così epocale che sarebbero persino diventati romanzi-novelization, evento credo unico nella storia.

Come dicevo, in Italia eravamo quattro sfigati ad appassionarci a queste vicende, ma in patria il pubblico era decisamente elevato – per anni il marchio “Aliens” è stato la spina dorsale dell’intera azienda Dark Horse Comics – quindi alla prima notizia che Hicks e Newt erano stati gettati via nel cestino dei rifiuti… be’, Alien 3 partiva già con uno svantaggio di misura incalcolabile, un’offesa a milioni di appassionati alieni che non sarebbe stata perdonata. Poi tutto è crollato, tutti hanno dimenticato il glorioso universo alieno di quegli anni e oggi nessuno sa di un’offesa che brucia ancora.

Non bruciò però solo a noi fan, ma anche a Michael Biehn, che un giorno per puro caso… scoprì di essere morto!

Quello intervistato per il cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003) è un Michael Biehn ormai dalla carriera evaporata, quindi racconta con leggerezza e semplicità l’evento che probabilmente l’ha fatto uscire dal “giro grosso” del cinema.

Nel 1991 in cui si sta girando Alien 3 in Gran Bretagna, Biehn è in California a girare Colpo doppio (Timebomb) della Raffaella Productions, cioè prodotto da Raffaella De Laurentiis. Per una incredibile fatalità la produttrice era stata in visita ai Pinewood Studios e, per un’altra incredibile fatalità, aveva ammirato in uno stanzone vari manichini pronti per essere aggrediti dallo xenomorfo: su un tavolo Raffaella vede… il pupazzo di Hicks con il torace aperto! Raccontata la “curiosità” all’attore, Biehn (a sua detta) si è limitato a rispondere: «Oh! Molto interessante».

Il “cadavere” di Hicks (dal cofanetto “Alien Quadrilogy”)

Dimostratosi calmo con la produttrice, poi Biehn telefona al suo agente e tutta la calma è ormai svanita. L’attore, fra una parolaccia e l’altra, si lamenta del fatto che la Fox abbia ucciso il suo personaggio senza neanche contattarlo, per lo più facendogli uscire un alieno dal petto, e l’agente lo rincuora: «quella è la tua immagine [likeness], non possono farlo». L’agente chiama la produzione di Alien 3 e li avverte: se esce un chestburster da Hicks, si preparino a delle cause legali.

La Fox, sempre stando alle dichiarazioni dell’attore, propone quello che propone sempre per risolvere i problemi, cioè soldi, ma Biehn rifiuta: «Non m’interessa quanti soldi avete: quell’alieno non uscirà dal mio torace».

Un paio di mesi dopo la Fox contatta di nuovo l’attore con la soluzione in tasca: verrà mostrato un cadavere maciullato, ma senza torace aperto, e una fotografia di Hicks. L’attore risponde in maniera filosofica: «Ora potete pagarmi».

L’ingloriosa fine di un grande personaggio

«Per quella foto presi quasi la stessa cifra che avevo guadagnato facendo il primo film, quindi sotto certi aspetti quell’episodio influì. Ma il tutto si svolse un po’ a denti stretti. Loro dissero: “Be’… e va bene, ti paghiamo”. E io: “Mi dovete dare di più”, e fu tutto un tira e molla. C’era tensione.

Se avessi saputo quanta strada avrebbe fatto David Fincher, gli avrei detto: “Fa’ come vuoi, basta che mi chiami per uno dei tuoi prossimi film”.»

Da quel giorno Michael Biehn è scomparso dai radar, impegnato o in produzioni minuscole, spesso invisibili ad occhio nudo, o come personaggio secondario o sullo sfondo. Magari è solo una coincidenza, ma il mondo del cinema è un paesino dove tutti si conoscono e tutti si ricordano di tutto: chi crea problemi o fa sgarri, finisce subito ai margini.

Il ritorno di Hicks, solo per dire di nuovo addio

Dieci anni dopo la citata intervista, finalmente Hicks torna in vita, e Michael Biehn doppia il suo storico personaggio nel videogioco Aliens: Colonial Marines (2013) scritto da Mikey Neumann, il quale riesce non solo a unire alla perfezione le vicende di Aliens ed Alien 3, ma ci regala un trucchetto per cui Hicks è rimasto in vita, anche se purtroppo l’immotivato insuccesso del videogioco lo ha ucciso un’altra volta. Come fa Hicks ad essere vivo mesi dopo l’incidente di Fiorina 161? La risposta è semplice… e la trovate nella mia storia di Colonial Marines.

Anche Newt tornerà in vita, in un certo modo, grazie proprio a quel Mark Verheiden che l’ha resa immortale nei primi fumetti di Aliens, spazzati via dal disastro di Alien 3. Se volete conoscere la Newt adulta, dallo spirito indomito, con la sindrome della sopravvissuta e quella dell’abbandono, nevrotica e testarda, così come l’ha concepita e resa immortale Verheiden… vi basta gustarla nella serie TV co-prodotta e co-sceneggiata da Verheiden stesso, dal titolo Battlestar Galactica (2003). Lì si chiama Kara Thrace detta Scorpion, interpretata dalla mitica Katee Sackhoff, e combatte i Cyloni invece degli Alieni, ma è Newt al 100%.

Ecco perché noi fan alieni storici non possiamo perdonare Alien 3 di averci privato di un universo narrativo di rara bellezza.

Katee Sackhoff nei panni della Newt di Mark Verheiden diventata Scorpion

(continua)

L.

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