[2008-04] AVP2 su “Starlog” 364

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 364 (aprile 2008).


Creature Comforts

di Will Murray

da “Starlog Magazine”
numero 364 (aprile 2008)

Dovendo combattere sotto la pioggia
la vita non è facile per alieni e predatori

La scena è surreale. Il tetto di un ospedale nel pieno della notte. Sbuffi di vapore soffiano nella luce della mezzanotte. Tubi ovunque, che si intersecano come tentacoli d’alluminio. Un elicottero d’emergenza è posizionato sulla sua base, con le luci intermittenti. Dietro di lui ci sono degli abeti altissimi.

Nessuno in vista. Ma su una passerella si scorge qualcosa di misterioso. Getta indietro il suo cranio lucente e sfodera gli artigli come una tigre pronta a colpire la sua preda. Un altro è accucciato nelle vicinanze. Il gelo percorre la schiena: sono alieni di H.R. Giger! Ce ne sono altri? A chi stanno tenendo l’agguato?

Sul set di Aliens vs Predator: Requiem gli alieni sono sempre più irrequieti, in attesa dell’arrivo di carne umana fresca. Sembrano dei dipinti inquietanti che prendono vita. Se così fosse, è il lavoro di molti artisti, fra i quali i veterani degli effetti speciali Tom Woodruff jr. e Alec Gillis della Amalgamated Dynamics Inc., meglio nota come ADI.

Hanno già dipinto queste creature, recentemente per il primo AVP. Non le dipingono così spesso. «Sono stato piacevolmente sorpreso della velocità con cui è uscito fuori il progetto di questo film, di solito c’è un intervallo di quattro o cinque anni fra un film di Alien e l’altro. Quindi è stato grandioso tornare subito in sella.»

«Già», annuisce Gillis. «Siamo abituati ad aspettare almeno cinque anni, perciò è stato bello tornare subito a lavoro. Specialmente dopo l’ultimo film, avendo gestito il Predator per la prima volta: con gli alieni invece siamo pratici. È inoltre bello avere nuovi registi e tirar fuori nuovi Predator: è stata una bella sfida.»


Il nuovo Predator

Il nuovo Predator è chiamato Wolf. Si parla di una nuova creatura – il “Predalien” anticipato dal precedente film – ma i due specialisti non si sbottonano. «Per quanto ne sappiamo ora, non c’è alcuna nuova creatura», interviene Gillis con una voce finto-seria, malgrado le prove fotografiche (presentate anche in queste pagine) di un Predalien. Poi aggiunge: «Credo sia più consono parlare solamente del Predator. Wolf è come il personaggio di Harvey Keitel in Pulp Fiction: il ripulitore [the cleanup man]. È uno specialista solitario. Quando succede qualche casino con i Predator cacciatori, questo è il tizio che viene chiamato. È più come quei Predator invisibili che avete visto in AVP: lui va per conto suo. Ha le sue armi e non è gravato da un’armatura: non ne ha bisogno per gestire gli alieni. Ecco quanto è forte.»

È anche un vero Predator? «Certo», replica Gillis. «Lui ha seguito la tradizione dei suoi avi. Ma quello che noi e gli Strause Brothers abbiamo cercato di fare con questo Predator era di creare un personaggio a sé stante. Abbiamo guardato ad altri archetipi, come il personaggio di Willem Dafoe in Platoon. Wolf non è un giovane, è un adulto. Stando alla logica dell’ultimo AVP, il primo Predator (quello del film del 1987) era un tredicenne, mentre quelli di AVP sono alle porte della maturità, all’incirca diciottenni: spavaldi e con un equipaggiamento figo ma con non molta esperienza. Wolf invece è un veterano quarantenne che ha visto molte battaglie, e ne porta ancora le cicatrici addosso. È un solitario, non il tipo che lavora bene con gli altri.»

«Wolf è il personaggio principale di questo film», aggiunge Woodruff.

«Io direi che è più un anti-eroe», spiega Gillis. «Nessuno dirà “Oh, i suoi dreadlocks sono sexy”, diranno invece “È un tipo dannatamente spaventoso”. L’unica ragione perché il pubblico possa sentire un legame con lui è che è un uccisore di alieni. E loro sono una minaccia davvero terribile, nel film. Ma questo Predator non ha scrupoli nel devastare anche umani, se questi gli sbarrano la strada.»

Ian Whyte è di nuovo nel costume del Predator. Anche Woodruff è di nuovo nella tuta da alieno, in tutte le scene in cui c’è uno xenomorfo protagonista di una scena. Dopo tutto questo tempo si potrebbe pensare che ormai sia un lavoro facile.

«Questa è stata decisamente la volta più dura», rivela. «In parte per via delle lunghissime riprese notturne in esterni, sotto la terribile pioggia del Canada. Stavolta ho davvero patito la cosa.»

«Con la pioggia si paga sempre il conto», specifica Gillis. «Quando la gente si mette e si toglie costumi completamente bagnati, la gomma si indebolisce. In più devi stare attento all’ipotermia. Io potevo indossare pesanti abiti riscaldati eppure stavo malissimo dal freddo: non posso immaginare cosa abbiano provato Tom e Ian là fuori.»

«Detto questo, è stato comunque fantastico», continua Gillis. «La pioggia aggiunge tensione all’atmosfera. Visivamente riempie gli spazi tra il pubblico e le creature, e rende le cose ancora più misteriose. E avere tutta quell’acqua piovana che scorre sui volti… è un’immagine splendidamente horror.»


Alieni ottimizzati

Gli alieni sono stati ottimizzati. Quattordici costumi in poliuretano morbido sono state create dal calco del corpo di Woodruff, e poi montate su tute della Echoskin. «Abbiamo usato le stesse tonalità di AVP, con cioè un ritorno alla forma oscura, metallica e viscida dell’originale di Alien», dice Woodruff. «Ma gli Strause – che sono grandissimi fan di Aliens – volevano che tornassimo a quell’aspetto, il che ha voluto dire rimuovere quella patina traslucida da insetto della testa per lasciar trapelare la struttura ossea sottostante.»

«In termini di luci ed ombre ciò che è uscita fuori è una creatura molto più interessante, perché ora la sua testa ha una struttura molto più complessa: quando l’essere è controluce, vedi molti più particolari interessanti rispetto ad una semplice testa lucida.»

Parlando di slime, la miscela classica è stata modificata per l’ambiente cittadino del Colorado. «Di base, è sempre la stessa vecchia formula», rivela Woodruff. «È lo slime basato su metilcellulosa che abbiamo utilizzato in quasi tutti i film di Alien. La differenza questa volta è che le creature sono nate sulla Terra, e i registi ci hanno fatto aggiungere più roba al solito slime. Abbiamo lavorato molto sulle parti scure dello slime per ridurre la sua brillantezza traslucida.»

Malgrado si tratti di semplici tutte di gomma, il corpo alieno ha ancora la capacità di generare brividi di paura. «È sempre la prova principale di ogni grande idea», spiega Woodruff. «Quante volte puoi rivisitarla ed avere ancora effetto? E certamente con gli alieni – perché loro esistono nell’oscurità – c’è un elemento di paura che è facile da sfruttare. Tanto di cappello ad H.R. Giger per essersene uscito fuori con una creatura così terrificante.»

«E a Stan Winston per il Predator», aggiunge Gillis. «Mettiamo sempre bene in chiaro che noi abbiamo ereditato queste creature: ci consideriamo loro custodi. Anche quando usiamo il nostro stampo per ricrearle, siamo sempre rispettosi dell’idea originale. Naturalmente siamo contenti di mostrare cose nuove al pubblico.»

Una delle sfide di Requiem è stata quella di comunicare con la creatura a due teste che dirigeva il progetto. «Ci sono state volte in cui era divertente stare sul set nel costume da alieno», dice Woodruff. «Abbiamo sistemato tutto, siamo pronti a girare quando Colin si avvicina e mi dice: “Tom, per questa ripresa ho bisogno che tu ti muova curvo e veloce. Voglio avere la sensazione che l’alieno stia cercando di raggiungere il suo obiettivo molto velocemente”. Così lo feci, poi guardai attraverso il foro che avevo nel collo del costume e lì c’era Greg, che mi diceva: “Era molto buona, ma ti sei mosso troppo velocemente. Vorrei che riprovassi ma stavolta lentamente“. Questo succedeva spesso, e immagino che quando tornavano dietro i monitor ci fosse una specie di braccio di ferro per decidere come dovesse andare una particolare scena.»

«Colin e Greg sono davvero bravi ragazzi», osserva Gillis. «Ma una delle cose divertenti del lavorare con loro è che devi vedere il processo con cui prendono le decisioni: si comportano come ci si aspetterebbe che si comportino due fratelli. Ricordo che stavo parlando con loro dell’illuminazione sul computer da polso del Predator: finì che litigarono e cominciarono ad insultarsi a vicenda. Poi all’improvviso andavano di nuovo d’amore e d’accordo. Era incredibile.»


Ambienti ultraterreni

«Essenzialmente devi fare felici due persone», aggiunge il production designer Andrew “Alien Resurrection” Neskoromny. «A volte le loro opinioni differiscono, a volte coincidono: direi che sono più le volte che sono d’accordo delle volte che non lo sono. Con l’eccezione di qualche piccolo cambiamento qua e là, abbiamo proceduto con i disegni originari.»

Neskoromny ha disegnato la nave del Predator che naufraga in una zona boscosa, con il suo terribile carico. «La nave tocca terra con una traiettoria abbastanza rapida», spiega Neskoromny. «La nave si ritrova rovesciata su un fianco mentre la gran parte è ancora intatta. Il modo in cui ho disegnato il set all’interno è come se avesse la spina dorsale spezzata.»

Il relitto è stato costruito in un’area libera che poi è stata riempita di pezzi d’albero. C’è voluto più di un mese per creare una location per una scena che poi risulterà basterà un giorno a girare. Neskoromny rimane ancora vago sulla forma della nave del Predator.

«Questa è differente», ammette. «L’ultima nave era più aerodinamica di questa. Ci siamo basati più sulle navi dei passati film. I dettagli dell’interno ricordano le loro armature: le creature e la nave così sembrano una cosa sola. C’è una certa dose di ridimensionamento e placcatura sovrapposta, quasi come spunzoni o sporgenze. Volevo una nave che desse l’impressione di pungere a toccarla, che potesse ferirti… proprio come un Predator. Rimanda una sensazione molto dura e cruda.»

Un altro grande set è il nido alieno, che ricorda uno strano nido di vespe di carta. «Colin e Greg hanno sempre amato la versione di Aliens dell’alveare», dice Neskoromny. «Ah un bell’aspetto, molto “ossuto” e simile agli alieni stessi. L’abbiamo un pochino modificato e abbiamo aggiunto più nervature e dettagli. Il nido viene costruito in una sezione dell’ospedale, così una delle porzioni principali è un corridoio, che è già stretto di suo: ora è anche più stretto. Non abbiamo la ricchezza visiva che si vede in Aliens: avevano ampi spazi e hanno potuto sbizzarrirsi. Noi abbiamo una battaglia nell’alveare, quindi avevamo molto poco spazio.»

«Mi è sembrato di tornare sui set fuori Londra, dove il nido è stato creato originariamente per Aliens», racconta Woodruff. «Ha lo stesso aspetto e la stessa atmosfera, ed è stata una grande esperienza tornarci dentro di nuovo.»

All’improvviso sentiamo delle armi automatiche sparare in lontananza. Il cast umano – Reiko Aylesworth, Steven Pasquale, Johnny Lewis e Ariel Gade – sono sotto attacco alieno, ed iniziano a combattere.

Neskoromny ha disegnato anche il set del tetto, che è costruito a livello del terreno. È basato su un tipico tetto di un edificio industriale del sud-est americano. «Abbiamo dovuto esagerare un pochino per creare una sorta di labirinto in cui aggirarsi», fa notare. «E per creare una sorta di percorso che porti i nostri eroi all’elicottero, per poi rimanere intrappolati.»

Di nuovo colpi di arma da fuoco. Gli umani gridano mentre alieni cadono a terra. Ma ci sono più alieni o più persone? Nel buio, è difficile dire quale specie sia in maggior numero. Ma le vittime da entrambe i lati stanno crescendo velocemente.

Se Aliens vs Predator: Requiem porterà ad un AVP 3, la squadra di Woodruff e Gillis – con Neskoromny – è pronta a rimontare i suoi pezzi per il franchise. «Mi piacerebbe essere coinvolto», dice Neskoromny. «Ma devi vedere chi sono i giocatori. Io sono un grande fan di Alien ed ho amato Aliens: la rivelazione della Regina, la prima volta che la vedi, è davvero notevole.»

«Anche noi lo amiamo», afferma Gillis. «È forse l’ultimo franchise di fantascienza basato su un mostro che sia durato così a lungo. Sembra che questi film riempiano un vuoto. Speriamo che ci siano ancora altri film di mostri, ma le cose vanno a cicli. Ci stiamo divertendo con questi personaggi e continueremo a farlo finché la Fox ci chiamerà.»

«Spero davvero che ci sarà un AVP 3», fa eco Woodruff. «Hanno splendidi personaggi e finché i fan e il pubblico saranno lì per loro, perché non soddisfare la loro voglia di vendere un altro film della serie?»

«Dipende tutto dai fan», conclude Alec Gillis. «Vediamo come risponderanno a questo film. La cosa simpatica di questo franchise è che ci permette di andare in direzioni diverse. Avremo sempre un Alien e un Predator, ma… cos’altro?»


L.

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Another Life (2019) Citare l’Alien sbagliato!

Perché mi tocca trovare la mia amata Katee Sackhoff in produzioni di alto profilo ma profondamente deludenti? Già la mia amata Kara Thrace ha dovuto tenere sulle proprie spalle l’intero 2036 Origin Unknown (2018), ora speravo che ritrovarla di nuovo in una serie di fantascienza fosse l’occasione giusta per rispolverare i passati fasti di Battlestar Galactica, ma c’è un problemino che gli sceneggiatori americani sembrano ignorare: citare va bene, rubare va bene, copiare tutto non va bene. Se poi si è incapaci, anche citare non va bene…
Come vedremo a settembre su questo blog, Alien (1979) ha rubato tutto il rubabile, è un film profondamente disonesto, ma essendo fatto bene – di gran lunga meglio delle opere da cui ruba – il risultato ci sta tutto.
La miniserie di dieci puntate Another Life ruba male, molto male. Anche dalle fonti sbagliate…

Un’altra volta, un’altra vita

La storia si apre con il personaggio più sbagliato di tutti: Harper Glass, una influencer seguita da mezzo pianeta e come tutte le influencer è vestita male, non ha un centimetro di pelle scoperta e ha 47 anni… No, aspetta, c’è qualcosa che non va: le influencer di solito sono l’esatto opposto… La povera Selma Blair, bravissima attrice ma qui totalmente fuori parte, è costretta ad essere immobile e mummificata per tutta la serie per non mostrare di avere trent’anni in più del ruolo che dovrebbe ricoprire. Per fortuna nelle ultime puntate il personaggio di Harper diventa così stupido e immondo da far dimenticare tutto il resto.
Comunque è lei che apre la vicenda, dicendo ai suoi follower: «Guardate, ci sono campane tubolari nel cielo!» Non dice così… ma dovrebbe…

Aprire citando Mike Oldfield: fatto!

Ci ritroviamo d’un tratto nella fotocopia di Arrival (2016), che poi era la versione fighetta del migliore Epoch (2001), anche se fingeva di rifarsi ad un racconto di Ted Chiang. Dal cielo arriva roba che non fa niente e tutti a chiedersi: cosa fa la roba che non fa niente?
«C’è una roba che non fa niente: è un problema?»
«Fa niente.»
«Sì, lo so, sta lì e non fa niente, ma è un problema?»
«Fa niente.»
«Ho capito che non sta facendo niente, ma è un problema?»
«Intendevo “fa niente” nel senso di non importa.»
Magari fossero stati questi i dialoghi della serie.

Visto che la roba dal cielo non fa niente, facciamo qualcosa noi: mandiamo dei fotomodelli nello spazio con due astronavi. Una per l’equipaggio e un’altra per il guardaroba. Ah, e una terza, con l’esercito di parrucchieri e visagisti necessari per mantenere gli astronauti sempre perfetti, per farli stare sempre con i capelli a posto, la barba ben gestita, la messa in piega e per assicurare un cambio di vestito ad ogni scena. È così che si vola nello spazio, che ne sapete?

Fighi e ben vestiti: è così che si vola nell’universo, capito straccioni?

Le scene nello spazio sono pura barzelletta, roba creata per i gggiovani che non hanno mai visto un film in vita loro e quindi credono che la space opera e la soap opera siano la stessa cosa. Così in una navicella diretta verso l’ignoto, con «la Terra che non nasce, sta per morire» (come cantava Grignani), questi baldi eroi – tutti ragazzini, tranne Katee Sackhoff nostra, gagliarda e tosta – si lanciano in giochi d’amore, «o dolci baci, o languide carezze» (come la Tosca di Puccini), cominciano a raccontarsi di quella notte a Mogadiscio, come Verdone, si guardano, si toccano… Ah, ora ho capito: Another Life si riferisce alla telenovela degli anni Ottanta!

Dieci puntate d’ammore, di “non lasciamoci più”, di “mi pensi? ma quanto mi pensi?”, di “l’ho vista prima io”, di “il triangolo sì, la geometria non è un reato”, di “dov’è finito l’incursore anale?”. Oh, tutto bello, eh? Tanto si dorme della grossa, che neanche il valium funziona bene come le stupidate amorose americane, perché magari ricordarsi che c’è una razza aliena che forse vuole spazzarci via dall’universo… Ah no, scusate, non volevo interrompere le “cene eleganti” dell’astronave.
Ora però, seri eh? Ora ci mettiamo a lavoro per… la guerra del sapone! Quale equipaggio spaziale non si è mai tirato addosso spugne bagnate?

Chi si ritira dalla pugna…

… si becca la spugna!

Questa imbarazzante pantomima – perché la Sackhoff ci si è infilata? – ci regala un modo figo per andare in sonno criogenico, o ipersonno che dir si voglia: degli aghi che ci entrano nel cervello. Oh, roba sicura, eh? Che un’astronave che balla nello spazio sicuramente non farà sì che gli aghi ci trasformino il cervello in groviera, ma tranquilli: il criosonno di questa serie cambia ad ogni episodio.
La prima volta che Katee si sveglia è traumatizzata e a malapena riesce a camminare: è normale, il fisico deve riprendersi dopo settimane o mesi di sonno forzato. Poi però per il resto della serie ci si sveglia in un lampo senza problemi. Poi dopo crea incubi poi non li crea più. Insomma, è un Criosonno delle Libertà: ognuno fa quello che gli pare.

Che piacere, svegliarsi dal criosonno

Quando si va a dormire in ipersonno è buona creanza darsi la buona notte. Come dite? Dagli anni Quaranta in cui è nata l’idea del sonno criogenico (probabilmente inventata da Arthur Clarke) nessuno ha mai augurato “buona notte” al dormiente? Come dite? L’unica storia di fantascienza a farlo è la saga aliena? No, non ci credo: Another Life vanta sceneggiatori freschi e innovativi, non si mette a copiare idee…
Quindi ci si rifà ad una frase tipica americana, «Good night. Sleep tight. Don’t let the bedbugs bite» (“Buona notte. Dormi bene. Non farti mordere dalle cimici”), e sicuramente non è una citazione aliena…

L’Alien giusto

L’Alien sbagliato

Quale androide ha un pollice e cita l’Alien sbagliato?

Quello che sembra solo un dubbio, che cioè William (Samuel Anderson), il ridicolo androide innammurato, sia una fotocopia fighetta del Walter di Alien: Covenant (2017) trova conferma quando nel terzo episodio viene ricreata identica la scena del pranzo di Alien (1979), solo che stavolta il Kane di turno non ha male al pancino… ma sulla noce del capocollo, come dice Lino Banfi.
Il “parto schienale” è una delle grandi idee malate che Pazzo Ridley ha introdotto in Covenant: vuoi vedere che questa serie è così malmessa da citare l’Alien sbagliato?

L’Alien sbagliato

La serie che cita l’Alien sbagliato

Scesi su un pianeta e iniziato a toccare tutto, compreso un liquido praticamente identico al black goo di Prometheus (2012), e iniziato ad assaggiare frutti a caso alla ricerca di qualcuno buono – oh Signore dei viaggiatori!, come cantava Jovanotti – è ormai chiaro: non voglio neanche sapere i nomi dei disagiati che hanno sceneggiato Another Life, so solo che hanno un gusto di merda nei film da citare.

Ma siamo scesi sul pianeta floreale di Annientamento (2018)?

Loro stessi, gli sceneggiatori dall’inferno, sono consapevoli che stanno sbagliando fonte di brutto, visto che poi cominciano a copiare dai film giusti.
Katee ha preso possesso della nave rubandola al precedente capitano, creando una situazione che grida Star Trek. Il film (1979) con tutto il fiato, e la conferma arriva più avanti, quando uno dei ragazzini dementi a bordo della nave si sacrifica ricreando identico il finale di Star Trek 2 (1982), ovviamente con la stessa carica emotiva del tagliarsi le unghie dei piedi.
Lo vogliamo aggiungere un pianeta che sembra copia-e-incollato da quello di Annientamento (2018)? E un personaggio che si rispecchia nell’oggetto alieno come in Sfera (1998)? Lo vogliamo aggiungere qualcuno che entra nel computer come 2001 Odissea nello spazio (1969)? Venghino, siòri, che le citazioni oggi le regaliamo…

No, non è una citazione da 2001 (1969), mica…

In quei rari momenti in cui l’equipaggio non si dedica ai giochi d’amore e alla soap space opera, e in cui non si copiano scene di film presi a caso, c’è la ridicola storia di questi alieni che mandano sonde in giro per l’universo per trovare le razze più stupide con cui interagire. E cosa fanno, una volta trovate? Fanno quello che TUTTI gli alieni fanno in TUTTI i film di fanta-scemenza americana: iniziano l’invasione più lenta dell’universo.
Una civiltà enormemente superiore per distruggerci ha bisogno di convincere un tizio a lavorare per lei e a convincere altri a lavorare per l’alieno, che l’alieno è bello, che l’alieno è vero, che l’alieno ama una notte intera, perché l’alieno è il sale, perché l’alieno è il vento e non sa che può far male… Nanananaaaana…. L’alieno adesso… è mio!

Ma sant’Iddio, sgancia un’atomica e vaffanculo!
Se davvero vuoi fare una citazione aliena, alieni cari: «decolliamo e nuclearizziamo». No, gli alieni sono così intelligenti che hanno bisogno di lunghe puntate per convincere una sola persona a lavorare per loro. Questo mi tranquillizza: ora che l’invasione sarà finita nel frattempo ci saremo già estinti da soli…

Mio Dio, quanto sono scesa in basso…

Tutto Internet ha preso a pernacchie in faccia questa povera miniserie – dal ridicolo finale aperto in attesa di future nuove stagioni, ma anche no! – quindi non ha senso sparare sulla Croce Rossa. Mi limito ad una constatazione: dopo I Am Mother (2019), questo è il secondo prodotto di fantascienza che si rifà palesemente a quel peto fetente di Alien: Covenant (2017), che è come dimenticare L’Esorcista (1973) e citare L’esorciccio (1975). No, esempio sbagliato: il secondo è migliore del primo!
Possibile che quella porcata immonda abbia davvero fatto breccia nelle confuse menti dei gggiovani spettatori di fantascienza? Oppure è un modo per esorcizzarlo? In fondo, pur nella sua totale dabbenaggine di sceneggiatura, il William di Another Life è mille volte superiore alla sua controparte Walter, però siamo sempre lì: perché con un universo di splendidi film… si va a citare la merda? (Per dirla alla francese.)

Spero di cuore che Katee Sackhoff riesca prima o poi a trovare qualcosa di dignitoso in cui apparire, qualsiasi cosa, perché ultimamente la sto vedendo in prodotti indegni della mitica Kara “Starbuck” Thrace…

L.

[2008-01] Aliens: Criminal Enterprise

Il settimo volume della collana The Complete Aliens Omnibus presenta il romanzo Aliens: Criminal Enterprise (gennaio 2008), una storia inedita con cui S.D. Perry partecipa all’iniziativa della Dark Horse Comics di presentare con il proprio marchio dei libri dell’universo alieno.


La trama ufficiale:

Thomas Chase si risveglia dal crio-sonno per il suo primo giorno di lavoro, come pilota per un’organizzazione di contrabbando di droga: deve consegnare un “pacco” sul pianeta roccioso Fantasia, costruito per gestire operazioni illegali di nascosto. Ogni droga viene sintetizzata qui, dall’eroina all’MX7, in grotte tenute a bada da alieni.
Appena Chase atterra sul pianeta, si rende conto che qualcosa non va: bande rivali stanno cercando di prendere possesso dell’attività su Fantasia, e Chase è finito nel mezzo dello scontro… con gli alieni che ne approfittano per ribellarsi ai propri padroni.


Commento

La Perry non si smentisce mai e anche stavolta si conferma autrice molto difficoltosa da leggere: sembra scrivere di nulla e fare in modo di riempire le pagine di parole senza mai portare da nessuna parte. Sicuramente sbaglio, ma la sensazione è che non avesse idea di cosa inventarsi per questo romanzo e abbia preferito tergiversare.

Uno degli espedienti utilizzati è lo stesso che ho riscontrato in altri autori di questa serie di romanzi Dark Horse: iniziare la storia spiattellando subito tutti i nomi dei personaggi, così che sia impossibile fissarli nella memoria o capire chi diavolo siano.
La Perry però va oltre: nelle prime dieci pagine snocciola qualcosa come quaranta nomi, in un delirio narrativo di rara intensità. Ma chi è tutta ’sta gente? Perché non iniziare a raccontare la storia prima di farmi l’elenco dei personaggi? E perché presentare nelle prime pagine ogni fottuto abitante del fottuto pianeta? Ultima domanda: perché questa “febbre da nomi” ha fatto sì… che l’astronave con cui il protagonista arriva sul pianeta non ha nome?

La lettura di questo romanzo mi è assolutamente impossibile, ed è davvero un peccato: sono così pochi i titoli alieni che perderne per strada in questo modo è sempre triste.

L.

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[1993-05] Merchandising su “Fangoria” 122

Riporto due pagine pubblicitarie dal numero 122 (maggio 1993) della rivista “Fangoria” con modellini alieni in uscita: prima a pagina piena, poi in particolare.

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[2013-02] Aliens: Colonial Marines – La storia

Sto recuperando una parte importante dell’universo alieno, quella video-ludica, che mi è da tempo preclusa per via dell’aumentata farraginosità dei videogiochi, e delle loro enormemente esose richieste di giga da scaricare. (Perché acquisto un prodotto che poi a casa devo passare la giornata a scaricare?)
A questa mia lacuna posso provvedere grazie a YouTube, dove videogiocatori professionisti (o comunque sicuramente più bravi di me) hanno registrato interi gameplay che si possono visionare: così facendo posso conoscere le trame di giochi spettacolari come Aliens: Colonial Marines (Sega). Con “spettacolare” non mi riferisco al gioco in sé, stroncato da chiunque, ma alla narrazione che c’è dietro, un prodotto eccezionale e di gran lunga superiore agli ultimi vent’anni di cinema alieno.

Ho seguito il gameplay di Brizius, giovane youtuber che non ha assolutamente idea di cosa sia Aliens, malgrado ad un certo punto dica di aver rivisto “i film di Alien”: temo abbia rivisto giusto il primo, come fanno tutti. Perché quando incontra Hudson imbozzolato, la bambola di Newt e varie altre deliziose citazioni… non le riconosce! Ad un certo punto appare la scritta «per lo più vengono di notte», e il giocatore si chiede che accidenti voglia dire. Diciamo che non ha mai visto Aliens (1986) in vita sua…
Quando trova alcune “arme leggendarie” come il pulse rifle di Hudson, e lo disprezza, lo smartgun di Vasquez, e non sa cosa sia, è chiaro che non si merita questo gioco!

Sto ovviamente scherzando, Brizius è incolpevole, semplicemente appartiene ad una categoria nata e cresciuta con un medium totalmente “alieno” ai film della saga, ed appartiene ad una generazione in cui il tempo dura poco e un film dell’anno scorso è vecchiume dimenticato: figuriamoci un film di trent’anni prima!

«Ma cos’è questo? Non ho ben capito» è il commento dello youtuber davanti allo Space Jockey: da qui capiamo che non ha mai visto neanche Alien (1979): come diceva Mario Brega, «manco le basi der mestiere»…

La trama del videogioco è scritta da Mikey Neumann, oggi apprezzato blogger di critica cinematografica ma all’epoca attivo nel mondo videoludico: il suo lavoro con le tematiche aliene è degno di nota e secondo me superiore a quello di Dan Abnett per Alien: Isolation (2014): Dan ha potuto inventare quasi tutto, Mikey ha dovuto prendere un universo già strutturato e muoversi al suo interno.
Spero di cuore che un giorno la Titan Books produca un romanzo-novelization di Aliens: Colonial Marines della qualità eccelsa di quello fatto per Isolation.


La storia

Il gioco inizia con un filmato.

«Caporale Dwayne Hicks, TQ4.0.48215E9. Richiesta di assistenza. La mia unità ha subìto molte perdite su LV-426. Mi serve immediata assistenza a bordo della USS Sulaco. Unici sopravvissuti: io, due femmine di razza umana, una delle quali è una bambina, e un sintetico pesantemente danneggiato. Tutti i Marine Coloniali in missione su LV-426 sono da considerarsi KIA [Killed In Action, “uccisi in azione”. Nota etrusca.] Ripeto: tutti Marine Coloniali in missione su LV-426 sono da considerare caduti in battaglia.»

A diciassette settimane dall’incidente della colonia Hadley’s Hope, arriva la USS Sephora e il rude capitano Cruz dà la carica ai suoi Colonial Marines: ha mandato un primo gruppo in avanscoperta a recuperare la scatola nera della Sulaco, orbitante intorno a LV-426, ma ci sono stati dei problemi ed ora un secondo gruppo deve andare a dare man forte.

Il caporale Christopher Winter del 18° battaglione è pronto ad entrare in azione con il suo gruppo, mentre il luogotenente Reid fa una domanda a Cruz:

«Signore, l’ultima volta che è stata vista, la Sulaco era nella zona di Fury-161: come ha fatto a tornare su questo pianeta?»

Bella domanda!

La USS Sephora attraccata alla USS Sulaco

Winter e gli altri salgono a bordo della Sulaco ed è chiaro come la situazione sia disperata: i pochi loro commilitoni ancora in vita se la vedono brutta e recuperare la scatola nera sarà difficoltoso… oltre che inutile. Un’esplosione spedisce nello spazio il soldato Keyes, che la custodiva, ed ora Winter e O’Neal – a quanto pare gli unici sopravvissuti – devono trovare un modo di sopravvivere nella Sulaco fino all’arrivo di ulteriori rinforzi dalla Sephora.

Esplorando la nave, leggiamo dei documenti. Per esempio ce n’è uno in cui il dottor Stanton chiede al dottor Conrad di essere escluso dal Progetto Ilithyia.
Però poi la situazione peggiora quando scoprono che a bordo della Sulaco ci sono dei mercenari, ingaggiati dalla Weyland-Yutani per far sparire ciò che non dovrebbe trovarsi a bordo. Ritrovata la commilitone Bella – che si è svegliata con un facehugger in faccia! – i tre procederanno ad affrontare l’esercito mercenario che tenterà di ucciderli.

Distrutte entrambe le navi, a bordo di un Cheyenne i superstiti scendono loro malgrado su LV-426 e cercano riparo tra le rovine della colonia Hadley’s Hope.
Aggirandosi tra i rottami, esce fuori un audio lasciato da Ann dove racconta la disavventura del marito Russ, e si sente anche la voce della loro figlioletta Newt.

Durante gli scontri, Winter viene catturato da un tipo completamente diverso di xenomorfo – con teschio umano e cresta da pesce in testa – e mentre fugge gli viene detto per radio che le creature sono attratti dal rumore, quindi se ne incontra deve immobilizzarsi e andranno via (!).

Un’altra invenzione sono gli “alieni spara-acido”, contrassegnati da strisce verdi in testa.
Comunque i marine superstiti si riuniscono ma non è ancora il momento di riposarsi: Winter, O’Neal e Bella partono per una missione volontaria verso una struttura della Weyland-Yutani lì nelle vicinanze, al cui interno dicono ci sia la “cura” per l’alieno che la soldatessa porta in grembo.
Il capitano Cruz accetta ma solo se recupereranno un registro presenze: un espediente per introdurre un elemento “esplosivo”. Cioè il fatto che uno dei Colonial Marines della Sulaco è sopravvissuto ed è nelle mani della Compagnia, che lo sta interrogando.

Con il procedere della missione sentiamo un audio del caposquadra Joshua Morris che ordina il sequestro delle scorte della Weyland-Yutani, mentre fa notare come LV-426 sia stata una scelta terribile per la colonia, essendo un terreno troppo instabile.
Morris e il dottor Aaron parlano della struttura Origin che è stata seriamente danneggiata dalla lava, frutto di un terremoto: ora bisogna ricostruire la struttura. Origin si occupa palesemente di esperimenti illegali, con tanto di persone fecondate a forza e Regina Aliena tenuta prigioniera. Che ovviamente non rimarrà prigioniera a lungo…

Origin: il luogo peggiore per essere cavie

Mentre la Regina si libera e comincia a mietere vittime, ascoltiamo un aggiornamento audio di Morris sul «relitto della nave dal nome in codice Origin», rimasta intatta sin da quando «la USCSS Nostromo l’ha incontrata circa cinquant’anni fa».
Quindi capiamo che nelle diciassette settimane dopo l’incidente di Hadley’s Hope la Weyland-Yutani è tornata su LV-426 e ha costruito una struttura per sfruttare le conoscenze aliene racchiuse nel relitto.

Il ritorno di Hicks

Finalmente tra una sparatoria e l’altra scopriamo l’acqua calda, cioè che il soldato tenuto ostaggio da settimane è il sergente Hicks – tradito dalla presenza del nome di Michael Biehn nei titoli di testa – con tanto di viso sfregiato: ma non era morto nel naufragio su Fury 161? Ecco la sua spiegazione:

«Abbiamo lasciato LV-426 e lanciato una richiesta di soccorso, quella a cui avete risposto voi, prima di entrare nel tubo criogeno e aspettare i soccorsi, la morte o quello che sarebbe stato. Vicino Fury, la nave è entrata in emergenza e io sono stato tirato automaticamente fuori dal tubo, in quanto unico marine. L’emergenza era che i mercenari di Michael Weyland avevano abbordato la nave illegalmente.»

E ora chi è questo Michael Weyland? Il Peter di Prometheus (2012) è morto da ottant’anni, e il Charles di Alien vs Predator (2004) da più di un secolo: chi è ora questo altro membro della confusa famiglia della Weyland?
Per fortuna arriva lui stesso alla fine del gioco a parlarci… con la faccia di Bishop!

Vi presento Michael Weyland

Purtroppo è solo un altro sintetico e Hicks gli fa saltare la testa.

«Ho passato tredici settimane e quattro giorni nelle loro mani. Ora dopo ora, tortura dopo tortura. C’erano giorni che mi sembrava di impazzire. Ma sai, quando passi tanto tempo con un’altra persona in una stanza, te ne accorgi quando l’altro non respira.»

Bishop si collega al finto Michael Weyland e scarica le sue preziose informazioni: ora Hicks, Winter, O’Neal e Read hanno gli strumenti per affondare la Weyland-Yutani… e il gioco finisce.

Purtroppo il cocente insuccesso di un prodotto stroncato da chi non ha idea di cosa stia guardando ha reso nulla ogni speranza di continuare il discorso, ed è davvero un grandissimo peccato: questo Colonial Marines è molto più intrigante degli inutili film degli anni Duemila della serie.
Davvero un gran peccato.


Stasis Interrupted

A spiegarci i retroscena arriva un “modulo aggiuntivo” o come diavolo si chiama un gioco che si gioca dopo il gioco.
L’avventura si apre con il flashback di Michael Weyland (quello vero!) che interroga Hicks, quindi siamo a pochi giorni dall’incidente di LV-426, quando teoricamente il soldato e Ripley dovrebbero star naufragando su Fiorina 161.
Invece da Weyland scopriamo che appena scoperta la fuga della Sulaco da LV-426 è stata inviato il vascello Legato ad intercettarla. Cos’è successo, poi? Dobbiamo ancora aspettare.

Il gioco vede protagonista Lisbeth, una delle cavie umane della Weyland-Yutani che si risveglia con un facehugger morto in faccia, quindi ha ben poco tempo per cercare di capire cosa sia successo.
A bordo della Lovato cerca i suoi genitori, in viaggio con lei, solo per scoprire che sono tutti vittime degli esperimenti della Compagnia: far saltare la nave è tutto ciò che le resta da fare.

Una comparsata di Ripley

L’azione prosegue con Hicks che viene risvegliato dal suo sonno criogenico a bordo della Sulaco: la prima cosa che vede è la sua “compagna di sonno” Ripley… con un facehugger sulla faccia.
Stone e un suo amico liberano Hicks ma l’arrivo dei mercenari della Compagnia genera sparatorie che azionano il sistema di emergenza della nave: Ripley e Newt vengono così sganciate e cadranno su Fiorina 161… insieme ad un falso Hicks! L’amico di Stone infatti finisce incastrato nella cabina del sonno criogenico e finirà anche lui sul pianeta: il suo corpo verrà creduto quello di Hicks.

Hicks dà l’addio a Ripley

Affrontati xenomorfi e mercenari a bordo della Sulaco, Hicks e Stone riescono ad entrare in una navetta di salvataggio e scendono su Fiorina, proprio mentre Weyland sta assistendo impotente al suicidio di Ripley.
Non è chiaro perché i due siano scesi, ma vengono subito acciuffati e – tornati tutti su Acheron – vengono interrogati da Weyland, che fa fuori sbrigativamente Stone.

Mentre interroga Hicks, torturandolo, Weyland dice cose troppo spietate per il cuoricino del dottor Richard Levy, che decide di liberarlo e di cercare con lui di fuggire. Dove? Ovviamente da nessuna parte.
Attraversato mezzo LV-426 raggiungono la struttura di Origin e cercano di lanciare un messaggio alla Terra per informare tutti di ciò che sta succedendo, ma ci riescono solo in parte: viene lanciato solo il messaggio che apre il gioco, quello in cui Hicks avverte che i soldati della prima missione sono tutti morti.
Il messaggio a cui risponderanno i Colonial Marines all’inizio di tutta la vicenda, così il cerchio è completo.

L.

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[1998] Aliens: Earth Hive / Nightmare Asylum

Cover di Dimitrios Patelis

Approfittando di un’offerta di Amazon Usato ho comprato d’importazione questo volume di 260 pagine in edizione tascabile che raccoglie i due splendidi romanzi di Steve Perry tratti da altrettanti fumetti di Mark Verheiden: Aliens: Earth Hive (1992) ed Aliens: Nightmare Asylum (1993), usciti anche in Italia per Sperling & Kupfer.

I due romanzi sono stati editi originariamente dalla Spectra (la collana della Bantam Books dedicata alla fantascienza), poi è subentrata la Millennium che dal 1995 ha iniziato a ristampare tutti i romanzi alieni: con il 1998 la casa inizia una serie di ristampe Omnibus, di cui questo è il primo volume.

È curioso notare come la storia di Hicks e Newt dopo gli eventi del film Aliens sia in assoluto la più ristampata del mondo alieno (tra libri e fumetti) eppure la meno nota e stimata…

L.

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Michael Biehn:
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