[1999-08] Aliens: Xenogenesis

Cover di Dave Ross

Dopo tanti one shot poco nutrienti ma anche l’ottima e complessa storia Gli angeli della distruzione, la Dark Horse Comics nell’agosto 1999 lancia per la prima volta un’iniziativa a tre testate unificate: l’operazione verrà ripetuta nel 2014 con Fire and Stone, come sanno bene i lettori di questo blog.
Proprio come quella iniziativa, anche in questo caso presenterò ogni domenica un episodio della grande saga Xenogenesis, che si dipana tra le testate “Aliens”, “Predator” e “AVP (Aliens vs Predator)” (quest’ultima, nella forma AVP, varata dalla casa per l’occasione).
Ecco dunque Aliens: Xenogenesis 1, scritto da Tom e Mary Bierbaum e disegnato da Dave Ross (che diventerà prolifico illustratore per le avventure di Star Wars targate Dark Horse).

Ogni riferimento ad Acheron credo sia voluto

La chiamano The Juice, il succo, ed è l’arma del futuro contro i nostri cari xenomorfi. È un liquido altamente tossico che, gettato addosso agli alieni, ne manda in tilt l’organismo e li fa morire “divorati” dal loro interno.
A spruzzare il juice è specializzata una squadra chiamata Strikeforce, creata e guidata dalla grintosa Lex Brodie: gloriosa tradizione aliena vuole che sia sempre una donna umana forte tra i protagonisti.
Troviamo la Strikeforce impegnata a ripulire gli alveari alieni che infestano Salazar VII, una volta colonia umana ed ora territorio xenomorfo. Peccato però che gli alieni siano più del previsto e non passa molto prima che la squadra soccomba…

Mi sa che sono tantini…

La Compagnia (non è specificata ma è ovvio che si tratti della Weyland-Yutani) manda sul pianetoide un’altra squadra: non ci sta ad abbandonare agli xenomorfi la grande e costosa struttura lì impiantata. (I disegni fanno palesemente riferimento agli edifici visti nel film Aliens di Cameron.)
Conosciamo così una nuova squadra, che ha il compito di evitare gli errori e gli incidenti della prima. Qui a capo c’è un uomo, Bishop Hawke, ma subito si fa notare una donna particolare: l’ex terrorista Sierra Cruz, drogata di violenza.

Sierra ama combattere corpo a corpo!

Appena messo piede su Salazar VII la squadra è subito nei guai: si aspettavano di trovare gli alieni raggruppati nei loro alveari, invece sono semplicemente… ovunque!
Non passa molto prima che la squadra, alla sua prima missione, si renda conto che quattro Colonial Marines non basta per quell’oceano di mostri, e come se non bastasse arriva una terribile tempesta che rende impossibile lasciare il pianeta: bisognerà resistere, nascosti da qualche parte in gruppi di due, che la tempesta passi e si possa decollare.

È palesemente un episodio di introduzione, anzi molto sbrigativo perché evidentemente ci saranno altri risvolti di trama.

Alieno secondo Dave Ross

Purtroppo il mio intento di dedicare un post per albo è impossibile da attuare, semplicemente perché non esiste trama: la saga non è altro che una lunga e prolungata scena di guerra aliena in cui i sopravvissuti di Salazar VII affrontano orde di alieni in attesa dei soccorsi.
La fantascienza militare ha molti fan ma credo siano davvero pochi i fumetti dedicati a questo genere (che io sappia): questa saga è composta di quattro numeri in cui ogni vignetta sciaborda di fantascienza militare, in pratica è un’azione continua e soprattutto senza fine. Voglio sperare che la “trama” (chiamiamola così) si concluda nelle altre testate del ciclo Xenogenesis.

Una lotta continua…

I disegni sono spettacolari e l’azione è molto ben curata, è un ciclo con cui rifarsi gli occhi… ma in pratica privo di una trama riconoscibile. E invece i “fumetti alieni” sono belli perché sanno ben equilibrare gli elementi che li compongono.
Spero siano migliori gli altri numeri del ciclo.

Chiudo con la cover gallery:

L.

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[1999-01] Aliens: Apocalisse (The Destroying Angels)

Cover di Mark Schultz

Finalmente la Dark Horse Comics torna a presentare storie complete, invece dei soliti poco soddisfacenti one shot, e il 1999 si apre con una delle rare saghe aliene giunte in Italia, finita l’epoca PlayPress: Aliens: Apocalypse – The Destroying Angels.
Per la storia chiamano un grande Mark Schultz (autore che per la DHC ha firmato Star Wars, Predator e Tarzan, e che ritroveremo nel mitico Aliens vs. Predator vs. Terminator), mentre i disegni – che onestamente non mi fanno impazzire ma non sono male – sono affidati a Doug Wheatley, che esordisce alla DHC con questa storia per poi passare a Star Wars e Conan: recentemente lo abbiamo gustato nelle copertine di Predator: Hunters (2017).

L’atmosfera del primo film splendidamente ricostruita

La storia si svolge vent’anni dopo la “contaminazione” della Nostromo. (Per chi avesse passato gli ultimi trent’anni in coma, mi riferisco agli eventi del film Alien di Ridley Scott.) E quindi circa cinque anni dopo gli eventi di Alien: Isolation (2014).
Mentre la Weyland-Yutani ha passato questo tempo a studiare gli xenomorfi per farne armi – finendo sempre con i propri scienziati smangiucchiati – il consulente Lucien Keitel vede più lontano: vede al di là delle stelle. Fonda la Geholgod e studia i dati astronomici trovati nel Relitto, riuscendo ad identificare nel Sistema Shambleau un’altra astronave simile a quella trovata anni prima nel Sistema Reticuli Zeta 2.

Il secondo Relitto, stavolta in orbita

Un anno dopo parte con la sua navicella sperimentale Savannah, in grado di piegare lo spazio-tempo così da coprire lunghe distanze, raggiunge il relitto e scopre anche qui lo stesso identico Pilota “fossilizzato”. (Siamo ancora lontani dalla stupida trovata del film Prometheus di distruggere questa razza trasformandola… in tute spaziali!)
Manda sulla Terra rapporti regolari, che però con il tempo si fanno sempre più discontinui: al momento attuale, quando inizia questa storia, da un anno e mezzo la squadra del dottor Keitel non dà più notizie di sé.
La Geholgod vuole indietro il dottore ma soprattutto le informazioni che ha acquisito, così ingaggia la Throop Rescue and Recovery: team privato di recupero guidato dalla grintosa Alecto, una squadra indipendente che non fa domande e quindi è perfetta per operazioni da non pubblicizzare in giro.

Il dottor Keitel è un grande uomo, ma i grandi uomini sono spesso imprevedibili. E alla grandezza si giunge sempre al prezzo di grandi sacrifici.

Cosa sta facendo Keitel a bordo del nuovo Relitto alieno? Cosa ha scoperto che non vuole condividere con la sua stessa compagnia? Questo dovrà scoprire Alecto e la sua squadra, che parte a bordo della Rachel alla volta del Sistema Shambleau.
Come da copione, appena entrati nel relitto trovano solo cadaveri ed un alieno particolarmente agguerrito, che inizierà a seminare vittime tra i membri del team.

C’è sempre il confronto con una donna…

Ripartiti dal Relitto, i superstiti atterrano sul pianeta alla ricerca del dottor Keitel per avere spiegazioni. Scopriamo così che l’uomo sta portando avanti ricerche sulla razza aliena partendo dal presupposto che è già stata sulla Terra, milioni di anni fa, facendo estinguere quasi del tutto la vita sul pianeta.
Un risultato delle sue ricerche è il vaccino Rhodes, una sostanza che permette di camminare in mezzo agli alieni senza problemi: un eau de xenomomorph dagli innegabili vantaggi!

Vantaggi del Vaccino Rhodes

La storia di Schultz è molto affascinante e decisamente più complessa della media delle storie aliene, con una visione molto ampia e per certi versi “cinematografica”: non è un caso che il film Prometheus abbia rubacchiato alcuni elementi di questa saga.
Senza svelare i vari colpi di scena, posso dire che il monito è: dopo milioni di anni gli alieni – che Keitel chiama “angeli della distruzione” – torneranno a riportare l’equilibrio nell’universo, colpendo la razza dominante… cioè quella umana! Siete pronti?

Un antico Pilota messo a rischio da un David ante litteram

Grande merito va alla Gazzetta dello Sport e Panini Comics che nel 2006 portano in italiano la saga – Apocalisse. Gli angeli della distruzione, con la traduzione di Andrea Toscani – per il numero 8 della collana da edicola “Dark Side. Il lato oscuro dei fumetti”, volume che contiene anche Aliens: Alchemy (1997).
Recuperate il volumone, perché ne vale davvero la pena.

Chiudo con la cover gallery:

L.

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La trilogia di Boyka in eBook

Ho raccolto in volume anche il terzo episodio della saga di Boyka nell’universo alieno, quindi ora la Trilogia è completa e potete scaricarla gratuitamente qui in tre formati (.ePub, .mobi per Kindle e .PDF).

È stato divertentissimo scriverla, un capitolo a settimana, e spero sarà divertente per chi vorrà leggerla.

Aliens vs Boyka 1

Per una missione fuori dal normale serve un uomo fuori dal normale. Quando il generale Rykov si ritrova costretto a cercare un lottatore eccezionale per una missione assurda, rivolgersi al carcere di massima sicurezza Gorgon è la soluzione migliore: qui vive e combatte il più grande lottatore del mondo. Anzi, come lui stesso specifica, il migliore dell’universo. Yurj Boyka, nato per combattere. Inizia così un’avventura aliena… a suon di mazzate!

Aliens vs Boyka 2: Gynoid

Stringere alleanza con il diavolo ha sempre dei costi, ma il maggiore Dunja è disposta ad accettarli. Sull’Avamposto di ricerca scientifica Adullam sbarcano Dunja e Boyka per stringere alleanza con il dottor Lichtner, uno scienziato specializzato nella costruzione… delle armi più inaspettate dell’universo. È solo questione di tempo prima che la situazione esploda…

Aliens vs Boyka 3: Dead Or Alive

Dunja e Boyka non hanno altra scelta che unirsi alla casa Yutani per partecipare allo spietato DOA (Dead Or Alive), un torneo ad eliminazione fisica dove nulla è come sembra. Nuovi pericoli sono in agguato per i due eroi, il più pericoloso dei quali è rappresentato dalla donna di punta della Casata Yutani: una donna che sembra imbattibile… una donna di nome Forever.

L.

[1994] Alien vs Predator (Capcom)

Il blogger noto come il Moro, curatore di Storie da birreria e di Ucrònia, è stato così gentile da condividere le sue impressioni su un videogioco alieno: gli cedo subito la parola, ringraziandolo per la disponibilità.

Alien vs Predator è un gioco da sala del 1994 della Capcom, all’epoca regina incontrastata dei picchiaduro a scorrimento orizzontale, genere di cui questo gioco è uno dei maggiori esponenti.

Dava la possibilità di selezionare un personaggio tra il cyborg Dutch Schaefer (lo stesso nome del personaggio di Schwarzenegger in Predator), e la giapponese Linn Kurosawa, oltre a due differenti tipi di Predator, cacciatore e guerriero.

I protagonisti del gioco

C’è un’intrigante teoria dei fan riguardo a questo gioco: oltre al nome il cyborg del gioco ha con Schwarzenegger anche una notevole somiglianza estetica. Che sia lui, che è stato scelto per combattere gli alieni proprio in via del suo successo contro il Predator?

Inoltre, e qui sta il bello, il numero di serie del cyborg è CDS – 170A3. Secondo questa teoria le iniziali CDS starebbero per Cyberdyne System, la società che ha sviluppato Skynet in Terminator. In vari media che espandono l’universo di Terminator, di solito in maniera non canonica, si mostra come la Cyberdyne prima di sviluppare Skynet stesse già lavorando a un prototipo di soldato perfetto, lavoro che poi Skynet avrebbe ripreso per creare i terminator, e che usasse prendere a esempio soldati particolarmente validi. Niente di strano quindi che Dutch fosse uno di questi soldati selezionati.

Inoltre il codice del personaggio di Ash in Alien, Hyperdyne Systems 120-A/2, potrebbe essere abbreviato in HDS-120A2, che appare molto simile a CDS-170A3. E si sa che James Cameron ha scelto il nome della Hyperdyne Systems proprio come inside joke, riferendosi alla Cyberdyne Systems di Terminator.

Forse il personaggio del gioco è quindi lo stesso del film, che ha ricevuto dalla Cyberdyne un braccio bionico? E Skynet in seguito ha deciso di prendere dai suoi archivi i dati di questo particolare umano, che si è distinto per valore e abilità, come modello per il suo T-800?

Giusto per mettere il punto, all’inizio del gioco quando i Predator arrivano ad aiutare gli umani dicono loro «Come with me if you want to survive».

Vabbè, dopo questa parentesi supernerdata con avvitamento passiamo a parlare del gioco.

I picchidaduro a scorrimento orizzontale soffrono tutti di un problema legato al genere stesso di gioco: la ripetitività. Io quindi di solito decido quanto un gioco di questi mi è piaciuto in base a quanto poco mi ha fatto sentire questo problema. Per me maggiore è la varietà di mosse a disposizione, di tipologie di nemici e di situazioni, e meglio è.

Purtroppo da questo punto di vista Alien vs Predator non è messo benissimo.

I nemici sono un po’ monotoni, purtroppo, per questo genere di giochi. Ci sono xenomorfi di colori diversi ma per il resto tutti uguali, neonati e facehugger che corrono per terra, soldati umani nei livelli più  avanzati, e anche qui quelle specie di zombi che dovrebbero essere umani che stanno facendo da incubatrici, ma chissà perché ci attaccano. Un po’ pochi, anche rispetto al gioco di cui abbiamo parlato la volta scorsa, Aliens della Konami del 1990, che buttava in mezzo un mucchio di creature mai viste nei film ma che almeno davano un po’ di varietà in più.

Pure le mosse a disposizione sono pochine, e i due Predator sono anche molto simili tra loro. E non si può correre.

Di contro abbiamo la possibilità di sparare brevi raffiche, con una pistola nel caso di Lynn, il mitra incastrato nel braccio di Dutch e il pappagallo da spalla dei Predator, oltre a poter raccogliere un mucchio di armi da fuoco. A ciò aggiungiamo nemici che vanno giù abbastanza facilmente ma che arrivano a vagonate, direi uno dei picchiaduro a scorrimento con più nemici contemporaneamente su schermo. Questo ne fa anche uno dei più divertenti da giocare, il che, unito a un ottimo comparto grafico, ne fa uno dei migliori picchiaduro a scorrimento di sempre.

Vuoi mettere affettare decine di alieni contemporaneamente con la lancia di un Predator?

Ovviamente non esistono modi legali di giocare a questo gioco a meno di non trovarlo coperto di polvere in qualche sala giochi… Modi illegali ce n’è a bizzeffe, ma di sicuro non verrò a dirveli io!

Il Moro

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Predator compie 30 anni in Italia

da “La Stampa”, 12 agosto 1987

Trent’anni fa, il 12 agosto 1987, usciva nelle sale italiane il film Predator di John McTiernan, pronto a conquistare il pubblico e ad una fama che è regolarmente cresciuta con il trascorrere degli anni.

Per festeggiare, oltre a ricordarvi la bella recensione de La Bara Volante, quella del Cumbrugliume e la mia trascrizione dell’audiocommento del DVD Special Edition 2002 (prima parte, seconda parte e commento del regista), presento alcuni “ritagli di giornale” risalenti all’arrivo nel nostro Paese del film.


Mister Muscolo
combatte contro «Predator»

(senza firma)

da “La Stampa”, 22 giugno 1987

NEW YORK — Mister muscolo, e attore, Arnold Schwarzenegger non ha dubbi: come gli uomini politici, le star del cinema non devono mai deludere il pubblico ed è felice di concedere autografi. Se qualcuno gli dice «Ciao Arnold» risponde subito cordialmente. Nei corridoi degli uffici le segretarie lo coprono di sorrisi; la celebre mancanza di qualche dente non gli impedisce di sorridere ancora di più: «Dobbiamo pensare ai nostri fan, sempre».

Abbronzatissimo, mal senza il sigaro, è in città per lanciare con tutto il suo vigore «Predator», il nuovo film. Col tipico accento austriaco dichiara: «Essere attore è come essere un personaggio politico. Si deve fare ciò che loro vogliono. Altrimenti fuori della sala stanno ad aspettare solo tre persone. Ogni volta do al pubblico esattamente ciò che si aspetta: l’avventura di azione, l’orrore-commedia».

Negli Usa «Predator» è proiettato da una settimana: qualche critico ne è rimasto sconvolto, ma i tifosi di Schwarzenegger sono entusiasti più che mai. Stavolta impersona Dutch Shaefer, militare di carriera. Deve salvare alcune persone in una giungla dell’America latina.

Con la sua banda di supermuscolosi si imbatte in un mostro extraterrestre, un «Predator» che cattura le persone, le scuoia e le sventra. Uno dopo l’altro fa fuori tutti gli uomini di «Shaefer»: si salva un solo eroe. Nudo o quasi, senza armi, coperto di fango arriva al corpo a corpo col mostro. Indovinate chi vince, scrive un critico.

Stan Wlnston che vinse un «Academg award» per il suo lavoro in «Aliens», ha curato gli effetti speciali anche per «Predator», con efficacia fin più spaventosa.

«Conan the destroyer», «Conan il barbaro» e «Terminator» ebbero grande successo di cassetta. «Predator» ha buone speranze di superarli tutti.

Schwarzenegger ha 37 anni, e calcola: «Nel 1984 “Terminator” incassò più degli altri, e ora potrebbe andare ancor meglio».

L’attore debuttò nel successo con «Stay hungry» nel 1976. Prima si occupava di body building, ma subito passò ad altro. Continuò a fare milioni di dollari con i film, avviò con altrettanto successo un’azienda immobiliare, e sposò Maria Shriver, del clan Kennedy.

Ora ripete: «Stay hungry? avere tanta fame? Penso sempre a quelle parole, a quel titolo. Nacqui dopo la guerra, crebbi dove non c’era nulla. Chi viene su cosi lavorerà sempre sodo, avrà sempre paura che la fame torni».

Con un altro appassionato di culturismo. Frank Columbo, parecchi anni fa, Schwarzenegger avviò una piccola azienda di muratori. Un terremoto distrusse tanti comignoli in tutto il sud della California: gli affari prosperarono.

Arnold aveva una laurea in business della University of Wisconsin, e usò quei soldi per entrare nel settore immobiliare, che continua ancor oggi a dargli frutti.

Alto 1 metro e 88 cm, ha vinto sette volte il titolo «Mr. Olympia». Dice: «Non faccio più gare, ma non abbandono il body building. Insegno la disciplina che mi permise di realizzare i sogni».

E aggiunge: «Il mio libro “Arnold: education of a body builder” insegnò a una generazione che piegare il ferro è possibile, se lo si vuole. Entrai nella famiglia Kennedy facilmente: mi aiutò la sicurezza in me con cui avevo psicologicamente superato un altro body builder, Lou Ferrigno, in “Pumplng Iron”. Quella dei Kennedy è una famiglia famosa, ma ciò non influisce sulla mia vita con Maria. I suoi genitori mi hanno fatto conoscere una famiglia diversa, che pensa solo a fare del suo meglio per aiutare gli altri».

Gli Schwarzenegger abitano a Los Angeles. Per li futuro lui pensa a diventare produttore e regista: «Non perderò mai i contatti col pubblico, voglio sapere tempre ciò che esso desidera vedere. Fare personaggi seri? Odio la parola serio. Tutto è distrazione. E la distrazione dovrebbe essere divertimento, gaudio. Non c’è motivo per diventare seri. Si può fare un film con un ruolo serio, ma non lo si deve prendere troppo seriamente. È solo un altro film».


Dal 16 luglio al 4 settembre 1987 si svolge la grande rassegna Taormina Arte, che si apre con un festival cinematografico in cui viene presentato in anteprima il film di McTiernan.


da “La Stampa”, 18 luglio 1987

Schwarzenegger è come North

di Ernesto Baldo

da “La Stampa”, 18 luglio 1987

TAORMINA – Tutte le major d’Oltreoceano, dalla Fox alla Columbia, dalla Warner Bros alla Uip, sono presenti qui a Taormina in quella che vuol essere la rassegna delle anticipazioni del «cinema spettacolo» che l’industria americana immetterà poi sul circuito italiano delle «prime visioni» a settembre.

L’altra sera si è cominciato con un giallo d’azione giocato nel ricordo di Hitchcock («La finestra della camera da letto» di Curtis Hanson); ieri sera si è rivisto Arnold Schwarzenegger («Predator» di John Mc Tiernan) impersonare il comandante di una squadra speciale di salvataggio il cui obiettivo è la liberazione di prigionieri Usa in mano ai guerriglieri nella giungla dell’America Latina.

Alla fine della proiezione c’era già chi aveva promosso Schwarzenegger «colonnello Ollie North».

[…] «Le case americane – sottolinea Osvaldo De Santis della Fox – partecipano ai festival per due motivi: fare un test del pubblico, e Taormina è una palestra ideale avendo a disposizione un teatro all’aperto di cinquemila posti, e osservare le reazioni della critica. Fino allo scorso anno per il “cinema spettacolo” c’erano anche le proiezioni di mezzanotte della Mostra di Venezia che offrivano occasioni di confronto tra pubblico e critica. Adesso, a questo genere di cinema, Venezia ha voltato le spalle per cui non ci rimane che Taormina.»


Ecco Predator,
un titano moderno con record d’incassi

di m.c.

da “La Stampa”, 12 agosto 1987

LONDRA – John McTiernan è il realizzatore di «Predator», il film che ha sbaragliato, nelle prime settimane d’uscita, ogni record d’incassi negli Stati Uniti. Protagonista del film è Arnold Schwarzenegger, uno degli attori più popolari del cinema internazionale, che aggiunge ora un nuovo tipo di personaggio nel genere avventuroso. Accanto ad Arnold prendono parte alla pellicola Carl Weathers, Bill Duke (American gigolo, Commando), Shane Black, Jesse Ventura (Il corpo), Sonny Landham (48 ore), Elpidia Carrillo (Salvador). Per il ruolo centrale del Predator è stato prescelto Kevin Peter Hall, già noto al pubblico per la sua interpretazione in «Harry and Hendersons» di Steven Spielberg, di prossima programmazione. Hall è alto due metri e venti, è senza dubbio l’attore professionista più alto del mondo.

da “La Stampa”, 12 agosto 1987

In «Predator» Arnold Schwarzenegger è Dutch Schaefer, comandante di un corpo speciale di salvataggio il cui obiettivo è la ricerca, la individuazione e la liberazione di prigionieri Usa ancora in mano ai guerriglieri nelle giungle dell’America Latina. Sembra una missione come tutte le altre: Schaefer ed il suo gruppo di esperti veterani individuano la base dei guerriglieri, l’attaccano, la distruggono per, alla fine, trovare tutti i prigionieri uccisi.

Inizia così il ripiegamento dal teatro della fallita missione, portandosi dietro una guerrigliera catturata. D’improvviso qualcosa di terrificante accade: uno dopo l’altro i componenti del gruppo vengono sorpresi e massacrati da un misterioso Predator.

Come per incanto, ogni contrasto tra i soldati scompare, essi non sono più i cacciatori, ma vittime di un nemico nascosto nella fitta foresta dalla quale, fulmineo, si manifesta con disumana ferocia. Braccato dall’invisibile nemico, Schaefer deve affidarsi a quelle risorse che la forza fisica e la tecnologia moderna non possono dargli.

Il regista John McTiernan, appena ventenne, ha iniziato a lavorare come scenografo, regista ed attore in teatri di provincia ed estivi. Ha studiato cinematografia alla New York State University. Successivamente ha creato una società di produzione scrivendo soggetti e curando la regia di oltre duecento spot televisivi. Ha esordito nel cinema con il film «Nomads», presentato con successo al Festival di Cannes.

Nel parlare di «Predator», il regista ha trovato alcuni paralleli della vicenda con storie e leggende della mitologia. «In sintesi – ha detto – si tratta di una lotta tra titani, soprannaturale. Forse ci si domanda: può un uomo essere tanto forte, coraggioso e determinato da superare questa terribile avventura? E chi meglio di Schwarzenegger potrebbe affrontare una lotta del genere ed uscirne illeso?»

«Ho sempre desiderato fare un vecchio film d’avventura – ha detto McTiernan – e Predator aveva tutte le carte in regola, che in fondo si riassumono in una parola: suspense. Inoltre, con gli eroismi da un lato, gli orrori dall’altro, mi ha ricordato le mitologie nordiche zeppe di eroi e semidei, dandomi l’impressione dei film di guerra e dei fumettoni d’una volta, dove i nostri erano di gran lunga più grossi della gente comune. Arnold Schwarzenegger è uno dei pochi al mondo ad avere i requisiti necessari.»


Chiudo con la Scheda di CIAK originale dell’epoca!

L.

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PREDATOR SENZA GLORIA (fan fiction) 8


Ottava puntata della mia fan fiction, ambientata nel mondo dei Predator caduti in disgrazia.
In attesa che questo autunno la Titan Books presenti un’antologia di racconti sui Predator, ecco una storia inedita dei celebri alieni Fox.

PREDATOR
SENZA GLORIA

8

Stazione mineraria “Shimada’s Hope”

L’uomo correva a perdifiato lungo la strada. La stessa strada che aveva percorso ogni giorno negli ultimi anni, la strada che portava alla miniera dove lavorava. Aveva lasciato la Terra con la sua famiglia per iniziare una nuova vita lontano dalla civiltà spietata, in un paesino di frontiera dove tutto era più semplice: niente però si era rivelato semplice. La miniera aveva voltato le spalle al paese e così aveva fatto la Compagnia: ed ora erano giunti quei mostri ad ammazzare tutti, perfetti diavoli di quell’inferno.

L’uomo correva perché se avesse raggiunto la miniera avrebbe avuto salva la vita, o almeno così gli aveva promesso quel Predator, parlando in una stentata lingua umana. Tutti sapevano che gli Yautja seguono un ferreo codice morale, e una promessa è sacra, quindi se avesse raggiunto la miniera c’era la concreta speranza di sopravvivere, e di riabbracciare sua moglie e sua fi…

Una nuvola rossa avvolse la sua testa. In realtà, una nuvola rossa fu d’un tratto tutto ciò che rimaneva della sua testa. Un’esplosione senza rumore, secca, istantanea, così improvvisa che il corpo dell’uomo continuò a correre per qualche metro, prima di accasciarsi scompostamente a terra. A pochi metri dalla miniera.

«Perfetto», gracchiò compiaciuto Wolf, ammirando il fucile che stringeva fra le mani. «Ora sì che è calibrato.» Illudere le sue vittime era il suo gioco preferito. Aveva imparato la lingua degli umani lo stretto necessario per promettere loro salva la vita se avessero corso indenni fino ad un certo punto, contando sul fatto che quegli idioti credevano che il codice Yautja valesse anche con le altre razze: per Wolf una promessa fatta ad un insetto non aveva alcun valore, era solo un gioco. E la parte migliore era uccidere le vittime a pochi passi dalla “salvezza”, assaporando tutto quel tempo in cui lo stupido umano aveva sperato di poter sopravvivere.

Wolf fece un cenno allo Yautja che gli era accanto. «Portamene un altro.»

«Guarda che sono quasi finiti», bisbigliò l’altro.

«Di già?» esclamò sorpreso Wolf. «Siete riusciti a stanare quelli nell’edificio centrale?»

L’altro Yautja scosse la testa. «Quelle mura sono le più resistenti che abbiamo mai incontrato. Di solito in queste colonie periferiche troviamo case che vengono giù con un soffio, ma quell’edificio è impenetrabile, a meno di non conoscere il codice d’accesso.»

«E l’avete “chiesto” a qualcuno di quegli insetti, il codice?»

«Per interrogare un umano tocca andarci giù pesante, e così poi diventa inservibile per i tuoi giochi.»

Wolf fissò lo Yautja seccato. «E va bene, prendetene un paio e interrogateli a dovere. Con il codice avrò accesso a molti altri umani con cui giocare.»

~

Nello spazio

Abbandonare il porto di Anderson City era stato meno facile del previsto. Per fortuna era una nottata tranquilla e non c’era traffico, ma lo stesso la guardia portuale continuava a cercare di mettersi in contatto con la nave, chiedendo il motivo di quella partenza non programmata, subito dopo essere arrivati.

Achab e gli altri erano saliti a bordo velocemente e Falconer era ripartito subito, rispondendo ai messaggio radio con scariche elettrostatiche. «Capita a volte che i mercanti siano già ubriachi, quando entrano in porto», spiegò il pilota, «e si mettono a fare dei giretti non autorizzati, tanto per divertirsi. Rispondendo ai messaggi radio con semplici scariche faccio vedere che sto tentando di rispondere senza riuscirci, così che la guardia portuale pensi più ad un idiota ubriaco che ad un ladro.»

«Stai improvvisando o avevi già questo piano da parte?» chiese Achab.

Falconer sorrise. «Faccio parte di quegli Yautja che si tenevano sempre pronti, in attesa del momento giusto per tornare in azione.»

Usciti dal porto era stato tutto più facile: era improbabile che la guardia portuale mettesse in moto un’operazione di inseguimento solo per una minuscola nave mercantile, il cui pilota sicuramente era troppo ubriaco per comunicare il cambio di programma.

«Ancora ad aspettare…» borbottava City Hunter, intollerante come tutti gli altri all’attesa inevitabile. Prese la sua borraccia e fece per bere un sorso, quando fu fermato bruscamente da Jungle.

«Che fai, sei pazzo? Vuoi consumare la tua acqua già da ora?»

City Hunter lo guardò allibito. «Rilassati, amico, quando arriveremo faremo il pieno.»

«Nei sei sicuro?» continuò seccato Jungle. «Hai studiato la mappa del pianeta? Sei sicuro ci siano sorgenti di acqua a volontà e sei sicuro che atterreremo in prossimità di una di queste? Quella che hai nella borraccia è l’unica acqua sicura che avrai per i prossimi giorni: se vuoi finirtela ora, che sei fresco e riposato, fai pure, ma poi non venire a chiederci la nostra acqua.»

City Hunter, seccato, ripose la borraccia con gesti nervosi. «Sì, papà…» mormorò fra i denti.

«Idiota», gli rispose Jungle.

«Compagni, sento un po’ di tensione nell’aria» cominciò a dire Berserker. «Che ne dite di un po’ di allenamento per scaricare i nervi?»

«No», intervenne Achab. «Dobbiamo conservare le energie, ne avremo bisogno più dell’acqua. Tanto nel tempo del viaggio non è che diventeremo più forti o più atletici. Ehi, Falconer…», dovette fare una pausa: ancora gli veniva da ridere a pronunciare quel nome, «se hai già impostato il pilota automatico vieni qui, che facciamo un piano d’azione.»

«Piano d’azione?» chiese deluso Berserker. «Arriviamo e ammazziamo tutti i Bad Blood, ecco pronto il piano d’azione.»

Achab mise una mano sulla spalla dell’amico. «Tu sei un combattente, Berserker, e anche bravo. Quando affronti un avversario metti in pratica un piano d’azione che hai studiato prima, anche se magari non te ne rendi conto. Per questo ti alleni prima di un incontro: ogni tecnica che lanci a vuoto in palestra è un piano d’azione per quando affronterai un vero avversario.»

«Non è una gran che, come metafora», borbottò Jungle alle spalle dei due.

«E va bene», rispose Achab a voce alta. «Faremo un piano d’azione perché ne abbiamo bisogno e perché lo dico io! Dovrò discutere così tanto per ogni decisione futura?»

Tutti fecero “sì” con la testa, mentre passavano davanti ad Achab per andare a sedersi nella sala grande vicino al ponte di comando.

«Che fatica», borbottò Achab, ma in realtà sapeva che non era più il giovane e aitante capo di guerrieri ardimentosi: le sue parole non sarebbero più state considerate ordini da eseguire alla cieca.

Tutti si sedettero intorno al grande tavolo luminoso, una piacevole sorpresa trovata sulla nave. Machiko e Bishop 3 si erano subito messi a lavoro per trasferire tutti i dati disponibili nella memoria del grande tablet che formava la tavola luminosa. Tutti gli Yautja si disposero lungo i lati del tavolo.

Achab si schiarì la voce solo per dire: «Lascio dunque la parola a Machiko.»

«E perché?» chiese stupito City Hunter.

Sarebbe stato gradito che quelli che conoscevano la donna lo avessero zittito, ma così non fu, quindi Achab chinò il capo e parlò con voce seccata. «Farò questo discorso una volta sola, quindi vi prego di ascoltare bene. Tu, City Hunter, eri un cacciatore solitario di città, tu Jungle di montagna, tu Falconer…», un attimo di pausa, «non so bene che facevi ma di sicuro lavoravi da solo.» Lo Yautja cercò di prendere la parola ma Achab non glielo permise. «Berserker eseguiva degli ordini e Scar non è arrivato neanche a quello. Infine io, che alla prima missione importante ho mandato i miei uomini al massacro.» Un altro secondo di silenzio pesante. «Secondo voi c’è qualcuno qui che sappia organizzare una spedizione di sette guerrieri in territorio nemico? Ebbene sì, c’è: Machiko. Come allieva del grande Duchande ha partecipato a missioni di grande importanza e ha fatto parte di squadre Yautja che si sono ricoperte di gloria. Mentre voi perdevate tempo a litigare e a stuzzicarvi lei ha studiato il territorio, ed essendo infine l’unica di noi ad aver portato a termine con successo missioni strategiche con più uomini, non voglio sentire una sola obiezione al fatto che sarà lei a impostare la strategia di questa missione.» Alzò lentamente una mano ad indicare Machiko. «Ogni volta che pensate a lei come a una donna umana… guardate l’onorevole segno che porta sulla fronte, e pensate a lei come a una Yautja.»

La donna era rimasta tutto il tempo con gli occhi bassi sullo schermo. Adorava quando l’amico Achab la onorava con quei discorsi, ma in quel momento poteva essere molto pericoloso: quelli che aveva intorno non erano più miseri fantasmi di guerrieri, privi di dignità, ma Yautja ormai disposti a tutto pur di dimostrare di essere ancora combattenti. E questo rendeva loro più insopportabile prendere anche solo consigli da una donna umana: figuriamoci ordini.

«A te la parola, Machiko», disse infine Achab, mentre tutti voltavano i loro sguardi tesi sulla donna.

Machiko prese la parola cercando di essere più diplomatica possibile. «Mi limito a raccontarvi quello che ho scoperto», come a dire che non stava dando ordini ma semplici informazioni.

Fece apparire una grande mappa sul tavolo, che prendesse l’intera superficie. «Questa è “Shimada’s Hope”, una colonia fondata in una vallata: e questo è il primo problema. Niente boschi, niente alberi, niente montagne: già sarà difficile avvicinarsi a piedi senza essere visti… figuriamoci atterrare nei paraggi. Wolf sicuramente è tranquillo e non si aspetta visitatori, quindi è plausibile pensare che non abbia lasciato sentinelle ai bordi della valle e che non abbia dei radar attivi, ma non possiamo rischiare. La nostra risorsa più grande, anzi oserei dire l’unica nostra risorsa è l’effetto sorpresa: questo vuol dire che dovremo atterrare lontano dalla colonia, per essere sicuri che non ci sentano arrivare.»

«Lontano quanto?» chiese preoccupato Jungle.

Machiko fece scorrere la mappa sul grande schermo. «LV-617 è un pianeta poco rigoglioso e a noi serve acqua e cibo. Perciò ho pensato che il punto migliore dove atterrare sia qui», ed indicò un punto sulla mappa. «C’è un fiume dove fare rifornimento d’acqua e plausibilmente ci sarà della fauna da cacciare. È una delle poche oasi del pianeta: scegliere un punto più vicino alla colonia significa arrivare davanti a Wolf assetati e affamati.»

«Di quanta distanza stiamo parlando?» chiese Achab.

Machiko lo fissò, poi girò la testa verso tutti gli altri. «Non ho strumenti per darvi la cifra esatta, ma parliamo di circa… una trentina di chilometri.»

«Cazzo!» sibilò qualcuno.

«Lo so, detta così sembra tanto», continuò la donna, «ma è una distanza che si può coprire in un solo giorno di cammino e saremo più che sicuri che nessuno potrà averci visto atterrare.»

«Quando parli di un giorno di cammino», intervenne Achab, «hai considerato che siamo fuori allenamento e appesantiti dal carico?»

Machiko annuì. «E qui arriva una bella notizia. Ho consultato il database di questa nave mercantile per vedere se ci fosse qualcosa di utile, e c’è: nella stiva risulta esserci un piccolo veicolo fuoristrada. Potremo usarlo per trasportare tutto il carico pesante e a turno potremo riposarci mentre si procede. Così facendo potremo affrontare l’intera distanza senza mai fermarci.»

Tutti annuirono silenziosamente.

«E per il problema della vallata?» chiese Achab. «Come ci avviciniamo?»

Machiko fece scorrere la mappa. «Non ci dirigeremo direttamente alla colonia ma arriveremo qui», ed indicò un punto, «cioè all’uscita di emergenza della miniera locale. Entreremo da lì e percorreremo la miniera fino all’entrata principale, che affaccia sull’abitato dove probabilmente si sono accampati Wolf e i suoi: dal buio della miniera potremo spiarli e organizzare un piano d’azione.»

Nessuno si sarebbe azzardato a fare i complimenti a Machiko, ma tutti non poterono che essere d’accordo con quel piano. Achab annuì soddisfatto. «Mi piace. Sarà dura ma è un buon piano.» D’un tratto si rivolse a Bishop 3, che di solito ignorava. «Allora, che ne pensi del piano di Machiko per raggiungere i tuoi padroni?»

Il sintetico sorrise e si rivolse alla donna. «Non male, per un’umana.»

(continua)

– Altre puntate:

Alien su “Il cinema di fantascienza” (1992)

Cover di Claudio Villa

Era il giugno del 1992 quando noi elettrizzati ed appassionati fan del nuovo personaggio della Sergio Bonelli Editore – un certo Nathan Never – accogliemmo con entusiasmo l’uscita del primo albo speciale a lui dedicato.

La primavera era sempre un periodo ricco di emozioni perché la casa sfornava uscite speciali e anche se magari non seguivi il personaggio… be’, un numero speciale – con relativo allegato – magari te lo leggevi. (Se la paghetta lo permetteva.)
Io sono stato un fan del primo minuto di Nathan Never, seguivo le pubblicità che lo annunciarono e comprai sin da subito qualsiasi cosa lo vedesse protagonista… stufandomi ben presto del personaggio e mollandolo molto presto.

Sin dal 1987, con il primo albo speciale di Dylan Dog, la Bonelli aveva iniziato ad allegare volumetti “enciclopedici” su tematiche horror e anche filmiche: il problema è che ha sempre considerato la saga di Alien “fantascienza” quindi non se ne occupava nei libretti targati Dylan Dog: quando quel giugno 1992 in allegato al primo albo speciale di Nathan Never presentò il volumetto “Il cinema di fantascienza“, non poteva proprio esimersi dal trattare il ciclo alieno.
Mi sento di dire che l’attesa è stata vana e il risultato assolutamente disprezzabile.

Una storia claustrofobica che sconfina nel thriller; una cupa vicenda piena di simboli sottili che può essere letta come una metafora del male che l’uomo si porta dentro, del conflitto tra organico e inorganico. Di Alien, diretto nel 1979 da Ridley Scott, sono state date diverse interpretazioni, ma pochi si sono accorti che il film ricorda una vecchia pellicola del 1958, Il mostro dell’astronave, diretta da Edward L. Cahn, e che alcune trovate (come la nave spaziale abbandonata con lo scheletro di un gigantesco extraterrestre) presentano una curiosa somiglianza con Terrore nello spazio, diretto da Mario Bava nel 1965. A Ridley Scott va il duplice merito di aver creato un nuovo classico della fantascienza, portando sullo schermo la suggestiva dimensione figurativa dei fumetti francesi della rivista “Métal Hurlant” (grazie alle deliranti scenografie tecnorganiche di H.P. Giger) e di aver lanciato Sigourney Weaver nei panni della coraggiosa astronauta Ripley.

Tutto qua? Proprio negli stessi giorni in cui si era tutti fomentati per l’imminente arrivo del terzo film nelle sale italiane, proprio quando tutti parlavano di Alien, i tanto venerati Medda, Serra e Vigna se ne escono con queste quattro frescacce?

Sono contento che i tre autori abbiano notato qualcosa che chiunque aveva già notato e sottolineato: se all’epoca lo sapevo pure io, di quei due film, vuol dire che erano “fonti” più che note.
Il fatto che i bozzetti del primo Alien siano stati curati anche da alcuni autori che apparivano su “Métal Hurlant” temo non basti a giustificare un qualsiasi parallelismo fra il film e la rivista.

Sicuramente i film di fantascienza sono miliardi e il libretto di 64 pagine è costretto a fare una scrematura, ma era plausibile aspettarsi per Alien qualcosa di più di queste poche (e inutili) parole.

L.

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