[1997-03] Aliens: Pig

Cover di Chris Scalf

Il 1997 si apre come l’anno precedente: la Dark Horse Comics di Mark Richardson e Randy Stradley sforna piccole storie inedite mentre ristampa volumi TPB riccamente illustrati.
Così se a gennaio il n. 117 di “Dark Horse Presents” contiene una storiellina (incomprensibile) dal titolo Aliens: Headhunters, a febbraio inizia la ristampa di Aliens vs Predator e scatta il volume TPB di Aliens: Genocide. Insomma, la casa gongola in mezzo agli alieni…

Nello spazio nessuno può sentirti grugnire.

Con questa divertente frase di lancio si presenta questo delizioso one shot firmato dal maestro dell’action Chuck Dixon e disegnato da Flint Henry.
Datato marzo 1997, ecco Aliens: Pig.

AliensPigA

C’è un pianeta roccioso col relitto di un’astronave: una situazione classica per dei rudi cacciatori di tesori spaziali. Però c’è un problema: il relitto in questione brulica di xenomorfi quindi non si può esplorarlo per scoprire se ha dei tesori nascosti. Come si può fare?
Semplice: si lega un potente esplosivo al maialino di bordo e lo si manda in mezzo agli alieni. Appena fa BOOM, il campo è libero…

AliensPigB

Inizia una divertente parata di umorismo macabro, con pirati spaziali che piangono la sorte del povero porcellino, solo che poi quando la bomba fa cilecca tocca mandare giù qualcun altro… e di porcellino ce n’era solo uno!
Il più sensibile dell’equipaggio viene dunque scelto per fare da maialino, portando la bomba sul pianeta e permettendo agli altri di scendere… ma il vero maialino è pronto a vendicarsi!

AliensPigC

Storia veloce e divertentissima, a riprova che Dixon sa essere grande in ogni formato.

L.

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ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid (fan fiction) FONTI

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid

LE FONTI

Questa fan fiction è una storia originale che utilizza però personaggi e situazioni pre-esistenti, estratti da varie fonti: ecco la specifica del materiale a cui ho attinto per la stesura di Aliens vs Boyka 2: Gynoid.

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Boyka – personaggio cinematografico nato nel film Undisputed II: Last Man Standing (2006) di Isaac Florentine, prodotto dalla NU Image / Millennium Films. Nato come cattivo, conquista talmente il pubblico che diventa protagonista assoluto del successivo Undisputed III: Redemption (2010): dopo un vano tentativo dell’attore Scott Adkins di diventare “attore normale”, nel 2016 gira il terzo film nei panni del personaggio, la cui uscita però è ripetutamente slittata.

Personaggio venerato in ogni angolo del mondo, tranne in Italia dove è totalmente inedito, Boyka è un detenuto del carcere duro di Gorgon, campione indiscusso dei combattimenti illegali finché il buono del secondo film gli ha spezzato una gamba. Diventato buono (e religioso), riesce a riabilitarsi e sebbene zoppo partecipa al campionato di Gorgon sbaragliando ogni avversario. Dopo Fang, lo spadaccino monco cinese, e Zatôichi, lo spadaccino cieco giapponese, Boyka è un nuovo grande crippled master del cinema marziale.

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Dunya, generale Rykov e Dimitri sono personaggi del videogioco Aliens vs Predator 2 (2001) prodotto dalla Sierra, ma ho preso in considerazione anche l’espansione Primal Hunt (2002).

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Olimpia – Sebbene il personaggio sia completamente inventato, il nome Olimpia è comunque un omaggio alla prima ginoide della cultura occidentale, concepita nel 1815: quella Olympia del racconto “L’uomo della sabbia” (Der Sandmann) di E.T.A. Hoffmann che ha riempito di paure l’Europa e ha fatto la gioia di Sigmund Freud, che giudicò il racconto “perturbante” (unheimlich)

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Per quanto riguarda Eloise e il dottor Lichtner… be’, serve una parentesi: giuro che ne varrà la pena.

L’idea di uno scienziato fuori dagli schemi che in un posto lontano crei una donna non è certo nuova: nasce nell’agosto 1952 quando Fritz Leiber pubblica sulla rivista “Galaxy” il racconto “La casa del passato” (Yesterday House): la prima storia di una donna clonata. (Il film Ex machina del 2014 “clona” palesemente questo racconto, anche se la donna è robotica.) Per Eloise però mi sono rifatto ad una fonte più squisitamente “aliena”.

Il 22 febbraio 1997 gli scienziati danno al mondo l’annuncio ufficiale della nascita di Dolly, pecora nata nel luglio 1996 mediante clonazione: sarà stata qualche fuga di notizie, fatto sta che esattamente due mesi prima di quell’annuncio la 20th Century Fox ha depositato il titolo del suo nuovo progetto in fase di realizzazione sin dal novembre ’96: Alien Resurrection. Lo sceneggiatore Joss Whedon aveva saputo in anteprima della nascita di Dolly, l’unica degli otto embrioni clonati giunta alla nascita? Oppure è stata una incredibile coincidenza che abbia scritto della rinascita di Ellen Ripley, ultima di otto esperimenti di clonazione? In realtà sulla questione del numero otto è più facile che Whedon abbia scopiazzato l’idea dal film “Priorità assoluta” (Eve of Destruction, 1991), in cui la dottoressa protagonista costruisce varie copie robotiche di se stessa e solamente l’ultima, l’ottava, ottiene dei risultati.

Quale che sia la fonte di Whedon, fatto sta che il 1997 si apre con la lavorazione del quarto film alieno ed evidentemente la Dark Horse Comics deve seccarsi di brutto: dal 1988 i suoi fumetti di alta qualità hanno ampliato l’universo di Aliens e guadagnato milioni di lettori, e di nuovo la Fox manda a scatafascio tutto? Già con l’apocrifo e raffazzonato Alien 3 la Dark Horse si era vista segare via tre intere saghe, campioni di incasso, con Newt ed Hicks protagonisti, ed ora la Fox vuole di nuovo sparare a casaccio? Serve una vendetta in grande stile: il 27 agosto 1997, a due mesi dalla prima proiezione del film con la Ripley clonata, la Dark Horse presenta Aliens: Purge, storia di una donna clonata da DNA alieno…

Su Sybaris 503 il dottor Lichtner compie vari esperimenti, tra cui la creazione di una donna partendo da materiale genetico alieno: uno xenomorfo a forma di donna di nome Eloise. Quando i nuovi “padroni” del dottore vengono a prendere possesso dell’impianto, Eloise massacrerà tutto ciò che respira e rimarrà regina del suo piccolo impero.

Il fumetto è uno one shot, non ha seguito, è una storiella breve in pratica nata solo per bruciare la Fox sul tema della donna clonata: è un peccato che Eloise – o una sua clone! – non riappaia più nell’universo alieno…

Ovviamente questo fumetto è inedito in Italia, come la stragrande maggioranza degli Aliens Comics.

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Tutto quello che scrivo sulle ginoidi lo potete trovare in forma ampliata, insieme a tantissimo altro materiale, nel mio saggio “Gynoid. Duecento anni di donne artificiali”.

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Il torneo DOA (Dead Or Alive) è ovviamente una citazione del celebre videogioco della Koei Tecmo che ha dato vita anche ad un omonimo film del 2006. Curiosamente il gioco viene distribuito la prima volta nel novembre 1996, cioè esattamente quando iniziano le riprese di Aliens Resurrection.

– Altre puntate:

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid (fan fiction) 9

boykagynoid_cover

Nona ed ultima puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita (eternamente posticipata) del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 2: Gynoid

9

Dunja fissava ancora lo spazio vuoto dove qualche istante prima c’era l’enorme Regina aliena pronta a maciullarla. Non riusciva ad alzarsi semplicemente perché non provava neanche a muoversi: lo stupore per essere ancora viva era un qualcosa che andava gestito lentamente.

Si sentì sollevare e in un attimo si ritrovò in piedi. «Per un pelo», sentì dire, ma la voce di Boyka proveniva da lontano, come ovattata. Mentre il lottatore proseguiva alla volta di Eloise, Dunja d’un tratto fece mente locale: i suoi uomini! Se sull’astronave avevano aperto le maledette casse che Lichtner aveva inviato loro… Agguantò il suo trasmettitore con gesti compiuti quasi in sogno e cominciò a cercare di comunicare con la Verloc, malgrado sentisse la propria voce come in lontananza. «Dimitri, mi senti? Ti prego, rispondi…»

Boyka intanto aveva raggiunto la sua allieva, che ancora stringeva l’enorme coda mozzata della Regina. «Non male come primo giorno della tua nuova vita», le disse.

Eloise gettò lontano il resto alieno con un gesto di stizza. «Ho fallito. Maledizione, ero sicura di poter affrontare una Regina…»

«Magari un giorno ci riuscirai», cercò di consolarla Boyka, vedendola davvero delusa. «Non puoi chiedere troppo dal tuo primo incontro: un lottatore migliora andando avanti, non si è subito campioni.»

«Non avevo pensato al dannato sangue acido», continuò la donna guardandosi le mani. «Mi ero inorgoglita con le mie “sorelle” e ho sottostimato un nuovo nemico.»

«Ma hai imparato, ed è questo l’importante. Non essere dura con te stessa.» Il lottatore si voltò a salutare con un cenno Olimpia. «Grazie per l’aiuto, temevo che ci avessi traditi.»

La donna-robot accennò un semplice gesto del capo ma subito si diresse da Dunja, che continuava a cercare un contatto con l’astronave. Olimpia aveva nel frattempo annullato il blocco del segnale imposto dal dottore, ma era stato un gesto inutile, lo sapeva benissimo. «Non le risponderà nessuno, maggiore» si limitò a dire, con un tono di voce che cercava di imitare, senza riuscirci, la compassione umana.

Dunja la fulminò con gli occhi. «Perché dici questo? Sai qualcosa…?»

Olimpia annuì. «Mi sto collegando in remoto con il computer centrale della Verloc: segnala che ieri sera c’è stata una violazione nel protocollo di sicurezza della nave. Lei sa cosa vuol dire, vero?» Dunja la fissò immobile. «Risulta che nelle ore successive alcune sezioni della nave sono state sigillate ma non sembra sia servito a molto: il database del sistema d’areazione mostra un’interruzione della percentuale del riciclo di anidride carbonica.» La donna rimase in attesa di una reazione che non arrivò, così proseguì. «Sembra che nessuno stia più respirando, sulla nave.»

Dunja continuava a fissare Olimpia, sperando che tutto quello fosse solo uno stupido scherzo di quella donna artificiale, che fosse l’ultimo tiro mancino di Lichtner, che non fosse vero niente. Che quella maledetta missione non avesse fatto morire tutti gli uomini. Che non avesse sulla coscienza la morte del suo intero equipaggio. Compresi quelli che le avevano salvato la vita eleggendola capitano della nave. Ovviamente si erano sbagliati, puntando su di lei…

«Dimitri…» provò di nuovo il maggiore, bisbigliando nella trasmittente. «Ti prego… rispondi…»

«È inutile, Dunja, nessuno ti risponderà.»

«Lasciala provare comunque.» Olimpia si voltò a guardare Boyka, che si era avvicinato e probabilmente aveva sentito tutto. «Piuttosto dovresti guidarci verso una qualche navetta per lasciare questo posto.»

«Per andare dove?» sbottò Dunja, fissando con occhi sofferenti il lottatore. «Non c’è più un’astronave a cui tornare, non possiamo lasciare questo pianeta di merda.»

«Non serve lasciarlo: ci stanno venendo a prendere», disse Olimpia.

Il silenzio calò improvviso e tutti guardarono la donna. «Chi ci sta venendo a prendere?» chiese Dunja per tutti.

«Ieri sera, appurato che eri dalla nostra parte, ho chiamato la Casata perché iniziassero a mandare qualcuno a darci man forte. Poi tutto è crollato velocemente, ma dovrebbe arrivare tra poco l’astronave Yutani per portarci via.»

«Yutani…» quasi bisbigliò Dunja.

«Sì, la tua Casata. Li ho informati del tuo operato e sono stati lieti di sapere che ti sei battuta per fermare il dottore, che rappresentava un grave pericolo per loro. Vogliono che torni in famiglia.» Olimpia girò lo sguardo verso Boyka ed Eloise. «Anche voi, ovviamente. Li ho informati di tutto e vi considerano una preziosa risorsa.»

Sia il lottatore che la ginoide si limitarono a guardare silenziosamente Dunja: a loro non importava minimamente far parte di una Casata, ma avrebbero seguito il maggiore.

Dunja era frastornata. «Non ho più contatti con la Casata, con quella che tu chiami “famiglia”, da tanto di quel tempo…»

«Loro sono disposti ad accoglierti e a dimenticare, per iniziare un nuovo futuro insieme.»

«Aspetta… dimenticare cosa?»

«Dagli archivi risulta che la Casata non ha più preso in considerazione la tua riammissione in famiglia dai tempi dell’incidente sul pianeta Korari: una nota specifica che il tuo comportamento in quell’occasione, con tutti quei morti che hai provocato, non è degno della classe dirigenziale Yutani. Però è passato molto tempo e sono disposti…»

«Che cosa?» gridò Dunja sdegnata. «Su Korari io non ho fatto niente, è stata tutta opera di quell’infame di…»

«Vi sono mancato?»

Tutti si girarono verso la breccia aperta nella parete della stanza… aperta proprio dall’armatura attraverso cui ora Rykov li guardava. «Grazie per esservi preoccupati per me, che ho volato per mezza città» disse sarcastico il generale.

«Hai dato a me la colpa del massacro di Korari?» gli gridò Dunja andandogli incontro.

Attraverso la visiera dell’armatura Berserker era difficile stabilire l’espressione di Rykov, ma tutto lasciava pensare ad un ghigno. «Perché rivangare il passato? Comunque non è il caso che la Yutani sappia di questo», ed alzò i mitragliatori ancora collegati all’armatura: una raffica di proiettili attraversò la stanza.

Tutti si gettarono immediatamente a terra, ma la raffica fu brevissima. Boyka ed Eloise si guardarono per sincerarsi che non avessero subìto ferite e lo stesso fece Dunja. Solo dopo un attimo si accorsero che Olimpia stava rantolando a terra, con il corpo che vibrava ed emetteva strani ronzii.

«Così non potrà raccontare la verità alla Casata», disse Rykov, avvicinandosi.

«Non era amico nostro?» chiese Eloise bisbigliando a Boyka.

«Rykov non è amico di nessuno», rispose l’uomo. «Prima spara da una parte e poi spara dall’altra. Dargli un’armatura invincibile non è stata una grande idea.»

«Davvero è invincibile?»

«Praticamente sì. L’unico suo punto debole è…» Boyka si voltò di scatto a fissare Eloise. «Non può resistere alla forza fisica degli alieni…»

Rykov si avvicinò fino a troneggiare su Dunja, che lo stava insultando da per terra. Con un sorriso arcigno il generale puntò una delle mitragliatrici verso la donna. «È stato un onore averti come mia allieva, Dunja, e ti ringrazio di non avermi consegnato a Lichtner, ma conservare i favori della Yutani è più importante. Ora che sai di Korari, non posso portarti con me.»

«Dopo tutto questo tempo, generale…» Dunja sputò, «non hai ancora imparato la lezione più importante di tutte.»

Incuriosito, Rykov esitò divertito. «E quale sarebbe?»

Dunja lo fissò con disprezzo. «Mai tirarla per le lunghe prima di premere il grilletto.»

Un attimo dopo il corpo muscoloso di Eloise impattava pesantemente con l’armatura del generale, costringendo Rykov ad indietreggiare. Prima che l’uomo potesse realizzare cosa stesse succedendo, la ginoide stava adottando lo stile del combattimento a corta distanza, inondando di pugni potenti e a corto raggio il centro dell’armatura: per quanto fossero potenti i suoi muscoli non poteva arrecare particolare danno, ma le serviva per destabilizzare il generale. Il quale cominciò ad agitare le braccia davanti a sé, nel tentativo di scacciare quella donna.

Ad ogni tentativo di scacciarla, Eloise cambiava posizione e colpiva nello spazio lasciato scoperto sull’armatura, acquisendo sempre più velocità, finché non scivolò dietro Rykov e gli si avvinghiò sulla schiena, tenendosi ferma con le gambe alla vita dell’armatura. Cominciò a rallentare i pugni ma ad aumentarne la forza: ogni goccia di sangue xenomorfo cominciò a ribollire nelle sue vene umanoidi, finché il metallo dell’armatura non cominciò vistosamente ad ammaccarsi.

«Togliti di dosso, maledetta!» gridava Rykov agitandosi, frustrato dal non riuscire a scacciare quell’essere dalla potenza micidiale.

Ammaccate le spalle, Eloise agguantò il casco e iniziò a premere verso l’alto, mentre schivava le braccia dell’armatura che tentando di colpirla in realtà sbattevano contro la testa stessa di Rykov.

Ogni muscolo del corpo di Eloise era contratto oltre ogni umana condizione: a parte la mera forma esteriore, nulla c’era più di umano in lei. A forza di tirare, un rumore di metallo torturato fu il segnale che l’armatura Berserker stava cedendo: una piccola crepa si aprì nell’attaccatura del casco al resto del corpo. A Dunja non serviva altro.

La donna scattò in avanti e piantò il suo coltello nella fessura, raggiungendo la gola di Rykov. In pochi secondi la visiera dell’armatura si imbrattò di sangue, finché le braccia iniziarono a rallentare i loro movimenti nell’aria. Dunja premette ed agitò la lama, mentre urlava contro la visiera ormai piena di sangue: impossibile vedere il volto di Rykov. Infine la Berserker crollò, sotto il peso delle due donne ma anche perché il generale aveva perso il controllo. Era morto soffocato in una visiera ripiena del suo stesso sangue.

Finito di urlare, stringendo ancora il coltello fino a rendere completamente bianche le dita, Dunja chinò la fronte fino a posarla sull’armatura immobile. Non voleva che gli altri la vedessero versare lacrime per aver perso di nuovo una famiglia, per essere di nuovo sola contro l’universo.

Eloise si allontanò per raggiungere Boyka, che intanto si stava sincerando delle condizioni di Olimpia. La donna-robot aveva perso la funzionalità del corpo ma la sua testa era ancora attiva. Quando Eloise si avvicinò la donna si voltò a guardarla e il suo volto robotico si allargò in un sorriso. «Non male, per una ginoide.»

~

Quando l’astronave Yutani iniziò le manovre di atterraggio, Dunja e Boyka la guardarono in lontananza, seduti sul tetto della dimora del dottor Lichtner. La donna era voluta salire perché dabbasso diceva le mancasse l’aria, ma probabilmente cercava un posto per rimanere sola. Non ci riuscì, visto che Boyka la seguì quasi subito.

«Sei pronta ad incontrare la tua nuova vecchia famiglia?» le disse il lottatore, a metà fra il serio e lo scherzo.

I due erano stati in silenzio tutto il tempo. Lui l’aveva raggiunta sul tetto ma non aveva detto una parola: erano rimasti così, semplicemente vicini.

«Non sono mai stati la mia famiglia», rispose con un filo di voce Dunja. «Non lo saranno certo ora.»

«Vuoi che ti racconti i rapporti con la mia famiglia in carcere?»

Dunja sbottò in una risata. «Basta coi tuoi racconti carcerari, Boyka.» Poi, dopo un attimo di silenzio. «Grazie per non aver cercato di consolarmi o per non aver infierito.»

«Non sono bravo con le parole», rispose lui, cambiando posizione, «volevo però farti sapere che ci sono. A volte basta questo.»

Dunja annuì. «A volte basta questo», ripeté.

«Perdere tutto a volte è un modo per cambiare vita. Ora puoi scegliere un altro percorso, un’altra strada da seguire.»

«Sarebbe bello», rispose amareggiata la donna, «ma l’unica strada sarà quella che mi consentirà la Casata: se vorranno mettermi a guardia dei maiali, sarà quella la mia nuova “strada”.»

Boyka sorrise. «E allora sarai la migliore guardiana di maiali dell’universo.» Risero. «E quando ti sarai stufata ce ne andremo e faremo qualcos’altro.»

Dunja si voltò a guardarlo per la prima volta. «D’un tratto usi il plurale? Sembra quasi che siamo una coppia…»

Boyka rispose allo sguardo, sorridendo. «Il maggiore Dunja era troppo seriosa, sembrava una gino-cosa, la semplice Dunja la trovo più umana, e mi piace l’idea di stare con lei.»

Dunja tornò a guardare la navetta che stava atterrando in lontananza. «Dev’essere una donna fortunata, questa Dunja.»

«Inoltre questa Dunja è molto meno spietata dell’altra. Per esempio non sta pensando che Eloise potrebbe battere qualunque avversario del Dead Or Alive, non pensa che partecipando a quel torneo potrebbe mettersi in mostra con la casata.»

La donna si voltò a guardarlo allibita. «Stai proponendo di mettere in atto la follia di Lichtner? Vuoi far partecipare quella ginoide al DOA?»

Boyka scosse le spalle. «L’essere stato un pazzo non vuol dire che il dottore abbia sbagliato tutto. Vincendo il DOA credo entreresti subito nelle grazie della Yutani…»

I due rimasero in silenzio per un po’, mentre i Colonial Marines della Weyland-Yutani venivano a prenderli per portarli in un nuovo mondo.

«Sai che la tua allieva dovrà combattere con dei vestiti addosso?»

L’uomo scoppiò in una sonora risata. «Facciamo così: vestiamo lei… e spogliamo te.»

I due risero, e dal basso nessuno poté vederli baciarsi.

FINE

(A presto con Aliens vs Boyka 3: Death or Alive
ma prima, le fonti che ho utilizzato)

– Altre puntate:

[1991-09] Predator: Cold War

Cover di Ray Lago

Appena completata Big Game, la Dark Horse Comics si lancia subito in un’altra saga bella “fresca”: Predator: Cold War, che segna il ritorno del grande Mark Verheiden a scrivere per il personaggio, dopo la mitica Heat.
Ai disegni c’è Ron Randall, che aveva affiancato Chris Warner proprio in Heat e che per Verheiden scriverà la breve saga Timecop.

La particolarità dell’uscita è che le quattro copertine di Brian Stelfreeze si possono affiancare a formare un disegno unico.

Nel maggio 1993 questa saga – ancora inedita in Italia – viene raccolta in un bel volume TPB, con copertina di Ray Lago.
Nel maggio 1997 la collana “Spectra” della Bantam presenta la novelization della storia con un romanzo firmato da Nathan Archer.

Siberia del nord, 1990. Si sta bene, fa “solo” 24 gradi sotto zero: è in pratica estate!
I radar segnalano qualcosa di strano, un aumento di calore in un punto particolare, e ad indagare sull’accaduto parte una squadra guidata dalla tenente Ligachev. Cosa può mai esserci di “caldo” in quell’inferno ghiacciato? La risposta è ovvia… Un Predator!

Anche a Washington hanno registrato l’arrivo della navicella del Predator in Siberia, e un uomo ha subito capito che è iniziata la stagione di caccia: il generale Philips, il “capo” di Schwarzenegger nel film del 1987, l’uomo che ha seguito da vicino la stagione di caccia dell’anno prima a New York, raccontata in Heat.
Ma da quella saga Verheiden non recupera solo il generale, bensì anche i due protagonisti: Rasche, ora diventato sceriffo in Florida, e Schaefer… il fratello di Ducth.

Schaefer, fratello di Schwarzenegger!

La decisione del generale Philips è ovvia: prendere gli unici due uomini che sono stati così folli e cocciuti da affrontare i Predator e trascinarli in Siberia, dove ormai i nuovi cacciatori stanno massacrando tutto ciò che si muove intorno alla base sovietica.

Oltre le solite lance, stavolta a fumetti abbiamo sia il disco (chakram) che la rete metallica lanciata da un netgun, entrambi provenienti da Predator 2 (1990).

Netgun lancia-rete metallica

Scopriamo nuove tecniche di caccia. Per esempio i Predator hanno disseminato i ghiacci di tagliole a “corpo intero”: quando un umano vi finisce viene completamente immobilizzato, dalla testa ai piedi. E al cacciatore non serve altro che prendersi il suo trofeo.

Il sistema di trappole “predatorie”

L’arrivo degli americani, con Schaefer come consulente di un gruppo di esagitati militari, non è ben visto dai sovietici, e subito la situazione diventa molto più esplosiva per ragioni politiche che venatorie: i Predator d’un tratto sembra il minore dei problemi!
Solamente Schaefer e il tenente Ligachev trovano il sistema di mettere da parte questioni politico-culturali e uniscono le forze contro il nemico comune.

Questa sì che è “distensione” tra blocchi

Sono proprio loro due a trovare l’astronave e ad entrarvi per cercare di assestare il colpo finale ai Predator. Ma non sembra così facile…

Come in Heat, anche qui c’è il problema di non mettersi contro la razza dei Predator e il generale Philips saprà fermare Schaefer e Ligachev in tempo, per non dispiacere gli alieni che ogni anno visitano la Terra per andare a caccia, con il rischio che decidano di fermarsi in pianta stabile e massacrare tutti.
Ma stavolta i cacciatori non riusciranno ad andarsene indenni: stavolta saranno loro ad essere cacciati…

Proprio come per Aliens, neanche il ciclo di Predator scritto da Mark Verheiden ha avuto seguito né ha lasciato tracce nel futuro di questo universo, ma per fortuna ritroveremo presto il bravissimo autore.

Una curiosità. La Dark Horse tornerà a sfruttare la Guerra fredda l’anno successivo, con la ghiotta saga Terminator: Hunters and Killers (1992).

L.

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L.

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L.

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[2004-07] AVP: Alien vs Predator (Novelization)

L’uscita del 13 agosto 2004 del film AVP: Alien vs Predator di Paul W.S. Anderson viene accompagnata dalla consueta novelization, targata Harper Entertainment (della newyorkese HarperCollins) e firmata dal romanziere Marc Cerasini, che ha scritto di tutto nel campo del fantastico ma è noto in Italia per due romanzi targati “Segretissimo Presenta” ed ispirati all’universo televisivo di 24.

Al contrario delle pessime novelization di Alan Dean Foster e S.D. Perry, Cerasini non si limita a raccontare quello che succede in video ma prende l’iniziativa e aggiunge particolari, aggiunge situazioni e soprattutto fa quello che spesso i novellizzatori non fanno: scrive, non limitandosi a descrivere.

Per farvi apprezzare il libro – ovviamente inedito in Italia – vi traduco alcuni capitoli, con due scene tagliate dal film, la vestizione dei Predator e l’epilogo… un po’ differente da quello visto al cinema!


Indice:


La trama:

Una misteriosa struttura viene localizzata da un satellite sotto i ghiacci antartici. Una squadra di scienziati, scavatori, archeologi ed avventurieri, organizzata da un industriale milionario, parte per le terre antartiche per cambiare la storia, esplorando ciò che viene ritenuto essere una piramide perfettamente preservata, costruita depredando quelli che hanno costruito le piramidi egizie e messicane. Una volta che la squadra entra, però, non ci sarà più via d’uscita, né speranza per la razza umana. Perché nelle profondità del labirinto il terrore comincia a vibrare: una mostruosità aliena ancora più feroce, abile, crudele ed inarrestabile di qualsiasi altra specie dell’universo. Eccetto una: i Predator, che hanno portato questo incubo sulla Terra ed ora stanno tornando per affrontare la bestia una volta ancora, nel più terribile dei combattimenti.


Prologo (tagliato dal film):

Cambogia del nord, 2000 a.C.

Le prime luci dell’alba penetrarono attraverso il baldacchino di corde intrecciate. Gli uccelli presero il volo gracchiando un loro saluto al nuovo giorno, mentre le loro ali scarlatte coloravano il cielo pallido passando davanti ai grigi lastroni di pietra di una grane piramide. Nelle vicinanze, l’aria vibrava del rumore incessante di un fiume che scorreva e si andava a gettare da un dirupo per infrangersi sulle rocce più sotto. Ai piedi della giungla, dove la densa vegetazione ovattava il ruggito della cascata, un grugno umido fendeva liane e rami. Il maiale selvaggio odorava in giro poi con soddisfazione penetrava nel sottobosco e fuoriusciva in una radura.
Agitando la corta coda, il maiale trotterellava sul muschio nelle vicinanze di alberi antichi, annusando l’umido e fetido terreno. Alla base di un gigantesco tronco il suo corpo si immobilizzò. Iniziò a tremare dall’eccitazione e le sue zampe anteriori iniziarono a scavare nella soffice terra scura, disseppellendo pezzi di fungo e un grumo di vermi pulsanti. Poi l’animale cominciò a divorare la sua preda.
Dietro al maiale che grufolava, le foglie si mossero di nuovo, questa volta senza alcun suono. Un paio di occhi marrone scuro fissava il maiale selvatico di nascosto. Funan il cacciatore sollevò il suo volto dipinto al cielo. Come aveva fatto il maiale prima di lui, annusò l’aria ed ascoltò.
Delle scimmie rumoreggiavano in alto e un uccello gridava, ma non per allarme. Sui rami bassi scimmie saltellavano facendo cadere per terra foglie e gocce di pioggia. Nella fredda terra umida gli insetti strisciavano, contorcendosi tra le evanescenti dita della nebbia.
Funan sorrise. Lui e i suoi compagni di caccia avevano pazientemente seguito la preda: il tempo di uccidere si stava avvicinando. Ma non ancora. Solo quando Funan fu soddisfatto di tutte le condizioni avrebbe lanciato il segnale ai suoi uomini con la sua mano abbronzata.
Sbucando come ombre dal sottobosco, i fratelli gemelli Fan Shih e Poi Shih si mossero da entrambi i lati di Funan. Come il loro capo, stringevano lance di legno con punte d’ossidiana scheggiata. Mimetizzate per la caccia, le loro facce e i loro petti erano scuriti dalla cenere e fregiati con fango marrone e verde. Foglie di vite stringevano le loro braccia e le loro gambe, e circondavano le loro teste. Cingevano i loro fianchi delle pelli che mostravano i trofei delle precedenti imprese venatorie, insieme ad ossa, collane di denti e zanne a sciabola appartenenti ad una dozzina di specie. Appesi ai loro colli c’erano pendagli di varia natura, oggetti magici per assicurarsi una caccia proficua.
Quando la brezza lo raggiunse, Funan strofinò un’osso secco di scimmia che pendeva dalla sua gola ed annusò di nuovo l’aria. Poteva sentire il maiale, la vegetazione e il fiume in lontananza, ma nient’altro. La tensione attraversava i suoi nervi, ed anche i suoi uomini sembravano giunti al limite. Non avevano mai cacciato nelle vicinanze del sacro tempio: sebbene la giungla intorno alla piramide di roccia brulicava di fauna selvatica, i cacciatori avevano sempre evitato quel posto proibito. Solamente durante il tempo del sacrificio, quando le tribù locali offrivano giovani uomini e giovani donne, le persone entravano in questi territori.
Funan sapeva che era avventato a cacciare vicino ad un sito così sacro. Quella caccia doveva interrompersi lì, ma decise altrimenti, lanciando il segnale all’ultimo membro del suo gruppo.
Un uomo gigante chiamato Jawa si mosse in avanti con la schiena piegata, accucciandosi dietro un cespuglio. Stringeva una lunga lancia che però sembrava minuscola tra le sue immense mani. Come gli altri, anche Jawa si era mimetizzato con fango e vegetazione, con un dente d’orso e un osso di gatto selvatico che gli pendevano dal collo. Il suo possente torace mostrava ancora le cicatrici lasciate dal violento combattimento con il gatto.
Non visto dal piede di Jawa, un’altra caccia era giunta a conclusione: una lucertola grigio-verde ed un coleottero nero si ritrovarono stretti in un abbraccio mortale nel terreno, sconosciuti al gigante la cui ombra li aveva schiacciati. Quando Funan fece un segnale con la mano destra, Jawa uscì dal suo nascondiglio, schiacciando di nuovo tanto la lucertola che il coleottero con il suo piede calloso.
Scivolando attraverso il cespuglio, Jawa raggiunse la sua posizione, di fianco al maiale. Ridacchiò, imitando il verso dell’uccello rosso e verde che abitava quelle regioni. Dai loro nascondigli, Funan e i due fratelli Shih si alzarono, con la nebbia che avvolse le loro gambe.
Funan avanzò e presto sarebbe stato abbastanza vicino per sferrare un colpo mortale – o per riuscire ad evitare le terribili zanne dell’animale. I suoi muscoli tremarono dalla tensione insieme al suo cuore, poi all’improvviso così come era arrivata la tensione si sciolse e lasciò il posto alla fredda determinazione.
Sollevando la sua lancia, Funan stava per prendere la mira quando qualcosa andò storto. Il grugno del maiale, sporco dal grufolare, si alzò di scatto ad annusare l’aria. Con le orecchie tremolanti, l’animale sbuffò nervosamente. Funan non osò respirare. Dietro di lui, Fan e Poi Shih si fermarono immediatamente. Mentre una mosca ronzava intorno alla sua testa, Funan ritrasse la sua arma. Ma prima che potesse fare altro, il maiale spaventato si chinò sotto un tronco, poi scomparve in un cespuglio. L’eco della ritirata dell’animale durò un istante poi tutto fu silenzio di nuovo.
Funan guardò Jawa con smarrimento. Avevano fatto tutto bene, eppure in qualche modo avevano spaventato la loro preda. Dietro di loro, Fan e Poi abbassarono le armi, perplessi.
Poi, improvvisamente, ogni suono della giungla cessò. Ogni uccello, ogni insetto sembrò zittirsi. La fitta vegetazione era penetrata solo dai rumori della cascata distante. Nella quiete, Funan si guardò in giro con circospezione, ma non vide nulla. Fan e Poi Shih alzarono le loro armi di nuovo, pronti ad attaccare. Ma attaccare cosa? Con un rumoroso crack, una frusta nera schizzò fuori da un cespuglio ed afferrò le gambe di Shih. Senza neanche un lamento, il cacciatore fu trascinato nella vegetazione, lasciando come unica traccia del suo violento passaggio delle foglie tremolanti.
Poi Shih alzò la sua lancia, pronto a vendicare il fratello. Ma all’improvviso la lancia fu strappata dalle mani dell’uomo. Scalciando disperato, fu trascinato anch’egli nel cespuglio. Solo dopo che Poi fu scomparso dalla vista arrivò l’urlo – una, due, tre volte, l’ultimo in pratica un grido di agonia, che spezzò il coraggio degli altri. Jawa scappò nel sottobosco, seguito un attimo dopo da Funan. Come il maiale prima di lui, Jawa fuggiva alla cieca tra gli altri, ignorando ogni sentiero. I rami gli ostacolavano le braccia e solo il terrore lo guidava.
Rimasto senza fiato, Jawa finì in una radura circondata dagli alberi. Si appoggiò ad un albero per riprendere fiato si mise ad ascoltare ogni suono. Sentì, dietro di lui, la corsa di Funan attraverso al giungla ma nient’altro.
L’ombra nera e senza forma scaturì dall’albero senza alcun suono. Atterrando sulle gambe, la grande bestia a forma di insetto si mostrò a Jawa. Un grido strozzato uscì dalla gola del guerriero mentre faceva un passo indietro. L’ultima immagine che Jawa colse furono grandi zanne lucenti, bava calda e sangue rosso.
Qualche attimo dopo Funan arrivò nella stessa radura, in tempo per vedere Jawa trascinato fra gli alberi. Una pioggia rossa aveva inondato la zona e alcune gocce calde colarono su Funan. Il capo dei cacciatori, con ancora la lancia stretta in pugno, cercò in giro delle tracce di Jawa, ma l’uomo era ormai andato.
Lancia in pugno, Funan scandagliò le vicinanze. Si trovava in un luogo antico, dalla fitta vegetazione e dagli alberi dalla corteccia nera lucida. Funan trattenne il suo fiato grosso per il terrore così da ascoltare eventuali suoni del nemico in avvicinamento. Solo allora udì un suono dietro di lui: si girò di scatto, brandendo la lancia.
Con terrore crescente, Funan fissò la corteccia scura iniziare a muoversi, separandosi dai tronchi. Con un rumore carnoso la massa oscura tirò fuori degli arti. Poi emerse una testa oblunga, ricoperta da pelle oleosa e traslucida. Una coda ossea segmentata calò da un grande ramo, e con un tonfo quella oscenità che si contorceva raggiunse il suolo.
La creatura, snudando i suoi denti a sciabola, si alzò in tutta la sua possente altezza e si avvicinò al cacciatore raggomitolato. Le fauci stridenti fecero fuoriuscire una lunga protuberanza innervata con un’altra bocca scattante e sbavante.
Dimenticando l’arma, Funan tentò la fuga, ma il panico lo faceva incespicare nel fitto fogliame, cadendo pesantemente e facendo volar via lalancia. Poi il più valoroso cacciatore della tribù si raggomitolò ed attese che la morte lo raggiungesse. Questa, ne era convinto, era la sua punizione per aver messo piede sul sacro suolo che circonda il tempio degli dèi.
Una goccia calda cadde sulla sua guancia e bruciò la sua belle. Le fauci tremolanti scattarono nelle vicinanze ed un’ombra oscura, nera come la morte stessa, incombeva sopra di lui, pronta ad attaccare, quando accadde un evento incredibile.
Un altro abominio emerse dalla giungla.
Dapprima Funan vide la creatura come sfocata, come se la vegetazione si fondesse con essa al suo passaggio. In un lampo accecante, la figura traslucida lanciò qualcosa e colpì il mostro vicino alla gola di Funan, facendo penetrare il suo proiettile blindato nella corazza dell’essere.
L’esoscheletro del mostro gorgogliò nel toccare il suolo e Funan vide che le placche rinforzate della gola della creatura erano state distrutte. Spruzzi di sangue acido e verde schizzarono dalle ferite del mostro nero, bruciando la vegetazione davanti a sé, emettendo fumo. Le gocce calde raggiunsero anche Funan, facendolo rotolare sul terreno gridando dal dolore.
Il fantasma si fermò davanti al cacciatore, e mentre Funan si toglieva le mani dal volto per guardare in su, l’ombra indistinta si trasformò in una cosa solida – un incubo che sembrava mezzo umano e mezzo rettile. E mezzo demone. Il fantasma stava su due piedi, il suo torso era squamoso e la sua testa coperta da una maschera metallica. Occhi violenti si affacciavano da quella maschera – occhi che Funan cercava disperatamente di evitare.
Poi il fantasma si avvicinò all’uomo, muovendosi con grandi passi verso il mostro nero che ancora tremolava sul terreno.
Funan guardò il fantasma distendere le sue enormi braccia e, con un improvviso click, coltelli a tre lame fuoriuscirono dagli apparecchi fissati ai suoi polsi. La luce del sole brillava su quelle lame. Il fantasma grugnì di soddisfazione e guardò in basso, di nuovo verso Funan.
L’uomo si coprì gli occhi e pregò tutti i suoi antenati. Chiese pietà ad una dozzina di dèi tribali, piccoli e grandi. E con estrema sorpresa di Funan, uno di quegli dèi rispose alle sue preghiere.
Scuotendo la testa in segno di pietà, come se quell’uomo non fosse degno del tempo di ucciderlo, il Predator si voltò ancora alla volta della sua vera preda.
Il mostro rantolante, con i collo ferito che ancora sputava il suo sangue verde acido, voltò le spalle ad un albero. Con la coda tremante e gli artigli estesi, il mostro si preparava alla battaglia finale.
Chinandosi sulle gambe potenti, il Predator alzò la testa emettendo un grido selvaggio che scosse la giungla. Funan vide una luce dilaniare l’esoscheletro chitinoso del mostro. Poi arrivò il suono del sangue verde fosforescente che esplodeva in giro.
Mentre la giungla fumava e sfrigolava intorno a lui, Funan guardava allibito mentre le due creature primordiali, la cui origine extraterrestre era al di là della comprensione, combatterono selvaggiamente fino alla morte.

Capitolo 1 (tagliato dal film):

Bouvetoya Whaling Station,
Antartica, 1904

La nave Emma aveva navigato per le sponde dell’Isola Bouvet, all’inizio della stagione della caccia alla balena del 1904, a pieno regime: con marinai, arpionatori, scialuppe ed equipaggiamento per lavorare l’olio estratto dalle balene macellate per almeno un anno, prima di tornare in Norvegia l’anno successivo. Il nuovo skipper della Emma, nonché suo co-proprietario, Sven Nyberg, intendeva compiere il suo primo ed ultimo viaggio come baleniere in modo proficuo. Suo fratello, Bjom, era stato il capitano della Emma per diciannove stagioni, ma Bjom era morto per una febbre durante l’ultimo viaggio di ritorno, il che aveva costretto suo fratello a prendere il comando dell’ultimo viaggio commerciale della Nyberg Brothers Oil Company di Oslo. al suo ritorno in Norvegia, Sven era intenzionato a vedere l’attività di famiglia al miglior acquirente.
L’alba di questo nuovo secolo stava portando alla fine la tradizionale caccia alla balena. Il magnate Christian Christensen aveva aperto una moderna struttura di lavorazione a Grytviken che alla fine veniva usata da piccole imprese come la Nyberg, gente che seguiva le tradizioni del proprio Paese sin dai tempi dei Vichinghi. Come la caccia alla foca, che aveva decretato la fortuna di molte famiglie, negli ultimi decenni dell’Ottocento, la caccia alla balena era diventata un affare non più fruttuoso. L’assottigliamento dei branchi e la concorrenza coi balenieri britannici e scozzesi – e recentemente anche giapponesi – insieme alle grandi corporazioni come la Christensen aveva gradualmente chiuso l’èra della caccia alla balena indipendente ed auto-sufficiente.
Lo stesso Sven Nyberg voleva provare a prolungare l’attività della piccola impresa Nyberg Brothers. Era l’unico modo per assicurare il sostentamento alla propria famiglia. Per questo Sven aveva offerto una posizione di prestigio a Karl Johanssen, il più esperto baleniere di Oslo, con un aggiuntivo 5% degli incassi della spedizione. Se fosse stato un successo, il viaggio della Emma al Polo Sud avrebbe reso Karl un uomo molto ricco.
L’offerta non poteva arrivare in un momento più opportuno per Karl Johanssen. Baleniere sin dall’età di dodici anni, Johanssen aveva sopportato 27 stagioni sul ghiaccio ed era sopravvissuto con tutti i suoi arti, dita ed unghie intatte – non un risultato da poco quando le temperature crollano a 50 gradi sotto lo zero. Dai viaggi passati con il fratello Bjom, Johanssen aveva buoni rapporti con la stazione di lavorazione della Nyberg all’Isola Bouvet, una delle località più remote del mondo.
Alcuni anni prima, nel 1897, Karl Johanssen aveva pensato di abbandonare il mare del tutto. Attirato in California del nord dalle promesse di benessere di suo fratello, Karl aveva sperperato i suoi magri risparmi cercando di diventare ricco nella corsa all’oro in Alaska. Costretto a tornare alla caccia alla balena per esigenze finanziarie, era pronto a firmare per prestare servizio su una delle navi di Christensen anche per la metà di un 1%, quando invece ricevette la proposta di Nyberg. Il posto di rilievo con addirittura un 5% di compenso era la seconda possibilità per Karl di potersi ritirare.
Naturalmente Karl aveva lavorato duro per quei soldi. Sven Nyberg invece era un marinaio indifferente, non avrebbe mai speso una singola stagione tra i ghiacci dell’Antartide. Per fortuna, durante i loro lunghi dodici mesi di duro lavoro Sven era stato abbastanza saggio da confidare nel giudizio di Karl in ogni situazione. Sotto la tutela del fiocinatore, il giovane fratello Nyberg aveva imparato segreti della caccia alla balena che avrebbe impiegato anni a scoprire per proprio conto. Il risultato, dopo un anno, fu una caccia incredibilmente fruttuosa, con la Emma che riportava trecento carcasse all’Isola Bouvet. Lì sarebbero state lavorate a dovere.
Fu durante il processo di lavorazione, quando gli uomini erano fuori per lunghi periodi di tempo lavorando alla struttura che dominava il porto, che i balenieri iniziarono a vedere strane luci nel cielo, e non le solite che erano abituati a guardare.
Sul Lykke Peak e sul più alto Olav Peak, che facevano ombra sulla struttura di lavorazione, era come se dei cannoni sparassero contro il cielo, e le esplosioni sul ghiaccio potevano essere udite a distanza. Poi uno strano bagliore rosso apparve all’orizzonte, illuminando l’incessante crepuscolo con la lucentezza di migliaia di fuochi. La luce danzò rossa sul ghiaccio, tingendo di un colore livido le migliaia di ossa di balena che giacevano sulla spiaggia. Spesso – ma non sempre – le luci misteriose erano accompagnate da tremori nel profondo della terra sotto i loro piedi.
Mentre l’attività vulcanica dell’isola non era inusuale – a volte nel 1986 parte dell’isola era stata distrutta da un’eruzione vulcanica – quei fenomeni spaventarono i balenieri, che si trovavano bloccati sull’Isola di Bouvet fino alla primavera successiva, qualsiasi cosa fosse accaduta. Così dopo qualche giorno di questi strani eventi, nel tentativo di sedare le paure dei balenieri e scoprire le cause di quegli strani effetti di luce, Karl guidò un gruppo di marinai lontano dal porto sul ghiaccio che ricopriva l’isola di cinquanta miglia quadrate.
Su un vasto terreno ghiacciato scoprirono un grande oggetto metallico dall’aspetto particolare, come se un gigante avesse costruito una bara. L’oggetto era incastonato nel ghiaccio al centro di un largo cratere. La sua superficie ferrosa era liscia, con nessuna giuntura visibile o apertura di sorta. C’erano contrassegni incisi sul metallo – strani simboli che nessuno dei balenieri aveva mai visto. Sebbene la bara di metallo sembrasse vuota, nessuno riuscì a pensare ad un modo per aprirla o ad immaginare cosa ci fosse all’interno.
Karl Johanssen pensò fosse meglio lasciare le cose come stavano, ma in questa situazione lo skipper lo scavalcò. Il capitano Nyberg era desideroso di trovare un altro modo per rendere proficuo il viaggio, così ordinò ai marinai di caricare l’oggetto su una slitta ed usare una muta di cani per trascinarlo al campo base. Ci vollero cinque uomini e quindici cani per un giorno intero per adempiere agli ordini del capitano, ma quando ebbero finito la bara di metallo scintillante fu stoccata nel magazzino, insieme alle taniche di olio di balena in attesa di essere caricata sulla nave. Nel giro di poche settimane le temperature miti avrebbero permesso alla Emma di abbandonare la prigione di ghiaccio della baia. Così l’equipaggio sarebbe potuto ritornare in Norvegia e raccogliere il frutto di dodici lunghi mesi di lavoro.
Ma ore dopo che l’oggetto fu portato al campo, Karl fu scosso dal suo sonno leggero dal suono di grida. Infilandosi di corsa gli stivali ma lasciando il cappotto, Karl si precipitò verso il magazzino. Le porte era socchiuse, ed una di loro era stata scardinata. Al centro della stanza Karl trovò quattro uomini morti – più che morti, erano stati squarciati, e le loro teste separate dalle spine dorsali e rimosse. Peggio ancora, lo strano oggetto a forma di bara era spalancato e vuoto, e dentro il ventoso magazzino, mescolato con l’odore di sangue fresco, si respirava fetore umido e animalesco.
Giusto fuori dal magazzino Karl scoprì enormi impronte insanguinate che si allontanavano. Le traccie scarlatte formavano un percorso che si dirigeva al dormitorio dei marinai. Lì, davanti alla porta, vide un alone muoversi nell’aria gelata. Prima che potesse gridare un avvertimento, Karl vide una specie di forza invisibile sradicare la porta e fiondarsi nel dormitorio. Udì grida di sorpresa e di panico – poi di paura e di dolore – dall’interno dell’edificio. Ci fu un singolo sparo, poi una mano umana recisa volò fuori dalla porta, ancora stringendo una piccola pistola.
Alla fine Karl vide un marinaio sfrecciare fuori dall’edificio, con la camicia da notte insanguinata e una maschera di terrore sul volto. Gli occhi dell’uomo incontrarono quelli di Karl per un solo secondo prima che una lama argentata gli fuoriuscisse dalla gola.
Preso dal panico Karl corse verso il magazzino e cercò un’arma – qualsiasi cosa per difendersi. Non avendone trovate, cercò allora una via di fuga. Karl sapeva che era morte certa esporsi agli elementi atmosferici senza protezioni, ma quando provò a prendere un cappotto da uno dei morti li trovò completamente bagnati di sangue – sangue che si era congelato all’istante.

Karl si avvolse in un telone e corse fuori dalla porta secondaria, lanciandosi su una pendenza che portava sulla spiaggia piena di ossa di balena. Lì, fra gli scheletri, sperava di trovare riparo sufficiente per proteggersi finché qualsiasi cosa uscita da quella bara non fosse tornata nell’inferno da cui proveniva.

Un tremolio del ghiaccio svegliò Karl Johanssen da un sonno senza sogni. Con il crepuscolo perpetuo non riusciva a capire per quanto tempo fosse rimasto incosciente. Ma la tela che lo ricopriva era ricoperta di ghiaccio e i suoi arti rifiutavano di rispondere ai suoi comandi. Peggio ancora, Karl non riusciva nemmeno a sentire il freddo che lo aveva avvolto mentre era privo di conoscenza. Al suo posto provava come un caldo abbraccio – un segno chiaro che stava morendo assiderato. Raccolse ogni briciolo di forza di volontà e riuscì ad alzarsi. Senza un cappotto adeguato, un telone non bastava a fermare la perdita di calore corporeo. Un fuoco avrebbe potuto salvarlo ma non si azzardava a rischiare di attirare l’attenzione del demone invisibile che aveva massacrato il campo. E comunque, non aveva nulla per accendere un fuoco.
Karl sapeva per esperienza che se non avesse trovato calore in meno di un’ora sarebbe morto. Non avrebbe mai potuto attraversare la baia congelata fino alla nave in quel lasso di tempo. Il che significava che doveva tornare al campo e sperare che la cosa che aveva ucciso il suo equipaggio se ne fosse andata.
Con i piedi di piombo attraversò la spiaggia delle ossa. Frammenti di ossa di balena facevano rumore ad ogni suo passo, e finalmente raggiunse il sentiero che portava al campo. Con le braccia ormai blu e le dita nera e gonfie, Karl si trascinò fuori dal cimitero delle ossa. Rantolò nella neve, alzandosi solo quando raggiunse gli edifici del campo.
Si avvicinò con cautela alla serra, dove sperava di trovare cibo e calore, scoprendo una carneficina. Per primo notò che le finestre erano rotte, poi che tutte le piante all’interno erano congelate. Poi vide impronte insanguinate sui vetri. Alla fine vide il corpo semi-congelato di un baleniere. L’uomo giaceva sul pavimento al centro della serra. Come i corpi che Karl aveva visto nel magazzino, anche questo aveva la testa e la spina dorsale estratti.
Voltandosi, Karl si infilò in un vicolo stretto fra due strutture. Alla fine del passaggio inciampò su una slitta e cadde in terra: si ritrovò addosso il muso furente dai denti digrignati. La corda si tese proprio un attimo prima che il cane impazzito gli afferrasse la gola. Gli occhi neri erano pieni di panico, il cane ululava e tirava il suo guinzaglio.
Karl si mise in piedi e si precipitò verso un edificio. La sua spalla sbatté sulla porta e questa si spalancò con fragore. Dentro il camino era ancora acceso e le lampade ad olio erano ancora accese, con tanto di pentole a bollire sulla stufa di ghisa. Le lunghe tavolate erano pronte per il pasto ma tutto era immobile. Karl richiuse la porta e raggiunse un tavolo.
Era pronto a crollare su una delle sedie di legno quando udì un movimento dietro di lui. A Karl sembrò di vedere un’ombra scura attraversare la stanza. Strizzò gli occhi nell’oscurità.
Con un sibilo ringhioso qualcosa emerse. Karl vide delle fauci sbavanti ed una testa senza occhi e annaspò all’indietro, inciampando su una panca. Piagnucolando, vide l’incubo nero inseguirlo, con la lunga coda tremolante come quella di un gatto infuriato.

Karl continuò a strisciare, fissando la cosa nera. Alla fine la sua schiena sbatté contro qualcosa e, voltandosi, Karl scoprì di avere un altro demone alle spalle. Aveva una figura umana ma non era umano. La creatura era rivestita d’armatura dalla testa ai piedi, con la faccia coperta da una maschera metallica. Con un rapido rovescio, il mostro umanoide scacciò via l’umano: andando a cadere su una tavola, Karl sentì frantumarsi la sua gabbia toracica e le sue braccia intirizzite dal freddo. Rantolando dal dolore e dalla certezza della morte imminente, strisciò verso un angolo, dove poteva giacere dimenticato dai due orrori gemelli che iniziarono a farsi a pezzi l’un l’altro.


Capitolo 9: Vestizione dei Predator

Cinquecento miglia sopra l’Isola Bouvet

I Predator erano svegli, ora, ed attivi.
Nudi, la loro carne pallida e screziata ancora brillava dopo l’immersione nella vasca della melma primordiale. Cinque esseri potenti si pavoneggiavano sul ponte dell’astronave, con gli occhi scintillanti di intelligenza innata.
I monitor dei computer intorno a loro tremolavano di increspature rosse, verdi e violetto mentre l’energia pulsava attraverso la camera. La voce del cervello cibernetico – un sibilo costante come il suono di un serpente infuriato – salutava i suoi padroni con un profluvio di dati. Il ponte stesso era dominato da un’ampia vetrata che forniva una splendida vista sul pianeta Terra.
Stagliato contro la figura del pianeta blu e verde, una delle figure faceva scorrere un artiglio sul pannello di controllo cristallino. Con un breve rumore schioccante si aprì una sezione ermetica della parete rivelando delle lucenti armature, cinque maschere demoniache, una moltitudine di armi e uno schieramento di fucili a canne corte da montare su spalla.
Senza pronunciare parola le creature si prepararono per l’imminente battaglia.
Muovendosi con efficacia meccanica, i Predator indossarono i reticolati sopra le loro braccia pallide e muscolose e i loro petti possenti e montarono le armature a sezioni sui loro corpi. Seguirono gli stivali rinforzati e le protezioni pettorali. Poi un meccanismo ingombrante fu montato sugli avambracci di ogni creatura, al di sotto del gomito, e un dispositivo similare fu agganciato ai loro polsi destri.
Una delle creature testò il meccanismo. Con un semplice scatto del loro braccio muscoloso, una lunga lama telescopica incurvata fuoriusciva con un sibilo. Il fenomenale cacciatore esaminò il bordo levigato della lama, poi grugnì di soddisfazione.
Fu poi la volta di uno zaino in metallo increspato montato sulla spallina dell’armatura, con dei cavi di alimentazione per il suo cannone al plasma.
Poi fu il momento di indossare le maschere. Ognuna di esse era differente, e ricopriva completamente il volto di chi le indossasse – ad esclusione degli occhi infuocati e dei dreadlocks fluenti, raccolti con anelli di metallo.
Alla fine, un terminale fu montato sul polso sinistro di ogni Predator. Lo sfarfallio di un LED indicava l’attivazione e, con un improvviso sibilo, le giunture dell’armatura si fusero fino a diventare a chiusura ermetica. Aria calda e umida riempì l’interno dell’armatura, un’atmosfera che imitava quella del paese natale dei Predator.
Con l’armatura montata, i cacciatori raccolsero le loro armi – lunghe lance retrattili con punte zigrinate e lame curve a doppio taglio, dall’impugnatura d’avorio. Sui loro corpi scintillanti si assicurarono delle shuriken che, una volta lanciate, facevano fuoriuscire delle lame retrattili. Stranamente lasciarono i cannoni al plasma sulla loro rastrelliera, scegliendo solamente armi a bassa tecnologia, quasi primitive.
Solo una delle creature scelse un’arma ad alta tecnologia – un apparecchio lancia-rete montato su polso – anche se controbilanciò quella scelta con una lunga lama ricurva più basilare, abbellita da un manico d’osso resistente.
Una volta completata la preparazione alla caccia, i Predator entrarono in una piccola camera rituale e si inginocchiarono supplici davanti ad un mammoth, un’effige finemente lavorata in pietra rappresentante un fiero dio guerriero, una divinità che scagliava fulmini come una sorta di stupefacente Odino extraterrestre.

Mentre i Predator si prostravano davanti al loro dio selvaggio, un’immagine sfarfallò sui monitor del computer di bordo: era l’immagine in tempo reale di una parata di veicoli che si faceva strada attraverso una vasta distesa ghiacciata.


Capitolo 25: La storia dei Predator

Nella stanza dei geroglifici

«Voglio mostrarti qualcosa.»
Sebastian portò Lex davanti ad un pannello tra due cenotafi stilizzati, che si innalzava per più di quattro metri dal pavimento al soffitto di pietra. Indicò una particolare sezione dei geroglifici incisi sulla parete rocciosa.
«Qui è descritto una sorta di rituale umano…» iniziò. Sebastian indicò un pittogramma che ricordava fortemente la creatura che li aveva attaccati prima. «Questi esseri. Questi cacciatori. Sono stati mandati qui per provare di essere meritevoli di diventare adulti…
«Stai dicendo che sono… cosa, adolescenti?»
Sebastian scosse le spalle. «Chi sa quanto tempo vivono queste creature? Magari per migliaia di anni. Indipendentemente dalla loro età, questo è il loro rito di passaggio».
Le sue mani seguirono un pittogramma – una costellazione stilizzata con ciò che appariva come un rapace alato che si faceva largo nello spazio. «Ecco perché non portano armi da fuoco.»
«Fa parte del rituale», propose Lex.
«Esatto. Se le devono guadagnare, come un cavaliere che si guadagna i propri speroni.»
Sebastian sbatté il palmo della sua mano sulla dura roccia. «L’intera storia è qui. I glifi sono difficili da interpretare – non è proprio azteco ma neanche egiziano – ma sono perfettamente preservati. E con un po’ di fantasia posso riempire gli spazi vuoti…» Passò la mano su un pittogramma stilizzato. Nonostante l’iconografia primitiva, Lex riconobbe facilmente l’immagine: era la Terra, vista dallo spazio profondo. E sul pianeta aleggiava un disco di fuoco, senza dubbio un simbolo che rappresentava una nave spaziale che arrivava dallo spazio.
«Come ho detto prima», iniziò Sebastian, «gli aztechi usavano multipli di dieci. Questi simboli qui approssimano il simbolo azteco del dieci, così con un po’ di matematica…»
Sebastian si fermò, facendo i calcoli.
«Cinque mila anni fa trovarono un pianeta… la nostra Terra. Insegnarono agli umani primitivi la costruzione e furono venerati come dèi…»
Il suo dito si mosse verso il basso, verso una forma triangolare familiare, con un disco fiammeggiante sopra di essa. Linee ondulate circondavano il disco e chiaramente ritraevano la misteriosa sorgente d’energia che alimentava l’astronave.
«In loro onore migliaia di primitivi lavorarono per decenni, magari per secoli, per costruire questa piramide ed altre similari.»
Sebastian si fermò sopra un disegno della parete, come un serpente che si morda la coda.
«Come il grande Serpente Uroboro nella mitologia gnostica, quest’immagine rappresenta il passaggio di lunghi eoni di tempo e la continuità della vita. Ma nella simbologia degli antichi che costruirono questo posto, rappresenta due cose: un ciclo ripetitivo o una tradizione. Qualcosa che ricorre ancora ed ancora. Ma rappresenta anche una creatura, un essere qui definito “Grande Serpente”. In questo testo, e probabilmente anche in altri, gli antichi impararono che i loro dèi sarebbero tornati ogni cento anni, e quando l’avrebbero fatto si sarebbero aspettati un sacrificio. Sembra che gli umani fossero usati come ospiti per i Grandi Serpenti.»
«Serpenti?» chiese Lex.
Sebastian annuì. «Quelli che non assomigliano a noi.»
Sebastian proseguì a tradurre il disegno, una parata di vittime guidate da alti prelati e disposti su are sacrificali. Sotto questa immagine c’era la rappresentazione stilizzata di alcune uova, ed istruzioni rituali che mostravano come ogni uovo andasse posizionato in un posto preciso.
«Questo.. uovo è posizionato in una ciotola, non sul cuore della vittima», osservò Lex.
«Apparentemente. E in qualche modo le uova fertilizzavano i prescelti che davano vita ai Grandi Serpenti, così che gli dèi potessero combatterli.»
Sebastian le mostrò una grande disegno che mostrava il Grande Serpente scontrarsi con gli dèi in un combattimento mortale.
«Questa immagine?» chiese Lex, indicando un altro disegno che mostrava un singolo Predator davanti ad una piramide, con una serie di stelle intorno alla sua testa.
«Come gladiatori nell’arena queste due razze aliene continuano ad affrontarsi», spiegò Sebastian. «Solamente il più forte sopravvive. E i superstiti saranno quelli meritevoli di fare ritorno tra le stesse. Di tornare a casa.»
«E se perdono?»
Sebastian mostrò a Lex tre immagini in sequenza, un terribile terzetto da apocalisse. La prima era l’immagine di una grande piramide, con tre Predator stilizzati in cima e un’orda di Grandi Serpenti che si arrampicava verso l’alto. L’immagine successiva mostrava i Predator con le braccia alzate e linee ondulate che si irradiavano dai loro polsi.
La terza immagine era dannatamente familiare. Mostrava un’esplosione: una detonazione di luce verde con un fungo atomico sopra di essa, un’esplosione che ha distrutto tutto e tutti nel suo passaggio.
«Se gli dèi erano battuti, allora un evento terribile avrebbe sconvolto la zona, e la popolazione umana sarebbe scomparsa all’improvviso. Genocidio totale… un’intera civiltà spazzata via con un gesto solo.»
Lex si ammutolì. Un mistero su cui la sua famiglia aveva indagato per decenni era finalmente svelato.
«Allora queste creature sono già state qui prima», disse Lex. Non era una domanda.
«Senza dubbio», rispose Sebastian. «Migliaia di anni fa, e molte volte da allora: magari ancora in tempi recenti.»
Lex fissò Sebastian. «Nel 1979, proprio qui nell’Isola di Bouvet, ci fu una misteriosa detonazione nucleare. Nessuna nazione se ne assunse la responsabilità, e gli scienziati dell’Air Force non riuscirono a spiegarsi dove fossero stati presi gli isotopi radioattivi, visto che tutto l’uranio della Terra può essere tracciato attraverso la segnatura molecolare.»
«Come sai tutto questo?»
Lex incrociò le braccia. «Mio padre era un ricercatore dell’Air Force. Ha passato vent’anni a studiare l’evento ma non è riuscito a trovare le tracce degli isotopi d’uranio utilizato per l’esplosione.»
Sebastian si grattò il mento. «Quindi sono già stati qui.»
«Questi… predatori», disse Lex, «hanno portato quelle creature qui semplicemente per la caccia
«Sì», rispose lui.
«Quindi non li abbiamo scoperti noi?»

Sebastian scosse la testa. «Credo che quel calore fosse un segnale studiato per farci venire qui. L’intera piramide è una trappola. Senza di noi… non ci potrebbe essere alcuna caccia.»


Epilogo

Astronave dei Predator. Spazio profondo

Il suo lignaggio gli assicurava un posto d’onore, alla base della statua del loro potente dio selvaggio. La sua maschera era stata rimossa, la ferita sulla fronte era una macchia scura sulla pelle bianca.
La cerimonia funebre era conclusa e gli altri membri del clan erano entrati nei loro tubi criogenici, dove avrebbero dormito ibernati durante il lungo viaggio fino al mondo natale. Rimasto solo, in una camera dall’aria satura di incenso, il corpo di Scar si contrasse.

D’improvviso la carne grigia intorno al suo cuore morto si gonfiò e tremò come se una creatura fosse rimasta intrappolata dentro il suo corpo, agitandosi per uscirne.


L.

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