[1995] Aliens vs Predator: Prey / Hunter’s Planet

Preso su Amazon Usato il primo di una serie di Omnibus con cui la casa editrice britannica Millennium ristampava i romanzi alieni apparsi precedentemente per la Spectra (Bantam).

Questo Aliens vs Predator: Omnibus Volume One (1995, ma in realtà è una terza edizione del 1996) raccoglie due storici romanzi:

Cover di Nelson DeCastro

Aliens vs Predator: Prey (maggio 1994) di Steve e Stephani Perry – noiosa versione romanzata della geniale saga a fumetti Aliens vs Predator (giugno 1990) di Randy Stradley

Inizia la vita narrativa di Machiko Noguchi, che sul pianetino dov’è finita a fare la burocrate si ritrova in mezzo alla caccia rituale di un gruppo di Predator.
L’unico elemento da citare di questo romanzo noioso – per via dello stile, non certo per la trama – è l’invenzione del termine Yautja e della cultura relativa, in seguito citata di seconda mano da fan che raramente conoscono questo libro.

Cover di John Bolton

Aliens vs Predator: Hunter’s Planet (dicembre 1994) di David Bischoff – in assoluto il primo romanzo inedito dell’universo alieno.

Abbandonato il clan Predator, Machiko accetta l’offerta di un riccone di occuparsi della sicurezza su un pianeta adibito alla caccia, pensato per altri ricconi così da dare loro forti emozioni. Peccato che i cacciatori si ritroveranno davanti ad animali feroci sfuggiti al controllo così come a dei Predator, e di nuovo Machiko dovrà stabilire da che parte stare.
Un ottimo romanzo la cui storia purtroppo rappresenta un vicolo cieco del personaggio: questa vicenda di Machiko verrà spazzata via dal fumetto Aliens vs Predator: War (maggio 1995) di Randy Stradley, e relativo romanzo omonimo (dicembre 1999) di Stephani Perry.

L.

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Hiya Toys – Predator 2: Scout (2017)

Il numero 351 (dicembre 2017) di “Previews” ci informa che la Hiya Toys a presenta un nuovo modello dal film Predator 2 (1991): Scout Predator.

L.

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[1995] Aliens: Earth Hive / Nightmare Asylum

Cover di Dennis Beauvais

Approfittando di un’offerta di Amazon Usato, ed avvicinandosi il periodo natalizio che istiga all’acquisto compulsivo, ho comprato d’importazione questo volumone di 280 pagine stampate su carta spessissima: in pratica sembra averne 700, di pagine!

Si tratta della raccolta in volume di Aliens: Earth Hive (1992) ed Aliens: Nightmare Asylum (1993), i due romanzi firmati dal solo Steve Perry che raccontano a parole la geniale saga a fumetti di Mark Verheiden.
Entrambi i romanzi sono giunti anche in Italia grazie a Sperling & Kupfer, intitolati rispettivamente Aliens: il nido sulla Terra (1998) e Aliens: Incubo (1998), e sono stati presentati in eBook il 19 gennaio 2016 dalla Titan Books, all’interno del primo Aliens Omnibus.

Questa edizione del 1995 risulta pubblicata da Millennium, una casa contrassegnata dal logo di una formica che non sono riuscito a capire se sia legata alla Bantam (che ha fatto uscire originariamente questi romanzi alieni) o se sia una specie di versione britannica del nostro Club degli Editori o Mondolibri, cioè una casa specializzata in ristampe provenienti da vari editori.

Grazie alla mia crescente collezione di libri alieni scopro che fino al maggio 1993 ad occuparsi di loro è la Spectra, collana della Bantam dedicata alla fantascienza, mentre subito dopo subentra la Millennium che continua l’opera evidentemente abbandonata dalla Bantam. Che io sappia quest’ultima casa ha edito solamente due romanzi, prima di mollare l’universo alieno: esattamente i due romanzi ristampati in questa raccolta. Impossibile non siano piaciuti ai lettori, visto che sono fra i migliori romanzi della saga possibili e immaginabili…

L.

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Eaglemoss: Tracker e Hound (2017)

Sul numero 351 (dicembre 2017) del mensile per fumettari “Previews” viene pubblicizzata la nuova uscita della collana The Alien and Predator Figurine Collection della Eaglemoss, un viaggio nell’universo degli alieni Fox con miniature dai vari film.

A maggio 2018 esce Tracker e Hound dal film Predators (2010).

L.

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[2006-06] Aliens / Predator: Panel to Panel

L’arrivo nei cinema del film del 2004 di Paul W.S. Anderson permette alla Dark Horse Comics di sparare a mitraglia ristampe a iosa dei propri due alieni preferiti, sia in solitaria che nei loro epici scontri.
Prima delle raccoltone Omnibus del 2007 dedicate a questi personaggi, subito dopo il film la casa produce dei romanzi inediti firmati da specialisti del genere: romanzi inediti in Italia che pian piano sto recensendo qui.

Illustrazione completa di Mark A. Nelson per Aliens: Book One (1988): la prima ad arrivare in Italia!

Il 14 giugno 2006 la DHC presenta un art book delizioso: Aliens / Predator: Panel to Panel con introduzione del grande Chris Warner, che presenta pagine scelte dai quasi vent’anni di saghe aliene.

La mitologica illustrazione di Dave Dorman
per il sesto numero della saga Aliens vs Predator (1990)

192 pagine di splendide illustrazioni utilizzate in tanti anni di copertine e in tavole prese dalle migliori saghe.

Illustrazione di Mike Mignola per il numero zero di Aliens vs Predator (1990)

Per un fortunato caso del destino ho seguito sin dalla nascita il fenomeno degli Aliens Comics, come ho più volte raccontato in questo blog, quindi sfogliare questo volume e riconoscere ogni singola illustrazione è stato un tuffo nei ricordi stupendo: ogni albo mi ha dato un qualche tipo di emozione, positiva o negativa che fosse, per cui è per me è come sfogliare un album di famiglia.

Illustrazione di John Bolton per Deadliest of the Species (1996)

Un’opera spettacolare che regala il meglio di quai vent’anni di mondo alieno.

L.

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Eaglemoss: Xenomorph King (2017)

Sul numero 351 (dicembre 2017) del mensile per fumettari “Previews” viene pubblicizzata la nuova uscita della collana The Alien and Predator Figurine Collection della Eaglemoss, un viaggio nell’universo degli alieni Fox con miniature dai vari film.

A febbraio 2018 esce lo Xenomorph King dal fumetto Aliens: Rogue (1993) di Ian Edginton e Will Simpson.

L.

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Alien Covenant: Ridley Scott, nello Spazio ti vorrei lanciare

Riporto la recensione di redbavon, dal suo blog Picture of You, inerente la profonda delusione che nasce dalla visione di Alien: Covenant (2017).
Qui trovate il post originale.
L.


Nel 1979 Ridley Scott con il primo Alien ha inaugurato un nuovo genere fantascientifico, lo “sci-fi horror“.  Prima di Alien, due registi avevano giocato con l’idea di avvicinare la fantascienza e l’horror: L’invasione degli ultracorpi (1955) diretto da Don Siegel e Terrore nello Spazio (1965) del nostro Mario Bava; il primo è più orientato verso l’orrore psicologico, il secondo utilizza come ambientazione lo Spazio. Nessuno però aveva pensato a mischiare entrambi i generi e Ridley Scott riuscì a farlo in una maniera rivoluzionaria, con un sotto-testo sessuale disturbante. A rendere convincente questo nuovo universo contribuì il design bio-meccanico di HR Giger, il suo immaginario contorto, fatto di metallo che entra nelle carni e un’estetica con continui rimandi sessuali. Lo xenomorfo uccide gli uomini entrando nei loro corpi con brutalità, trapassandoli con una coda a denti di sega o sfondandogli il cranio con una lingua fornita di mascelle e zanne; una morte così è tuttavia nulla in confronto a quegli uomini che decide di usare come placente, dopo che un “facehugger” li ha inseminati. Nell’ordalia di sangue e sventramenti di Alien l’unica sopravvissuta è una donna, Ellen Ripley. Non è casuale che tutti gli uomini dell’equipaggio muoiano. Una donna è destinata a portare nel proprio grembo la Regina. È una prescelta, non va trucidata e il suo corpo violato con una morte brutalizzante. Vi leggo un sotto-testo di rivincita per le donne, da sempre oggetto di violenze da parte degli uomini.

Nel 1979 Ridley Scott con il primo Alien terrorizza, disturba, sconvolge.

L’unica cosa sconvolgente di Alien Covenant è l’assenza totale di tutto ciò.

Assente il sotto-testo sovversivo, ma anche la più semplice sensazione di terrore, quella morsa attanagliante da cui si viene liberati solo dopo essere passati attraverso un principio di colpo apoplettico. Dopo la prima ora nel videogioco Alien Isolation ho capito che non potevo giocarlo a luci spente; nel più recente Resident Evil 7 almeno in tre occasioni sono saltato sul divano e ho invitato i programmatori giapponesi a raggiungere “li mortacci loro!”; se dovessi mai decidere di provare Resident Evil 7 con il visore VR, prima andrei dal mio medico curante e mi farei prescrivere l’Holter cardiaco.

Un film ad alto budget come Alien Covenant, diretto da un regista come Ridley Scott, sia a livello artistico sia a livello tecnico, ha un potenziale di immersività enormemente superiore a un videogioco, eppure è riuscito a interrompere la mia sospensione d’incredulità grazie a una serie di buchi di sceneggiatura, forzature, addirittura scene al limite del ridicolo, che il regista ha inanellato con una maestria pari all’insipienza.

Non continuate a leggere se avete intenzione di vedere il film perché da qui in avanti ci sono riferimenti espliciti alla trama.

Alien Convenant è un esempio di quanto si possa mancare clamorosamente l’horror sconfinando nel ridicolo, passando per lo scontato, sia nel senso italiano di “prevedibile” sia in quello inglese di “cheap” riferito alla sceneggiatura, alla caratterizzazione dei personaggi e ai dialoghi, il tutto condito da spruzzate di “splatter”.

Saltando le prime scene di un “flashback” su cui ritornerò in seguito, la missione della Covenant inizia sotto il segno della sfiga più nera: 1) una tempesta solare 2) una canzone di John Denver. Nello Spazio nessuno può sentirsi urlare, ma la sfiga ci vede sempre benissimo. Confusi? Lei, in fondo, con la mano alzata, si offre volontario, bene…venga avanti, come si chiama? Scott, Ridley Scott. Ragazzi, il Signor Scott ci spiegherà tutto….prima di iniziare, una curiosità  personale, ha un parente medico in Star Trek?

Due ore dopo. Signor Scott, ha le idee confuse, 8 per l’esposizione, 4 per la preparazione. La interrogo la prossima volta in Alienologia, ma torni più preparato.

La storia inizia con uno degli espedienti più “telefonati” della fantascienza ovvero l’intercettazione di un segnale, per lo più indecifrabile, proveniente da un punto imprecisato dello Spazio tra sistemi planetari a distanza di qualche parsec. Il messaggio intercettato è una famosissima canzone di John Denver, Take me home, Country Roads. Si cerca di alleggerire l’atmosfera dopo la perdita di numerose vite umane, tra cui il capitano della missione, a causa di un brillamento solare, (che viene chiamato ‘di neutrini’ perché fa più effetto “ultima frontiera”). È uno dei rari momenti in cui l’equipaggio si lascia andare a un momento di ilarità non involontaria: viene riconosciuta la canzone del ‘fottuto’ John Denver e nell’equipaggio subito si diffonde una nuova speranza, la voglia di arrivare a (una) casa e, sopratutto, nessuna voglia di andarsi a infilare nuovamente in quella trappola di sarcofago criogenico. Una sana sgambettata su un pianeta sconosciuto è quello che ci vuole.

Take me home, Country Roads è la canzone più famosa di John Denver. Le “country roads” descritte in questa canzone sono in West Virginia, ma il cantante e i suoi due amici, Bill e Taffy Danoff, che iniziarono a scriverla in un viaggio verso il Maryland, non sono mai stati in West Virginia (fonte: Songfacts). Sperduti nello Spazio, la nave-madre danneggiata, senza la guida esperta del defunto capitano, si decide di seguire i versi di una canzone di centocinquanta anni prima, il cui cantante divenne famoso per una serie di balle sulle strade di campagna del West Virginia. Le premesse di un disastro ci sono tutte.

Atterrati sul Pianeta 4, non senza qualche brivido a causa di una tempesta che infuria esattamente sul punto da cui proviene il segnale canterino, inizia l’esplorazione del nuovo mondo. Mentre il grosso della squadra prosegue alla ricerca del segnale, la biologa si ferma per le rilevazioni tossicologiche di rito e, per la sua sicurezza, le viene affidato in scorta un membro dell’improvvisata squadra di sicurezza. Quanto sia in buone mani la biologa, giudicate voi: il fesso (perché considerarlo “marine” sarebbe una mancanza di rispetto a Hicks, Vasquez e Apone) si allontana per espletare un bisogno fisiologico e fumarsi una sigaretta in santa pace; pesta inavvertitamente una pianta dai cui baccelli fuoriescono delle minuscole spore. E indovinate che cosa sono? Stai a vedere che l’origine dello xenomorfo è un messaggio ecologico di rivincita della Natura sull’Uomo?!? No, ti prego.

Attenzione: vietato calpestare le aiuole aliene

E poi mi chiedo: su un pianeta sconosciuto, te ne vai in giro così da solo a fare pipì?! Quando sono andato in Botswana (pianeta Terra, continente Africa) io – che non sono un membro della squadra di sicurezza su un pianeta sconosciuto – non mi azzardavo a vagare da solo, lontano dal gruppo, perché era evidente a un macaco quale fosse la mia posizione nella catena alimentare: appena una posizione sopra a un coleottero! Se questo è l’addestramento della squadra di sicurezza, i duemila coloni sono già belli che fottuti.

Le condizioni di salute del soldato si aggravano improvvisamente (ma va’!), l’esperta biologa capisce che è successo qualcosa di grave (si sa che nei viaggi in luoghi esotici, devi prendere l’enterogermina a fiaschi) e così ritornano di gran carriera alla navicella. Vengono accolti dalla pilota, già avvisata via radio e in balia del panico (e io a una così gli affido la guida di un velivolo che costa miliardi di dollari oltre alla vita di diverse persone?). Corrono in infermeria, la pilota non ci pensa due volte a chiuderli dentro. Procedura corretta di quarantena? No, panico assoluto. La scena che segue può impressionare solo chi non ha mai visto nemmeno un trailer della saga di Alien e quindi non è appassionato di fantascienza o fino a oggi deve avere vissuto su un altro pianeta, praticamente un alieno.

Parto cesareo alieno

Prevedibilmente l’uomo “partorisce”, con un cesareo senza anestesia, un piccolo sgorbio di xenomorfo albino. Ben tre novità in un solo evento: lo sgorbio alieno non sceglie di sfondare il torace, ma la schiena; non è più vermiforme, anzi ha quattro zampe affusolate e un corpo ben sviluppato; il tempo di gestazione è da Guinness dei Primati Galattici. In Alien Covenant, il breve lasso di tempo impiegato dalla coppia umana per giungere alla navicella è sufficiente alle spore di svilupparsi in uno xeno-poppante. In Alien, l’equipaggio della Nostromo ha avuto tutto il tempo di effettuare le riparazioni all’astronave e il povero Kane, dopo essersi risvegliato dallo stato comatoso indotto dal parassita alieno, si è alzato anche con una discreta fame: si è messo a tavola e poi si sa come è andata. Sono tempi moderni questi di Covenant: bisogna essere veloci, tutto succede velocemente, anche nascere per uno xenomorfo.

La pilota corre a munirsi di un’arma, irrompe nell’infermeria, dimentica della quarantena, nel momento in cui la biologa e lo sgorbio xenomorfo sono in un abbraccio mortale. Ci si aspetta un trionfo dello “splatter” e cioè che la pilota spari a bruciapelo riducendo a un ammasso di poltiglia sanguinolenta la collega e il piccolo alieno…e invece scivola come un’idiota su una pozza di sangue ed esplode un colpo nel tetto della navicella. Sempre più nel panico (e questa era una pilota astro-spaziale eh?) la stessa ritorna a recuperare un’altra arma inseguita dalla bestiola molesta: inizia a sparare come una forsennata all’interno della navicella…e un esperto pilota dovrebbe sapere che sparare lì dentro potrebbe creare qualche problema a causa della presenza di materiali tendenti a infiammarsi e perfino a esplodere. E così succede.

Esploratori spaziali allo sbaraglio

Il resto della brigata spaziale Brancaleone ha raggiunto l’origine dell’uccellinogalattico e si è imbattuta in un’enorme astronave precipitata (già nota a chi ha visto Prometheus): dopo una sommaria esplorazione e il rinvenimento di una piastrina con iscritto il nome di “Dr. E. Shaw”  (altro riferimento a Prometheus) decide di ritornare sui propri passi. Non sa ancora di essere rimasta senza passaggio di ritorno. Un altro membro della squadra di sicurezza ha pensato bene di ficcare il naso – letteralmente – in un’altra di queste piante con i baccelli. Tutti amanti dei fiori questi soldati. Chi ha fatto il test della leva militare, sa che cosa succedeva quando rispondevi alla domanda “ti piacciono i fiori?”.  Questi della Covenant sarebbero finiti tutti dallo psicologo. E allora cosa succede?

In assenza del capitano che guida il manipolo di Giovani Marmotte sbarcato sul pianeta, al comando della Covenant è il barbuto Tennessee, altro pilota “selezionato” (al CEPU?), il quale decide d’infilarsi nella tremenda tempesta ancora in corso sulla zona dello sbarco, infischiandosene dell’incolumità dei duemila coloni (che per inciso è l’oggetto prioritario della missione), ignorando gli avvertimenti di Mother (l’Intelligenza Artificiale dell’astronave) e di suoi due colleghi. Tre contro uno, ma alla fine, come accade in quasi tutte le riunioni, la minchiata prende il sopravvento. Così Tennessee la spunta. E quale è il motivo? Salvare la scolaresca indisciplinata in gita su un pianeta sconosciuto? No, salvare la propria compagna, cioè la pilota, che è pure trapassata da un pezzo. Roba da non credere. Una missione di colonizzazione affidata a una manica di incapaci, con seri problemi di gestione delle proprie emozioni e un’innata capacità di assecondare la Legge di Murphy.

Ma abbiamo solo scalfito la miseria di questo delirio di Ridley Scott, costato 97 milioni di dollari e che ha incassato oltre 240 milioni di dollari (quindi mettiamoci l’animo in pace, il terzo film è saldamente nelle mani dello stesso regista)

Alien è un trionfo del “bubu-settete”, del “non vedo, ma lo so che stai lì dietro”, lo xenomorfo è sfuggente, s’intravede appena, si confonde con le ombre e i fumi, si rivela solo alla fine del film: un’alchimia riuscitissima tra fotografia ed effetti sonori che rende percepibile la sua terribile presenza anche se gli occhi non la rilevano.

In Covenant, invece, non solo non esiste più questo gioco del nascondino al cardiopalma, ma l’alieno assume diverse forme, alcune delle quali le più brutte (in senso negativo) mai viste nella saga: prima un piccolo sgorbio albino dalle zampe affusolate, poi una sorta di coyote albino delle praterie e, ancora, una forma eretta antropomorfa senza occhi che somiglia ad alcune creature grottesche di un altro videogioco famoso, Silent Hill. Nessuna di queste forme incute terrore, sopraggiunge la rassegnazione: questo è l’alieno che passa il convento, cerchi allora la posizione seduta più comoda e rilassata possibile, incroci le gambe sul pouf o il tavolinetto davanti al divano, si fa strada un unico pensiero che via via nella tua mente monta in una rivendicazione urlata da un corteo di COBAS incazzati abbestia: “Aridatece l’alieno origgginale!”.

Lo xenomorfo nella sua consueta “mise” nero-traslucida finalmente appare grazie alla “collaborazione” del capitano di tutto questo colonial-baraccone dal carisma e autorevolezza davvero imbarazzanti. Anche la scena dell’”inseminazione” del capitano è di una prevedibilità disarmante. Una scena vista e rivista in decine, centinaia di film “horror”: in ogni casa maledetta statunitense c’è un sotto-scala poco illuminato, la vittima predestinata  è anche quella che l’evoluzione darwiniana non avrebbe risparmiato: scendere quelle scale è chiaramente poco salutare. Il personaggio decide di scendere le scale, comunque. Nel sotto-scala gli succede puntualmente qualcosa di brutto. Il capitano segue David, l’androide che li aveva precedentemente salvati da un attacco di xeno-coyote, apparso all’improvviso – con un tipico espediente del deus ex machina – in un “outfit” che mi ha fatto fare finalmente un salto sul divano: uno Jedi in Alien?!?

Ridley Scott ormai è passato al Lato Oscuro. Questo è un lavoro per Jedi!

Quando lo xenomorfo si mostra, più che una folata di terrore, porta con sé una sensazione liberatoria e, quasi, di sollievo. Ero sul punto di tifare per l’alieno: che spazzasse via questa massa di esploratori spaziali che la Flotta Stellare avrebbe bocciato al test “Kobayashi Maru” (cit. Star Trek II – L’ira di Khan) e i Klingon avrebbero dato in pasto ai loro cani-lucertola.

E veniamo al cast di attori.

I personaggi dei primi due Alien sono rimasti impressi nella memoria di ogni fan della saga: da Ellen Ripley al capitano Dallas, i due androidi Ash e Bishop, dall’inetto Burke ai valorosi marines Vasquez, Apone e Hudson, dalla piccola “Newt” al compianto Hicks, entrambi sciaguratamente sacrificati all’inizio del terzo film. Il giorno dopo avere visto Alien Covenant ricordo Michael Fassbender (che interpreta i due androidi ed è onnipresente) e Daniels, solo perché è protagonista nella scena finale e nei due scontri con lo xenomorfo; in ogni casi il ricordo non è per motivi esaltanti.

Il primo scontro tra Daniels e lo xenomorfo è una scena d’azione molto dinamica, caratterizzata da uno dei momenti migliori a livello audio. Peccato che sia una versione dei combattimenti volanti resi famosi da La Tigre e il Dragone e impallidisce al confronto con l’epico scontro di Ripley contro la Regina in Aliens – Scontro finale. Nulla da recriminare sul ritmo, ma a che qui Scott tradisce quella fantascienza nuova introdotta da Alien, fatta di persone ordinarie in un’astronave ordinaria alle prese con un’ordinaria lotta per arrivare a fine mese; si finisce in una fantascienza sborona che sta bene in Guardiani della Galassia e diventa una “marchetta” ruffiana verso il grande pubblico. Non solo i fan di Alien meritano più rispetto dopo quasi trent’anni di devozione, ma nei confronti di quel genere fantascientifico cui lo stesso Scott ha dato un contributo significativo.

Una volta sconfitto lo xenomorfo, infatti, la navicella pilotata da Tennessee giunta in soccorso dei sopravvissuti, sfiora per una manciata di metri il devastante impatto con il terreno, riprende la cabrata appena in tempo, mentre Daniels, appesa a un cavo per tutta la durata dell’aliena tenzone, tocca terra senza sfracellarsi, anzi percorrendo alcuni metri in corsa neanche fosse un funambolo del Cirque du Soleil munito di gambe bioniche in titanio. Se credete che stia esagerando, guardate nell’immagine seguente le dimensioni della navicella, pensate a quale sollecitazione un corpo umano appeso a una fune deve sostenere in un’accelerazione tipicamente misurabile in svariati G positivi, che – senza un’adeguata tuta anti-G – producono come minimo uno svenimento.

Guarda come dondolo

Il fatto che gli attori rimangano impressi nella memoria il tempo che un’impronta sulla battigia venga cancellata dall’onda è dovuto a una recitazione, che – a parte il sovraesposto Fassbender – non trasmette alcuna emozione, ma anche a una precisa scelta di sceneggiatura: la storia fagocita i personaggi prima ancora che lo spettatore riesca a capire chi siano, chi fossero, quale ruolo abbiano; i personaggi incontrano il loro triste destino prima ancora che lo spettatore abbia il modo e il tempo di stabilire un legame empatico. Alla fine delle due ore di film si rimane davanti ai titoli di coda ponendosi una domanda: “Chi è l’Eroe?”.

La base di ogni sceneggiatura prevede un “viaggio dell’Eroe”. In Alien Ellen Ripley è l’Eroe, in Alien Covenant la risposta non è immediata: l’Eroe esiste ed è tremendamente negativo; potrebbe anche rappresentare una scelta coraggiosa, ma quando in questo percorso l’Eroe spazza via, rendendo incoerente quanto finora creato e immaginato, un intero universo e due saghe cinematografiche, non si tratta di coraggio, ma di idee confuse nascoste dietro un marchio e nome famosi. L’unica scelta coraggiosa è affidare la propria “creatura” a qualcun altro, magari supervisionando.

A sinistra, David; a destra Weyland. Era meglio lasciarli a Villa Arzilla,
fanno un tè con i biscottini al burro che è una mano-santa per il colesterolo.

Il personaggio centrale di Alien Covenant è David, il primo degli androidi, creazione di Peter Weyland, un classico riccone in delirio di onnipotenza che ha la considerazione del resto dell’umanità alla stregua di una blatta. Avendo ormai tutto, il suo genio partorisce un “figlio”: un androide, il primo di tutti gli androidi. Nella prima scena del film si descrive questo “flashback”, in cui è chiaro che Ridley Scott è vittima della stessa sindrome mistica che ha colpito George Lucas quando nella sua seconda trilogia di Star Wars ha inserito misticismo, religione, madonne che partoriscono jedi che poi finiscono sul Lato Oscuro di Barabba, tutta colpa dei minchi-clorian o come diavolo si chiamano.

In questa scena, in uno sfoggio pomposo di citazioni di “cultura alta” tra quadri, poltrone, pianoforti e opere d’inestimabile valore artistico, alla vista della statua del celebre David di Michelangelo (è un arredo della sala del riccone), l’androide in un afflato di modestia e umiltà decide di chiamarsi “David”: si sente perfetto come lo è quell’opera d’arte di Michelangelo. Tale padre, tale figlio.

Weyland è ossessionato da una domanda:“Da dove veniamo?”. In Prometheusriceve una risposta, ma non fa in tempo ad andare in giro a sputtanare gli “Ingegneri”, una razza extra-terrestre umanoide, glabra e dalla carnagione marmorea.

Cari Ingegneri, purtroppo state sulle balle a Ridley Scott, un paio di film e vi ha spazzato via dall’Universo.
Vi sarebbe andata meglio in Star Trek e Star Wars, spiacente.

Consideriamo gli androidi apparsi nella saga: nel primo film, Ash interpretato da Ian Holm; nel secondo film il coraggioso Bishop interpretato da Lance Henriksen; in Pometheus David interpretato da Michael Fassbender. Interpretazioni che generano un legame empatico con gli androidi perché le loro reazioni e, sopratutto, contraddizioni sono sempre molto umane. In questi androidi si coglie un leit motiv della fantascienza, molto ben rappresentato dal manga e dall’anime The Ghost in the Shell, il fantasma nel guscio, la possibilità che possa svilupparsi uno spirito, un’anima in un involucro sintetico. Egoisticamente un anelito all’immortalità per gli esseri umani. Ciò che Weyland ha disperatamente ricercato con tutti i mezzi.

In Covenant ciò non accade. Sono presenti ben due androidi, ancora David cui si aggiunge Walter, entrambi interpretati sempre da Fassbender. Walter, soltanto verso la fine, svela un comportamento simile a Bishop, mentre David appare sempre molto distaccato, inappuntabile nell’eseguire le proprie attività, è una macchina perfetta. Al servizio dell’uomo?

E qui siamo alla schizofrenia.

David si rivela essere degno erede di quel gran “direttor. lup. mann. figl. di putt.” di Weyland. Le colpe dei padri ricadono sui figli. Gli androidi sono stati creati dall’uomo per servire, dagli un po’ di potere e chi era prima meschino si atteggia a gradasso.Molto umano, non è vero?

David dimostra di essere uno dei più bastardi di tutti i tempi: fa meglio di Erode, Attila e Hitler messi insieme, sterminando da solo un’intera razza extra-terrestre, gli Ingegneri, e tutta la vita sul pianeta. Con un profilo psicologico tra Mr. Hyde e Jack Lo Squartatore, in preda a una tipicamente umana megalomania, David decide di creare lui stesso la forma di vita perfetta, di diventare “Dio”. Ha usato la sua salvatrice (la dottoressa Elisabeth Shaw) per i suoi esperimenti di genetica e raccapricciante ibridazione. Ha sputtanato in un colpo solo: 1) l’universo che gli ha dato vita poiché finora gli xenomorfi erano trattati e immaginati da tutti come una razza extra-terrestre a sé stante 2) due saghe, Alien e Alien VS Predator.

Ma ciò che non perdono a Scott è che abbia buttato alle ortiche il tema più importante per lo spettatore poiché fertile per la sua immaginazione: il conflitto tra il cacciatore e la preda, che in Ellen Ripley giunge a essere così unicamente simbiotico.

Cosa riceviamo in cambio? Un altro personaggio appartenente alla schiera di mentalmente ed emotivamente disagiati, affetti da tendenze megalomani e distruttive, in un delirio mistico di onnipotenza. Come tanti altri nel cinema. E qualcuno pure nella Storia umana.

Scott, facci un piacere: teletrasportati nello Spazio, laddove nessun regista è mai giunto prima.

Energia, Signor Sulu!


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