[1997-05] Aliens: Border Lines

Cover di Arnold Pander

Brevissima storia apparsa sul compianto mensile “Dark Horse Presents” n. 121 (maggio 1997), Aliens: Border Lines di Darko Macan è un bianco e nero disegnato da Tommy Lee Edwards.

Siamo sul pianeta O’Bannon – tanto per andarci piano con il citazionismo – e Garcia con altri Colonial Marines fanno la ronda sul confine per difenderlo dagli alieni. In entrambi i sensi dell’espressione.

I soldati devono fermare l’avanzata inarrestabile di un oceano di profughi, quindi stavolta agli “alieni” xenomorfi si uniscono gli “alieni” immigrati, e credo che la storiellina sia una “moralità” per dimostrare quanto sia assurdo difendere un confine che separa due popoli. Finirà per forza male.

Non una storia memorabile, ma almeno in questo periodo la casa “gioca” con il marchio e tenta varie strade.

L.

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[1979-10] ALIEN su “Cinefantastique” (V9) 1 (prima parte)

Nell’autunno del 1979 (nel titolo ho specificato “ottobre” per mere questioni di ordinamento cronologico) la rivista statunitense “Cinefantastique” (volume 9 numero 1) esce con un numero speciale quasi interamente dedicato ad Alien, con interviste al cast tecnico del film.

Ecco la prima intervista al regista Ridley Scott, in cui scopriamo molti particolari che rimarranno ignoti nei decenni a venire: finito il 1979 il regista parlerà molto poco di Alien se non per dire vaghe banalità.


Making Alien 1:
Ridley Scott

di Mark Patrick Carducci e Glenn Lovell

da “Cinefantastique”
volume 9 numero 1 (inverno 1979)

Con soli due lungometraggi al proprio attivo, Ridley Scott, 39 anni, è stato salutato come maestro della stimolazione visiva. Prima di entrare nel mondo dei film (con I duellanti del 1976), il regista britannico ha gestito la Ridley Scott Associates, società di base londinese che ha sfornato qualcosa come tremila spot televisivi, molti dei quali vincitori di premi prestigiosi, e che ancora oggi «potrebbero colpirvi»: parola di Scott. Ora questo apprendistato decennale l’ha preparato alla lunga lavorazione di Alien, nelle sue parole «un chiodo che vi verrà piantato in testa». «Il film utilizza la definitiva scienza della manipolazione visiva, un insieme di elementi psicologici che ho imparato nel campo pubblicitario, specialmente nel montaggio di spot della durata di 30 o 45 secondi.»

Così come specialisti dell’horror del passato come Alfred Hitchcock e Jack Arnold, Scott è arrivato al cinema attraverso una formazione artistica. Mentre frequentava il Royal College of Art per la prima volta ha scoperto la propria naturale attitudine per quel medium. Il suo primo film, finanziato con 100 sterline, è stato un cortometraggio in 16 millimetri intitolato Boy on a Bicycle. Prefigurando la sua presenta fascinazione per gli incontri macabri, la storia verte su un ragazzo che incontra un matto. Il fratello minore di Scott interpreta il giovane e il padre di Scott interpreta lo straniero. Il British Film Institute è rimasto così impressionato che ha chiesto a Scott di ampliare il cortometraggio, e ben presto è arrivato Un lavoro come set designer alla BBC. Una versione di mezz’ora e in 16 millimetri di Paths of Glory gli è valso la regia di due episodi di una serie televisiva chiamata “Z-Cars”, seguita da un’altra chiamata “Informer”. Dopo tre anni nella produzione televisiva, Scott (con l’aiuto del fratello) ha messo su la propria azienda produttrice di spot commerciali.

Delle diverse centinaia di spot da lui personalmente supervisionati, Scott è orgoglioso di quelli per i jeans Levi’s, Hovis Bread e Strongbow Cider. Lo spot per la Hovis Bread è diventato un classico del genere, e l’offerta da parte della televisione francese di dirigere un dramma di un’ora l’ha portato a I duellanti, ed ora siamo ad una nuova fase della sua carriera. Con questo suo secondo film, Scott sa che non tornerà mai più al lavoro pubblicitario.

Scott è felicissimo di scoprire che Alien viene definito “un film di serie B da 10 milioni di dollari”. Lui l’ha voluto scioccante, un esperimento di puro terrore che deriva dalle innovazioni tecniche del 2001 di Kubrick e di Guerre stellari di George Lucas. A differenza di questi modelli, comunque, non c’è nulla di enigmatico o di benigno in Alien: è un grido prolungato con l’obiettivo di intimidire, manipolare e spaventare.


Intervista di Glenn Lovell

Come sei stato coinvolto nel progetto di Alien?

Quasi tre anni fa mi è stato mostrato il copione modificato di Dan O’Bannon. All’epoca ero fermo con il progetto Tristan and Iseult, un racconto arturiano su cavalieri e magia, quindi cercavo qualcosa da fare. Sono rimasto immediatamente attratto da Alien per le stesse ragioni per cui sono stato attratto dal racconto di Joseph Conrad, I duellanti [1908]. Era così semplice, lineare, assolutamente puro, un’idea senza fronzoli. Il copione era breve e molto specifico… e incredibilmente violento. Mi ci sono voluti meno di 45 minuti per leggerlo. Mi ha molto impressionato: avevo la sensazione che sarebbe stato un film ancora più veloce della lettura del copione.

Quel poco di fantascienza che avevo visto era moto simile. 2001 era stata la mia personale rivelazione ed iniziai a chiedermi cos’altro potesse farsi nello spazio. Poi vennero Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo, e capii l’incredibile qualità con cui era possibile fare questi film. Vidi qualcosa di nuovo in Alien. Ero attirato dalla teoria dell’influenza ultra-industriale, il controllo di massa conglomerato, la sindrome da Grande Fratello. Ma più di tutto mi attirava l’aspetto dell’ignota ed inesplicabile forza del male.

Eri consapevole delle somiglianze fra il copione di O’Bannon e “Il mostro dell’astronave” di Edward Cahn?

Qualcuno tirò fuori quel titolo ad un certo punto della produzione. Quello ed altri. Ma non ho mai visto il film che citi né l’ho mai sentito nominare. Quindi no, non ero a conoscenza di alcuna somiglianza.

Una volta accettato il copione, come hai proceduto?

Nei pochi film horror che ho visto, con l’eccezione di uno o forse due, le creature non sono fatte bene. Quando accetti un copione del genere, inizi a preoccuparti di cosa fare con “il tizio con un costume di gomma”. Così l’alieno divenne la nostra priorità. Dovevamo renderlo assolutamente repulsivo e spaventoso come non mai.

Mi sono passati davanti schizzi di blob, piovre e dinosauri: erano tutti orribili. Potevamo andare avanti per mesi, in quel modo, e proprio quando stavo per esplodere Shusett e O’Bannon mi hanno mostrato il Necronomicon di H.R. Giger, l’artista svizzero surrealista. Nella metà superiore di pagina 65 trovai il disegno di un demone con un volto oblungo e una testa a forma fallica: era la cosa più spaventosa che avessi mai visto. Capii immediatamente che quella era la nostra creatura. Quel dipinto del 1976 [Necronomicon IV] era la base per il mostro.

E su quale idea si basa la nave scassata protagonista?

La nave si è formata praticamente da sola. Se guardate ad alcuni dei miei primi spot pubblicitari vi renderete conto che ho sempre gestito cose strane, e la mia attenzione per i dettagli ha fatto infuriare un sacco di gente sul set. Ma alla fine credo che quei piccoli particolari facciano un’enorme differenza.

Come un uccello giocattolo…

Già, come gli oggetti personali dei personaggi che stridono se messi in un’astronave spaziale. Volevo inquadrare più spesso quell’uccello meccanico – per sottolineare un certo umorismo macabro, se vuoi – ma ho desistito perché sembrava troppo pretenzioso. Il gatto, Jones, era una trovata simile.

Puoi parlarci delle scene che hai tagliato in fase di montaggio?

Con i film horror ho sempre pensato che “meno” è meglio. Il nostro montaggio finale era troppo intenso, così abbiamo tagliato 11 minuti, compresa la scena in cui Ripley trova Dallas vivo e imbozzolato. Originariamente doveva esserci molto più terrore, giusto piccole cose, viste e non viste, magari solo udite all’inizio del film, così che il pubblico è preso sin dall’inizio. Non andava bene. Non c’era pausa nella tensione: se rimaneva come l’avevamo girato, il film avrebbe creato nausea nello spettatore. Così facemmo un passo indietro.

Sono un grande ammiratore di Non aprite quella porta [1974] di Tobe Hooper: quel film è inesorabile, da infarto. Ma Hooper ha strafatto, mentre io volevo dosare meglio i tempi, così da catturare meglio il pubblico.

E come con il film di Hooper, ripetute visioni di “Alien” provano che c’è molto più di suggerito che di mostrato.

La “nascita dal petto” [chest-birth] è di gran lunga la scena più truculenta. Gli scontri con gli alieni sono impostati come scontri normali. Invece quello finale l’ho immaginato come uno scontro fra gatti selvatici.

Hai abbassato i toni dell’aspetto sessuale?

Abbiamo girato una scena semi-romantica fra Sigourney Weaver e Tom Skerritt. L’antagonismo fra di loro mostrato all’inizio farebbe pensare (o almeno così spero) che poi i due finiranno per amarsi, ma non è lo scopo del film essere più precisi. Ripley suggerisce a Dallas che vorrebbe “rilassarsi” ma poi avremmo dovuto spiegare il sesso nello spazio. La scena non era necessaria, lo spettatore può assumere che su un’astronave ci sia una situazione da “tutti fanno sesso con tutti”. Una cosa è sicura, la melancolia è l’effetto finale dei viaggi spaziali. Ripley fa un modesto spogliarello nella navicella, ma quello lo intendiamo come un momento di vulnerabilità della donna.

In quasi tutti i film di mostri spaziali, da “La Cosa” a “Il mostro dell’astronave”, l’uomo cerca di comunicare con la forma di vita aliena, malgrado gli ovvi rischi per se stesso: è quasi un “obbligo” del genere. Consideri la tua una variante sul tradizionale incontro con il mostro?

No. Abbiamo coscientemente evitato quei luoghi comuni. Se ti fermi a parlare con il mostro, si smorza la tensione, così abbiamo evitato quell’aspetto. Se ricordi, l’equipaggio è troppo impegnato a sopravvivere per pensare di ragionare con la creatura. Credo sia chiaro sin da subito che il mostro non è nato per parlare ma per uccidere.

Hai cercato di “dire qualcosa” girando questo film?

Dopo ciò che è successo con I duellanti, non aiuterò cerco i critici a “leggere cose” nei miei film. I duellanti non era un “film artistico” ma è stato mostrato solamente nei “posti artistici”. Al massimo io l’avrei visto come un film di serie B sullo stesso piano di un titolo di Clint Eastwood. Lo stesso che con Alien: non c’è niente di intellettuale, qui, questo è il punto del film. Non assolutamente alcun messaggio. Lavora ad un livello viscerale e il suo unico punto di forza è il terrore, e poi ancora il terrore.

Cosa ti spaventa?

La claustrofobia. Non resisto al pensiero di ritrovarmi in uno spazio ristretto per lungo tempo. E pensando ai membri della Nostromo, peggio che affrontare l’alieno è per me il pensiero di essere rinchiuso in quella nave per più di un anno. Proprio per questo ho fatto così angusti i locali di quell’astronave. Volevo che Yaphet Kott, che è un omone, si sentisse a disagio e dovesse abbassarsi ogni volta che entrava in una stanza.

Farai presto un altro film di fantascienza?

Il mio prossimo film sicuramente non sarà di fantascienza [infatti farà Blade RunnerNota etrusca], ma qualcosa di completamente differente. Tornerò al progetto Tristan and Iseult, solo che probabilmente si intitolerà Knight. Di nuovo, l’idea sarà di rimanere lontani dalla trappola dell’affrontare temi familiari in modo convenzionale. I miei cavalieri saranno irriverenti, più simili a cowboy che ad eroi medievali. [Il progetto non andrà mai in porto. Nota etrusca]

Dopo di quello, probabilmente ritornerò alla fantascienza. Ho ancora un sacco di idee in questo campo che voglio portare sullo schermo. Ho cercato di infilarne diverse in Alien, sebbene sapessi che erano del tutto irrilevanti. Per esempio avrei voluto usare piccoli apparecchi per portare i messaggi fra i compartimenti della nave, li avremmo chiamati mice [topi]. Ho proposto molte idee ma sono state scartate perché erano troppo elaborate ed avrebbero alzato il budget più di quanto la Fox fosse disposta ad accettare. Le terrò per più avanti.

La cosa importante ora per me è continuare a lavorare. La trappola è non fare abbastanza film.


L.

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Anteprima di Tristan Jones (2019)

Lo scorso 21 marzo 2019 il bravissimo disegnatore Tristan Jones ha anticipato sul suo profilo twitter la tavola aliena a cui sta lavorando, probabilmente per l’inutile saga Resistance.

L.

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[2007-12] Aliens: Omnibus 2

Cover di David Norman

Il 2007 è stato l’anno in cui la Dark Horse Comics ha iniziato a raccogliere le sue grandi saghe in voluminosi Omnibus: l’12 dicembre ecco Aliens: Omnibus Volume 2, che trovate anche su Amazon a circa 15 euro.
Ecco il suo contenuto:

[1991-11] Aliens: Genocide
Sul pianeta d’origine degli alieni una mutazione genetica ha dato vita ad una seconda specie di xenomorfi – di colore rosso – e la guerra è inevitabile. Intanto sbarca una missione umana venuta a prelevare pappa reale aliena per sintetizzare lo XenoZip, droga potentissima che garantisce grandi guadagni: posto sbagliato, momento sbagliato…
Da questo fumetto David Bischoff ha tratto il romanzo Aliens: Genocide (1993).

[1992-02] Aliens: Alveare (Hive)
Buona storia resa malissimo da disegni inguardabili.
Un professore malato terminale e una splendida ladra uniscono le proprie forze per ottenere la sostanza più preziosa dell’universo: la pappa reale della Regina Aliena, fondamentale per la potente droga ZenoXip. Uno xenomorfo robotico sarà più che utile nell’impresa…
Da questo fumetto Robert Sheckley ha tratto il romanzo “Alien: dentro l’alveare” (Alien Harvest, 1995), primo ed unico romanzo alieno ad entrare nella storica collana “Urania” (Mondadori).

[1993-01] Aliens: Colonial Marines
Ciclo di dodici numeri con una storia del tutto illeggibile e confusionaria.
Non è chiaro quale fosse l’intento degli autori e perché in un universo di uscite formate da quattro numeri abbiano voluto tentare un formato così enorme e inadatto, ma rimane uno dei peggiori fumetti alieni, oltre che una grande occasione mancata.
Da ricordare per la presenza di Carmen Vasquez, sorella del mitico personaggio di Aliens (1986).


Ecco le rispettive copertine nell’edizione Omnibus:

L.

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[1997-01] Aliens: Headhunters

Cover di Duncan Fegredo

Brevissima storia apparsa sul compianto mensile “Dark Horse Presents” n. 117 (gennaio 1997), Aliens: Headhunters di Mike W. Barr è un essenziale bianco e nero disegnato da Gene Colan.

James e Carla sono una coppia di cacciatori di teste… nel vero senso della parola. Teste di xenomorfo, ovviamente. Parlano di taglia (bounty) quindi potremmo ipotizzare ci sia qualcuno che paghi per delle teste aliene, ma la cosa non è spiegata.
Entrano in un nido, sparano e rischiano la vita. Fine della storia.

Oh, se non vi andava di scrivere qualcosa, nessuno vi obbligava, eh?

L.

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[2007-07] Aliens: Omnibus 1

Cover di John Bolton

Il 2007 è stato l’anno in cui la Dark Horse Comics ha iniziato a raccogliere le sue grandi saghe in voluminosi Omnibus: l’11 luglio ecco Aliens: Omnibus Volume 1, che trovate anche su Amazon a circa 15 euro.
Ecco il suo contenuto:

[1988-07] Aliens: Book I (Outbreak)
Sequel geniale del film Aliens poi rinnegato dal terzo film.
Primo episodio della Trilogia di Mark Verheiden, purtroppo qui in edizione “censurata”.
Sono passati dieci anni dagli eventi del film Aliens, Newt è cresciuta e insieme all’amareggiato Hicks parte per il pianeta natale degli alieni, in cerca di risposte a domande pericolose.
Da questo fumetto Steve Perry ha tratto l’eccellente romanzo “Aliens: il nido sulla terra” (Aliens: Earth Hive, 1992).

[1989-08] Aliens: Book II (Nightmare Asylum)
Secondo episodio della Trilogia di Mark Verheiden.
Fuggendo dalla Terra ormai caduta sotto l’invasione degli xenomorfi, Newt ed Hicks si rifugiano nell’asteroide-laboratorio del rude militare Spears, che sta addestrando gli alieni per formare il suo esercito personale di creature invincibili. Sarà dura arginare la sua follia, ma alla fine… arriverà Ripley!
Da questo fumetto Steve Perry ha tratto l’eccellente romanzo “Aliens: incubo” (Aliens: Nightmare Asylum, 1993).

[1990-06] Aliens: Book III (Earth War)
Terzo ed ultimo (deludente) episodio della Trilogia di Mark Verheiden.
Finalmente Newt e Ripley si ritrovano, dopo più di dieci anni separate, e dopo qualche sbrigativa spiegazione sferrano l’attacco finale alla Regina Aliena. i cui “soldati” hanno invaso la Terra. Ma prima, Ripley dovrà raccontare cos’ha fatto nei dieci anni in cui è rimasta separata da Newt…
Da questo fumetto Steve e S.D. Perry (padre e figlia) hanno tratto il noioso romanzo “Female War” (1993).

[1988-11] Theory of Alien Propagation
Quattro mesi dopo l’inizio della prima saga aliena della Dark Horse Comics, Aliens: Book I (luglio 1988), gli stessi autori – Mark Verheiden ai testi e Mark A. Nelson ai disegni – raccontano le basi della biologia aliena presentandola sul numero 24 (novembre 1988) del mensile “Dark Horse Presents”.
La storia verrà “fusa” nell’edizione italiana in volume della saga di Verheiden, inserendola dopo il primo numero: in patria verrà “fusa” allo stesso modo solo dal 2016.

[1991-11] The Alien
Una volta finita la Trilogia di Mark Verheiden, la Dark Horse Comics sul numero 56 (novembre 1991) del mensile “Dark Horse Presents” lascia la parola al maestro John Arcudi, con i disegni di Tony Akins, per raccontarci l’incontro degli umani con il Pilota, in una relazione diplomatica molto “complicata”.
Il confronto tra il Pilota e il sintetico mi ricorda molto da vicino quello fra l’Ingegnere e David in Prometheus (2012): sarà voluto?


Ecco le rispettive copertine nell’edizione Omnibus:

L.

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[1991-11] The Alien

Una volta finita la Trilogia di Mark Verheiden, la Dark Horse Comics dà prova di quella integrità e vera continuity che è tutta roba ignota al cinema. Così sul numero 56 (novembre 1991) del mensile “Dark Horse Presents” lascia la parola al maestro John Arcudi, con i disegni di Tony Akins.

Dopo la “riconquista” della Terra da parte di Ripley – vista in Earth War (giugno 1990) – il Presidente degli Stati Uniti si appresta ad incontrare un alleato ingombrante degli umani nella guerra contro gli xenomorfi: il Pilota. (Va notato che la Dark Horse non usa l’espressione Space Jokey: essendo io cresciuto con i suoi fumetti, l’ho conosciuta solo in tempi recentissimi.)

I rapporti saranno parecchio tesi e la cosa finirà maluccio, ma in fondo per riprendere possesso della Terra… questo ed altro!
Il confronto tra il Pilota e il sintetico mi ricorda molto da vicino quello fra l’Ingegnere e David in Prometheus (2012): sarà voluto?

L.

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