La Storia di Alien 7. In cerca di regista


7.
In cerca di regista

Nel documentario Memory (2019) Diane, vedova O’Bannon, legge una lettera che suo marito ha scritto ad H.R. Giger nel luglio del 1977. Quando l’obiettivo inquadra la lettera scopriamo che è scritta su carta intestata della Brandywine: non è corrispondenza personale, si tratta di una comunicazione di lavoro.

«Caro Giger, questa settimana mi sono trasferito negli uffici della Brandywine Productions dove stiamo iniziando a prendere decisioni concettuali [design decisions] per il nostro film. I produttori (Gordon Carroll e David Giler) e il regista (Walter Hill) sono eccitati come me per la possibilità di apporre il tuo stile unico al nostro film.»

Vedremo in seguito come continua la lettera, perché ciò che va subito sottolineato è che abbiamo la data precisa in cui i rapporti sono ancora buoni: come diceva quel tizio che cadeva dal decimo piano, passando velocemente davanti ad ogni finestra, «fin qui tutto bene».

Lettera del 1° luglio 1977 di Dan O’Bannon ad H.R. Giger (da Memory, 2019)

Dalla lettera scopriamo che nel luglio del 1977 Walter Hill è ancora considerato il regista di Alien, ma di lì a poco – non è chiara la data precisa – abbandona il progetto. Nel documentario The Beast Within (2003) l’amico e collega David Giler afferma che la rinuncia è stata dettata perché «non era portato per gli effetti speciali», mentre non sembrano esistere dichiarazioni di Hill in merito. Questo ha dato vita a leggende, vive ancora oggi, come dimostra il conduttore televisivo Ben Mankiewicz che nel citato Memory (al quale non si capisce a che titolo partecipi) la spara più grossa di tutte, affermando che Hill avrebbe rinunciato al film perché non ha mai creduto nel progetto e perché doveva girare I guerrieri della palude silenziosa: «Non un brutto film… ma non è Alien.» Tralasciando il discutibile commento personale, va ricordato che “Daily Variety” ha annunciato l’inizio delle riprese del citato film il 24 ottobre 1980, quando Alien era da più di un anno in sala!

L’unico dato certo è che Walter Hill sta vivendo un momento di grande frenesia lavorativa e sta gettando le basi del proprio mito, che sono parecchio lontane dal genere fantascientifico. Dopo l’esordio alla regia de L’eroe della strada (1975) deve curare la sua seconda opera e la pressione non è certo poca. Già dall’aprile di questo 1977 “Daily Variety” comincia a rendere conto della lavorazione del film Driver, l’imprendibile (1978), e mentre si prepara a dirigerlo Hill intanto ha l’amico aspirante regista Roger Spottiswoode che preme perché si concretizzi un progetto a cui stanno lavorando: il produttore Larry Gordon, amico di Hill dal ’73, ha avuto l’idea di un film in cui un poliziotto bianco tira fuori dal carcere un criminale nero per affrontare un terrorista. Hill ha già in mente il cast perfetto: il duro poliziotto bianco Clint Eastwood e il chiacchierone nero Richard Pryor. Ci vorrà ancora molto perché 48 ore riesca a vedere la luce, con ovviamente altri attori, ma il lavoro di pre-produzione è tanto, come per esempio convincere Clint che non ha il fisico giusto per fare il carcerato, come lui si impunta a dire: Fuga da Alcatraz (1979) dimostra che aveva ragione Clint.

Walter Hill fra il 1977 e il 1978 lavorerà in contemporanea a gran parte dei film che scriveranno il suo mito negli anni a venire: non mi sento di biasimarlo per aver rinunciato all’unico che probabilmente non si sentiva in grado di affrontare come regista, essendo un genere che non gli apparteneva.


Quando il gatto non c’è…

Stando alle dichiarazioni di Dan O’Bannon nel citato The Beast Within, dopo l’uscita di scena di Hill il produttore Gordon Carroll contatta Robert Aldrich, storico e prolifico regista che ha legato il proprio nome a capolavori come Che fine ha fatto Baby Jane? (1962), Quella sporca dozzina (1967) e Quella sporca ultima meta (1974): stando sempre alle dichiarazioni di O’Bannon, Gordon ritira l’offerta non appena capisce che Aldrich vuole affrontare Alien come fosse una produzione di serie B. Purtroppo non abbiamo contro-prove, ma di sicuro qualche mese dopo (novembre 1977) libero da impegni Aldrich accetta dalla Warner Bros un progetto che dopo lungo lavoro sta per concretizzarsi, e sarà in pratica il suo ultimo film di successo: Scusi, dov’è il West? (1979), con un giovane Harrison Ford.

Nello stesso documentario David Giler afferma che la Fox voleva alla regia Peter Yates, ma sappiamo che dall’inizio di quel 1977 il regista è coinvolto nel progetto Columbia Pictures per il film Abissi (1977), comprato a peso d’oro dal romanziere più caldo del momento, Peter “Lo Squalo” Benchley. Secondo Giler, Yates ha rifiutato la regia di Alien, comunque l’anno successivo lavora lo stesso con la Fox per il film che diventerà Uno scomodo testimone (1981): il secondo ruolo da protagonista per Sigourney Weaver.

Poi Giler afferma di aver parlato con Jack Clayton, celebre regista de Il grande Gatsby (1974) e che dal 1971 sta cercando di concretizzare il progetto che sarà Qualcosa di sinistro sta per accadere (1983), ma a quanto pare anche lui ha rifiutato Alien. Si riuscirà a trovare un regista? Nell’attesa di scoprirlo… c’è chi non è minimamente preoccupato dalla situazione.

Tornando alla lettera citata all’inizio, da quella corrispondenza del luglio 1977 scopriamo una situazione chiara anche se non menzionata con precisione. Dan O’Bannon spiega all’artista svizzero Giger che lo vuole assolutamente a bordo dell’operazione Alien, ma forti entrambi dell’esperienza di Dune stavolta non si lavora “a gratis”. Il programma in più punti stilato da Dan prevede che una volta che Giger abbia letto le descrizioni di ciò che la produzione vuole, faccia sapere quanto sarà il costo per dei dipinti: se «accettiamo» (plurale che fa pensare ad un giudizio congiunto di Brandywine ed O’Bannon), l’artista riceverà un assegno di mille dollari come anticipo su futuri pagamenti. Dopo aver letto questa parte della lettera, la vedova O’Bannon specifica che la Brandywine non ha voluto inviare quei mille dollari, così ha dovuto sborsarli suo marito di tasca propria: ecco perché sui dipinti di Giger c’è scritto “O’Bannon’s Alien”.

Dipinto di Giger per “O’Bannon’s Alien”, scritta che indicherebbe il pagamento di tasca propria di Dan

Il problema di fondo è che O’Bannon sta prendendosi libertà che non gli competono, quindi non stupisce che la produzione si rifiuti di pagare per iniziative che non ha preso.

Dan O’Bannon e Chris Foss nel 1977 – da Memory (2019)

«Dovendo fare un film di fantascienza, mi ispirai a Dune», afferma O’Bannon in The Beast Within (2003): iniziare il lavoro più importante della propria carriera ispirandosi ad un totale fallimento non mi sembra una buona idea, ma il nostro Dan non sembra trovarci nulla di strano. «Era bello avere dei grandi artisti radunati in una stanza che lavoravano insieme: con Alien andò proprio così, con me al posto di Jodorowsky.» Mi sembra chiaro che la visione di O’Bannon di quale fosse il suo ruolo stia andando alla deriva: non solo perché non è Jodorowsky – non è un autore di fama internazionale e soprattutto non ha un innato “magnetismo” che riesce a convincere tutti anche di ciò che è impossibile – ma anche perché sta lavorando per una major e il sistema prevede che ognuno stia al suo posto a svolgere la propria mansione. La mansione di Dan è quella del vecchietto che guarda i lavori stradali: sta lì a dare consigli a chi non glieli ha chiesti. Lui invece pensa di essere il capo dell’operazione multimilionaria di una delle più grandi case cinematografiche del mondo, e si comporta di conseguenza. Ecco come Ron Cobb ricorda il periodo, parlando nello stesso documentario:

«[O’Bannon] aveva una lista di persone che voleva lavorassero al film. Comprendeva me, Giger e Chris Foss, un illustratore inglese di fantascienza. Aveva sempre desiderato vederci lavorare tutti e tre a questo film, e alla fine ci riuscì. Ancora prima di trovare il regista, avevano dato a me e Chris un piccolo reparto artistico sopra un vecchio set insonorizzato della Fox, dove disegnavamo e accoglievamo i registi che venivano a vedere i disegni per capire chi avrebbe fatto cosa, quando e dove.»

Dan O’Bannon e Ron Cobb nel 1977 – da Memory (2019)

Quindi la situazione nell’estate del 1977 è che non c’è una sceneggiatura definitiva e non c’è un regista, ma O’Bannon e i suoi “guerrieri spirituali” si sono impiantati alla Fox a fare progetti che non compete loro gestire. Com’è possibile che una grande major permetta un comportamento del genere? La risposta è semplice: nel maggio di questo 1977 è uscito nella sale americane Guerre stellari, e la galassia è esplosa.

Difficile quantificare il reale successo della pellicola a soli due o tre mesi dalla uscita nelle sale, ma è più che evidente che il genere fantastico – da sempre appannaggio della serie Z e ridicolizzato da ogni critico – è la nuova carta su cui puntare: la prova è che la Columbia Pictures sta per uscire con Incontri ravvicinati del terzo tipo (dicembre 1977) di Steven Spielberg, film che “rischia” di essere epocale. (Due mesi dopo Spielberg firma con la Universal Pictures per un progetto che anni dopo diventerà E.T. L’extraterrestre.) Dino De Laurentiis dal 1976 sta lavorando a Flash Gordon (1980) e da questo 1977 si sparge la notizia che vuole portare su schermo Conan il barbaro (1982), mentre sembra inarrestabile la Warner Bros, che a dicembre 1977 presenta Capricorn One solo come “antipasto”: sta completando la lavorazione del film d’animazione Il signore degli anelli (1978) e sta arrivando a conclusione il progetto di Superman (1978).

All’improvviso i fan della fantascienza non devono più nascondersi nell’ombra, i romanzi e i fumetti fantastici non sono più “roba da ragazzini”, il fantasy non è più “roba di genere”: il fantastico sta per esplodere in ogni angolo della galassia, con un’unica particolarità. È sempre “buono”. La Fox è l’unica che abbia in cantiere un copione che preveda una storia fantastica che faccia gridare gli spettatori e rivoltare gli stomaci. Il ferro va battuto finché è caldo: è tempo di trovare un regista, e alla svelta.


E alla fine arriva Ridley

Stando alle sue dichiarazioni nel citato The Beast Within, David Giler si ricorda che al Festival di Cannes (maggio 1977) ha visto un film che l’ha colpito, e non a caso ha vinto il Premio della Giuria per un’opera inedita. A quell’edizione del celebre festival cinematografico, la cui giuria era presieduta dal nostro Roberto Rossellini, c’era solo l’imbarazzo della scelta – da Robert Altman a Wim Wenders, da Carlos Saura a Theo Angelopoulos – ma l’attenzione di Giler ricade sul giovane regista esordiente nato nel nord dell’Inghilterra, davanti al gelido Mare del Nord: Ridley Scott.

Giler dunque vede I duellanti (1977), l’esordio al lungometraggio di Scott, e ne parla subito con Sandy Lieberson, a capo della divisione europea della Fox almeno fino al 1980, e la cosa è confermata da Scott stesso nel 1979, parlando a Mark Patrick Carducci per la rivista “Cinefantastique”:

«L’ho letto subito [il copione di Alien] perché proveniva da Sandy Lieberson. Ci sono persone che quando ti mandano del materiale sai già che sarà buono, così Alien è passato avanti a pile di copioni che stavo leggendo. L’ho letto molto velocemente e sono tornato da Sandy con l’opinione che fosse eccezionale, ma in quel momento non potevo girarlo perché ero impegnato in un altro progetto. Poi qualcosa andò storto e due mesi dopo lo chiamai per chiedergli se Alien fosse ancora disponibile. Disse di sì e due giorni dopo ero a Los Angeles.»

Il tempo è un grande scultore, per citare Marguerite Yourcenar, così nel 2003 per The Beast Within il racconto di Scott è leggermente cambiato:

«Lessi la sceneggiatura e dopo 26 ore ero già a Hollywood.»

Il tempo è relativo, per citare Einstein, così i due mesi del 1979 diventano ventisei ore nel 2003, e come ogni grande venditore insegna la cifra è “troppo precisa per essere falsa”. Se avesse detto 20 o 24 ore avremmo pensato ad un’esagerazione, ad una vaga indicazione: 26 è un numero così preciso che è impossibile dubitarne…

Tralasciando la “mitologia” che nel frattempo Scott ha creato intorno ad Alien, cosa mai lo ha spinto nel 1977, appena esordiente, a rifiutare la proposta di un progetto multimilionario da parte di una delle più grandi major del cinema?


Il fantasma di Tristano

Facciamo un passo indietro. Ridley Scott si è fatto un nome nell’ambito pubblicitario ma all’epoca questo non fa curriculum: ogni volta che preme per girare un film, i produttori britannici non si fidano perché non ha esperienza in quel campo. Stando alla ricostruzione della rivista “Millimeter” (maggio 1978), per dimostrare il proprio valore da regista Scott dirige un film televisivo francese tratto da Henry James (che non ho saputo identificare), e piace così tanto ai francesi che alcuni produttori gli offrono 250 mila dollari per un altro progetto. Per rispettare un budget così basso, Scott e il suo sceneggiatore Gerald Vaughan-Hughes cominciano a scartabellare le storie di pubblico dominio, fino ad arrivare al racconto The Duel: A Military Tale (1908) di Joseph Conrad. La rivista “Literature/Film Quarterly” del 1980 racconta che la sceneggiatura di Vaughan-Hughes era così bella che Scott convinse i produttori a trasformare il film televisivo in un prodotto cinematografico: la proposta viene accettata ma solo se Scott riuscirà a convincere la Enigma Productions di David Putnam a partecipare, così da integrare il budget ora per forza di cose più impegnativo. “Variety” dell’8 febbraio 1978 riporta che Putnam a sua volta ha incontrato David Picker della Paramount durante il Festival di Cannes 1976, ottenendo da lui un investimento di 1,5 milioni di dollari nel progetto: malgrado per una major sia una cifra molto bassa – segno che l’interesse già all’epoca non era altissimo – lo stesso “Millimeter” afferma che la Paramount chiese in risarcimento a Scott alcune spese di pre-produzione che considerava esagerate. (Questo è giusto un sunto della ricostruzione operata dal Catalogo AFI, American Film Institute.)

Harvey Keitel e Keith Carradine ne I duellanti (1977)

Con I duellanti premiato a Cannes nel maggio 1977 e nell’agosto successivo grande successo a Parigi (stando alla rivista “Hollywood Reporter” del 20 gennaio 1978), Scott è pronto a conquistare l’America, grazie al fatto che il coinvolgimento della Paramount garantirà un’ottima distribuzione. Cosa che invece non avviene. Il saggio Blockbuster (2004) di Tom Shone riporta che il film fu proiettato solo in un cinema di Los Angeles, il Fine Arts su Wilshire Boulevard, mentre all’Egyptian Theater su Hollywood Boulevard Guerre Stellari incassa tutto l’incassabile. Come Scott racconterà anche nell’audio-commento del film in questione, la Paramount distribuì solamente sette copie del film negli Stati Uniti, un numero ridicolo in un Paese in piena mania isterica da Star Wars. Non va poi dimenticato che la major nello stesso dicembre in cui dovrebbe lanciare I duellanti fa uscire La febbre del sabato sera con John Travolta, successo che merita ogni sforzo di distribuzione.

«Credo che la Paramount non sapesse come gestirlo [I duellanti]. Ha vinto un buon premio a Cannes e avrebbero potuto distribuirlo rapidamente, usando quella vittoria per generare interesse. Invece sembra abbiano preferito considerarlo – esito ad usare quella parola – “arte”. È così che l’industria cinematografica chiama un film che non guadagnerà molto. Così lo lasciarono in magazzino per otto mesi prima di distribuirlo in America. Insomma, il film è costato solo un milione e mezzo di dollari, ne avrebbero sicuramente recuperati cinque o sei, il che avrebbe rappresentato un buon profitto. Sono un po’ seccato da questo, e non ho mai visto alcun profitto da quel film: uno si aspetterebbe di guadagnare almeno qualcosa, da un progetto a cui ha dedicato un anno di vita.»

Quello del 1977 è un dicembre crudele, per Ridley Scott – la cui amarezza si può avvertire da questa sua dichiarazione a “Fantastic Films” nell’ottobre 1979 – perché non solo il suo successo svanisce nel nulla ma perde speranza di ricevere investimenti per un grande film che sta preparando.

«Avevo un contratto con la Paramount per fare altri due film. Mi chiesero cos’avrei fatto dopo, e dissi loro che volevo fare una versione filmica della leggenda celtica di Tristano e Isotta

Tristano e Gorvinal cavalcano attraverso un deserto (bozzetto di Ridley Scott)

Al giornalista James Delson della citata rivista il nostro Scott concede una lunga intervista e mostra la grande quantità di bozzetti che ha disegnato, relativi a quello che ancora non sa essere un sogno irrealizzabile: il film che avrebbe voluto fare al posto di Alien, e che lo spinse a rifiutare inizialmente la proposta della Fox.

«[I produttori della Paramount] si sono dimostrati subito interessati e mi hanno dato sui 150 mila dollari per sviluppare il progetto – scriverlo, fare ricerca e così via. Mentre lo sceneggiatore stava preparando il copione, finalmente riuscii a sedermi per la prima volta in cinque anni e iniziai di nuovo a fare l’art director, buttando giù schizzi di come pensavo il film dovesse apparire. […] Volevo fare Tristano e Isotta come un fantasy, con elementi di Guerre Stellari, Conan, Moebius e tecnologia moderna fusa con le leggende celtiche. C’erano quattro influenze principali: il romanzo Dune di Frank Herbert, i fantastici fumetti di “Arzach” di Moebius, che davvero è Dune, credo che anche lui lo ammetta, il film Lawrence d’Arabia di David Lean e Guerre Stellari di George Lucas. Ho pensato che Tristano e Isotta potesse essere grandioso se avessi potuto usare questi quattro elementi insieme.»

Un prete Nitsilic e una creatura fra le rocce volanti (bozzetto di Ridley Scott)

Sarebbe facile pensare che tutte queste ispirazioni guarda caso sono le stesse di Alien, e che quindi Scott era già portato a certe atmosfere, limitandosi semplicemente ad utilizzarle per il film Fox invece che per quello Paramount, ma credo la cosa sia un po’ più complicata. E un indizio importante arriva di nuovo da Memory (2019), documentario che fra il materiale inedito presenta una brevissima intervista a Scott sul set di Alien, dove il regista inizia a propinare un discorso che ripeterà per i quarant’anni successivi: ha voluto che l’alieno fosse curato da Giger perché adorava il lavoro dello svizzero, visto nel volume Necronomicon. Una frase ripetuta fino alla nausea, ma quella volta… Scott non sa pronunciare il nome. «Necro…» si ferma e guarda qualcuno fuori dall’obiettivo, che gli suggerisce e così può ripartire. «…nomicon», con la faccia di chi pensa “Ma che roba è?”.

Nel documentario The Beast Within il produttore Ivor Powell ha poco spazio ma molto denso, in quanto afferma di aver fatto conoscere lui a Scott i fumetti di “Métal Hurlant” (o la versione americana “Heavy Metal”) sempre citati come fonte di idee visive con i loro disegni (fra gli altri) di Moebius, e di avergli fatto conoscere tutte le ispirazioni “classiche” di Alien. Non sta rivendicando nulla, Powell da quasi vent’anni lavora dietro i riflettori, spesso per la BBC, ed oltre ad essere stato co-produttore de I duellanti si considera il miglior amico e confidente di Scott… eppure il regista non lo cita mai: tutte le fonti che Powell dice di aver fatto conoscere a Scott durante la lavorazione, il regista affermerà sempre che le conosceva prima. Così come il Necronomicon, che Scott non avrebbe mai conosciuto senza l’intercessione di O’Bannon, che invece Giger lo conosceva eccome. Un paio d’anni dopo Powell andrà da Scott e gli dirà che ha letto un romanzo di Alan E. Nourse che sembra avere un nome perfetto per il film che lui sta girando: Blade Runner. Ma questa è un’altra storia…

Torre d’osservazioni contro gli invasori del mare (bozzetto di Ridley Scott)

Come si conclude la vicenda di Tristano e Isotta? Come ogni altro racconto di Scott, è pura mitologia. A “Fantastic Films” nell’ottobre 1979 racconta semplicemente che era stufo di disegnare e progettare e voleva dirigere qualcosa, così ha alzato il telefono e ha chiesto a Sandy Lieberson della Fox se avesse qualche film sottomano, ricevendo il copione di Alien; il mese prima, però, a “Starlog” (settembre 1979) racconta qualcosa di ben diverso:

«Arrivati a Natale [1977] ho avuto un serio problema con il progetto di Tristano: lo sceneggiatore mollò. Pensai: devo fare qualcosa, devo fare un film. Così chiamai la Fox e chiesi che fine avesse fatto il copione di Alien. Mi dissero che era ancora lì e io risposi che mi sarebbe piaciuto farlo: due settimane dopo ero a Los Angeles.»

Dunque nel settembre 1979 Scott afferma di aver ripreso in considerazione un progetto che aveva precedentemente accantonato, il mese dopo afferma di averlo invece accettato sin dall’inizio. L’unica data che sembra confermata dai suoi vari racconti mitologici è quella del gennaio o al massimo febbraio 1978: a questo punto, Ridley Scott è salito ufficialmente a bordo di Alien.

Bozzetti per Tristano e Isotta (a sinistra) con idee passate poi ai bozzetti di Alien (a destra)

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Mark Patrick Carducci e Glenn Lovell, Making Alien: Ridley Scott, da “Cinefantastique” volume 9 numero 1 (autunno 1979)
  • Mike Childs e Alan Jones, Ivor Powell: associate producer, da “Cinefantastique” volume 9 numero 1 (autunno 1979)
  • James Delson, ALIEN from the inside out: Ridley Scott, da “Fantastic Films” numero 11 (ottobre 1979)
  • Phil Edwards e Alan McKenzie, Blade Runner Chronicles: Ivor Powell, da “Starburst Magazine” numero 50 (ottobre 1982)
  • “Hollywood Reporter”, 20 gennaio 1978, p. 2, 28.
  • David Houston, Ridley Scott, da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)
  • “Literature/Film Quarterly”, 1980, Vol. III, n. 2, pp. 125-132
  • “Millimeter”, maggio 1978, pagine 142-147
  • Tom Shone, Blockbuster: How Hollywood learned to stop worrying and love the summer (2004)
  • “Variety”, 8 febbraio 1978

L.

– Ultimi post simili:

10 pensieri su “La Storia di Alien 7. In cerca di regista

      • Come capisco Scott quando non si ricorda tempistiche e dati, ho fatto dei lavori e anche delle interviste che nella mia testa sono collocate in periodi moooolto diversi dal vero. Per fortuna mi scrivo tutto, incluso le date, ma se mi chiedessero una data o tempistiche di qualcosa avvenuto più di sei mesi fa in un’intervista orale, le sparerei forse anche più grosse di Scott and friends

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      • Per carità, io sono l’ultimo che può parlare di ricordi, ma qui non parliamo di memoria: parliamo di opportunismo. Nel 1979 l’ego di Scott era ancora all’interno dell’atmosfera terrestre, quindi poteva tranquillamente dire che aveva rifiutato Alien e poi, fallito il progetto Tristan, di esserci tornato. Con il tempo, il suo ha superato il sistema solare e quindi non poteva più dire di aver commesso l’errore di rifiutare uno dei rarissimi suoi film di successo, e così i ricordi guarda caso si sono modificati.
        Così come per quarant’anni ha detto di essere grande lettore di “Heavy Metal”, di amare il “Necronomicon” di Giger e di aver fatto Alien con “Non aprite quella porta” in mente: tutti prodotti che gli sono stati fatti conoscere al momento da amici e collaboratori, che lui ovviamente NON cita…
        Non è memoria, è paraculaggine 😀

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  1. “All’improvviso i fan della fantascienza non devono più nascondersi nell’ombra, i romanzi e i fumetti fantastici non sono più “roba da ragazzini”, il fantasy non è più “roba di genere”: il fantastico sta per esplodere in ogni angolo della galassia, con un’unica particolarità.”

    Come ora i film di supereroi et similia!

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    • I supereroi sono al cinema dagli anni ’40 ma erano roba per bambini, “Superman” del 1978 li ha sdoganati per gli adulti e da allora, fra alterne vicende, sono sempre lì, ogni decennio cola supereroi come sudore d’estate, semplicemente vengono dimenticati e ogni anno qualcuno dice “finalmente i supereroi sono sdoganati”, ma sono sempre lì, a secchiate. Sono come il 3D: è roba di metà Novecento ma ogni volta pare l’abbiano appena inventata 😀
      Anche la fantascienza è lì dalla nascita del cinema, ma raramente ha conosciuto la qualità tecnica – e i super-budget – degli anni Settanta, quando invece di sfornare film da drive in si è cominciato a puntare sul grande pubblico di sala. Successi enormi come “Forbidden Planet” c’erano già stati, non c’era niente di nuovo dal punto di vista delle trame, ma lo stile era profondamente cambiato: era da “film vero”, non da prodotto di genere.
      E soprattutto, da roba per ragazzi il cinema fantastico è stato trattato come roba da adulti. Oggi invece gli adulti vogliono omini in tutine aderenti che si muovono al computer e che fanno battutine da asilo nido: sono altri tempi…

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