Alien 3 (1992-2022) – 4. Pianeta-monastero


L’uomo della Fox

Mentre Walter Hill e David Giler proseguono con le proprie carriere e dedicano ben poco tempo al progetto Alien 3, perdendosi per strada registi e sceneggiatori, intanto il 12 luglio 1989 (data fornitaci da “Variety International Film Guide 1990”) sulla poltrona da direttore della Fox Film Corp. si siede Joe Roth, a cui spetterà l’ingrato compito di gestire fra le altre cose anche il terzo film alieno.

Roth è un produttore sin dagli anni Settanta, a volte ha fatto il regista – da citare il suo delizioso Coupe de Ville (1990) con il giovane Patrick Dempsey – e nel 1988 ha fondato la fortunata casa Morgan Creek: esordire con una tripletta da sogno come Young Guns (1988), Inseparabili (1988) e Major League (1989) fa capire come Roth produttore sia uno che ha occhio per i film che funzionano, nei vari generi di riferimento. E infatti non fa in tempo a posare le proprie terga sulla poltrona della Fox che dice a gran voce: «Un terzo film di Alien senza Ripley? C’avete il sangue acido in testa?». Non sono proprio queste le parole utilizzate, ma il concetto è quello.

Mentre iniziano le trattative per capire quante palate di dollaroni fruscianti vuole Sigourney Weaver per tornare sulla Sulaco («Torni a bordo, cazzo!» cit.), intanto ci sarebbe un piccolo problemino da risolvere: il progetto Alien 3 non ha ancora un regista. Ah, e non ha ancora uno sceneggiatore. «Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere», diceva Totò in Fermo con le mani (1937).


Il “navigatore” neozelandese

Presentato al celebre Toronto Film Festival nel settembre 1988 e uscito nelle sale americane nel marzo di quel 1989, proprio mentre la Fox cambia i propri vertici intanto Hill e Giler devono aver avuto un’ottima impressione da Navigator. Un’odissea nel tempo, un piccolo film neozelandese scritto e diretto dal trentenne Vincent Ward: tanto la situazione non può andare peggio di così, perché non chiedere a lui di guidare il progetto Alien 3?

Non sappiamo quando precisamente Ward sia stato chiamato, ma visto che il suo progetto corrisponde esattamente al volere del nuovo direttore Fox, attivo dal luglio 1989, e visto che il giornalista Sheldon Teitelbaum scrive su “Cinefantastique” (giugno 1992) che la sceneggiatura di Ward è pronta nei primi mesi del 1990, direi che siamo nella seconda metà del 1989, quando Ward propone la storia migliore fra quelle abortite di Alien 3, e che in realtà abbiamo quasi visto al cinema.

Per farsi dare una mano, Ward appena nominato regista chiama John Fasano per aiutarlo a trasformare velocemente in sceneggiatura le proprie idee. Guarda a volte la coincidenza, Fasano – prematuramente scomparso nel 2014 appena cinquantenne – nel 1990 co-sceneggia Ancora 48 ore: come abbiamo visto, Walter Hill è uno che se lavori bene ti richiama sempre. Comunque Fasano ha anche macchie nere nel proprio curriculum, come per esempio l’aver scritto Universal Soldier. Il ritorno (1999), ma nessuno è perfetto.

Mentre David Twohy sta ultimando la propria sceneggiatura con il pianeta-prigione – ignaro che sia stato assunto un nuovo regista e un nuovo sceneggiatore – Ward fa scrivere a Fasano una storia completamente diversa ma con uno spirito simile: un pianeta-monastero. Purtroppo non abbiamo dichiarazioni in merito, ma è curioso come tutti i soggetti di Alien 3 prevedano un intero pianeta artificiale.


Il pianeta-monastero

Prendete Clemens, il dottore tormentato con il volto del grande Charles Dance visto in Alien 3, mentre si aggira solo per l’oscura spiaggia del pianeta-prigione dove sta scontando la sua vita. Ora, invece di Clemens chiamatelo John, invece di un medico di prigione pensatelo come a un medico conventuale, agli ordini dello sgradevole abate che nel film diventa Andrews (Brian Glover), e quella passeggiata immaginatela un modo per una carrellata in alto che riveli come invece di Fiorina 161 siamo su un pianeta-monastero fatto di legno.

«’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ’na piuma’» (cit.)

Quando Teitelbaum va ad intervistare il produttore David Giler per “Cinefantastique” (maggio 1992), questi ha ancora il dente avvelenato: perché mai un pianeta fatto di legno? Come lo giustifichiamo agli spettatori? Dobbiamo aprire una parentesi per spiegare come accidenti sia possibile costruire una roba simile nello spazio? E poi (ma questo Giler non lo dice) quanto costa creare tutta ’sta roba? Perciò diciamo subito addio all’idea del pianeta di legno, ma rimane il concetto di un piccolo planetoide costruito intorno ad un monastero, abitato da una sorta di setta di luddisti che rifuggono ogni diavoleria moderna e tecnologica, vivendo come fossero nel Medioevo. (Si badi, il Medioevo come lo concepisce l’americano medio!)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ripley dunque con la navetta d’emergenza Narcissus cade in un ambiente totalmente inadatto ad affrontare i pericoli di uno xenomorfo, non esistendo armi di sorta – così l’attrice attivista contro le armi è contenta – e non essendoci alcun tipo di tecnologia più complessa di una torcia. Tutte idee di Ward che verranno poi riprese pare pare nel film completo.

«Dentro [alla Narcissus] tutto è distrutto. Trovano le capsule con il vetro rotto, trovano macchie di sangue, nessuna traccia di Newt. E trovano Sigourney, addormentata ma con la capsula rotta. Con le barchette e poi le scale la portano giù dove c’è il loro vescovo anziano, che è un gran reazionario e governa col pugno di ferro. La interrogano. Lei ha un alleato, un monaco, John che diventa suo amico. Poi le cose cominciano ad andare male.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A parlare è Vincent Ward stesso, intervistato in occasione del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003), dove finalmente può raccontare l’Alien 3 che ha sognato e che solo in parte è stato rigettato: mi preme infatti sottolineare come il film che abbiamo tutti visto al cinema sia fortemente debitore della sceneggiatura di Ward/Fasano, soprattutto nelle parti meglio riuscite come il rapporto fra Ripley e il dottor Clemens/fratello John.

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

«I monaci si spaventano [dello xenomorfo], credono che sia il diavolo, danno la colpa a Sigourney, che è una donna e quindi una presenza malefica.»

I bravi fraticelli non sono preparati ad affrontare una minaccia mortale come l’alieno, quindi alla fine dovranno per forza scendere a patti con Ripley, che è l’unica che dimostri di sapere cosa fare. Solo che la donna è in pessime condizioni di salute.

«Quello che non sappiamo è che ha le nausee mattutine: è incinta dell’alieno. E tra le nausee mattutine e quelle immagini allucinanti alla Bosch, in un mondo che è comunque quello di Bosch – Bosch ritraeva immagini dell’alto Medioevo – a volte ha dei problemi a stabilire che cosa sia reale e cosa no. Anche se sa che deve avvertire i monaci, sviluppa una strana affinità con l’alieno, perché è il padre di suo figlio. Inizia a credere che forse, in realtà, il male che la accusano di incarnare in qualche modo sia lei stessa. Ma non come lo vedono loro.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ward non lo specifica, ma è forte il sospetto che abbia ricevuto in qualche modo l’indicazione che Sigourney Weaver parteciperà solo se fanno morire Ripley, quindi l’autore – tramite l’ottima scrittura di John Fasano – la rende un personaggio crepuscolare, alla fine del suo viaggio e alle prese con un bilancio spietato della propria vita e dei propri fallimenti. Uno fra tutti, non aver saputo proteggere né la figlia vera (Amanda, ma questo ancora non lo sa nessuno) né quella acquisita (Newt).

«Mettiamola così, se Alien parlava di una [donna] alle prime armi e Aliens di una veterana, Alien 3 parla di una persona più vecchia che si chiede che errori abbia commesso in passato. È una donna che si è lasciata sfuggire la vita di sua figlia, tutti quelli che conosceva sono morti, tutti quelli con cui è entrata in contatto sono morti in modo orribile: lei è l’unica sopravvissuta, e arriva a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. È una storia di redenzione, in un certo senso.»

Viincent Ward intervistato nel 2003

Malgrado Giler nelle interviste trattasse con sufficienza la versione di Ward/Fasano, come fosse una stupidata con un pianeta di legno, in realtà la produzione è andata avanti a lungo visto che il documentario Tales of the Wooden Planet (nel citato cofanetto) ci regala bozzetti e disegni splendidi, tutti legati a questa che secondo me rimane la migliore delle sceneggiature ripleyane di Alien 3. (Potete leggerla qui, interamente tradotta da me.)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A detta di Ward, la Fox in realtà non voleva far morire Ripley perché altrimenti si sarebbe interrotta la saga, così lo sceneggiatore provvede a due finali: in uno la donna muore insieme allo xenomorfo, in un altro viene salvata da fratello John, che però rimane imbozzolato e quindi è lui a morire.

«Portammo le due versioni a Sigourney. Lei disse: “Non voglio fare un altro film della serie, ormai mi fanno venire la nausea: fatemi morire, con la prima versione”. Disse a quelli della casa di produzione: “Se non mi fate morire non lo faccio”. Loro naturalmente obbedirono, e poi l’hanno fatta rivivere. Il succo della mia storia era questo.»

Cantando idealmente Killing me softly with this version, Sigourney decide il destino fatale per Ripley, in un momento in cui ancora non ha capito che il personaggio sarà l’unico a garantirle una pensione.

Fra le scene tagliate di Alien 3

Malgrado Ward nel citato documentario si lamenti che nel film al cinema non è rimasto nulla della sua storia, in realtà basta cambiare ai personaggi la casacca da prigionieri a monaci e un buon 70% del copione Ward/Fasano viene alla luce. Anche in piccoli particolari come una curiosità di cui ho già parlato.

In occasione della messa in onda su Rete4 del 1998, una guida TV scrive nella trametta che Alien 3 si svolge nell’anno 2525, cifra balzana probabilmente frutto di una pessima ricerca in Rete, visto che la canzone a cui si riferisce viene cambiata nell’edizione italiana.

Mentre infatti nella sceneggiatura di Ward/Fasano un confratello adempie ai suoi doveri canticchiando una canzone (che prende in giro fratello John), trasportando la scena nel film completo al detenuto fanno canticchiare In the Year 2525 (1968) di Denny Zager e Rick Evans. Il doppiaggio italiano curato da Tonino Accolla stabilisce invece che il doppiatore Vittorio Amandola dovrà bofonchiare un testo italiano diverso, inventato per l’occasione.

Murphy, un cantante a perdifiato

Lo stesso accade con il fumetto ufficiale del film, dove il detenuto canta Paint it Black (1966) dei Rolling Stones che però, traducendola letteralmente, si perde nella versione italiana. E sì che quella canzone era diventata Tutto nero cantata da Caterina Caselli, potevano usare quel testo!

Molti di questi piccoli particolari di Ward/Fasano sono rimasti nel film completo, quindi il cineasta dovrebbe essere più soddisfatto. Inoltre ha ottenuto il credito da autore del soggetto, il che non è affatto scontato nella saga aliena: Walter Hill ha creato Ripley, eppure non c’è alcun credito autoriale per lui.


Il recupero “postumo”

L’idea di Ward non finisce nel nulla come quella degli altri sceneggiatori, ma viene raccolta dalla Dark Horse Comics: mi immagino la casa indipendente che ogni giorno passava davanti agli studi della 20th Century Fox a raccogliere i copioni rigettati!

Cover di Richard Corben

Due pezzi da novanta come John Arcudi e Richard Corben (disegnatore che personalmente detesto con tutto il cuore, ma pare sia degno di nota) scendono in campo e a settembre del 1997 – due mesi prima che Alien, la clonazione esca nelle sale americane – presentano il fumetto Aliens: Alchemy, portato persino in Italia da “Gazzetta dello Sport” dieci anni dopo.

La storia breve (solo tre albi) sembra ambientata in una comunità monastica invece siamo su un pianeta lontano e i fraticelli sono una “deriva futuristica”, e c’è pure un sintetico a pezzi a ricordarci il mezzo Bishop di Alien 3. L’arrivo di uno xenomorfo avrà ovviamente ripercussioni mortali.

Non c’è Ripley ma c’è Rachel, degna sostituta. E con Arcudi alla sceneggiatura si può star sicuri che vale più questo fumetto che dieci anni di film Fox.

(continua)

L.

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