[1979-10] ALIEN su “Cinefantastique” (V9) 1 (seconda parte)

Nell’autunno del 1979 (nel titolo ho specificato “ottobre” per mere questioni di ordinamento cronologico) la rivista statunitense “Cinefantastique” (volume 9 numero 1) esce con un numero speciale quasi interamente dedicato ad Alien, con interviste al cast tecnico del film.

Ecco la seconda intervista al regista Ridley Scott, in cui scopriamo molti particolari che rimarranno ignoti nei decenni a venire: finito il 1979 il regista parlerà molto poco di Alien se non per dire vaghe banalità.


Making Alien 2:
Ridley Scott

di Mark Patrick Carducci e Glenn Lovell

da “Cinefantastique”
volume 9 numero 1 (autunno 1979)

Intervista di Mark Patrick Carducci

All’apparenza il secondo film del regista Ridley Scott sembra essere esattamente il tipo di fantascienza che ha rappresentato il genere per decadi. Si possono sentire i lamenti dei puristi alzarsi ovunque, con la loro obiezione che Scott “ha riportato il genere indietro di trent’anni”, eccetera. Prova A? Alien ha come protagonista un mostro (e anche dannatamente pauroso) e nel raccontare la sua storia il film vìola o ignora del tutto molte nozioni scientifiche. Ma se considerate Alien un passo indietro, pensate a questo: il film ci riporta alla qualità base del genere. Da questo punto di vista la sceneggiatura è perfettamente consapevole, visto che si apre con un poetico e preciso epigramma di W.H. Auden: «La fantascienza prende le nostre più segrete paure e speranze e ce le mostra mascherate in forme rozze: il mostro e il razzo.»

Ma Alien è fuori centro: paradossalmente la forza del film, l’alieno stesso, è anche la sua più grande debolezza. La cosa è troppo mostruosa, troppo mortale, troppo orribile, e a controbilanciare non c’è alcuna originalità di storia, di caratterizzazione o di aderenza scientifica. Da qui la decisione degli autori di concentrare le loro energie dove è più utile, cioè sul semplice potere del conflitto di sceneggiatura. Il trionfo di Alien? Che noi, il pubblico, sentiamo di essere le prossime vittime. E di questo va dato merito a Ridley Scott.

Quanto seguivi la fantascienza, in cinema e romanzi, prima di “Alien”?

Molto poco. Non me ne sono mai interessato al di là della convinzione che un giorno avrei fatto un qualche film del genere. Alien è uscito fuori dal nulla, propostomi da Sandy Leiberson alla 20th Century Fox di Londra. Lui aveva visto I duellanti.

Quale versione del copione ti ha proposto? L’originale di O’Bannon?

Ho letto la versione di Walter Hill, Dan O’Bannon, David Giler e Ronald Shusett: all’epoca era una specie di compilation.

Come ha fatto all’inizio O’Bannon a catturare l’attenzione del produttore Gordon Carroll?

O’Bannon e Shusett da un po’ stavano proponendo in giro i loro copioni. Avevano sottoposto Alien alla Fox ma era stato rigettato.

Quando ancora il copione si intitolata “Starbeast”?

Non so. Starbeast? Gesù! Be’, in qualche modo hanno attirato l’attenzione di Gordon Carroll della Brandywine Productions, una compagnia sotto l'”ombrello” della Fox nella quale erano soci anche Hill e Giler. La Brandywine era obbligata a sottoporre alla Fox ogni copione a cui fosse interessata, per la clausola del primo rifiuto. Credo che sia stato Walter Hill a leggere il copione e a lasciarsene conquistare. L’ha sottoposto ad un lavoro di “pulizia” e poi l’ha sottoposto alla Fox, che stavolta l’ha trovato molto più interessante. Provenendo da Hill, partiva meglio e l’hanno preso molto più seriamente. Poi Hill e Giler l’hanno riscritto, tagliando cose ed aggiungendone altre. Per esempio hanno inserito l’elemento femminile: cinque uomini e due donne invece che sette uomini.

Dopo averlo letto ti sei subito appassionato all’idea di dirigerlo?

Sì, ma devo spiegare. L’ho letto subito perché proveniva da Sandy Lieberson. Ci sono persone che quando ti mandano del materiale sai già che sarà buono, così Alien è passato avanti a pile di copioni che stavo leggendo. L’ho letto molto velocemente e sono tornato da Sandy con l’opinione che fosse eccezionale, ma in quel momento non potevo girarlo perché ero impegnato in un altro progetto. Poi qualcosa andò storto e due mesi dopo lo chiamai per chiedergli se Alien fosse ancora disponibile. Disse di sì e due giorni dopo ero a Los Angeles.

C’era una qualche scena o immagine del testo che ti ha particolarmente colpito?

Tutto mi ha colpito, tutto era assolutamente oltraggioso, e raramente succede: Hill sa scrivere una sceneggiatura in modo davvero evocativo. La storia ti colpisce e ti rendi conto con violenza di cosa stia succedendo. C’è una qualità davvero lineare nel modo in cui scrive, ed è inusuale.

Il copione è stato ulteriormente lavorato dopo che sei stato ingaggiato?

Ovviamente vanno fatti dei cambiamenti, uno comincia con le migliori intenzioni, dicendo all’autore: “Guarda, non c’è alcun bisogno di cambiamenti, è perfetto così”, ma poi leggendo la sceneggiatura dal punto di vista registico tutto cambia.

È vero che sei stato coinvolto anche nella lavorazione degli effetti speciali?

Sì. L’intero film è stata una grandiosa lavorazione, e me ne sono allontanato solamente nell’ultimo mese, circa: fino a due mesi fa stavamo ancora rifinendo alcuni effetti speciali.

Di che scene si trattava?

Aveva a che fare con il finale del film. Sebbene avessimo due unità che lavoravano in contemporanea, una per le riprese normali e una per gli effetti speciali, il girato iniziale non era esattametne come volevamo. Molti degli effetti speciali si basano sul girare una scena più e più volte, in modi differenti. Gradualmente, attraverso un processo di eliminazione, impari cosa non fare. La scena nel finale, dove l’alieno viene lanciato nello spazio, è venuta per caso. Sapevo che avremmo avuto questo finale spettacolare, che avrebbe aggiunto shock su shock, ma non sapevo come diavolo rappresentarlo. Stavamo girando la scena dove il personaggio di Harry Dean Stanton, Brett, viene preso dal mostro. Lui entra in una stanza dove c’è questa enorme struttura: in realtà è una delle pedane dell’astronave usate nella scena in esterni. Brett cammina in giro e c’è questa pioggia, o vapore acqueo condensato, che cade dall’alto. Ho girato qualche inquadratura proprio di questa apertura da cui arrivava l’acqua: sembrava proprio lo scarico del motore di un velivolo. E visto che l’acqua ci cadeva addosso mentre giravamo, è venuta l’idea su come fare il finale. L’acqua sembrava come plasma, perché cadeva in lunghi filamenti di luce.

Dicono che cadendo fuori dalla nave intatto, si può pensare che l’alieno sia indistruttibile.

Io penso proprio che sia indistruttibile: semplicemente ha fatto un errore, tutto qui.

Puoi riassumerci e commentarci le varie fasi della produzione di “Alien”?

La pre-produzione è stata molto veloce: in qualche modo Alien è partito in modo decisamente non ortodosso. Quando sono arrivato a Los Angeles era come se fossi l’ultima tessera del puzzle. È disarmante per un produttore girare per mesi cercando di sviluppare un progetto, e comincia a chiedersi se vedrà mai la luce: il mio arrivo è stato visto come un’iniezione di nuova vitalità ed ottimismo, di cui tutti avevano bisogno.

Iniziammo a proporre una data di inizio riprese, sebbene non avessimo neanche la sicurezza sull’ammontare del budget. C’era immediato bisogno di uno storyboard ma che fosse anche accurato: lo feci di corsa ed accurato, come faccio sempre. Ipotizzammo un budget ipotetico di 4,5 milioni di dollari che in realtà consideravo irrealistico: lo stesso tenni duro e arrivammo addirittura ad 8 milioni. Intanto stavamo costruendo fondali in previsione dell’avvicinarsi della data del 25 luglio.

Ad un certo punto, prendemmo in considerazione l’idea di ritagliarci qualche settimana per rendere le cose più complete prima di iniziare.

E questo era…

In maggio. In totale ci siamo presi quattro mesi per lavorare ad Alien, il che è assurdo se si pensa all’entità del film: questo sì che è lavorare in fretta, con l’adrenalina che ci permetteva di non staccare mai. Abbiamo iniziato le riprese il 25 luglio e siamo andati avanti per sedici settimane con le riprese principali. Quelle per gli effetti speciali si muovevano più lentamente. Alla fine di quelle sedici settimane sono passato alla sala di montaggio. Eravamo agli inizi di novembre e cominciai a montare il film mentre Nick Allder e la sua squadra riprendevano gli effetti speciali a Bray.

La scena dell’alieno lanciato dall’astronave è stata girata a Bray?

No, in realtà è stata fatta agli Shepperton Studios durante le riprese normali. Era un semplice lavoro di cavi con l’alieno che penzolava fra luci e cineprese. Come ho detto abbiamo usato dell’acqua, il che può sembrare illogico a raccontarlo. Avremmo potuto usare il fuoco ma in questo caso la ripresa avrebbe avuto una luce gialla, invece volevo un bianco acceso: non può esserci fuoco nello spazio, no?

Ho diverse domande relative all’alieno, anzi ai due alieni. Il primo è quello che vediamo seduto nella nave relitto: cos’è esattamente?

Quello non ha nulla a che vedere con l’altro alieno, il protagonista: quello è solamente uno dei piloti del veicolo. Se dunque era una nave con equipaggio, cos’è successo quando hanno incontrato quella strana specie, atterrando sul pianeta? Magari avevano bisogno di riparazioni e l’equipaggio è stato preso: l’unico rimasto ha raggiunto la sua postazione per inviare il segnale d’avviso. Potremmo saperne di più nel seguito [We might go into all this in the sequel].

Sei interessato a girare un seguito?

Sicuro [Oh, sure]. Sotto certi aspetti sono molto più interessato [al seguito], dal punto di vista puramente fantascientifico. Andremo più a fondo nell’aspetto speculativo, gestendo due civiltà differenti.

Quindi l’alieno che dà il titolo al film è la forma di vita dominante?

Su quel pianeta sì. Può aver atteso per migliaia di anni che si avvicinasse qualche altra forma di vita. Un’altra presenza biologica può attivarlo. Ha una purezza astratta ed inoltre è come un’arma: un’arma biologica, più che batteriologica, dell’industria bellica. Non entreremo mai nella questione, ma forse è stato costruito come un’arma ed è andato fuori controllo. Immagina un migliaio di quelle cose.

In una precedente versione del copione di Walter Hill il personaggio di Ash non era un robot, e nel film Mother ha una voce simile a quella di HAL 9000: i paralleli con “2001” di Kubrick sono abbastanza evidenti.

Era logico avere un computer parlante: li abbiamo anche nei giocattoli per bambini. Il nostro consulente scientifico ci ha detto che un giorno tutti i computer parleranno, ed avranno qualsiasi voce si preferisca. Immagino si arriverà al punto in cui i computer verranno sostituiti da qualcosa di più sofisticato: ci ha parlato di una esplosione di intelligenza. Questo potrebbe rendere i viaggi spaziali fuori moda: semplicemente il computer si limiterà ad ipotizzare accuratamente cosa ci sia là fuori.

Ma per tornare al nostro discorso, credo che HAL 9000 sia stata un’idea brillante. I paralleli con Odissea nello spazio erano troppo evidenti, così abbiamo spezzato Mother in Ash [we broke Mother down into Ash].

Chi ha avuto l’idea? E quando?

Hill e Giler, quasi da subito. Mi piaceva l’idea originale e abbiamo cercato di salvarla, ma era troppo simile a 2001: avremmo dovuto includere una scritta finale che diceva “un ringraziamento speciale a Stanley Kubrick”. Dovevamo cambiare qualcosa, così Hill e Giler hanno sostituito Mother con Ash, rendendo il computer di bordo meno importante nella storia: gestisce semplicemente la nave.

La metamorfosi dell’alieno lo porta ad una forma umanoide: perché?

La logica era questa: se avesse aggredito un cane, avrebbe poi assunto la forma di un cane. La forma umana non è soltanto ospite ma anche un modello. Sulla Terra questo non avviene, credo sia biologicamente impossibile.

Sapevi che forma avrebbe avuto la versione “baby”?

No, ad eccezione che avrebbe assomigliato all’alieno adulto, in un modo o nell’altro. Devo dare credito a Roger Dicken per il meraviglioso lavoro. Sapevo che l’alieno adulto sarebbe stato molto grosso. Qualcuno dice che assomiglia ad un delfino.

Nel modo in cui un delfino schizza fuori dall’acqua spingendosi con la coda.

Quando crolla su Harry Dean Stanton sembra un delfino: è uno dei miei momenti preferiti del film, quando quella creatura un po’ fuori fuoco piomba in scena e capisci che è incredibilmente forte. Quella scena fa molto effetto sulla gente, perché allora gli spettatori capiscono il pericolo.

Stavamo diventando matti sull’aspetto da dare al cucciolo alieno: né Shusett né O’Bannon avevano alcuna idea sulla questione. Guidai fino a casa di Roger Dicken, molto lontano da Londra. Dicken non lavora in studio. Guidavo ogni giorno verso questa casa vittoriana, e coincidenza vuole che anche Dicken vestisse sempre di nero come Giger. All’inizio, Dicken aveva la tendenza ad andare nella direzione contraria alla mia, verso un mostro classico con escrescenze ed artigli. Ma aveva una meravigliosa esperienza nel creare modelli, così come Giger, che era più impegnato con l’alieno adulto in quanto più difficile.

Alla fin fine dovevamo pensare a qualcosa di privato, di personale, qualcosa che mettesse davvero a disagio, e non era facile. Passammo in rassegna le opere di vari pittori, e quello che ci colpì fu Francis Bacon, i tre colli con mascelle alla fine: ciò che mi interessava era l’aspetto primordiale. Il modello stesso, una volta completato, era davvero spaventoso. Le mascelle erano in metallo e venivano controllate da un sistema di cavi.

Come hai fatto a farlo correre davanti all’obiettivo?

Con la pura meccanica: c’era una specie di rotaia che gli permetteva di scorrere via velocemente. Volevo che si muovesse con grande impeto attraverso il tavolo, così che lo spettatore avesse l’impressione di grande forza, malgrado le ridotte dimensioni.

Come hai ottenuto il suono del suo vagito?

È un misto di tre suoni che poi abbiamo distorto: il sibilo di una vipera, lo strillo di un maiale e il pianto di un bambino.

Ricordo che ad un certo punto ero convinto che avrebbe aggredito un membro dell’equipaggio.

Non l’ha fatto, perché era spaventato. Probabilmente era cieco. Tutto ciò che poteva fare era mordere in qualsiasi occasione. Nell’audio della scena, mentre Kane ha le convulsioni puoi sentire lo strillo della creatura che fuoriesce, oltre alla carne che si lacera.

Ci sono state delle modifiche in fase di montaggio o “Alien” è uscito fuori come avevi programmato?

Non ci sono state grandi sorprese, di solito non ce ne sono per come lavoro io: l’aspetto meno costoso di un film è la celluloide, quindi è da matti non avere le spalle coperte. Quindi di solito il montaggio è abbastanza semplice. La parte complessa è invece rendere bene il ritmo di una scena, che richiede grande impegno e lavoro minuzioso.

È stato un problema decidere quanto tempo inquadrare l’alieno nei punti chiave?

Quello che volevamo creare era un’emozione, e sebbene l’alieno rendesse sempre bene quando inquadrato ad un certo punto in sala di montaggio abbiamo pensato che il troppo stroppia.

Hai controllato da vicino anche le riprese delle miniature?

Sono stato presente per gran parte delle riprese, perché tutto quello che abbiamo fatto all’inizio non era come lo volevamo, e non c’è stato alcun problema. Nick Allder e la sua squadra hanno lavorato bene e le miniature sono volutamente sgranate, perché non volevamo far passare l’idea di superfici lisce nello spazio: lo scafo di una nave dev’essere sporco, bruciato, corroso e quant’altro.

Quale aspetto di “Alien” ti è stato più pesante? Hai sempre detto che è stato un film impegnativo fisicamente.

L’ossessione per i dettagli: dettagli di ogni genere. Devi averla. Come minimo, ti ritrovi a gestire una sessantina di persone, ma in casi come Alien puoi arrivare addirittura a qualcosa come 280. Questo significa che aumentano le tue possibilità di fallire, semplicemente perché ci sono così tante persone. Che sia il produttore o il regista, dev’esserci una figura centrale che mantenga il timone fermo, che dica “No, così non va bene, dobbiamo rifarlo”. Perché è dannatamente facile dire “Ma sì, fanculo, lasciamo così”. Fallo, e alla fine ti ritrovi per le mani un film fatto di compromessi. Quindi la chiave è l’ossessione per la qualità e, naturalmente, resistenza fisica. Se ti stanchi, non riuscirai a mantenere alta la qualità, e alla fine ti ritroverai a dire “Fanculo, me ne vado a letto”. Il che, di nuovo, non si può fare.

È stato Dan O’Bannon a spingerti ad usare la musica di un computer chiamato Tamita? Nello specifico, la travolgente resa di Tamita del brano “The Planets” di Gustav Holst.

In verità sono stato io. Tomita mi è stato sottoposto dal montatore, Terry Rawlings, che era il mio sound editor per I duellanti. Mi presentò I pianeti [suite per grande orchestra in sette movimenti, scritta da Gustav Holst fra il 1914 e il 1916. Nota etrusca]. Era incredibilmente potente. Quella musica diceva tutto ciò che andava detto sull’alieno. Immagina molti alieni, tantissimi: ecco, la musica di Tomita evoca quell’immagine. Alla fine mi è stato detto di non usarla, per varie ragioni, e ripiegare su un genere più convenzionale per il cinema, che comunque ha funzionato bene.

Un’ultima domanda riguarda la sceneggiatura. Ti dispiace la sua mancanza di studio dei personaggi?

È sempre un pericolo. Ma alcuni dei grandi film di successo sono fatti così. Quelli di Clint Eastwood, per esempio. In un film come Alien credo che sia debba presentare solo un certo numero di informazioni sui personaggi. Quando cioè ingaggi un attore, è lui che pensa a portare una certa caratterizzazione sullo schermo. Harry Dean Stanton, nel ruolo di Brett, con la sua sola presenza porta qualità intrinseche al personaggio, che il pubblico può avvertire.

Abbiamo cercato di rendere credibili i personaggi attraverso ciò che fanno. Per esempio, tutti noi facciamo quello che fa Brett quando va a cercare il gatto. Io l’ho fatto. Una volta in casa mi è scattato l’allarme dell’antifurto, sono sceso dalle scale con una specie di bastone da passeggio: se là sotto ci fosse stato qualcuno, mi avrebbe spaccato la testa. La cosa logica da fare sarebbe stata aspettare in camera l’arrivo della polizia, ma noi – la maggior parte di noi – fa cose stupide: non quelle “da macho” ma quelle stupide.


L.

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10 pensieri su “[1979-10] ALIEN su “Cinefantastique” (V9) 1 (seconda parte)

  1. Beh, cos’altro dire, tecnicamente sempre un grande… comunque, meno male che chi si è poi occupato del sequel al posto suo ha fatto un lavoro più che degno 😉
    P.S. “Non entreremo mai nella questione”… le ultime parole famose.

    Piace a 1 persona

  2. Dov’ è finito quest’ uomo brillante!?! XD Scherzi, più o meno a parte, con il gestire le due civiltà differenti voleva fare un “Alien vs predator” ante litteram? °_O XD Curioso che all’ inizio fosse interessato a dirigere il sequel!

    “se avesse aggredito un cane, avrebbe poi assunto la forma di un cane.”

    Ma è quello che poi abbiamo visto nel terzo Alien! °_O

    Piace a 1 persona

    • Con inquietante dote da stregone Ridley ha anticipato di più di dieci anni una scena di Alien 3: quel passaggio mi ha davvero messo i brividi…
      Non credo che la scena del cane sia una citazione, visto che queste affermazioni di Scott nessuno le ha più lette dal 1979 in poi, infatti nessuno prima del 1992 ha mai vagamente accennato all’idea (totalmente stupida oltre che errata) di un organismo che dall’esterno acquisisce il DNA dell’ospite: è un’idea ri-nata sul set di Alien 3 per giustificare il fatto che si erano dimenticati i tubi sulla schiena dell’alieno!

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