Borg Queen (7) La fine ingloriosa


La fine negli occhi di Picard

Dopo una prima demenziale stagione, in cui Patrick Stewart portava a spasso il suo ego megalomane per la gioia immotivata dei fan di “Star Trek: The Next Generation”, per la seconda stagione servivano più elementi rispetto alla prima: il 70% del tempo si deve parlare di Picard, dei suoi sentimenti, dei suoi sogni, della sua infanzia, di sua madre, della filastrocca che gli cantava, della sua villa in Francia, del suo vino… Scusate, ma non era una serie di fantascienza? Sì, infatti del successivo 28% si parla di Data, o comunque di un personaggio interpretato da Brent Spiner. Rimane il 2% da dedicare a insozzare qualsiasi altro argomento. Per esempio la Regina.

«La prigioniera nella cella di stasi M-5-10? Ce la mostri.»

L’episodio 2×02 (2 marzo 2022) dell’escrementizia “Star Trek: Picard” è addirittura un’ottima puntata, almeno per la media di questa serie, tanto da farmi sperare in un miracolo e in una stagione che uscisse finalmente dallo sfintere di Patrick Stewart per andare spavaldamente incontro a una vera sceneggiatura, ma è stata solo un’impressione. In quel 2% rimasto del tempo narrativo si è parlato dell’immigrazione messicana, di donne senza sopracciglia e di amore lesbico. Proprio i capisaldi di una serie TV di fantascienza.
In questa cloaca massima svetta luminosa l’unica idea non demente della serie.

Dalla nebbia delle mediocrità, si affaccia un’idea non mediocre

«Di tutti i nemici dell’umanità trasferiti qui sotto, nessuno era lontanamente pericoloso quanto… i Borg.»

In un futuro alternativo, dove l’umanità ha distrutto tutti i Borg e rimane solo la Regina, entra in scena il personaggio regale, costretto ad un’umiliante prigionia.

Povera Regina…

Facendo finta che questa sia una Regina Borg, anche se assolutamente nulla la accomuna a qualsiasi cosa mai vista prima, ad interpretarla stavolta c’è Annie Wersching, che deve indossare un costume e un trucco totalmente diversi da quelli delle sue colleghe. Non esistono abbastanza informazioni per sapere se è stato comunque scomodo, per l’attrice.

Meno “ganci” ma più vene

Il giornalista Ryan Parker di “The Hollywood Reporter” la raggiunge per un articolo pubblicato il 10 marzo 2022, e a lui l’attrice racconta di aver partecipato a dei provini nell’aprile 2020, inviando dei propri filmati in un momento di piena pandemia: grande è stata la sua sorpresa quando il successivo dicembre è stata contattata perché era stata scelta per il ruolo.

«Prima dell’audizione mi sono vista First Contact e poi, una volta ottenuto il ruolo, ogni episodio che avesse a che fare con i Borg. Non l’ho fatto per “copiare”, ma semplicemente per informarmi e usare poi ciò che avevo appreso per costruire la mia versione. So che Alice è la Regina delle Regine, sarebbe davvero bello incontrarla un giorno. Io e Susanna al momento lavoriamo insieme nella serie NBC “Timeless”.»

Una Regina coi buchi in testa…

Annie Wersching sfoggia ben due ghiotte curiosità.

La prima è che l’attrice ha iniziato la propria carriera proprio con Star Trek, apparendo in un ruolo piccolo ma importante dell’episodio 1×20 (3 aprile 2002) di “Star Trek: Enterprise“. Stando alle sue dichiarazioni, il produttore Akiva Goldsman (purtroppo anche sceneggiatore di questo “Picard 2”) ha giocato con l’idea di fare del suo ruolo una “chiusura del cerchio”. «A un certo punto mi disse: “Sai, potremmo fare che questa Regina ha assimilato il tuo vecchio personaggio. È “Star Trek”, possiamo far accadere di tutto [we can make anything happen]”.» Certo, che ci frega? È Star Trek: la Casa delle Libertà…

Annie e il compianto Rene Auberjonois nell’episodio 1×20 (2002) di “Enterprise”

La seconda curiosità è che l’attrice ha ricoperto un ruolo ricorrente nella prima stagione della serie TV “Bosch“, e subito dopo nella seconda stagione le è subentrata Jeri Ryan: malgrado l’episodio 2×03 (11 marzo 2016) le riporti entrambe nel cast, in realtà le due – future Regina ed ex Borg insieme in “Picard 2” – non si incontrano mai in quella serie.

La prima apparizione di Jeri in “Bosch” (2×01) e l’ultima di Annie (2×03)

E poi insieme per “Picard” 2×02 (2022)

In “Star Trek: Picard” Annie interpreta la Regina durante la seconda stagione e potrebbero esserci sue “sgommatine” pure nella terza (che purtroppo stanno girando), ma lo sapremo con certezza solo in futuro.

Per ora Annie interpreta la più apocrifa delle Regine, ma tranquilli: i fan integralisti nelle enciclopedie Trek hanno già bollato come “apocrifo” tutto ciò che è stato finora scritto della Regina, visto che non combacia nulla con quanto visto in “Picard”. Perché invece non bollare come apocrifa questa stupida serie che non ha NIENTE di Star Trek?

Sembrano due antichi nemici, ma tanto quella è tutt’altra Regina

La Regina di “Picard 2” è «coscienza trans-temporale che fa da ponte a linee temporali e realtà vicine». Vicine a cosa? Non so, forse a Bracciano, che si mangia bene e c’è il famoso castello. «Possono sentire l’eco di sé stesse, di l’un l’altra»: sono sicuro che in quell’eco si senta l’un l’altra mandarsi a quel paese. È chiaro che nella stanza degli autori di questa serie ci vadano giù duro con la cocaina tagliata col Dixan, quindi è inutile cercare un motivo per l’esistenza di questa Regina e gustarci invece la geniale trovata del secondo episodio.

Mentre i buffoni protagonisti scappano, nel marasma a bordo dell’astronave la Regina si libera… ma non ha le gambe!

Vedere la Regina camminare sulle braccia col moncherino della spina dorsale all’aria è stata una grande emozione, sembra di essere tornati nel grande cinema splatter anni Ottanta, che mai avrei pensato di trovare in questo ciarpame televisivo di quint’ordine.

A rendere più dignitosa la posa regale arrivano i famosi “tubi dal soffitto”, che dal 1996 tutti ci chiediamo da dove cacchio arrivino, e così la Regina può sollevarsi…

… e raggiungere la sua posa regale.

Il resto è solo stupido chiacchiericcio, che per me può esistere solo perché Gene Roddenberry è morto e non può presentarsi con un bazooka e sterminare tutta la Paramount, visto come sta trattando Star Trek.

Povera Regina, da suprema sovrana della più pericolosa razza dell’universo… a spalla comica dell’insicura Jurati (Alison Pill).

Un Borg entra nella Collettività… splash!

Jonathan Frakes si sarà divertito un mondo a girare la scena del musical del sesto episodio, ma lui che ha diretto la Prima Regina avrà notato il leggero cambio di rotta nella qualità di Star Trek.

Noi siamo Borg… e su un uovo veniamo da Ork!

Addio, Regina, speriamo che quei mostri disumani che altri chiamano “sceneggiatori” non tornino più a umiliarti in video.

L.


– Ultime indagini:

itALIENi 3. Prendono forma i progetti

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).

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Borg Queen (7) Ultime frontiere


La Regina mi scuserà se a un certo punto ho dovuto interrompere il mio viaggio fra i romanzi che ne raccontano le gesta, a causa di ben due uscite ravvicinate della Titan Books: la casa editrice mi ha tenuto occupato a marzo con l’antologia Aliens vs Predators: AVP Ultimate Prey e a fine aprile con il romanzo Alien: Colony War di David Barnett. Con tutto il rispetto per la Sovrana Borg, l’universo alieno viene prima di quello di Star Trek nei miei impegni.

Sono perciò costretto a rimandare a data da destinarsi l’ultima avventura letteraria della Regina, anzi di una delle tante Regine Borg, anzi addirittura di alcune Regine nella stessa vicenda, stando alle descrizioni. Un anno dopo Before the Dishonor, infatti, un nuovo romanziere (David Mack) aumenta la posta e scrive addirittura una trilogia di libri in cui personaggi da tutte le serie Trek si ritrovano per affrontare un’altra grandiosa avventura Borg. Prometto che un giorno riaprirò questa rubrica per raccontare la saga Destiny (2008).


Star Trek: Hive

Sul n. 347 della celebre rivista dedicata alla fantascienza “Starlog” – il cui nome, “diario astrale”, non fa nulla per nascondere il profondo legame fondativo con Star Trek – quel luglio 2006 trovo un minuscolo intervento dell’editore nella prima pagina:

«Il premio “Decisione scaltra del mese” va alla Paramount Pictures, per aver ingaggiato il lettore di “Starlog” J.J. Abrams perché a Mission: impossible III faccia seguire un nuovo film di Star Trek. È l’uomo giusto per il lavoro. Bravo!»

Potremmo passare il resto della giornata a discutere su quanto sia stata sbagliata o giusta questa scelta, ma non è questa la sede: qui conta sapere che nel 2006 è ufficiale che Abrams (l’odiato GIEI GIEI, come lo chiama Cassidy) prenderà in mano l’universo di Star Trek, anche se il primo film poi lo vedremo solo nel 2009.

Quel 2006 la casa IDW Publishing corre a comprarsi il marchio Star Trek a fumetti e si appresta ad invadere l’universo con fiumi di uscite, legate sia al “nuovo corso” che alle vecchie serie, senza dimenticare di far scontrare i personaggi con altri marchi che ha in archivio, generando operazioni incredibili come Star Trek / Planet of the Apes: The Primate Directive (2014) e il delizioso Star Trek vs Transformers (2018.)
Nell’oceano di pubblicazioni a fumetti, c’è spazio anche per un naufrago abbandonato tra le onde con la sua zattera: un naufrago di nome Brannon Braga.

Siamo nel 2012, Brannon non ha ancora cominciato la sua carriera di regista televisivo, è ancora uno sceneggiatore-produttore che dopo le varie serie Trek si è visto chiudere anche altri prodotti in cui era coinvolto, come “24”, “Flashforward” e “Terra Nova”. Il suo amore Jeri Ryan ormai si è rifatta una vita e Brannon sta al parco a dar da mangiare ai piccioni, in attesa di lanciare nuove serie come “Salem” e scrivere per “The Orville”.
In questo momento di stasi ci vorrebbe qualcosa con cui ricordare i bei vecchi tempi andati… Ci vorrebbe una Regina Borg!

Brannon va a bussare alla IDW Publishing e trova terreno fertile: la casa sforna così tante serie Trek di ogni genere che qualsiasi idea è ben accetta. Tanto hanno i diritti di ogni serie e personaggio, possono fare ogni tipo di incrocio possibile e immaginabile, possono far limonare Kirk con la Janeway, non esistono confini. Ma Brannon sin dal 1996 vuole una cosa sola… anzi due! I Borg e la Regina.
Per gli sceneggiatori Terry Matalas e Travis Fickett scrive un soggetto che secondo me rispecchia quel momento particolare della sua vita, in cui tutto sembra crollato e la rinascita è ancora solo una possibilità, per nulla sicura. Con i disegni di Joe Corroney nasce la saga Star Trek: The Next Generation – Hive, quattro numeri raccolti poi in volume nel marzo 2013.

Vista la data, l’argomento e la presenza Regale, mi diverte pensare che Brannon abbia voluto festeggiare il ventennale del fumetto Aliens: Hive (1992), a sottolineare lo stretto legame fra Borg e xenomorfi.

«È solo ora, dopo la vittoria totale, che mi sono stancato dell’alveare e del suo dominio.
Locutus di Borg

Siamo nel XXIX secolo e i Borg hanno finalmente portato a termine la loro missione: hanno assimilato tutto, tutti i mondi, tutte le civiltà, tutte le culture, tutte le forme di vita. Come avevano detto sin dall’inizio, ogni resistenza è stata inutile.
Ora che la vittoria è totale, il sovrano consorte Locutus di Borg si rende conto che è stato un fallimento: hanno il potere totale ma hanno perso la capacità di chiedersi il perché di tutto ciò. I Borg hanno vinto ogni battaglia perdendo però la guerra: ora infatti non hanno più uno scopo, ben lungi dalla perfezione a cui ambivano. Quella perfezione che forse solo l’individualità poteva dare.

Ogni re è solo, sul suo trono

Mentre riflette sul vuoto impero di cui è vuoto sovrano, Locutus torna con il pensiero indietro di cinquecento anni, quando tutto è iniziato. Quando davanti alla sede orbitante della Federazione si sono materializzati i Cubi Borg e – anticipando in modo sorprendente la puntata 2×01 della serie TV “Picard” – la Regina in persona ha chiesto di parlare con Jean-Luc Picard, pronunciando una frase che mai si sarebbe aspettata di trovare sulle sue labbra: «Veniamo in pace».

Mai fidarsi di una Regina Borg, neanche quando viene in pace

Con un diamante in fronte che non si sa da dove esca fuori, la Regina chiede aiuto alla Federazione, dato che una spietata razza aliena li sta decimando senza che i Borg riescano a difendersi: solo unendo le forze si potrà evitare che questi mostri distruggano sia terrestri che Borg, e in cambio la Regina firmerà una tregua con la Federazione. Quanto possiamo fidarci?

C’è chi in casa si toglie le scarpe, chi si toglie il corpo…

Per coordinare gli sforzi, la Regina manda un suo emissario sull’Enterprise, e Brannon Braga non poteva non seguire il suo cuore: quell’emissario è Sette di Nove.

Un ritorno ai vecchi tempi Borg per Sette di Nove

Intanto nel futuro Locutus ritrova un vecchio amico, Data, anche lui reso Borg ma la cui memoria è stata recuperata dagli archivi del vecchio Data. Così finalmente si perfeziona il piano diabolico della serie televisiva “Star Trek: The Next Generation”, che infatti aveva per unici protagonisti Picard e Data. Anche fra 500 anni la situazione sarà identica…
La vicenda futura e quella passata iniziano a venir raccontate di pari passo, così che cause ed effetti si fondano insieme, in una narrazione che ho davvero apprezzato e trovato appassionante.

Il passato influenza il futuro… e viceversa!

Non che ci sia qualcosa di originale, la trovata di mandare qualcuno a farsi borgizzare nascondendo un chip che lo mantenga integro è già stata usata e non funziona mai, infatti Sette di Nove è stata subito sgamata ed è stata trasformata in guardia pretoriana della Regina, ma la narrazione è così piacevole che si passa sopra a questi particolari, anche perché graficamente le trovate sono ghiottissime, come per esempio la forma Borg scorpionide di Sette…

Dove si firma per una saga interamente dedicata a Sette di Skorpio?

… e la nuova “armatura” della Regina.

Questo è puro cyber-splatterpunk!

Con un delizioso gioco temporale, Locutus riesce a comunicare con il Picard di cinquecento anni prima e lo mette in guardia dal pericolo, così che possa organizzare l’arma definitiva contro i Borg: un virus che li uccida all’istante… Ancora? Ancora con ’sto virus? In vent’anni di narrativa ancora non sono riusciti a trovare un’altra idea? Di nuovo, non risiede certo nelle nuove trovate la forza di questo fumetto.
Comunque ho apprezzato il dilemma morale per cui va ricordato come i Borg siano tutti vittime innocenti forzati contro la propria volontà, quindi distruggerli è comunque un atto biasimevole. Non sarà certo roba nuova ma fa sempre piacere “ripassarla”.

L’ennesima morte della Regina, ancora per il solito virus

Come sempre la Regina ha poco spazio nella vicenda, tutta incentrata su Picard e Data – come al solito – con Sette di Nove a girare lì intorno. Se nel romanzo del 2007 era lei a uccidere la Regina/Janeway, stavolta si immola per salvare milioni di vittime innocenti borgizzate, prima che il virus spazzi via la razza Borg. Mi diverte pensare che uccidere Sette di Nove sia una sottile vendetta di Brannon Braga, in nome della sua vecchia storia con l’attrice.

PICARD: Non combatterò più. Il mio posto è qui, fra i tanti che sono uno. Qui con te.

REGINA: È un peccato che ci siano volute così tante perdite perché tu lo capissi, Locutus. Ti direi che la resistenza è inutile, ma a questo punto dovresti averlo capito.

Ritrovare la Regina nel 2012 è un gran bel piacere, visto che poi toccherà aspettare altri dieci anni perché torni un minimo protagonista (come vedremo). Quindi con tutti i suoi difetti lo stesso Hive è stata una saga a fumetti che ho trovato godibilissima e ha soddisfatto la mia voglia di Star Trek. E di Regina Borg.


Rimasugli

Come dicevo, la IDW Publishing può fare ciò che vuole con i personaggi di tutte le serie Trek, quindi nel 2019 lancia la saga Star Trek: The Q Conflict di Scott e David Tipton, con i disegni di David Messina.
Tutti i personaggi delle serie TV principali – cioè le serie vere, non le menate del nuovo millennio! – si ritrovano impegnati in un galattico gioco a premi organizzato dalle divinità Q, e fra le mille prove c’è pure quella di catturare una Regina Borg, impegno svolto in una sola vignetta dal mutaforma Odo di “DS9”. Un ben misero trattamento per una Regina.

Unica apparizione della Regina nella saga

Arriviamo alla deliziosa serie animata “Star Trek: Lower Decks” di Paramount+, che nel suo citazionismo spinto non poteva proprio ignorare la Regina. Nell’episodio 2×08 (30 settembre 2021) l’equipaggio della USS Cerritos deve sottoporsi a delle prove nelle sale olografiche per valutare la preparazione, e ovviamente il precisino Boimler non accetta una valutazione “bassa” come il 74%: decide dunque di ripetere all’infinito la sua prova con l’obiettivo di raggiungere il 100%.

Qualcuno l’ha sfidata…

La sua prova consiste nello sfuggire ai Borg, ma a forza di ripetere la prova… scende in campo anche la Regina.

… e lei è arrivata

Malgrado si tratti di una scena di pochi secondi, la Paramount richiama Alice Krige a doppiare la Regina e quasi a parodiare il proprio personaggio di Star Trek: First Contact (1996), con tanto di “soffio” sul braccio della sua vittima.

Una Regina animata con la voce della Regina originale: boom!

Boimler comunque fa rispettosamente notare che il suo reflusso gastroesofageo non sarebbe una buona acquisizione per la Collettività: i Borg farebbero bene ad assimilare qualcun altro…

Boimler non si comporta proprio come un tipico eroe Trek!

Finora abbiamo assistito a un solo “modello” di Regina, che risorge ogni volta ma è fondamentalmente uguale di storia in storia: la settimana prossima ci aspetta un cambiamento radicale.

(continua)

L.


– Ultime indagini:

itALIENi 2. Un napoletano a Roma

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).

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Borg Queen (6) La nuova generazione


Star Trek: Resistance

Completata l’ultima missione dell’Enterprise – vista nel film Star Trek: la nemesi (2002) – la saga iniziata nel 1966 finisce, il resto sono solo antefatti, reinterpretazioni, universi alternativi e sbagli vari: i suoi veri viaggi continuano nei romanzi.

A inaugurare il nuovo corso ci pensa J.M. Dillard, nome storico dell’universo Trek dietro il quale c’è Jeanne M. Kalogridis, che con il suo nome firma la saga dei Diari della famiglia Dracula.
Autrice Trek sin dagli anni Ottanta, la Pocket Books affida alla Dillard il delicato compito di riprendere in mano la saga ormai chiusa: a settembre 2007 la scrittrice dimostra di essere pienamente all’altezza dell’impresa, con il suo ottimo romanzo Star Trek: The Next Generation – Resistance.

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itALIENi 1. Scontri stellari

Continuano i festeggiamenti per questo ALIEN DAY, ed ecco la nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).

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itALIENi 0. Prologo

Oggi, 26 aprile, è l’ALIEN DAY: mi sembra il momento giusto per iniziare un viaggio alieno inedito: un’indagine su una storia nota ma mai prima d’ora raccontata con dovizia di particolari e fonti di riferimento.

Per festeggiare questa giornata internazionale dello xenomorfo, vi aspetto alle 15.00 per la nuova puntata del ciclo.

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Borg Queen (5) Fine e nuovo inizio


La fine dell’universo Trek “lineare”

2001. È nato il nuovo millennio e l’universo di Star Trek sta conoscendo un momento di profonda transizione: nel giro di quattro mesi chiude la serie “Voyager” e Brannon Braga presenta la nuova serie “Enterprise“, anche se sfiga vuole che la presentazione avvenga il 20 settembre 2011, quando il mondo sta ancora contando i morti dell’attentato alle Torri Gemelle. Quello è l’evento che segna purtroppo l’inizio del nuovo millennio umano, non il fatto che Star Trek abbia finito la sua corsa in TV.

Da quel 1966 in cui Kirk aveva iniziato a raccontare il suo “viaggio quinquennale” la vicenda è sempre andata avanti procedendo serie dopo serie, finché l’ultima puntata di “Voyager” mette fine a tutto, e non a caso si intitola Endgame. Solamente al cinema ci sarà ancora qualcosa da dire l’anno successivo, con Star Trek: la nemesi (2002) che si limita giusto a spegnere le luci e chiudere le porte. “Enterprise” è una serie-prequel (se proprio vogliamo prenderci in giro) e “Discovery” è tipo una roba alternativa (se vogliamo essere educati). “Picard” non c’entra niente con Star Trek, è solo un caso clinico. Quindi i viaggi delle Enterprise terminano con l’inizio del nuovo millennio.

Nove milioni di spettatori sono sintonizzati quel 21 maggio 2001 per il doppio episodio che chiude l’universo Trek televisivo, ci rivela la rivista “Cinefantastique” (febbraio 2002), a cui l’attrice Kate Mulgrew spiega:

«Mi è piaciuto tutto [dell’episodio]. È stato bellissimo ma anche molto difficoltoso, vista la mole di emozioni che bisognava controllare, oltre a tante questioni tecniche ed effetti speciali che rendono difficile il processo creativo. Però ho amato la storia, e sarebbe stato seccante portarla su schermo in modo men che grandioso. Io e [il regista] Allan Krocker abbiamo lavorato duro da soli per gran parte della produzione, che è finita in maniera davvero brusca, senza cerimonie né festeggiamenti. Stavo semplicemente lì sul ponte, da sola, ho scosso le spalle e ho detto: “Be’, santo Cielo, è tutto”, e me ne sono andata.»

Gli anglofoni adorano la poesia The Hollow Men (1925) di T.S. Eliot, per cui il mondo non finisce con un’esplosione ma con un lamento («not with a bang but a whimper): sette anni di “Star Trek: Voyager” finiscono in maniera così sottomessa e sottovoce da lasciare di stucco, soprattutto dopo i finali strazianti delle precedenti serie.

In realtà un’esplosione finale c’è!

Kate Mulgrew afferma che già le mancano i suoi colleghi diventati una famiglia, che è proprio una famiglia così famiglia che non cita Jeri Ryan, con cui il rapporto non è mai stato facile, e guarda caso la stessa “Cinefantastique” registra come non tutti gli attori, fra cui la Ryan, siano contenti del finale della serie, che lascia tutto in sospeso non regalando un solo accenno del futuro dei vari personaggi. O meglio, del loro secondo futuro.

Comunque, siamo alla fine, e Brannon Braga ha da fare – sia con Jery Ryan che con “Enterprise” – quindi si limita co-firmare il soggetto di Endgame, sceneggiato poi da Kenneth Biller e Robert Doherty.


Verrà la fine
e avrà gli occhi di Alice Krige

«Sono qui per riportare a casa la Voyager.»
Ammiraglio Janeway

Dopo 23 anni finalmente la USS Voyager torna a casa dal Quadrante Delta, fra gli applausi della folla. Poi facciamo subito un salto in avanti di 4 anni, la cui somma a casa mia fa 27 anni, poi arriva Tom Paris e dice che sono passati 33 anni, ma il doppiaggio italiano gli fa dire 32 anni, poi c’è Matto Murdock che specifica che invece sono passati 10 anni dal ritorno a casa della Voyager. Poi una studentessa chiede all’Ammiraglio Janeway di quando ha affrontato la Regina Borg nel 2377: aspetta, ma non era il 2376? Ho capito, è l’ultima puntata e sono tutti ubriachi, facciamo finta di niente.

Forse era meglio che i conti li avesse fatti Sberla

Scherzi numerici a parte, stando alle date fissate dai fan siamo nel 2404 (la Voyager torna sulla Terra nel 2394) e tutto l’equipaggio si è fatto una vita, ad eccezione di quelli che l’hanno persa, la vita. Il capitano Janeway ha scritto un manuale sui Borg e tiene lezioni ai cadetti della Federazione, ma in realtà i suoi piani sono ben altri: non si dà pace di aver perso così tanti anni e persone care a brancolare nel Quadrante Delta, ma soprattutto non si dà pace di aver perso la sua figlioccia Sette di Nove, morta anni prima. Da quando è tornata sulla Terra Janeway in segreto sta lavorando ad un procedimento teoricamente illegale, ma tanto alla Federazione la legalità è sempre interessata poco.

Con l’aiuto più o meno volontario di amici e colleghi riesce a mettere in atto il suo incredibile piano… e torna indietro nel tempo, fino a giungere sul ponte di comando della Voyager nell’anno 2378, cioè dov’eravamo rimasti nella precedente puntata. Ora la Janeway anziana dovrà convincere la versione giovane di se stessa che deve fidarsi di lei se vuole tornare a casa con decenni d’anticipo, evitando la morte di Sette di Nove, e la fiducia dovrà essere parecchia… visto che il piano prevede l’aiuto involontario dei Borg.

«La Regina Borg assaporò profondamente la stimolazione in arrivo. Fletté le spalle e allargò le dita, sentì le costole e le cosce stringersi all’interno della tuta isolante attillata, con i suoi pezzi sagomati che la premevano come un milione di polpastrelli
dal romanzo-novelization di Diane Carey

Intanto la Regina sta spiando le azioni della Voyager, che proprio non ha altro da fare nell’universo. Aspetta, ma quale Regina? Quella del film First Contact è morta nel passato, quella dei doppi episodi di “Voyager” è morta una ventina di puntate prima… da dove arriva questa nuova Regina? Ed è davvero “nuova”? Essendo di nuovo interpretata da Alice Krige pare proprio di no. Da sempre gli sceneggiatori non hanno alcun vincolo morale o narrativo, possono sparare le frescacce che vogliono e nessuno li mette minimamente in discussione, perché l’astio va tutto nei confronti dei poveri romanzieri, che invece non possono fare i paraculi e devono spiegare ai lettori i risvolti di sceneggiatura.
Visto che questo episodio non è scritto da romanzieri bensì da sceneggiatori, vale tutto e nessuno fa domande: la Regina che era morta l’anno prima ora è viva e dà la caccia alla Voyager di nascosto, non si sa perché.

Io so’ Regina, e me la comando!

Mentre tutto l’equipaggio filosofeggia sul Viaggio, che non sta nella meta ma nel percorso, e tutti si guardano con occhiucci a cuoricino davanti alla speranza di tornare presto a casa, insomma mentre si allunga il brodo per poi addurre la scusa del “non c’è più tempo” per evitare di scrivere davvero un episodio finale, Janeway si ritrova accanto alla Regina un’altra volta, anche se stavolta l’attrice è diversa. Parlottano del più e del meno (“Signora mia, ha visto i prezzi del Quadrante Alpha?”) poi la Regina, convinta di aver gabbato la capitana, cerca di assimilarla fregandosi con le proprie mani: perché di nuovo esce fuori il super-virus che ammazza tutti i Borg. Ancora? Ma possibile che dopo anni ’sti Borg ancora non abbiano imparato?

Davvero? Ancora il super-virus ammazza-Borg? Che fantasia

In due secondi i Borg sono spazzati via e mediante Antani con scappellamento a destra la Voyager si ritrova nel Quadrante Alpha, che dopo sette ann… basta parole, fine e titoli di coda. È così che finisce una serie di sette stagioni: non con un’esplosione ma con un lamento sbrigativo.

Che fine umiliante per siffatta Regina

I Borg sono ormai dei pagliacci che non fanno più paura, visto che a parte camminare senza meta per corridoi bui non fanno altro, e la Regina è solo una parodia di se stessa. Malgrado sia interpretato dalla stessa Krige di First Contact, qui il personaggio ha perso completamente fascino e mordente, e gli unici momenti di interesse sono quando il virus ha effetto e la Borg inizia a perdere pezzi di corpo. Una scelta visiva molto efficace ma è troppo poco e troppo tardi. Dov’è finita la Regina dell’Alveare? Quanto possiamo essere emotivamente coinvolti nella sua ennesima morte, che dopo tante repliche ormai non ha più valore?


L’odio di DeCandido

La distinzione di cui parlavo prima, fra romanzieri e sceneggiatori, è molto ben chiara al romanziere Keith R.A. DeCandido, che deve spaccarsi la testa per giustificare ogni risvolto di trama dei libri che scrive, indipendentemente all’universo a cui appartengano. Non mi stupisce che le sue prime parole di commento siano: «Ho odiato questo episodio quando l’ho visto nel maggio 2001 e, due decenni dopo, lo odio ancora di più».

Mmmm sento forte l’odio dei romanzieri

Perché Janeway non è tornata più indietro nel tempo, così da salvare molte più persone? Semplice: perché a lei interessavano solo i tre amici suoi, gli altri si fottano! La recensione di DeCandido è tagliente e deliziosa, notando come forse salvare tre amici della Janeway non sia un motivo valido per cambiare il corso temporale dell’intera umanità. Il romanziere fa notare come i personaggi di questo universo narrativo agiscano sempre per il bene, anche quando le loro vite sono in pericolo, quindi stupisce che per il gran finale della serie il capitano agisca per il male, spazzando via l’intero universo solo per motivi egoistici e cambiando il corso della storia solo perché due suoi amici sono morti e uno sta male. (Viene citata un’altra ventina di membri dell’equipaggio che perderanno la vita ma chiaramente è gente di cui non interessa a nessuno.)

Quanta magnificenza sprecata

I finali di “The Next Generation” e “Deep Space Nine” mi hanno commosso, questo mi ha lasciato a bocca aperta: nessuno dei fili narrativi lasciati in sospeso si è chiuso, anzi hanno trovato il tempo di inventarsene di nuovi – tipo la ridicola storia d’amore fra Sette di Nove e Chakotay – pur sapendo che non c’era spazio per parlarne. Come si fa a concepire un riempitivo in un episodio che non ha tempo per dare l’addio a personaggi che il pubblico ha amato per sette anni?

DeCandido dà voto Warp 1 all’episodio, il più basso, e onestamente non mi sento di dargli torto: fra sceneggiatori e romanzieri io mi schiero sempre coi romanzieri, che faticano molto di più per regalare storie concrete a chi come come ha sempre un bisogno profondo di narrativa.


La storia continua nei romanzi

«Sette sentì il suo corpo contrarsi. La voce seducente della Regina Borg. I suoi occhi si aprirono di scatto. Non c’era più la Voyager. Solo il bagliore verde. Al suo interno aleggiavano la testa e il petto della Regina Borg, con appena un accenno di spalle. “È passato troppo tempo” mormorò la Regina. Le sue labbra pastose si arricciarono ai bordi in un sorriso agrodolce.»
dal romanzo-novelization di Diane Carey

Il nome di Diane Carey risuona per tutto l’universo di Star Trek, avendo scritto romanzi originali e novelization relativi a tutte le serie cine-televisive. Ogni tanto ha aperto uno spiraglio su altri universi, per esempio ha scritto il romanzo originale Aliens: DNA War (2006) che è fra le migliori storie aliene mai apparse e gliene sarò sempre grato.

Nel luglio del 2001, due mesi dopo la fine di “Voyager”, la Pocket Books presenta il suo romanzo Endgame, cioè la novelization dell’ultimo episodio: la romanziera non ha spazio di manovra, il suo testo è poco più di una versione ampliata della sceneggiatura, lo definirei un “copione con molte più descrizioni”, diciamo che gli autori dell’universo espanso di Star Trek riescono meglio quando scrivono storie originali.

«La loro ambiziosa Regina si stava dissolvendo davanti ai suoi occhi. Il Collettivo si stava consumando a causa di un gigantesco tracollo.»
dal romanzo-novelization di Diane Carey

La parte interessante di questo libro è che in appendice presenta i primi quattro capitoli di un romanzo che la Pocket Books misteriosamente aspetterà due anni per portare in libreria. Quei quattro capitoli però intanto regalano ai fan di “Voyager” quel vero finale che la serie ha negato loro. Il romanzo infatti si intitola Homecoming (giugno 2003).

Alla romanziera Christie Golden, esperta di tanti universi narrativi fantastici, la Pocket Books affida il compito di raccontare tutto quello che la serie TV ha lasciato in silenzio. Quando una sua compagna di scuola non venne a giocare perché doveva vedere in TV un qualcosa che chiamava “Star Trek”, Christie seccata volle vedere anche lei quella roba per scoprire cosa mai fosse più interessante di lei agli occhi dell’amica, e lì arrivò la folgorazione: Christie Golden, per sua stessa ammissione, passava le lezioni di matematica a scuola a scrivere nuove storie di Star Trek.

«Ci sono sempre “occasioni mancate” in una serie TV, non puoi fare tutto. Ma le occasioni mancate significano opportunità per me e i miei romanzi.»

In un’intervista al sito TrekToday.com (25 marzo 2003) in occasione dell’uscita di Homecoming la Golden parla apertamente della divisione netta fra televisione e libri: è davvero difficile che i due media si fondano, sebbene tutti ci provino sempre. Così lei su carta ha avuto tutte le possibilità narrative che il piccolo schermo non poteva (o non sapeva, aggiungo io) sfruttare. Ecco quindi che finalmente abbiamo il ritorno a casa dell’equipaggio della Voyager che lo sbrigativo ultimo episodio della serie ci ha negato.

«“Kathryn”, disse in tono accorato, con i suoi occhi color nocciola vibranti d’affetto. “Mio Dio, è bello vederti. Non riuscivo a crederci quando ho visto la Voyager librarsi verso di noi fuoriuscendo da quella nuvola di detriti”, disse. “Eravamo pronti a combattere i Borg, non a dare il benvenuto a casa a un viaggiatore smarrito”.»
Jean-Luc Picard, da Homecoming di Christie Golden

Tom Paris e B’Elanna, con figlia a carico, possono andare a conoscere le rispettive famiglie con relativi problemi (avere suoceri Klingon non è affatto piacevole!); Wang può riabbracciare i genitori e ritrovare la fidanzatina d’un tempo, che non sa essere diventata nel frattempo un’agente segreta; Tuvok può riuscire a trovare un modo per guarire dal suo male e il Dottore conosce il lato oscuro dell’autorialità: il suo olo-romanzo ha avuto così successo sulla Terra… da istigare dei ribelli ora considerati terroristi. Ah, quanta responsabilità per i romanzieri!

Il vero ritorno a casa della Voyager

Cancellata con due righe la stupida storiella d’amore fra Chakotay e Sette di Nove, chiaro frutto di cialtroneria da ultimo episodio, la donna e gli altri ex Borg della Voyager dovranno affrontare i problemi già ventilati nella serie ma mai affrontati: come possono entrare nella Federazione degli ex Borg, cioè appartenenti alla più pericolosa e spietata razza dell’universo? (Oddio, i Borg delle ultime stagioni di “Voyager” fanno ridere, ma pensiamo ai Borg dei primi tempi.) La situazione non è facile, e quando sulla Terra scoppia un’epidemia tenuta segreta ma di chiara origine Borg… le cose per Sette di Nove e gli altri si mettono male.

«”Sta succedendo qualcosa con i Borg”, disse Sette di Nove, sapendo che avrebbe dovuto aspettare fino a quando non avesse avuto un consulente legale, ma sospettando anche che ciò avrebbe potuto richiedere molto tempo. “Ecco perché Icheb ed io siamo stati portati qui. Mi dica cosa sta succedendo. Non ho motivo di amare i Borg, dottor Kaz. La mia lealtà è diretta all’ammiraglio Janeway e a ciò che lei rappresenta. Sarei lieta di aiutare, ma mi ritrovo gettata in prigione senza nemmeno sapere di cosa sono accusata.»
Sette di Nove, da Homecoming di Christie Golden

Nel luglio 2003, quindi a stretta distanza, la Pocket Books presenta la seconda parte della storia, The Farther Shore, con cui la Golden entra nel vivo dell’azione, rispettando in maniera perfetta lo spirito del capitano Janeway: a seconda della situazione, difende fino alla morte o se ne sbatte altamente delle regole della Federazione.

Ricordate quando nel film First Contact il Cubo Borg esplode in prossimità della Terra passata del 2063? Dove sono finiti tutti quei frammenti? Per quante pulizie possa aver fatto la Federazione, è possibile che nanoparticelle Borg siano rimaste nell’orbita del pianeta e addirittura potrebbero essere cadute a terra, lasciando per secoli dormiente un virus Borg per cui gli umani non hanno alcuna difesa.

«La domanda sul perché il virus Borg fosse rimasto inattivo per così tanto tempo era facilmente risolvibile, e si chiedeva perché né lei né Fletcher l’avessero capito prima. O forse non era un gran mistero. Forse semplicemente non avevano voluto riconoscere la terribile verità. Per poter attivare il virus Borg, qualcuno ha impartito un comando specifico. E quel qualcuno poteva essere nientemeno che la Regina Borg.
Il virus era attivo e lo era ormai da diversi giorni. Il che portava inevitabilmente alla conclusione che da qualche parte, non troppo lontano dalla Terra, la Regina fosse in agguato.»
Libby Webber, agente segreta che finge di essere fidanzata con Wang, da The Farther Shore di Christie Golden

Come dicevo, gli sceneggiatori sparano stupidate a casaccio che tanto non dovranno mai rendere conto a nessuno, i romanzieri invece sono un bersaglio per ogni fan di Star Trek esistente, il quale prende le buffonate cine-televisive come Verbo di Dio mentre i romanzi li massacra. Quindi una romanziera come la Golden non può permettersi di fare quello che tutti gli sceneggiatori hanno fatto finora, cioè inventarsi una Regina a casaccio che vive dopo essere morta senza alcuna spiegazione: un romanziere deve sempre dare spiegazioni, per questo sto sempre dalla parte dei romanzieri. Fanno un lavoro sporco e ricevono solo critiche in cambio.

Dal 1996 nessun autore si è preoccupato di spendere una sola parola di spiegazione sulla Regina, su cosa sia e sul perché la troviamo viva dopo ogni sua morte, al massimo Brannon Braga distratto dal suo amore per Jeri Ryan ha sparato la stupidata che la Regina è stata rapita dai Borg da ragazzina: dimentichiamoci di quell’idea imbarazzante, e così come ha cancellato la stupida storia d’amore di Chakotay così la Golden cancella quella frase.

Scordiamoci della “Regina rapita da piccola”, chiaro frutto di alcol

Christie Golden fonda l’idea di una regina “creata” alla bisogna, idea poi fissata nell’universo dei romanzi Trek. In realtà a questa idea aveva già accennato Brannon Braga stesso, in un’intervista per Dark Frontier che abbiamo già incontrato, ma essendo uno sceneggiatore se ne è sbattuto la uallera di tutto.

«Il Royal Procol, questo Royal Protocol, non ha niente a che vedere con l’etichetta, né con qualsiasi altro argomento classico: il Royal Protocol è il nome della procedura computerizzata con cui i Borg creano una Regina. Ed è già in atto.»
da The Farther Shore di Christie Golden

Parte fondante dei Borg è l’essere computerizzati, è l’uniformare razze diverse mediante parti informatiche impiantate nei corpi. E in mano a una romanziera, non a una sceneggiatrice, questo è oro:

«La Regina era un essere organico che non era diventato solo un Borg ma un super-Borg. Era un sistema operativo per l’intera titanica struttura. Era più di un singolo essere… era il programma fatto carne e macchina.»
da The Farther Shore di Christie Golden

Se Rudy Rucker avesse continuato la sua Saga del Ware, interrotta nel 2000, quel 2003 avrebbe potuto rubare l’idea alla Golden e presentare un ipotetico Meatware, con il software che si fa carne. E Golden affonda il colpo: la Regina è un deus ex machina nel vero senso della parola: una divinità che fuoriesce dalla tecnologia. Non puoi ucciderla, perché non è un essere vivente: è un programma, che si attiva volta dopo volta. Sarebbero bastate due righe di dialogo a Brannon Braga per giustificare i continui ritorni della Regina in “Voyager”, ma – di nuovo – lui è uno sceneggiatore, e quindi non è tenuto a dare spiegazioni né a rendere conto di alcunché.

In realtà non c’è alcuna “vera” Regina che ha seguito la Voyager fino al nostro pianeta, è tutta una cospirazione dell’Ammiraglio Brenna Covington, convinta che dopo la Guerra del Dominio (l’appassionante arco narrativo delle ultime stagioni di “Deep Space Nine”) l’umanità abbia bisogno di una stabilità… che solo la Collettività Borg può offrire. Grazie ad apparecchiature illegali è riuscita a diventare una mezza Regina, connettendo la propria mente ai resti Borg lasciati sulla Terra e iniziando a creare una sorta di Collettività: Janeway e i suoi fedeli più stretti affronteranno la donna prima di ulteriori danni alla popolazione terrestre. Dopo uno scontro mentale degno di Scanners (1981), Brenna muore ma prima… passa il Royal Protocol a Sette di Nove.

«”Che sta succedendo? La Regina è morta”, disse perplesso Montgomery, mentre Sette di Nove iniziava a piangere, con le lacrime che le rigavano il viso inespressivo.
“In qualche modo è ancora connessa”, sussurrò Janeway. “Penso che la Regina… possa averle trasferito il Royal Protocol.”
Montgomery la guardò. “Allora perché la lasciamo in vita?”
“Perché sta combattendo”, disse Janeway. “Forza, Sette, resisti.”»
da The Farther Shore di Christie Golden

Sette di Nove resiste alla tentazione di diventare la nuova Regina, malgrado sia in forte crisi visto il pessimo trattamento ricevuto dai terrestri e visto che ormai non si senta più a casa. La Federazione saprà ricompensarla, affidandole il comando dell’unico posto che Sette di Nove chiama “casa”: la USS Voyager.

Non sai cosa ti sei persa…

A Christie Golden sono bastate pochissime righe per mettere insieme tutti gli eventi buttati a casaccio al cinema e in TV nei precedenti anni, a parte la stupidata della “Regina rapita da piccola” di Unimatrix Zero, un lavoro non certo facile e che sicuramente avrà scatenato l’ira di molti fan: infatti la Golden nel 2003 ha confessato di non leggere le recensioni dei suoi romanzi in Rete, che tanto «non si può piacere a tutti». Per questo sto sempre dalla parte dei romanzieri, che vivono in trincea mentre gli sceneggiatori bevono champagne e si spupazzano le ex Borg.

(continua)

L.


– Ultime indagini:

Borg Queen (4) Unimatrice Zero


Un’altra Regina per sempre

Il 15 marzo 2002 il “Rosie O’Donnell Show“, condotto per l’occasione da Caroline Rhea, ospita prima William Shatner e poi Susanna Thompson: una spremuta di Star Trek! A vedere la puntata è chiaro che il mondo dell’intrattenimento non ha molta stima delle serie di fantascienza: addirittura Shatner dimostra di non seguire le nuove serie Trek. Per avere un impatto ancora di più forte di quanto gli universi narrativi siano considerati spazzatura da “quelli fighi”, basta seguire l’intervista di Jery Ryan al “The Late Late Show with Craig Kilborn” (1° novembre 2001), quando le viene chiesto se interpreta una Borg come se fosse una malattia venerea.

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Borg Queen (3) Frontiera oscura


Dove eravamo rimasti

«Come hai potuto dimenticarmi così in fretta?»
la Regina a Picard

Anno 2373. All’inizio del film Star Trek: First Contact torniamo al 2063 dove Picard incontra la Regina Borg, un’entità mai citata né suggerita nei precedenti incontri con la terribile razza. «Ascolti ancora la nostra canzone?» La Regina dà prova di conoscere e ricordare bene Picard, quando era diventato Locutus, mentre l’uomo non sembra ricambiare il ricordo: dei veloci flashback posticci ci mostrano i due “amanti” borgizzati. D’un tratto Picard si ricorda, di un qualcosa che ovviamente non è mai esistita prima di questo film.

Il falso ricordo da un passaggio televisivo sulla compianta Spike

Scopriamo, dalle parole di Picard, che alla Regina non bastava assimilarlo, voleva che l’uomo si offrisse spontaneamente ai Borg. Anzi, alla Regina, sebbene sia la stessa cosa.

«Tu volevi di più di un semplice drone Borg, volevi un essere umano con una mente propria, che potesse colmare il divario tra gli uomini e i Borg, tu volevi una controparte.»

Picard si offre spontaneamente ma ora la Regina non ha più bisogno di lui, visto che ha scelto come controparte Data: dopo questo risvolto di sceneggiatura un po’ vago, nel giro di due secondi la Regina muore senza aggiungere una sola sillaba. Nata dal nulla, torna immediatamente nel nulla. La romanziera J.M. Dillard prova un po’ ad infiocchettare la cosa, salvando il pessimo trattamento che papà Brannon Braga dedica alla sua creatura, e aggiunge un sottile senso di vendetta che pervade la Regina, ma la scrittrice ha davvero poco materiale con cui lavorare. Ciò che rimane dell’ottavo film della saga è un insieme di spunti narrativi che Braga potrà approfondire alla prima occasione utile, che non tarderà ad arrivare.


Il film di “Voyager”

«Rimasi molto impressionata dalla lavorazione, non solo il copione ma anche lo sforzo produttivo: tutto era superiore al normale», così l’attrice Jeri Ryan (che interpreta Sette di Nove) alla rivista “Femme Fatales” (aprile 2000) racconta la lavorazione di quello che oggi è chiamato “doppio episodio” – visto che tecnicamente si tratta di due episodi diretti da due registi e con lavorazioni separate – ma in realtà nasce come vero e proprio film televisivo della serie “Star Trek: Voyager“, cioè Frontiera oscura (Dark Frontier, 5×15-16), mandato infatti i onda in sequenza lo stesso 17 febbraio 1999.

Dopo tre anni in cui Kate Mulgrew è stata osannata da tutti i giornalisti, in quanto prima donna di potere in un universo televisivo fortemente maschile, l’arrivo nella quarta stagione dell’esplosiva Jeri Ryan nel ruolo di una Borg riportata all’umanità aveva mandato tutto in tilt, anche il rapporto umano fra le due attrici, che non è mai stato sereno (per usare un eufemismo). Inoltre i numeri parlavano chiaro: il doppio episodio 4×18-19 (The Killing Game), mandato in onda il 4 marzo 1998 come fosse un film, aveva sbancato i dati d’ascolto: per la stagione successiva bisognava fare lo stesso… ma di più.
Il produttore esecutivo e sceneggiatore Brannon Braga è pronto all’azione: la sua Regina Borg è già nella stanza degli autori.

«Sentivo che avevamo bisogno di qualcosa di davvero spettacolare per l’occasione, e una delle cose che secondo me ha maggiormente cementato il successo di “Voyaver” è stata la presenza delle doppie puntate [two-parters]. Avevamo diversi soggetti che ruotavano sui Borg, io mi sono limitato a fonderne qualcuno e a tirare fuori Dark Frontier

A parlare è Braga stesso, che alla giornalista Anna L. Kaplan di “Cinefantastique” (aprile 2000) spiega che qualsiasi storia parli dei Borg deve per forza tenere conto del film Star Trek: First Contact (sempre scritto da lui), e che quindi debba prevedere battaglie spaziali e la Regina. Aspetta… ma il personaggio non moriva alla fine di quel film?

«Io credo che [i Borg] abbiano un modello genetico per lei: se viene distrutta, lo usano e ne creano un’altra.»

Segnatevi queste parole di Braga, perché saranno riprese in un romanzo che vedremo più avanti.


La storia

«Bentornata a casa.»
la Regina a Sette di Nove

Anno 2375, sono passati due anni da quando Picard ha ucciso la Regina Borg nel Quadrante Alpha, anche se in realtà l’ha fatto nel passato! Ora comunque siamo in tutt’altro tempo, 2375 appunto, e in tutt’altro spazio, cioè nel lontano Quadrante Delta dove la dispersa USS Voyager sta lentamente tornando a casa: fra i mille pericoli incontrati sul suo cammino non mancano i Borg.

Abituati ormai a gestire le piccole navette Borg incontrate, i nostri eroi scoprono di aver bisogno di certa tecnologia per poter viaggiare più veloci e abbreviare la loro lontananza da casa, quindi si organizzano per un “colpo di mano”: utilizzando un biosmorzatore capace di renderli invisibili ai Borg (inventato dal papà di Sette di Nove), i nostri eroi assaltano un vascello, penetrano al suo interno non visti, recuperano il materiale necessario e appena il sistema di mimetizzazione comincia a perdere efficacia sono già tornati sulla Voyager. Facile, no? Peccato che mentre eseguono il piano… Sette di Nove si rifiuti di tornare: il suo posto è nel Cubo. Il suo posto è con la Regina.

L’entrata in scena è sempre quella, di grande effetto

Mentre il capitano Janeway (Kate Mulgrew) faceva i suoi piani, un’altra donna al potere stava tessendo la sua tela: la Regina aveva ripreso i suoi contatti mentali con Sette di Nove e le aveva lanciato un ultimatum, imponendole di sacrificarsi per la salvezza dei suoi amici, i quali sarebbero usciti vivi dal Cubo Borg solo se la ex assimilata fosse tornata “a casa”. Per il bene dei suoi compagni, Sette di Nove accetta.

Anche il corpo è sempre quello, forse lo producono in serie

Da dove arriva questa Regina? È per caso la versione “cronologicamente conseguente” di quella che due anni prima è tornata indietro nel tempo per conquistare la Terra, nel Quadrante Alfa? Oppure ogni Quadrante ha una Regina? O addirittura ogni gruppo di Borg ne ha una? Braga non si impegola in spiegazioni che potrebbero diventare scivolose, anche perché non essendoci la stessa attrice (Alice Krige era già impegnata) affermare che si tratti dello stesso personaggio potrebbe risultare poco convincente. Insomma, c’è una Regina e addirittura afferma di aver lasciato andare lei Sette di Nove, due anni prima (cioè quando viene recuperata dalla Voyager), anche se non spiega il perché.

Son sempre io… la Regina!

L’unica parte spiegata dell’agire regale è il desiderio di avere Sette di Nove al proprio fianco. Non per assimilarla, che di droni senza cervello ce ne sono a miliardi, bensì per sfruttare (non si sa come) l’individualità che Sette di Nove ha sviluppato: pare di capire che la Regina voglia una consigliera, un’alleata, non una schiava. In pratica, credo, viene ripreso lo stesso fumoso e vago obiettivo di First Contact: il desiderio di un proprio pari. Onestamente credo sia un trucchetto narrativo per spiegare come mai i Borg non assimilino velocemente Sette di Nove come fanno con qualsiasi altra vittima.

«Don’t yoy know you’re riding with the Queen» (semi-cit.)

La parte tosta e crudele della vicenda arriva quando Sette di Nove assiste alla fase di assimilazione di “carne fresca”, cioè un gruppo di viaggiatori catturato dai Borg e trasformato nei propri laboratori: urla e carne martoriata creano una scena potentissima e ci fanno capire l’orrore che prova Sette di Nove all’idea di avallare quelle pratiche. La Regina ovviamente sfrutterà questa sua debolezza per cercare di piegarla al proprio volere.

L’insostenibile spietatezza della Regina

Per nulla disposta ad accettare la sconfitta, Janeway parte con i suoi uomini al salvataggio di Sette di Nove, la quale però saprà gestire da sola la situazione, sfruttando le memorie condivise della Regina contro di lei. Al contrario del film, qui gli eroi si limitano a sfuggire ai Borg e la Regina rimane in vita, pronta per tornare a colpire in futuro.

Per l’occasione risbuca fuori il compression rifle

Come fa notare l’attrice Kate Mulgrew, la storia verte su due madri che si contendono una figlia, e in questa vicenda in cui la Regina Borg e il capitano Janeway fanno di tutto per riavere Sette di Nove, dal passato traumatico, non riesco a non vederci un’altra eco di Aliens infilata da Braga, con la Regina Aliena e il tenente Ripley che si contendono Newt, dal passato traumatico.


La stroncatura di DeCandido

«Parli come un vero individuo.»
la Regina a Sette di Nove

Per il sito Tor.com, appartenente alla nota casa editrice specializzata in narrativa fantastica, Keith R.A. DeCandido – scrittore specializzato in ogni universo narrativo esistente, il cui romanzo Alien Isolation (2019) è una delle poche gioie regalateci dalla Titan Books negli ultimi anni – ha una rubrica in cui dall’inizio della pandemia ha iniziato a recensire tutte le puntate della serie di Star Trek, ed ha bocciato sonoramente questa doppia puntata.

DeCandido in qualità di romanziere è molto più attento del lettore medio ai particolari, alle motivazioni dei personaggi, ai risvolti di trama e alle conseguenze logiche delle azioni: tutti punti in cui, ci spiega con dovizia di particolari, questo episodio è carente. Inoltre DeCandido segnala una discrepanza bella grossa in questo universo molto attento alla continuity.
Il primo incontro con i Borg lo abbiamo nell’episodio “Q Who” (TNG 2×16, 1989) che si svolge nel 2365, mentre qui in Dark Frontier ci viene raccontata la storia della famiglia Hansen che studia i Borg nel 2350: cioè quindici anni prima che la Federazione scoprisse la loro esistenza. Visto che l’esploratore Picard non ha idea di cosa sia un Cubo Borg, come fa quindici anni prima la giovane Annika (futura Sette di Nove) a giocare con un Cubo Borg giocattolo?

L’analisi di DeCandido è spietata e come voto gli dà Warp 2 (credo che il massimo sia 9), ma io ho guardato Dark Frontier con occhi meno “analitici”, e mi è piaciuto anche con tutti i suoi difetti.


La nuova Regina

«Non c’è nessun me, solo noi
la Regina a Sette di Nove

Stando alle dichiarazioni di Mitch Suskin, supervisore degli effetti speciali, sul copione dell’episodio c’era scritto «E arriva la Regina Borg, con un effetto speciale spettacolare» (“Cinefantastique”, aprile 2000): facile a scriversi! Tutti i tecnici vogliono realizzare qualcosa di più sorprendente del film, anche se certo i mezzi non sono gli stessi. Il produttore degli effetti speciali Dan Curry crea su storyboard una scena in cui la testa della Regina scende dall’alto mentre i pezzi del suo corpo sono assemblati per accoglierla, sequenza fatta in CGI da John Teska della Foundation Imaging: l’effetto sorprende tutti, che non si aspettavano così tanto con così pochi soldi a disposizione.

«Io non sono la stessa Regina Borg, bensì la nuova Regina dell’alveare»: mette subito le mani avanti l’attrice Susanna Thompson, confessandosi alla giornalista Anna Kaplan per “Femme Fatales” (aprile 2000). «La mia idea è che se loro sono un Collettivo – una mente, una volontà – allora dev’esserci un accesso a quella stessa Collettività di cui faceva parte Alice Krige, perciò le somiglianze ci sono ma noi siamo regine differenti». Mi sembra un po’ un’arrampicata sugli specchi…

Malgrado siano regine diverse, l’attrice si è dovuta adattare ad indossare il costume Borg della collega (sempre con la cura e supervisione di Scott Wheeler), e anche se le due donne condividono un fisico molto simile lo stesso il costume “tirava” in più punti (soprattutto sui fianchi), e dopo intere giornate di riprese, in cui l’attrice era sempre circondata da qualcuno che la toccava in vari modi, l’esperienza si è fatta un tantino fastidiosa.

Non è sempre bello essere Regina

Una curiosità. Jeri Ryan e Susanna Thompson avevano lavorato insieme all’inizio della loro carriera, nel film televisivo Il giorno del sacrificio (In the Line of Duty: Ambush in Waco, 1993), durante il quale erano diventate amiche. Impegni di lavoro poi le hanno tenute separate a lungo, «perciò è stato molto bello ritrovarmi a lavorare con lei, cioè con qualcuno che già conoscevo».

Prima apparizione della Nave Borg della Regina

Per finire, mi piace sottolineare come Rob Bonchune della Foundation Imaging riveli alla rivista “Cinefantastique” (aprile 2000) che la nave della Regina Borg – che qui appare per la prima volta – è stata ideata da Brendon McDougall e Dan Curry.

(continua)

L.


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