Alien 3 (1992-2022) – 9. Il racconto del film


Il racconto del film

Ultima puntata del viaggio per festeggiare i trent’anni di Alien 3, perché il materiale “scottante” è ormai esaurito: le “versioni ufficiali” le trovate nei documentari e le baggianate su YouTube! È il momento di tirare le somme sul terzo xenomorfo filmico con una testimonianza unica nel suo genere.

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Alien 3 (1992-2022) – 8. La versione di Giger


Gigeriade

Cosa ne pensa il creatore grafico dello xenomorfo del terzo film dedicato alla creatura? A raccontarcelo ci pensa il giornalista Les Paul Robley, che va a trovare l’artista svizzero H.R. Giger e pubblica il risultato sulla neonata rivista “Imagi-Movie” (n. 3, primavera 1994), figlia della blasonata “Cinefantastique”.

Stando alle parole del giornalista, il 28 luglio 1990 H.R. Giger è stato contattato per la seconda volta affinché ridisegni la sua creatura in vista di Alien 3: una prima volta era stato contattato da Gordon Carroll – il terzo membro, insieme a Walter Hill e David Giler, della Brandywine, la casa che possiede i diritti di Alien – ai tempi in cui regista era ancora Vincent Ward, ma a quell’epoca l’artista svizzero era impegnato e non se ne è fatto niente.

Questa seconda volta invece è David Fincher in persona a viaggiare fino in Svizzera per andare a trovare Giger, senza avere un copione in mano ma con una proposta che sicuramente piacerà all’artista: ha mano libera per riadattare la creatura. Non sappiamo se qui il giornalista ci metta del suo o stia riportando parole di Fincher, comunque la proposta prevede di sistemare quei «dettagli qualitativamente inferiori» assunti dagli xenomorfi in Aliens (1986). Partendo dal presupposto che non esiste alcun dettaglio “qualitativamente inferiore” in Aliens, tanto più se paragonato al terzo film, credo si riferisca al fatto che Giger non aveva potuto partecipare attivamente alle creature del secondo film, quindi magari ora Fincher lo sta tentando proponendogli di essere più presente.
(Da molti anni i fan litigano sulle variazioni della testa aliena nei primi tre film, appellandosi a fantasiose teorie scientifiche che di scientifico non hanno nulla: semplicemente ognuno ha il proprio xenomorfo preferito.)

Tutti odiano i “bozzi in testa” del secondo film, perché non ve li meritate!

Stando a Robley, Fincher propone a Giger di creare un facehugger acquatico, un nuovo chestburster e una nuova pelle per l’alieno adulto, ma soprattutto una versione di xenomorfo a quattro zampe. L’artista svizzero accetta in nome dell’ottimo rapporto che nel 1979 si era instaurato con Ridley Scott: se l’avesse fatto dietro un contratto chiaro, firmato da un dirigente Fox, sarebbe stato meglio, come vedremo.

Inizia dunque la collaborazione, e per un mese Giger faxa disegni e schizzi ai Pinewood Studios dove Fincher li riceve e risponde con note e commenti. Giger si mostra entusiasta di questa “invenzione moderna”, cioè il fax, perché gli permette di non uscire più di casa: disegna tutta la notte e poi, alle 6 del mattino, faxa tutto a Fincher dall’altra parte dell’oceano.

Chissà come mai questo orripilante “bambi-burster” è stato scartato… (foto da “Imagi-Movies”)

In quelle notti di lavoro frenetico Giger crea uno xenomorfo felino, molto più bestiale del suo parente dei film precedenti, con una pelle quasi mimetica, e che soprattutto emette suoni: l’artista sarà sinceramente dispiaciuto che nel film non si senta la pelle aliena emettere suoni…
Tutto molto bello, tutto molto artistico e ispirato, poi arriva una telefonata di Tom Woodruff e Alec Gillis, gli artisti della ADI (Amalgamated Dynamics, Inc.) che curano l’universo alieno sin dal secondo film, i quali in tono cordiale dicono: «Grazie, Giger, a posto così. Oh, fatti sentire, eh? Faxaci una cartolina». Non sono ovviamente queste le parole usate, ma il succo è lo stesso: anche Giger è rimasto intrappolato nell’ascensore per l’inferno.

«L’Alieno è stato il mio bambino, perciò quando mi è stato chiesto di cambiarlo e trasformarlo in qualcosa di meno umanoide speravo che le mie decisioni in merito sarebbero state le uniche prese in considerazione. Sono stato un ingenuo, nei confronti di Hollywood. Pensavo che avendo vinto un Oscar per il mio alieno, avrei avuto voce in capitolo sul suo aspetto.»

Se non ha avuto voce in capitolo per il secondo film, cosa gli faceva supporre che l’avrebbe avuta per il terzo? Secondo Giger, è stato David Fincher a dargli questa falsa illusione, e ora questo “ragazzetto” osa ignorare il più grande artista svizzero e invece dà ascolto a due maghi degli effetti speciali che da anni conoscono l’alieno meglio di lui!
Dobbiamo infatti ricordare che Woodruff e Gillis sono quelli che fisicamente hanno creato tutte le creature, spesso le hanno “interpretate” e le hanno mosse a favor di camera: Giger si limitava a disegnare e faxare, se poi le sue idee fossero realizzabili nel concreto, e con il budget a disposizione, non gli interessava minimamente.

Mentre GIger faxa dalla Svizzera, Woodruff passa le giornate vestito da alieno

Una volta inviati gli schizzi per fax, la 20th Century Fox considera chiusa la collaborazione con Giger, anche perché tanto si è deciso in favore dei modelli di Woodruff e Gillis. Ma l’artista svizzero, ormai lanciatissimo, continua per conto suo, e insieme al suo fido collaboratore Cornelius de Fries comincia a costruire modellini della creatura da lui concepita, compreso un modello a grandezza naturale (all’incirca due metri di lunghezza) di uno xenomorfo. Gira anche un piccolo filmato a mo’ di documentario, poi propone tutto alla Fox, chiedendo in cambio solo il costo del materiale utilizzato. Non ci crederete, ma la Fox rifiuta l’offerta.

Il modello a grandezza naturale creato da GIger (da “Imagi-Movies”)

Quello che l’esperienza in tanti anni non sembra aver insegnato a Giger è che non si lavora mai “sulla fiducia”, o peggio ancora “per amicizia”: già con un contratto vincolante tocca poi fare causa per essere pagati, quando si parla di Hollywood, figuriamoci senza nulla di scritto!

Giger scopre in seguito che Woodruff e Gillis avevano un regolare contratto con la Fox per occuparsi dell’alieno, firmato già quando c’era Vincent Ward, e quindi hanno considerato gli schizzi di Giger come semplici e apprezzati “suggerimenti” provenienti dal “papà dell’alieno”, nient’altro. Giger era convinto di essere stato “ingaggiato”, invece semplicemente ha fatto una chiacchierata con un regista, il che equivale allo zero assoluto.
Al giornalista Giger parla chiaramente: secondo lui è stato tutto un raggiro messo in atto da Fincher, il quale ha voluto avere due artisti a lavoro sulla creatura così da avere una doppia opportunità al prezzo di una. Mi permetto di dubitare di questa interpretazione.

Gli schizzi alieni che Giger faxava da Zurigo a Londra (da “Imagi-Movies”)

Quando Alien 3 arriva in sala, la Fox organizza a Ginevra una proiezione speciale per Giger e i suoi amici, così da aggiungere la beffa al danno: nei titoli di testa l’artista risulta come ideatore del disegno originale dell’Alien, che sembra una definizione corretta ma nasconde un “sotto-testo”: significa infatti che non è l’autore della creatura del terzo film. Malgrado sia esatto, visto che nessuna delle sue idee è stata presa in considerazione, Giger va su tutte le furie e si considera derubato del proprio lavoro: inviata una lettera alla Fox, ovviamente per fax, la risposta è che ormai tutto il materiale pubblicitario è stato stampato e non si può più correggere.
Da una seconda visione in sala del film, l’artista scopre che il suo nome non è citato nei titoli di coda.

Giger non molla, tramite agenti e avvocati insiste che quello su schermo è un prodotto anche di suoi rimaneggiamenti e alla fine riesce ad ottenere dalla Fox un costoso rimaneggiamento della pellicola, così che nella distribuzione home video nei titoli di testa si legga

«Alien 3 Creature Design by H.R. Giger»

invece della scritta precedente

«Original Alien Design by H.R. Giger»

Da notare come il giornalista affermi, sbagliando, che il nuovo credito vada ad aggiungersi al precedente, invece su tutte le edizioni in home video di Alien 3 (VHS, DVD e Blu-ray, con relative riedizioni e speciali), e quindi anche nelle trasmissioni televisive, esiste un solo credito per Giger, cioè quello che attesta un suo (non propriamente vero) lavoro di disegno sulla creatura del terzo film.

Il tutto inserito fra gli effetti visivi di Edlund e gli effetti alieni di Woodruff e Gillis. Cioè tutta gente che ha lavorato al film, con sudore e sangue, mentre Giger giocava con il fax.

Il credito presente in tutte le edizioni home video del film

Può sembrare il puntiglio di un artista vanesio, una precisazione di lana caprina, invece si tratta di soldi, e anche tanti. Stando a Leslie Barany, agente dell’artista, Giger nel 1979 ha ricevuto una cifra molto alta come diritto d’autore per lo xenomorfo, cifra che curiosamente non si è più ripetuta nei film successivi – ecco quindi il motivo per cui la Fox preferisce non rivolgersi a lui per “ricreare” l’alieno – e ora lui, in nome del suo cliente, sta tentando di estendere quei diritti anche al ricchissimo mondo delle opere licenziatarie dell’universo narrativo espanso. Cosa che, temo, la Fox non permetterà con facilità.

Intanto Giger comincia a farsi sensibile, convinto com’è che il suo rapporto con Alien 3 sia lo stesso avuto vent’anni prima con Alien (1979): scoprire che la Fox non lo porta in giro in pompa magna lo ferisce personalmente. Eppure era successo lo stesso nel 1986 per il secondo film, ma forse stavolta credeva le cose fossero diverse.

Giger racconta al giornalista di “Imagi-Movies” un aneddoto piccolo ma rappresentativo. Quando la rivista “Fangoria” ha chiesto di contattarlo per un’intervista, l’ufficio pubblicitario della Fox ha specificato che l’artista non era coinvolto nella lavorazione del film. Non viene detto, ma ipotizzo che questo volesse dire che il giornalista di “Fangoria” non avrebbe potuto volare fino a Zurigo a spese della Fox. Comunque l’essere considerato “non coinvolto” nel terzo film – cosa che corrisponde a verità – ha ferito personalmente lo svizzero.

Artista che con occhio d’aquila non perde una sola rivista di settore dove stanare le interviste a Woodruff e Gillis, i quali lo citano sempre come maestro ma osano definirlo “creatore dell’alieno”, invece che riconoscergli un lavoro che in realtà non ha fatto, visto che l’alieno del terzo film è opera di Woodruff e Gillis. Addirittura sulla rivista “Cinefex” David Fincher ringrazia personalmente tutti quelli che hanno reso possibile il film… e non cita Giger! Può esistere offesa più grave?

Confronto fra l’alieno di Giger e quello di Woodruff e Gillis usato nel film

Dopo mesi di costose cause legali, Giger riesce ad ottenere dalla Fox i diritti d’autore sul merchandising del film (cioè la paccata di soldi a cui il sensibile artista mirava sin dall’inizio), ma vuole anche essere risarcito dei novemila dollari di spese legali: in quest’ultimo caso la Fox finge di non sentire. E infine ci si mettono pure gli Oscar: l’Academy Award compie il madornale errore di non candidarlo per quei quattro schizzi faxati da Zurigo. Per settimane Giger invia fax a chiunque, in vista della cerimonia di premiazione, ma solo alla fine la Fox risponde, sottolineando come le regole del premio vietino alle case di proporre nomi, quindi – lascia ben poco velatamente trasparire la lettera – la colpa è di Fincher, che all’Academy ha mandato solo i nomi di Woodruff e Gillis. Giusto per mettere benzina sul fuoco.

Effetti speciali alieni proiettati alla Notte degli Oscar 1993

Il 29 marzo 1993 è un triste giorno, perché alla 65ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar, nella categoria “Migliori effetti speciali“, l’attrice Andie MacDowell legge i nomi di Edlund, Gillis, Woodruff e Gibbs, cioè quelli che si sono spaccati la schiena per creare gli effetti speciali di Alien 3. Si può essere più ingiusti nei confronti di Giger, che se ne stava a casa sua ad inviare schizzi col fax, credendo che a Hollywood si lavorasse “sulla fiducia”?
Tranquilli, alla fine non c’è stata alcuna ingiustizia, quel 1993 l’Oscar per i migliori effetti speciali va La morte ti fa bella di Robert Zemeckis… dove però ha lavorato anche Woodruff!

Tom Woodruff jr. (l’ultimo a destra) premiato lo stesso, quel 1993

Dopo aver dato ampio spazio alle geremiadi (anzi, gigeriadi) di Giger, la stessa “Imagi-Movies” va a sentire gli “incriminati”, cioè Woodruff e Gillis della ADI: bei tempi quando le riviste non si limitavano a fare gli uffici stampa ma davano voce anche ad opinioni dissonanti.

Al giornalista Tim Prokop Woodruff racconta che:

«L’alieno è così noto che non c’erano molti margini di lavorazione, se non renderlo ancora più alieno rispetto ai due primi film. La maggior parte delle nostre modifiche sono state di tipo stilistico, perché volevamo tornare ai disegni originali di Giger mai davvero portati su schermo.»

Interviene Gillis:

«I dipinti di Giger hanno a che vedere con qualcosa di tanto spaventoso quanto affascinante. Ci sono cose tipo parti di macchinari integrati nella creatura, e penso che quella strana combinazione di umano, macchina e ossa sia una delle cose che rendono l’alieno unico e spaventoso. Abbiamo cercato di suggerire le stesse forme, anche se in maniera più organica.»

I “burattinai” della Boss Film

I due raccontano al giornalista che si trovavano negli studi di Londra a preparare gli effetti per il film quando ricevettero una telefonata di Giger. Woodruff confessa che sebbene fossero grandi estimatori del suo lavoro, avevano sentito voci sul temperamento dell’artista svizzero, e temevano che il loro lavoro per Aliens (1986) non fosse piaciuto. «Non sapevamo se ci stava telefonando per congratularsi o per offenderci: invece si è rivelata una persona simpaticissima».

Stando al racconto di Gillis, Giger ha telefonato per sapere quali fossero le loro idee sulla creatura poi ha iniziato a inviare per fax disegni e schizzi, «idee molto utili al momento di decidere come sviluppare l’alieno: eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda». Woodruff e Gillis prendono la decisione di rimuovere i tubi sulla schiena della creatura, che poi (come abbiamo visto) verranno ri-messi e ri-tolti, perché impedivano un corretto movimento della lunga testa di un alieno diventato quadrupede, da bipede che era sempre stato. Guarda caso, nei bozzetti faxati da Zurigo anche Giger ha tolto i tubi: insomma, nel racconto dei due effettisti è stata una collaborazione scritta in Cielo, al contrario di come la racconta l’artista svizzero.

Tom Woodruff Jr.: il nostro caro alieno dal 1986! (da AvP Galaxy)

Una volta decisa la forma dell’alieno, la ADI crea una tuta aderentissima che poi dovrà indossare il solito Woodruff, l’uomo che dal 1986 ad oggi ha interpretato lo xenomorfo su schermo. Poi viene costruito anche un modellino in scala 1:8 per farlo muovere come un burattino dagli effettisti della Boss Film, in scene da posporre poi su quelle a grandezza naturale.

«Credo che siamo andati molto vicino ai disegni originali di Giger nel creare l’alieno, e grazie alla Boss Film siamo stati in grado di renderlo reale.»

Così Woodruff conclude il suo racconto del “dietro le quinte”: uno stile ben diverso da quello di Giger.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 7. La versione di Fincher


Il regista che odiava il proprio film

«Ci ho dovuto lavorare per due anni, mi hanno licenziato tre volte e ho dovuto combattere per ogni singolo aspetto. Ancora oggi, nessuno odia Alien 3 più di me.»
~
David Fincher a Mark Salisbury per “Guardian”, 18 gennaio 2009

Nella suo saggio Rebels on the Backlot (2005) Sharon Waxman incontra molti registi, fra cui David Fincher, di cui racconta brevemente le “origini”.

Cresciuto in una provincia americana simile a quella che fa da sfondo a tutte le storie horror, il giovanissimo David viveva male la sua adolescenza, la scuola era un disastro ma il cinema l’aveva colpito forte sin da tenera età: era lì che voleva andare per sfuggire a tutto il resto.
Nel 1980 Fincher è un diciassettenne che vorrebbe andare alla USC, quell’Università californiana da cui sono usciti parecchi nomi noti dell’ambiente, ma è in totale disaccordo con la sua filosofia – cioè spendere 70 mila dollari di tasca propria per produrre un filmino studentesco i cui diritti sarebbero poi rimasti all’università – quindi decide di provare un’altra strada: andare a bussare al suo amico Craig Barron.

Barron aveva lavorato con la ILM (Industrial Light & Magic), la casa di Spielberg e Lucas che all’epoca era l’apice della magia cinematografica, dipingendo alcuni fondali per L’Impero colpisce ancora (1980). Conosciuto tra i banchi di scuola, Fincher chiede a Barron un’opportunità per entrare in quel magico mondo ed ottiene piccole mansioni tecniche sul set de Il ritorno dello Jedi (1983), film che detesta di cuore ma che gli ha regalato visibilità, visto che c’è il suo nome nei titoli di coda.

Mica tutti ce l’hanno, il nome nei titoli di coda de Il ritorno dello Jedi

In attesa che Lucas torni a girare (eh, stai fresco!), Fincher trova altri lavori tecnici in giro, come la direzione della fotografia dei fondali de La storia infinita (1984), altro lavoro che non lo lascia soddisfatto: ben presto trova in TV gli stimoli che cercava e nel 1987 ha già co-fondato una sua compagnia, la Propaganda. Il successo di Fincher nell’ambiente è immediato e questo lo porta al “livello successivo”,, cioè Alien 3, che la saggista non esita a definire «un assoluto disastro» (an unmitigated disaster).

Al giornalista Mark Salisbury di “Empire” n. 80 (febbraio 1996) così Fincher racconta:

«Ero infelice. Non sono bravo a fare il cane ammaestrato, non ero lì a radunare le pecore di qualcun altro. Nei miei lavori televisivi ero sempre totalmente coinvolto, riscrivevo e riconcepivo i soggetti. Cerchi di fare tua l’opera, ma non puoi riuscirci se quando entri ci sono già lavorazioni di due anni iniziate da qualcun altro. Tutto era un “Ci piace la tua idea, ma vedi se riesci a realizzarla con 15 mila dollari invece che 150 mila”.»

Al giornalista, Fincher rivela la sua personale versione del film alieno, quella che ha raccontato alla Fox e per la quale è stato assunto. Solo per poi scoprire – chi mai l’avrebbe potuto immaginare? – che non c’erano soldi per realizzarla.

«Ho raccontato loro la storia e mi hanno ingaggiato, splendido. Il mio era un fottuto film alla David Lean. Non parlava di tipi tosti nello spazio bensì di pedofili. Era un film grande, complicato e politico. C’erano tre Lance Henriksen in giro, Paul McGann era un assassino seriale e alla fine del film hai l’alieno che corre in giro con tremila Stormtroopers in arrivo. Era grandioso, strano e l’idea era splendida. Poi arrivano e mi dicono “Non possiamo farlo, al massimo possiamo avere diciotto tizi”. E così alla fine hanno tagliato le palle a tutta l’intera operazione.»

Un altro saggio, Studying Fight Club (2014) di Mark Ramey, ci racconta che una volta completato con sofferenza il suo film, Fincher lo fa vedere a Joel Schumacher, ed ecco quale è stato l’autorevole responso del celebre regista:

«La buona notizia è che stai puntando in alto. La cattiva è che non sei in grado di ottenere ciò che vuoi: sei un fuori-classe, e quindi sei infelice per definizione. Questo è il primo punto. Il secondo punto è che ti metti in una posizione per cui loro [i produttori] hanno più potere di te semplicemente perché tu tieni al film molto più di loro. Non lasciare che accada di nuovo.»
(dichiarazione riportata in origine da James Swallow in Dark Eyes. The Films of David Fincher, 2003)

Fincher ha subito fatto sua la lezione, infatti al citato “Empire” nel 1996 racconta:

«La cosa più orribile del fare Alien 3 è stata capire che più ti importava del film, più loro ti fottevano: è una lezione davvero dura da imparare. La regola del gioco, quando hai a che fare con quel tipo di soldi, è che devi essere in grado in qualsiasi momento di alzarti e mandare tutti a fare in culo. Devi poter dire “non me ne frega un cazzo” in ogni momento, allora sì che sei in una posizione di potere. Io invece ero totalmente inerme, perché ero totalmente preso da qualcosa che doveva reggere il confronto con due film precedenti.»

Al momento di inaugurare una nuova rivista di cinema – “Imagi-Movies” (inverno 1993), costola della più celebre “Cinefantastique”, in un momento magico per l’informazione cinematografica – è chiaro che l’Affaire Alien 3 debba ancora essere analizzato, ad un anno dall’uscita del film, quando ormai chiunque scrivesse recensioni l’aveva stroncato.

Il giornalista britannico Mark Burman ci informa con una certa curiosità che invece il film ha avuto una buona accoglienza in Europa e in Giappone (peraltro il Sol Levante da sempre è il fan numero uno dell’universo alieno!) «Forse è piaciuto il suo pessimismo disperato», ipotizza il giornalista dubbioso, incredulo che il film possa aver riscosso altro che pernacchie, «forse i dialoghi suonano meglio in francese: chissà in quei posti in quante maniere si può tradurre “fanculo”?» Giusto per ricordare quanto il mercato europeo sia tenuto in nulla considerazione nell’opinione americana.

«Credo che il pubblico l’abbia trovato pretenzioso e ponderoso: non spaventoso bensì nauseante». A parlare è David Fincher che, contattato per una breve intervista telefonica per conto dalla BBC, con sorpresa del giornalista britannico inizia a confessarsi e a dilungarsi: quanto avrà pagato di bolletta la BBC?

«La prima cosa che abbiamo deciso è che l’alieno non sarebbe stato il centro focale della storia. È come per Il ponte sul fiume Kwai (1957), il ponte è solo uno dei soggetti della vicenda, non il fulcro del film. L’idea era di non fare uno spara-tutto, bensì gestire questo personaggio: lanciamo nello spazio una donna di quarant’anni invece di una vittima in mutandine come nel primo Alien

Che tenero Fincher, che parla come se lui avesse preso parte al processo creativo della storia! Decisamente più interessante quando racconta della visita di Ridley Scott sul set di Alien 3:

«Era favoloso con il suo vestito di seta e uno dei suoi grandi sigari cubani. C’era una troupe di un documentario Fox che filmava l’intera conversazione.
Ridley mi ha chiesto come stesse andando e io risposi “Davvero male”, al che lui disse: “Non va mai bene, non è così che funziona il cinema: assicurati di fare un piccolo film dove riesci ad avere il controllo, mentre loro continuano a bastonarti”. Poi mi raccontò come non avesse ancora visto un centesimo dal primo Alien. Non credo che abbiano usato quella conversazione nel documentario.»

Chissà che non sia questo il vero motivo per cui Scott non ha mai voluto prendere in considerazione un ritorno nell’universo alieno prima del nuovo millennio: sapeva che la Fox non paga a meno di non farle causa!

Intanto Fincher torna alla sua geremiade:

«È stato semplicemente orribile: la cosa peggiore che mi sia mai capitata. Guarda, sarei uno stupido a dire che non sapevo cosa mi aspettasse, mi ci sono voluti cinque anni per decidere cosa volessi fare e ho sempre voluto fare film di questo livello. (tira un lungo sospiro.) La lezione che ho imparato è che non puoi metterti alla guida di un progetto come questo a meno di non avere film come Terminator o Lo Squalo alle tue spalle.
Quando arriva Spielberg e dice “Ho fatto il film che ha guadagnato di più nella storia e voglio 18 milioni per fare Incontri ravvicinati…“, tutti annuiscono e si sentono fortunati ad averlo a bordo. Tutt’altro discorso è quando sei circondato da gente che suda sangue per i soldi che stai spendendo e dici loro “Fidatevi di me, io credo veramente in quel che sto facendo”: loro ti guardano e dicono “Chi cazzo sei? A chi frega ciò in cui credi?”»

Un discorso interessante di Fincher nasce dal finale del film. Il regista ha subito sposato l’idea del suicidio della protagonista: il primo film per lui anticipava il culto della personalità degli anni Ottanta, e il secondo film dava voce al nascente fenomeno delle donne che dovevano unire carriera e maternità: a cosa si sarebbe riferito il terzo? Cosa chiedere alle nuove generazioni anni Novanta? «Sacrificio, una nobile alternativa capitalista.»

Un suicidio diventato iconico

Una volta stabilito che Ripley deve morire, Fincher fa notare che agli occhi del pubblico americano il suicidio è visto come un segno di debolezza, una “via d’uscita facile” e quindi una rinuncia alle proprie responsabilità. Quindi bisognava fare in modo che il gesto fosse obbligato, che non ci fossero alternative. Ma lo stesso il regista ha creato una “tentazione finale”.

«C’era un’intera scena di almeno tre minuti che è stata tagliata via, quando Bishop espone la questione a Ripley. Volevo che la donna fosse davvero tentata, che prendesse seriamente in considerazione l’idea di accettare la proposta di Bishop. In origine c’erano ben 40 secondi di pausa da quando lui dice “Devi credermi” a quando lei risponde “No”.»

Un’umana debolezza tagliata dal montaggio finale

Fincher voleva che la donna subisse una sorta di tentazione ma che soprattutto prendesse lei la decisione, invece di subire gli eventi: lanciarsi nel fuoco doveva essere una sua decisione cosciente e soprattutto ponderata, invece nella velocità del montaggio finale la “pausa di riflessione” si perde.

«Non volevo che l’alieno venisse fuori, ancora non mi piace l’idea della creaturina che esplode dal petto nel finale». Il regista voleva chiudere la scena con Ripley che crollava nella fornace con sguardo rilassato, contenta che tutto stesse finalmente finendo, ma nelle proiezioni di prova il pubblico invece ha premiato l’uscita del chestburster dal petto, scena imposta a Fincher dalla produzione e girata quattro giorni prima dell’uscita in sala. «Un completo e ridicolo disastro, non so se funzioni».

Il chestburster finale, che non piacerà a Fincher ma a cui sono affezionato

Curiosamente, però, nella recensione finale di Carl Brandon su “Cinefantastique” (giugno 1992) si afferma l’esatto opposto.

«Originariamente Alien 3 finita con il chestburster che fuoriusciva da Ripley, la quale aveva ancora la forza sufficiente per lanciare la creatura nel piombo fuso. Quando una proiezione di prova dimostrò che la scena risultava fortemente insoddisfacente, la Fox ha modificato tutto così che Ripley ora allarga le braccia a crocifisso e cade nel fuoco, salvando l’umanità dai piani della Compagnia.»

Ma quanti finali sono stati girati? Purtroppo non posso essere sicuro di quello che ho visto in sala nel 1992, che mi sembra lo stesso uscito in home video – con Ripley che afferra il chestburster uscito dal suo petto – comunque Fincher dovrebbe essere soddisfatto che nella versione “estesa” del film, contenuta nei DVD e Blu-ray dal 2003 in poi, non si vede il chestburster fuoriuscire ma solo lo sguardo rilassato di Ripley, come voleva lui.

Lo sbrigativo finale della Special Edition

Fincher confessa che l’idea di abbandonare la produzione sin dall’inizio non gli era sconosciuta, soprattutto quando si è reso conto che la situazione era drammatica, ma giustamente fa notare che per un regista esordiente mollare il suo primo grande incarico sarebbe stato peggio che fare di tutto per portarlo a termine, e vista la carriera di Fincher direi che ha avuto ragione.

Quello che Fincher dispiace è, secondo lui, di non essere riuscito a creare un film che distraesse il pubblico dai problemi della vita quotidiana. Mentre infatti il regista era sdraiato sulla poltrona del suo dentista, il dottore che gli trapanava un dente gli ha spiegato:

«Capisci, quando sono uscito dal cinema non ero distratto dall’AIDS, dalle rivolte nelle strade, dalla paura di altre culture. Era ancora tutto lì.»

Regola dell’intrattenimento americano, ci spiega Fincher, è che un film debba distrarre gli spettatori dai loro problemi, e sente di aver fallito sotto questo punto di vista, mentre un terzo Alien spara-tutto magari avrebbe funzionato meglio.

Dài, Siggie, almeno una sparatoria fammela fare…

Arrivato il momento di parlare dei progetti in corso – che non bisognerebbe mai anticipare, altrimenti è sicuro che non andranno in porto – Fincher lancia la bomba:

«Stiamo parlando… (ride) Oh Dio, stiamo davvero parlando di fare “The Avengers”. Non voglio farlo con Mel Gibson. Cioè, amo Mel Gibson ma ho una mia versione in testa, magari con Charles Dance nel ruolo di Steed. Magari farò una grande versione in bianco e nero di “The Avengers”, in pieno stile anni Sessanta.»

Per i giovani, non c’entra niente la Marvel: “The Avengers” era una nota ed amata serie britannica che in Italia si chiamava “Agente speciale”, e il film a cui fa riferimento Fincher lo girerà invece Jeremiah S. Chechik con il titolo The Avengers – Agenti speciali (1998), con protagonisti Ralph Fiennes e Uma Thurman.

Come finisce questa storia ce lo racconta il citato saggio di Sharon Waxman.

Scoraggiato dall’esperienza di Alien 3 («è stato un bagno di sangue!») e demoralizzato dalle critiche negative che il film colleziona alla sua uscita, Fincher sente di aver perso l’occasione di entrare nel grande giro, finché a sorpresa arriva una telefonata di Steve Soderbergh, che gli dice: «Ho capito cosa hai cercato di fare con questo film, si sente che c’è dell’ottimo lavoro dietro». Con questi complimenti arrivati da un nome noto, Fincher si rincuora, e che il non essere supportato (anzi osteggiato) dalla Fox non era una sua mania di persecuzione lo dimostra Bill Mechanic, che nel 1996 dirige la major e propone a Fincher il progetto Fight Club. Ma prima lo rassicura: non sono più i tempi di Joe Roth, sono finiti i tempi di Alien 3. In pratica, la Fox ammette ufficialmente che quello è stato un ascensore per l’inferno, tutto in discesa. (In realtà non è vero niente, la Fox è ancora specializzata in disastri totali e tombali, come di lì a un anno avrebbe iniziato a testimoniare Joss Whedon, distrutto dalla terribile esperienza di scrivere Alien Resurrection, ma questa… è un’altra storia.)

In conclusione, per “Film and Video” n. 13 (ottobre 1997), Iain Blair chiede a Fincher se il grande successo di Se7en (1995) lui lo intenda come una rivalsa dopo i problemi di Alien 3.

«Non direi. Io ragiono sulla lunga distanza, riguardo alla mia carriera. Hitchcock ha fatto 75 film: 6 sono meravigliosi, 35 sono ignorati da tutti. Sfortunatamente viviamo in tempi in cui servono due anni per fare un film. Magari sono lento io, ma non farò mai 75 film.»

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 6. Testimone del disastro


Dal confessionale alieno

Chi segue i miei viaggi nel cinema sa che non mi interessano le leggende e i miti popolari, tutti quei trivia e baggianate similari (tipo “10 cose che non sai su…”) che affollano la Rete e non hanno certo bisogno che io li replichi: preferisco di gran lunga andare a sentire cosa dicono i diretti interessati. Non che dicano la Verità, non possiamo saperlo, ma almeno non sono “sentito dire”, “voci di corridoio” e bufale assortite che tanto piacciono ai siti web.

Stavolta devo fare un’eccezione, anche se un’eccezione “di lusso”.

Al contrario di “Premiere” (maggio) e “Cinefantastique” (giugno), un’altra autorevole rivista di cinema quel 1992 si interessa dell’uscita di Alien 3, ma “Empire” (settembre) al contrario delle blasonate colleghe non si limita ad intervistare gli autori del film, riportando le loro dichiarazioni con nome e cognome, ma dà voce anche ad un fantomatico «tecnico degli effetti speciali di grande esperienza» che lavorava nella squadra britannica nei Pinewood Studios dov’è stato girato il film. Perché questo «tecnico londinese» ha scelto di rimanere anonimo quando persino il regista stava sparando a zero sulla produzione? Forse perché un semplice tecnico poteva subire molte più ripercussioni dalle case produttrici rispetto ad un regista? Oppure dietro l’espediente del “tecnico anonimo” qualcun altro ne ha approfittato per sfogarsi e dire ciò che non si può dire firmandosi con nome e cognome?

Quindi in questo capitolo devo riportare dichiarazioni di cui non è chiara la provenienza, cosa che di solito cerco di evitare, ma a mia discolpa ricordo che tutto ciò che segue è apparso pubblicato su una rivista blasonata (ringrazio il mitico sito Strange Shapes per averla recuperata), non su una fan-zine (cioè il corrispettivo di un sito web dell’epoca), quindi è sempre più “autorevole” di un video su YouTube con “10 cose che non sai su Alien 3“. L’intero articolo potete leggerlo nella mia traduzione: qui mi limito a riportarne i passi salienti.

da “Empire” n. 39 (settembre 1992)

«La lavorazione procedeva da quattro mesi all’epoca del mio arrivo, e ancora non avevano iniziato a pensare alla realizzazione dell’alieno.»

Ammettendo che il tecnico con “lavorazione” intenda le riprese di Alien 3, iniziate ufficialmente il 14 gennaio 1991, possiamo ipotizzare di trovarci intorno all’aprile di quell’anno, quando – come abbiamo visto – il copione non fa che cambiare in continuazione, con Walter Hill e David Giler chiusi in una stanza a sfornare revisioni a getto continuo.

«Quando arrivai non avevano neanche idea di come dovesse essere fatta la creatura. C’erano copioni diversi, compreso uno con un pianeta fatto di vetro: infatti stavano pensando a realizzare un Alien di vetro; c’era una versione con un pianeta fatto tutto di legno e si pensava ad una creatura fatta di legno, cioè adattata all’ambiente circostante.»

Pure il pianeta di vetro! Ma era un’ossessione questa dei pianeti artificiali. Curioso poi che girasse ancora il pianeta di legno malgrado David Giler sin da subito avesse bocciato l’iniziativa.

«Avevano preparato solamente il facehugger che si vede all’inizio del film, che era stata una creazione travagliata. C’era un altro super-facehugger per cui impiegammo circa tre mesi di lavorazione, e che venne scartato proprio quando portammo a compimento il lavoro.

Costruimmo anche un grande bue da cui sarebbe dovuto uscire l’Alien, ma a David Fincher non piaceva. Andarono in America per girare comunque la scena con il bue: ora è un cane… È stato un colossale spreco di denaro.»

Tutto sembra confermato, visto che foto di scena ci mostrano il bovino da cui sarebbe dovuto fuoriuscire il facehugger, così come trova conferma la profonda diffidenza di tutti i tecnici nei confronti di questo giovane regista esordiente, fondata però non si sa su cosa: ogni regista famoso ha iniziato come esordiente, quindi è un sentimento che non ha davvero senso. Però tutti confermano che Fincher ha subìto antipatia a grappoli da parte di chiunque.

da “Empire” n. 39 (settembre 1992)

Imperdibile la versione del “testimone anonimo” sulla “mutazione” dello xenomorfo del terzo film:

«L’alieno originale aveva questa specie di tubi che gli uscivano dalla schiena che lo distinguevano dall’essere un semplice uomo in una tuta di gomma, ma i creature designers Alec (Gillis) e Tom (Woodruff) li odiavano e li tolsero di mezzo. Il primo giorno che portammo l’alieno sul set, Fincher disse: “Dove sono quei tubi che uscivano dalla schiena?” Così ce ne fece creare qualcuno al volo che incollammo sulla schiena. Li facemmo di notte e li appiccicammo alla meglio: e questo era un film multi-milionario.

Tornati sul set e visto il risultato, Fincher disse: “Toglieteli”. Che meraviglia…»

Tutto questo ha creato la mythology (cioè la buffonata) per cui a seconda dell’organismo infettato lo xenomorfo cambi la propria forma.

L’alieno de-tubato

«Il supervisore agli effetti speciali George Gibbs ha raccontato di aver costruito questo enorme set per il finale del film nel teatro di posa di 007 dei Pinewood Studios, poi hanno cambiato la sceneggiatura e lui ha dovuto smontare tutto e ricostruirlo daccapo.

Abbiamo speso molto tempo e soldi facendo la tuta dell’Alien ed altri tecnici hanno fatto lo stesso, creando una versione in miniatura, e le due cose non combaciavano: non sembravano lo stesso Alien.»

Di nuovo, non abbiamo prove che questa testimonianza anonima sia veritiera, ma decisamente sembrano eventi più che plausibili, vista la produzione disastrata.

«Immagino che non si possa fargliene una colpa, semmai è da incolpare la gente che vuole fare un film senza avere un copione prima. È da incolpare anche Sigourney Weaver, fino ad un certo punto, per aver infilato troppe dita nella torta. Per quanto ne sappia ha avuto molto a che fare con il copione: era quella che non voleva armi nel film e che voleva una scena d’amore. Non aveva senso con gli altri personaggi, così ha deciso che Ripley doveva andare a letto con qualcuno.»

In effetti, dopo la scena d’amore con Dallas cancellata dal copione del primo film, dopo l’ipotetica storia con Hicks mai realizzata nel secondo, era ora che Ripley ottenesse una scena d’amore su grande schermo.

L’unica storia d’amore che dura, con Ripley

«Alla fine delle riprese, c’erano un sacco di scene non girate, con tutte quelle cose importanti per la storia lasciate indietro. Dal mio punto di vista sembrava che da un momento all’altro avrebbero cancellato tutto, abolendo l’intero progetto. Forse sarebbe stato meglio…»

Possiamo credere o non credere a questa testimonianza anonima, ma di certo ci fornisce un’idea dell’ascensore per l’inferno che sono state le riprese, con un Fincher che dovendo lottare contro un’immotivata diffidenza generale si comportava “alla James Cameron” senza però essere James Cameron. (Fermo restando che pure ai tempi di Aliens Cameron non era ancora Cameron!)


Quando Hicks scoprì di essere morto

Oggi non conosco nessuno che consideri Alien 3 un pessimo film né leggo sue critiche feroci: la mia ipotesi è che nei decenni successivi la saga aliena sia caduta così in basso che l’opera di Fincher ne ha guadagnato tantissimo. Ma nel 1992 era tutto un altro discorso.

Cover di Mark A. Nelson

In Italia eravamo davvero pochini, ma in Americani erano davvero tantini quelli che volevano continuare a provare le emozioni di Aliens e si erano riversati sui fumetti della Dark Horse Comics, che raccontavano le avventure di Hicks sfregiato e di Newt adolescente alle prese con l’invasione aliena della Terra. Quando dopo anni finalmente Newt ritrova Ripley, la “famiglia” si riforma e può iniziare la riconquista della Terra. Un universo narrativo stava nascendo e avrebbe tenuto banco per anni e anni, con fumetti dal successo così epocale che sarebbero persino diventati romanzi-novelization, evento credo unico nella storia.

Come dicevo, in Italia eravamo quattro sfigati ad appassionarci a queste vicende, ma in patria il pubblico era decisamente elevato – per anni il marchio “Aliens” è stato la spina dorsale dell’intera azienda Dark Horse Comics – quindi alla prima notizia che Hicks e Newt erano stati gettati via nel cestino dei rifiuti… be’, Alien 3 partiva già con uno svantaggio di misura incalcolabile, un’offesa a milioni di appassionati alieni che non sarebbe stata perdonata. Poi tutto è crollato, tutti hanno dimenticato il glorioso universo alieno di quegli anni e oggi nessuno sa di un’offesa che brucia ancora.

Non bruciò però solo a noi fan, ma anche a Michael Biehn, che un giorno per puro caso… scoprì di essere morto!

Quello intervistato per il cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003) è un Michael Biehn ormai dalla carriera evaporata, quindi racconta con leggerezza e semplicità l’evento che probabilmente l’ha fatto uscire dal “giro grosso” del cinema.

Nel 1991 in cui si sta girando Alien 3 in Gran Bretagna, Biehn è in California a girare Colpo doppio (Timebomb) della Raffaella Productions, cioè prodotto da Raffaella De Laurentiis. Per una incredibile fatalità la produttrice era stata in visita ai Pinewood Studios e, per un’altra incredibile fatalità, aveva ammirato in uno stanzone vari manichini pronti per essere aggrediti dallo xenomorfo: su un tavolo Raffaella vede… il pupazzo di Hicks con il torace aperto! Raccontata la “curiosità” all’attore, Biehn (a sua detta) si è limitato a rispondere: «Oh! Molto interessante».

Il “cadavere” di Hicks (dal cofanetto “Alien Quadrilogy”)

Dimostratosi calmo con la produttrice, poi Biehn telefona al suo agente e tutta la calma è ormai svanita. L’attore, fra una parolaccia e l’altra, si lamenta del fatto che la Fox abbia ucciso il suo personaggio senza neanche contattarlo, per lo più facendogli uscire un alieno dal petto, e l’agente lo rincuora: «quella è la tua immagine [likeness], non possono farlo». L’agente chiama la produzione di Alien 3 e li avverte: se esce un chestburster da Hicks, si preparino a delle cause legali.

La Fox, sempre stando alle dichiarazioni dell’attore, propone quello che propone sempre per risolvere i problemi, cioè soldi, ma Biehn rifiuta: «Non m’interessa quanti soldi avete: quell’alieno non uscirà dal mio torace».

Un paio di mesi dopo la Fox contatta di nuovo l’attore con la soluzione in tasca: verrà mostrato un cadavere maciullato, ma senza torace aperto, e una fotografia di Hicks. L’attore risponde in maniera filosofica: «Ora potete pagarmi».

L’ingloriosa fine di un grande personaggio

«Per quella foto presi quasi la stessa cifra che avevo guadagnato facendo il primo film, quindi sotto certi aspetti quell’episodio influì. Ma il tutto si svolse un po’ a denti stretti. Loro dissero: “Be’… e va bene, ti paghiamo”. E io: “Mi dovete dare di più”, e fu tutto un tira e molla. C’era tensione.

Se avessi saputo quanta strada avrebbe fatto David Fincher, gli avrei detto: “Fa’ come vuoi, basta che mi chiami per uno dei tuoi prossimi film”.»

Da quel giorno Michael Biehn è scomparso dai radar, impegnato o in produzioni minuscole, spesso invisibili ad occhio nudo, o come personaggio secondario o sullo sfondo. Magari è solo una coincidenza, ma il mondo del cinema è un paesino dove tutti si conoscono e tutti si ricordano di tutto: chi crea problemi o fa sgarri, finisce subito ai margini.

Il ritorno di Hicks, solo per dire di nuovo addio

Dieci anni dopo la citata intervista, finalmente Hicks torna in vita, e Michael Biehn doppia il suo storico personaggio nel videogioco Aliens: Colonial Marines (2013) scritto da Mikey Neumann, il quale riesce non solo a unire alla perfezione le vicende di Aliens ed Alien 3, ma ci regala un trucchetto per cui Hicks è rimasto in vita, anche se purtroppo l’immotivato insuccesso del videogioco lo ha ucciso un’altra volta. Come fa Hicks ad essere vivo mesi dopo l’incidente di Fiorina 161? La risposta è semplice… e la trovate nella mia storia di Colonial Marines.

Anche Newt tornerà in vita, in un certo modo, grazie proprio a quel Mark Verheiden che l’ha resa immortale nei primi fumetti di Aliens, spazzati via dal disastro di Alien 3. Se volete conoscere la Newt adulta, dallo spirito indomito, con la sindrome della sopravvissuta e quella dell’abbandono, nevrotica e testarda, così come l’ha concepita e resa immortale Verheiden… vi basta gustarla nella serie TV co-prodotta e co-sceneggiata da Verheiden stesso, dal titolo Battlestar Galactica (2003). Lì si chiama Kara Thrace detta Scorpion, interpretata dalla mitica Katee Sackhoff, e combatte i Cyloni invece degli Alieni, ma è Newt al 100%.

Ecco perché noi fan alieni storici non possiamo perdonare Alien 3 di averci privato di un universo narrativo di rara bellezza.

Katee Sackhoff nei panni della Newt di Mark Verheiden diventata Scorpion

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 5. Fincher lo “scarparo”


Annus mirabilis

Il 1990 è un anno ricco d’emozioni per la 20th Century Fox guidata da Joe Roth, che comunque è rimasto produttore e continua a lavorare per conto proprio con la casa cha ha fondato, la celebre Morgan Creek, sfornando titoli leggermente famosi come Young Guns II ma anche madornali errori come L’Esorcista III.

La Fox deve gestire l’ingestibile Seagal di Programmato per uccidere, contare tutti i fantastiliardi che incassa Mamma, ho perso l’aereo di Chris Columbus e fare la figura del “cinema d’autore” con Edward mani di forbice di Tim Burton, senza dimenticare la grande tradizione del thriller classico con A letto con il nemico, quando Julia Roberts era un’attrice specializzata in ruoli drammatici.

A febbraio del 1990, mentre David Giler cerca di spiegare a Vincent Ward che non si può creare un pianeta fatto di legno, iniziano a Los Angeles le riprese di Predator 2, la cui uscita a novembre ha sicuramente delle ripercussioni sul progetto Alien 3: la creatura sorella dello xenomorfo ha avuto una lavorazione istantanea, tutto è andato liscio… ma il risultato ai botteghini è stato drammaticamente deludente. E il cacciatore spaziale non ha avuto i costi vertiginosi che sta avendo l’alieno.


David lo “scarparo”

Il neozelandese Vincent Ward inizia presto a dare segno di non aver capito in che nido di vespe sia finito, e comincia ad inimicarsi tutti nel tentativo di salvare il suo pianeta-monastero: il risultato è che abbandona la barca (o lo costringono a mollare, sembra di leggere fra le righe) e va in Australia a girare Avik e Albertine ( Map of the Human Heart, 1992). Ciao, Vincent, mandaci una cartolina.

Siamo quasi a metà del 1990 (va ricordato che originariamente il film era stato annunciato in uscita per Pasqua del 1990!), sono almeno due anni (forse tre) che la Fox spende soldi per un progetto che in pratica non esiste ancora: di copioni ce ne sono a secchiate ma neanche uno sceneggiatore, per non parlare di un regista che cerchi di dare una forma a qualcosa che sembra destinato a non nascere mai. Non sappiamo come e da chi sia stato scelto, ma è a questo punto che entra in scena David Fincher, giovane talento digiuno di cinema che però aveva anni d’esperienza nel campo pubblicitario e dei videoclip. Cioè spazzatura, agli occhi dei produttori del 1990.

«Una volta David Giler, furioso durante una riunione con la Fox, disse di me: “Perché lo state a sentire? È un venditore di scarpe!”»

Questo aneddoto, che dimostra la “stima” che godeva agli occhi dei produttori, Fincher stesso lo racconta a John H. Richardson della rivista “Premiere” (maggio 1992), e il giornalista capisce subito che l’epiteto di Giler si riferisce al fatto che il giovane regista aveva girato uno spot per la Nike. Che non è proprio il negozio di scarpe all’angolo.

David Fincher sul set di Seven (1995)

Se per questo, però, Fincher aveva firmato anche She’s Like The Wind, il videoclip in cui Patrick Swayze cantava una delle canzoni della spettacolare colonna sonora di Dirty Dancing (1987). Vogliamo parlare di Englishman In New York (1988) di Sting? Vogliamo citare Get Rythm (1988) di Ry Cooder, con Harry Dean Stanton come coro? Potrei andare avanti – Bamboléo (1989) dei Gipsy Kings; Express Yourself (1989) e Vogue (1990) di Madonna; Janie’s Got a Gun (1989) degli Aerosmith – ma il discorso è chiaro: David Fincher è la serie A di un campo che però nel 1990 è vittima di un razzismo sfrenato e becero. La TV è sorella stupida del cinema, quindi non importa se crei pubblicità per la Nike o dirigi Madonna e Sting, rimani un “venditore di scarpe”.

David Fincher lo “scarparo” sul set di The Game (1997)

Sheldon Teitelbaum su “Cinefantastique” (giugno 1992) ci spiega che intanto procede il balletto di sceneggiatori: la Fox richiama John Fasano, che già da prima aveva mollato tutto, e gli chiede di aggiustare la sceneggiatura di Ward per conto suo, compito assegnato solo per il gusto di rigettarglielo indietro; intanto la casa chiama anche Larry Ferguson, che co-sceneggiava grandi film dagli anni Ottanta e di cui era appena uscito al cinema Caccia a Ottobre Rosso (marzo 1990), a cui aveva partecipato sempre in squadra con altri. «Ferguson è un bravo scrittore», spiega il produttore David Giler al giornalista, «ma si è trovato a lavorare sotto pressione, parecchia pressione, dovendo muoversi in fretta, e non era ciò che voleva». Ferguson dura poco, il tempo di aprirgli la porta che già tocca salutarlo, ma in compenso la Fox insiste per dargli un credito come co-sceneggiatore, visto – ci spiega il giornalista – il gran numero di sue idee finite nel film completo.

In realtà Fincher al giornalista Richardson di “Premiere” racconta tutt’altra storia (riportata poi nel saggio-raccolta Interviews):

«Fincher: Nel copione che Larry [Ferguson] stava scrivendo c’era questa donna che cadeva dalle stelle. E alla fine muore, lasciando sette monaci… Sette nani!

Richardson: Stai scherzando.

Fincher: Sono serissimo, giuro su Dio. Alla fine c’erano questi sette nani e c’era questa cazzo di bara tubulare in cui la infilavano, in attesa che il Principe Azzurro arrivasse a svegliarla. Questo era uno dei finali che avevamo per questo film. Riesci ad immaginare cosa disse Joe Roth [capo della Fox] quando lo seppe? “Che cazzo sta succedendo, qui?”»


Il mucchio selvaggio

Per iniziare subito con il piede giusto, appena David Fincher entra nel progetto Alien 3 i produttori esecutivi decidono di prendere in mano la sceneggiatura, per fondere insieme le varie idee lasciate dagli autori che si sono alternati. (In realtà “Premiere” afferma che i due siano stati ingaggiati dalla Fox per una riscrittura d’emergenza dietro compenso di 600 mila dollari.) Il che significa che l’esordiente Fincher, appena entrato nella vasca degli squali di Hollywood, con la consapevolezza che lo considerano un “venditore di scarpe”, si ritrova a dover gestire come sceneggiatori Walter Hill e David Giler, due potenti all’apice della loro carriera e con un carattere leggermente impegnativo. Giler considera spazzatura chiunque abbia mai incontrato nella vita, e quando Walter Hill si sveglia nervoso gli xenomorfi scappano via urlando.

«È una posizione difficile essere sia produttore che sceneggiatore. Per il regista è facile discutere con uno sceneggiatore, non lo è con uno sceneggiatore-produttore. Non puoi cacciare un autore che non ti piace, se è anche produttore.»

La dichiarazione di Giler a Teitelbaum di “Cinefantastique” fa capire che lui stesso era consapevole della difficilissima posizione in cui era finito il povero Fincher al suo primo lavoro cinematografico. I due produttori saranno stati gentili con lui? Direi che possiamo escluderlo.

Giler afferma che insieme a Hill hanno abbandonato l’ambientazione conventuale di Ward e sono tornati al pianeta-prigione di Twohy e, rimaneggiando le varie idee lasciate dai vari autori, per Natale del 1990 mettono sul tavolo della Fox la sceneggiatura completa di Alien 3. Che alla Fox non piace manco per niente! E allora sapete che c’è di nuovo? Che Hill e Giler salutano e lasciano la barca degli sceneggiatori.

Fincher prende il telefono e chiama Rex Pickett, uno sconosciuto del settore, il quale mette mano alla sceneggiatura di Hill e Giler e l’aggiusta. Secondo voi, quando i due produttori hanno letto il copione ne saranno rimasti soddisfatti? Non ci crederete, ma a causa di “divergenze creative” Pickett è accompagnato alla porta. Probabilmente, ipotizzo io, spinto a suon di calcioni nel sedere. «Nessuno sapeva chi fosse», tuona Giler su “Cinefantastique”, «Nessuno aveva mai letto niente di suo. Nessuno sapeva perché fosse stato assunto, a meno che non fosse l’amante di qualcuno. È stata una farsa, ancora oggi non so che diamine sia successo». Teitelbaum ha chiesto a Pickett una replica ma l’autore non ha voluto rilasciare dichiarazioni: probabilmente gli faceva ancora male il sedere per tutti i calci di Hill e Giler. Il giornalista però è riuscito a trovare un suo curriculum dove lo scrittore spiega la questione Alien 3:

«Sono stato ingaggiato dalla 20th Century Fox quattro settimane prima dell’inizio delle riprese di Alien 3. Il mio primo compito era una riscrittura completa della seconda metà della sceneggiatura di Walter Hill e David Giler, per via di alcune scelte narrative di Hill. Subito dopo il mio compito era creare una nuova sceneggiatura che fondesse gli elementi chiave di quella Hill/Giler con scene nuove scritte da me, alcune delle quali però mi sono state imposte, che mi piacessero o meno.»

Chi è che ha imposto a Pickett quelle nuove scene? Visto che Hill e Giler hanno bocciato quel copione, non possono essere stati loro: chi altri in quel progetto aveva così tanto potere? Non lo sapremo mai, perché il tavolo salta di nuovo. È arrivata Ripley e già sta sparando ad altezza uomo!


Il ritorno di Ripley

Stando alle informazioni fin qui fornite dai protagonisti, sappiamo che a Natale del 1990 Hill e Giler depositano una sceneggiatura che la Fox boccia, la casa chiama uno sceneggiatore che durerà solo un mese, quindi ormai siamo all’incirca a quel 14 gennaio 1991 che è la data ufficiale di inizio riprese di un film che non esiste. Ad aumentare esponenzialmente il dramma, nel dicembre 1990 Sigourney Weaver finalmente firma il contratto con la Fox per tornare in Alien 3, e comincia a fare la doccia con i fiumi di dollari che le piovono addosso.

Denis Beauvais ritrae la prima Ripley a fumetti, in Aliens: Book II (1989)

A Jan Doense di “Cinefantastique” l’artista H.R. Giger, che è estraneo ad Hollywood e alla relativa diplomazia omertosa, se ne esce con questa frase esplosiva:

«Sigourney Weaver ha ottenuto qualcosa come 5,5 milioni di dollari per tornare ad interpretare Ripley: ti immagini cosa avremmo potuto fare se quei soldi fossero stati spesi per la creatura?»

Non stupisce che il ricco ingaggio le valga la copertina di “Premiere” del maggio 1992: la rivista racconta il disastro totale che lei stessa ha contribuito a creare, ma l’attrice in copertina appare come la regina di Hollywood, essendo in effetti la più pagata dell’epoca. (Dov’è finita la parità salariale per cui Siggy si batteva? Tutti i suoi colleghi maschi del film prendono meno di lei: quindi la disparità va bene, se però è a vantaggio delle donne?)

“Premiere” (maggio 1992)

Quel contratto che la Weaver firma con la Fox ha così tante clausole che serve un powerloader per sollevarlo dal tavolo. Fra le cose che sappiamo c’è non solo la qualifica di produttrice – Siggy ha smesso di odiare l’alieno e ha capito che da lì arrivano soldoni fruscianti – ma anche che lei dovrà dare l’approvazione finale sulla sceneggiatura. «Hudson Hawk dimostra che raramente questo potere fa bene al risultato finale» insinua Teitelbaum, ricordando il film del maggio 1991 in cui Bruce Willis aveva una visione troppo ottimistica di se stesso. Alien 3 ha guadagnato di più di Hudson Hawk, a quasi parità di budget, ma visto che lo stesso non è stato il successo sperato direi che i dubbi sollevati dal giornalista rimangono validi.

La più fatale delle richieste di Sigourney è quella di scacciar via qualsiasi altro sceneggiatore: lei vuole solo ed esclusivamente i fidati Hill e Giler in questo progetto. Curioso che nel momento esatto in cui la Fox ha accettato questa condizione intanto con l’altra mano rifiutava la sceneggiatura dei due: quando sei sull’ascensore per l’inferno è difficile capire a che piano sei, in ogni momento.

Sigourney, Walter Hill e MIchelle Rodriguez ai tempi di Nemesi (The Assignment, 2016)

La clausola dell’attrice significa che mentre tutti partono per andare a girare un film che non esiste, Hill e Giler nella loro stanzetta cominciano a sfornare revisioni su revisioni di sceneggiature che la Fox boccia con dritti e rovesci che la farebbero vincere a Wimbledon: Teitelbaum ci informa che i copioni del 10 aprile 1991 non riportano più scritte le date delle precedenti revisioni perché… non entrerebbero nella pagina! Cosa sta girando Fincher, se non esiste ancora un copione? «Stavamo costruendo un palazzo senza neanche una planimetria», racconta a “Premiere” Tom Zinneman, dirigente Fox che è stato licenziato prima dell’inizio delle riprese per una colpa gravissima: continuava a dire che quel progetto era un disastro e che si stavano sprecando troppi soldi. Eppure chi lavora in ufficio sa che non si deve mai dire la verità ai capi!

Visto però che i problemi di soldi sono più che evidenti, i geniali dirigenti Fox hanno una bella pensata: tagliamo ventitré giorni di riprese dal programma, e dimezziamo le scene con effetti speciali. È un film di Alien, a chi interessano gli effetti speciali con l’alieno?

È l’ascensore per l’inferno: in discesa!

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 4. Pianeta-monastero


L’uomo della Fox

Mentre Walter Hill e David Giler proseguono con le proprie carriere e dedicano ben poco tempo al progetto Alien 3, perdendosi per strada registi e sceneggiatori, intanto il 12 luglio 1989 (data fornitaci da “Variety International Film Guide 1990”) sulla poltrona da direttore della Fox Film Corp. si siede Joe Roth, a cui spetterà l’ingrato compito di gestire fra le altre cose anche il terzo film alieno.

Roth è un produttore sin dagli anni Settanta, a volte ha fatto il regista – da citare il suo delizioso Coupe de Ville (1990) con il giovane Patrick Dempsey – e nel 1988 ha fondato la fortunata casa Morgan Creek: esordire con una tripletta da sogno come Young Guns (1988), Inseparabili (1988) e Major League (1989) fa capire come Roth produttore sia uno che ha occhio per i film che funzionano, nei vari generi di riferimento. E infatti non fa in tempo a posare le proprie terga sulla poltrona della Fox che dice a gran voce: «Un terzo film di Alien senza Ripley? C’avete il sangue acido in testa?». Non sono proprio queste le parole utilizzate, ma il concetto è quello.

Mentre iniziano le trattative per capire quante palate di dollaroni fruscianti vuole Sigourney Weaver per tornare sulla Sulaco («Torni a bordo, cazzo!» cit.), intanto ci sarebbe un piccolo problemino da risolvere: il progetto Alien 3 non ha ancora un regista. Ah, e non ha ancora uno sceneggiatore. «Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere», diceva Totò in Fermo con le mani (1937).


Il “navigatore” neozelandese

Presentato al celebre Toronto Film Festival nel settembre 1988 e uscito nelle sale americane nel marzo di quel 1989, proprio mentre la Fox cambia i propri vertici intanto Hill e Giler devono aver avuto un’ottima impressione da Navigator. Un’odissea nel tempo, un piccolo film neozelandese scritto e diretto dal trentenne Vincent Ward: tanto la situazione non può andare peggio di così, perché non chiedere a lui di guidare il progetto Alien 3?

Non sappiamo quando precisamente Ward sia stato chiamato, ma visto che il suo progetto corrisponde esattamente al volere del nuovo direttore Fox, attivo dal luglio 1989, e visto che il giornalista Sheldon Teitelbaum scrive su “Cinefantastique” (giugno 1992) che la sceneggiatura di Ward è pronta nei primi mesi del 1990, direi che siamo nella seconda metà del 1989, quando Ward propone la storia migliore fra quelle abortite di Alien 3, e che in realtà abbiamo quasi visto al cinema.

Per farsi dare una mano, Ward appena nominato regista chiama John Fasano per aiutarlo a trasformare velocemente in sceneggiatura le proprie idee. Guarda a volte la coincidenza, Fasano – prematuramente scomparso nel 2014 appena cinquantenne – nel 1990 co-sceneggia Ancora 48 ore: come abbiamo visto, Walter Hill è uno che se lavori bene ti richiama sempre. Comunque Fasano ha anche macchie nere nel proprio curriculum, come per esempio l’aver scritto Universal Soldier. Il ritorno (1999), ma nessuno è perfetto.

Mentre David Twohy sta ultimando la propria sceneggiatura con il pianeta-prigione – ignaro che sia stato assunto un nuovo regista e un nuovo sceneggiatore – Ward fa scrivere a Fasano una storia completamente diversa ma con uno spirito simile: un pianeta-monastero. Purtroppo non abbiamo dichiarazioni in merito, ma è curioso come tutti i soggetti di Alien 3 prevedano un intero pianeta artificiale.


Il pianeta-monastero

Prendete Clemens, il dottore tormentato con il volto del grande Charles Dance visto in Alien 3, mentre si aggira solo per l’oscura spiaggia del pianeta-prigione dove sta scontando la sua vita. Ora, invece di Clemens chiamatelo John, invece di un medico di prigione pensatelo come a un medico conventuale, agli ordini dello sgradevole abate che nel film diventa Andrews (Brian Glover), e quella passeggiata immaginatela un modo per una carrellata in alto che riveli come invece di Fiorina 161 siamo su un pianeta-monastero fatto di legno.

«’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ’na piuma’» (cit.)

Quando Teitelbaum va ad intervistare il produttore David Giler per “Cinefantastique” (maggio 1992), questi ha ancora il dente avvelenato: perché mai un pianeta fatto di legno? Come lo giustifichiamo agli spettatori? Dobbiamo aprire una parentesi per spiegare come accidenti sia possibile costruire una roba simile nello spazio? E poi (ma questo Giler non lo dice) quanto costa creare tutta ’sta roba? Perciò diciamo subito addio all’idea del pianeta di legno, ma rimane il concetto di un piccolo planetoide costruito intorno ad un monastero, abitato da una sorta di setta di luddisti che rifuggono ogni diavoleria moderna e tecnologica, vivendo come fossero nel Medioevo. (Si badi, il Medioevo come lo concepisce l’americano medio!)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ripley dunque con la navetta d’emergenza Narcissus cade in un ambiente totalmente inadatto ad affrontare i pericoli di uno xenomorfo, non esistendo armi di sorta – così l’attrice attivista contro le armi è contenta – e non essendoci alcun tipo di tecnologia più complessa di una torcia. Tutte idee di Ward che verranno poi riprese pare pare nel film completo.

«Dentro [alla Narcissus] tutto è distrutto. Trovano le capsule con il vetro rotto, trovano macchie di sangue, nessuna traccia di Newt. E trovano Sigourney, addormentata ma con la capsula rotta. Con le barchette e poi le scale la portano giù dove c’è il loro vescovo anziano, che è un gran reazionario e governa col pugno di ferro. La interrogano. Lei ha un alleato, un monaco, John che diventa suo amico. Poi le cose cominciano ad andare male.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A parlare è Vincent Ward stesso, intervistato in occasione del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003), dove finalmente può raccontare l’Alien 3 che ha sognato e che solo in parte è stato rigettato: mi preme infatti sottolineare come il film che abbiamo tutti visto al cinema sia fortemente debitore della sceneggiatura di Ward/Fasano, soprattutto nelle parti meglio riuscite come il rapporto fra Ripley e il dottor Clemens/fratello John.

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

«I monaci si spaventano [dello xenomorfo], credono che sia il diavolo, danno la colpa a Sigourney, che è una donna e quindi una presenza malefica.»

I bravi fraticelli non sono preparati ad affrontare una minaccia mortale come l’alieno, quindi alla fine dovranno per forza scendere a patti con Ripley, che è l’unica che dimostri di sapere cosa fare. Solo che la donna è in pessime condizioni di salute.

«Quello che non sappiamo è che ha le nausee mattutine: è incinta dell’alieno. E tra le nausee mattutine e quelle immagini allucinanti alla Bosch, in un mondo che è comunque quello di Bosch – Bosch ritraeva immagini dell’alto Medioevo – a volte ha dei problemi a stabilire che cosa sia reale e cosa no. Anche se sa che deve avvertire i monaci, sviluppa una strana affinità con l’alieno, perché è il padre di suo figlio. Inizia a credere che forse, in realtà, il male che la accusano di incarnare in qualche modo sia lei stessa. Ma non come lo vedono loro.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ward non lo specifica, ma è forte il sospetto che abbia ricevuto in qualche modo l’indicazione che Sigourney Weaver parteciperà solo se fanno morire Ripley, quindi l’autore – tramite l’ottima scrittura di John Fasano – la rende un personaggio crepuscolare, alla fine del suo viaggio e alle prese con un bilancio spietato della propria vita e dei propri fallimenti. Uno fra tutti, non aver saputo proteggere né la figlia vera (Amanda, ma questo ancora non lo sa nessuno) né quella acquisita (Newt).

«Mettiamola così, se Alien parlava di una [donna] alle prime armi e Aliens di una veterana, Alien 3 parla di una persona più vecchia che si chiede che errori abbia commesso in passato. È una donna che si è lasciata sfuggire la vita di sua figlia, tutti quelli che conosceva sono morti, tutti quelli con cui è entrata in contatto sono morti in modo orribile: lei è l’unica sopravvissuta, e arriva a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. È una storia di redenzione, in un certo senso.»

Viincent Ward intervistato nel 2003

Malgrado Giler nelle interviste trattasse con sufficienza la versione di Ward/Fasano, come fosse una stupidata con un pianeta di legno, in realtà la produzione è andata avanti a lungo visto che il documentario Tales of the Wooden Planet (nel citato cofanetto) ci regala bozzetti e disegni splendidi, tutti legati a questa che secondo me rimane la migliore delle sceneggiature ripleyane di Alien 3. (Potete leggerla qui, interamente tradotta da me.)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A detta di Ward, la Fox in realtà non voleva far morire Ripley perché altrimenti si sarebbe interrotta la saga, così lo sceneggiatore provvede a due finali: in uno la donna muore insieme allo xenomorfo, in un altro viene salvata da fratello John, che però rimane imbozzolato e quindi è lui a morire.

«Portammo le due versioni a Sigourney. Lei disse: “Non voglio fare un altro film della serie, ormai mi fanno venire la nausea: fatemi morire, con la prima versione”. Disse a quelli della casa di produzione: “Se non mi fate morire non lo faccio”. Loro naturalmente obbedirono, e poi l’hanno fatta rivivere. Il succo della mia storia era questo.»

Cantando idealmente Killing me softly with this version, Sigourney decide il destino fatale per Ripley, in un momento in cui ancora non ha capito che il personaggio sarà l’unico a garantirle una pensione.

Fra le scene tagliate di Alien 3

Malgrado Ward nel citato documentario si lamenti che nel film al cinema non è rimasto nulla della sua storia, in realtà basta cambiare ai personaggi la casacca da prigionieri a monaci e un buon 70% del copione Ward/Fasano viene alla luce. Anche in piccoli particolari come una curiosità di cui ho già parlato.

In occasione della messa in onda su Rete4 del 1998, una guida TV scrive nella trametta che Alien 3 si svolge nell’anno 2525, cifra balzana probabilmente frutto di una pessima ricerca in Rete, visto che la canzone a cui si riferisce viene cambiata nell’edizione italiana.

Mentre infatti nella sceneggiatura di Ward/Fasano un confratello adempie ai suoi doveri canticchiando una canzone (che prende in giro fratello John), trasportando la scena nel film completo al detenuto fanno canticchiare In the Year 2525 (1968) di Denny Zager e Rick Evans. Il doppiaggio italiano curato da Tonino Accolla stabilisce invece che il doppiatore Vittorio Amandola dovrà bofonchiare un testo italiano diverso, inventato per l’occasione.

Murphy, un cantante a perdifiato

Lo stesso accade con il fumetto ufficiale del film, dove il detenuto canta Paint it Black (1966) dei Rolling Stones che però, traducendola letteralmente, si perde nella versione italiana. E sì che quella canzone era diventata Tutto nero cantata da Caterina Caselli, potevano usare quel testo!

Molti di questi piccoli particolari di Ward/Fasano sono rimasti nel film completo, quindi il cineasta dovrebbe essere più soddisfatto. Inoltre ha ottenuto il credito da autore del soggetto, il che non è affatto scontato nella saga aliena: Walter Hill ha creato Ripley, eppure non c’è alcun credito autoriale per lui.


Il recupero “postumo”

L’idea di Ward non finisce nel nulla come quella degli altri sceneggiatori, ma viene raccolta dalla Dark Horse Comics: mi immagino la casa indipendente che ogni giorno passava davanti agli studi della 20th Century Fox a raccogliere i copioni rigettati!

Cover di Richard Corben

Due pezzi da novanta come John Arcudi e Richard Corben (disegnatore che personalmente detesto con tutto il cuore, ma pare sia degno di nota) scendono in campo e a settembre del 1997 – due mesi prima che Alien, la clonazione esca nelle sale americane – presentano il fumetto Aliens: Alchemy, portato persino in Italia da “Gazzetta dello Sport” dieci anni dopo.

La storia breve (solo tre albi) sembra ambientata in una comunità monastica invece siamo su un pianeta lontano e i fraticelli sono una “deriva futuristica”, e c’è pure un sintetico a pezzi a ricordarci il mezzo Bishop di Alien 3. L’arrivo di uno xenomorfo avrà ovviamente ripercussioni mortali.

Non c’è Ripley ma c’è Rachel, degna sostituta. E con Arcudi alla sceneggiatura si può star sicuri che vale più questo fumetto che dieci anni di film Fox.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 3. Pianeta-prigione


Pitch Black

Sia al giornalista John H. Richardson di “Première” (maggio 1992) che a Sheldon Teitelbaum di “Cinefantastique” (giugno 1992) lo sceneggiatore Eric Red ripete il problema che secondo lui era alla base della lavorazione di Alien 3 sin dall’inizio: «Non sapevano quel che volevano e per questo hanno sprecato del talento. […] Semplicemente non erano coinvolti». Sta parlando di Walter Hill e David Giler, i produttori che stavano cercando di dare forma al progetto ma forse non nel migliore dei modi.

Non dobbiamo dimenticare che Wlater Hill non ha mai nascosto la sua scarsa simpatia per la fantascienza, ma soprattutto all’epoca era un cineasta impegnato su parecchi fronti. Mentre si alternavano Gibson e Red alla sceneggiatura di Alien 3, intanto Walter dirigeva il film Johnny il Bello (1989) con Mickey Rourke, che secondo me vale come “legittimo impedimento” per non stare sempre lì a tenere la manina agli sceneggiatori alieni.
Con l’inizio del 1989 poi Walter Hill ha davvero da fare. A giugno esce in TV il suo episodio (scritto e diretto) che dà il via alla celebre serie “Tales from the Crypt“, poi a settembre esce Johnny il Bello da promuovere e con l’inverno via, si va tutti a girare Ancora 48 ore (1990). Non gliene farei una colpa se non aveva costantemente lo xenomorfo in mente.

Intanto David Giler è a bordo del proprio personale ascensore per l’inferno con Felice e vincente (1989), terribile commedia con Richard Dreyfuss costata venti milioni di dollari che alla sua uscita, nell’agosto 1989 per la Paramount, incassa tre schiaffi e due fischi – di lì a poco avrei visto il film in VHS e al risultato finale aggiungerò diverse pernacchie – quindi di nuovo, i due produttori non sembra nella condizione migliore per occuparsi delle lamentele degli autori: forse stanno semplicemente aspettando la storia giusta, che sicuramente riconoscerebbero anche se distratti. E quella di Red non lo è.

«Era un disastro» racconta il sempre schietto Giler a Teitelbaum di “Cinefantastique”. «Assolutamente terribile».

A questo punto, ci spiega il giornalista, Hill e Giler decidono di ripescare il copione di William Gibson e affidarlo a qualcuno che lo sappia adattare alle esigenze: cioè, leggendo tra le righe, togliere tutte le parti costose (cioè tutte!) lasciando l’idea di fondo della Guerra Fredda nello spazio. Chi sarà il disgraziato sceneggiatore che avrà l’ingrato compito di gestire una storia nata morta e peggiorata nel frattempo? Chi dovrà orientarsi nel “buio pesto”? Proprio lui, David Twohy.

Per me Twohy nasce con il suo capolavoro Pitch Black (2000), mio culto personale assoluto (pare abbiano girato due seguiti con il protagonista Riddick ma non è vero, non esistono!), ma in realtà già all’epoca  è attivo nel cinema, essendo uno sceneggiatore esordiente: nell’aprile del 1988 è uscito Critters 2 e di lì a poco, maggio 1989, verrà presentato a Cannes Warlock: Il signore delle tenebre. Fra queste due uscite, lo sceneggiatore rampante Twohy viene ingaggiato da Hill e Giler per rimaneggiare il copione di Gibson per Alien 3.


Pianeta-prigione

Non so se davvero Hill e Giler abbiano passato il copione di Gibson a Twohy, ma è chiaro come il risultato finale non c’entri nulla con quella storia. Non si tratta di “modifiche ai personaggi”, come le definisce Giler nelle interviste, è proprio un’altra storia, anche molto più bella a livello di atmosfera e di “compatibilità” con l’universo alieno.

La vicenda segue un gruppo di pendagli da forca, criminali condannati a pene molto pesanti che vengono trasportati su un pianeta-prigione dove la sicurezza interna ha maglie larghe: tanto non esiste alcuna via di fuga.

«DOMINGO: Ci sono dei fottutissimi topi qui, vero?

BELLHOP: Oh no: non avrete certo problemi di topi!»

È vero, la prigione è infestata ma non da topi. Una particolarità non ufficiale del luogo infatti è che può capitare che qualche detenuto scompaia, vittima del “qualcosa” su cui stanno facendo esperimenti illegali nei piani bassi del pianeta.

David Twohy

In uno dei suoi impianti minerari spaziali la Weyland-Yutani ha trovato un embrione alieno imprigionato nell’ambra – un anno prima che Michael Crichton iniziasse a far girare il suo manoscritto inedito che sfruttava lo stesso spunto, ma per i dinosauri – e da quello ha tirato fuori il solito xenomorfo da laboratorio che cercano di rendere “gestibile” come arma biologica: non sarà una sorpresa per nessuno scoprire che, come al solito, la creatura non sarà affatto gestibile.

Personalmente il copione di Twohy (che trovate qui, interamente tradotto da me) lo considero il migliore fra i non-ripleyani, perché è un “film carcerario” duro e puro, con criminali prettamente cinematografici (dalla battuta sempre pronta e sempre disposti alle imprese più inverosimili) quindi sarebbe stato un ottimo Alien 3, meno costoso ma più divertente. Il problema, per dirla come il Pomata, sta a monte: un monte chiamato Sigourney Weaver.


Quando “no” divenne “ni”

Sbrigata la dolorosa pratica di Aliens, che esce nel luglio del 1986, la Weaver può finalmente scrollarsi di dosso fuciloni e xenomorfi e dedicarsi alla propria carriera in rapida ascesa: quando il successivo settembre esce in America il britannico Mistery, una spy story “di classe” (cioè noiosa) dove recita al fianco di Michael Caine, immagino che i suoi piani comincino a vacillare: con quanto incassa il film di Bob Swaim non ci avrebbero pagato manco i poster di Aliens appesi nei cinema.

Gorilla nella nebbia (ottobre 1988) è un film splendido, stimato e ha donato giusta visibilità all’opera di Dian Fossey, che diceva cose per noi oggi ovvie ma che all’epoca le costarono la vita, parlando però dal mero punto di vista degli incassi… be’, siamo lontanucci dagli standard hollywoodiani. Tutt’altro discorso per Una donna in carriera (dicembre 1988), esplosivo successo sia di pubblico che di botteghino e secchiata di premi… ma la Weaver è solo la “strega cattiva” sullo sfondo, un ruolo minore che le vale sì una nomination all’Oscar ma di nuovo dimostra come l’attrice sia parecchio lontana dall’essere una “stella”.

Tecnicamente Ghostbusters II (giugno 1989) è un successo di botteghino, certo trainato dal primo episodio che era già diventato un culto, ma è chiaro come qualcosa non stia funzionando nella carriera dell’attrice: se il suo ruolo nel primo film era “tipa da conquistare”, qui è “mamma del ragazzino”. Sarebbe questa la grandiosa carriera che la stava aspettando al suo ritorno da Acheron? In realtà a questa data è chiaro che l’obiettivo della Weaver sia il “malloppo”.

Da eroina salva-eroi e spezza-schemi a damigella in pericolo…

Il numero del 2 novembre 1988 del “Los Angeles Herald-Examiner” ci informa che l’attrice non voleva partecipare al secondo Acchiappafantasmi a meno che il suo compenso non fosse stato equiparato a quello di Bill Murray e Dan Aykroyd. Se da una parte questo testimonia una giusta lotta per la parità salariale (anche se l’attrice non aveva neanche la metà della carriera e dell’esperienza dei suoi due colleghi, il cui nome era quello che vendeva il film, non certo quello della donna) dall’altra sembra chiaro che l’attrice non valuti più i film dal loro “valore artistico”, come ai tempi di Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir, ma dal vil denaro.

Non stupisce dunque il fatto che il produttore David Giler, parlando con Teitelbaum di “Cinefantastique”, si lasci scappare che a Sigourney non era piaciuta la sceneggiatura di Eric Red: cosa ne poteva sapere l’attrice? Non era coinvolta in alcun modo nel progetto anzi aveva affermato con forza che non avrebbe partecipato ad Alien 3, perché mai ne ha letto una delle sceneggiature in corso?

Copia autografata di
“Première” (maggio 1992)

L’idea, chiara sin da subito a tutti, è che l’attrice tornerà sicuramente nella saga aliena, bisogna solo capire quanti soldi vorrà per farlo, e quanto la Fox sarà disposta a tirarne fuori. Attrice e major si metteranno sicuramente d’accordo, ma intanto tocca tenere aperte certe variabili, e Giler sottolinea come il copione di Twohy prevedesse in qualsiasi momento l’inserimento di Ripley.

«Il personaggio di Ripley può essere scritto sia come uomo che come donna. In effetti nasce originariamente come uomo, e all’epoca cambiarlo per Sigourney non è stato così difficile.»

Come ricorda giustamente Giler, nel copione originale di Dan O’Bannon era specificato che i personaggi potevano cambiare sesso alla bisogna, e pare addirittura che Twohy – stando al citato giornalista – abbia scritto due copioni paralleli: uno con Ripley, uno senza. Invece Richardson su “Première” scrive che «Twohy si rifiutò di inserire il suo personaggio nel proprio testo»: il giornalista intervista lo scrittore in persona, quindi sembra essere una fonte più attendibile rispetto alle dichiarazioni di Giler sul suo operato.

Quale che sia la verità, di sicuro il copione di Twohy così com’è non va bene, soprattutto all’avvicinarsi del ritorno di Ripley in carreggiata, visto che quel 1989 il “no” secco di Sigourney Weaver è diventato un “ni” incerto.


Addio, Twohy

Al giornalista Richardson di “Première” (maggio 1992) Twohy racconta che un giorno…

«stavo scrivendo come un matto, e due settimane prima di finire ricevo una telefonata da un giornalista del “Los Angeles Times”. Mi dice: “Cos’è questa storia della gara a scrivere Alien 3?” Dico che si sta sbagliando, ma lui: “No, ho sentito che il regista si è portato il proprio sceneggiatore”. Chiamo lo studio e mi dicono: “No, no, hai capito male. Non sta scrivendo Alien 3 ma Alien 4“. A quel punto misi insieme il mio copione come veniva e lo consegnai: è stata l’ultima volta che ho avuto loro notizie. È vero quello che si dice: Hollywood paga bene i suoi scrittori ma li tratta di merda per compensare.»

L’anno dopo questa intervista Twohy riceve un’altra telefonata fatidica: gli andrebbe di partecipare alla scrittura di un kolossal dal titolo Waterworld, diretto da Kevin Costner? Ma questa è un’altra storia e un altro ascensore per l’inferno.

Intanto quel 1989, chiuso il progetto Alien 3, Twohy se ne va a scrivere il proprio debutto registico, Timescape (1991) ma forse ha lasciato una buona impressione in Hill. Nel 1992 infatti le riviste di cinema attribuiscono a Walter Hill la regia del nascente progetto che diventerà il film Il fuggitivo (1994), quando c’era ancora Alec Baldwin nel ruolo che sarà di Harrison Ford, e guarda caso sceneggiatore della pellicola è David Twohy. Mi sa che Hill è uno che si ricorda delle persone con cui lavora bene.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

Alien 3 (1992-2022) – 2. Pianeta-fattoria


Noi non parliamo di Ripley

L’uscita al cinema di Aliens (1986) porta a galla un grave problema: le cuciture delle tasche dei dirigenti Fox sono troppo strette, e guarda caso la pioggia di dollari dai botteghini del film si ferma alla casa e non riesce proprio a raggiungere gli aventi diritto.
I produttori Walter Hill, David Giler e Gordon Carroll (cioè i proprietari del marchio Alien), Gale Anne Hurd (co-produttrice del film), James Cameron (regista) e Sigourney Weaver (attrice protagonista) si uniscono in class action e fanno causa alla 20th Century Fox perché non sta pagando loro quanto deve: visto che già Hill e i suoi colleghi avevano fatto causa nel 1983 per lo stesso motivo, diciamo che ormai è una simpatica consuetudine. In fondo è proprio perché la Fox non aveva pagato a Hill e i suoi il dovuto per Alien (1979) che a mo’ di risarcimento aveva dato luce verde ad Aliens (1986).

La causa legale finisce come quasi tutte le cause legali contro una grande major: ci si mette d’accordo, bei soldi passano da una mano all’altra e amici come prima. Su, che c’è da firmare il contratto per Alien 3. L’attrice però non ci pensa nemmeno.

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Alien 3 (1992-2022) – 1. Passato presente


Il maestro Walter Hill a colazione si mangia giornalisti spalmandoci sopra dirigenti di grandi major: le interviste che qualche fortunato giornalista è riuscito a fargli si contano sulle dita di una mano monca, quindi possiamo imputare solo all’essersi ammorbidito con l’età il fatto che il 62enne Hill si sia raccontato in modo così ampio al critico cinematografico Patrick McGilligan per la rivista “Film International” n. 12 (giugno 2004), che ho tradotto qui.

Arrivati inevitabilmente all’argomento che Hill più odia, cioè l’universo alieno, di cui colleziona mal di pancia, prurito di mani e cause legali, riguardo ad Alien 3 il maestro spara un giudizio lapidario: «another complete fucking mess». In quattro parole ha descritto gli anni impiegati a creare il più fottuto disastro della Fox.

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[1980-04] Alien 2 sulla Terra

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).

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