La Storia di Alien 2. Persi tra le Dune


2.
Persi tra le Dune

L’uscita in Francia nel 1974 del film La montagna sacra (presentato in anteprima a Cannes nel 1973 ed arrivato nel gennaio successivo anche in Italia, pesantemente tagliato) rende Alejandro Jodorowsky uno dei nomi più “caldi” del momento, tanto che il produttore parigino Michel Seydoux telefona all’autore cileno e gli dice: «Voglio una tua nuova opera: fa’ ciò che vuoi». Una proposta davvero infelice, se diretta al più vulcanico e pantagruelico autore della storia del cinema. Infatti Jodorowsky risponde che vuole fare Dune e Seydoux accetta subito: nessuno dei due ha la minima idea di cosa stia parlando.

Il produttore sa che il romanzo Dune di Frank Herbert, pubblicato da Chilton nel dicembre 1965 (e in Italia solo nel 1973 da Nord), è un successo internazionale, ma il regista cileno non l’ha letto: un amico gli ha detto che è fantastico, e tanto basta. Però questa è la versione della storia che verrà raccontata in un premiato documentario del 2013, un ricordo a distanza di decenni che non necessariamente corrisponde a verità. La rivista “Twilight Zone”, che nel dicembre 1984 ricostruisce questi eventi, e le dichiarazioni di Frank Herbert stesso ci rivelano che nel 1971 i diritti del romanzo sono stati acquistati dal produttore americano Arthur P. Jacobs, noto per Il pianeta delle scimmie (1968), la cui casa Apjac Productions è pronta ad iniziare il progetto di Dune non appena completata la celebre saga delle scimmie, con tanto di location scelta ad Ankara, in Turchia. Herbert avrebbe dovuto essere un consulente e alla fine ricevere un ottimo compenso da tutta l’operazione, ma il destino crudele è in agguato: la saga delle scimmie si conclude il 15 giugno 1973, con Anno 2670 ultimo atto, e dodici giorni dopo un attacco di cuore porta via Jacobs, interrompendo il progetto di Dune. Ed è solo la prima di tante vittime di un film che porta decisamente male…

«La Apjac non rinnovò la sua opzione sul film Dune, il che fu un disastro finanziario per i miei genitori.» A parlare è Brian Herbert, figlio del romanziere, che nella biografia paterna Dreamer of Dune del 2003 racconta che nei lunghi mesi dopo la morte di Jacobs tutti in famiglia contavano che la sua casa di produzione continuasse lo stesso il progetto, potendo così incassare dei soldi che servivano assolutamente, date le pessime condizioni di salute della moglie dello scrittore. Per contratto la Apjac ha tempo fino al 1974 per decidere, ma alla scadenza del tempo arriva la rinuncia definitiva a Dune: per fortuna nell’ottobre successivo la famiglia Herbert incassa dei sostanziosi diritti d’autore per il romanzo, che è un grande successo internazionale, e può addirittura permettersi di rifiutare la proposta della Marvel di farne un fumetto.

Due mesi dopo, nel dicembre 1974, Herbert accetta con piacere l’offerta di Seydoux, che ha intenzione di rilevare il progetto di Dune per fare un film con un budget molto inferiore: dimenticati i 15 milioni di dollari preventivati dalla Apjac, ora si parla di 9,5, grazie anche alla scelta di location più economiche. Il passo successivo del produttore francese è chiamare alla regia Jodorowsky, che a questo punto non ha avuto gran che voce in capitolo nella scelta del soggetto, come invece amerà raccontare in seguito. Seydoux porta Jodorowsky in Francia e gli offre un intero castello come base operativa per lavorare al suo progetto: scritta la sceneggiatura – chiamando in aiuto per i dialoghi il romanziere di fantascienza Michel Demuth, già traduttore in francese di Dune – «dovevo trovare i guerrieri». Così il regista nel citato documentario del 2013 chiama gli artisti che dovranno aiutarlo nell’epica impresa.

«Ogni persona che avrebbe lavorato all’opera sarebbe stata un guerriero spirituale.»

Stando a quanto ricorda Jodorowsky a decenni di distanza, il primo “guerriero” è stato il celebre fumettista Jean Giraud, in arte Moebius, il cui nome il regista ha trovato su un fumetto di “Blueberry” letto per caso: le inquadrature scelte dall’artista francese sembrano fuoriuscire direttamente dalla mente del cileno, e fra i due si instaura immediatamente una simbiosi creativa che porta velocemente alla creazione di un titanico storyboard. In pratica Jodorowsky e Moebius girano l’intero film su carta. Ora manca “solamente” di portarlo su pellicola…

Il primo passo, stando al ricordo di Jodorowsky, è quello di trovare qualcuno in grado di creare effetti speciali cinematografici, così il regista prende Moebius e va a Los Angeles per incontrare Douglas Trumbull, regista del citato 2002: la seconda odissea ma fondamentalmente pezzo da novanta degli effetti speciali, conosciuto all’epoca in pratica solo per 2001 di Kubrick ma che in seguito lavorerà nei più grandi film di fantascienza della fine degli anni Settanta. Forse proprio per questo l’impressione che Jodorowsky ha di lui è negativa: è un tecnico, non un guerriero spirituale, e in mano a lui il film verrebbe di conseguenza tecnico e non spirituale. Uscito deluso dall’incontro, con il fumettista che si stupisce di come si possa rifiutare il più grande tecnico di Hollywood, il regista camminando nota per strada un piccolo cinema dove stanno proiettando un film di fantascienza: Dark Star. Entrati ad assistere, basta poco a Jodorowsky per gridare: «Quello è il mio uomo!» (That is the guy!). «Per me, prima viene l’arte, poi la tecnica: e così era Dan O’Bannon».

Da sempre affascinato dalle illustrazioni di copertina dei romanzi di fantascienza, Jodorowsky vuole a bordo Chris Foss, artista britannico che da alcuni anni è molto quotato nell’ambiente editoriale. Volato fino a Parigi, Foss si ritrova davanti ad uno schermo a vedere La montagna sacra, giusto per fargli capire chi sia il regista cileno e come la visionarietà sia parte integrante della sua arte. Foss non ha mai lavorato per il cinema né ha mai letto il romanzo di Herbert, ma vuole provare, così si ritrova a vivere nella capitale francese insieme a O’Bannon e Moebius: gli spiritual warriors sono pronti all’azione.

Nel citato documentario del 2013, Diane (la vedova di O’Bannon che però all’epoca dei fatti non era ancora sposata con lui) legge una lettera datata 10 settembre 1975 in cui Dan le parla di alcuni schizzi preliminari per i veicoli del film, così da darci una datazione temporale precisa della “missione” in corso di questi artisti all’opera: la ricostruzione del 1984 della vicenda fornisce proprio la data del settembre 1975 come momento di passaggio dalla pre-produzione alle riprese su campo, data che però verrà subito posticipata più volte. Nel numero del novembre 1975 della rivista “Science Fiction Monthly” viene annunciato uno slittamento di almeno sei mesi nell’inizio delle riprese.

Mentre i “guerrieri” lavorano, intanto Jodorowsky vuole tentare di coinvolgere il celebre Salvador Dalí nel progetto. Dopo averlo incontrato per puro caso all’Hotel St. Regis di New York – il numero delle casualità raccontate dal cileno è impressionante, forse a decenni di distanza la memoria ha un po’ infiocchettato gli eventi – ed invitato ad un incontro, comincia con il pittore un gioco di inseguimenti: neanche Dalí ha mai letto il romanzo di Herbert, quindi Jodorowsky trova un’alleata in Amanda Lear, musa del pittore, che invece adora Dune, e che entrambi gli artisti sono concordi nel vederla bene nel ruolo della principessa Irulan. Dalí alla fine viene convinto ma la citata rivista “Twilight Zone” del 1984 parla di un’intervista del 1976 in cui, ad un giornalista francese, Jodorowsky avrebbe rivelato di aver strappato il contratto con il pittore per ragioni politiche: Dalí avrebbe giustificato l’esecuzione da parte del generale Franco di alcuni militanti baschi. Lo conferma il romanziere Frank Herbert in un’intervista a “Starlog” del 1983:

«Jodorowsky licenziò Dalí perché Salvador ha avuto la temerarietà di esprimere il proprio pensiero. Puoi anche non essere d’accordo con la persona, ma non puoi licenziare l’artista. Il problema di Alejandro era che aveva così tanti temi personali ed emotivi da gestire.»

Intanto quando ancora trattava con il celebre pittore Jodorowsky riceve da questi il catalogo di un artista svizzero molto promettente. «Penso che questa persona abbia del talento»: così Salvador Dalí descrive l’artista svizzero H.R. Giger. «La prima volta che ho sentito parlare di Dune è stato da Bob Venosa, un pittore americano di grande realismo che viveva in Cadaqués con la famiglia ed era solito visitare la casa di Dalí»: così Giger ricorda la storia nel 1991, all’interno di uno speciale a lui dedicato dalla rivista “Starbrite”:

«Era un progetto per un film di tre ore di fantascienza, in cui Dalí interpretava il ruolo protagonista per 100 mila dollari all’ora (ma poi fu invitato a lasciare il film per le sue affermazioni a favore di Franco). Bob Venosa mi telefonò e mi disse che il regista Alejandro Jodorowsky, a cui Dalí aveva mostrato i miei cataloghi, era interessato al mio lavoro. Così andai in Spagna ma sfortunatamente Jodorowsky se n’era già andato.»

Bob Venosa, Dalí, Giger e Amanda Lear, dallo speciale Giger Arh+ (Starbrite 1991)

Il povero Bob Venosa scomparirà dai racconti successivi della vicenda, ma ecco come Giger continua il racconto in un’intervista su “Starlog” nel settembre 1979.

«Ho sempre bisogno di un motivo per andare da qualche parte. Jodorowsky era il motivo, ma fui in grado di incontrare Salvador Dalí. Era molto simpatico. Due mesi dopo [dicembre 1975] andai a Parigi a visitare un amico e riuscii ad incontrare Jodorowsky, il quale disse: “Puoi fare dei disegni per me?” Feci i disegni per Dune, il castello degli Harkonnen, e ne feci diapositive.»

L’idea che, come gli viene detto, un gruppo di trenta specialisti è pronto a concretizzare le sue idee visive, emoziona molto Giger.

da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)

Jodorowsky crede nel progetto Dune ben al di là di quanto il buon senso consigli. Non ci si getta semplicemente anima e corpo, ignorando qualsiasi questione di budget, ma addirittura comincia ad addestrare il proprio figlio sia nella mente che nel corpo perché sappia interpretare il personaggio del giovane Paul Leto. Gli affianca l’artista marziale Jean-Pierre Vignau per un duro addestramento e in pratica Brontis Jodorowsky per due anni vive con una missione: diventare il personaggio dell’opera d’arte che il padre sta creando. L’autore cileno voleva creare un film che cambiasse il mondo, che aprisse le vie della percezione, e per farlo era disposto a qualsiasi sacrificio, sia proprio che del figlio.

Intanto il tempo passa, i “guerrieri” aumentano di numero e le spese lievitano. Jodorowsky vuole che ognuna delle quattro ambientazioni sia interamente curata da un autore diverso, così da avere quattro mondi davvero unici. Giraud aveva il compito di disegnare la civiltà di Caladan e il mondo-foresta di Atreides, Foss il pianeta dell’Imperatore con la sua fortezza d’oro ottagonale e Giger gli Harkonnen di Gedi Prime. Infine, lo statunitense Richard Corben, anche lui come Giraud proveniente dal mondo della rivista “Métal Hurlant”, doveva disegnare il pianeta di Bene Gesserit con i suoi edifici piramidali.

Non va dimenticato l’impianto musicale del progetto. Seguendo lo stesso ragionamento di differenziare i quattro pianeti, ad artisti diversi viene affidato il tema sonoro di ogni ambientazione: ai Pink Floyd andò il compito di gestire il Pianeta Imperiale, ai francesi Magma quello degli Harkonnen, ai britannici Henry Cow quello di Bene Gesserit. (Non è chiaro chi si dovesse occupare di Atreides.)

da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)

Un’idea artisticamente spettacolare, ma drammaticamente costosa. Per non parlare del cast di grandi nomi presi in considerazione: oltre ai citati, si parla di Orson Welles per il barone Harkonnen, David Carradine per il dottor Kynes, Charlotte Rampling per Lady Jessica e chissà quante altre stelle. Nelle parole del produttore Seydoux, per un film del genere – da girare a Tassili, nel deserto del Sahara, con centinaia tra attori e comparse – servivano intorno ai 15 milioni di dollari, un budget molto impegnativo per l’epoca, trattandosi poi di una produzione indipendente. Quindi si inizia a bussare alle maggiori case cinematografiche americane per avere una compartecipazione finanziaria ma il risultato degli incontri è sempre lo stesso: il lavoro preparatorio è geniale, è il progetto più grandioso mai visto, ma la risposta è no. Un regista così fuori controllo, un progetto così al di fuori dei canoni, una durata improponibile (Frank Herbert dirà, esagerando, che si aggirava sulle dieci ore), tutto contribuisce alla chiusura del progetto: malgrado siano coinvolti artisti di grandissimo spessore, in più campi, il Dune di Jodorowsky non vedrà mai la luce. Dopo aver speso due milioni di dollari dell’epoca in lavori preparatori, tutti i “guerrieri” si ritrovano senza più una missione.

«Che fiasco [What a fiasco]», commenta O’Bannon alla rivista “Future Life” nel luglio 1979. Quanto tempo sprecato… già: quanto tempo? La durata del progetto Dune è molto vaga e spesso a forza di raccontarne le vicende si estende fino a due anni. «Andai a Parigi e ci rimasi per sei mesi»: questa dichiarazione di O’Bannon del 2007 al blog “The Den of Geek” è molto più plausibile e soprattutto compatibile con gli eventi successivi, come vedremo. Scopriamo inoltre che a svanire nel nulla non è stato solo il lavoro per Dune. «Jodorowsky ha fondato una compagnia che ha curato un sacco di effetti speciali per spot pubblicitari francesi, e mi ha detto che ne sarei stato il capo. Così lavorai con loro». Se il povero O’Bannon si è vista sfumare un’ottima offerta lavorativa, gli fa eco la parallela delusione di Giger: «Non ho mai visto un soldo da Jodorowsky. Non ha nemmeno mai chiamato per dire: “Mi spiace, ma il film non si fa più”», rivela alla citata rivista “Starlog” del 1979. L’artista svizzero non sa ancora che entro un anno la situazione cambierà.

Illustrazione di Giger del 1975 con la via d’accesso al castello di Harkonnen

Dopo il fallimento del progetto di Jodorowsky arriva il produttore in ascesa Dino De Laurentiis, fresco del successo di King Kong (1976), ed acquista i diritti cinematografici di Dune: per un milione di dollari, stando alla rivista “Starlog” del settembre 1979. La rivista “Twilight Zone” del 1984 rivela che nel gennaio 1980 Dino affida il tutto ad un giovane regista che si è da poco fatto conoscere con un film di successo, il quale passa nove mesi a lavorare all’ennesimo progetto destinato al fallimento, per il quale ha chiesto di nuovo l’aiuto di H.R. Giger. Chiamato il romanziere Rudolph Wurlitzer a scrivere la sceneggiatura – in cui una scena di sesso incestuoso fa infuriare Frank Herbert – e raggiunta l’improponibile cifra di cinquanta milioni di budget necessari, per la terza volte Dune naufraga nel nulla: dopo aver ucciso Jacobs e dannato Jodorowsky, il progetto rischiava di rovinare la carriera del regista esordiente.

Dopo nove mesi tra le Dune, molto più dei sei impiegati dai “guerrieri spirituali”, il giovane regista – un certo Ridley Scott – è passato a lavorare ad un altro progetto filmico, un certo Blade Runner. Il copione l’aveva già dal ’79 e, racconta il produttore Ivor Powell a “Starburst” nel 1982, l’idea di come adattarlo in video gli era venuta da una storia a fumetti apparsa sulla rivista “Métal Hurlant”: un detective che si muove in una luminosa ma sporca metropoli del futuro per dare la caccia a umani non umani. Una storia a fumetti scritta da Dan O’Bannon e disegnata da Jean Giraud in arte Moebius. I guerrieri combattono sempre insieme.

Illustrazione di Giger del 1975 con il castello di Harkonnen

Questa storia però finisce solo nel dicembre del 1984, quando dopo una lunga e travagliata produzione arriva nelle sale il film Dune con la regia di David Lynch. «Ho sentito che Dino De Laurentiis ora ha ripreso il progetto in mano, ma potete scommettere che non sarà lo stesso film che voleva fare Jodorowsky», vaticina Dan O’Bannon alla rivista “Fantastic Films” nel settembre 1979, ma il cineasta cileno è lo stesso distrutto: lui adora il nuovo regista e sa che se mai al mondo esiste un’altra persona che sappia dar forma al sogno che l’ha animato per anni, quello è David Lynch. (O almeno così afferma nel documentario del 2013: molto probabile invece che nel 1984 non avesse idea di chi fosse Lynch.) All’uscita in sala di Dune Jodorowsky fa sapere a tutti che non ha intenzione di vederlo, perché il dolore lo ucciderebbe. A convincerlo è il figlio Brontis, che ha passato due anni della sua adolescenza ad addestrarsi per essere un personaggio di fantasia. «Noi siamo guerrieri, devi venire a vederlo».

Trascinato il regista al cinema, iniziata la visione il cuore di Jodorowsky guarisce e ogni suo dolore scompare. Alla fine della pellicola è felice come non mai, e grida soddisfatto: «Is a failure!» È un fallimento. Quello non è il suo film, quello non è Dune: il sogno di Jodorowsky non vedrà mai la luce, l’universo non è pronto, ma le sue visioni cinematografiche contageranno tutto il cinema degli anni Settanta. Perché i suoi “guerrieri” andranno a combattere su altri fronti. Ma prima di combattere… c’è da andare a crollare sul divano di Ronald Shusett…

(Continua)

P.S.
Grazie ad Evit del blog “Doppiaggi italioti” per avermi fatto conoscere lo splendido documentario Jodorowsky’s Dune e per aver insistito perché lo guardassi.


Fonti:

  • Martin Anderson, Intervista a Dan O’Bannon, da “The Den of Geek” (19 dicembre 2007)
  • Julie Davis, News, da “Science Fiction Monthly”, volume 2 numero 11 (novembre 1975)
  • Michael Doyle, Master of Biomechanical Nightmares, da “Rue Morgue” n. 149 (ottobre 2014)
  • H.R. Giger Arh+, speciale della rivista “Starbrite” (1991)
  • Chris Henderson, Frank Herbert, da “Starlog” n. 66 (gennaio 1983)
  • Brian Herbert, Dreamer of Dune. The Biography of Frank Herbert, Tom Doherty Associates, New York 2003
  • David Houston, H.R. Giger: Behind the Alien Forms, da “Starlog” n. 26 (settembre 1979)
  • Jodorowsky’s Dune (maggio 2013), documentario di Frank Pavich
  • Randy e Jean-Marc Lofficier, The Long, Long Road Dune, da “Twilight Zone”, volume 4 numero 5 (dicembre 1984)
  • Ed Naha, “Alien” Arrives, da “Future Life” numero 11 (luglio 1979)
  • Ed Sunden II, Alien is here! And screenwriter Dan O’Bannon talks about it, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)
  • Phil Edwards ed Alan McKenzie, The Blade Runner Chronicles: Ivor Powell, da “Starburst” n. 50 (ottobre 1982)

L.

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