Borg Queen (5) Fine e nuovo inizio


La fine dell’universo Trek “lineare”

2001. È nato il nuovo millennio e l’universo di Star Trek sta conoscendo un momento di profonda transizione: nel giro di quattro mesi chiude la serie “Voyager” e Brannon Braga presenta la nuova serie “Enterprise“, anche se sfiga vuole che la presentazione avvenga il 20 settembre 2011, quando il mondo sta ancora contando i morti dell’attentato alle Torri Gemelle. Quello è l’evento che segna purtroppo l’inizio del nuovo millennio umano, non il fatto che Star Trek abbia finito la sua corsa in TV.

Da quel 1966 in cui Kirk aveva iniziato a raccontare il suo “viaggio quinquennale” la vicenda è sempre andata avanti procedendo serie dopo serie, finché l’ultima puntata di “Voyager” mette fine a tutto, e non a caso si intitola Endgame. Solamente al cinema ci sarà ancora qualcosa da dire l’anno successivo, con Star Trek: la nemesi (2002) che si limita giusto a spegnere le luci e chiudere le porte. “Enterprise” è una serie-prequel (se proprio vogliamo prenderci in giro) e “Discovery” è tipo una roba alternativa (se vogliamo essere educati). “Picard” non c’entra niente con Star Trek, è solo un caso clinico. Quindi i viaggi delle Enterprise terminano con l’inizio del nuovo millennio.

Nove milioni di spettatori sono sintonizzati quel 21 maggio 2001 per il doppio episodio che chiude l’universo Trek televisivo, ci rivela la rivista “Cinefantastique” (febbraio 2002), a cui l’attrice Kate Mulgrew spiega:

«Mi è piaciuto tutto [dell’episodio]. È stato bellissimo ma anche molto difficoltoso, vista la mole di emozioni che bisognava controllare, oltre a tante questioni tecniche ed effetti speciali che rendono difficile il processo creativo. Però ho amato la storia, e sarebbe stato seccante portarla su schermo in modo men che grandioso. Io e [il regista] Allan Krocker abbiamo lavorato duro da soli per gran parte della produzione, che è finita in maniera davvero brusca, senza cerimonie né festeggiamenti. Stavo semplicemente lì sul ponte, da sola, ho scosso le spalle e ho detto: “Be’, santo Cielo, è tutto”, e me ne sono andata.»

Gli anglofoni adorano la poesia The Hollow Men (1925) di T.S. Eliot, per cui il mondo non finisce con un’esplosione ma con un lamento («not with a bang but a whimper): sette anni di “Star Trek: Voyager” finiscono in maniera così sottomessa e sottovoce da lasciare di stucco, soprattutto dopo i finali strazianti delle precedenti serie.

In realtà un’esplosione finale c’è!

Kate Mulgrew afferma che già le mancano i suoi colleghi diventati una famiglia, che è proprio una famiglia così famiglia che non cita Jeri Ryan, con cui il rapporto non è mai stato facile, e guarda caso la stessa “Cinefantastique” registra come non tutti gli attori, fra cui la Ryan, siano contenti del finale della serie, che lascia tutto in sospeso non regalando un solo accenno del futuro dei vari personaggi. O meglio, del loro secondo futuro.

Comunque, siamo alla fine, e Brannon Braga ha da fare – sia con Jery Ryan che con “Enterprise” – quindi si limita co-firmare il soggetto di Endgame, sceneggiato poi da Kenneth Biller e Robert Doherty.


Verrà la fine
e avrà gli occhi di Alice Krige

«Sono qui per riportare a casa la Voyager.»
Ammiraglio Janeway

Dopo 23 anni finalmente la USS Voyager torna a casa dal Quadrante Delta, fra gli applausi della folla. Poi facciamo subito un salto in avanti di 4 anni, la cui somma a casa mia fa 27 anni, poi arriva Tom Paris e dice che sono passati 33 anni, ma il doppiaggio italiano gli fa dire 32 anni, poi c’è Matto Murdock che specifica che invece sono passati 10 anni dal ritorno a casa della Voyager. Poi una studentessa chiede all’Ammiraglio Janeway di quando ha affrontato la Regina Borg nel 2377: aspetta, ma non era il 2376? Ho capito, è l’ultima puntata e sono tutti ubriachi, facciamo finta di niente.

Forse era meglio che i conti li avesse fatti Sberla

Scherzi numerici a parte, stando alle date fissate dai fan siamo nel 2404 (la Voyager torna sulla Terra nel 2394) e tutto l’equipaggio si è fatto una vita, ad eccezione di quelli che l’hanno persa, la vita. Il capitano Janeway ha scritto un manuale sui Borg e tiene lezioni ai cadetti della Federazione, ma in realtà i suoi piani sono ben altri: non si dà pace di aver perso così tanti anni e persone care a brancolare nel Quadrante Delta, ma soprattutto non si dà pace di aver perso la sua figlioccia Sette di Nove, morta anni prima. Da quando è tornata sulla Terra Janeway in segreto sta lavorando ad un procedimento teoricamente illegale, ma tanto alla Federazione la legalità è sempre interessata poco.

Con l’aiuto più o meno volontario di amici e colleghi riesce a mettere in atto il suo incredibile piano… e torna indietro nel tempo, fino a giungere sul ponte di comando della Voyager nell’anno 2378, cioè dov’eravamo rimasti nella precedente puntata. Ora la Janeway anziana dovrà convincere la versione giovane di se stessa che deve fidarsi di lei se vuole tornare a casa con decenni d’anticipo, evitando la morte di Sette di Nove, e la fiducia dovrà essere parecchia… visto che il piano prevede l’aiuto involontario dei Borg.

«La Regina Borg assaporò profondamente la stimolazione in arrivo. Fletté le spalle e allargò le dita, sentì le costole e le cosce stringersi all’interno della tuta isolante attillata, con i suoi pezzi sagomati che la premevano come un milione di polpastrelli
dal romanzo-novelization di Diane Carey

Intanto la Regina sta spiando le azioni della Voyager, che proprio non ha altro da fare nell’universo. Aspetta, ma quale Regina? Quella del film First Contact è morta nel passato, quella dei doppi episodi di “Voyager” è morta una ventina di puntate prima… da dove arriva questa nuova Regina? Ed è davvero “nuova”? Essendo di nuovo interpretata da Alice Krige pare proprio di no. Da sempre gli sceneggiatori non hanno alcun vincolo morale o narrativo, possono sparare le frescacce che vogliono e nessuno li mette minimamente in discussione, perché l’astio va tutto nei confronti dei poveri romanzieri, che invece non possono fare i paraculi e devono spiegare ai lettori i risvolti di sceneggiatura.
Visto che questo episodio non è scritto da romanzieri bensì da sceneggiatori, vale tutto e nessuno fa domande: la Regina che era morta l’anno prima ora è viva e dà la caccia alla Voyager di nascosto, non si sa perché.

Io so’ Regina, e me la comando!

Mentre tutto l’equipaggio filosofeggia sul Viaggio, che non sta nella meta ma nel percorso, e tutti si guardano con occhiucci a cuoricino davanti alla speranza di tornare presto a casa, insomma mentre si allunga il brodo per poi addurre la scusa del “non c’è più tempo” per evitare di scrivere davvero un episodio finale, Janeway si ritrova accanto alla Regina un’altra volta, anche se stavolta l’attrice è diversa. Parlottano del più e del meno (“Signora mia, ha visto i prezzi del Quadrante Alpha?”) poi la Regina, convinta di aver gabbato la capitana, cerca di assimilarla fregandosi con le proprie mani: perché di nuovo esce fuori il super-virus che ammazza tutti i Borg. Ancora? Ma possibile che dopo anni ’sti Borg ancora non abbiano imparato?

Davvero? Ancora il super-virus ammazza-Borg? Che fantasia

In due secondi i Borg sono spazzati via e mediante Antani con scappellamento a destra la Voyager si ritrova nel Quadrante Alpha, che dopo sette ann… basta parole, fine e titoli di coda. È così che finisce una serie di sette stagioni: non con un’esplosione ma con un lamento sbrigativo.

Che fine umiliante per siffatta Regina

I Borg sono ormai dei pagliacci che non fanno più paura, visto che a parte camminare senza meta per corridoi bui non fanno altro, e la Regina è solo una parodia di se stessa. Malgrado sia interpretato dalla stessa Krige di First Contact, qui il personaggio ha perso completamente fascino e mordente, e gli unici momenti di interesse sono quando il virus ha effetto e la Borg inizia a perdere pezzi di corpo. Una scelta visiva molto efficace ma è troppo poco e troppo tardi. Dov’è finita la Regina dell’Alveare? Quanto possiamo essere emotivamente coinvolti nella sua ennesima morte, che dopo tante repliche ormai non ha più valore?


L’odio di DeCandido

La distinzione di cui parlavo prima, fra romanzieri e sceneggiatori, è molto ben chiara al romanziere Keith R.A. DeCandido, che deve spaccarsi la testa per giustificare ogni risvolto di trama dei libri che scrive, indipendentemente all’universo a cui appartengano. Non mi stupisce che le sue prime parole di commento siano: «Ho odiato questo episodio quando l’ho visto nel maggio 2001 e, due decenni dopo, lo odio ancora di più».

Mmmm sento forte l’odio dei romanzieri

Perché Janeway non è tornata più indietro nel tempo, così da salvare molte più persone? Semplice: perché a lei interessavano solo i tre amici suoi, gli altri si fottano! La recensione di DeCandido è tagliente e deliziosa, notando come forse salvare tre amici della Janeway non sia un motivo valido per cambiare il corso temporale dell’intera umanità. Il romanziere fa notare come i personaggi di questo universo narrativo agiscano sempre per il bene, anche quando le loro vite sono in pericolo, quindi stupisce che per il gran finale della serie il capitano agisca per il male, spazzando via l’intero universo solo per motivi egoistici e cambiando il corso della storia solo perché due suoi amici sono morti e uno sta male. (Viene citata un’altra ventina di membri dell’equipaggio che perderanno la vita ma chiaramente è gente di cui non interessa a nessuno.)

Quanta magnificenza sprecata

I finali di “The Next Generation” e “Deep Space Nine” mi hanno commosso, questo mi ha lasciato a bocca aperta: nessuno dei fili narrativi lasciati in sospeso si è chiuso, anzi hanno trovato il tempo di inventarsene di nuovi – tipo la ridicola storia d’amore fra Sette di Nove e Chakotay – pur sapendo che non c’era spazio per parlarne. Come si fa a concepire un riempitivo in un episodio che non ha tempo per dare l’addio a personaggi che il pubblico ha amato per sette anni?

DeCandido dà voto Warp 1 all’episodio, il più basso, e onestamente non mi sento di dargli torto: fra sceneggiatori e romanzieri io mi schiero sempre coi romanzieri, che faticano molto di più per regalare storie concrete a chi come come ha sempre un bisogno profondo di narrativa.


La storia continua nei romanzi

«Sette sentì il suo corpo contrarsi. La voce seducente della Regina Borg. I suoi occhi si aprirono di scatto. Non c’era più la Voyager. Solo il bagliore verde. Al suo interno aleggiavano la testa e il petto della Regina Borg, con appena un accenno di spalle. “È passato troppo tempo” mormorò la Regina. Le sue labbra pastose si arricciarono ai bordi in un sorriso agrodolce.»
dal romanzo-novelization di Diane Carey

Il nome di Diane Carey risuona per tutto l’universo di Star Trek, avendo scritto romanzi originali e novelization relativi a tutte le serie cine-televisive. Ogni tanto ha aperto uno spiraglio su altri universi, per esempio ha scritto il romanzo originale Aliens: DNA War (2006) che è fra le migliori storie aliene mai apparse e gliene sarò sempre grato.

Nel luglio del 2001, due mesi dopo la fine di “Voyager”, la Pocket Books presenta il suo romanzo Endgame, cioè la novelization dell’ultimo episodio: la romanziera non ha spazio di manovra, il suo testo è poco più di una versione ampliata della sceneggiatura, lo definirei un “copione con molte più descrizioni”, diciamo che gli autori dell’universo espanso di Star Trek riescono meglio quando scrivono storie originali.

«La loro ambiziosa Regina si stava dissolvendo davanti ai suoi occhi. Il Collettivo si stava consumando a causa di un gigantesco tracollo.»
dal romanzo-novelization di Diane Carey

La parte interessante di questo libro è che in appendice presenta i primi quattro capitoli di un romanzo che la Pocket Books misteriosamente aspetterà due anni per portare in libreria. Quei quattro capitoli però intanto regalano ai fan di “Voyager” quel vero finale che la serie ha negato loro. Il romanzo infatti si intitola Homecoming (giugno 2003).

Alla romanziera Christie Golden, esperta di tanti universi narrativi fantastici, la Pocket Books affida il compito di raccontare tutto quello che la serie TV ha lasciato in silenzio. Quando una sua compagna di scuola non venne a giocare perché doveva vedere in TV un qualcosa che chiamava “Star Trek”, Christie seccata volle vedere anche lei quella roba per scoprire cosa mai fosse più interessante di lei agli occhi dell’amica, e lì arrivò la folgorazione: Christie Golden, per sua stessa ammissione, passava le lezioni di matematica a scuola a scrivere nuove storie di Star Trek.

«Ci sono sempre “occasioni mancate” in una serie TV, non puoi fare tutto. Ma le occasioni mancate significano opportunità per me e i miei romanzi.»

In un’intervista al sito TrekToday.com (25 marzo 2003) in occasione dell’uscita di Homecoming la Golden parla apertamente della divisione netta fra televisione e libri: è davvero difficile che i due media si fondano, sebbene tutti ci provino sempre. Così lei su carta ha avuto tutte le possibilità narrative che il piccolo schermo non poteva (o non sapeva, aggiungo io) sfruttare. Ecco quindi che finalmente abbiamo il ritorno a casa dell’equipaggio della Voyager che lo sbrigativo ultimo episodio della serie ci ha negato.

«“Kathryn”, disse in tono accorato, con i suoi occhi color nocciola vibranti d’affetto. “Mio Dio, è bello vederti. Non riuscivo a crederci quando ho visto la Voyager librarsi verso di noi fuoriuscendo da quella nuvola di detriti”, disse. “Eravamo pronti a combattere i Borg, non a dare il benvenuto a casa a un viaggiatore smarrito”.»
Jean-Luc Picard, da Homecoming di Christie Golden

Tom Paris e B’Elanna, con figlia a carico, possono andare a conoscere le rispettive famiglie con relativi problemi (avere suoceri Klingon non è affatto piacevole!); Wang può riabbracciare i genitori e ritrovare la fidanzatina d’un tempo, che non sa essere diventata nel frattempo un’agente segreta; Tuvok può riuscire a trovare un modo per guarire dal suo male e il Dottore conosce il lato oscuro dell’autorialità: il suo olo-romanzo ha avuto così successo sulla Terra… da istigare dei ribelli ora considerati terroristi. Ah, quanta responsabilità per i romanzieri!

Il vero ritorno a casa della Voyager

Cancellata con due righe la stupida storiella d’amore fra Chakotay e Sette di Nove, chiaro frutto di cialtroneria da ultimo episodio, la donna e gli altri ex Borg della Voyager dovranno affrontare i problemi già ventilati nella serie ma mai affrontati: come possono entrare nella Federazione degli ex Borg, cioè appartenenti alla più pericolosa e spietata razza dell’universo? (Oddio, i Borg delle ultime stagioni di “Voyager” fanno ridere, ma pensiamo ai Borg dei primi tempi.) La situazione non è facile, e quando sulla Terra scoppia un’epidemia tenuta segreta ma di chiara origine Borg… le cose per Sette di Nove e gli altri si mettono male.

«”Sta succedendo qualcosa con i Borg”, disse Sette di Nove, sapendo che avrebbe dovuto aspettare fino a quando non avesse avuto un consulente legale, ma sospettando anche che ciò avrebbe potuto richiedere molto tempo. “Ecco perché Icheb ed io siamo stati portati qui. Mi dica cosa sta succedendo. Non ho motivo di amare i Borg, dottor Kaz. La mia lealtà è diretta all’ammiraglio Janeway e a ciò che lei rappresenta. Sarei lieta di aiutare, ma mi ritrovo gettata in prigione senza nemmeno sapere di cosa sono accusata.»
Sette di Nove, da Homecoming di Christie Golden

Nel luglio 2003, quindi a stretta distanza, la Pocket Books presenta la seconda parte della storia, The Farther Shore, con cui la Golden entra nel vivo dell’azione, rispettando in maniera perfetta lo spirito del capitano Janeway: a seconda della situazione, difende fino alla morte o se ne sbatte altamente delle regole della Federazione.

Ricordate quando nel film First Contact il Cubo Borg esplode in prossimità della Terra passata del 2063? Dove sono finiti tutti quei frammenti? Per quante pulizie possa aver fatto la Federazione, è possibile che nanoparticelle Borg siano rimaste nell’orbita del pianeta e addirittura potrebbero essere cadute a terra, lasciando per secoli dormiente un virus Borg per cui gli umani non hanno alcuna difesa.

«La domanda sul perché il virus Borg fosse rimasto inattivo per così tanto tempo era facilmente risolvibile, e si chiedeva perché né lei né Fletcher l’avessero capito prima. O forse non era un gran mistero. Forse semplicemente non avevano voluto riconoscere la terribile verità. Per poter attivare il virus Borg, qualcuno ha impartito un comando specifico. E quel qualcuno poteva essere nientemeno che la Regina Borg.
Il virus era attivo e lo era ormai da diversi giorni. Il che portava inevitabilmente alla conclusione che da qualche parte, non troppo lontano dalla Terra, la Regina fosse in agguato.»
Libby Webber, agente segreta che finge di essere fidanzata con Wang, da The Farther Shore di Christie Golden

Come dicevo, gli sceneggiatori sparano stupidate a casaccio che tanto non dovranno mai rendere conto a nessuno, i romanzieri invece sono un bersaglio per ogni fan di Star Trek esistente, il quale prende le buffonate cine-televisive come Verbo di Dio mentre i romanzi li massacra. Quindi una romanziera come la Golden non può permettersi di fare quello che tutti gli sceneggiatori hanno fatto finora, cioè inventarsi una Regina a casaccio che vive dopo essere morta senza alcuna spiegazione: un romanziere deve sempre dare spiegazioni, per questo sto sempre dalla parte dei romanzieri. Fanno un lavoro sporco e ricevono solo critiche in cambio.

Dal 1996 nessun autore si è preoccupato di spendere una sola parola di spiegazione sulla Regina, su cosa sia e sul perché la troviamo viva dopo ogni sua morte, al massimo Brannon Braga distratto dal suo amore per Jeri Ryan ha sparato la stupidata che la Regina è stata rapita dai Borg da ragazzina: dimentichiamoci di quell’idea imbarazzante, e così come ha cancellato la stupida storia d’amore di Chakotay così la Golden cancella quella frase.

Scordiamoci della “Regina rapita da piccola”, chiaro frutto di alcol

Christie Golden fonda l’idea di una regina “creata” alla bisogna, idea poi fissata nell’universo dei romanzi Trek. In realtà a questa idea aveva già accennato Brannon Braga stesso, in un’intervista per Dark Frontier che abbiamo già incontrato, ma essendo uno sceneggiatore se ne è sbattuto la uallera di tutto.

«Il Royal Procol, questo Royal Protocol, non ha niente a che vedere con l’etichetta, né con qualsiasi altro argomento classico: il Royal Protocol è il nome della procedura computerizzata con cui i Borg creano una Regina. Ed è già in atto.»
da The Farther Shore di Christie Golden

Parte fondante dei Borg è l’essere computerizzati, è l’uniformare razze diverse mediante parti informatiche impiantate nei corpi. E in mano a una romanziera, non a una sceneggiatrice, questo è oro:

«La Regina era un essere organico che non era diventato solo un Borg ma un super-Borg. Era un sistema operativo per l’intera titanica struttura. Era più di un singolo essere… era il programma fatto carne e macchina.»
da The Farther Shore di Christie Golden

Se Rudy Rucker avesse continuato la sua Saga del Ware, interrotta nel 2000, quel 2003 avrebbe potuto rubare l’idea alla Golden e presentare un ipotetico Meatware, con il software che si fa carne. E Golden affonda il colpo: la Regina è un deus ex machina nel vero senso della parola: una divinità che fuoriesce dalla tecnologia. Non puoi ucciderla, perché non è un essere vivente: è un programma, che si attiva volta dopo volta. Sarebbero bastate due righe di dialogo a Brannon Braga per giustificare i continui ritorni della Regina in “Voyager”, ma – di nuovo – lui è uno sceneggiatore, e quindi non è tenuto a dare spiegazioni né a rendere conto di alcunché.

In realtà non c’è alcuna “vera” Regina che ha seguito la Voyager fino al nostro pianeta, è tutta una cospirazione dell’Ammiraglio Brenna Covington, convinta che dopo la Guerra del Dominio (l’appassionante arco narrativo delle ultime stagioni di “Deep Space Nine”) l’umanità abbia bisogno di una stabilità… che solo la Collettività Borg può offrire. Grazie ad apparecchiature illegali è riuscita a diventare una mezza Regina, connettendo la propria mente ai resti Borg lasciati sulla Terra e iniziando a creare una sorta di Collettività: Janeway e i suoi fedeli più stretti affronteranno la donna prima di ulteriori danni alla popolazione terrestre. Dopo uno scontro mentale degno di Scanners (1981), Brenna muore ma prima… passa il Royal Protocol a Sette di Nove.

«”Che sta succedendo? La Regina è morta”, disse perplesso Montgomery, mentre Sette di Nove iniziava a piangere, con le lacrime che le rigavano il viso inespressivo.
“In qualche modo è ancora connessa”, sussurrò Janeway. “Penso che la Regina… possa averle trasferito il Royal Protocol.”
Montgomery la guardò. “Allora perché la lasciamo in vita?”
“Perché sta combattendo”, disse Janeway. “Forza, Sette, resisti.”»
da The Farther Shore di Christie Golden

Sette di Nove resiste alla tentazione di diventare la nuova Regina, malgrado sia in forte crisi visto il pessimo trattamento ricevuto dai terrestri e visto che ormai non si senta più a casa. La Federazione saprà ricompensarla, affidandole il comando dell’unico posto che Sette di Nove chiama “casa”: la USS Voyager.

Non sai cosa ti sei persa…

A Christie Golden sono bastate pochissime righe per mettere insieme tutti gli eventi buttati a casaccio al cinema e in TV nei precedenti anni, a parte la stupidata della “Regina rapita da piccola” di Unimatrix Zero, un lavoro non certo facile e che sicuramente avrà scatenato l’ira di molti fan: infatti la Golden nel 2003 ha confessato di non leggere le recensioni dei suoi romanzi in Rete, che tanto «non si può piacere a tutti». Per questo sto sempre dalla parte dei romanzieri, che vivono in trincea mentre gli sceneggiatori bevono champagne e si spupazzano le ex Borg.

(continua)

L.


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