[2015-11] Not Bad for a Human

Nel maggio 2011 il mitico e mitologico Lance Henriksen presenta un libro che, per molti fan, è uno scrigno di autentici tesori: l’autobiografia di uno dei più prolifici caratteristi della storia del cinema.

Il 16 settembre 2011 l’ho comprato in digitale su Amazon, al prezzo di 7,79 dollari, ma dopo un po’ ho avuto problemi con questo libro – che racconto qui – probabilmente dovuti al fatto che si cercava di “pompare” l’edizione cartacea (che oggi su Amazon costa 125 euro e addirittura 1.734 euro con copertina flessibile!). Per fortuna in tempi recenti i problemi sono scomparsi e ho potuto riaprire l’eBook: mi sono fatto subito una copia, per evitare altri “ripensamenti” di Amazon. (Trattandosi di copia privata di un prodotto che ho regolarmente acquistato, con tanto di fattura, mi sento autorizzato a farlo.)
Presento dunque in italiano alcuni passaggi del testo in cui l’attore ricorda la sua partecipazione ai film alieni.

Il testo “normale” è a firma di Joseph Maddrey, che ha raccolto le dichiarazioni di Henriksen mettendole in ordine all’interno di un vero e proprio saggio di cinema di genere.
Il testo fra virgolette è parola di Lance…


Indice:


Aliens (1986)

Alien (1979) di Ridley Scott inizia nella stasi: il cargo Nostromo scivola nello spazio silenzioso mentre il suo equipaggio dorme all’interno. In una prima stesura del copione del sequel Aliens James Cameron ha immaginato una sequenza simile, con Ripley e i militari sognano in pace all’interno delle loro camere criogeniche, e la nave appare senza vita… con una eccezione. Una sentinella solitaria scruta gli ambienti, condannata ad anni di isolamento e monotonia. Questa sentinella è incapace di crucciarsi di questa situazione, perché è un androide. L’idea non è finita nel film, ma il personaggio dell’androide – Bishop – rimane.

Lance Henriksen si è reso conto sin da subito che il suo personaggio di Bishop sarebbe stato inevitabilmente messo a confonto con altri androidi famosi.

«Hai Rutger Hauer in Blade Runner e Ian Holm nell’Alien originale: sono entrambe grandi prestazioni, di alto livello. Così mi sono detto: “Come posso competere con questo?” Ero intimorito, perché non volevo essere visto solo come un altro androide, perciò decisi di non entrare in competizione, di lasciar perdere. Ma una delle cose che mi hanno intrigato è stato il pensiero della preparazione al ruolo.»

Per i successivi due mesi Henriksen si è immerso in un processo che lui ha chiamato di “adunata”: per un certo periodo ha accumulato oggetti e dettagli che potevano essergli utili durante le riprese per far uscire fuori il personaggio.

«Io sono come un computer, in un certo senso», ha detto: «metto da parte tutta questa roba.» L’idea era di non definire subito il personaggio bensì di creare le premesse per rappresentarlo meglio in seguito, in momenti particolari. «Quei dettagli li avevo ormai immagazzinati», spiega, «così mentre stavamo girando rispondere in modo istintivo a situazioni differenti.»

Per prima cosa Henriksen creò la propria idea del personaggio, ed usò i propri soldi per assumere un costumista per il guardaroba di Bishop. «Nessuno di quei vestiti è stato poi utilizzato», dice l’attore, «ma mi ha aiutato a trovare il personaggio.» Quando James Cameron se ne uscì con un nuovo sistema per presentare Bishop sullo schermo, utilizzando cioè un coltello per dimostrare i riflessi eccezionali dell’androide, Henriksen lavorò con lo stuntman Rex Rossi, un amico che aveva conosciuto sul set di Choke Canyon (1986) [in Italia, Energia pulita], per imparare una serie di trucchetti da circo con il coltello. «Rex mi mostrò questa cosa che i lanciatori di coltelli usano spesso», ricorda. «Tengono la lama nel palmo della mano e poi, con un colpo secco, afferrano il manico. L’ho provato all’infinito.»

Bishop aggiunge un trucchetto anche migliore: si passa ripetutamente una lama tra le proprie dita con una super-velocità e precisione. L’attore dice che si è provocato molte ferite prima di riuscire a farlo bene. Ha provato il trucchetto con ogni tipo di lama prima di trovare quella giusta, e si è portato tutti questi coltelli in Inghilterra: questo ha provocato dei ritardi alla dogana, ma Henriksen andò per conto suo ai Pinewood Studios, dove il film doveva essere girato.

Il co-protagonista Bill Paxton ricorda: «Andai al suo hotel, lui aprì la sua valigia e io pensai “Gesù Cristo, questo tizio è pronto per la Terza guerra mondiale!” E le sue mani erano piene di ferite da taglio, perché si esercitava in continuazione con il coltello.» Quando arrivò il momento di girare la scena, Henriksen decise di alzare la posta coinvolgendo l’altro attore nel gioco:

«Nel copione Hudson dice “Bishop, fai il trucchetto del coltello”. Proprio prima di girare andai da Jim [Cameron] e gli dissi: “Invece di una semplice dimostrazione, che ne dici se metto la mia mano sopra quella di Bill [Paxton] mentre faccio il trucchetto?”. Jim disse “Ottima idea!” Così lo facemmo… Quella singola scena ti dice tutto ciò che devi sapere su Bishop. Metto la mia mano su quella di Bill perché lo sto proteggendo. Bishop non farebbe male ad una mosca, non ferirebbe mai un vivente.»

Stando ad Henriksen, l’essenza di Bishop è la sua curiosità fanciullesca riguardo la vita. «Tutto è nuovo per lui», dice l’attore. Tenendo questo a mente, ha dotato il suo personaggio di un paio di lenti a contatto che gli donano due pupille in ogni occhio – così che possa «acquisire più informazioni». Questa trovata non finisce nel film (perché il regista pensava che rendessero Bishop «più spaventoso dell’alieno»), ma dell’estrema sensibilità del personaggio rimane l’interpretazione di Henriksen. Sebbene sia curioso, Bishop è anche pieno d’esperienza. Henriksen spiega:

«Decisi di interpretare Bishop come se egli avesse la stessa vita emotiva che avevo all’età di 12 anni. Ciò che facevo in quel momento della mia vita era proteggermi dal mondo violento che mi circondava, da tutte le cose con cui dovevo convivere. Mi sono detto: “Nel futuro vivrò la vita a modo mio, ma per ora devo rimanere chiuso così che nessuno possa ferirmi”. Guardavo gli adulti e mi dicevo: “So che ti sopravvivrò, quindi posso avere un po’ di compassione per te”. Ed è questo che fa Bishop, tolta la parte della paura: è completamente incapace di giudicare, accetta le persone perché sa che sopravviverà loro.»

In Aliens Bishop “si chiude in sé” perché è abbastanza furbo da capire quale sia il suo posto nel mondo degli umani: capisce che per loro è un estraneo al pari degli alieni. Può essere più in gamba dei suoi compagni di viaggio, ma capisce che non può rischiare di apparire in quel modo, per paura che inizio a vederlo come una minaccia. Henriksen ha utilizzato un altro ricordo per enfatizzare l’estrema vulterabilità del personaggio. «Sono stato in Sud Africa durante l’apartheid, quindi ho pensato questo: se io fossi un ragazzino nero di 12 anni e compissi qualche guaio, cosa mi succederebbe? Mi sostituirebbero o mi distruggerebbero.»

Henriksen inoltre ricorda di aver preso ispirazione dal libro di Walter Tevis del 1980 Mockingbird [in Italia, Futuro in trance, Mondadori 1983]. Il romanzo racconta di un robot che ha memorie umane ma senza alcuna comprensione concettuale di queste. «Non sapeva cosa fosse la musica», dice l’attore, «ma l’ascoltava. Era parte della sua programmazione che non era ancora stata completamente cancellata. Quell’immagine si fissò nella mia mente, e tramite quella penso che ci fossero sentimenti che Bishop non capisse.»

La scena più rivelatrice del personaggio arriva tardi nel film, quando i pochi superstiti decidono di giocarsela per stabilire chi debba rischiare la propria vita per salvare gli altri: chi pesca la pagliuzza più lunga andrà ad auto-pilotare la navetta di salvataggio, ben sapendo che il volontario correrà un rischio altissimo. Tutti tremano, il personaggio di Bill Paxton, in un momento di panico, nomina freddamente Bishop facendo notare che è il loro membro meno umano. «Questo ferisce i miei sentimenti», dice Henriksen, «o almeno dei sentimeneti di cui sono dotato». Bishop accetta la responsabilità ma non senza un’espressione di riluttanza. «Posso essere sintetico», dice, «ma non sono stupido».

Lontano dalla cinepresa l’attore ha avuto uno scambio simile con il regista James Cameron. «Mi ha chiesto se per caso fossi claustrofobico», ricorda Lance. «Dissi di no, non lo ero mai stato. Ho lavorato in una miniera in Colorado, una volta, e non ho avuto alcun problema. Ma non mi ero reso conto che avrei dovuto infilarmi in un tubo: era così stretto che riuscivo a malapena a strisciare. Mi muovevo velocemente perché non vedevo l’ora di uscie da quell’affare.»

L’aspetto più rivelatore di quella sequenza è qualcosa che l’attore fece d’istinto, mentre strisciava nel tubo. «[Gli altri personaggi] mi passarono una pistola e io li guardai, come a dire: cosa mai dovrei farci con questa? E la riconsegnai. Venne fuori così, dal nulla: non ci avevo pensato, lo feci e basta.» Il risultato è un altro piccolo momento che rappresenta in modo perfetto il personaggio. Bishop è un non violento perché ha un rispetto tale per la vita in generale che non può neanche pensare di uccidere qualsiasi altra creatura. Henriksen dice che, dopo alcune settimane a Londra cominciava a reagire istintivamente come avrebbe fatto Bishop.

«Quando sto lavorando ad un film non faccio il turista, perché non voglio mai uscire dal personaggio: ho paura di non essere poi capace di rientrarci. Perciò ai tempi di Aliens me ne andavo per Londra come fossi un bambino di 12 anni: non potevo farci niente. Stavo ad un angolo di strada e non sapevo dove cazzo fossi, o come tornare indietro. Ero in quello stato d’animo… andavo in giro cercando di riconoscere qualche strada. In quei giorni tutti quelli coinvolti nella produzione erano sul set, così potevo gironzolare e guardare tutta questa gente che lavorava il metallo per fare il naso della navetta d’emergenza o che altro. Ero affascinato.»

Bill Paxton era stupefatto del processo di costruzione del personaggio. «Lance era completamente immerso», dice, «sarebbe stato un perfetto agente sotto copertura, perché sa trasformarsi completamente». Paxton era così impressionato che usò molti di quei processi di recitazione. «[Lance] è stato un grande mentore per me. Quando lavoravo ad Aliens non mi piaceva interpretare lo stress del mio personaggio. Non pensavo “Che bello, posso interpretare un tizio che è completamente in preda allo stress”. Per qualche ragione interiorizzai quello stress e questo mi faceva pensare che non stessi facendo un buon lavoro. Lance mi è sempre stato vicino, e sentii che potevo confidargli quel mio problema.» Proprio come il suo personaggio nel film, Henriksen cercò di essere sempre d’aiuto per un amico.

Alla fine del film Bishop recupera Ripley e Newt e le porta in salvo, alcuni istanti prima che il pianeta esploda. Quando Ripley lo ringrazia per aver salvato le loro vite, Bishop è raggiante come un bambino lodato dai genitori. Sfortunatamente è un momento di gloria molto breve. Qualche secondo dopo è tranciato i due dalla Regina Aliena, che in qualche modo è riuscita a salire sulla scialuppa di salvataggio.

Henriksen ricorda che questa sequenza richiese due settimane di riprese, e lui passò la maggior parte di quel tempo stando sul pavimento – visto che la metà inferiore del suo corpo era stata rimossa – ricoperto di latte acido e yogurt. A quel punto, racconta, il maestro degli effetti speciali Stan Winston stava costruendo un animatrone da 100 mila dollari per la scena. Henriksen era così impegnato a recitare un non-umano che si offrì di interpretare lui stesso quelle scene [al posto, mi sembra di capire, di un manichino, N.d.R.]. «Dissi che avrei imitato i movimenti di quel pupazzo». L’attore venne punito per essere stato così disponibile. L’odore del “sangue” di Bishop (latte e yogurt rimasti per ore sotto le forti luci) mischiato con il fetore del silicone fecero star male da cani Henriksen. Per fortuna la scena funzionò.

Alla fine delle riprese Henriksen non vedeva l’ora di tornare a casa. Durante la sua ultima notte a Londra uscì a festeggiare con Bill Paxton e gli altri… solo per essere richiamato all’alba per rigirare una scena.

«Il telefono suonò ed era Jim che diceva “Lance, abbiamo un problema. Dobbiamo rigirare la scena del coltello”. Aveva girato tutto ad alta velocità, e la sequenza non funzionava proprio, dovevamo rifare i primi piani a velocità normale. Ero così ubriaco che credevo di stare sognando quella conversazione, poi però mi resi conto che stavano bussando alla porta: dovevano prendermi e portarmi ai Pinewood Studios. Entrammo in auto e lì già c’era Bill: entrambi avevamo i postumi di una sbronza, ed ogni volta che qualcuno suonava il clacson o c’era qualsiasi altro rumore mi sembrava che la testa mi si spaccasse in due.

Arrivati ai Pinewood misi la mia mano su quella di Bill e gli ho allargato le dita, iniziando a giocare con il coltello. All’ultima ripresa mi accorsi di una piccola goccia di sangue sul mignolo di Bill. Si era innervosito e il suo mignolo aveva avuto un sussulto: si mise a strillare come se l’avessi accoltellato allo stomaco! Gli dissi “Bill, andiamo, è solo una cazzo di goccia di sangue” [ride] Per via di queste nuove riprese, nel film mi vedete fare il trucchetto del coltello in tempo reale.»

Quando tutti fu finito, Henriksen e James Cameron si resero entrambi conto che c’era tanta vita nel personaggio di Bishop. Dopo che Aliens fu completato iniziarono a discutere della possibilità di far tornare Bishop in un altro sequel, un giorno. Stando ad Henriksen, il regista gli parlò di un’idea per un soggetto in cui Bishop sviluppa una paranoia per la propria programmazione.

«Immaginate che Bishop d’improvviso provi dei sentimenti di rabbia e non sappia perché. Si ritorna a Futuro in trance… La programmazione potrebbe dirgli di ferire qualcuno, ma lui non capisce perché. La sua auto-coscienza è leggermente superiore rispetto ad un computer, e lui cerca connessioni, cerca di capire le proprie emozioni attraverso la logica ma non sembra funzionare. Tutto ciò che capisce sono le ramificazioni del pericolo.»

Sarebbe stato anni prima della realizzazione di Alien 3. Intanto l’attore era riluttante a lasciar andare il personaggio: il ruolo di Bishop era stato estramemente soddisfacente per lui, sia personalmente che professionalmente. In un’intervista del 1986 per l’Official Aliens Movie Magazine di “Starlog” ha ammesso: «Avevo bisogno di interpretare questo ruolo proprio ora. Sento contento di poter essere visto come qualcosa di molto più umano dei personaggi che ho interpretato finora, sebbene io faccia un androide: è oltraggioso, non credete?» L’attore ancora ricorda quanto fosse euforico per il ruolo, ancora prima di girare la prima scena:

«Quando salii su quell’aereo per l’Inghilterra per fare Bishop era un giorno incredibile. Stavo pensando a tutto l’impegno per ottenere quel lavoro, a tutte le situazioni assurde in cui mi ero ritrovato coi film. Tutta quella merda era lì che gorgogliava ma io ora potevo gestirla, perché quella merda non era tutto ciò che avevo: ora avevo questo

Da Bishop Henriksen ha imparato che può riutilizzare esperienze della sua vita privata per creare personaggi profondamente umani, una tecnica che da allora ha sempre usato. Oggi, pensa ancora a Bishop come al punto di svolta della sua carriera:

«Quando iniziai dovetti creare un sacco di personaggi dai miei difetti, quelli che mi portavo dietro dall’infanzia, e questo mi ha sempre portato null’altro che guai. Quando i tuoi difetti sono il tuo stile, la tua rabbia è vivida e pulsante, e le tue pessime abitudini sono senza freni, allora sei davvero nella merda. Faccio un esempio. Siccome non volevo ammettere di non saper leggere, creai lo stile di uno che dice “Ehi, aspetta un momento, è la mia lingua: perché dovrei imparare a leggerla? Mi porterà via tutta la mia fottuta innocenza”. Capito che stronzata? Perché tanto dovevo per forza imparare a leggere! Ma a quel punto mentivo a così tanta gente che stavo mentendo anche a me stesso. Ecco cosa intendo per creare un personaggio dai miei difetti: è una buona strategia quando non hai altro, ma prima o poi la paghi, perché non è salutare e non è reale. […]

Avevo bisogno di andare al livello successivo, dove avrei potuto usare ciò che sapevo della vita reale. Alla fine di Aliens mi resi conto che sapevo come farlo. Non volevo lavorare in altri modi, dopo di quello. Semplicemente non volevo sottostare ai film: volevo creare personaggi. Volevo personalizzarli, creare loro una vita e farli respirare. Ecco cosa fa una buona recitazione, per quanto ne sappia. Da allora è così che ho sempre lavorato. Vivo la parte e lascio che i registi si preoccupino del resto.»

Aliens è stata una simbolica rinascita nel mondo della recitazione, così come un cambio di registro nella sua vita al di là del cinema. Il successo del film aiutò l’attore a comprarsi la prima casa, sulle colline vicino l’Angeles National Forest. Nel 1987 si è trasferito lì con la moglie Mary Jane Evans e la figlia neonata Alcamy. Per la prima volta nella sua vita aveva una casa propria. Prima di questo era sempre «scomparso nei boschi» dopo ogni film, cercando di scrollarsi di dosso il ruolo e reclamare la propria identità. La sua inclinazione a scomparire si rinforzò dopo Aliens. Quando il progetto fu concluso l’attore non vedeva l’ora di «tornare in sé». Diventare un marito e un padre gli diede una solida identità a cui fare ritorno. «Alcamy fu l’inizio della mia vera vita», dice. «È stata il mio biglietto per salire sul mondo». Con un ghigno orgoglioso aggiunge: «Pensai di aver creato l’oro, e in effetti lo feci: è una persona eccezionale.»

Dopo il travolgente successo di Aliens Henriksen era consapevole che la scelta del prossimo film sarebbe stata cruciale. Non voleva fossilizzarsi in un personaggio, così pensò che dovesse scegliere un ruolo totalmente differente da Bishop. Gli fu offerto il ruolo del sadico Zio Frank nell’Hellraiser (1987) di Clive Barker, ma preferì un ruolo nel film d’esordio di Kathryn Bigelow: Near Dark (1987). Il film lo riuniva ai suoi colleghi di Aliens Bill Paxton e Jenette Goldstein. Fu proprio Paxton che per primo gli sottopose il progetto.


Alien 3 (1992)

La 20th Century Fox finalmente iniziò la produzione di Alien 3 sotto la guida di un giovane regista di nome David Fincher. Ad Henriksen venne chiesto di girare due scene nel film. Nella prima l’androide Bishop (o, più precisamente, ciò che rimaneva di lui dopo il passaggio della Regina Aliena) avverte Ripley che uno degli alieni l’aveva seguita nella colonia-prigione su quel remoto pianeta, poi le chiedeva di ucciderlo. «Non sarò mai più al massimo», dice Bishop, «meglio essere niente». Alla fine del film Henriksen riappare nel ruolo di “Bishop II”. Nel pensiero dell’attore, Bishop II era un “modello avanzato” dell’androide. Nell’Extended Cut del film, comunque, l’enigmatico personaggio sanguina dalla ferita e ripete «Non sono un androide». (Una foto sul set mostra la protesi di un orecchio, che l’attore dice provenire dal trucco di Jack Nicholson nei panni di Joker in Batman.) Non è l’unico elemento confuso del travagliato progetto.

Le riprese di Alien 3 iniziarono senza ancora una sceneggiatura definitiva, ed Henriksen ha dovuto fare su e giù da Londra quattro volte in un singolo mese, mentre il copione veniva riscritto e nuove scene dovevano essere girate. In queste circostanze non sorprende che si fosse un po’ disamorato del progetto.

Henriksen loda David Fincher come un regista visionaro, ma crede che Alien 3 sia un bell’errore. La mistica dell’eroina, dice, «era strappata via da lei da un dottore in una fogna» – un riferimento alla scena in cui Ripley ha un rapporto sessuale con un algido detenuto subito dopo aver assistito all’autopsia della figlia putativa. Questo comportamento fuori dal personaggio risalta ancora di più dall’interazione fuori dal set con Sigourney Weaver. A quel tempo, ricorda Henriksen, l’attrice era da poco diventata mamma [13 aprile 1990] e «vidi in lei quella tenerezza di mamma che non c’era in Aliens».

L’attore inoltre è in disaccordo con il finale nichilista del film, che secondo lui è un insulto alla mitologia creata dai due titoli precedenti. Quando vide il film montato per la prima volta decise che il personaggio di Bishop doveva essere usato esclusivamente come “riconoscimento del prodotto” e promise che non sarebbe più tornato nella serie a meno che il film successivo non avesse riproposto lo spirito combattivo di Aliens. Sarebbe dovuto passare un decennio prima che Bishop avesse un ulteriore aggiornamento.


AVP: Alien vs Predator (2004)

La fermata successiva di Henriksen fu Praga, dove ha avuto l’opportunità di reinventarsi di nuovo. L’attore ricorda che il regista-sceneggiatore Paul W.S. Anderson lo incontrò al Beverly Hills Hotel per parlare dell’idea di AVP: Alien vs Predator (2004). «Recitò l’intero copione per me, scena per scena: ci mise un paio d’ore. Questo permise di creare un legame fra di noi, ed iniziammo a discutere sul da farsi». AVP vede Henriksen nei panni di Charles Bishop Weyland, un miliardario la cui compagnia creerà l’androide Bishop nel mondo futuro dell’Aliens di James Cameron, come tributo al fondatore della compagnia stessa. In AVP Weyland è un malato terminale intenzionato ad affrontare un’ultima avventura che gli garantirà un’eredità duratura. Spiega l’attore: «Vuole lasciare dietro di sé qualcosa di più duraturo dei soldi». Con questo pensiero guida un gruppo di scienziati verso un’antica piramide sotterranea nell’Antartico, dove il destino attende lui e gli altri.

Henriksen ha affrontato il ruolo come una variazione su un tema familiare. In un certo senso Weyland è l’esatto opposto di Bishop: è alla fine della sua vita, non all’inizio. L’attore dice che questo lo rende simile a lui: «A Weyland sembra tutto bello, nella vita, perché sa che potrebbe essere l’ultima volta che lo vede. Con Bishop, tutto è bello nella vita perché è vivo e lui no». Weyland può mostrarsi fiducioso ed autoritario, aggiunge, ma dentro di sé è estremamente vulnerabile perché sa che «c’è un orologgio che sta ticchettando». Invece di affrontare la morte imminente con paura, Weyland vuole farlo con coraggio e dignità. Questa è l’essenza del personaggio.

Costruendo su quel nocciolo emotivo, l’attore si è adoperato così tanto a creare il nuovo Bishop che alla fine ha creato quello vecchio. Per prima cosa ha voluto imparare a pensare come un miliardario, e per questo è andato direttamente alla fonte: ha telefonato ha telefonato a Bill Gates della Microsoft – che, dice l’attore, una volta cercò di ingaggiarlo:

«[La Microsoft] mi ha invitato nei suoi uffici di Seattle. Avevano una riunione di tutti i capi dei loro dipartimenti e mi dissero: “Vorremmo che facessi una scenetta”. Lessi il copione e risposi: “Io non farò questa scenetta” […] Stavo girando Millennium a quell’epoca e dissi di no. Oh Dio, era una cosa ridicola, una di quelle terribili scenette aziendali, hai presente? E io sarei stato una specie di pezzo di carne quasi famoso…»

Bill Gates non rispose (forse non amava i film di mostri così come Henriksen non amava le scenette aziendali) così l’attore dovette caratterizzare il suo personaggio in altri modi… Prendendo cioè un coltello e dandogli l’essenza di Bishop in Aliens, così come una penna d’oro gli dava l’essenza di Weyland in AVP. «Pensai», dice l’attore, «che uno come Bill Gates non ha bisogno di portare nulla in tasca, non ha bisogno di carte di credito o portafogli: ha solo bisogno di una penna per firmare, e il mondo sa chi è». In una scena improvvisata Henriksen usa la penna ricreando i “trucchetto di Bishop” in Aliens. «Non avevo detto a nessuno che l’avrei fatto», dice, «lo feci e basta e tutti lo adorarono».

Oltre alle penna, l’attore ha usato due altri oggetti per aiutarsi a definire il personaggio. Una era l’orologio Franck Muller, un oggetto molto costoso a simboleggiare il fatto che Weyland non avesse più tempo. L’altro era un pacchetto di sigarette, che ha aiutato l’attore a creare la tosse dell’uomo morente. «Alla fine delle riprese», confessa, «fumavo quattro pacchetti al giorno: ci stavo rimettendo i polmoni… a proposito di metodi di recitazione».

Per Henriksen, girare questo film è stato come tornare a casa. I set e il design, ha detto, erano così impressionanti come se fossero tornati ai tempi di Aliens. Ha sviluppato un immenso rispetto per il suo regista attento ai dettagli e per i membri del cast, «e quando un alieno sbuca in scena, mi sembra d’essere tornato a casa». Alla fine delle riprese ha sentito AVP come la fine di una parte importante della sua vita… sebbene non bisognerebbe dare per scontato che Bishop non ritornerà ancora, in qualche altra forma.

Fino al momento della sua morte Charles Bishop Weyland è pieno di vita. Nella sua scena finale il Predator ha pietà di lui, notando la sua malattia, e Weyland usa quel momento per aiutare i suoi amici a fuggire. «Osi dare le spalle a me?» grida alla creatura, ed usa il suo ossigeno per bruciare il bastardo. Per Henriksen quello è un momento di ottima fantascienza. Il genere è costruito su personaggi che si sentono sopraffatti dal mondo che li circonda. «Lo capisco», dice, «e sono molto bravo a ritrarre questa sensazione e la relativa voglia di combattere». Aggiunge che il rifiuto di arrendersi alla morte del suo personaggio arriva dalla sua vita reale:

«Crescendo, ogni volta che la mia famiglia aveva un conto che non poteva pagare o era spaventata di qualcosa, finiva tutto in una discussione animata. Se andavo da loro con un qualsiasi tipo di problema, mi rispondevano con rabbia: erano sempre peggiori di ogni mia paura, così da smorzare i miei sentimenti. È così che la gente povera affronta le proprie paure, cercando di superarle. È così che sono stato cresciuto… ed è così che affronto alcuni film. È molto facile per me affrontare problemi insormontabili, perché non ho mai creduto di poter fallire: posso farmi molto più grande di qualsiasi mostro, perché è così che sono stato cresciuto.»

Per una nuova generazione di fan del fanta-horror, AVP rinforza lo status di Henriksen come icona del genere.


L.

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7 pensieri su “[2015-11] Not Bad for a Human

  1. Letto e gustato a pieno.
    La parte di Aliens mi ha toccato veramente nel profondo, principalmente per il rapporto amichevole tra Lance e Paxton (Posso solo immaginare cosa sta provando il povero Lance dopo la morte di un cosí caro amico 😢).
    Altro pezzo molto bello é quello di AvP, é bello leggere come si fosse divertito durante le riprese.
    Comunque…Grazie per averla tradotta Lú, sei sempre il migliore 👍👍👍

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      • E sarà grazie a te e alle tue traduzioni, se quel mondo alieno diventerà sempre meno alieno e sempre più familiare ai nostri avidi occhi da fan 🙂
        Riguardo ad Alien 3, poi, quanto sia stato un grande errore lo afferma in pratica lo stesso Bishop (e chi siamo noi per contraddirlo?)… 😉

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      • Bisogna sempre ricordare il dramma che è stato il terzo film, perché la maggior parte dei fan alieni con cui ho parlato sono “ccciofani” e credono sul serio che sia stato un film voluto in quel modo! Ancora devo combattere con chi pensa che i tubi siano scomparsi dalla schiena dell’alieno per un’evoluzione genetica, invece che semplice confusione totale dovuta ad una produzione sgangherata e fallimentare. Ma l’apoteosi deve ancora venire: domani, mercoledì, preparati perché c’è uno speciale sulla scena più fraintesa – e sballata – del film ^_^

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      • Ahh, “l’evoluzione genetica” (magari, fosse stato un film serio, avremmo anche potuto crederci davvero a quel nuovo aspetto alieno con questa giustificazione): in fondo un po’ li capisco, auto-convincendosi di questo forse si pensa di soffrire meno guardando il “capolavoro” di Fincher 😛
        Per lo speciale, vai senza nessuna pietà. Io sono pronto 😉

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