[2004-11] AVP su “Hot Dog”

Ripesco dalla mia collezione privata il numero 9 (novembre 2004) della rivista di cinema “Hot Dog“, specializzata in home video ma attenta anche alle uscite cinematografiche.

All’epoca facevo il pendolare quindi ogni giorno mi aggiravo per parecchie edicole di Roma come un novello Terminator: i miei occhi scansionavano ogni copertina alla ricerca di chicche o per semplice curiosità, essendo io un vizioso delle edicole sin da tenera età. Per puro caso dunque quel lontano giorno i miei occhi-scanner si posarono su una rivista di cui non avevo mai sentito parlare e che non ho incontrato mai più: l’Universo Alieno ha voluto farmela conoscere solamente quando ha avuto uno xenomorfo in copertina.

Conoscendo i miei polli, non ho pensato mai, neanche per un istante, di leggere l’articolo interno sul film AVP: Alien vs Predator (2004), perché trattandosi di una rivista italiana di cinema è ovviamente scritta da chi nella propria vita ha visto sì e no tre film, due dei quali di Tarantino, quindi non ha assolutamente idea di ciò che va scrivendo. Oggi, scansionando il testo per presentarlo qui, posso dire che la mia bassissima opinione del giornalismo cinematografico italiano è una volta ancora confermata: il livello di totale inutilità dei ben tre articoli della rivista dedicati al film è davvero bruciante.

Sia l’editorialista sia gli articolisti – senza firma – una volta hanno visto un film che si intitolava Predator, e da ragazzi è capitato loro di vedere i primi due film della saga di Alien: ogni loro conoscenza dell’universo alieno si ferma qui. Il resto è sentito dire e quindi nel 2004 ovviamente cascano dalle nuvole allo scoprire che Alien e Predator si sono “scontrati”, considerandola addirittura una scelta offensiva per i “veri” fan. Chi scrive buffonate del genere, è palesemente un non fan – oltre che una persona totalmente non informata di ciò che sta scrivendo. Lungi da me l’idea di difendere il film di Anderson, ma muovergli la critica di aver osato toccare due “mostri sacri” è davvero imbarazzante.

Quando sento stupirsi che le riviste italiane siano in pratica morte, mi viene da chiedere: ma come hanno fatto a restare vive così a lungo?

Un’ultima nota. Gli articoli sono purtroppo senza firma, quindi non sappiamo chi sia quel genio che, odiando i fumetti e i videogiochi come tutti i fan italiani dell’universo di Alien, alla notizia che il film è un omaggio ai fan di più larghe vedute chiude con questa frase sarcastica: «I puristi sono avvertiti!»
Quindi chi ignora tutto dell’universo alieno e si è limitato a vedere un paio di film trent’anni fa è un “purista”, chi invece ha perseguito una passione ogni giorno, per quei trent’anni, è un coglione a cui piacciono filmacci come questo. Sarebbe bello prendersela con chi ha scritto l’articolo, ma purtroppo è questo il pensiero medio dei fan italiani, che in realtà fan non sono…


Indice:


Prede e predatori

Editoriale di Roberto Pulito

Quando la Fox annunciò Alien vs Predator i fan delle due storiche saghe non la presero benissimo. I due simpatici mostri avevano già copulato nei fumetti e nei videogiochi, ma stavolta era diverso. C’era il rischio concreto di infangare due miti in un colpo solo! Per non rischiare, i fan più estremi presero una decisione: boicottare il film. Altri invece iniziarono a sperare almeno nel ritorno di Sigourney Weaver (…) o in un cammeo di Schwarzie (sul set di Bush vs Kerry), ma le loro petizioni on-line furono ripagate con l’arrivo di Raoul Bova. Pensate che qualcuno riuscì addirittura a vedere un messaggio pseudo-politico nello scontro: Teste rasate (Alien) contro Rasta (Predator). Roba da alienati! È pur vero che quando si arriva a un crossover tanto improponibile vuol dire che si sta raschiando il fondo, ma non ce la sentiamo di condannare gli incroci a priori, perché crediamo che in nome dell’intrattenimento tutto sia lecito. In fondo, se film come Freddy vs Jason e Fracchia contro Dracula ci hanno divertito, è proprio perché non sarebbero mai dovuti esistere. Si sapeva che AVP non avrebbe convinto al 100%, ma la curiosità di vedere cosa hanno combinato, di assistere al match, rimane. Il furbetto regista del film gioca proprio su questo e si difende dalle critiche spiegando che AVP non è meglio o peggio ma solo “diverso”. Poi, visto che il successo (economico) gli sta dando ragione, dichiara pure che da questo ibrido fracassone potrebbe scaturire una nuova, ulteriore, saga. Per l’ennesimo cofanetto home video che tutti vorranno avere. Il rispetto per i fan di vecchia data, la coerenza verso personaggi e capitoli originali… tutta roba da romantici. Fatevene una ragione: l’unico vero “scontro” che interessa alle major è quello al botteghino. Blockbuster contro blockbuster. E in questo senso lo slogan di AVP è perfetto: Chiunque vinca… noi (semplici spettatori paganti) perdiamo.

Roberto Pulito


Sogni mostruosamente proibiti

Alien vs Predator

Nelle sale dal 19 novembre


DI COSA SI TRATTA? – Ottobre 2004. Un satellite rileva un’insolita attività tra i ghiacci dell’Antartide. Un ricco uomo d’affari, Charles Bishop Weyland (Henriksen), raduna una squadra di esperti archeologi e avventurieri e la spedisce nel freddo continente, per indagare. Una volta sul posto, questi uomini scoprono un’antica piramide nascosta. Il team realizza ben presto che non sono soli: un trio di Predatori e alcune terrificanti creature aliene cominciano ad attaccarli…


Dimenticatevi quel simpaticone di Will Smith, le incredibili invasioni aliene e i sorprendenti effetti speciali… Independence Day è rimasto un caso isolato, ma ha spianato la strada a un nuovo – imbarazzante – filone cinematografico, tristemente popolato da ingombranti dischi volanti, pronti a ridurre in frantumi la Casa Bianca per la gioia di mamma-audience. Recentemente qualcuno ha osato spingersi ben oltre la solita visione catastrofica di un’umanità attaccata e schiavizzata da creature verdognole, unendo in matrimonio addirittura due dei più spaventosi mostri dell’immaginario cinematografico: Alien e Predator.

Facciamo un piccolo passo indietro: il regista-sceneggiatore Paul W.S. Anderson, fissato coi videogiochi (ha diretto anche Resident Evil e Mortal Kombat), rimane folgorato da un’immagine di Alien che affronta Predator. Da bravo maniaco meticoloso, si mette a tavolino a preparare con cura i mostruosi personaggi. Lavora più che altro su un nuovo look e gli dona un carattere leggermente diverso, giusto per convincere la Fox che questo scontro tra titani ci vuole. AVP infatti è talmente devoto alle due creature assassine che i personaggi in carne e ossa sono a mala pena tratteggiati, rimangono dei poveracci senza identità, che campano solo per saziare i voraci appetiti dei due mostri-star.

Quel disgraziato di Lance Henriksen è l’unico a mantenere una sorta di link con le pellicole precedenti. Il suo personaggio, l’industriale ricco e senza scrupoli, esiste solo per farci ripensare all’androide Bishop (anche se la sua leggendaria abilità col coltello è semplicemente scomparsa…). Il cast comunque è vergognosamente privo di star. Raoul Bova non se la cava malissimo ma rimane una “novità” per gli americani (ai nostri occhi stona e basta). Persino l’ordine con cui i vari membri della spedizione si presentano al loro appuntamento con la morte è scontatissimo, lo sappiamo ancor prima che la comitiva raggiunga i ghiacci.

La suspense quindi evapora velocemente, non appena i mostri si apprestano a combattere. Anche perché gli intrepidi archeologi non sono space “marines” e infatti se la fanno sotto dalla paura e battono in ritirata. A conti fatti, neanche i patiti del truculento e del sanguinario rimarranno granché soddisfatti da questo improbabile miscuglio cinematografico. Gli extraterrestri di AVP, infatti, hanno scelto di vivere in un mondo decisamente edulcorato, una sorta di rifugio ideale per donzelle indifese, dove la macchina da presa – stranamente debole di stomaco – si nasconde alla prima avvisaglia di sangue e sbudellamento. Questa strana operazione di “alleggerimento”, tesa a preservare gli spettatori da ogni forma di turbamento, ha interessato anche il linguaggio (ben lontano, ad esempio, da quello colorito di Aliens: Scontro finale).

Nonostante tutti questi difetti (e ci siamo limitati a quelli più evidenti!), Alien vs Predator non è poi tanto peggio della maggior parte delle insulse pellicole summer-time che da sempre ci propinano. In attesa di qualcosa di nuovo sul fronte, quindi, accontentatevi di questo esperimento, che ha avuto perlomeno il fegato di accoppiare due saghe mitiche, arricchendole con qualcosa di Congo e Stargate (comunque, il tentativo di infondere personalità e carattere a un Predator ha letteralmente sconvolto la specie, dandole una connotazione quasi mistica). Per trovare qualcosa di buono in AVP dovrete più che altro dimenticare la componente horror-suspense dei capitoli originali e considerarlo come un action movie fracassone.

Voto: ★★


Cocktail mostruoso

Ingredienti: butta nel frullatore
due leggende cinematografiche speciali e…
cerca di non tradire i fan delle due serie!

Alien Vs. Predator è un “film completamente diverso” o solamente un sacrilegio? Di questo, in realtà, abbiamo parlato nella recensione di pagina 46. Ma facciamo un passo indietro e intrufoliamoci nel buio set praghese dove è stata girata gran parte del film. Vi assicuriamo che le scenografie del film di Paul Anderson, almeno quelle, facevano veramente paura: quasi a voler mettere in fuga le cattive recensioni. Inutile negare che quando abbiamo messo piede in quella caverna sotterranea, intorno alla fine di febbraio, siamo rimasti positivamente impressionati. Ci accolse un Predator alto più di 2 metri, completo di casco e lancia, che sembrava gironzolare in cerca di vittime. Fortunatamente sotto la corazza non c’era un cacciatore di teste spaziale bensì un ex giocatore di basket, tale Ian Stuart Whyte.

Quel giorno non faceva caldo, eppure Ian – che si era allenato per la parte correndo con uno zaino pieno di mattoni – stava sudando di brutto a causa del peso del costume. Incaricato di impersonare uno dei Predator giunti sulla Terra per il solito rituale di caccia, Whyte è la prima persona a interpretare la mostruosa creatura dopo il mitico Kevin Peter Hall nei film anni ’90. «Ho prestato molta attenzione alle scene “dietro le quinte” per cercare di capire che tipo di problemi avesse incontrato lui nell’interpretare il ruolo», dice Ian, «per renderlo davvero un personaggio il make-up non basta. Ci vogliono movimenti precisi, atteggiamenti che creino una personalità per quell’essere». Predator con personalità? Meno spaventoso e più affascinante? È uno dei tanti rischi che Anderson aveva deciso di assumersi col suo ibrido copione.

In realtà era cominciato tutto con Predator 2, quando Danny Glover scopre un’esposizione di trofei nella nave dei Predator e tra questi trofei spicca il teschio di un Alien. L’idea di esplorare un universo in cui le due creature lottassero l’una contro l’altra fino alla morte ha sempre affascinato i fan delle due serie. Con i videogiochi e i fumetti a fare da apripista, era solo una questione di tempo prima che la 20th Century Fox, titolare dei diritti di entrambe le saghe, le unisse in un unico blockbuster. Di sceneggiature ne scrissero parecchie – incluso un tentativo di ambientazione su un pianeta tropicale – ma fu solo quando Anderson propose di ambientarlo sulla Terra che i produttori si decisero.

Ambientato ai giorni nostri, questo film da sessanta milioni di dollari fa da sequel ai film Predator e da prequel alla quadrilogia degli Alien. Ha inizio con una spedizione di ingegneri, soldati e scienziati (inclusi Ewen Bremner, Colin Salmon e Raoul Bova) attirati nella tana degli Alien, dove sono arrivati i Predator. Un bel casino. «Alien vs Predator ha una propria entità», sottolinea la trentatreenne Sanaa Lathan, il “rimpiazzo” di Ripley che interpreta Lex, capo dello sfortunato gruppo, «l’unica somiglianza è che qui ci sono gli stessi mostri che trovate nelle omonime pellicole – per il resto è un film completamente diverso». Se i fan accoglieranno la re-interpretazione di Anderson – come ad esempio abbandonare l’idea che i Predator combattono solo in luoghi dotati di clima caldo – resta ancora da vedere. «Le regole di base possono essere. mantenute ma non come fossero le uniche opzioni possibili – questa è la premessa del film», afferma il produttore Chris Symes, «comincia da un posto nuovo, un concetto nuovo. Detto questo, sono le stesse creature. Esse hanno lo stesso aspetto e lo stesso comportamento. Ciò che Paul Anderson voleva fare era ritornare al Predator originale e mischiarlo al secondo Alien, quello più action».

«Penso che James Cameron sia stato incredibilmente bravo», dice Anderson quando “Hot-Dog” riesce finalmente a raggiungerlo, circa una settimana dopo che Alien vs Predator ha esordito negli Stati Uniti col rispettabile incasso di 35 milioni di dollari, «capì che non avrebbe mai potuto ricatturare l’horror del primo Alien. Era praticamente inarrivabile. Cameron scelse di fare un film di guerra introducendo quell’umorismo che mancava in Alien. In qualche modo il problema con il franchise Alien è che non puoi tornare indietro. Registi talentuosi come Fincher e Jeunet hanno faticato per portarlo avanti. Ma è proprio quello che si aspetta il pubblico: un film diverso».

Recensioni a parte, è stato proprio il pubblico a polemizzare per primo. Pubblico che del resto ha perseguitato gran parte della carriera di Anderson. La comunità dei fan si è lamentata del poco sangue e della limitata violenza del film, giudicato a stento non adatto ai minori di 13 anni, e seguita dalle notizie che Anderson si sarebbe battuto duramente con la Fox riguardo al montaggio finale.

«Non è affatto vero», insiste Anderson, «alla Fox va bene il divieto ai minori di 13 anni… ma non avrebbero obiettato neppure se fosse stato vietato ai minori di 18. Conoscono bene il brand quindi non mi avrebbero mai chiesto di diminuire la violenza, perché sanno che è questo che la gente vuole vedere». Mentre il produttore esecutivo Thomas Hammel fa notare: «C’è molta violenza visiva in questo film… solo che avviene tra le creature». Ma il suo collega Symes lo tradisce quando dice: «Stiamo cercando di fare un film che possa attirare il pubblico più ampio possibile».

Anderson è stato, saggiamente, attentissimo nel portare rispetto a entrambi i “marchi di fabbrica”. Mentre la corazza, le maschere e le armi del Predator richiamano i primi film, il modello dei guerrieri Alien e della Regina si rifanno all’Alien di Ridley Scott e all’Aliens di James Cameron. Lo ha fatto mescolando costumi di elevata fattura, animatronic e modellini in scala (eseguiti da Bill Pearson, che già aveva lavorato per l’Alien originale).

Anderson ha deciso inoltre di non offrirci uno spettacolo “stile George Lucas”. Paul afferma che «la computer grafica risulta migliore quando alla base ci sono motivi pratici», e ci spiega che la sua più grande difficoltà è stata nascondere gli Alien negli anfratti dell’intricata piramide stile Maya immaginata da Richard Bridgland, product designer del film. «Richard è stato ingegnoso nell’aggiungere dettagli nell’architettura del luogo che potessero riflettere la natura degli Alien, ripetendo elementi come le spine e le colonne», ci dice, «e visto che adoperava una gamma di colori scuri abbiamo deciso di scurire l’Alien e di dargli dei riflessi metallici».

Con l’intrigante finale che lascia lo spazio aperto per una saga horror completamente nuova, s’intuisce che questo non sarà comunque l’ultimo Alien vs Predator. «In realtà era una battuta finale», minimizza Anderson, «non era mai stata concepita appositamente per introdurre un sequel. Ti lascia qualcosa su cui riflettere quando esci dal cinema».

«La speranza è che Alien vs Predator si rivolga, ed è stato realizzato con questa intenzione, a un pubblico nuovo», afferma Symes. In questa logica di vendita, conclude: «Ci sono tanti spettatori giovani là fuori che magari conoscono i vecchi film di Alien e di Predator, ma conoscono soprattutto i fumetti e i videogiochi… Questo film è dedicato a loro». I puristi sono avvertiti!


Il ritorno di Bishop

Incontro ravvicinato
con l’androide Lance Henriksen

Sta diventando un’abitudine per Lance Henriksen: dopo aver interpretato l’androide Bishop in Aliens: Scontro finale ed essere ricomparso in Alien 3, l’attore sessantaquattrenne si accinge a fare la sua terza apparizione nella saga. È ora per lui di interpretare il modello umano originario che fu usato per questi robot, il miliardario Charles Bishop Weyland, co-fondatore dell’infausto gruppo conosciuto come La Compagnia (quella che gettò la sua ombra su tutti i film di Alien).

«Ho sempre pensato, interpretando Bishop, che la cosa sarebbe finita lì», dice Henriksen, avvolto in una tuta artica quando lo abbiamo incontrato sul freddo set di Praga. «Poi Walter Hill mi chiamò e mi disse: “Abbiamo bisogno di te in questo film. Vieni in Inghilterra, prenditi una tazza di tè e una ciambella e torna a casa”. Così adesso questo è il terzo. Ma sono sicuro che sarà anche l’ultimo per me». Per prepararsi a interpretare un ricco magnate, oltre a comprarsi il vistoso orologio da polso che sfoggia attualmente, Henriksen ha provato a contattare l’alto papavero della Microsoft: Bill Gates. «Non era interessato a parlare con me! Volevo pranzare con lui e vedere com’è essere un miliardario ma non ci sono riuscito».

Volendo, Henriksen avrebbe voluto chiamare il suo vecchio amico James Cameron, che lo volle nel cast di Aliens dopo averlo retrocesso a un ruolo secondario nel Terminator originale del 1984. «Non ho mai pensato a Jim come a un miliardario», scherza, «è questo il punto, io sono stato in giro con lui per un sacco di tempo ed è un tipo normale, non ti accorgi dei suoi soldi, davvero, eccetto quando sali sul suo elicottero o su una delle sue barche».

Un veterano con oltre 70 pellicole al suo attivo, da Quel pomeriggio di un giorno da cani a Near Dark, Henriksen è apparso in molti cult movie e in show televisivi che sono davvero salutari per un uomo che sta per incassare la sua pensione. Con AVP, si è unito a Bill Paxton come uno dei due attori che si sono scontrati contro Alien, Predator e Terminator. «Adoro Predator», ammette, «conoscevo già Arnold prima di lavorare insieme in Terminator, ma quando vidi Predator non avevo idea di cosa mi si stesse parando di fronte».

L’unica cosa che Henriksen non apprezza sono le convention sulla fantascienza. C’è stato solo una volta. «C’era questa donna che diceva “Posso abbracciarti?”», racconta, «io continuavo a pensare “Cosa ci faccio qui?”».


L.

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