Ancora auguri, Lance!

Visto che siamo ancora a maggio, ne approfitto per fare anche qui (dopo il Zinefilo) gli auguri per gli 80 anni di Lance Henriksen.

Lo faccio con una foto presa dal profilo instagram di monsterpaloozaofficial, pubblicata il 15 maggio 2020 ma riferita alla convention “Monsterpalooza” del 2014.

L.

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[1986-07] Lance Henriksen su “Fangoria” 55

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 55 (luglio 1986).


Gunning for Aliens

di Adam Pirani

da “Fangoria”
numero 55 (luglio 1986)

L’attore Lance “Omen II” Henriksen sbarca
su un pianeta di facehugger e chestburster
nell’esplosivo seguito di James Cameron

«Seguiamo tutti la nostra tabella di marcia», dice Lance Henriksen, meglio noto per La maledizione di Damien (Omen II, 1978) e Uomini veri (The Right Stuff, 1983), il cui tempo è arrivato. Con il ruolo dell’androide Bishop in Aliens la carriera di Henriksen sta facendo un passo in avanti da ruoli da caratterista, e dal recitare in scene che poi finiscono sul pavimento della sala di montaggio.

Henriksen si è presentato ai Pinewood Studios di Londra anche se è il suo giorno libero, giusto per guardare le riprese della scena della dropship. Ha adorato lavorare ad Aliens ed è qui per vedere come finiranno le riprese iniziate ieri.

Il coinvolgimento dell’attore nel seguito di Alien è iniziato con la sua amicizia con il regista e sceneggiatore James Cameron, i cui precedenti film Terminator (1984) e Piraña Paura (Piranha Part Two: The Spawning, 1981) vedono anch’essi la partecipazione dell’attore. «Siamo amici anche fuori dal lavoro», spiega Henriksen. «Ci siamo incontrati in un ristorante cinese e Jim mi ha dato la prima stesura di Aliens: era assolutamente sorprendente, così buono che era già pronto per essere girato. E poi iniziammo a parlare dei vari personaggi.»

Henriksen ricorda una curiosità dal passato, che prova come mai lui fosse perfetto per il ruolo dell’androide. «Originariamente dovevo fare io Terminator, cioè dovevo essere il robot», rivela. «Anche lì c’era una grande storia. Andai alla [casa produttrice] Hemdale e Jim fece in modo che arrivassi una mezzoretta prima, presentandomi vestito come un Terminator.»

«Mi misi sui denti della carta dorata, mi impomatai i capelli tutti all’indietro e indossai una maglietta da punk, con giacchetto di pelle e stivali alti fino alle ginocchia. Facevo davvero la mia figura: ero davvero una persona spaventosa da vedere in una stanza.»

«Aprii la porta con un calcio, al mio arrivo, e la segretaria si chinò dietro la macchina da scrivere. Poi entrai nella stanza del produttore.»

Mi sedetti davanti a lui senza dire una parola, limitandomi a fissarlo: era pronto a gettarsi dalla finestra! Disse qualcosa e dissi qualcosa anch’io, ma tutto ciò che usciva dalla mia bocca sembrava spaventarlo ancora di più.»

«Be’, la Orion voleva un nome famoso e volevano Arnold Schwarzenegger. Non mi sono sentito scalzato neanche un momento, perché negli anni ho imparato a conoscere questo mondo, e volevo vedere Jim fare quel film tanto quanto volevo parteciparvi. Così nessun rancore. Poi uscì un altro ruolo nel film e Jim disse: “Vuoi interpretare uno dei poliziotti?” e io: “Puoi scommetterci”.»

«Quando è uscito fuori questo androide in Aliens, io e Jim avevamo un debito karmico e io volevo davvero interpretare questo genere di personaggio, perché avevo delle idee su cosa pensasse un tipo simile.»

«Se avessi fatto Terminator sarebbe stata una parte completamente diversa. Non sarebbe stato un personaggio fisico ma più mentale: forte e potente, ma non così gigante. Potente perché sai quanto possa essere potente un sistema idraulico.»

La perdita del ruolo da protagonista in Terminator non ha smorzato l’entusiasmo di Henriksen nell’affrontare la sfida di Aliens. Bishop è parte del gruppo – comprendente undici Colonial Marines – che accompagna Ripley (Sigourney Weaver) nel suo ritorno sul pianeta alieno, dove una nuova colonia umana ha interrotto i contatti con la Terra. Al contrario dell’androide Ash (Ian Holm) in Alien, limitato secondo Henriksen perché minacciava senza fare molto altro, Bishop è un modello più avanzato, un personaggio più sfaccettato.

«L’ho presa a livello personale: con Bishop è stata la prima volta in cui avevo un ruolo per cui sapevo perfettamente fin dove potessi spingermi», spiega l’attore. «Non mi è mai capitato prima di interpretare un innocente, pur se io un po’ mi ci sento. È stata una grande sfida perché non mi piace essere considerato un caratterista: è successo negli ultimi film e ho subito cambiato direzione.»

«In Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975) e ne La maledizione di Damien (Omen II, 1978) interpreto degli assassini o comunque qualcuno di tosto: in me sento di avere una parte di innocenza che non mi fa amare questi ruoli. Non sto parlando di qualcosa come Pollyanna, ma innocente nella visione della vita.»

Henriksen aggiunge che Cameron aveva in mente una visione più meccanica. «Jim ha sempre avuto una passione per gli androidi. Se non fosse un regista così attivo sarebbe diventato sicuramente un attore», dice Henriksen. «All’epoca non era molto espressivo, non come un attore: lui ama gli attori perché loro sanno esserlo. Nella sua vita lui agisce in altri modi. Quindi ha questa passione per gli androidi e i robot perché è una parte di lui che ama studiare.»

Il rapporto che ha con Cameron ha convinto l’attore che «ci siamo incontrati nel momento giusto. Io avevo bisogno di fare questo ruolo, proprio ora. Ero contento che mi si vedesse – anche se sotto forma di androide – come qualcosa di più umano rispetto ai personaggi che mi è stato chiesto di interpretare in passato. Non è paradossale?

«Perciò ho molto apprezzato la possibilità e ho lavorato duramente. Ho ricevuto il copione tre mesi prima che iniziassero le riprese ed ho iniziato a lavorarci, impiegando tutto quel tempo. Sono andato da Jim con delle idee a raffica così da capire in quale direzione andare: non rimpiango nessuna delle idee poi scartate.»

Henriksen non è l’unico attore da Terminator che appare anche in Aliens. Michael Biehn è il caporale Hicks e Bill Paxton, che era un punk all’inizio del film di Cameron, interpreta Hudson.

Recitare al fianco di Sigourney Weaver, l’unico attore a tornare da Alien, si è rivelato essere un’esperienza gratificante.

«Io e Sigourney siamo stati davvero contenti», osserva Henriksen. «Lei ha iniziato a capire di più Ripley, con questo film. È molto interessante il modo in cui parla di questo film come se Alien non fosse mai esistito.»

«Sta scoprendo nuovi aspetti di Ripley che il precedente film le aveva negato, il che è incredibile. È davvero un tributo alla capacità di scrivere di Cameron.»

Ripley (Sigourney Weaver) e Bishop (Lance Henriksen), due dei pilastri di Aliens

«Credo che la cosa migliore di tutto questo», dice Henriksen riguardo ad Aliens, «è che non sarò tagliato via dal montaggio finale. Ho fatto molti film negli ultimi dieci anni dove il montaggio ha semplicemente tagliato via le mie parti. Certo, non erano personaggi centrali, quindi se qualcosa doveva essere tagliato erano i primi ad esserlo. Aliens è di enorme beneficio per un attore come: sono conosciuto solo se mi si vede in giro, e questa sarà una possibilità che voglio godermi.»

«Questo è il mio terzo film con Jim. Ho dovuto fare un’audizione per tutti, non è che mi ha chiamato e basta. Mi sono dovuto presentare con qualcosa che davvero servisse al film: altrimenti non avrei voluto farli, e lui non mi avrebbe voluto. Quindi è stato un grande rapporto.»

La loro collaborazione è iniziata essenzialmente per caso, quando Cameron stava preparando il suo primo film, il piccolo Piraña Paura. «Jim aveva un produttore con cui io avevo già lavorato in Italia», spiega Henriksen. «Ero il protagonista di uno dei suoi film horror, Stridulum (The Visitor, 1979), e mi ha proposto a Jim. Così Jim ha visto quel film e ha deciso che sarei stato perfetto per la sua pellicola.»

Attori e tecnici sono scesi in Giamaica per girare il veloce seguito del film di Joe Dante, un successo della New World Pictures. Henriksen non ha incontrato Cameron finché non si sono visti sulla location tropicale.

«Era il primo film di Jim e a quell’epoca era già in pratica com’è ora», ricorda l’attore. «Cambiò il copione e lo migliorò, ideò tutti gli effetti speciali del pesci dormendo solo tre ore per notte: era ossessionato dal suo lavoro, non ho mai visto qualcuno come lui.»

In quello che è indubitabilmente il più grande film di piraña volanti mai girato, Henriksen ha il ruolo di Steve, capo della polizia dell’isola caraibica che finisce preda dei pesci carnivori ideati da Cameron. Sebbene i pesci non fossero reali, alcune riprese sono state rischiose. «Mi sono rotto una mano saltando da un elicottero», ricorda Henriksen. «Ho fatto un salto di circa un metro nell’oceano per salvare i miei figli nel film. Non c’erano controfigure quindi saltai da questo elicottero: una delle mie mani sbatté contro una delle ginocchia e si ruppe: ho finito il film con una mano ingessata.»

Altri aspetti della produzione di Piraña Paura sono stati meno fisicamente dannosi ma più artistici. I produttori, dice Henriksen, continuavano a creare nuovi problemi. «Poteva capitare che si presentassero sul set con due nuove pagine piene di dialoghi, monologhi e roba varia quindici minuti prima di girare una scena. Non era colpa di Jim, semplicemente i produttori lo stavano strizzando ricattandolo: “Ti daremo altri cinque pesci volanti se farai dire agli attori questo…” Era tutto così.»

«Quando lo montarono a Roma, chiusero fuori Jim e lui dovette intrufolarsi di notte, rimontare tutto e sperare che non si accorgessero delle modifiche. È successo davvero! Si accorsero di qualcosa ma non di tutto. Jim è così: tenace.»

Prima di questi racconti di pesci, Henriksen è nato a New York City e ha vissuto un’infanzia piena. All’età di 13 anni ha vissuto per tre anni con dei parenti in Borneo, un’isola fra le Fiji e la Malesia, e ha girato l’America in autostop.

L’Henriksen adulto ha iniziato la carriera hollywoodiana nei primi anni Settanta. Sono seguiti piccoli ruoli in Quinto potere (Network, 1976) e Il principe della città (Prince of the City, 1981). Ne La maledizione di Damien interpreta il diabolico sergente Neff, un parente satanico che aiuta a crescere il giovane Anti-Cristo (Jonathan Scott-Taylor). Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) è un altro film in cui la parte di Henriksen è stata pesantemente tagliata. Ma una delle sue prove attoriali sopravvissute in post-produzione è stata nel film horror ad episodi Nightmares. Incubi (1983), dove nell’episodio “The Benediction” interpreta un prete in crisi di fede.

«Per me Nightmares è stato un film speciale da fare», confessa l’attore, «perché era una delle prime volte che non interpretavo un cattivo. È stato qualche tempo fa, e da allora ho ottenuto di lavorare in film dove non faccio il cattivo, come Doppio taglio (Jagged Edge, 1985), e ne sono davvero contento. Ho avuto la possibilità di dare di più rispetto al solito cattivo.»

I produttori di Nightmares originariamente avevamo immaginato la loro antologia come una serie televisiva, finché poi la Universal ha deciso di portare il film al cinema: malgrado la stroncatura della critica e l’insuccesso al botteghino, Henriksen comunque sente che il regista meritava di più.

«L’ironia della cosa è stata che Joe Sargent, che è davvero un bravo regista televisivo, non ha mai avuto la possibilità di fare un film: ogni volta che faceva un prodotto televisivo, lo distribuivano in sala, sebbene le due realtà abbiano linguaggi differenti. È un ragazzo con cui è un piacere lavorare ed è stato il mio primo ruolo da protagonista in una produzione televisiva. L’abbiamo girato in sedici giorni.»

Oggi, con un ruolo importante in Aliens, la carriera di Lance Henriksen sta salendo di livello. «Mi sento come un musicista la cui musica inizia a sfondare, è tutto ciò che posso dire. Ne sono davvero felice.»


L.

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[2004-11] AVP su “Hot Dog”

Ripesco dalla mia collezione privata il numero 9 (novembre 2004) della rivista di cinema “Hot Dog“, specializzata in home video ma attenta anche alle uscite cinematografiche.

All’epoca facevo il pendolare quindi ogni giorno mi aggiravo per parecchie edicole di Roma come un novello Terminator: i miei occhi scansionavano ogni copertina alla ricerca di chicche o per semplice curiosità, essendo io un vizioso delle edicole sin da tenera età. Per puro caso dunque quel lontano giorno i miei occhi-scanner si posarono su una rivista di cui non avevo mai sentito parlare e che non ho incontrato mai più: l’Universo Alieno ha voluto farmela conoscere solamente quando ha avuto uno xenomorfo in copertina.

Conoscendo i miei polli, non ho pensato mai, neanche per un istante, di leggere l’articolo interno sul film AVP: Alien vs Predator (2004), perché trattandosi di una rivista italiana di cinema è ovviamente scritta da chi nella propria vita ha visto sì e no tre film, due dei quali di Tarantino, quindi non ha assolutamente idea di ciò che va scrivendo. Oggi, scansionando il testo per presentarlo qui, posso dire che la mia bassissima opinione del giornalismo cinematografico italiano è una volta ancora confermata: il livello di totale inutilità dei ben tre articoli della rivista dedicati al film è davvero bruciante.

Sia l’editorialista sia gli articolisti – senza firma – una volta hanno visto un film che si intitolava Predator, e da ragazzi è capitato loro di vedere i primi due film della saga di Alien: ogni loro conoscenza dell’universo alieno si ferma qui. Il resto è sentito dire e quindi nel 2004 ovviamente cascano dalle nuvole allo scoprire che Alien e Predator si sono “scontrati”, considerandola addirittura una scelta offensiva per i “veri” fan. Chi scrive buffonate del genere, è palesemente un non fan – oltre che una persona totalmente non informata di ciò che sta scrivendo. Lungi da me l’idea di difendere il film di Anderson, ma muovergli la critica di aver osato toccare due “mostri sacri” è davvero imbarazzante.

Quando sento stupirsi che le riviste italiane siano in pratica morte, mi viene da chiedere: ma come hanno fatto a restare vive così a lungo?

Un’ultima nota. Gli articoli sono purtroppo senza firma, quindi non sappiamo chi sia quel genio che, odiando i fumetti e i videogiochi come tutti i fan italiani dell’universo di Alien, alla notizia che il film è un omaggio ai fan di più larghe vedute chiude con questa frase sarcastica: «I puristi sono avvertiti!»
Quindi chi ignora tutto dell’universo alieno e si è limitato a vedere un paio di film trent’anni fa è un “purista”, chi invece ha perseguito una passione ogni giorno, per quei trent’anni, è un coglione a cui piacciono filmacci come questo. Sarebbe bello prendersela con chi ha scritto l’articolo, ma purtroppo è questo il pensiero medio dei fan italiani, che in realtà fan non sono…


Indice:


Prede e predatori

Editoriale di Roberto Pulito

Quando la Fox annunciò Alien vs Predator i fan delle due storiche saghe non la presero benissimo. I due simpatici mostri avevano già copulato nei fumetti e nei videogiochi, ma stavolta era diverso. C’era il rischio concreto di infangare due miti in un colpo solo! Per non rischiare, i fan più estremi presero una decisione: boicottare il film. Altri invece iniziarono a sperare almeno nel ritorno di Sigourney Weaver (…) o in un cammeo di Schwarzie (sul set di Bush vs Kerry), ma le loro petizioni on-line furono ripagate con l’arrivo di Raoul Bova. Pensate che qualcuno riuscì addirittura a vedere un messaggio pseudo-politico nello scontro: Teste rasate (Alien) contro Rasta (Predator). Roba da alienati! È pur vero che quando si arriva a un crossover tanto improponibile vuol dire che si sta raschiando il fondo, ma non ce la sentiamo di condannare gli incroci a priori, perché crediamo che in nome dell’intrattenimento tutto sia lecito. In fondo, se film come Freddy vs Jason e Fracchia contro Dracula ci hanno divertito, è proprio perché non sarebbero mai dovuti esistere. Si sapeva che AVP non avrebbe convinto al 100%, ma la curiosità di vedere cosa hanno combinato, di assistere al match, rimane. Il furbetto regista del film gioca proprio su questo e si difende dalle critiche spiegando che AVP non è meglio o peggio ma solo “diverso”. Poi, visto che il successo (economico) gli sta dando ragione, dichiara pure che da questo ibrido fracassone potrebbe scaturire una nuova, ulteriore, saga. Per l’ennesimo cofanetto home video che tutti vorranno avere. Il rispetto per i fan di vecchia data, la coerenza verso personaggi e capitoli originali… tutta roba da romantici. Fatevene una ragione: l’unico vero “scontro” che interessa alle major è quello al botteghino. Blockbuster contro blockbuster. E in questo senso lo slogan di AVP è perfetto: Chiunque vinca… noi (semplici spettatori paganti) perdiamo.

Roberto Pulito


Sogni mostruosamente proibiti

Alien vs Predator

Nelle sale dal 19 novembre


DI COSA SI TRATTA? – Ottobre 2004. Un satellite rileva un’insolita attività tra i ghiacci dell’Antartide. Un ricco uomo d’affari, Charles Bishop Weyland (Henriksen), raduna una squadra di esperti archeologi e avventurieri e la spedisce nel freddo continente, per indagare. Una volta sul posto, questi uomini scoprono un’antica piramide nascosta. Il team realizza ben presto che non sono soli: un trio di Predatori e alcune terrificanti creature aliene cominciano ad attaccarli…


Dimenticatevi quel simpaticone di Will Smith, le incredibili invasioni aliene e i sorprendenti effetti speciali… Independence Day è rimasto un caso isolato, ma ha spianato la strada a un nuovo – imbarazzante – filone cinematografico, tristemente popolato da ingombranti dischi volanti, pronti a ridurre in frantumi la Casa Bianca per la gioia di mamma-audience. Recentemente qualcuno ha osato spingersi ben oltre la solita visione catastrofica di un’umanità attaccata e schiavizzata da creature verdognole, unendo in matrimonio addirittura due dei più spaventosi mostri dell’immaginario cinematografico: Alien e Predator.

Facciamo un piccolo passo indietro: il regista-sceneggiatore Paul W.S. Anderson, fissato coi videogiochi (ha diretto anche Resident Evil e Mortal Kombat), rimane folgorato da un’immagine di Alien che affronta Predator. Da bravo maniaco meticoloso, si mette a tavolino a preparare con cura i mostruosi personaggi. Lavora più che altro su un nuovo look e gli dona un carattere leggermente diverso, giusto per convincere la Fox che questo scontro tra titani ci vuole. AVP infatti è talmente devoto alle due creature assassine che i personaggi in carne e ossa sono a mala pena tratteggiati, rimangono dei poveracci senza identità, che campano solo per saziare i voraci appetiti dei due mostri-star.

Quel disgraziato di Lance Henriksen è l’unico a mantenere una sorta di link con le pellicole precedenti. Il suo personaggio, l’industriale ricco e senza scrupoli, esiste solo per farci ripensare all’androide Bishop (anche se la sua leggendaria abilità col coltello è semplicemente scomparsa…). Il cast comunque è vergognosamente privo di star. Raoul Bova non se la cava malissimo ma rimane una “novità” per gli americani (ai nostri occhi stona e basta). Persino l’ordine con cui i vari membri della spedizione si presentano al loro appuntamento con la morte è scontatissimo, lo sappiamo ancor prima che la comitiva raggiunga i ghiacci.

La suspense quindi evapora velocemente, non appena i mostri si apprestano a combattere. Anche perché gli intrepidi archeologi non sono space “marines” e infatti se la fanno sotto dalla paura e battono in ritirata. A conti fatti, neanche i patiti del truculento e del sanguinario rimarranno granché soddisfatti da questo improbabile miscuglio cinematografico. Gli extraterrestri di AVP, infatti, hanno scelto di vivere in un mondo decisamente edulcorato, una sorta di rifugio ideale per donzelle indifese, dove la macchina da presa – stranamente debole di stomaco – si nasconde alla prima avvisaglia di sangue e sbudellamento. Questa strana operazione di “alleggerimento”, tesa a preservare gli spettatori da ogni forma di turbamento, ha interessato anche il linguaggio (ben lontano, ad esempio, da quello colorito di Aliens: Scontro finale).

Nonostante tutti questi difetti (e ci siamo limitati a quelli più evidenti!), Alien vs Predator non è poi tanto peggio della maggior parte delle insulse pellicole summer-time che da sempre ci propinano. In attesa di qualcosa di nuovo sul fronte, quindi, accontentatevi di questo esperimento, che ha avuto perlomeno il fegato di accoppiare due saghe mitiche, arricchendole con qualcosa di Congo e Stargate (comunque, il tentativo di infondere personalità e carattere a un Predator ha letteralmente sconvolto la specie, dandole una connotazione quasi mistica). Per trovare qualcosa di buono in AVP dovrete più che altro dimenticare la componente horror-suspense dei capitoli originali e considerarlo come un action movie fracassone.

Voto: ★★


Cocktail mostruoso

Ingredienti: butta nel frullatore
due leggende cinematografiche speciali e…
cerca di non tradire i fan delle due serie!

Alien Vs. Predator è un “film completamente diverso” o solamente un sacrilegio? Di questo, in realtà, abbiamo parlato nella recensione di pagina 46. Ma facciamo un passo indietro e intrufoliamoci nel buio set praghese dove è stata girata gran parte del film. Vi assicuriamo che le scenografie del film di Paul Anderson, almeno quelle, facevano veramente paura: quasi a voler mettere in fuga le cattive recensioni. Inutile negare che quando abbiamo messo piede in quella caverna sotterranea, intorno alla fine di febbraio, siamo rimasti positivamente impressionati. Ci accolse un Predator alto più di 2 metri, completo di casco e lancia, che sembrava gironzolare in cerca di vittime. Fortunatamente sotto la corazza non c’era un cacciatore di teste spaziale bensì un ex giocatore di basket, tale Ian Stuart Whyte.

Quel giorno non faceva caldo, eppure Ian – che si era allenato per la parte correndo con uno zaino pieno di mattoni – stava sudando di brutto a causa del peso del costume. Incaricato di impersonare uno dei Predator giunti sulla Terra per il solito rituale di caccia, Whyte è la prima persona a interpretare la mostruosa creatura dopo il mitico Kevin Peter Hall nei film anni ’90. «Ho prestato molta attenzione alle scene “dietro le quinte” per cercare di capire che tipo di problemi avesse incontrato lui nell’interpretare il ruolo», dice Ian, «per renderlo davvero un personaggio il make-up non basta. Ci vogliono movimenti precisi, atteggiamenti che creino una personalità per quell’essere». Predator con personalità? Meno spaventoso e più affascinante? È uno dei tanti rischi che Anderson aveva deciso di assumersi col suo ibrido copione.

In realtà era cominciato tutto con Predator 2, quando Danny Glover scopre un’esposizione di trofei nella nave dei Predator e tra questi trofei spicca il teschio di un Alien. L’idea di esplorare un universo in cui le due creature lottassero l’una contro l’altra fino alla morte ha sempre affascinato i fan delle due serie. Con i videogiochi e i fumetti a fare da apripista, era solo una questione di tempo prima che la 20th Century Fox, titolare dei diritti di entrambe le saghe, le unisse in un unico blockbuster. Di sceneggiature ne scrissero parecchie – incluso un tentativo di ambientazione su un pianeta tropicale – ma fu solo quando Anderson propose di ambientarlo sulla Terra che i produttori si decisero.

Ambientato ai giorni nostri, questo film da sessanta milioni di dollari fa da sequel ai film Predator e da prequel alla quadrilogia degli Alien. Ha inizio con una spedizione di ingegneri, soldati e scienziati (inclusi Ewen Bremner, Colin Salmon e Raoul Bova) attirati nella tana degli Alien, dove sono arrivati i Predator. Un bel casino. «Alien vs Predator ha una propria entità», sottolinea la trentatreenne Sanaa Lathan, il “rimpiazzo” di Ripley che interpreta Lex, capo dello sfortunato gruppo, «l’unica somiglianza è che qui ci sono gli stessi mostri che trovate nelle omonime pellicole – per il resto è un film completamente diverso». Se i fan accoglieranno la re-interpretazione di Anderson – come ad esempio abbandonare l’idea che i Predator combattono solo in luoghi dotati di clima caldo – resta ancora da vedere. «Le regole di base possono essere. mantenute ma non come fossero le uniche opzioni possibili – questa è la premessa del film», afferma il produttore Chris Symes, «comincia da un posto nuovo, un concetto nuovo. Detto questo, sono le stesse creature. Esse hanno lo stesso aspetto e lo stesso comportamento. Ciò che Paul Anderson voleva fare era ritornare al Predator originale e mischiarlo al secondo Alien, quello più action».

«Penso che James Cameron sia stato incredibilmente bravo», dice Anderson quando “Hot-Dog” riesce finalmente a raggiungerlo, circa una settimana dopo che Alien vs Predator ha esordito negli Stati Uniti col rispettabile incasso di 35 milioni di dollari, «capì che non avrebbe mai potuto ricatturare l’horror del primo Alien. Era praticamente inarrivabile. Cameron scelse di fare un film di guerra introducendo quell’umorismo che mancava in Alien. In qualche modo il problema con il franchise Alien è che non puoi tornare indietro. Registi talentuosi come Fincher e Jeunet hanno faticato per portarlo avanti. Ma è proprio quello che si aspetta il pubblico: un film diverso».

Recensioni a parte, è stato proprio il pubblico a polemizzare per primo. Pubblico che del resto ha perseguitato gran parte della carriera di Anderson. La comunità dei fan si è lamentata del poco sangue e della limitata violenza del film, giudicato a stento non adatto ai minori di 13 anni, e seguita dalle notizie che Anderson si sarebbe battuto duramente con la Fox riguardo al montaggio finale.

«Non è affatto vero», insiste Anderson, «alla Fox va bene il divieto ai minori di 13 anni… ma non avrebbero obiettato neppure se fosse stato vietato ai minori di 18. Conoscono bene il brand quindi non mi avrebbero mai chiesto di diminuire la violenza, perché sanno che è questo che la gente vuole vedere». Mentre il produttore esecutivo Thomas Hammel fa notare: «C’è molta violenza visiva in questo film… solo che avviene tra le creature». Ma il suo collega Symes lo tradisce quando dice: «Stiamo cercando di fare un film che possa attirare il pubblico più ampio possibile».

Anderson è stato, saggiamente, attentissimo nel portare rispetto a entrambi i “marchi di fabbrica”. Mentre la corazza, le maschere e le armi del Predator richiamano i primi film, il modello dei guerrieri Alien e della Regina si rifanno all’Alien di Ridley Scott e all’Aliens di James Cameron. Lo ha fatto mescolando costumi di elevata fattura, animatronic e modellini in scala (eseguiti da Bill Pearson, che già aveva lavorato per l’Alien originale).

Anderson ha deciso inoltre di non offrirci uno spettacolo “stile George Lucas”. Paul afferma che «la computer grafica risulta migliore quando alla base ci sono motivi pratici», e ci spiega che la sua più grande difficoltà è stata nascondere gli Alien negli anfratti dell’intricata piramide stile Maya immaginata da Richard Bridgland, product designer del film. «Richard è stato ingegnoso nell’aggiungere dettagli nell’architettura del luogo che potessero riflettere la natura degli Alien, ripetendo elementi come le spine e le colonne», ci dice, «e visto che adoperava una gamma di colori scuri abbiamo deciso di scurire l’Alien e di dargli dei riflessi metallici».

Con l’intrigante finale che lascia lo spazio aperto per una saga horror completamente nuova, s’intuisce che questo non sarà comunque l’ultimo Alien vs Predator. «In realtà era una battuta finale», minimizza Anderson, «non era mai stata concepita appositamente per introdurre un sequel. Ti lascia qualcosa su cui riflettere quando esci dal cinema».

«La speranza è che Alien vs Predator si rivolga, ed è stato realizzato con questa intenzione, a un pubblico nuovo», afferma Symes. In questa logica di vendita, conclude: «Ci sono tanti spettatori giovani là fuori che magari conoscono i vecchi film di Alien e di Predator, ma conoscono soprattutto i fumetti e i videogiochi… Questo film è dedicato a loro». I puristi sono avvertiti!


Il ritorno di Bishop

Incontro ravvicinato
con l’androide Lance Henriksen

Sta diventando un’abitudine per Lance Henriksen: dopo aver interpretato l’androide Bishop in Aliens: Scontro finale ed essere ricomparso in Alien 3, l’attore sessantaquattrenne si accinge a fare la sua terza apparizione nella saga. È ora per lui di interpretare il modello umano originario che fu usato per questi robot, il miliardario Charles Bishop Weyland, co-fondatore dell’infausto gruppo conosciuto come La Compagnia (quella che gettò la sua ombra su tutti i film di Alien).

«Ho sempre pensato, interpretando Bishop, che la cosa sarebbe finita lì», dice Henriksen, avvolto in una tuta artica quando lo abbiamo incontrato sul freddo set di Praga. «Poi Walter Hill mi chiamò e mi disse: “Abbiamo bisogno di te in questo film. Vieni in Inghilterra, prenditi una tazza di tè e una ciambella e torna a casa”. Così adesso questo è il terzo. Ma sono sicuro che sarà anche l’ultimo per me». Per prepararsi a interpretare un ricco magnate, oltre a comprarsi il vistoso orologio da polso che sfoggia attualmente, Henriksen ha provato a contattare l’alto papavero della Microsoft: Bill Gates. «Non era interessato a parlare con me! Volevo pranzare con lui e vedere com’è essere un miliardario ma non ci sono riuscito».

Volendo, Henriksen avrebbe voluto chiamare il suo vecchio amico James Cameron, che lo volle nel cast di Aliens dopo averlo retrocesso a un ruolo secondario nel Terminator originale del 1984. «Non ho mai pensato a Jim come a un miliardario», scherza, «è questo il punto, io sono stato in giro con lui per un sacco di tempo ed è un tipo normale, non ti accorgi dei suoi soldi, davvero, eccetto quando sali sul suo elicottero o su una delle sue barche».

Un veterano con oltre 70 pellicole al suo attivo, da Quel pomeriggio di un giorno da cani a Near Dark, Henriksen è apparso in molti cult movie e in show televisivi che sono davvero salutari per un uomo che sta per incassare la sua pensione. Con AVP, si è unito a Bill Paxton come uno dei due attori che si sono scontrati contro Alien, Predator e Terminator. «Adoro Predator», ammette, «conoscevo già Arnold prima di lavorare insieme in Terminator, ma quando vidi Predator non avevo idea di cosa mi si stesse parando di fronte».

L’unica cosa che Henriksen non apprezza sono le convention sulla fantascienza. C’è stato solo una volta. «C’era questa donna che diceva “Posso abbracciarti?”», racconta, «io continuavo a pensare “Cosa ci faccio qui?”».


L.

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Bishop II: l’uomo creduto androide

«Ma Amanda Lear è una femmina o un maschio?» cantava il poeta Er Piotta (SuperCafone, 1999), e parafrasando la domanda potrei chiedere: «Ma Bishop II è un uomo o un androide?»

Vediamo di scoprirlo.

Bishop II (Lance Henriksen)
(© 1992 Twentieth Century Fox)

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[2015-11] Not Bad for a Human

Nel maggio 2011 il mitico e mitologico Lance Henriksen presenta un libro che, per molti fan, è uno scrigno di autentici tesori: l’autobiografia di uno dei più prolifici caratteristi della storia del cinema.

Il 16 settembre 2011 l’ho comprato in digitale su Amazon, al prezzo di 7,79 dollari, ma dopo un po’ ho avuto problemi con questo libro – che racconto qui – probabilmente dovuti al fatto che si cercava di “pompare” l’edizione cartacea (che oggi su Amazon costa 125 euro e addirittura 1.734 euro con copertina flessibile!). Per fortuna in tempi recenti i problemi sono scomparsi e ho potuto riaprire l’eBook: mi sono fatto subito una copia, per evitare altri “ripensamenti” di Amazon. (Trattandosi di copia privata di un prodotto che ho regolarmente acquistato, con tanto di fattura, mi sento autorizzato a farlo.)
Presento dunque in italiano alcuni passaggi del testo in cui l’attore ricorda la sua partecipazione ai film alieni.

Il testo “normale” è a firma di Joseph Maddrey, che ha raccolto le dichiarazioni di Henriksen mettendole in ordine all’interno di un vero e proprio saggio di cinema di genere.
Il testo fra virgolette è parola di Lance…


Indice:


Aliens (1986)

Alien (1979) di Ridley Scott inizia nella stasi: il cargo Nostromo scivola nello spazio silenzioso mentre il suo equipaggio dorme all’interno. In una prima stesura del copione del sequel Aliens James Cameron ha immaginato una sequenza simile, con Ripley e i militari sognano in pace all’interno delle loro camere criogeniche, e la nave appare senza vita… con una eccezione. Una sentinella solitaria scruta gli ambienti, condannata ad anni di isolamento e monotonia. Questa sentinella è incapace di crucciarsi di questa situazione, perché è un androide. L’idea non è finita nel film, ma il personaggio dell’androide – Bishop – rimane.

Lance Henriksen si è reso conto sin da subito che il suo personaggio di Bishop sarebbe stato inevitabilmente messo a confonto con altri androidi famosi.

«Hai Rutger Hauer in Blade Runner e Ian Holm nell’Alien originale: sono entrambe grandi prestazioni, di alto livello. Così mi sono detto: “Come posso competere con questo?” Ero intimorito, perché non volevo essere visto solo come un altro androide, perciò decisi di non entrare in competizione, di lasciar perdere. Ma una delle cose che mi hanno intrigato è stato il pensiero della preparazione al ruolo.»

Per i successivi due mesi Henriksen si è immerso in un processo che lui ha chiamato di “adunata”: per un certo periodo ha accumulato oggetti e dettagli che potevano essergli utili durante le riprese per far uscire fuori il personaggio.

«Io sono come un computer, in un certo senso», ha detto: «metto da parte tutta questa roba.» L’idea era di non definire subito il personaggio bensì di creare le premesse per rappresentarlo meglio in seguito, in momenti particolari. «Quei dettagli li avevo ormai immagazzinati», spiega, «così mentre stavamo girando rispondere in modo istintivo a situazioni differenti.»

Per prima cosa Henriksen creò la propria idea del personaggio, ed usò i propri soldi per assumere un costumista per il guardaroba di Bishop. «Nessuno di quei vestiti è stato poi utilizzato», dice l’attore, «ma mi ha aiutato a trovare il personaggio.» Quando James Cameron se ne uscì con un nuovo sistema per presentare Bishop sullo schermo, utilizzando cioè un coltello per dimostrare i riflessi eccezionali dell’androide, Henriksen lavorò con lo stuntman Rex Rossi, un amico che aveva conosciuto sul set di Choke Canyon (1986) [in Italia, Energia pulita], per imparare una serie di trucchetti da circo con il coltello. «Rex mi mostrò questa cosa che i lanciatori di coltelli usano spesso», ricorda. «Tengono la lama nel palmo della mano e poi, con un colpo secco, afferrano il manico. L’ho provato all’infinito.»

Bishop aggiunge un trucchetto anche migliore: si passa ripetutamente una lama tra le proprie dita con una super-velocità e precisione. L’attore dice che si è provocato molte ferite prima di riuscire a farlo bene. Ha provato il trucchetto con ogni tipo di lama prima di trovare quella giusta, e si è portato tutti questi coltelli in Inghilterra: questo ha provocato dei ritardi alla dogana, ma Henriksen andò per conto suo ai Pinewood Studios, dove il film doveva essere girato.

Il co-protagonista Bill Paxton ricorda: «Andai al suo hotel, lui aprì la sua valigia e io pensai “Gesù Cristo, questo tizio è pronto per la Terza guerra mondiale!” E le sue mani erano piene di ferite da taglio, perché si esercitava in continuazione con il coltello.» Quando arrivò il momento di girare la scena, Henriksen decise di alzare la posta coinvolgendo l’altro attore nel gioco:

«Nel copione Hudson dice “Bishop, fai il trucchetto del coltello”. Proprio prima di girare andai da Jim [Cameron] e gli dissi: “Invece di una semplice dimostrazione, che ne dici se metto la mia mano sopra quella di Bill [Paxton] mentre faccio il trucchetto?”. Jim disse “Ottima idea!” Così lo facemmo… Quella singola scena ti dice tutto ciò che devi sapere su Bishop. Metto la mia mano su quella di Bill perché lo sto proteggendo. Bishop non farebbe male ad una mosca, non ferirebbe mai un vivente.»

Stando ad Henriksen, l’essenza di Bishop è la sua curiosità fanciullesca riguardo la vita. «Tutto è nuovo per lui», dice l’attore. Tenendo questo a mente, ha dotato il suo personaggio di un paio di lenti a contatto che gli donano due pupille in ogni occhio – così che possa «acquisire più informazioni». Questa trovata non finisce nel film (perché il regista pensava che rendessero Bishop «più spaventoso dell’alieno»), ma dell’estrema sensibilità del personaggio rimane l’interpretazione di Henriksen. Sebbene sia curioso, Bishop è anche pieno d’esperienza. Henriksen spiega:

«Decisi di interpretare Bishop come se egli avesse la stessa vita emotiva che avevo all’età di 12 anni. Ciò che facevo in quel momento della mia vita era proteggermi dal mondo violento che mi circondava, da tutte le cose con cui dovevo convivere. Mi sono detto: “Nel futuro vivrò la vita a modo mio, ma per ora devo rimanere chiuso così che nessuno possa ferirmi”. Guardavo gli adulti e mi dicevo: “So che ti sopravvivrò, quindi posso avere un po’ di compassione per te”. Ed è questo che fa Bishop, tolta la parte della paura: è completamente incapace di giudicare, accetta le persone perché sa che sopravviverà loro.»

In Aliens Bishop “si chiude in sé” perché è abbastanza furbo da capire quale sia il suo posto nel mondo degli umani: capisce che per loro è un estraneo al pari degli alieni. Può essere più in gamba dei suoi compagni di viaggio, ma capisce che non può rischiare di apparire in quel modo, per paura che inizio a vederlo come una minaccia. Henriksen ha utilizzato un altro ricordo per enfatizzare l’estrema vulterabilità del personaggio. «Sono stato in Sud Africa durante l’apartheid, quindi ho pensato questo: se io fossi un ragazzino nero di 12 anni e compissi qualche guaio, cosa mi succederebbe? Mi sostituirebbero o mi distruggerebbero.»

Henriksen inoltre ricorda di aver preso ispirazione dal libro di Walter Tevis del 1980 Mockingbird [in Italia, Futuro in trance, Mondadori 1983]. Il romanzo racconta di un robot che ha memorie umane ma senza alcuna comprensione concettuale di queste. «Non sapeva cosa fosse la musica», dice l’attore, «ma l’ascoltava. Era parte della sua programmazione che non era ancora stata completamente cancellata. Quell’immagine si fissò nella mia mente, e tramite quella penso che ci fossero sentimenti che Bishop non capisse.»

La scena più rivelatrice del personaggio arriva tardi nel film, quando i pochi superstiti decidono di giocarsela per stabilire chi debba rischiare la propria vita per salvare gli altri: chi pesca la pagliuzza più lunga andrà ad auto-pilotare la navetta di salvataggio, ben sapendo che il volontario correrà un rischio altissimo. Tutti tremano, il personaggio di Bill Paxton, in un momento di panico, nomina freddamente Bishop facendo notare che è il loro membro meno umano. «Questo ferisce i miei sentimenti», dice Henriksen, «o almeno dei sentimeneti di cui sono dotato». Bishop accetta la responsabilità ma non senza un’espressione di riluttanza. «Posso essere sintetico», dice, «ma non sono stupido».

Lontano dalla cinepresa l’attore ha avuto uno scambio simile con il regista James Cameron. «Mi ha chiesto se per caso fossi claustrofobico», ricorda Lance. «Dissi di no, non lo ero mai stato. Ho lavorato in una miniera in Colorado, una volta, e non ho avuto alcun problema. Ma non mi ero reso conto che avrei dovuto infilarmi in un tubo: era così stretto che riuscivo a malapena a strisciare. Mi muovevo velocemente perché non vedevo l’ora di uscie da quell’affare.»

L’aspetto più rivelatore di quella sequenza è qualcosa che l’attore fece d’istinto, mentre strisciava nel tubo. «[Gli altri personaggi] mi passarono una pistola e io li guardai, come a dire: cosa mai dovrei farci con questa? E la riconsegnai. Venne fuori così, dal nulla: non ci avevo pensato, lo feci e basta.» Il risultato è un altro piccolo momento che rappresenta in modo perfetto il personaggio. Bishop è un non violento perché ha un rispetto tale per la vita in generale che non può neanche pensare di uccidere qualsiasi altra creatura. Henriksen dice che, dopo alcune settimane a Londra cominciava a reagire istintivamente come avrebbe fatto Bishop.

«Quando sto lavorando ad un film non faccio il turista, perché non voglio mai uscire dal personaggio: ho paura di non essere poi capace di rientrarci. Perciò ai tempi di Aliens me ne andavo per Londra come fossi un bambino di 12 anni: non potevo farci niente. Stavo ad un angolo di strada e non sapevo dove cazzo fossi, o come tornare indietro. Ero in quello stato d’animo… andavo in giro cercando di riconoscere qualche strada. In quei giorni tutti quelli coinvolti nella produzione erano sul set, così potevo gironzolare e guardare tutta questa gente che lavorava il metallo per fare il naso della navetta d’emergenza o che altro. Ero affascinato.»

Bill Paxton era stupefatto del processo di costruzione del personaggio. «Lance era completamente immerso», dice, «sarebbe stato un perfetto agente sotto copertura, perché sa trasformarsi completamente». Paxton era così impressionato che usò molti di quei processi di recitazione. «[Lance] è stato un grande mentore per me. Quando lavoravo ad Aliens non mi piaceva interpretare lo stress del mio personaggio. Non pensavo “Che bello, posso interpretare un tizio che è completamente in preda allo stress”. Per qualche ragione interiorizzai quello stress e questo mi faceva pensare che non stessi facendo un buon lavoro. Lance mi è sempre stato vicino, e sentii che potevo confidargli quel mio problema.» Proprio come il suo personaggio nel film, Henriksen cercò di essere sempre d’aiuto per un amico.

Alla fine del film Bishop recupera Ripley e Newt e le porta in salvo, alcuni istanti prima che il pianeta esploda. Quando Ripley lo ringrazia per aver salvato le loro vite, Bishop è raggiante come un bambino lodato dai genitori. Sfortunatamente è un momento di gloria molto breve. Qualche secondo dopo è tranciato i due dalla Regina Aliena, che in qualche modo è riuscita a salire sulla scialuppa di salvataggio.

Henriksen ricorda che questa sequenza richiese due settimane di riprese, e lui passò la maggior parte di quel tempo stando sul pavimento – visto che la metà inferiore del suo corpo era stata rimossa – ricoperto di latte acido e yogurt. A quel punto, racconta, il maestro degli effetti speciali Stan Winston stava costruendo un animatrone da 100 mila dollari per la scena. Henriksen era così impegnato a recitare un non-umano che si offrì di interpretare lui stesso quelle scene [al posto, mi sembra di capire, di un manichino, N.d.R.]. «Dissi che avrei imitato i movimenti di quel pupazzo». L’attore venne punito per essere stato così disponibile. L’odore del “sangue” di Bishop (latte e yogurt rimasti per ore sotto le forti luci) mischiato con il fetore del silicone fecero star male da cani Henriksen. Per fortuna la scena funzionò.

Alla fine delle riprese Henriksen non vedeva l’ora di tornare a casa. Durante la sua ultima notte a Londra uscì a festeggiare con Bill Paxton e gli altri… solo per essere richiamato all’alba per rigirare una scena.

«Il telefono suonò ed era Jim che diceva “Lance, abbiamo un problema. Dobbiamo rigirare la scena del coltello”. Aveva girato tutto ad alta velocità, e la sequenza non funzionava proprio, dovevamo rifare i primi piani a velocità normale. Ero così ubriaco che credevo di stare sognando quella conversazione, poi però mi resi conto che stavano bussando alla porta: dovevano prendermi e portarmi ai Pinewood Studios. Entrammo in auto e lì già c’era Bill: entrambi avevamo i postumi di una sbronza, ed ogni volta che qualcuno suonava il clacson o c’era qualsiasi altro rumore mi sembrava che la testa mi si spaccasse in due.

Arrivati ai Pinewood misi la mia mano su quella di Bill e gli ho allargato le dita, iniziando a giocare con il coltello. All’ultima ripresa mi accorsi di una piccola goccia di sangue sul mignolo di Bill. Si era innervosito e il suo mignolo aveva avuto un sussulto: si mise a strillare come se l’avessi accoltellato allo stomaco! Gli dissi “Bill, andiamo, è solo una cazzo di goccia di sangue” [ride] Per via di queste nuove riprese, nel film mi vedete fare il trucchetto del coltello in tempo reale.»

Quando tutti fu finito, Henriksen e James Cameron si resero entrambi conto che c’era tanta vita nel personaggio di Bishop. Dopo che Aliens fu completato iniziarono a discutere della possibilità di far tornare Bishop in un altro sequel, un giorno. Stando ad Henriksen, il regista gli parlò di un’idea per un soggetto in cui Bishop sviluppa una paranoia per la propria programmazione.

«Immaginate che Bishop d’improvviso provi dei sentimenti di rabbia e non sappia perché. Si ritorna a Futuro in trance… La programmazione potrebbe dirgli di ferire qualcuno, ma lui non capisce perché. La sua auto-coscienza è leggermente superiore rispetto ad un computer, e lui cerca connessioni, cerca di capire le proprie emozioni attraverso la logica ma non sembra funzionare. Tutto ciò che capisce sono le ramificazioni del pericolo.»

Sarebbe stato anni prima della realizzazione di Alien 3. Intanto l’attore era riluttante a lasciar andare il personaggio: il ruolo di Bishop era stato estramemente soddisfacente per lui, sia personalmente che professionalmente. In un’intervista del 1986 per l’Official Aliens Movie Magazine di “Starlog” ha ammesso: «Avevo bisogno di interpretare questo ruolo proprio ora. Sento contento di poter essere visto come qualcosa di molto più umano dei personaggi che ho interpretato finora, sebbene io faccia un androide: è oltraggioso, non credete?» L’attore ancora ricorda quanto fosse euforico per il ruolo, ancora prima di girare la prima scena:

«Quando salii su quell’aereo per l’Inghilterra per fare Bishop era un giorno incredibile. Stavo pensando a tutto l’impegno per ottenere quel lavoro, a tutte le situazioni assurde in cui mi ero ritrovato coi film. Tutta quella merda era lì che gorgogliava ma io ora potevo gestirla, perché quella merda non era tutto ciò che avevo: ora avevo questo

Da Bishop Henriksen ha imparato che può riutilizzare esperienze della sua vita privata per creare personaggi profondamente umani, una tecnica che da allora ha sempre usato. Oggi, pensa ancora a Bishop come al punto di svolta della sua carriera:

«Quando iniziai dovetti creare un sacco di personaggi dai miei difetti, quelli che mi portavo dietro dall’infanzia, e questo mi ha sempre portato null’altro che guai. Quando i tuoi difetti sono il tuo stile, la tua rabbia è vivida e pulsante, e le tue pessime abitudini sono senza freni, allora sei davvero nella merda. Faccio un esempio. Siccome non volevo ammettere di non saper leggere, creai lo stile di uno che dice “Ehi, aspetta un momento, è la mia lingua: perché dovrei imparare a leggerla? Mi porterà via tutta la mia fottuta innocenza”. Capito che stronzata? Perché tanto dovevo per forza imparare a leggere! Ma a quel punto mentivo a così tanta gente che stavo mentendo anche a me stesso. Ecco cosa intendo per creare un personaggio dai miei difetti: è una buona strategia quando non hai altro, ma prima o poi la paghi, perché non è salutare e non è reale. […]

Avevo bisogno di andare al livello successivo, dove avrei potuto usare ciò che sapevo della vita reale. Alla fine di Aliens mi resi conto che sapevo come farlo. Non volevo lavorare in altri modi, dopo di quello. Semplicemente non volevo sottostare ai film: volevo creare personaggi. Volevo personalizzarli, creare loro una vita e farli respirare. Ecco cosa fa una buona recitazione, per quanto ne sappia. Da allora è così che ho sempre lavorato. Vivo la parte e lascio che i registi si preoccupino del resto.»

Aliens è stata una simbolica rinascita nel mondo della recitazione, così come un cambio di registro nella sua vita al di là del cinema. Il successo del film aiutò l’attore a comprarsi la prima casa, sulle colline vicino l’Angeles National Forest. Nel 1987 si è trasferito lì con la moglie Mary Jane Evans e la figlia neonata Alcamy. Per la prima volta nella sua vita aveva una casa propria. Prima di questo era sempre «scomparso nei boschi» dopo ogni film, cercando di scrollarsi di dosso il ruolo e reclamare la propria identità. La sua inclinazione a scomparire si rinforzò dopo Aliens. Quando il progetto fu concluso l’attore non vedeva l’ora di «tornare in sé». Diventare un marito e un padre gli diede una solida identità a cui fare ritorno. «Alcamy fu l’inizio della mia vera vita», dice. «È stata il mio biglietto per salire sul mondo». Con un ghigno orgoglioso aggiunge: «Pensai di aver creato l’oro, e in effetti lo feci: è una persona eccezionale.»

Dopo il travolgente successo di Aliens Henriksen era consapevole che la scelta del prossimo film sarebbe stata cruciale. Non voleva fossilizzarsi in un personaggio, così pensò che dovesse scegliere un ruolo totalmente differente da Bishop. Gli fu offerto il ruolo del sadico Zio Frank nell’Hellraiser (1987) di Clive Barker, ma preferì un ruolo nel film d’esordio di Kathryn Bigelow: Near Dark (1987). Il film lo riuniva ai suoi colleghi di Aliens Bill Paxton e Jenette Goldstein. Fu proprio Paxton che per primo gli sottopose il progetto.


Alien 3 (1992)

La 20th Century Fox finalmente iniziò la produzione di Alien 3 sotto la guida di un giovane regista di nome David Fincher. Ad Henriksen venne chiesto di girare due scene nel film. Nella prima l’androide Bishop (o, più precisamente, ciò che rimaneva di lui dopo il passaggio della Regina Aliena) avverte Ripley che uno degli alieni l’aveva seguita nella colonia-prigione su quel remoto pianeta, poi le chiedeva di ucciderlo. «Non sarò mai più al massimo», dice Bishop, «meglio essere niente». Alla fine del film Henriksen riappare nel ruolo di “Bishop II”. Nel pensiero dell’attore, Bishop II era un “modello avanzato” dell’androide. Nell’Extended Cut del film, comunque, l’enigmatico personaggio sanguina dalla ferita e ripete «Non sono un androide». (Una foto sul set mostra la protesi di un orecchio, che l’attore dice provenire dal trucco di Jack Nicholson nei panni di Joker in Batman.) Non è l’unico elemento confuso del travagliato progetto.

Le riprese di Alien 3 iniziarono senza ancora una sceneggiatura definitiva, ed Henriksen ha dovuto fare su e giù da Londra quattro volte in un singolo mese, mentre il copione veniva riscritto e nuove scene dovevano essere girate. In queste circostanze non sorprende che si fosse un po’ disamorato del progetto.

Henriksen loda David Fincher come un regista visionaro, ma crede che Alien 3 sia un bell’errore. La mistica dell’eroina, dice, «era strappata via da lei da un dottore in una fogna» – un riferimento alla scena in cui Ripley ha un rapporto sessuale con un algido detenuto subito dopo aver assistito all’autopsia della figlia putativa. Questo comportamento fuori dal personaggio risalta ancora di più dall’interazione fuori dal set con Sigourney Weaver. A quel tempo, ricorda Henriksen, l’attrice era da poco diventata mamma [13 aprile 1990] e «vidi in lei quella tenerezza di mamma che non c’era in Aliens».

L’attore inoltre è in disaccordo con il finale nichilista del film, che secondo lui è un insulto alla mitologia creata dai due titoli precedenti. Quando vide il film montato per la prima volta decise che il personaggio di Bishop doveva essere usato esclusivamente come “riconoscimento del prodotto” e promise che non sarebbe più tornato nella serie a meno che il film successivo non avesse riproposto lo spirito combattivo di Aliens. Sarebbe dovuto passare un decennio prima che Bishop avesse un ulteriore aggiornamento.


AVP: Alien vs Predator (2004)

La fermata successiva di Henriksen fu Praga, dove ha avuto l’opportunità di reinventarsi di nuovo. L’attore ricorda che il regista-sceneggiatore Paul W.S. Anderson lo incontrò al Beverly Hills Hotel per parlare dell’idea di AVP: Alien vs Predator (2004). «Recitò l’intero copione per me, scena per scena: ci mise un paio d’ore. Questo permise di creare un legame fra di noi, ed iniziammo a discutere sul da farsi». AVP vede Henriksen nei panni di Charles Bishop Weyland, un miliardario la cui compagnia creerà l’androide Bishop nel mondo futuro dell’Aliens di James Cameron, come tributo al fondatore della compagnia stessa. In AVP Weyland è un malato terminale intenzionato ad affrontare un’ultima avventura che gli garantirà un’eredità duratura. Spiega l’attore: «Vuole lasciare dietro di sé qualcosa di più duraturo dei soldi». Con questo pensiero guida un gruppo di scienziati verso un’antica piramide sotterranea nell’Antartico, dove il destino attende lui e gli altri.

Henriksen ha affrontato il ruolo come una variazione su un tema familiare. In un certo senso Weyland è l’esatto opposto di Bishop: è alla fine della sua vita, non all’inizio. L’attore dice che questo lo rende simile a lui: «A Weyland sembra tutto bello, nella vita, perché sa che potrebbe essere l’ultima volta che lo vede. Con Bishop, tutto è bello nella vita perché è vivo e lui no». Weyland può mostrarsi fiducioso ed autoritario, aggiunge, ma dentro di sé è estremamente vulnerabile perché sa che «c’è un orologgio che sta ticchettando». Invece di affrontare la morte imminente con paura, Weyland vuole farlo con coraggio e dignità. Questa è l’essenza del personaggio.

Costruendo su quel nocciolo emotivo, l’attore si è adoperato così tanto a creare il nuovo Bishop che alla fine ha creato quello vecchio. Per prima cosa ha voluto imparare a pensare come un miliardario, e per questo è andato direttamente alla fonte: ha telefonato ha telefonato a Bill Gates della Microsoft – che, dice l’attore, una volta cercò di ingaggiarlo:

«[La Microsoft] mi ha invitato nei suoi uffici di Seattle. Avevano una riunione di tutti i capi dei loro dipartimenti e mi dissero: “Vorremmo che facessi una scenetta”. Lessi il copione e risposi: “Io non farò questa scenetta” […] Stavo girando Millennium a quell’epoca e dissi di no. Oh Dio, era una cosa ridicola, una di quelle terribili scenette aziendali, hai presente? E io sarei stato una specie di pezzo di carne quasi famoso…»

Bill Gates non rispose (forse non amava i film di mostri così come Henriksen non amava le scenette aziendali) così l’attore dovette caratterizzare il suo personaggio in altri modi… Prendendo cioè un coltello e dandogli l’essenza di Bishop in Aliens, così come una penna d’oro gli dava l’essenza di Weyland in AVP. «Pensai», dice l’attore, «che uno come Bill Gates non ha bisogno di portare nulla in tasca, non ha bisogno di carte di credito o portafogli: ha solo bisogno di una penna per firmare, e il mondo sa chi è». In una scena improvvisata Henriksen usa la penna ricreando i “trucchetto di Bishop” in Aliens. «Non avevo detto a nessuno che l’avrei fatto», dice, «lo feci e basta e tutti lo adorarono».

Oltre alle penna, l’attore ha usato due altri oggetti per aiutarsi a definire il personaggio. Una era l’orologio Franck Muller, un oggetto molto costoso a simboleggiare il fatto che Weyland non avesse più tempo. L’altro era un pacchetto di sigarette, che ha aiutato l’attore a creare la tosse dell’uomo morente. «Alla fine delle riprese», confessa, «fumavo quattro pacchetti al giorno: ci stavo rimettendo i polmoni… a proposito di metodi di recitazione».

Per Henriksen, girare questo film è stato come tornare a casa. I set e il design, ha detto, erano così impressionanti come se fossero tornati ai tempi di Aliens. Ha sviluppato un immenso rispetto per il suo regista attento ai dettagli e per i membri del cast, «e quando un alieno sbuca in scena, mi sembra d’essere tornato a casa». Alla fine delle riprese ha sentito AVP come la fine di una parte importante della sua vita… sebbene non bisognerebbe dare per scontato che Bishop non ritornerà ancora, in qualche altra forma.

Fino al momento della sua morte Charles Bishop Weyland è pieno di vita. Nella sua scena finale il Predator ha pietà di lui, notando la sua malattia, e Weyland usa quel momento per aiutare i suoi amici a fuggire. «Osi dare le spalle a me?» grida alla creatura, ed usa il suo ossigeno per bruciare il bastardo. Per Henriksen quello è un momento di ottima fantascienza. Il genere è costruito su personaggi che si sentono sopraffatti dal mondo che li circonda. «Lo capisco», dice, «e sono molto bravo a ritrarre questa sensazione e la relativa voglia di combattere». Aggiunge che il rifiuto di arrendersi alla morte del suo personaggio arriva dalla sua vita reale:

«Crescendo, ogni volta che la mia famiglia aveva un conto che non poteva pagare o era spaventata di qualcosa, finiva tutto in una discussione animata. Se andavo da loro con un qualsiasi tipo di problema, mi rispondevano con rabbia: erano sempre peggiori di ogni mia paura, così da smorzare i miei sentimenti. È così che la gente povera affronta le proprie paure, cercando di superarle. È così che sono stato cresciuto… ed è così che affronto alcuni film. È molto facile per me affrontare problemi insormontabili, perché non ho mai creduto di poter fallire: posso farmi molto più grande di qualsiasi mostro, perché è così che sono stato cresciuto.»

Per una nuova generazione di fan del fanta-horror, AVP rinforza lo status di Henriksen come icona del genere.


L.

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A dicembre 2017 escono dunque il Bishop di Aliens (1986) e il Masked Predator dal film Predator (1987).

L.

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Alien vs Predator: commento audio (3)

Terza ed ultima parte della trascrizione del commento audio del regista e sceneggiatore Paul W.S. Anderson insieme agli attori Sanaa Lathan (protagonista) e Lance Henriksen (mito vivente) presente nell’edizione speciale 2 DVD (2005) del film Alien vs Predator (2004).

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Lance: Grande scena. L’hanno proiettata alla Comic-Con: la gente è impazzita.

Sanaa: Anche noi, perché non l’avevamo mai vista. Lo schermo era enorme e il volume al massimo.

Lance: Urlavano tutti.

Paul: lo e il regista della seconda unità, Bharat Nalluri, abbiamo passato molto tempo a pianificare questa scena e a girarla. Ho girato per circa due settimane e lui per altre quattro. È la prima volta che i due alieni s’incontrano faccia a faccia, e la scena doveva essere sensazionale.

Lance: Questo è uno scontro fra campioni. Uno dei Predator è già stato ucciso, ne arriva un altro e… È fantastico. Il punto che preferisco è quando all’alieno viene mozzata la coda e lui agita il moncone spruzzando acido ovunque.

Paul: Abbiamo concepito lo scontro come una serie di capovolgimenti: l’alieno ha la meglio, poi è la volta del Predator, poi è di nuovo l’alieno ad avere il sopravvento.

Sanaa: Ricordo che durante le riprese di questa scena, Lance… Sto svelando un segreto, Lance.

Lance: Fa’ pure, va bene.

Sanaa: Ha detto: «Facciamo uno scherzo». Siamo crollati a terra.

Lance: «Facciamoli spaventare: lasciamoci cadere a terra».

Sanaa: E l’abbiamo fatto. Erano tutti così preoccupati.

Lance: «Che cosa è successo?» Ma questo ci ha sciolto un po’…

Paul: Perché la troupe vi adorava. Altrimenti nessuno si sarebbe preoccupato: «Gli americani sono caduti. Bene».

Lance: Questa è una grande sequenza. Ecco, gli mozza la coda. Guardate come spruzza l’acido.

Paul: Il set era fatto per essere distrutto.

Sanaa: Questo è magnifico. Lo adoro quando lo fa roteare.

Paul: Una cosa di cui sono felice è l’integrazione… Penso che sia difficile distinguere l’alieno generato al computer da quello vero: è qualcosa di cui sono molto soddisfatto.

Lance: Lo immagino. Quando Tom [Woodruff jr.] e Alec [Gillis] hanno visto il film, non riuscivano a crederci: non sapevano dire cosa fosse opera loro e cosa no. Combacia tutto alla perfezione.

Paul: Quello che si vede è per l’80 percento reale e per il 20 percento generato al computer. Le code sono per lo più generate al computer perché è difficile manovrarle: è difficile muoverle velocemente e con precisione.

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Paul: L’idea – ciò che chiamiamo “reticolo dell’alieno” – è che volevo personalizzare le creature in qualche modo. Il guaio con gli alieni è che sembrano tutti uguali, e questo è il solo modo che mi è venuto in mente per dare a questo alieno un’identità: d’ora in poi, sappiamo che questo è l’alieno che ha ucciso due Predator. È un po’ come il cane dominante, perciò abbiamo la sensazione che sia lui a guidare gli altri piccoli alieni.

Sanaa: Questo era il primo giorno di riprese. Abbiamo salito quei gradini un centinaio di volte.

Lance: Guardate quanto è grande il set.

Sanaa: Ero così intontita dal jet lag che non ricordo niente. Ero completamente stordita: “Dove sono? Sto sognando?”

Paul: I costumi sono molto meno vivaci.

Lance: I colori?

Paul: Sì. Sapevo che avrei trattato la pellicola in fase di post-produzione, facendo un internegativo intermediato, e rimuovendo molto colore, perché il mio obiettivo era renderlo piuttosto monocromatico. Così abbiamo scelto costumi molto colorati: quello di Sanaa era rosso vivo e quello di Raoul giallo senape. Sapete…

(suona il cellulare di Lance Henriksen)

Lance: Ora lo spengo. Scusate, ragazzi. Grazie a Dio non ha una suoneria troppo fastidiosa. E proprio durante la mia scena: mia moglie dev’essere telepatica.
Guardate questo tizio. Paul, pensi…

(Il cellulare squilla di nuovo)

Lance: Credevo di averlo spento. (tutti ridono)Pronto? Ciao. No, tesoro. Sì, sto ancora lavorando. Ti voglio bene.

Paul: Saluta il pubblico…

Sanaa: Di’ ciao.

Lance: Era mia figlia [Alcamy], quella di 17 anni. Pensavo fosse mia moglie. [Jane Pollack, divorziati dal 2006] Ci siamo persi una grande performance.

Sanaa: Sì, geniale. Da Oscar. (tutti ridono)

Paul: Un paio di scene fa.

Lance davanti a Raoul Bova che entra in un tunnel: Ecco uno dei miei punti preferiti. Quando striscia lungo… Sta quasi per essere stritolato e poi, alla fine… Ce la fa per un pelo, e il Predator gli scaglia contro la lama.

Paul: È tutto vero: ha dovuto strisciare lì dentro per un giorno intero. Quando abbiamo cominciato a girare, il coordinatore degli stuntman e Gerd [Nefzer], il responsabile degli effetti speciali, fermavano sempre la piattaforma molto prima che Bova finisse stritolato sopra alla porta.

Sanaa: Ecco la vagina volante.

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Lance: È una scena stupenda.

Paul: Sarà bello sul DVD, perché si potrà bloccare il fotogramma e vedere le viscere
sprizzare fuori dal facehugger.

Sanaa: Mi piace come [l’alieno] striscia giù dal muro, come uno scarafaggio: sembrano scarafaggi.

Paul: Questo è il momento alla Clint Eastwood del Predator. Che duro. (ride) Ho sempre visto i Predator un po’ come samurai, anche l’armatura ricorda quella dei samurai.

Sanaa: Dei samurai rasta.

Lance: Sapete qual è la cosa positiva di tutto questo? Delle interviste e… A volte, parlando, viene fuori tutto, si dice davvero quello che si pensa, solo perché si va a ruota libera. Lui è il cacciatore-raccoglitore: la definizione è assolutamente azzeccata. L’altro è un rettile guidato dall’istinto di sopravvivenza, un istinto primario. C’è una parte rettile nel nostro cervello. E poi c’è il cacciatore-raccoglitore, perciò entrambe le creature sono… dentro di noi. Molto profondamente. Penso che il Predator sia un incredibile emblema del cacciatore-raccoglitore.

Paul: L’hanno progettato magnificamente. È stato Stan Winston, che ha disegnato quello originale, a decidere che dovesse avere i dreadlock.

Sanaa: È un tocco molto positivo.

Lance: È vero, è una delle sue caratteristiche più belle.

Paul: Lo rende molto particolare.

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Sanaa davanti alla scena del flashback che spiega l’arrivo degli alieni sulla Terra: In questa sequenza, mi sono sempre chiesta… È sorprendente che lui riesca a capire tutto questo dai geroglifici.

Paul: Che riesca a decifrarli?

Sanaa: Che li decifri così velocemente. C’è chi riesce a leggere i geroglifici con questa facilità?

Lance: I miei uomini, sì. (tutti ridono)

Sanaa: Ok. Sapete una cosa? Mi sorprende che abbiano vietato il film solo ai minori di 13 anni.

Paul: Credo che la cosa abbia sorpreso tutti, perché c’è un sacco di sangue. Ma il fatto è che si tratta del sangue degli alieni o dei Predator e l’associazione cinematografica americana è stata molto tollerante in proposito.

Lance davanti alla scena dei tre Predator che combattono frotte di alieni sulla piramide: Questa è la prima immagine che mi hai mandato. Mi hai inviato lo storyboard: non riuscivo a capire cosa fosse.

Paul: Vi ho mandato dei disegni realizzati da un artista di talento, Rick Buoen. Le immagini degli alieni che si arrampicano sulla piramide, sono esattamente come…

Sanaa: Li hai pagati di tasca tua, vero?

Paul: Quando stavo tentando di organizzare il film e bombardavo la Fox cercando di convincerla a produrlo, ho fatto fare a mie spese una serie di grandi dipinti. Così non presentavo solo un’idea, ma anche un saggio visivo che pensavo potesse convincerli. Potevano dire: «In questo modo possiamo venderlo. È così che possiamo differenziarlo da tutti gli altri Alien». Perché io ho detto: «Non è solo un altro Alien. Qui si vedranno migliaia di alieni. Per la prima volta si vedrà il legame fra i Predator e le antiche civiltà umane». Volevo capissero che creavamo un mito.

Sanaa: È una delle cose che mi è piaciuta quando ho letto il copione.

Lance: La vecchia teoria di [Erich] von Däniken.

Paul: Esattamente.

Sanaa: L’idea più nuova che ho trovato nella sceneggiatura è che i Predator, per essere accolti fra gli adulti, debbano sottoporsi a…

Lance: Una cosa che mi dispiace sia stata eliminata è quando lei dice: «Mi stai dicendo che sono ragazzini?» È un peccato: è la battuta del copione che mi piaceva di più. Ma, qualunque sia il motivo…

Paul: L’abbiamo eliminata perché a quel punto ci è sembrato… C’è molto humour nel film, e «Mi stai dicendo che sono ragazzini?» è una battuta divertente. Era in un punto in cui ci è sembrato che lo humour fosse inappropriato. Volevamo mantenere la tensione e lo humour l’avrebbe certamente allentata.

Lance: L’ho detto a un tizio dopo che aveva visto il film. Era un giardiniere che lavorava a casa mia. «Si è reso conto che erano dei ragazzini?» E lui: «Cosa? Ma certo, così ha senso». Il mito era chiaro a tutti, ma quel piccolo dettaglio… Mi piaceva un sacco quella battuta. So che devi creare un’armonia fra tutti gli strumenti dell’orchestra, ma era una grande battuta. Ce n’è un’altra che hai scritto e che trovo fenomenale. Quando lei dice:
«Il nemico del mio nemico è mio amico». Una battuta fantastica.

Paul: Non posso assumermene il merito: è opera di Shane Salerno. [Sceneggiatore che pare abbia collaborato con Anderson alla sceneggiatura ma è scomparso dai crediti…]

Lance: Bravissimo.

Paul: L’altra era mia, ma l’ho tagliata.

Sanaa: Perché?

Paul: Inoltre, la storia dei ragazzini… È chiaro che queste creature hanno un arco di vita lunghissimo, vivono migliaia di anni terrestri. Perciò l’idea è che, sebbene per i loro canoni siano ragazzini, per i nostri, sono pluricentenari. Ho sempre pensato che, se questi tizi sono adolescenti, i Predator che davano la caccia a Schwarzenegger e Glover
erano dei bambini. Dovevano essere dei bambini a cui veniva permesso di venire a giocare sulla Terra. È più facile dare la caccia a Danny Glover che a un alieno. È solo dopo aver ucciso abbastanza umani e collezionato abbastanza teschi che puoi essere promosso e affrontare questo rituale che ti permette di passare al livello successivo.

Sanaa: Questo è divertente: [chiedo a Raoul Bova] «Come si dice “Mi sto cagando sotto” in italiano?» E lui risponde…

Lance: Che cosa dice?

Sanaa: Non lo so, ma in italiano è lunghissimo.

Lance: Cosa dice in italiano?

Paul: Mi ha spiegato cosa voleva dire, ma potrebbe aver mentito: forse ha parlato male di noi. (tutti ridono) Immagino che lo scopriremo quando il film uscirà in Italia.

Lance: Scommetto che verrà giù la sala dalla risate.

In realtà il doppiaggio italiano ha massacrato la battuta:
§

Lance davanti alla scena di un alieno che si cala dal soffitto: Fantastico. Guardate che roba.

Paul: Ci sono io su una scala a libretto con Tom [Woodruff jr.] e Alec [Gillis] che incurvano la coda.

Sanaa davanti al salto di lei e Raoul: Questa era una delle prime settimane di riprese.

Lance: È stata una sorpresa per me: non avevo capito che [Raoul Bova] venisse ucciso qui. È stata una vera sorpresa.

Paul: Trovo che sia una scena ben girata e ben strutturata, ma è la classica scena della fanciulla sospesa sull’abisso che si vede in molti film. Per renderla diversa, nel momento in cui l’eroe sta per salvare la bellissima ragazza, faccio morire il poveretto.

Sanaa: La bellissima ragazza?

Paul: Scusa: la bellissima donna.

Sanaa: Sto arrossendo.

Paul: Credo sia una sorpresa il fatto che lui venga rapito dall’alieno.

Lance: È stato un vero shock.

Paul: Se no sarebbe stata una bella scena, ma un classico cliché da film d’azione.

Sanaa: È terrorizzante l’idea di essere tutta sola.

Lance: Io in realtà sono ancora vivo. (Sanaa ride) Il motivo per cui mi ha guardato dentro è che voleva trovare un modo per curarmi. Questa è la mia ultima avventura con gli alieni.

Sanaa: Continui a ripeterlo, ma non è detto: tutto è possibile.

Lance: Con dei grandi sceneggiatori, sì.

Paul: Sarai nel prequel.

Sanaa: Già, nel prequel del prequel.

Lance davanti alle immagini di Sanaa che cammina nel Tempio alieno: Dovresti vedere le piastrelle che sto facendo, Paul. Sono incredibili, davvero: sono in linea con lo stile dei muri di questo set. Le ho fatte a mano.

Sanaa: Questo è un altro dei miei set preferiti.

Paul: Ecco cosa fa Lance fra uno scontro e l’altro con Alien e Predator: fa ceramiche.

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Lance: Dio, che apparizione. Me la ricordavo.

Paul: Si confonde così bene con l’ambiente che ci vogliono un paio di secondi per accorgersi della sua presenza. Questo è lo stesso set con l’enorme scalinata su cui vieni ucciso, Lance.

Lance: Davvero?

Paul: Lo abbiamo modificato leggermente. Ed è lo stesso set in cui si vedono le gigantesche statue dei Predator. Abbiamo usato lo stesso set per crearne anche un quarto in cui siete intrappolati nelle celle dopo che la piramide si è riconfigurata.

Sanaa davanti alla scena di lei in mezzo allo scontro fra alieni: Girare questa scena ha richiesto tre giorni. Diverse angolazioni, diverse velocità, KY Jelly in bocca, polvere nei capelli, muco sulla fronte.

Paul: C’era muco ovunque. Ricordo che, siccome l’alieno era stato infilzato dalla lancia, passava tutto il tempo a sbavare su Sanaa. (Sanaa ride) Lei è venuta da me e mi ha chiesto: «Deve proprio sbavare?» «È l’Alien, certo.» «Deve proprio sbavare tanto?» «Sì, deve sbavare tanto.»

Sanaa: Come ho detto alla stampa, una delle cose che ho scoperto girando questo film è che queste creature necessitano di cure infinite. Hanno un’intera squadra di estetisti, di esperti di look: dovevamo sempre aspettare loro per cominciare le riprese. Dovevano applicargli l’esatta quantità di muco, l’esatta quantità…

Lance: Prendevano sul serio il loro lavoro.

Paul: Sono delle dive questi Alien.

Sanaa: Anche i Predator.

Paul: Ognuno ha una squadra di quattro o cinque persone…

Sanaa: Hanno i loro standard.

Paul: C’è una persona addetta solo a pompargli il muco fuori dalla bocca.

Sanaa: E lo fa con calma. E poi c’è il sangue fosforescente che deve avere il giusto grado di lucentezza.

Paul: Deve avere il giusto aspetto.

Sanaa: Certo.

Lance: Perché se nei giornalieri si scopre che hanno sbagliato gli si spezza il cuore.

Sanaa: Qui è dove gli dico [al Predator] più o meno: «Non puoi lasciarmi sola».

Paul: È così difficile far sì che queste creature non sembrino uomini in costumi di gomma. Il vantaggio dei primi Alien e Predator… Nel primo Alien, la creatura aliena si vedeva a malapena. Se fai un film intitolato Alien vs. Predator, devi mostrare molto di più l’alieno rispetto a prima. È stata una delle difficoltà: vuoi mostrare le creature aliene, vuoi che abbiano un ruolo rilevante nel film, ma, al tempo stesso, non vuoi mostrarle troppo. Perciò, quando devi farlo, è vitale che il muco abbia il miglior aspetto possibile.

Sanaa: Lo capisco. (ride)

Paul: Allora non lo capivi. «Quel maledetto alieno. Quanto ci mette?» «Queste dive.» Così quando l’alieno se ne è stato per tre giorni a sbavare su Sanaa, lei mi fa: «Non si può eliminare il muco?» E io: «Il muco è necessario». «Deve esserci così tanto muco?»
«Sì.» E poi: «Posso avere un asciugamano? Perché sta sbavando muco…»

Sanaa (ridendo): Sbavava così tanto che i miei pantaloni erano zuppi. Si gelava sul set, perché non c’era riscaldamento: non potevo mica ammalarmi.

Paul: Stavamo facendo molte riprese a mano, perciò le ho detto: «Niente asciugamano:
potrebbe finire in campo.» E infatti, mentre sto riprendendo, improvvisamente vedo una cosa in campo. «Stop. Cos’è quello?»

Sanaa: Era un asciugamano rosso come la mia tuta.

Paul: Non era rosso: era azzurro con margherite bianche.

Sanaa (ridendo): Non aveva le margherite.

Paul: L’asciugamano più vezzoso che avessi mai visto in vita mia. Alla fine mi sono arreso e ti ho concesso un asciugamano.

Sanaa: Me ne hanno dato uno rosso.

Paul: Che almeno si confondeva col costume.

Lance: Ottimo lavoro.

Paul: La mia eroica donna d’azione: asciugamano con margherite.

Sanaa: lo sono un’attrice: quello dell’eroina è solo un ruolo.

Lance davanti agli alieni che liberano la Regina: Guardate che roba.

Paul: Adoro questo effetto visivo: i piccoli alieni che si arrampicano sulla regina.

Sanaa: I piccoli stanno salvando la loro mamma.

Lance: La Regina idraulica era incredibile.

Paul: Abbiamo costruito… Era alta cinque metri e mezzo. La Regina era… Abbiamo costruito torso e testa e abbiamo montato il tutto su una gru. Era azionata da un enorme sistema elettronico e animata da dodici addetti. II computer era dotato di limitatori, perché con un pupazzo idraulico così grosso, che si muove velocemente, se improvvisamente impazzisce, può essere pericoloso per chi si trova nei paraggi. I limitatori impedivano che potesse fare alcuni movimenti inconsulti. Però non avevano messo alcun limitatore sull’espulsione della bocca interna. Era la prima volta che accadeva: la Regina aveva le fauci esterne chiuse, e la bocca interna è stata sparata fuori spazzandole via i denti, facendoglieli volare via. Siamo morti dal ridere: la Regina che spara fuori i suoi stessi denti. Tutti ridevano, finché non ho visto gli addetti che a carponi frugavano per terra. «Che state facendo?» «Dobbiamo cercare i denti.» «Non ne avete di ricambio?» Non ne avevano. Così dallo spasso siamo passati al…

Sanaa: Disastro.

Paul: Già. Perché quei denti sono semitrasparenti, e quando cadono per terra è difficile vederli. Così abbiamo dovuto sospendere a lungo le riprese per cercarli.

Lance: Denti da centinaia di migliaia di dollari.

Sanaa: Ricordi quando, per il provino filmato, ho dovuto sparare con la pistola? Non con questa di scena: dovevo sparare con una pistola normale, e non ci sono riuscita. Mi avevi detto: «È importante che l’eroina sappia usare la pistola». E io: «Non c’è problema». Poi al momento di girare il provino filmato, non sono riuscita a premere il grilletto: il mio dito era paralizzato. Ho pensato: «Oddio, non mi prenderanno mai».

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Paul: Ecco Raoul coperto di Super Slime e KY Jelly. Una cosa che la gente non sa degli alieni è che, una volta che cominciano a sbavare, e inserisci il muco nei tubi che corrono all’interno del loro corpo, non smettono di farlo solo perché tu dici: «Stop!» Loro vanno avanti a sbavare. Così, fra le riprese, l’alieno si siede su una cassetta di frutta, sul bordo del set, con la testa sopra un secchio, e ci sbava dentro.

Sanaa: Mi piace l’occhiata che le dà [il Predator al suo personaggio].

Paul: Ti guarda il sedere. (Sanaa ride)

Sanaa: [La Regina] È furiosa.

Paul: Tu non lo saresti? Se ti portassero via i tuoi figli. Bello l’uovo che si schiude: una novità che hanno aggiunto Tom e Alec.

Sanaa: Il fatto di vederne l’interno?

Paul: E la coda che si contorce. Trovo che sia particolarmente efficace. [Davanti alla scena del Predator che corre] È difficilissimo far correre un uomo con indosso un costume così pesante. Nei film precedenti il Predator si muove pochissimo, lo si vede quasi sempre appeso a un albero, o nascosto nell’ombra. Qui i Predator sono molto più attivi di quanto non lo siano mai stati prima.

Sanaa davanti alla scena di lei che sale sul carrello per risalire in superficie: Mio Dio, questo me lo ricordo. Quel coso andava a tre chilometri all’ora. L’abbiamo rifatta non so quante volte. Qualcosa è andato storto, e così abbiamo dovuto…

Paul: Era difficile farla venire bene, perché quel pezzo di tunnel era lungo solo sei metri, e la slitta non riusciva mai a…

Sanaa: A quanto andava? Otto chilometri all’ora? Forse meno, forse neppure a otto.

Lance: Adoro la storia dell’esplosione di quella sera. Ricordi i tedeschi degli effetti speciali? Continuavi a dir loro: «Più grande». E loro: «Davvero? Più grande?» «Sì. Grande. Veramente grande.» Loro ti hanno preso in parola e hanno fatto saltare in aria l’intero set: hanno distrutto un’intera parete.

Paul: Avevamo un’unica chance, e io avevo già lavorato con quei tecnici in Resident Evil. Perciò ho detto loro…

Lance: «Più grande, mein Herr.» (tutti ridono)

Paul: Ho detto: «Gerd, sarà grande, vero?» E lui: «Ja, sarà grande». Così, oltre che con il solito innocuo materiale esplosivo, ha caricato i cannoni con 180 litri di benzina: l’esplosione è stata vista in tutta Praga. L’hanno notata anche gli aerei che sorvolavano la zona. Volavano a 6.000 metri di quota e hanno visto quell’enorme deflagrazione. Naturalmente l’intero set ha cominciato a bruciare perché era fatto di legno e polistirolo: l’effetto è stato fantastico.
I produttori sono corsi da Gerd: «Che cosa ha fatto? Sta bruciando tutto il set». E lui: «Ja. Legno e polistirolo bruciano». Grandioso.

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Sanaa davanti al Predator che si toglie la maschera: In questa scena, molte persone pensano che lui cercherà di baciarmi: me l’ha detto parecchia gente.

Lance: Lui è un bel fustacchione. (Tutti ridono) La cosa che più mi è piaciuta nella tua recitazione qui, e dico sul serio, è che sembri anestetizzata. Sei completamente assente, non senti nemmeno la bruciatura.

Sanaa: Non era nelle mie intenzioni. Sto scherzando, non so se volessi sembrare stordita.

Lance: Ma con tutto quello che hai passato, il fatto che lui ti marchi la faccia non ti smuove neanche… È come se pensassi: «Che altro può succedere?»

Paul: Ora fai parte del club. Non so se lo vedete, ma in campo lungo ci sono brandelli di alieno. Inizialmente lui doveva raccogliere un pezzo di alieno, perché erano saltati in aria, ma l’esplosione è stata così potente che gli alieni dovevano essere stati spazzati via completamente: non potevano esserci dei resti. Così ci è venuta l’idea che avesse conservato un dito di alieno da prima.
Qui la combinazione di animatronica e computer è particolarmente buona. In tutta la scena passiamo dalle immagini generate al computer a quelle reali.

Sanaa: E qui comincio a bruciare.

Lance: È soluzione A-B quella?

Sanaa: Acido A-B?

Paul: A-B Smoke.

Sanaa: Esce dalla mia torcia rotta.

Paul: L’intera scena è girata in interni.

Sanaa: Qui sto sfoggiando il mio sprint.

Paul: Siamo in un hangar trasformato in teatro di posa, riempito di fumo e oscurato.

Sanaa: Questa parte è stata divertente. Ma questa no [quando le cade tutto in testa]: ho ancora un bozzo in testa. Non so cos’ho fatto, forse dovrei andare dal dottore: ce l’ho da mesi.

Paul: Te lo sei fatta nel mio film?

Sanaa: Certo.

Paul: Puoi provarlo? Mi farai chiamare dai tuoi avvocati? (ride)

Sanaa: No.

Paul: Allora me lo ricordo.

Sanaa: Mi faceva paura dover stare lì sotto, ma non è successo niente durante le riprese. È successo mentre ne uscivo per fare una pausa, quando era immobile. Ricordi quando ho battuto la testa?

Paul: Succede sempre così. Ho fatto un film con Kurt Russell [Soldier, 1998] e lui si è rotto una caviglia. Abbiamo diffuso la falsa notizia che se l’era rotta facendo un’incredibile acrobazia: la verità è che era inciampato in un cavolo ornamentale
mentre stava uscendo a fumarsi una sigaretta.
Quel grande serbatoio è un separatore, uno di quelli che servivano per separare il grasso di balena. Per estrarre l’olio. L’abbiamo costruito materialmente e pesava una tonnellata e mezza. Usavamo un meccanismo idraulico per muoverlo e scuoterlo. Era molto pesante, e faceva impressione starci sotto. Rick Forsayeth, coordinatore degli stuntman, ci è andato sotto mentre lo scuotevamo, questo prima che ci andassi sotto tu.

Sanaa: Comunque c’era sempre un’ambulanza fuori dal set.

Paul: Non hai mai corso alcun pericolo, però era impressionante: Rick è venuto fuori e ha detto: «Ho avuto paura lì sotto».

Sanaa: Anch’io.

Paul: Ha detto: «Preparati. Sanaa potrebbe farlo una volta e poi rifiutarsi di tornarci».

Sanaa: Non sapevo di avere quell’opzione.

Paul: Non te l’abbiamo fatto sapere. E poi abbiamo girato per una settimana.

Sanaa: Esatto, e ora ho un bernoccolo permanente sulla testa.

Paul: Mi fai fare la parte del cattivo.

Sanaa: Non è colpa tua: me lo sono fatta da sola.

Paul: Nessuno vorrà lavorare con me.

Lance: lo mi sono dovuto buscare un raffreddore per il film in modo da continuare a tossire.

Paul: lo ho l’asma, e ogni volta che ti sento recitare in questo film, Lance, mi sento male. Quel respiro affannoso.

Lance: Doveva essere vero. Non si possono imitare certe cose: detesto i colpi di tosse fasulli.

Paul: Lance soffriva per il jet lag e si è ammalato quando è arrivato a Praga: non è mai guarito.

Lance: Ho avuto il raffreddore per tutto il film.

Sanaa: È stato divertente. Faticoso, ma divertente. Fantastico.

Lance: Ho detto a tutti che questo è stato uno dei film più facili che abbia mai fatto.

Sanaa: Non per me.

Lance: Mi sono trovato così bene. Sono stato proprio bene.

Sanaa: Eravamo un gran bel gruppo di persone, c’era una bella energia sul set e fuori.

Lance: È vero. Merito tuo, Paul: le stronzate rotolano a valle, ma tu…

Sanaa (ridendo): Mi piace questa frase.

Paul: lo mi sono tenuto le mie stronzate per me.

Lance: Così siamo stati tutti felici e contenti.

Sanaa: È stato uno dei primi film in cui c’è stata una festa di inizio riprese.

Paul: È una tradizione in Europa: si inizia sempre con una festa.

Lance: Per me è stata una delle prime volte.

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Paul: I Predator che salgono la rampa, non so se lo vedete, fanno una gran fatica. La rampa era molto scivolosa, perché la volevo lucida per riflettere tutta la luce: abbiamo usato il Mylar, che è viscido e riflettente. I Predator, con i piedi di gomma, arrivavano a metà rampa e scivolavano indietro: a ripensarci è molto divertente. Allora era seccante.

Lance: I dreadlock sono grandiosi.

Paul: Il Predator è stato ingaggiato da L’Oréal.

Lance: Ricordi che ho fatto Aliens? Scusa, volevo dire Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Paul: Stessa cosa, vero?

Lance: Abbassarono la rampa centrale: era tutto Mylar: tutti cascavano per terra. Richard Dreyfuss arrivò in cima e scivolò all’indietro.

Paul: Avresti dovuto dirmelo prima… (ride)

Lance: Non c’ero in quel momento. Tutti i bambini vestiti di gomma fecero una gran fatica ad arrampicarsi là sopra.

Paul: La stessa cosa qui.

Sanaa: Qui è dove la gente pensa che io sia lasciata lì a morire.

Paul: Dipenderà da come andranno le tue nuove negoziazioni per il sequel.

Sanaa: Ce ne saranno, Paul? Perché loro hanno già stabilito il prezzo prima dei provini. Il che è non è affatto giusto. Che bello: mi hai dato il permesso di rinegoziare.

Paul: Forse non ce la farai: devi ridurre il cachet del 50 percento oppure non ce la farai. (Tutti ridono) Il nuovo film aprirà su di te, rigida, congelata.

Lance: L’alieno gli esce dal petto, scompare nei meandri della nave per il prossimo film, e io sono nel retro e i Predator stanno lavorando su di me.

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Paul: Così questo è il Predalien. Non l’abbiamo fatto per introdurre un sequel. Non volevo lasciare il pubblico con la sensazione che, siccome il Predator era uscito vincitore dall’ultimo scontro con l’alieno, il Predator fosse più forte del suo nemico. Volevo ripristinare l’equilibrio.

Sanaa: Una domanda che mi ha fatto un fan: perché la Regina cerca di uccidere il Predator se lui ha un piccolo nella pancia? Di solito non ti risparmiano quando c’è un piccolo in incubazione?

Paul: Lo sai quanto ne abbiamo discusso. Se guardi dove lo trafigge la regina, vedrai che è nella pancia, non nel petto. I chestburster si annidano nel petto, e fuoriescono dalla cassa toracica. “Cicatrice” [Scar, soprannome del Predator] viene colpito nella zona del ventre e dell’inguine.

Sanaa: Ma lui… Ok.

Paul: E comunque questa è la mia storia e io mi ci attengo. (Tutti ridono)

Sanaa: Va bene, allora.

Lance: Mi è piaciuto da cima a fondo.

Paul: Non vuoi dire niente negli 11 minuti di titoli di coda?

Sanaa: lo avrei un impegno.

Paul: E dài.

Sanaa: D’accordo…

Lance: Non aspetti che compaia il mio nome?

Sanaa: Spero che vi sia piaciuto. È stato un piacere…

Paul: Sanaa deve andare a una prima.

Sanaa (ridendo): Ad una première.

Paul: Scusa. lo e Lance non abbiamo niente da fare.

Lance: No.

Paul: Aiuteremo Michael Mann a commentare Collateral. Mi hanno detto che è qui accanto.

Lance: Collateral? Non l’ho visto.

Paul: Possiamo guardarlo ora insieme a lui.

Lance: Ok.

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Alien vs Predator: commento audio (2)

Seconda parte della trascrizione del commento audio del regista e sceneggiatore Paul W.S. Anderson insieme agli attori Sanaa Lathan (protagonista) e Lance Henriksen (mito vivente) presente nell’edizione speciale 2 DVD (2005) del film Alien vs Predator (2004).

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Paul guardando la scena di Lance malato: Sei bravissimo in questa scena, adoro questa sequenza.

Lance: Ricordo che me l’hai fatta recitare in vari modi, finché non hai ottenuto l’autenticità che volevi. È una scena molto ben scritta.

Paul: Dal punto di vista strutturale, volevamo fare come Ridley Scott in Alien e James Cameron in Aliens, cioè aumentare la tensione per gradi prima di far vedere le creature aliene. Il film è iniziato già da 25 minuti e ancora non si è visto l’alieno e il resto. Volevamo lasciare spazio a queste scene per costruire un po’ i personaggi.

Lance: Per potercisi affezionare.

Paul: Già. Non abbiamo eguagliato, in termini di minuti, il tempo impiegato da Cameron
o da Ridley per far apparire le loro creature, ma sono passati degli anni e non credo che si possano più fare film con uno sviluppo così lento dell’azione. Comunque impieghiamo molto più tempo di Alien Resurrection o Alien 3 nel far comparire gli alieni. (guardando la scena del cast che scende nel buco) Questo è il set peggiore in cui abbiamo girato. In realtà era lungo una ventina di metri, e orizzontale, perciò l’illusione che sia inclinato è creata unicamente dalle angolazioni di ripresa e dalla posizione degli attori.
Un po’ come in Star Trek.

Sanaa: Siccome era in un interno e noi eravamo imbacuccati, sudavamo tutti.

Paul: Sì, gli attori erano disperati. E poi è difficile lavorare su una superficie curva.

Lance: Soprattutto se fatta di schiuma viscida.

Paul: Sì, continui a scivolare. Inoltre, dovendo tenere il corpo inclinato, è molto stancante. Non si direbbe, ma dopo 20 minuti…

Lance davanti alla scena di lui che scivola nel buco: È difficile credere che mi stessero trascinando: siamo su un piano orizzontale. È difficile da credere, è fatto benissimo.

Paul: Lance era su una boogie board.

Lance: Con le ruote, e loro mi trascinavano.

Paul: C’era un binario che correva al centro del set: noi lo trascinavamo a tutta velocità e a Lance bastava puntare un piede per muoversi di qua e di là.

Sanaa: È stato divertente?

Lance: Lo è stato per le prime… cinque riprese (ride), ma dopo un giorno intero mi sentivo come se avessi preso un’insolazione.

Paul (ridendo): Sei stato disponibilissimo.

Lance: Mi è piaciuto molto.

Sanaa: lo come sono stata?

Paul (sbuffando): Un vero incubo.

Lance: Con i parrucchieri e le manicure che ti limavano le unghie ogni cinque minuti. (ridono) No, è stato assolutamente un piacere lavorare in questo film.

Sanaa: Non è stato male.

Lance: Ho amato ogni secondo. È stata come la mia ultima visita in questo mondo.

Sanaa: Non lo sai per certo.

Lance: So che Paul è un grande sceneggiatore: potrebbe fare qualunque cosa. (Paul ride) Potrei essere laggiù…

Paul: Il fratello gemello di Weyland.

Lance: Yutani arriva ed è incavolatissimo. (Guardando la scena di Sanaa che accende una torcia) Questo è un bel momento, quando la tua torcia si spegne e si accende la mia. Tutti hanno fatto… uha. Hanno avuto un soprassalto.

Paul: È stato difficile girare in questo set: io volevo illuminarlo solo con le torce perché trovo che l’effetto sia bellissimo, ma siccome quelle sono torce vere, producono così tanto fumo che, essendo in un interno, potevamo fare un’unica ripresa e poi ci voleva mezz’ora per aerare il set. Perciò abbiamo proceduto molto a rilento.

Lance: Per via dello zolfo.

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Paul: Guardatevi con quegli occhialoni sulla fronte: che aria da duri.

Sanaa: È stata un’idea di Lance: io volevo mettermi i miei… ma lui ha detto che così andava meglio.

Paul: Lance se li è messi sulla testa. Gli altri hanno visto che stava bene e l’hanno imitato.

Lance: L’effetto è bello.

Paul: Ho passato il resto del film a chiedermi: «Perché gliel’ho permesso?» Perché riflettevano la troupe e le luci…

Lance (stupito): No!? Li avevamo appannati, però.

Paul: Abbiamo passato il resto del film a spostare gli attori per evitare il riflesso e a trattare gli occhiali con antiriflettente. Ci dovrebbe essere un premio per chi avesse abbastanza pazienza da contare quante volte si vede il direttore della fotografia nelle lenti di Lance. (Lance ride) Guardate. Qui si vedono le luci riflesse negli occhiali di Sanaa.

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Lance: Ma ti danno un’aria da vera dura. (Sanaa ride) Paul me li ha fatti togliere in una scena con te. Ha detto: «No, levateli. Voglio che tu appaia più debole». Così li ho tolti e me li sono messi intorno al braccio, che fa sempre un po’ macho. (tutti ridono)

Paul: Ti ho detto così per farti togliere gli occhiali?

Lance: Sì, mi hai detto «Voglio che tu sembri debole».

Paul: Più debole.

Lance: «Hai l’aria troppo eroica» hai detto.

Sanaa: Quelle torce pesavano due chili.

Paul: Erano belle quelle torce Xenon, ma molto costose. Siccome il budget era ridotto, ne ho prese solo tre, perciò abbiamo fatto l’intero film con solo tre torce. È stato un bel problema per me e Bharat Nalluri, il regista della seconda unità. Abbiamo dovuto programmare il film calcolando chi doveva avere le torce: non potevamo girare contemporaneamente scene che le richiedevano.

Lance: Non immaginavo che avessi un budget così ristretto.

Paul: Era un budget consistente, ma c’erano dettagli su cui abbiamo dovuto risparmiare.

Sanaa: Quanto sei stato pagato lo sai bene. (ride)

Paul: La tua parcella ha divorato tutto.

Lance: Ha divorato tutte le altre torce. Oh no, ora mi sento davvero in colpa. (Entra in scena la Regina aliena) Anche la Regina vi sarà costata un occhio.

Paul: Ci abbiamo speso un sacco, sì. Abbiamo speso per le cose giuste.

Lance: È vero. Questa parte è fantastica. Mi piace quando gli altri alieni vengono a liberarla.

Sanaa: I suoi piccoli.

Lance: È tutto tremendamente pagano, davvero.

Paul: È tutto tratto piuttosto fedelmente dal primo fumetto Aliens vs Predator [1990]. L’idea della Regina tenuta prigioniera, incatenata a una macchina come questa, e costretta a deporre uova, l’abbiamo presa direttamente dal fumetto Aliens v’s Predator.
Contate le torce: non ne vedrete mai più di tre nella stessa inquadratura.

Lance: Subito dopo questo film devo assolutamente fare un personaggio molto robusto. Un tipo sano. (ride) Quando si comincia a fare sul serio in questo film… Quando comincia l’azione, è incredibile.

Paul: Abbiamo voluto strutturarlo così. Quando si definisce un film una “corsa in ottovolante”, spesso lo si fa a sproposito. «È una corsa in ottovolante, pura azione dal primo minuto all’ultimo». E questo non è esatto: la prima metà di un giro in ottovolante, spesso la migliore, è l’attesa. Sali sempre più in alto, ed è lì che hai davvero paura. Poi superi il culmine ed è tutto azione non-stop e adrenalina.

Lance: Sei così pieno di adrenalina da essere stordito. Cerchi solo di respirare. (Davanti all’attacco dei Predator) Queste scene sono grandiose. Fantastiche.

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Paul: Quella che arriva adesso è un’immagine che ho preso dai fumetti: l’idea delle lame invisibili grondanti sangue, che riesci a vedere proprio perché delineate dal liquido. Siamo stati molto influenzati dalla serie a fumetti pubblicata dalla Dark Horse. Molte immagini le abbiamo prese direttamente da lì. Molte immagini dell’alieno…

Lance: Loro lo sanno?

Paul: Sì. Il proprietario della Dark Horse [Mike Richardson] è stato produttore esecutivo del film. Penso che a decretare il successo di Aliens di Cameron – grande lezione su come realizzare un sequel – sia stato il fatto che, venendo dopo un film come quello di Ridley, Cameron ha scelto la via più sensata, cioè fare un film di tipo leggermente diverso. Non ha tentato di rifare il film di Ridley, cioè un horror con cast e ambienti ridotti, ma ci ha regalato azione allo stato puro. È al tempo stesso un film d’azione e un horror. Ci ha messo anche un sacco di humour.

Sanaa: Sembrano immensi.

Paul: I Predator?

Lance: Sono grossi sul serio. Un’altra cosa che ha fatto [Cameron] è stato collegarlo al film precedente già dalle battute iniziali. Fa sognare a Ripley che un chestburster le squarci il petto, e lo fa subito, in modo da non doversene più occupare. Sapeva che gli avrebbero richiesto questi particolari: ha affrontato il problema e poi ha proseguito col suo film. lo la vedo così. Quando vidi il film, gli fui grato di averlo fatto, di averle fatto sognare di risvegliarsi in ospedale con l’alieno che le erompe dal petto: perché se non te ne occupi subito, l’idea continua a tormentarti.

Paul: Lance, hai detto che, dopo aver visto Aliens, eri così sopraffatto da dimenticarti di parlarne con Cameron.

Lance: Già. Jim Cameron lo proiettò per me, Gale Hurd e il tecnico del missaggio. C’erano solo alcuni di noi e alcuni dirigenti della Fox, e io non mi ero reso conto che tour de force fosse stato per lui. L’aveva progettato, disegnato, aveva creato le macchine, aveva fatto tutto quell’incredibile lavoro di progettazione. Il film era finito, e io ero seduto lì, sbalordito: non mi ero reso conto che tour de force fosse stato per lui. Scendemmo dalle scale e, come uno zombie, io guadagnai l’uscita sul davanti. Ero in piedi vicino ai gradini. Jim uscì e mi chiese: «Che ne pensi?» E io: «Jim, sono senza parole: dovrò scriverti». Pensa quanto sono stato stupido. «Dovrò scriverti». E da bravo attore pigro quale sono, non gli scrissi mai.

Sanaa: Avrà pensato che non ti fosse piaciuto.

Lance: Sì, infatti. Sei mesi dopo ci incontrammo per caso e gli dissi: «Jim, non ti ho scritto una lettera, ma sono rimasto sbalordito dal film: mi è piaciuto moltissimo, è incredibile». Ma per sei mesi lui aveva pensato che non mi fosse piaciuto affatto. Quando uscì ebbe un enorme successo. Poi Cameron mi chiamò per la proiezione di prova di The Abyss e mi chiese: «Che ne pensi?»

Sanaa: Questo è forse… Scusate, lasciatemelo dire: è disgustoso. Insomma, santo cielo!

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Lance: È una macchina sforna-muffin.

Paul: C’è il braccio di un tizio infilato nell’ovopositore: fa sgusciare fuori le uova a mano. Abbiamo chiamato lo stesso tizio che l’aveva fatto in Alìens: è arrivato, ha infilato il braccio e via con una seconda spremitura.

Lance: Mio Dio, che bel karma.

Paul: Quando è arrivato ho pensato che fosse felice di tornare a spremere. L’ha fatto come favore a John Bruno, perché i due si conoscevano. (Arrivano dei Predator in scena) Il nostro capo Predator, lan Whyte, era alto due metri e 15: è un giocatore di basket inglese. Siamo stati fortunati a trovare qualcuno che si appassionasse al Predator: ha studiato tutta la gestualità del Predator dei primi due film. Nei primi due film c’era un unico Predator, ma a noi ne servivano molti e non è facile trovare uomini alti più di due metri: uomini alti più di due metri che non soffrano di claustrofobia nei costumi, perché è molto claustrofobico indossare il casco e la testa del Predator. Così abbiamo trovato un tizio alto due metri e 15 e due tizi più bassi, che erano gli stuntman più alti che siamo riusciti a scovare.

Lance: A Praga?

Paul: No. Credo che venissero dalla Germania. Abbiamo cercato in tutta Europa, ed è stato… Nel film, cerchiamo sempre di farli apparire alti uguali, così in tutto il film abbiamo fatto largo uso di cassette di frutta… Quando sono in campo lungo e sono in piedi tutti e tre, e i piedi sono in campo, quindi non si può imbrogliare, creiamo l’illusione che uno sia in primo piano e gli altri molto più indietro: in realtà sono a due centimetri di distanza e sono molto più bassi di lui.

Lance davanti alla scena di Raoul Bova che interpreta i geroglifici alieni: Scopre il meccanismo molto rapidamente.

Paul: Per questo l’ha ingaggiato, Mr Weyland: lei vuole solo il meglio del meglio. (ride) Inizialmente, era arrivato alla scoperta grazie a… Parlavamo di più degli avvenimenti del 1904, e del fatto che, esattamente cento anni prima, tutti gli abitanti della stazione di balenieri erano scomparsi. All’inizio, il film si apriva con un’intera scena ambientata nel 1904, in cui si vedeva la stazione intatta e l’ultimo sopravvissuto che correva per l’insediamento. Quindi Bova aveva più di un indizio a guidarlo verso la corretta conclusione.
Gran parte del film è illuminato dalle torce, è fantastico: è un film molto, molto buio. Mi ha sorpreso che la major non si sia lamentata della cosa. Di solito i produttori insistono:
«Più luce, più luce, più luce». Invece sono stati d’accordo sul tono cupo e tenebroso del film. Ed ecco le tre torce che ho comprato.

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Lance: Tre nella stessa scena.

Paul: Non se ne vedono mai di più.

Sanaa: Il merito dell’illuminazione dovrebbe andare in parte anche agli attori.

Paul (ridendo): È vero. Continuavo a ripetere: «Sii un po’ più spaventata e punta la torcia da questa parte».

Sanaa: «Ancora una volta. La recitazione era perfetta, ma devi puntare la torcia verso la macchina da presa».

Paul: Siete stati tutti molto disponibili. Dopo 15 giorni il direttore della fotografia ha spedito a casa metà delle sue luci.

Lance: Sul serio?

Paul: Sì. Era molto seccato. «Queste allora non ci serviranno».

Lance: Che tipo. (Dopo un po’) Sono stati giorni divertenti, davvero. È un gruppo di attori con cui è fantastico lavorare, sul serio.

Paul: Una squadra di veri mattacchioni.

Lance: Tutti tranne Sanaa. (ride)

Sanaa: lo ero fortunata, perché ero una delle due sole ragazze, circondata da tutti quei favolosi uomini europei e da Lance.

Lance: lo sono nato in America, ma i miei vengono dall’Europa.

Sanaa: Mi avete viziata.

Paul: Ecco un esempio dei tre Predator. I due più arretrati sono i più bassi, e li abbiamo posizionati accuratamente.

Lance: Si muoveva benissimo quel tizio.

Paul: Inoltre, avendo studiato i due film, era formidabile nel ruolo di Predator. Proprio come Tom Woodruff quando vestiva i panni di Alien, lo rendeva vivo, perché lo aveva interpretato negli ultimi tre film.

Sanaa: Ha creato un nuovo vocabolario del movimento, perché ha movenze che ti rendi conto di non aver mai visto prima. Era affascinante guardarlo.

Paul: L’Alien era vivo quando lui indossava il costume. In alcune scene c’erano molte altre persone in costume da alieno, ma nessuna è mai riuscita a eguagliarlo. È stata una lezione: ho capito quanto sia importante l’attore dentro il costume.

Lance: Quella che stiamo per vedere è una delle mie scene preferite.

Sanaa: Un mio amico era in un cinema di New York e qualcuno del pubblico ha urlato… Ecco, aspettate che succeda.

Lance: Quando si avventano sulle vittime? Adoro quella scena.

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Paul: Che cosa ha urlato?

Sanaa: In questo punto non si vede, forse è in un’altra scena, ma quel tizio ha urlato: «Guardate, passere volanti». (ride) Scusate.

Paul: Come hai detto?

Sanaa: Non hai sentito? Sembrano vagine volanti.

Lance: Finché non vanno in erezione.

Sanaa: Santo cielo. Lo si vede in un’altra scena. Non avete capito.

Paul: Ma sì, abbiamo capito.

Lance: Per me, vederli volare attraverso la stanza li rende terrificanti.

Sanaa: Ero così arrabbiata con lui quel giorno.

Paul: Con Colin?

Sanaa: No. Lex con Colin. Lex con Max. [Intende che il suo personaggio è arrabbiato con il personaggio interpretato da Colin Salmon.]

Paul: Abbiamo realizzato la visione dei Predator esattamente come nei film precedenti, ma con macchine da presa a visione termica di ultima generazione. Mentre nei vecchi Predator erano grandi come maggiolini Volkswagen, grandi come una Volkswagen e venivano appese a degli elicotteri, ora queste macchine sono grandi come un piccolo…
È venuto un tecnico speciale. Sono così sensibili che, mentre giravamo all’interno dei corridoi, che erano di legno, riuscivano a vederci attraverso, riprendevano quello che c’era dietro. In alcuni casi abbiamo dovuto rigirare tutto perché si vedeva quello che c’era al di là dei muri. Uno dei macchinisti aveva lasciato una tazza di caffè e così si vedeva che nella piramide c’erano delle tazze di caffè. In alcuni casi si vedeva attraverso la piramide fino al muro del teatro di posa. (Il personaggio di Adele si sveglia e un chestbuster le inizia ad uscire dal ventre) Adoro il primo rumore.

Sanaa: Non ho lo stomaco per questo.

Lance: Guardate il set. È immenso, gigantesco: non una briciola di computer grafica.

Paul: Era tutto vero.

Lance: Ecco perché, quando ho visto il set, ho pensato a un film da 90 milioni di dollari. Tutto ti porta a crederlo.

Paul: Abbiamo risparmiato molto costruendolo a Praga.

Sanaa: Ho un amico che ora sta lavorando in Irlanda a un film ambientato a New York.

Paul: Hai molte agevolazioni fiscali in Irlanda.

Lance: Davvero?

Paul: Sì. Brevemente, quanto all’aspetto finanziario del film, avevamo previsto… La sola costruzione dei set, se realizzata a Los Angeles, ci sarebbe costata 20 milioni di dollari. A Vancouver, 15. A Berlino, cinque. Abbiamo costruito esattamente gli stessi set a Praga per due milioni di dollari.

Sanaa: Cosa?

Lance: È incredibile.

Paul: Quindi abbiamo risparmiato 18 milioni di dollari. Ecco perché sembra una grossa produzione, mentre ha avuto un budget contenuto.

Lance: Ottimo lavoro.

Paul: Era importante per la major. Hanno considerato gli incassi realizzati con gli ultimi due Alien e l’ultimo Predator, e non sono stati grandi successi di botteghino. Non facevano un Predator da 14 anni.

Lance: Il modo in cui hai congegnato la piramide ricorda il Cubo di Rubik: sembra non esserci via d’uscita. Lei continua a guardare la bussola, lo pensavo: «Non ti servirà a niente».

Paul: Sono sempre stato affascinato dal mito del Minotauro, la belva nel cuore del labirinto.

Lance: È claustrofobico. Questo è il peggior incubo di mia moglie. Quando ha visto il film mi ha quasi staccato il braccio a forza di torcermelo. Davvero. Essere intrappolati in un posto così…

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Sanaa: Questa parte l’avete girata in un paio di giorni, giusto?

Paul: Sì, tutte le scene negli spazi angusti.

Lance: Fantastico.

Paul: Volevamo fare qualcosa che ricordasse l’atmosfera claustrofobica della scena nei condotti di Alien, quando Tom Skerritt si inoltra nei cunicoli. O di Aliens, quando tu devi infilarti in quella conduttura, una scena che mi terrorizzò la prima volta che vidi il film.

Lance: Jim mi chiese se soffrivo di claustrofobia e io naturalmente risposi: «No. Posso cavalcare, guidare una moto, strisciare in un tubo». Una volta dentro, pensai: «Questo è un incubo». Piegava a gomito in un punto: ti ci addentravi e poi giravi a destra. Lo richiusero alle mie spalle saldandolo, e così si riempì del fumo della saldatura ad arco. Pensai: “Non uscirò vivo da qui”. Era lungo 30 metri. Però la cosa funzionò.

Paul: L’atmosfera claustrofobica è perfetta per l’alieno. Non puoi fare un Alien senza il fattore claustrofobia.

Lance: Perché è viscerale. Quando vidi Alien di Ridley Scott, mi sembrò quasi di sentirne l’odore. L’acqua che gocciolava… Avrei giurato di aver sentito l’odore di quel mondo. Una sensazione stranissima: i miei sensi erano tutti vigili.

Paul: Con questo film abbiamo voluto dare al pubblico un’ambientazione diversa. C’erano già stati quattro Alien, e siccome tutti erano ambientati in astronavi e corridoi, tutti e quattro proponevano più o meno lo stesso scenario. Qui, con la piramide, abbiamo voluto trasmettere una sensazione diversa, pur mantenendo l’atmosfera claustrofobica che rende l’alieno così spaventoso.

Lance: Anche quei laser verdi sono stupendi, invece dei rossi. Sono fantastici.

Paul: Sì, sono molto più potenti.

Lance: Nessuno si è ferito agli occhi: tutti sono stati molto attenti.

Paul: Quello sul fucile era il Super Slime.

Sanaa: C’erano il Super Slime e la Super Goo. Due diverse consistenze: quella densa e quella più acquosa. Qual era il Super Slime?

Paul: Il Super Slime era il più denso.

Sanaa: E quello acquoso?

Paul: Quello più acquoso, che spalmavamo sull’alieno, era KY Jelly, che loro non…

Sanaa: Che mi è entrato in bocca varie volte.

Paul: Ma era giusto così.

Sanaa (ridendo): Sul serio. Quando l’alieno mi sta addosso e io urlo…

Lance: Adoro il tremolio delle labbra della creatura: è terrificante. È come se fosse in preda alla rabbia. Guardate.

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Sanaa: Come se non vedesse l’ora di ucciderlo.

Lance: È fantastico.

Paul: Questa inquadratura di Ewen l’abbiamo presa da un’altra scena. Inizialmente, non veniva catturato qui, ma in un altro posto. Rimaneva solo e si aggirava per i cunicoli più a lungo, troppo a lungo. Quando abbiamo cambiato idea, il set già non c’era più e non potevamo rifare il primo piano. Così abbiamo preso l’inquadratura da un’altra scena e la cosa non si nota. Be’, forse ora sì.

Sanaa: Mi ricordo di quel giorno.

Paul: Il KY Jelly abbiamo dovuto importarlo perché nella Repubblica Ceca, dove stavamo girando…

Lance: Era illegale?

Paul: No. C’era la versione locale, ma non era altrettanto buona: non era abbastanza lucida. Perciò abbiamo dovuto importare il vero KY. Quantitativi enormi, casse intere.

Lance: Dalla “Casa dei mille piaceri” di Hollywood. (tutti ridono) Sto scherzando.

Paul: È strano che tu l’abbia detto, perché i carichi di KY Jelly ci sono stati regolarmente confiscati dalla dogana. Abbiamo spedito un sacco di materiale a Praga: teste e uova di alieni, roba strana, ma la dogana ci confiscava solo il KY Jelly. Forse pensavano che lavorassimo nell’industria porno di Praga.

Lance: Santo cielo.

(continua)

– Ultimi post simili:

Alien vs Predator: commento audio (1)

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Riporto di seguito la trascrizione del commento audio del regista e sceneggiatore Paul W.S. Anderson insieme agli attori Sanaa Lathan (protagonista) e Lance Henriksen (mito vivente) presente nell’edizione speciale 2 DVD (2005) del film Alien vs Predator (2004).

Paul: Salve. Mi chiamo Paul Anderson. Sono qui con…

Sanaa: Sanaa Lathan.

Lance: E Lance Henriksen. (risate) Perché ridono?

Paul: Non voglio fare questo commento con te, Lance. Hai una voce troppo bella.
20th Century Fox: è la major con il mio logo preferito.

Lance: Da bambino, al cinema, mi emozionavo quando compariva la scritta.

Paul: Per me è sinonimo di Guerre stellari. Associo il logo a Guerre stellari, che è il film che mi ha cambiato la vita.
Questo logo [AVP] e il titolo sono un omaggio ad Alien e Predator. L'”AVP” ricalca lo stile usato da Ridley Scott per la scritta “ALIEN” del primo film, a cui abbiamo aggiunto la scritta in piccolo alla Predator.

Lance davanti alla scena della “Regina” nello spazio: Questo è fantastico. Non si capisce che cos’è e poi scopri che è un satellite. È meraviglioso.

Sanaa: Sembra un’enorme creatura mostruosa.

Paul: Sì, deve assomigliare alla Regina aliena. È stato costruito in modo che, da una certa angolazione, ricordi la Regina. Abbiamo aggiunto pezzi della Regina generata al computer per aumentare l’effetto. (appare la scritta Weyland Corporation) Weyland Corporation: roba tua, Lance.

Lance: Lo so, la riconosco.

Paul: Uno dei satelliti della tua rete.

Lance: Delle molte reti. È stata una bella sensazione interpretare un miliardario. Avrei dovuto insistere con Bill Gates: non mi ha mai richiamato.

Sanaa: Ci hai provato?

Lance: Sì, ho cercato di scoprire cosa significasse essere un miliardario.

Paul: È bello, suppongo.

Lance: È bellissimo. Non hai bisogno di girare con i soldi in tasca.

Paul: Quello che si vede alla TV è Frankenstein contro l’Uomo Lupo [1943]. E quella a destra dello schermo è l’anatra oscillante di Alien, la piccola anatra che c’era sulla Nostromo del primo film.

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Lance: Ci sono molte citazioni in questo film.

Paul: Sì, essendo un fan le ho disseminate qua e là, soprattutto all’inizio. Come il codice Morse in quella scena. Se conosci il Morse, dice: «Chiunque vinca, noi perdiamo».

Sanaa: Dici sul serio?

Paul: Sì.

Sanaa: Sai proprio tutto, Paul.

Paul: Adoro il codice Morse.

Sanaa: Questa sono io in cima alla montagna. A Courmayeur: non ho mai patito tanto freddo in vita mia.

Lance: Questo è il mio passaggio preferito: si tiene con un braccio e parla al cellulare.

Sanaa: (ride) È una vera dura. [She’s a bad bitch]

Paul: Abbiamo allestito un set per i primi piani di Sanaa. Siamo davvero in cima alla montagna. Per i campi lunghi, invece, abbiamo usato una controfigura.
Siamo a migliaia di metri sul livello del mare. È il set più alto mai allestito: credo che deteniamo il record.

Sanaa: Il giorno che siamo arrivati la temperatura percepita era meno 80 gradi centigradi, cioè meno 50 gradi Fahrenheit: ho pensato che mi si sarebbero staccate le dita per via dei geloni. Erano in fiamme.

Lance davanti alla scena delle piramidi messicane: Paul, lo sfondo è fatto al computer?

Paul: Sì.

Lance: È splendido.

Paul: Quella è la Piramide del Sole, che si trova a Teotihuacán, in Messico.

Lance: È perfetta. Sembra vera.

Paul: Tutta opera del computer. Un giornalista messicano mi ha chiesto se avessimo girato la scena in Messico, mentre in realtà eravamo a Praga, in una cava di sabbia. Era il nostro primo giorno di riprese: il peggior primo giorno che mi sia capitato.

Sanaa: Perché ha nevicato, vero?

Paul: Già: nevicava in Messico. Doveva fare caldissimo e le comparse non volevano levarsi i cappotti.

Lance: Ce n’è una che sembra infreddolita: faceva freddo?

Paul: Si congelava. Il sole è uscito un paio d’ore e poi è sparito.

Sanaa: È tutta gente di Praga? Le comparse sono tutte di Praga?

Paul: Sì.

Sanaa: Sembrano messicani.

Paul: Abbiamo fatto un casting accurato.

Lance: Fantastico.

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Lance: E questo è Raoul Bova.

Sanaa: Il bello con le chiappe da urlo…

Paul: Raoul Bova, “Chiappe da urlo”. Tu lo sai meglio di me. Non gli ho mai guardato il sedere.

Lance: Nemmeno io.

Paul: Ecco Colin Salmon e il suo sedere. A lui qualche volta l’ho guardato.

Lance: Weyland. Questa è pubblicità subliminale per la mia società.

Paul: Abbiamo mantenuto la “W” della sigla originale Weyland-Yutani, abbiamo semplicemente eliminato la “Y”.

Sanaa davanti alla scena di lei che vola in elicottero sui ghiacci: Questo è un interno: si sono limitati a scuotere l’abitacolo.

Paul: Stai svelando i segreti del film.

Sanaa: Tu parlavi di trucchi al computer.

Lance: Posso sapere perché avete eliminato il capitano? Ricordi la discussione sul ghiaccio? La scena in cui il capitano…

Paul: Sì. Era una scena breve. Perché l’abbiamo eliminata? Soldi. Problemi di tempo. Avevamo un budget ridotto.

Lance: Pensavo il contrario. Sembrava disponessi di tutto quello che desideravi.

Paul: Ecco una cosa di cui sono soddisfatto: sembra un film costoso, sembra una grossa produzione. Abbiamo speso meno di David Fincher per Alien 3, e parlo di parecchi anni fa.

Sanaa: Quanto è costato?

Paul: Questo film?

Sanaa: No. Alien 3.

Lance: Non possiamo dire quanto è costato questo.

Paul: No, perciò non posso dire quanto è costato Alien 3.

Sanaa: Ma il costo di questo film è su Internet. [60 milioni di dollari stimati, secondo IMDb, mentre Alien 3 ne è costato “solo” 50, sempre secondo IMDb.]

Paul: L’abbiamo realizzato a un costo molto contenuto.

Lance: È una cosa che mi riesce difficile credere. Agli intervistatori ho sempre detto che è costato circa 90 milioni di dollari.

Sanaa: Ma meno è costato, più siamo stati bravi noi, giusto?

Paul: Esatto.

Lance: Sono stato chiaramente uno stupido a rispondere così.

Paul: lo ho sempre risposto: «Più di 100 dollari».

Lance davanti alla scena dell’elicottero sui ghiacci: Che bell’effetto.

Paul: Trovi? lo detesto questa scena: è la ripresa con effetti visivi che più odio in questo film.

Lance: Davvero? Per il movimento dell’elicottero? La nave è fantastica.

Paul: La nave va bene, è l’elicottero che non siamo riusciti a muovere nel modo giusto:
sembra un modellino, cosa che infatti è. Mi è dispiaciuto molto. Trovo che ci siano dei begli effetti visivi nel film, ma questa è la ripresa peggiore, ed è proprio all’inizio.

Lance: Il che è un errore.

Paul: Non siamo mai riusciti a sistemarla a dovere. Saremmo dovuti andare in Antartide e filmare un elicottero e una nave veri, ma… È una cosa piuttosto costosa.

Lance: Avete speso troppo per quel tizio, quello sul ballatoio. [Cioè Lance Henriksen!]

Paul: Abbiamo dovuto comprarlo.

Lance: Avete dovuto comprarlo.

Paul: Non è a buon mercato.

Lance: Per niente. Guardate là: fantastico. (ascoltano Lance recitare nel discorso di Weyland) Non ho molto da dire: è bellissimo. Adoro la stiva della nave.

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Paul: Parliamo ancora un po’ di Sanaa sulla cascata di ghiaccio allora.

Lance: Chi c’era lassù?

Sanaa: lo.

Lance: No. Chi era lo stuntman?

Paul: Era una donna. Non lo fa di professione.

Sanaa: È una delle migliori rocciatrici britanniche.

Lance: Non la preoccupava dover scalare quella cascata?

Paul: Sì. È una rocciatrice, e non aveva mai scalato il ghiaccio prima, perciò l’abbiamo allenata. Ma il problema delle cascate di ghiaccio è che non sono pareti di roccia solida: possono cedere in qualsiasi momento. Avevamo una gran fretta per via della stagione in cui abbiamo girato. Aspetti che il sole illumini la cascata per avere un bell’effetto, ma più passa il tempo, più il ghiaccio si scioglie, e più aumentano i rischi.

Lance: Era legata?

Sanaa: Sì.

Paul: Era legata e poi abbiamo cancellato le corde a computer.

Sanaa: Mi ha portata su lei.

Paul: C’è un punto in cui sembra che Lex scivoli: lì la scalatrice è caduta dalla cascata, ma le corde l’hanno sorretta: abbiamo tagliato un attimo prima che la si veda cadere. Sono state riprese pericolose, ma Sanaa…

Sanaa: Mi ha portata in un rock bar di Praga, così ho potuto avere un assaggio di cosa significhi scalare la roccia.

Lance: Un rock bar?

Sanaa: Non ne hai sentito parlare? C’è una stanza con un muro pieno di incavi, accanto c’è un bar e il pavimento è coperto di materassi. Tu ci sei venuto?

Paul: No. Temevo che non ti facesse piacere, perciò ho pensato fosse meglio non venire.

Lance davanti alla scena di Sanaa che si alza e se ne va dal ponte della nave: Guarda come sei bella qui.

Sanaa: Odio quell’inquadratura.

Paul: Perché?

Sanaa: Perché quel maglione mi ingoffisce e non mi piace come mi sta.

Paul: Avresti dovuto dirlo quel giorno.

Sanaa: Non sapevo che mi stesse male. Non metterti sulla difensiva: non è colpa tua.

Paul (ridendo): Tutto è colpa mia.

Sanaa: Tutto è colpa tua.

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Lance: Il gioco con la penna era un rimando a…

Paul: Ce lo siamo perso? È una delle cose che preferisco: quando lo vedono, i fan di Aliens impazziscono.

Sanaa: Non so niente del gioco della penna, che cos’è?

Paul: È una citazione visiva da Aliens, in cui Lance blocca la mano di Bill Paxton.

Lance: E usa il coltello.

Sanaa: Ah sì.

Lance: Subito prima che tu entri, lo faccio con la penna, mentre guardo il computer.

Paul: Volevo che nella storia ci fosse continuità con la saga di Alien anche a livello di cast e Lance era il candidato perfetto, perché Bishop in Aliens e Alien 3 era un androide. Ho pensato che se Weyland aveva inventato tutta questa tecnologia… È come se fra 150 anni la Microsoft creasse un androide con la faccia di Bill Gates. Poi Lance ha suggerito l’idea che se avevano usato la sua faccia per l’androide Bishop dovevano aver usato anche la sua gestualità, perciò ha preso alcuni tic e gesti tipici di Bishop e li ha retroattribuiti a Weyland.

Sanaa: “Retroattribuiti”: si può dire? Mi piace. Ma è una parola che esiste veramente?

Paul: Certo.

Lance: Basta così, Sanaa.

(ridono tutti)

Sanaa: Scusate. “Retroattribuire”. Non l’ho mai sentito.

Paul: Ti sfido a usarlo alla prima, stasera.

Lance: «Ho passato la giornata a retroattribuire». Vediamo che faccia fanno. (guardando Sanaa inquadrata sulla nave) Guarda come è bella qui, guarda che illuminazione. Un grande direttore della fotografia.

Paul: David Johnson.

Lance: È davvero geniale. È riuscito persino a farmi apparire più emaciato del solito: hanno tolto il colore da ogni scena in cui compaio.

Paul: Sì. Abbiamo anche fatto un internegativo intermediato della pellicola in modo da alterare leggermente il colore. Così ti abbiamo reso più pallido.

Lance: Altroché. Ogni ruga della faccia… Cavolo, sembra la mappa dell’Antartide, con segnato ogni minimo ghiacciaio.

Paul: Abbiamo dato un po’ di luminosità a Sanaa, e poi abbiamo pensato a te: «Come farlo sembrare davvero malato?»

Lance: Mi hanno dipinto con lo spray. No, è fantastico. Mi è piaciuto quando l’ho visto. Ogni inquadratura.

Paul: È molto importante per me, perché ti considero il custode dell’eredità di Alien.
lo adoro Aliens, l’ho visto un centinaio di volte.

Lance: Dici sul serio?

Paul: Sì, posso citarti interi pezzi a memoria.

Sanaa: Quando lo vedi? Ora vai a casa e…

Paul: Non in questo momento.

Sanaa: Lo guardi di notte e nei weekend…?

Paul: Ogni volta che vado a casa e non so che film guardare, è la mia soluzione in automatico: guardo Aliens perché mi piace tantissimo.

Lance: Immagina quanto è stato ossessionato dall’idea di girare questo film… (davanti alla scena dell’astronave dei Predator con il grafico 3D del tempio) Questo lo adoro. Questa scena di computer grafica è molto esplicativa. È fantastica.

Paul: È un altro riferimento visivo ad Alien, quando la Nostromo si risveglia e si vedono le scritte al computer riflesse sul casco degli astronauti. Abbiamo pensato di fare lo stesso con i caschi dei Predator.

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Sanaa davanti alla scena di lei che parla sul ponte della nave: Questa è una delle scene dei provini, dei miei provini filmati.

Lance: Come sei andata?

Sanaa: Come sono andata, Paul?

Paul: Bene: hai avuto la parte.

Sanaa: Qui continuavo a dimenticarmi le battute, ti ricordi?

Paul: Sì, ma costavi poco…

Sanaa (ridendo): Durante il provino, pensavo: «Sto sbagliando tutto. Non mi prenderanno».

Paul: Abbiamo fatto un mucchio di provini per questa parte perché per dare a Sigourney una degna erede dovevamo trovare la migliore attrice possibile per il ruolo. Ho fatto così tanti provini filmati per questa scena che, al momento di girarla sul serio, la odiavo. Quel giorno mi sono detto: «Devo girarla di nuovo?» Mi sembrava di aver lavorato in teatro per sei anni, ripetendo sempre la stessa cosa.

Lance: Mi piaceva molto Agathe. [Agathe de La Boulaye, la grintosa biondina nel ruolo di Adele.]

Paul: È stata una vera scoperta.

Lance: Sì, davvero.

Paul: È una bella scena, anche se breve.

Lance: Bellissima. Crea una connessione… Fra le due ragazze e con gli altri.

Sanaa: Donne.

Lance: Donne, scusa. Avete aggiunto della neve o nevicava davvero così fitto?

Paul: Alle inquadrature in esterni abbiamo aggiunto la neve, ma i veicoli ripresi di fianco erano modellini.

Lance: Sul serio?

Paul: Sì. Lunghi un metro. E nelle scene all’interno della cabina il veicolo, che è un gatto delle nevi, in realtà non si muove: quel veicolo è fermo, mentre tutti gli altri si muovono lentamente all’indietro per creare l’illusione del movimento.

Sanaa: Visto quanti strati avevamo addosso? Si moriva di caldo. Avevamo i cappelli e ben tre strati di roba sotto le giacche a vento.

Paul: Questa è una delle immagini del film che preferisco.

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Sanaa: Erano le quattro del mattino, giusto?

Paul: Faceva molto freddo. Abbiamo girato in una discarica di Praga.

Lance: Quella roba che viene giù era vera. Me lo ricordo. Giusto?

Paul: No, era neve finta.

Lance: Voglio dire che c’era davvero, non è generata al computer.

Paul: No, c’era davvero.

Lance: I tecnici hanno creato una neve perfetta.

Paul: Abbiamo fatto molte prove prima di girare il film: non abbiamo fatto provini filmati solo agli attori, ma anche alla neve. Abbiamo fatto un sacco di prove, abbiamo provato la neve di carta, di plastica e di schiuma.

Lance: E di patate.

Paul: Era la mia preferita, la neve di patate.

Lance: Sì?

Paul: Mi piaceva l’idea di una neve di patate.

Lance: L’abbiamo usata ne Gli occhi del delitto [Jennifer Eight, 1992]: ti si incollava in gola. Ti entrava dappertutto, in molte scene ho rischiato… di soffocare.

Paul: E quando si posava al suolo, se pioveva un po’, ti ritrovavi a sguazzare nel purè.

Lance: Guardate che roba. Fantastico.

Paul: Alla fine abbiamo scelto la schiuma, di cui è fatta la maggior parte di questa neve.

Sanaa: Siamo stati fortunati con le riprese notturne in esterni, perché le abbiamo girate subito prima che a Praga arrivasse il freddo.

Paul: Il freddo vero.

Sanaa: Tutto il resto l’abbiamo girato in interni.

Paul: Non abbiamo girato niente in Antartide, ma sembrava di esserci per il gran freddo.

Lance: Sembrano parti di alieno, quelle appese. Era un set bellissimo, un set da sballo: fantastico.

Paul: Per costruirlo ci siamo basati su foto di vere stazioni di balenieri abbandonate. Sulle isolette al largo dell’Antartide, ci sono stazioni di balenieri di 80 anni fa perfettamente conservate, perché il gelo le ha mantenute. E ci sono davvero le tazze congelate sui tavoli, e tutto il resto. Qui ora siamo in interno.

Sanaa: L’abbiamo girato molto dopo…

Paul: Era un set costruito in un hangar di Praga. Abbiamo girato tutto a Praga, tranne la scena iniziale sulla cascata, che era…

Sanaa: Nelle Alpi italiane.

Paul: Monte Bianco.

Lance: Quei set erano grandi come campi di football, erano immensi. Quando sono entrato nella piramide sono rimasto sconvolto, tu no?

Sanaa: Già. Ti ricordi il primo giorno di riprese? La scalinata? Ho pensato: «Mio Dio, ecco cosa vuol dire lavorare in un film d’azione». Ero sconvolta. E Paul: «Ancora una volta, per favore».

Paul: Povera Sanaa.

Sanaa (ridendo): Stavo schiattando.

Paul: Tutti quei tuoi bei film romantici e poi arriviamo noi a romperti le palle.

Lance: Lui è un tipo davvero divertente. Ewen. [Ewen Bremner, nel ruolo di Graeme.] Quando siamo tornati, la Sony ci ha ingaggiati per una gag, un giorno di riprese. Ewen me l’ha detto a Praga. «Ti va di farlo?» E io: «D’accordo». C’erano solo due personaggi, io e lui. Un giorno di lavoro, al mio rientro. È stato forte. Lui è spassoso.

Paul: È un grande attore.

Lance: È un vero personaggio.

Paul: All’inizio parlava con accento americano, vi ricordate? [Ewen è scozzese] L’ha fatto per le prime due settimane e non funzionava…

Lance: Non l’ho notato: questo dimostra quanto non funzionasse.

Paul: Era divertentissimo sul set prima delle riprese, ma non appena dicevo: «Motore e azione» e lui cominciava a parlare da americano, smetteva di essere divertente. Così abbiamo deciso che fosse scozzese.

Sanaa: È buffo. Non ce l’avevi detto e io pensavo: «Il suo accento americano è pessimo». Quando è diventato scozzese…

Paul: Pensavi che ogni tanto gli sfuggisse un errore. Non l’avevi capito.

Lance: Non avevo notato… Pensavo che stesse facendo l’accento scozzese.

Paul: Questo dimostra quanto fosse bravo a parlare americano. In realtà ha un ottimo accento americano. Lo fa alla perfezione in Black Hawk Down [2001]. Penso sia difficile essere divertenti quando si usa un accento che non è il proprio.

Sanaa: Dici? Perché è una questione di ritmo.

Paul: Credo di sì.

Lance: Adoro questa parte. Il laser che ha tagliato via quel pezzo: fantastico.

Paul: Non so se il messaggio arrivi chiaramente come avrei voluto io: ha tagliato via una fetta degli edifici per andare a scavare quel tunnel. Forse si capisce. È stato disegnato al computer e noi abbiamo allineato esattamente il foro.

Lance: Credo che, guardando il film più volte, lo si capisca.

Paul: Il fatto è che un’idea molto astratta. E poi non si sa veramente di cosa si tratti.

Lance: È densissimo questo film. Qui abbiamo fatto una battuta. Ci siamo rivolti a Quinn e abbiamo detto: «Ora riempi il buco grande e scavane un altro accanto con la tua trivella». (ride)

(continua)

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