La Storia di Alien 10. Sul set


10.
Sul set

Chiunque sia stato intervistato negli ultimi quattro decenni in merito ad Alien ha ripetuto che Ridley Scott è un grande regista, un vero artista e via dicendo: che lo pensino o meno, rimane comunque un giudizio a posteriori. Nel luglio del 1978 Scott è un emerito sconosciuto, un “giovane talento” che viene dal mondo della pubblicità e quindi per gli standard di Hollywood è peggio che essere un esordiente totale. (Ancora nei primi anni Novanta i dirigenti della Fox avranno epiteti sprezzanti per David Fincher, anche lui proveniente dal mondo della pubblicità.) Ridley ci soffre, è un regista affermato, ha esperienza e soprattutto un ego che ha già raggiunto i confini del sistema solare: il problema è che sta giocando “fuori casa” e deve lottare con le unghie e con i denti contro il sistema hollywoodiano.

Tom Shone nel suo Blockbuster (2004) rievoca l’atmosfera che si respirava sul set durante le riprese:

«Le riprese furono molto tese. Sebbene avesse già I duellanti sulle spalle, Scott era trattato, e reagiva, come fosse un regista esordiente, con ogni sua singola decisione vagliata dai dirigenti della Fox e messa in discussione. Stando all’art director Roger Christian, a quattro giorni dall’inizio delle riprese c’erano già nove dirigenti Fox sul set, “a contare i minuti in cui Ridley lavorava e a lamentarsi quando non lavorava, e Scott dirigeva a più non posso. Non gli avevano dato alcun tempo per la lavorazione prima delle riprese quindi nei primi due giorni doveva trovare lo stile del film, e uno dei produttori venne da me il quarto giorno, dicendo ‘perché ci mette così tanto?’… Ricordo un incidente, ero accanto a Scott e lui scoppiò come una bomba: tirò un pugno sul soffitto perché non capiva come mai tutti gli fossero così addosso”.»

Shone riporta un aneddoto raccontato da Scott. Un giorno Sigourney Weaver lo incrocia al parcheggio dei Pinewood Studios e scopre che Ridley viaggia con una Rolls-Royce, e gli chiede: «Dove l’hai presa? Te l’ha regalata tuo padre?» Malgrado anni dopo tutti sbrodoleranno a considerare Scott un grande regista, all’epoca nessuno vuole riconoscergli alcun merito, e lui ci soffre:

«All’epoca gestivo un’impresa di successo da almeno dieci anni eppure nessuno mi chiedeva cos’avessi fatto prima di Alien. Venivo chiamato di continuo a giustificare ogni mia mossa, e avrei voluto rispondere: “So cosa sto facendo, lasciatemi lavorare, okay?” Credo che la tensione sul set di Alien fosse dovuta alla mia insicurezza e in parte perché mi venivano poste continuamente domande stupide. Sì, possiamo dire che sul set di Alien c’era tensione.»

Malgrado nelle interviste successive lo darà per una tecnica affinata negli anni («A volte è meglio non dire niente [agli attori] e lasciarli fare, e solo dopo dare istruzioni», spiega nel documentario The Beast Within), in realtà Ridley è sin da subito un regista attento alla scena molto più che agli attori: le persone per lui non sembrano avere più importanza della scenografia. La mia opinione è che sia una tecnica sviluppata nel mondo pubblicitario, dove il marchio e l’oggetto da pubblicizzare sono decisamente più importanti dell’attore coinvolto nello spot. Con Alien Ridley sta pubblicizzando la sua personale visione del futuro mediante l’erezione di una cattedrale nello spazio, formata da una quantità inimmaginabile di oggetti costruiti con perizia quasi ossessiva, la cui perfezione purtroppo deve fare i conti con la limitatezza della vita umana.

Questa non sarà una ripresa: sarà una guerra! (da “Alien Magazine”, 1979)


La scena prima degli attori

Nel nono disco dello storico cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003), quello dedicato ai “bonus features”, c’è un breve documentario intitolato “Bob Burns Alien Collection”. Burns è diventato collezionista quasi per caso, e una volta conquistata la fiducia della 20th Century Fox si è visto recapitare a casa oggetti di scena, astronavi ed intere sezioni di fondali: per caso è interessato a conservarli? Così liberiamo un po’ di spazio nei magazzini della major. Burns sarebbe stato un pazzo a rifiutare, e nel corso degli anni è diventato una sorta di curatore museale alieno ed organizzatore di mostre: quando i tecnici di Alien Resurrection (1997) avevano bisogno di una Regina Aliena, sono andati a bussare da lui per avere quella usata da James Cameron in Aliens (1986). Ecco, quel tipo di custode.

Un collezionista maledettamente fortunato che tributa omaggio alla Regina

Nel video in questione Burns mostra alcuni dei pezzi migliori della sua collezione di oggetti di scena, e quando passa a quelli del film Alien ciò che colpisce è l’incredibile cura dei particolari. Tutto ciò che vediamo nel film è perfettamente funzionante, non è finzione filmica, e ciò che vediamo è inoltre solo una parte di ciò che Ridley Scott ha fatto costruire. La cucina, l’officina, le tute, le luci, gli strumenti, i cacciaviti, ogni più piccolo particolare dell’oggettistica, del vestiario e della scenografia è vero, un oggetto reale perfettamente funzionante: rimane leggendaria la luce della piccola torcia, prelevata dal set nel 1978 e nel 2003 ancora perfettamente funzionante! «Ma che batterie usano in Inghilterra?», è il commento di Bob.

Il perfezionismo di Scott fa funzionare una torcia dopo 25 anni!

La straordinaria attenzione dedicata agli oggetti di scena, ai fondali, alle scenografie, ai set, all’astronave e ad ogni suo particolare si infrange contro una sorta di disinteresse per le vite stesse degli attori. Per esempio le tute spaziali (opera di John Mollo) con cui i personaggi di Dallas, Lambert e Kane esplorano la superficie del pianeta non sono state testate prima di iniziare le riprese, quasi come se doverle applicare ad un essere umano non fosse stato minimamente preso in considerazione: figuriamoci poi se c’è tempo di chiedere a qualcuno degli attori se è claustrofobico… come John Hurt.

Sia Tom Skerritt che Veronica Cartwright nel documentario The Beast Within (2003) raccontano di svenimenti continui sia degli attori che dei tecnici, sia perché (ci informa il citato saggio Blockbuster) quell’estate la temperatura si aggirava sui 45 gradi («Cascavano come mosche» ricorda Cartwright nel documentario del 2003) sia perché non c’era il minimo ricambio d’aria nelle tute ermetiche, tanto che dopo qualche minuto di ripresa gli attori in pratica inalavano anidride carbonica: attraversare un enorme set – dove in pratica è stato ricostruito a grandezza quasi naturale il pianeta alieno che vediamo nel film – si è rivelata sin da subito un’impresa ai limiti della sopravvivenza.

È più pericoloso il set rispetto al pianeta alieno

L’apice si raggiunge quando si inizia ad usare dei bambini per le riprese in lontananza, così da lasciar tirare il fiato agli attori esanimi: due di quei bambini sono i figli del regista – Jake e Luke Scott, oggi entrambi registi dopo aver partecipato a vario titolo ad altri film della saga aliena – fatti lavorare chiaramente in una situazione né sicura né salutare. A dimostrazione di quanto Ridley fosse disposto a mettere in gioco per ottenere un prodotto di alta qualità.

Gli “scottini” costretti a lavoro minorile poco sicuro

Ecco come Veronica Cartwright ricorda quel periodo, nel citato documentario:

«Il primo giorno di riprese tutti i nodi vengono al pettine. C’era tanto di quel fumo, roba da non crederci, continuavano a creare sempre più fumo perché la nave era in fiamme in seguito allo schianto sul pianeta misterioso: mi stupisce che nessuno sia morto. Non c’erano misure di sicurezza. Oggi il fumo è a base di acqua, ma è una trovata recente, allora si usavano ancora barili pieni di sostanze infiammabili. Alla fine della giornata eravamo tutti sudici perché non facevano che spruzzarci addosso glicerina, fumo e cera vergine.»

Vieni a girare Alien, vedrai che ridere…

«Eravamo tutti scontenti», racconta Skerritt, «ma ne valeva la pena: sarebbe diventato un classico». Sicuramente è più facile dirlo nel 2003, che nel 1978 mentre si sta soffocando dal fumo e dalla propria anidride carbonica. O dovendo tenere in braccio un gatto a cui si è allergici, come Sigourney Weaver, che a The Beast Within racconta:

«La prima settimana dovevo girare le scene con in braccio il gatto Jonesy ed ero coperta di glicerina, perché nel film faceva caldo e dovevamo essere sudati. Durante le riprese la mia faccia cominciò a diventare sempre più rossa, e sentivo un calore insopportabile. Guardai il gatto e per fortuna ci fu una pausa. Andai di sopra e piangevo, perché avevo capito di essere allergica a Jonesy, e pensai: “Chissà com’è stata dura per Ridley trovare quattro gatti uguali, mi cacceranno perché sono allergica al gatto”. Di certo era stato più difficile trovare i gatti che trovare me, o forse no: non lo so. Per fortuna, dopo essermi lavata, vidi che il problema era la glicerina unita al pelo. Mi ricordo di aver pensato: “È finita”.»

Non è un caso che Ripley tenga Jonesy giusto nelle foto

Mentre gli attori si sentono imprigionati nell’enorme struttura, il regista ha dovuto affrontare il problema di crearla, quella struttura. Blockbuster cita uno sfogo molto illuminante di Ridley Scott:

«A volte gli attori si dimenticano del mio lavoro, e che ho in testa milioni di minuzie di cui dovermi occupare. Di solito non hanno la visione d’insieme. Quando vengo attaccato, sto pensando alla creazione delle loro tute, delle loro scarpe, o di qualche altro particolare della scena, e d’un tratto mi viene richiesto un qualche preciso particolare della narrazione: non sempre sono dell’umore giusto, e la rabbia scatta.»

Mentre gli attori devono preoccuparsi “solo” del loro personaggio, Scott ha un intero mondo da costruire, anzi: un intero universo cinematografico da rielaborare. L’idea di creare un ambiente claustrofobico dove le paure degli attori si trasferissero ai personaggi, e quindi al pubblico, non si può realizzare senza una struttura davvero imponente. Che però il budget non consente di avere.

Qui entra in ballo il citato art director Roger Christian, che ha da poco risolto lo stesso problema sul set di Star Wars, il cui budget non era di molto superiore ad Alien: 11 milioni di dollari per astronavi sparse nella galassia contro 8,2 milioni per una sola astronave. Qual è il segreto di Christian? Intanto porta Scott in un cimitero di aeroplani e gli mostra bombardieri Canberra, Spitfire e Wellington che sono lì a marcire, e spiega il suo trucco: fa comprare due o tre di quei rottami, ne rivende il titanio perché è troppo costoso da gestire, tempo un mese li ha smontati e poi comincia ad assemblare vari pezzi per due metri di corridoio della Nostromo. Se quei due metri piacciono a Scott, Christian non deve far altro che replicarli per l’intera lunghezza della nave, e dove serve può inserire degli specchi così che all’occhio sembrino più profondi di quanto siano. Il risultato lascia Scott di stucco: sembra un’astronave vera.

Roger Christian sa come convincere i registi


L’immagine di grandezza

La situazione crea disagio negli onnipresenti dirigenti Fox, che trovano esagerati questi enormi set che Ridley sta facendo costruire. Malgrado l’enorme successo di Star Wars, la casa sembra avere ancora un approccio “vecchia scuola” con la fantascienza, creando una curiosa situazione: la Fox, tecnicamente all’avanguardia nel campo dell’avventura fantastica, vorrebbe un prodotto di dimensioni minori, che finirebbe inevitabilmente per sembrare un filmetto di Roger Corman, classica fantascienza di serie B; Ridley Scott, per sua stessa ammissione non amante della fantascienza, si sta palesemente rifacendo a 2001: Odissea nello spazio (1968) e quindi dimostra di aver visto più avanti della Fox. Ciò che Scott sta portando avanti è l’immagine di grandezza: saper ricreare sullo schermo l’emozione che si prova davanti ad una struttura enorme e maestosa è un’arte che il cinema ha dimenticato in fretta, per motivi di risparmio che paradossalmente hanno portato al fallimento l’idea stessa di cinema.

Grandi set fanno grandi film: i pixel fanno solo film (da “Alien Magazine”, 1979)

Per avere un’idea di cosa sia l’immagine di grandezza basta prendere in considerazione il film Prometheus (2012): stessa casa di produzione, stesso regista, stesso soggetto, stessa ambientazione, ma due differenze profonde. La prima è che Alien è costato 8,2 milioni mentre Prometheus 130, la seconda è che malgrado questo… il secondo sembra cento volte più “piccolo” del primo. In esso non c’è un solo fotogramma che restituisca il senso di grandezza, è tutto “piatto”: la stessa identica scena della sala dello space jokey nel secondo film è totalmente vuota, mentre nella prima crea sgomento. Semplicemente perché nel film del 1979 ogni fotogramma è impressionato con strutture così grandi e grandiose che rimandano allo spettatore un senso di maestosità che dà un valore aggiunto alla storia; nel film del 2012 ci sono solo freddi pixel.

In un’epoca in cui il digitale ha reso tutto possibile, e quindi niente è in grado di sorprendere, va ricordato che quasi tutto ciò che si vede in Alien è reale, gigantesco, quasi esagerato: volutamente esagerato. Gli sforzi di Scott per rendere maestosa e titanica la “zampa” della Nostromo sono a malapena visibili nel film finito, ma tutta la sua opera è votata all’immagine di grandezza che si divide su due fronti: la tecnologia opprimente e la biomeccanica inquietante. Questo contribuisce a rendere Alien un film da storia del cinema, mentre Prometheus è giusto una nota a piè di pagina come suo clone malriuscito.


Fantasmi sul set

Mentre Scott combatte con i dirigenti Fox per affermare la propria visione… sul set si aggirano due fantasmi: Dan O’Bannon e Ronald Shusett. Aver ottenuto per contratto di poter gironzolare sul set ha creato nei due la falsa idea di contare qualcosa: hanno tutto il diritto di raccontare in giro di essere gli autori del film (malgrado non lo siano) ma sembrano non rendersi conto che su nessun set hollywoodiano un autore conta qualcosa. Addirittura O’Bannon racconta di dispetti ricevuti dal capriccioso Gordon Carroll, che gli vieta di assistere alla proiezione dei giornalieri perché è una cosa per “pochi privilegiati”. (Nel raccontarlo a The Beast Within Dan si lancia in una delle sue pantomime stizzite.) Ancora oggi la visione delle riprese giornaliere è consentita esclusivamente ai produttori, cioè a chi ha messo soldi nel progetto e ha diritto di sapere come sta andando il lavoro: se neanche gli attori hanno diritto di sapere come sono andati, figurarsi chi ha venduto un copione e non ha alcuna mansione nel progetto.

Dan O’Bannon durante la lavorazione di Alien

O’Bannon e Shusett si aggirano per i set mettendo bocca ovunque, a loro detta consigliando i tecnici ma è irresistibile l’immagine dei vecchietti che forniscono consigli molesti ai poveri operai a lavoro. Stando alle dichiarazioni dei due, sono loro che hanno fatto in modo di gestire correttamente le creazioni di Giger: molto più facile che sia stato Scott, l’unico che avesse davvero il “potere”, in quanto convinto dell’efficacia dell’artista svizzero. Di nuovo, è la fusione degli opposti a creare il meglio per lo spettatore: due esordienti spaesati che si credono maestri del cinema ma con idee stantie; un regista di talento che vuole lasciare il segno per dimostrare di saper giocare anche al tavolo dei grandi; due sceneggiatori (Hill e Giler) che sono gli unici del gruppo ad avere vera e seria esperienza nel campo, disinteressati alla fantascienza anche loro ma con lo sguardo lungo e il talento per saperlo gestire; un capo della Fox che non è ancora proprio sicurissimo di dove stia andando la sua casa ma vuole comunque arrivarci.

Tutto questo si scontra, durante la lavorazione e le riprese, e fra esplosioni e litigi di ogni sorta… dal caos comincia ad uscire un film: la somma di tutte le differenze.

(Continua)


Fonti:


L.

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