ALIENS versus BOYKA 3: Dead Or Alive (fan fiction) 9

Nona puntata della nuova fan fiction per omaggiare l’uscita del terzo prodotto Millennium Films con protagonista il lottatore interpretato da Scott Adkins.
Per evitare di “bruciare” i colpi di scena, l’elenco di tutte le fonti che cito lo stilerò solo alla fine della storia.

ALIENS versus BOYKA 3:
Dead Or Alive

9

Evitare il pugno del Predator fu facile, e questo preoccupò Dunja. Niente è mai facile con un guerriero Yautja, anche se ancora un Young Blood. Il fatto che avesse tirato una tecnica così lenta poteva voler dire che la creatura si sarebbe divertita con lei, come il gatto con il topo. E, ancora, voleva dire che non era riuscita minimamente a convincerlo.

«Siamo vittime di un gioco politico: noi non siamo nemici», continuava a ripetere il maggiore, evidentemente senza successo. Non era chiaro se il messaggio non arrivava perché il Predator non credeva alle sue parole o semplicemente perché la donna le pronunciava male – visto che da almeno vent’anni non parlava la lingua yautja – ma era evidente che non stava ottenendo alcun risultato. La speranza di trovare un alleato forte nella razza degli Yautja, storicamente alleata della Casata Yutani, stava rivelandosi semplicemente una speranza vana.

Un secondo pugno sfiorò la donna di pochi centimetri: il “gioco” del Predator si stava facendo pericoloso, e i suoi pugni se raggiungevano l’obiettivo facevano male. Molto male.

«Perché non vuoi credermi?» provò ancora Dunja, svicolando qua e là per trovarsi sempre sufficientemente fuori portata dalle imponenti braccia della creatura. Per fortuna il Predator aveva stabilito che la donna non rappresentava un pericolo tale da usare le armi, ma per sfortuna questo avrebbe significato che si preparava a farle male a lungo, divertendosi. Se la situazione fosse volta al peggio, non sarebbe stata una cosa indolore. Né veloce.

«Perché non mi ascolti?» continuava a gridare la donna.

«Taci!» gridò il Predator allungando troppo un pugno nella speranza di colpirla. Era stata una mossa frettolosa, imprecisa, segno che lo Yautja si stava innervosendo. Dunja non sapeva decidersi se fosse un bene, ma a questo punto era chiaro che la creatura la capiva: semplicemente non era disposto ad ascoltarla.

«Siete sempre stati una razza di teste dure», sibilò il maggiore, svicolando mentre la creatura si faceva sempre più pressante.

La grande mole del Predator gli impediva i movimenti fluidi e scattanti della donna, ma bastava che un solo colpo giungesse a segno perché il gioco finisse male. Per questo lo Yautja iniziò a tirare due pugni per volta, nel tentativo di cogliere in fallo la donna che sgattaiolava rimanendo sempre fuori dalla sua portata. Non era una scelta da guerriero, non l’avrebbe raccontato quando avrebbe narrato la storia della sua vittoria, ma era chiaro che cominciava ad essere stufo di quell’esserino che gli sfuggiva continuamente.

Dunja avrebbe potuto continuare a lungo, non le mancava certo il fiato e si muoveva il minimo indispensabile per non sprecare energie, contando proprio sul fatto che il Predator invece si stava sfiancando velocemente, a forza di tirare potenti pugni a vuoto. Però il poco tempo a disposizione le aveva impedito di adempiere ad una delle regole più importanti di un combattimento: conoscere il territorio.

D’un tratto i due combattenti si ritrovarono in una zona boscosa: sarebbe stata perfetta per nascondersi, ma Dunja se ne accorse troppo tardi. Se ne accorse solo quando svicolò da un colpo del Predator e trovò un tronco d’albero a bloccarle la strada. Non ebbe tempo d’imprecare, perché tutto si fece scuro e luminoso al tempo stesso quando il potente pugno della creatura la raggiunse sul volto.

Non fu una tecnica pulita, l’assoluta casualità impedì al pugno di essere letale ma di sicuro fu doloroso, e sbatté la donna a terra: Dunja non svenne, ma le fu improvvisamente difficile distinguere il caleidoscopio di luci e ombre che le passava davanti agli occhi.

Una risata gracchiante accompagnava il suo stordimento, mentre il Predator approfittava di quella piccola vittoria per riprendere fiato. Troneggiava sulla donna a terra, che agitava le mani in avanti come a difendersi. Lo Yautja respirava pesantemente, ma decise che non valeva la pena perdere tempo a recuperare le forze: si inginocchiò lentamente e mise la sua grande mano attorno al collo di Dunja, immobilizzandola a terra senza premere troppo: non voleva che il gioco durasse troppo poco.

«Sei la vergogna degli Yutani», disse lentamente la creatura, scandendo le parole per essere sicuro che l’umana lo capisse. «La tua Casata ha avuto molto onore, in passato, ma ora è fatta di vigliacchi e traditori: vi spazzeremo via.» Non c’era alcun astio in queste parole, il Predator stava semplicemente informando la donna di ciò che pensava.

Dunja avrebbe voluto rispondere, spiegare, ma la forte mano sulla sua gola le impediva già quasi di respirare, e poi il panico stava facendo il resto. Aveva commesso un errore stupido proprio nel momento più importante della sua vita, ma fu proprio questo pensiero a “liberarla”: quell’errore le toglieva ogni remora su ciò che stava per fare.

Afferrò il braccio del Predator con la mano sinistra, cercando di graffiarlo così da fargli allentare la presa. Lo Yautja rise gracchiando forte, trovando davvero patetico quel ridicolo tentativo della donna di liberarsi. Rise così forte che non vide la mano destra di Dunja infilarsi nella tasca e tirare fuori il suo inseparabile coltello. Rise così forte da non vedere la mano destra della donna passare dolcemente ma rapidamente intorno al polso della creatura. Smise di ridere solo quando cercò di capire da dove arrivasse quel dolore che ora provava… e perché non riuscisse più a muovere la mano…

Con gli occhi sbarrati il Predator si fissava la mano che teneva ancora sul collo della donna, e cercava di capire perché non riuscisse più a stringere le dita. La sua vittima cercava ancora di graffiarlo: era impossibile che fosse quello a bloccarlo. Solo con la coda dell’occhio vide la mano destra della donna accarezzargli il braccio all’altezza del gomito. Glielo accarezzò due volte: perché? E perché quella fitta di dolore? E perché ora non riusciva più a muovere il braccio?

Senza più avere la pressione delle dita sul collo, Dunja riuscì a parlare, anche se con voce stentata. «Ho cercato di ragionare con te, perché ricordavo che gli Yautja sono guerrieri onorevoli: tu invece sei solo un grande idiota». Tossì per lo sforzo. «Visto che è inutile parlare con te… mi tocca ammazzarti.»

La bocca della creatura si spalancò in un grido di rabbia e frustrazione: come osava quell’umana parlargli così? Come poteva quell’inutile insetto minacciarlo? Caricò l’altro braccio per sfondare il petto a quell’essere insignificante e fastidioso: il cranio lo voleva integro come trofeo.

Mentre il Predator caricava il braccio “sano”, Dunja ne approfittò per divincolarsi dalla presa ormai inesistente, e mentre lo Yautja colpiva il terreno dov’era prima la donna, questa iniziava a strusciarglisi addosso. Gli accarezzava le spalle, le gambe, le cosce, e infine gli si avvinghiava alla schiena, tenendolo per il collo. Perché quella donna si comportava in quel modo? E perché d’un tratto lo Yautja non riusciva più a muoversi?

«Non è facile per degli umani essere alleati con gli Yautja», bisbigliò la donna all’orecchio della creatura. «Malgrado il vostro bel codice d’onore, ogni tanto vi piaceva “giocare” con noi, soprattutto con le donne: fra i nobili guerrieri c’è sempre nascosto qualche vigliacco. Ecco perché la prima cosa che ci insegnano a scuola è l’uso del karambit». Dunja alzò la mano e mise davanti agli occhi del Predator il piccolo coltello dalla lama curva sporca di sangue che stringeva in mano. «Per un umano è impossibile avere la meglio su un bestione potente come un Predator, ma anche il più forte degli Yautja ha un punto debole: i tendini.». Dunja cominciò a far roteare fra le dita il piccolo coltello. «Bastano movimenti precisi nei punti giusti perché la lama affilatissima recida i tendini, e da grande guerriero uno Yautja diventa un grande sacco di carne tremolante.»

Il Predator in effetti si accorse di star tremando: cercava disperatamente di muoversi ma ormai il suo corpo era una ragnatela di rivoli di sangue. Con i suoi rapidi ma precisi movimenti la donna aveva passato il suo piccolo coltello tagliente in ogni punto chiave della creatura. Ogni tendine e legamento importante era reciso: lo Yautja rimaneva nella sua posizione per semplice inerzia.

Dunja gli accarezzò la gola con il karambit, poi si alzò con calma, massaggiandosi la testa dolorante. Si mise davanti al Predator, che la fissava gorgogliando per la gola recisa. La donna lo fissò senza odio: un Predator reso invalido non avrebbe mai voluto restare in vita, quindi dandogli la morte lei si era comportata secondo il suo codice.

Mentre ripuliva dal sangue il suo karambit, Dunja fissò lo Yautja morente. «Ai miei tempi, nella Casata c’era un detto: per un nemico grande non serve un coltello grande… ma un grande coltello!»

~

«Un nuovo k.o. per Eloise, la misteriosa campionessa della Jingtì Lóng!»

I presentatori della diretta televisiva stavano facendo a gara per descrivere ed esaltare quella lottatrice che mai nessuno aveva visto prima, che all’ultimo secondo aveva sostituito il lottatore infortunato della compagnia cinese. In altri tempi probabilmente non sarebbe stato permesso questo “colpo di scena”, ma ormai il DOA era un evento televisivo di portata universale – trasmesso su ogni pianeta grazie ai ripetitori Weyland-Yutani – e i soldi che vi ruotavano attorno erano così tanti che ogni codice, regola o restrizione diventava particolarmente labile. L’importante era che ci fosse uno spettacolo grandioso per far girare le scommesse e il merchandising: chi saliva sul ring alla fin fine non aveva poi tutta questa importanza.

Per Eloise era stato facile vincere i primi incontri di qualificazione, dove si potevano incontrare lottatori improvvisati che speravano di rimediare giusto qualche piazzamento dignitoso: quelli che finirono davanti alla ginoide non trovarono alcuna dignità.

La donna indossava una tuta trovata in uno spogliatoio, non proprio della taglia giusta, ma malgrado non fosse a suo agio così conciata non perdeva la sua velocità nell’esecuzione delle mosse. «Non vale la pena parare e contrattaccare», le aveva detto Boyka prima di iniziare a combattere. «A questo punto del torneo sono sicuramente tutti brocchi: vai d’anticipo e stendili subito.»

La ginoide aveva annuito e non aveva ceduto alla voglia di chiedere cosa fosse un “brocco”: l’unica cosa che aveva capito era che non avrebbe mai capito quell’assurdo mondo umano. Saliva sul ring, aspettava che l’arbitro dicesse le sue cose di rito, poi appena vedeva le spalle dell’avversario accennare un movimento partiva. Mano a taglio sotto il mento, gambe a spazzata, e l’avversario dritto a terra di nuca. Un ulteriore pugno sulla mascella per assicurarsi che rimanesse lì. Fine dell’incontro.

Il terzo avversario di quella serata finalmente riuscì a schivare questo attacco, guadagnandosi un minimo di stima di Eloise. Il lottatore, molto più alto della ginoide, reagì sferrando due potenti pugni in rapida sequenza sul volto dell’avversaria, approfittando dell’apparente momento di distrazione dovuto all’aver mancato la tecnica. Incassati i colpi senza problemi, Eloise lo guardò sorridendo.

L’avversario, spiazzato, commise l’errore di tirare un terzo pugno, più forte. Eloise scattò e mentre il pugno dell’uomo procedeva in avanti lei roteava il busto fino a colpire il volto dell’avversario con una gomitata. Stordito dalla forza dell’impatto, l’uomo non ebbe il tempo di barcollare perché una tecnica di gambe lo mandò a terra, senza neanche capire cosa lo avesse colpito.

«Migliori ad ogni incontro», la elogiò Boyka.

«Imparo da ogni avversario», si limitò a rispondere Eloise, senza neanche un accenno di fiatone. Per il suo organismo xenomorfo quegli incontri non erano neanche considerati “sforzo fisico”.

«Mi dicono che per stasera è tutto», continuò Boyka. «Ti sei qualificata per il secondo giorno: probabilmente Testa di Cuoio lo incontrerai domani.»

«Non vedo l’ora.» Eloise parlò senza alcuna enfasi, né sarcasmo o altro.

L’uomo la guardò. «Cos’hai? Hai vinto tutti, guarda: tutte le telecamere ti inquadrano. Sei una campionessa.»

Eloise lo fissò senza espressione. «È per questo che mi hai portato con te? Per fare di me una campionessa? Per farmi inquadrare da telecamere, che poi non so neanche cosa voglia dire?»

In quel momento la ginoide si ritrovò circondata da giornalisti che cominciarono a subissarla di domande. Era la misteriosa campionessa che proveniva dal nulla e nessuno riusciva a batterla. Era la donna del momento e ogni spettatore – e scommettitore – voleva sapere di più su di lei. Eloise guardava quella gente molesta senza capire perché strillassero tanto.

L’uomo della Jingtì Lóng fece intervenire la sicurezza, che con gran fatica riuscì a sottrarre Eloise dagli attacchi dei giornalisti, portandola via. Senza che Boyka riuscisse a rispondere alla sua domanda.

~

La domanda la assillava. Perché continuava a rimanere lì, invece di darsela a gambe? E la risposta era sempre la stessa: non poteva andare da nessuna parte da sola.

Dunja aveva acceso un altro fuoco nel punto in cui il Predator giaceva, morto. Aveva pensato di trascinarlo ma era davvero troppo pesante. Meglio aspettare lì che venissero a prenderlo. Perché gli Yautja non lasciano mai uno di loro sul campo.

Non era riuscita a convincerlo, non era riuscito a stringere alleanza come sperava, non era riuscita neanche a farsi ascoltare. Era un piano sballato: nessun Predator sarebbe stato a sentirla, soprattutto ora che aveva ucciso uno di loro. Ma quando non si ha più niente, qualcosa – per quanto sbagliata – è sempre meglio di zero.

Rimase immobile quando vide le luci della nave yautja atterrare. Aveva pensato di alzare le mani per dimostrarsi disarmata, ma a quanto pare non serviva. Meglio rimanere ferma con le mani a scaldarsi sul fuoco.

Mentre due Yautja caricavano il corpo del loro caduto, un Predator anziano si avvicinò a Dunja. Il suo corpo era pieno di cicatrici e trofei di ogni sorta: era un Elder, sopravvissuto a chissà quante battaglie e combattimenti.

Dunja lo guardò fisso negli occhi. «Ho cercato di avvertirlo» disse, sperando che il suo pessimo accento fosse comprensibile. «Non volevo ucciderlo, non sono vostra nemica. Ma neanche vostra preda.»

Il vecchio Yautja parlò lentamente, per essere compreso. «La tua Casata è infida, traditrice e inaffidabile. Ci aveva promesso un combattimento facile invece ha inviato te, una lottatrice in grado di uccidere un nemico molto più forte di lei. Mio figlio non era un guerriero d’onore, era frettoloso e violento, meritava una lezione. Forse non così dura.»

Dunja si paralizzò: aveva ucciso il figlio di un capo clan? Possibile che riuscisse a trovarsi in situazioni sempre peggiori?

«Io non sono più una Yutani», cercò di cambiare subito argomento. «Lo sono stata da giovane, quando la Casata si comportava con onore: ora è governata da traditori. Voglio allearmi con voi per distruggerla.» Dal silenzio che seguì si capiva che il capo clan stava riflettendo, così Dunja volle approfittarne. «Ho cercato di proporre l’alleanza anche a tuo figlio, ma non ha voluto ascoltarmi.»

Detto questo, il maggiore rimase immobile. Non poteva fare altro, non c’era altro da aggiungere. Ormai tutto era nelle mani di un potente capo clan Yautja a cui aveva appena ucciso il figlio.

L’Elder la guardò a lungo. «Come faccio a sapere che stai dicendo la verità?»

Un dubbio era un ottimo segno: voleva dire che non era sicuro di volerla uccidere. «Avrei potuto scappare», rispose subito Dunja. «C’è un’auto blindata all’inizio di questo sentiero: avrei potuto raggiungerla e tornare alla Casata prima che voi atterraste. Ma non ho voluto: la Yutani è mia nemica, mentre voi no.» Stava improvvisando, e sperò che bastasse visto che non sapeva cos’altro aggiungere.

Il vecchio Yautja alzò la mano e la agitò davanti a Dunja. «Sali a bordo: parleremo durante il viaggio.»

~

Le parole di Boyka non erano servite, per quel poco che aveva capito.

Eloise guardava il soffitto mentre giaceva a letto, sveglia, nella camera che la Jingtì Lóng le aveva dato. Era la loro campionessa e la volevano trattare con tutti i riguardi. Tutti erano stati gentili con lei, tutti erano sorridenti, e la ginoide doveva continuamente ripetersi che la razza umana mostrava i denti non in senso aggressivo, ma al contrario per indicare amicizia. Non era così ai suoi occhi.

Lì nessuno era suo amico: credeva lo fosse Boyka, ma da quando era partita con lui non faceva che trattarla come uno strumento, senza mai parlarle.

Eloise d’un tratto sentì che era stanca di non capire il mondo in cui si ritrovava a vivere. Un mondo umano. Un mondo a lei alieno.

Eloise d’un tratto sentì che forse aveva compiuto la scelta sbagliata, che forse aveva scelto la razza sbagliata con cui allearsi. E in effetti non aveva mai stretto alcuna alleanza: semplicemente per rispetto al suo maestro sopprimeva i suoi istinti di morte verso gli umani.

Eloise d’un tratto cominciò a trovare sollievo nell’ascoltare quel rumore di sottofondo che aveva avvertito sin da quando aveva messo piede su quel pianeta. Cominciò a trovare conforto in quell’insieme di voci familiari che sentiva nella testa, in fondo, nel suo essere. Quelle voci che non assomigliavano in alcun modo a voci umane. Erano più flussi di pensieri chimici.

Eloise d’un tratto cominciò ad ascoltare le voci aliene che la sua vera natura le permetteva di avvertire. Le voci di tutti gli alieni tenuti in gabbia nei paraggi. Le voci dei suoi schiavi… dei suoi fratelli… dei suoi sudditi.

Eloise d’un tratto cercò di entrare in quel flusso di voci…

(continua)

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