[2022-01] James Cameron su “Total Film”

Sul numero di gennaio 2022 della rivista di cinema “Total Film” (n. 320) appare un’intervista a James Cameron: spero di far cosa gradita traducendola.

L’intervista è un lancio pubblicitario del librone Tech Noir: The Art of James Cameron uscito nel dicembre 2021, a cura di Chris Prince e con prefazione di Guillermo Del Toro.

Da notare come quello che una volta era un maestro visionario del cinema ormai abbia il cervello completamente ripieno di sostanza blu, visto che ad ogni domanda risponde parlando di Avatar, di cui è quasi pronto quel seguito che da ormai tredici anni è promesso come imminente, ed è solo il primo di una serie di film che (per fortuna) esistono solo nella folle isola del dottor Cameron, abitata da strane creature dalla pelle azzurra.

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[2010-07] Predator su “HorrorHound” 24 (1)

Traduco il primo articolo che la rivista specialistica “HorrorHound“, n. 24, dedica all’uscita del film Predators (2010), cioè un’intervista al regista Nimród Antal.

Come sempre, l’entusiasmo è grande, sia da parte dell’intervistatore che dell’intervistato, tutti vaticinano un grande successo e una grande risposta di pubblico, e tutti rimarranno delusi, come sempre. Il fatto stesso che tutti continuino a sputare su i due AVP – come fanno qui sia l’intervistatrice che l’intervistato – conferma la consolidata abitudine presente in tutte le saghe: tutti i recenti film fanno schifo, ma il mio sarà bellissimo. Poi esce e fa schifo, e il regista successivo ci sputerà sopra dicendo che il suo, invece, sarà bellissimo. E via così.

Antal a detta di tutti (anche di lui stesso) è uno di noi, un fan alieno della prima ora, eppure anche lui fallisce, sebbene non certo per colpa sua.

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[2010-07] Predators su “Famous Monsters” 251

Cover di Vince Evans

Traduco l’articolo che la storica rivista specialistica “Famous Monsters of Filmland” – tornata in attività proprio con questo numero – dedica al film Predators (2010).

Non è certo con gli occhi asciutti che la rivista si apre presentando un editoriale del maestro Forrest J. Ackerman, suo fondatore nonché più grande amante e collezionista del cinema horror mai vissuto, il quale firma nel novembre 2008 le sue ultime parole, dato che il suo cuore smetterà di battere il 4 dicembre successivo. Dopo 92 anni di amore incondizionato e contagioso per la cultura popolare a base horror, non ci aspettavamo di meno dall’editoriale che un congedo di questo tono: «Don’t cry for me, Draculina». Tutti i fan dell’horror invece piangono la scomparsa del primo fra loro.

Il numero viene stampato con quattro copertine in totale, e una di quelle alternative – firmata da Vince Evans – è dedicata al FM Con e vanta un Predator a bocca spalancata.

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[2020-03] Guy Pearce su “Prometheus”

Guy Pearce racconta il suo Peter Weyland a “GQ”

Sul suo canale YouTube, la rivista “GQ” porta avanti una splendida iniziativa: lascia che attori noti raccontino aneddoti e ricordi relativi ai loro ruoli più famosi. Infatti l’iniziativa si chiama “x Breaks Down His Most Iconic Characters“, dove x sta per l’attore di turno.

Il 19 marzo 2020 è stato il turno dell’attore britannico Guy Pearce, che raccontando i suoi ruoli più famosi è ovviamente finito a parlare del suo Peter Weyland in Prometheus (2012) di Ridley Scott: curiosamente non ha speso una sola parola per Alien: Covenant (2017), dove riprende il personaggio nel prologo.

Traduco di seguito il suo intervento riguardo al film Prometheus.

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[2021-03] Sigourney Weaver su “Collider.com”

Aliens by Patrick Brown

Grazie a questo post di Marco Minniti su Asbury Movies.it (grazie Cassidy per la dritta!) scopro che Sigourney Weaver il 6 marzo 2021 ha rilasciato un’intervista a Christina Radish del sito Collider.com, in occasione dell’uscita del suo film My Salinger Year (2020).

Ecco tradotte (da me) le parti più interessanti dell’intervista.

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[2020-06] Predator: Screenplay (annullato)

Cover di Diego Galindo

Il canale YouTube Alien vs Predator Galaxy il 23 gennaio 2021 ha rilasciato una nuova intervista ad un “autore alieno”, in questo caso Jeremy Barlow, autore di fumetti in vari universi narrativi (Mass Effect e Star Wars, giusto per citarne qualcuno) che recentemente ha firmato la saga a fumetti AVP: Thicker Than Blood, dalla vita editoriale travagliata. I conduttori Corporal Hicks (Aaron Pecival) e RidgeTop (Adam Zeller) permettono di conoscere meglio questo autore, subissandolo di quelle domande che in fondo tutti noi appassionati alieni avremmo voluto fargli.

«I fan lo ameranno molto o lo odieranno molto», è il commento di Barlow riguardo la sua saga a fumetti, e onestamente tendo più verso la seconda categoria: però sono onesto, ancora devo finire di leggerlo, visti i mesi che ci ha messo la seconda parte ad uscire. Il fatto che ancora non abbia voglia di finirlo la dice lunga su quanto mi abbia preso il fumetto. Ma non è di questo che voglio parlare.

Passata l’ora di discussione (per essere precisi, a un’ora e 15 minuti) si arriva all’argomento “caldo” dell’intervista: Barlow infatti era stato incaricato di scrivere la saga a fumetti Predator: The Original Screenplay – la cui uscita era prevista per giugno-ottobre 2020 – prima dell’annullamento del progetto, a causa (forse) del passaggio di licenza da Dark Horse a Marvel ma più probabilmente per il blocco dell’editoria dovuto alla pandemia.

Variant Cover di Marc Borstelmann

Grazie alla Xenopedia si è conservata l’anteprima che la Dark Horse ha poi cancellato, quindi oltre alle due splendide copertine abbiamo anche la trama ufficiale:

«Una squadra di militari esperti è impegnata in una missione di recupero nella giungla del Centro America. I dettagli della missione sono secretati, ma la squadra ben presto scopre una rete di bugie e di inganni. Qualcosa li sta osservando, spiando ogni loro mossa. La caccia è iniziata.»

Alla domanda di RidgeTop se tutti e cinque i numeri del fumetto fossero già stati scritti al momento della soppressione del progetto, Barlow annuisce, e specifica che il disegnatore Patrick Blaine era arrivato addirittura al terzo albo, quindi in pratica il fumetto era in stato avanzato di preparazione: saprà la Marvel cogliere l’occasione o rimarrà un altro dei progetti morti della Dark Horse? Nessuno lo sa.

Barlow afferma che per la sceneggiatura a fumetti che ha scritto gli è stato fornito un copione del film Predator datato settembre 1984, dal titolo Hunters e con un protagonista di nome Matheny, che poi diventerà Dutch.

In questo copione il protagonista soffre di PTSD, cioè di stress post-traumatico, e non sembra proprio la persona migliore per guidare la missione protagonista della storia. Durante la vicenda Matheny ha dei flashback che ci mostrano una passata missione finita male, in Beirut, dove lavorava per la difesa israeliana. Inoltre c’è una sottile sotto-trama che racconta il rapporto con suo padre, che lo portò a caccia all’età di 12 o 13 anni e il bambino riuscì solo a ferire un cervo. Il padre lo costringe a finire il lavoro, per non far soffrire l’animale, così il giovane Matheny compie la sua prima uccisione.

Stando a Barlow, che considera molto intrigante quella sceneggiatura del 1984, nella sua versione ha usato e addirittura esteso gli intermezzi con il passato del protagonista, sia la missione a Beirut sia la caccia con il padre, e a quanto pare sia la Dark Horse sia la Fox sono stati molto entusiasti del risultato.

Non possiamo che dispiacerci per il progetto annullato, ma è anche vero che queste furbate hanno un po’ stufato: a forza di ricamare su storie note si dimentica di sforzarsi di creare qualcosa di nuovo.

L.

– Ultime interviste:

[2020-08] Michael Biehn su “Empire”

L’attesa per la seconda stagione di “The Mandalorian” (2020) si fa spasmodica e anche la rivista specialistica “Empire” comincia a mordere il freno in vista dei tanti grandi attori che saranno presenti almeno nella prima puntata della nuova stagione.

Nel numero di agosto dell’edizione “Australasia” della rivista c’è una bella intervista con Michael Biehn, a cura di Nick de Semlyen: ecco la mia traduzione.


Testato in battaglia

di Nick de Semlyen

da “Empire” (Australasia)
agosto 2020

È andato a braccetto con terminator, alieni, zombie ed Ed Harris,
dando vita ad alcuni degli eroi più fighi del cinema.
Michael Biehn incontra “Empire” per riflettere
su una carriera spesa ad affrontare il pericolo

All’inizio di questa estate Michael Biehn si è rivolto al mondo: «Ascoltate, e cercate di capire», ha gridato, mettendo le mani a megafono. «Questo virus è là fuori. Non si può patteggiare con lui, non si può ragionare con lui, non sente né pietà né rimorso né paura. Niente lo fermerà… finché non rimarremo a casa». Poi esce dall’obiettivo e si prepara ad uscire. «Kyle Reese… I’m out!»

Il video di 28 secondi è stato caricato in quella coscienza digitale skynetiana che è Twitter e i fan chiusi in casa ovunque sono esplosi. «Unisciti alla resistenza!», ha risposto qualcuno, «Ha ancora il tocco», ha detto un altro. Qualcuno ha addirittura messo l’audio sulla scena originale di Terminator.

Lo stesso Biehn, che non frequenta i social, è stato sorpreso dal clamore che ne è seguito. «Non sono bravo con le cose da “star del cinema”», racconta ora ad “Empire”. «Non ho mai avuto un addetto stampa, semplicemente capita che me ne vada in giro con mio figlio e racconto a qualcuno di questa cosa di Terminator e del virus. Mia moglie Jennifer ha detto “Dovresti registrarti e metterti on line“. Ero reticente, ma un sacco di amici e familiari non stavano prendendo sul serio questa cosa del distanziamento sociale, così ho girato il video e l’ho mandato a tutti».

Questo messaggio può aver salvato vite, o no. Ma una cosa è sicura: tutti quelli a cui è arrivato l’hanno visto con molta attenzione. C’è un motivo per cui l’attore è diventato il simbolo della resistenza umana, un Colonial Marine e la persona da ingaggiare per strillare ad Ed Harris in una prigione.

Perché quando Michael Biehn parla, stai maledettamente attento.

Malgrado la formidabile lista di ruoli da duro che ha interpretato nelle ultime quattro decadi, stupisce scoprire che i primi due film dove Biehn appare nei crediti sono commedie leggere che non prevedono alcuna sparatoria. Grease e Coach [in Italia, “L’allenatrice sexy”] sono entrambi film del 1978 e in entrambi Biehn interpreta un liceale che gioca a basket. «Sono in pratica una comparsa superiore [glorified extra]», dice del film più famoso. «L’unica volta in cui mi potete vedere è quando Travolta cerca di impressionare Olivia Newton-John e mi colpisce allo stomaco per prendere la palla. E in un’altra scena in classe, dove Kenickie tira fuori una rana e tutti impazziscono. Sembravo avere 14 anni in quella scena.» [Ne aveva 22. Nota etrusca.]

Il giovane Michael (secondo da sinistra) pronto a sfidare Travolta a basket

Originario dell’Alabama, laureato alla University of Alabama dove ha studiato arte drammatica, Biehn era determinato ad entrare nel cinema. Ha ottenuto un ruolo più grande nella commedia canadese Hog Wild [in Italia, “A tutto gas”], ha perseguitato Lauren Bacall in The Fan [in Italia, “Un’ombra nel buio”] ed è dovuto andare in Gran Bretagna per The Lords of Discipline [in Italia, “Cavalli di razza”], il primo delle sue cinque collaborazioni con Bill Paxton. «Amo davvero l’Inghilterra», dice, «mi piace la cadenza della loro parlata. Il tempo fa schifo, ma la mia battuta preferita sul clima è: “Che differenza c’è fra l’estate e l’inverno in Inghilterra? Che d’estate almeno la pioggia è più calda”.»

Nel 1984 arriva il ruolo che cambia tutto, sebbene all’epoca non sembrasse proprio. In effetti Terminator sembrava più il filmaccio di fantascienza da palinsesto notturno via cavo che l’avrebbe perseguitato a vita. Il regista, James Cameron, era stato licenziato da un film chiamato Piranha II: The Spawning e l’attore protagonista era un austriaco di nome Arnold Schwarzenegger, il che non ispirava molta convinzione. «Ho letto il copione e ho pensato: “potrebbe essere davvero un pessimo film”», ricorda Biehn. «De Niro e Al Pacino, Coppola e Spielberg, quelli erano i tizi con cui volevo lavorare. Ho pensato: “Questa cosa non finirà bene”.»

Una volta iniziate le riprese Biehn a malapena ha potuto interagire con Schwarzenegger («Potrei sbagliare, ma credo che il punto in cui sfonda la finestra e afferra Linda sia l’unico punto del film in cui siamo nella stessa inquadratura»), ma viene subito conquistato dai virtuosismi di Cameron. Sul set la sua prova nei panni del combattente della resistenza Kyle Reese, inviato dal 2029 per proteggere Sarah Connor, è perfettamente calibrata, con Reese inizialmente freddo ed efficiente come un T-800, che poi diventa più umano mentre si innamora di Sarah.

Con Cameron si è creato subito un buon rapporto, a tal punto che Biehn ha potuto fare ciò che pochi attori hanno mai osato: zittire il regista. «Jim non coccola gli attori», dice ridendo Biehn, «e una volta semplicemente gli ho detto: “Va bene, Jim, tutta la troupe sa che tu sai fare il loro lavoro meglio di loro, ma non sai interpretare Kyle Reese, quindi dammi una cazzo di battuta da recitare e andiamo avanti”. E fu tutto lì.»

Il suo film successivo sarebbe diventato un altro classico di Cameron, Aliens, come sa ogni viaggiatore della USS Sulaco Biehn non era nel cast originale. Invece è stato paracadutato ai Pinewood Studios a riprese iniziate per sostituire James Remar nel ruolo del caporale Hicks. Ha ricevuto la telefonata venerdì notte, e lunedì mattina era sul set ad indossare l’armatura già preparata da Remar. (A Biehn non piaceva quel disegno rosso posizionato proprio sopra al cuore, perché sembrava un bersaglio, ma era stato già girato del materiale con quell’armatura e se l’è dovuta tenere.)

«La gente mi dice: “Dio, dev’essere stata dura arrivare all’ultimo secondo e tutto il resto”. Be’, Hicks non ha tutti questi dialoghi, così ho avuto tre mesi per imparare all’incirca venti righe». Come Reese, Hicks è un eroe fantascientifico di cuore e un condottiero, ma Biehn gli ha dato sfumature più positive, rendendolo più solare, meno torturato. «In Terminator, Reese non sorride mai, ad eccezione di una volta in cui si trova nella stanza d’hotel e sa che si farà Sarah. No, sto scherzando. Siamo nella stanza d’hotel, lei gli tira qualcosa e lui ride. Mentre in Aliens Hicks sorride per tutto il tempo. A Jim [Cameron] e Gale [Anne Hurd] piaceva che non recitassi il solito tipo tosto. Hicks sorride ed è sottomesso a Ripley. È stato un gran ruolo, e penso che sia il film migliore di Cameron».

Gli unici istanti di leggerezza di un combattente del futuro

La sua terza collaborazione con il regista è stata nel 1989 con The Abyss, dove interpreta un Navy Seal di nome Coffey che va sotto l’oceano per raggiungere l’equipaggio di una trivella sottomarina, e mentre la pressione sale lui va fuori di testa. Le riprese in South Carolina sono state dure a livelli leggendari, e il film in seguito ha ricevuto giudizi contrastanti. Ma Biehn è indiscutibile nella sua prova da cattivo baffuto, sebbene lui specifichi che si tratta comunque di un bravo soldato estromesso dalla catena di comando. «Ho amato interpretarlo», dice. «Era un Navy Seal prima ancora che tutti sapessero cosa fosse, un Navy Seal. Il suo cognome è una specie di scherzo, Coffey, perché avrei dovuto bere un sacco di caffè.»

Ci sarebbe stata un’altra collaborazione Biehn-Cameron per Terminator 2, ma il veloce ritorno di Reese (come sogno di Sarah nell’ospedale psichiatrico) è stato tagliato dal film e rimane solo nella versione estesa in home video. L’attore ora ammette di esserci rimasto male. «Quando T2 è stato un così grande successo e tutto il resto, mentirei se non dicessi che ero un po’ geloso», racconta. «E ci sono rimasto male quando ad una proiezione speciale hanno messo gli attori di T2 da una parte e gli altri da un’altra: a me è toccata la seconda.»

Kyle e Sarah nella celebre scena tagliata da Terminator 2

I due rimangono amici, poco tempo fa Biehn ha chiesto a Cameron quando farà un’edizione Blu-ray di The Abyss. È rimasto in contatto anche con Schwarzenegger: i due storici nemici temporali diventati amici. «L’ho visto all’incirca sei mesi fa ed è in forma splendida», ricorda Biehn. «Scherzando gli ho chiesto chi fosse il suo chirurgo plastico ed è scoppiato a ridere».

Biehn è divertente, franco e comunicativo: la telefonata di “Empire” con l’attore dura due ore. Ma sullo schermo è spesso ingaggiato in ruoli duri e carismatici. Al telefono invece è senza filtri.


Arrivano gli anni Novanta ed Hollywood non sembra sapere cosa farci di Biehn. Il suo secondo ruolo da Navy Seal è in… be’, Navy Seals, un’esperienza che gli provoca ancora dolore: quel thriller del 1990 è andato velocemente fuori dai binari.

«Sono state le riprese più orribili della mia vita», dice Biehn, senza fare economia di commenti. «Fottutamente orribili. Fottutamente orribili. Mi hanno offerto un sacco di soldi e c’era Charlie Sheen. Avevamo Bill Paxton, Dennis Haysbert e anche Joanne Whalley-Kilmer. C’erano strutture navali grazie ad accordi con la Marina. Voglio dire, avevamo tutto per il film… tranne un regista abbastanza furbo da non lasciare andare tutto in vacca, aggiungendo assurdità su assurdità, e ancora altre assurdità».

Nel ruolo del tenente James Curran, un Seal che ha una storia d’amore con una giornalista di moda, Biehn era autorizzato a rielaborare il suo personaggio, evitando stupidaggini come la scena in cui Sheen, senza alcuna ragione particolare, si butta da un ponte da un’auto in corsa.

«C’è una scena in cui porto Joanne in quella che chiamiamo kill house», ricorda, «e tutti le gridavano intorno. L’ho scritta io quella scena, e tutte le scene che mi riguardavano. Perché quanto era previsto dal copione era semplicemente stupido. Poteva essere un buon film, un altro Top Gun, invece è riuscito solo a metà».

Il suo dolore nasce dal fatto che all’epoca era diventato amico di veri Navy Seal e sentiva su di sé la responsabilità di rappresentarli con dignità su schermo. «Volevo mostrarli per come sono, non come idioti che si buttano dai ponti». Per questo è stato felice di poter riparare a quel torto nel 1996 con The Rock, interpretando il suo terzo ed ultimo Navy Seal, un professionista abbattuto dai soldati rinnegati del generale matto (Ed Harris) nelle fondamenta di Alcatraz. Ogni volta che gli capita di incontrare Michael Bay, a Biehn piace ricordargli di aver recitato nella scena migliore del suo film migliore.

Quando l’attore loda qualche film in cui ha lavorato, sappiamo che è onesto: lui non fa roba da “pubbliche relazioni”. Per esempio non è particolarmente fiero dell’altro film che ha fatto con Nicolas Cage, diretto dal fratello di Cage: «È intitolato qualcosa come “Timeless” [in realtà, Deadfall. Nota del giornalista. (In Italia, quella buffonata de L’ultimo inganno. Nota etrusca)] e dopo aver visto il montaggio provvisorio mi sono sempre riferito al film come “Pointless” [privo di senso].»

La faccia di un bravo ragazzo in un filmaccio assurdo targato Cage

Invece ha solo amore per Tombstone, il western del 1993 in cui non interpreta un poliziotto, un soldato o comunque un autoritario, bensì un pistolero [pistol-twirling, “ruotatore di pistola”], un fuorilegge dal cuore nero chiamato Johnny Ringo. In un cast pieno di pesi massimi – Kurt Russell, Sam Elliot e Charlton Heston – Biehn lascia il segno.

Da sinistra: Biehn, Powers Boothe, Bill Paxton, Kurt Russell e Val Kilmer

«Ci sono voluti vent’anni perché la gente venisse da me a raccontarmi storie di loro con nonni o genitori a guardare insieme Tombstone, gente che l’ha visto trenta volte. Quand’è uscito non c’era nessuno che menzionasse il mio nome nelle recensioni, proprio come Aliens. Ragazzi che sono stati in Iraq o in Afghanistan mi hanno detto che quei film sono stati d’ispirazione per frasi da lanciare sul serio. “Stay Frosty1, “I’m your huckleberry2, “Alright, lunger, let’s do it3… Me l’hanno detto in tanti.»

«Stati molti attenti» «Fantozzi, è lei?»

Non solo i soldati ma anche altri in divisa si identificano con i personaggi di Biehn. «Il pubblico che mi ama è composto principalmente di militari, ufficiali di polizia e procuratori distrettuali», dice Biehn. «Una volta un poliziotto si è aperto la camicia davanti a me e sul suo giubbotto antiproiettile aveva un disegno di Hicks.»


Al di là del testosterone, gli appassionati di Biehn sono diversi e vari, addirittura ha fan bambini.

«Una volta mi sono visto arrivare delle ragazzine di dodici anni con due occhi sbarrati, e mi hanno detto: “Oh mio Dio, ma tu sei Hicks: ti amiamo!” Abbiamo fatto quel film vent’anni prima che i loro genitori si conoscessero!»

E poi ci sono gli appassionati di cinema che adorano le sue prove attoriali, piene di intensità e vulnerabilità. Damien Chazelle ha offerto a Biehn un ruolo nel suo nuovo film Babylon, una parte rifiutata dall’attore perché troppo piccola, con il rischio di venir tagliata via come quella in Terminator 2. Robert Rodriguez l’ha messo in Planet Terror come sceriffo. E Neill Blomkamp l’ha contattato per primo per un ruolo in Humandroid (che fu poi ritrattato e offerto a Sigourney Weaver), prima di calarlo nella nuova sceneggiatura di Aliens che riunirebbe Hicks e Ripley, malgrado il fatto che Alien 3 abbia spazzato via il marine dallo schermo.

Sfortunatamente quel progetto è stato espulso dallo spazio di Hollywood. Biehn ci è rimasto parecchio male. «Ero parecchio eccitato, all’epoca: sembrava un buon progetto. Ma ho avuto parecchie delusioni in carriera. E anche tanta fortuna, visto quanto mi è capitato con Aliens. A volte va bene, a volte va male: è così che va.»

Come Hicks, che ha l’abilità di addormentarsi in una nave che attraversa le nuvole per farsi un riposino prima della battaglia, l’attore sembra a proprio agio nel prendere la carriera come viene, dedicando del tempo alla scrittura (ha collaborato ad un saggio che denuncia come Kubrick trattasse gli attori sul set, e un altro su Tombstone che potete leggere on line). «C’è un sacco di gente che si dà da fare. Non so, da un certo punto di vista mi piace non lavorare», dice scrollando le spalle. «Mi avvicino ad un set e ho una specie di brivido, come a dire: “Grazie a Dio non devo più farlo”.»

Lo stesso si mantiene indaffarato, dirigendo due film (The Blood Bond nel 2010 e The Victim nel 2011), reincontrando Val Kilmer in Streets of Blood (2009) ed anche interpretando il Presidente nell’incredibile 2012. L’avvento del male (2001).

La contentezza di Biehn di far parte di Streets of Blood (2009)

Una telefonata a sorpresa, come quella che quel venerdì notte di tanto tempo fa lo convocava ai Pinewood Studios, può arrivare in qualsiasi momento. E sebbene Biehn non voglia né confermare né commentare, molte voci dicono che sarà presto sullo schermo nella seconda stagione di “The Mandalorian“. Se fosse vero, potete star certi che quando lui parla, Baby Yoda farà meglio ad ascoltare.


Note

1. Da Aliens (1986). Ai demoralizzati Hudson e Vasquez, Hicks dice di capirli, «but stay frosty». I sottotitoli italiani del DVD 1999 traducono erroneamente «ma stati molto attenti», poi corretti nella “Quadrilogy” del 2003 con «ma tenete gli occhi aperti». Il doppiaggio italiano viene reso con «ma sangue freddo, eh?». Quando Homer Simpson si ritroverà a guidare un manipolo di soldati, nell’episodio 18×05 (G.I. D’oh, 12 novembre 2006) della serie animata, nel momento di maggior sconforto gli apparirà una mascotte di cereali che gli dirà «Stay Crunchy» (in italiano, «Restate croccanti!»): mi piace pensare ad una “citazione aliena”. (Torna al testo)

2. Da Tombstone (1993). «Sono qua, fragolino», pronunciata da Doc Holliday (Val Kilmer) come risposta alla provocazione di Johnny Ringo ubriaco: «Nessuno di voi ha il fegato di giocarsi la pelle?». (Torna al testo)

3. Sempre da Tombstone (1993), ma la frase in realtà è «All right, lunger. You go to hell», pronunciata dall’ubriaco Johnny Ringo alla volta di Doc Holliday, resa in italiano con «D’accordo, tisico, ti spedisco all’inferno». (Torna al testo)


 

L.

– Ultime interviste:

[2012-04] Jon Spaihts su “Screem” 24

Traduco questa intervista a Jon Spaihts, creatore originale di Prometheus (2012) prima di dover lasciare il suo posto a Damon Lindelof, apparsa sul numero 24 della rivista “Screem”.

Purtroppo è stata condotta quando ancora non si sapeva nulla del film, di là da uscire, quindi sono spesso domande a casaccio sparate alla cieca, a cui Sapihts non può rispondere, ma le prime ci regalano una bella parentesi sulla nascita del film.

Da sottolineare come all’incirca nello stesso periodo Spaihts stesse registrando l’audio-commento di Prometheus, che sarà poi presente nell’edizione Blu-ray, e la genesi del film la racconta praticamente uguale.


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[2019-02] Carlos Huante parla di Covenant

Il 26 febbraio del 2019 – cioè esattamente un anno fa – Christopher Marc pubblica sul sito HN Entertainment la parte dell’intervista a Carlos Huante in cui si parla del film Alien: Covenant (2017). Il tecnico degli effetti speciali, che nel film di Ridley Scott cura il design della creatura (non è chiaro quale), rivela alcuni ghiotti retroscena della produzione.

Traduco la parte dell’intevista legata a Covenant:


HN: Passando ad Alien: Covenant, ci puoi parlare delle prime discussioni sul film? So che nei progetti iniziali c’erano altri animali ed altre specie di esperimenti ibridi fatti da David.

Huante: Sì, ci sono due versioni di Covenant. La prima ha più creature, che poi sono state tutte tagliate via nel montaggio della seconda versione. Abbiamo iniziato Paradise, la prima versione di Covenant, e siamo andati avanti: si è fermato tutto proprio sul più bello.

Ho ricevuto una telefonata dal production designer Arthur Max. «Carlos, sei seduto?» «Uh, perché?» ho chiesto. Ero a pranzo con un amico. «Da quanto lavori per questa industria?» mi chiese, mentre io bofonchiavo. Disse: «Be’, Fassbender sta andando a fare un altro film e non potranno averlo per un po’, così hanno deciso di sospendere tutto [to put the movie on hold]». Io gli ho risposto: «Andiamo, amico, mi stai dicendo che devo andare a cercarmi un altro lavoro? Sono completamente concentrato sul progetto, non farmi questo…» «Non ti preoccupare», mi rispose, «ti ci riporteremo, ma magari ci vorrà un anno.» «Ok…»

Così passò il tempo. Ma in quella versione avevamo una sorta di pitbull, un cane alieno chiamato Bug che David lasciava libero di scorrazzare sul pianeta degli Ingegneri, e poi aveva creato delle manguste: è per questo che quella piccole cose bianche [cioè la versione di Covenant dei neomorfi] le ho chiamate Meerkats [“manguste”] perché mi ricordano quelle creature della prima versione del film.

David, nel vecchio copione, aveva un esercito di manguste super violente. Non erano normali animali, potevano aprire la loro bocca e mostrare come i loro denti fossero attaccati a delle specie di dita, così da avere in pratica mani dentate in bocca. Precursori di creature viste in seguito.

Non so se era questa la direzione che stava prendendo Ridley, se David sarebbe diventato il Diavolo, ma la sensazione era che avesse preso possesso del Paradiso ed ora stesse creando i suoi Nefilim [«un popolo che sarebbe stato presente sulla terra al tempo dell’incrocio tra i “figli del vero Dio” e le “figlie degli uomini”», da Wikipedia. Nota etrusca.], i suoi ibridi, ed avesse iniziato i suoi esperimenti su alcunid egli Ingegneri. È qualcosa di sbagliato su più livelli, che la cerazione della creazione si impossessi di te.

Per quanto riguarda la storia di Prometheus, per tutto il film non c’erano prove che gli Ingegneri avessero nulla a che vedere con la Terra, ma tutti erano stupidi abbastanza per dire “Ci hanno creati, perché hanno un DNA simile”. C’erano un sacco di cose stupide dette in quei film. [There was a lot of stupid talk in those movies.]

Era più un’ipotesi, visto che nel film non è confermato.

Non c’è alcuna ragione di pensarlo e poi l’idea di Charlie che “Non c’è niente di eccezionale nella creazione della vita: chiunque può farlo, basta un pizzico di DNA”… Be’, è una cosa impegnativa, si richiede che almeno tu sia uno scienziato.

Da tutto quello che stavo leggendo del progetto, che ovviamente era intitolato Paradise Lost, mi stavo rendendo conto che sarebbe stata una versione fantascientifica del poema di John Milton, e che quei giganti a cui abbiamo lavorato sin dai tempi di Prometheus sono come i Nefilim, gli esseri che hanno creato le creature per infettare l’umanità come la vecchia storia biblica. Gli angeli caduti e i Nefilim: penso che sia questo che stesse cercando di raccontare. E ho pensato: “Ragazzi, potrebbe essere la più grande figata di sempre. Nessuno avrebbe mai affrontato questa parte della Bibbia”. E poi, come nel Paradiso Perduto, David è diventato il diavolo.

Lo stesso non sapevo dove il film stesse andando, perché non avevo idea se ne sarebbe stato prodotto un terzo. Ma c’erano altre creature, una sorta di esperimenti… I neomorfi, gli Ingegneri, i molti esperimenti di David e lo xenomorfo primitivo.

Illustrazioni del pianeta degli Ingegneri

Poi hanno annacquato il film. Non volevano farne un film di mostri e credo stesse diventando un po’ troppo fantastico: lo ridussero a qualcosa di più terrestre, che secondo me era più convenzionale nel design. Se fosse stato me avrei voluto vedere più formazioni rocciose bruciate dall’acido come se ne vedono nella tundra terrestre. Alcune grandi rocce lì sono così arrotondate da sembrare davvero uova aliene: perché invece su un pianeta alieno dobbiamo essere così convenzionali?

Sembra che originariamente il ruolo degli Ingegneri fosse maggiore: se ne è mai discusso?

Prima del genocidio con il black goo, so che nel copione che avevo io (una delle prime stesure) c’era la storia fra Elizabeth Shaw e David, e come e perché quest’ultimo è stato riassemblato. La scena si svolge all’inizio del film ma poi l’hanno scavalcata completamente, il che rende tutto un po’ più horror, in un certo modo. Perché mostra quanto David sia sociopatico: conosce le regole ed è intelligente, ma non ha alcun sentimento in proposito.

La versione di David in Covenant, Walter, sembra più umano, c’è una sorta di strana descrizione nel film in cui David afferma di essere più mano perché pensa a se stesso ed è in grado di creare, mentre Walter è più simile ad un robot e quindi meno umano. Be’, Walter sembra più umano perché si contiene, mentre David è a briglia sciolta e non ha alcuna empatia per qualsiasi cosa via. È una strana descrizione del personaggio ma naturalmente David è un essere danneggiato programmato da un creatore danneggiato…

Noomi Rapace nel ruolo della povera Elizabeth Shaw

I fan si sono molto seccati perché il personaggio di Elizabeth Shaw è stato in pratica ucciso fra i due film: è mai stato parte della storia?

Nella prima versione del progetto chiamato Paradise/Prometheus 2 la Shaw era viva. La trovano e lei si sta nascondendo da David, e li aiuta a scappare. Dissi a Ridley che mia moglie e mia suocera, donne dal carattere forte, hanno amato il personaggio di Elizabeth Shaw più di ogni altro del film, e non sono appassionate di fantascienza: a loro è piaciuto il film per Noomi Rapace. Credo sia stata una richiesta dello studio il non farla tornare. Che peccato.

Quindi nella prima versione di Covenant, chiamata Paradise, lei si nasconde da David nelle catacombe sotto la città. La storia verte sul suo viaggio alla scoperta di quel mondo, ma è sola e ci sono i resti di David a penzoloni fuori dalla navetta: lei non vorrebbe averci niente a che fare ma ha bisogno di parlare con lui. Così finisce per riassemblarlo e diventano amici, facendo il viaggio insieme. Lui finisce per provare affetto per lei, a livello di amicizia.

Arrivano alla città ed è lì che David la guarda e le fa quel discorso: «Ti fidi di me? Ti fidi del mio amore per te e che tutto ciò che farò da ora in poi sarà per te e per proteggerti?» Lei lo guarda e dice: «Va bene, sì, mi fido», poi lui si volta e uccide tutti gli Ingegneri del pianeta. È il suo modo contorto di vendicarla, uccidere il pianeta. Lei è tipo “Ehi, volevo parlare con questa gente”, ma era troppo tardi: l’intero pianeta è ora contaminato e tutti sono morti.»

La brutta bruttezza dello xenomorfo di Covenant

La prima versione dello xenomorfo arriva alla fine, e combatte contro i neomorfi. Era previsto uno scontro fra mostri alla fine del film, dopo che avevano rincorso l’equipaggio fino alla nave. Gli umani sono rincorsi dai neomorfi e all’improvviso sbuca fuori lo xenomorfo che uccide le altre creature, perché le odia. Odia tutto.

L’idea per lo xenomorfo viene da Prometheus, cioè una creazione degli Ingegneri ideata per la totale distruzione della vita da un pianeta, perché queste creature provano ostilità nei confronti di qualsiasi forma di vita: anche la propria! L’idea originale era che una volta spazzata via ogni forma di vita gli xenomorfi si uccidevano così da non lasciare più niente sul pianeta. Naturalmente con Covenant tutto è cambiato.

Progetti futuri?

Credo stiano facendo una serie TV o qualcosa del genere. Nessuno mi ha chiamato. Sebbene non creda che la TV possa presentare un prodotto del genere, lo stesso lavorerei perché quel mondo è un bel posto in cui divertirsi.


L.

[2012-06] Noomi Rapace su “Fangoria” 314

Traduco questa intervista a Noomi Rapace apparsa sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 314 (giugno 2012), in merito all’imminente uscita del film Prometheus.


Prometheus Rising

di John Nicol

da “Fangoria”
numero 314 (giugno 2012)

Noomi Rapace rinuncia al tatuaggio del drago in favore di una tuta spaziale
nell’atteso film di fantascienza epica di Ridley Scott

Nel 1979 i fan della fantascienza e del fantastico si stavano ancora riprendendo da Star Wars che già la 20th Century Fox cercava il suo nuovo grande successo di genere: sarebbe stato Alien, un orrore spaziale che era senza dubbio l’antitesi di George Lucas? Andò proprio così. La frase di lancio «Nello spazio nessuno può sentirti urlare» divenne una delle citazioni più note della storia di Hollywood, e il film stesso – elegante, sanguinolento, d’atmosfera e terribilmente spaventoso – cambiò per sempre l’orizzonte del genere fanta-horror.

Il grande successo di Alien era ampiamente attribuibile alla visionarietà della regia di Ridley Scott, con la sua tensione hitchcockiana, e agli scrittori Dan O’Bannon e Ronald Shusett. Aggiungete con gli iconici disegni di H.R. Giger dello xenomorfo e la musica tesa di Jerry Goldsmith ed avrete uno del migliori film di genere misto mai fatti. Lo spazio non era più una landa misteriosa da conquistare, una terra promessa galattica, bensì un posto terrificante dove combattere per la sopravvivenza.

Dopo aver spaventato a morte gli ignari spettatori, Alien ha conosciuto tre seguiti, numerosi libri, dozzine di videogiochi e miscugli vari (compresi due mediocri film di Alien vs Predator) oltre ad innumerevoli imitatori. Nella nostra epoca di riproposizioni e rilanci senza fine, voci di corridoio hanno iniziato a speculare sulle intenzioni della Fox riguardo Alien. Molti hanno avuto reazioni ambivalenti: potrebbe essere una brillante rivisitazione o un disastro terribile. Poi l’anno scorso è uscita la notizia che Scott non solo sarebbe tornato alla fantascienza, ma addirittura alle sue radici, dirigendo ciò che si supponeva essere un prequel di Alien.

Quel film è Prometheus, e mentre sto scrivendo è ancora pesantemente avvolto dal mistero: la 20th Century Fox rivelerà tutti i suoi segreti all’uscita del film, il prossimo 8 giugno. Ciò che sappiamo è che il cast comprende talenti come Michael Fassbender, Charlize Theron, Guy Pearce e, forse ancora più interessante, la bellissima Noomi Rapace, della trilogia The Girl with the Dragon Tattoo [titolo inglese del romanzo Uomini che odiano le donne (2005) di Stieg Larsson. Nota etrusca) che è già apparsa ad Hollywood nel flim Sherlock Holmes. Gioco di ombre (2011). “Fangoria” ha l’opportunità di sedersi con Rapace, che interpreta l’archeologa Elizabeth Shaw. Diplomaticamente l’attrice ci fornisce sufficienti indizi intriganti senza rivelarci alcun dettaglio, mantenendo la severa segretezza fino alla fine.

Fangoria: Prima la trilogia di Stieg Larsson poi il film con Sherlock Holmes ed ora Prometheus: hai intenzione di fare un viaggio dritta verso le stelle?

Noomi Rapace: Non riesco a vedermi dall’esterno. Non penso alle stelle o a diventare famosa: non la vedo in quella prospettiva. Sto facendo lo stesso lavoro e cercando di focalizzarmi su quello, senza pensare molto al resto.

Sembra che ti concentri su ruoli di donne forti, come Lisbeth Salander prima ed Elizabeth Shaw ora. Lo fai coscientemente?

È sempre più interessante e affascinante entrare in un personaggio che lotta per qualcosa, qualcuno che abbia obiettivi e sogni, ma anche difficoltà. Sono attratta da personaggi che abbiamo un piede nella zona oscura e uno in quella chiara, che facciano avanti e indietro fra due modi diversi di vivere.

Come ti senti ad essere diventata un’icona tosta e un modello per altre donne? E quali sono le reazioni dei tuoi fan maschi?

Non trovo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne. Credo che i personaggi che ho interpretato siano molto umani: non si tratta di essere donna pronta a reagire. Ho sempre cercato di vedere l’intera persone, non fossilizzarmi nella prospettiva femminile.

Ti sei ispirata ad altre eroine del cinema?

È strano, perché sono cresciuta guardando film e vivendo attraverso di essi, ed ho sempre considerato eroi i personaggi maschili, e mi sono sempre rivista in loro. Naturalmente ho avuto alcune eroine femminili, come Sigourney Weaver nell’Alien originale o quando ho visto Terminator con Linda Hamilton. Per ciò non vedo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne: credo che tutti loro vedano in me più un’attrice, che una donna.

Sebbene questo non sia un film di Alien, non si possono ignorare le somiglianze, specialmente fra il tuo ruolo e quello di Ripley. In cosa sono simili i personaggi, e in cosa sono diversi?

Vedo le somiglianze, puoi vedere aspetti di Ripley in Elizabeth. Credo che Elizabeth sia più femminile, più donna: dovrete conoscerla meglio ed avvicinarvi di più a lei per sapere come durante il film la sua vita verrà trasformata. Ha una relazione e saprete di più sulla sua infanzia. All’inizio è una credente che combatte per i propri sogni, cercando di persuadere la gente ad intraprendere questo viaggio e a credere. A metà film si trasforma in una sopravvissuta e in una combattente.

Puoi parlarci della tua esperienza nel collaborare con una leggenda come Ridley Scott?

Ho adorato lavorare con Ridley, è stato assolutamente fantastico. È un eroe e un’icona, e ha fatto così tanti film grandiosi e lavorato così a lungo e ha avuto una vita così incredibile. Ma la cosa strana è che non ho mai sentito che fosse più grande di me: non mi è mai passato per la mente! Sento che abbiamo creato qualcosa insieme, e che parliamo la stessa lingua.

Puoi spiegare meglio?

Ho capito ciò che stava cercando, ciò che voleva che io facessi, e ho sentito che riuscivamo a comunicare molto bene in una sorta di connessione silenziosa che va al di là del genere e dell’età, dal fatto che io sono una donna e lui un uomo. È stato fantastico lavorare con lui, e sentivo che era accanto a me e al mio personaggio in ogni scena.

Questo film e la sua produzione sono avvolti dalla segretezza: quant’è stato difficile mantenerla tutto il tempo?

Quando giro entro in una specie di bolla, è come se salutassi il mondo che mi circonda ed entrassi in un altro, popolato dalle persone con cui sto lavorando. Con loro puoi condividere ciò che stai facendo e i problemi della situazione, senza preoccuparti di cosa puoi o non puoi dire. È più difficile ora, che non sto più girando ma sto facendo interviste. Mi sono state date tantissime note su ciò che posso o non posso dire e in un certo modo è divertente: mi piace avere dei segreti! Mi diverte cercare di spiegare senza in realtà dire niente.

Ti è permesso dire cosa sia “Prometheus”?

È molto di più di un semplice film di fantascienza. In alcuni giorni, quando arrivavo sul set e vedevo cosa stavano costruendo – le strutture, i mostri, ecc. – era spettacolare e mi toglieva il fiato. Era qualcosa che non avevo mai visto prima. Credo che il film sarà un successo. Parla di così tante cose sulla vita e sull’essere umano, ed esplora lo scopo stesso della vita, ciò che siamo e da dove veniamo. E quale sarà il passo successivo.

Se il film sarà un successo come previsto, Scott ha lasciato spazio per eventuali seguiti?

Naturalmente sarebbe un sogno per me lavorare ancora con lui.

[Povera Noomi… Nota etrusca.]


L.

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