[2020-03] Guy Pearce su “Prometheus”

Guy Pearce racconta il suo Peter Weyland a “GQ”

Sul suo canale YouTube, la rivista “GQ” porta avanti una splendida iniziativa: lascia che attori noti raccontino aneddoti e ricordi relativi ai loro ruoli più famosi. Infatti l’iniziativa si chiama “x Breaks Down His Most Iconic Characters“, dove x sta per l’attore di turno.

Il 19 marzo 2020 è stato il turno dell’attore britannico Guy Pearce, che raccontando i suoi ruoli più famosi è ovviamente finito a parlare del suo Peter Weyland in Prometheus (2012) di Ridley Scott: curiosamente non ha speso una sola parola per Alien: Covenant (2017), dove riprende il personaggio nel prologo.

Traduco di seguito il suo intervento riguardo al film Prometheus.

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[2021-03] Sigourney Weaver su “Collider.com”

Aliens by Patrick Brown

Grazie a questo post di Marco Minniti su Asbury Movies.it (grazie Cassidy per la dritta!) scopro che Sigourney Weaver il 6 marzo 2021 ha rilasciato un’intervista a Christina Radish del sito Collider.com, in occasione dell’uscita del suo film My Salinger Year (2020).

Ecco tradotte (da me) le parti più interessanti dell’intervista.

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[2020-06] Predator: Screenplay (annullato)

Cover di Diego Galindo

Il canale YouTube Alien vs Predator Galaxy il 23 gennaio 2021 ha rilasciato una nuova intervista ad un “autore alieno”, in questo caso Jeremy Barlow, autore di fumetti in vari universi narrativi (Mass Effect e Star Wars, giusto per citarne qualcuno) che recentemente ha firmato la saga a fumetti AVP: Thicker Than Blood, dalla vita editoriale travagliata. I conduttori Corporal Hicks (Aaron Pecival) e RidgeTop (Adam Zeller) permettono di conoscere meglio questo autore, subissandolo di quelle domande che in fondo tutti noi appassionati alieni avremmo voluto fargli.

«I fan lo ameranno molto o lo odieranno molto», è il commento di Barlow riguardo la sua saga a fumetti, e onestamente tendo più verso la seconda categoria: però sono onesto, ancora devo finire di leggerlo, visti i mesi che ci ha messo la seconda parte ad uscire. Il fatto che ancora non abbia voglia di finirlo la dice lunga su quanto mi abbia preso il fumetto. Ma non è di questo che voglio parlare.

Passata l’ora di discussione (per essere precisi, a un’ora e 15 minuti) si arriva all’argomento “caldo” dell’intervista: Barlow infatti era stato incaricato di scrivere la saga a fumetti Predator: The Original Screenplay – la cui uscita era prevista per giugno-ottobre 2020 – prima dell’annullamento del progetto, a causa (forse) del passaggio di licenza da Dark Horse a Marvel ma più probabilmente per il blocco dell’editoria dovuto alla pandemia.

Variant Cover di Marc Borstelmann

Grazie alla Xenopedia si è conservata l’anteprima che la Dark Horse ha poi cancellato, quindi oltre alle due splendide copertine abbiamo anche la trama ufficiale:

«Una squadra di militari esperti è impegnata in una missione di recupero nella giungla del Centro America. I dettagli della missione sono secretati, ma la squadra ben presto scopre una rete di bugie e di inganni. Qualcosa li sta osservando, spiando ogni loro mossa. La caccia è iniziata.»

Alla domanda di RidgeTop se tutti e cinque i numeri del fumetto fossero già stati scritti al momento della soppressione del progetto, Barlow annuisce, e specifica che il disegnatore Patrick Blaine era arrivato addirittura al terzo albo, quindi in pratica il fumetto era in stato avanzato di preparazione: saprà la Marvel cogliere l’occasione o rimarrà un altro dei progetti morti della Dark Horse? Nessuno lo sa.

Barlow afferma che per la sceneggiatura a fumetti che ha scritto gli è stato fornito un copione del film Predator datato settembre 1984, dal titolo Hunters e con un protagonista di nome Matheny, che poi diventerà Dutch.

In questo copione il protagonista soffre di PTSD, cioè di stress post-traumatico, e non sembra proprio la persona migliore per guidare la missione protagonista della storia. Durante la vicenda Matheny ha dei flashback che ci mostrano una passata missione finita male, in Beirut, dove lavorava per la difesa israeliana. Inoltre c’è una sottile sotto-trama che racconta il rapporto con suo padre, che lo portò a caccia all’età di 12 o 13 anni e il bambino riuscì solo a ferire un cervo. Il padre lo costringe a finire il lavoro, per non far soffrire l’animale, così il giovane Matheny compie la sua prima uccisione.

Stando a Barlow, che considera molto intrigante quella sceneggiatura del 1984, nella sua versione ha usato e addirittura esteso gli intermezzi con il passato del protagonista, sia la missione a Beirut sia la caccia con il padre, e a quanto pare sia la Dark Horse sia la Fox sono stati molto entusiasti del risultato.

Non possiamo che dispiacerci per il progetto annullato, ma è anche vero che queste furbate hanno un po’ stufato: a forza di ricamare su storie note si dimentica di sforzarsi di creare qualcosa di nuovo.

L.

– Ultime interviste:

  • [2020-03] Guy Pearce su “Prometheus” - L'attore britannico, raccontando al canale YouTube di "GQ" i suoi ruoli più famosi, finisce a parlare di Peter Weyland di Prometheus (2021): ecco la traduzione della sua testimonianza.
  • [2021-03] Sigourney Weaver su “Collider.com” - Il 6 marzo 2021 l'attrice ha rilasciato un'intervista a Christina Radish del sito Collider.com, in occasione dell'uscita del suo film My Salinger Year (2020): ecco tradotte le parti più interessanti dell'intervista.
  • [2020-06] Predator: Screenplay (annullato) - Un podcast di AVPGalaxy del 23 gennaio 2021 presenta un'intervista all'autore di questa saga soppressa, il quale ci regala uno sguardo su ciò che poteva essere.
  • [2020-08] Michael Biehn su “Empire” - Traduco un'intervista estiva di "Empire" all'attore che si prepara ad apparire nella nuova stagione di "The Mandalorian".
  • [2012-04] Jon Spaihts su “Screem” 24 - Traduco questa intervista al creatore originale di Prometheus (2012) prima che arrivasse la follia del Damon Lindelof a fare danni.
  • [2019-02] Carlos Huante parla di Covenant - Traduco la parte dell'intervista al creature designer che racconta ghiotti retroscena sulla produzione del più brutto film della storia del cinema: Alien: Covenant, dello Scott sbagliato.
  • [2012-06] Noomi Rapace su “Fangoria” 314 - Traduco questa intervista a Noomi Rapace apparsa sulla rivista specialistica "Fangoria" numero 314 (giugno 2012), in merito all'imminente uscita del film Prometheus.
  • [2004-08] AVP su “Fangoria” 235 - Traduco il servizio in cui Paul W.S. Anderson ricostruisce la genesi del progetto "Alien vs Predator" spacciandolo tutto come nato da una sua idea, quando invece il cuore della storia nasce dal celebre fumetto del 1990 e poi tutto è rovinato da pessime idee e trovate discutibili.
  • [1986-07] Lance Henriksen su “Fangoria” 55 - Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica "Fangoria" numero 55 (luglio 1986) in cui l'attore ricorda i suoi precedenti film e si gode il lancio di carriera.
  • [1995-06] Alien 4 su “SFX” 1 - Il primo numero della nuova rivista "SFX" nel giugno 1995 fa il botto e presenta un'intervista all'attrice Sigourney Weaver dove viene anticipato il futuro Alien Resurrection (1997).

[2020-08] Michael Biehn su “Empire”

L’attesa per la seconda stagione di “The Mandalorian” (2020) si fa spasmodica e anche la rivista specialistica “Empire” comincia a mordere il freno in vista dei tanti grandi attori che saranno presenti almeno nella prima puntata della nuova stagione.

Nel numero di agosto dell’edizione “Australasia” della rivista c’è una bella intervista con Michael Biehn, a cura di Nick de Semlyen: ecco la mia traduzione.


Testato in battaglia

di Nick de Semlyen

da “Empire” (Australasia)
agosto 2020

È andato a braccetto con terminator, alieni, zombie ed Ed Harris,
dando vita ad alcuni degli eroi più fighi del cinema.
Michael Biehn incontra “Empire” per riflettere
su una carriera spesa ad affrontare il pericolo

All’inizio di questa estate Michael Biehn si è rivolto al mondo: «Ascoltate, e cercate di capire», ha gridato, mettendo le mani a megafono. «Questo virus è là fuori. Non si può patteggiare con lui, non si può ragionare con lui, non sente né pietà né rimorso né paura. Niente lo fermerà… finché non rimarremo a casa». Poi esce dall’obiettivo e si prepara ad uscire. «Kyle Reese… I’m out!»

Il video di 28 secondi è stato caricato in quella coscienza digitale skynetiana che è Twitter e i fan chiusi in casa ovunque sono esplosi. «Unisciti alla resistenza!», ha risposto qualcuno, «Ha ancora il tocco», ha detto un altro. Qualcuno ha addirittura messo l’audio sulla scena originale di Terminator.

Lo stesso Biehn, che non frequenta i social, è stato sorpreso dal clamore che ne è seguito. «Non sono bravo con le cose da “star del cinema”», racconta ora ad “Empire”. «Non ho mai avuto un addetto stampa, semplicemente capita che me ne vada in giro con mio figlio e racconto a qualcuno di questa cosa di Terminator e del virus. Mia moglie Jennifer ha detto “Dovresti registrarti e metterti on line“. Ero reticente, ma un sacco di amici e familiari non stavano prendendo sul serio questa cosa del distanziamento sociale, così ho girato il video e l’ho mandato a tutti».

Questo messaggio può aver salvato vite, o no. Ma una cosa è sicura: tutti quelli a cui è arrivato l’hanno visto con molta attenzione. C’è un motivo per cui l’attore è diventato il simbolo della resistenza umana, un Colonial Marine e la persona da ingaggiare per strillare ad Ed Harris in una prigione.

Perché quando Michael Biehn parla, stai maledettamente attento.

Malgrado la formidabile lista di ruoli da duro che ha interpretato nelle ultime quattro decadi, stupisce scoprire che i primi due film dove Biehn appare nei crediti sono commedie leggere che non prevedono alcuna sparatoria. Grease e Coach [in Italia, “L’allenatrice sexy”] sono entrambi film del 1978 e in entrambi Biehn interpreta un liceale che gioca a basket. «Sono in pratica una comparsa superiore [glorified extra]», dice del film più famoso. «L’unica volta in cui mi potete vedere è quando Travolta cerca di impressionare Olivia Newton-John e mi colpisce allo stomaco per prendere la palla. E in un’altra scena in classe, dove Kenickie tira fuori una rana e tutti impazziscono. Sembravo avere 14 anni in quella scena.» [Ne aveva 22. Nota etrusca.]

Il giovane Michael (secondo da sinistra) pronto a sfidare Travolta a basket

Originario dell’Alabama, laureato alla University of Alabama dove ha studiato arte drammatica, Biehn era determinato ad entrare nel cinema. Ha ottenuto un ruolo più grande nella commedia canadese Hog Wild [in Italia, “A tutto gas”], ha perseguitato Lauren Bacall in The Fan [in Italia, “Un’ombra nel buio”] ed è dovuto andare in Gran Bretagna per The Lords of Discipline [in Italia, “Cavalli di razza”], il primo delle sue cinque collaborazioni con Bill Paxton. «Amo davvero l’Inghilterra», dice, «mi piace la cadenza della loro parlata. Il tempo fa schifo, ma la mia battuta preferita sul clima è: “Che differenza c’è fra l’estate e l’inverno in Inghilterra? Che d’estate almeno la pioggia è più calda”.»

Nel 1984 arriva il ruolo che cambia tutto, sebbene all’epoca non sembrasse proprio. In effetti Terminator sembrava più il filmaccio di fantascienza da palinsesto notturno via cavo che l’avrebbe perseguitato a vita. Il regista, James Cameron, era stato licenziato da un film chiamato Piranha II: The Spawning e l’attore protagonista era un austriaco di nome Arnold Schwarzenegger, il che non ispirava molta convinzione. «Ho letto il copione e ho pensato: “potrebbe essere davvero un pessimo film”», ricorda Biehn. «De Niro e Al Pacino, Coppola e Spielberg, quelli erano i tizi con cui volevo lavorare. Ho pensato: “Questa cosa non finirà bene”.»

Una volta iniziate le riprese Biehn a malapena ha potuto interagire con Schwarzenegger («Potrei sbagliare, ma credo che il punto in cui sfonda la finestra e afferra Linda sia l’unico punto del film in cui siamo nella stessa inquadratura»), ma viene subito conquistato dai virtuosismi di Cameron. Sul set la sua prova nei panni del combattente della resistenza Kyle Reese, inviato dal 2029 per proteggere Sarah Connor, è perfettamente calibrata, con Reese inizialmente freddo ed efficiente come un T-800, che poi diventa più umano mentre si innamora di Sarah.

Con Cameron si è creato subito un buon rapporto, a tal punto che Biehn ha potuto fare ciò che pochi attori hanno mai osato: zittire il regista. «Jim non coccola gli attori», dice ridendo Biehn, «e una volta semplicemente gli ho detto: “Va bene, Jim, tutta la troupe sa che tu sai fare il loro lavoro meglio di loro, ma non sai interpretare Kyle Reese, quindi dammi una cazzo di battuta da recitare e andiamo avanti”. E fu tutto lì.»

Il suo film successivo sarebbe diventato un altro classico di Cameron, Aliens, come sa ogni viaggiatore della USS Sulaco Biehn non era nel cast originale. Invece è stato paracadutato ai Pinewood Studios a riprese iniziate per sostituire James Remar nel ruolo del caporale Hicks. Ha ricevuto la telefonata venerdì notte, e lunedì mattina era sul set ad indossare l’armatura già preparata da Remar. (A Biehn non piaceva quel disegno rosso posizionato proprio sopra al cuore, perché sembrava un bersaglio, ma era stato già girato del materiale con quell’armatura e se l’è dovuta tenere.)

«La gente mi dice: “Dio, dev’essere stata dura arrivare all’ultimo secondo e tutto il resto”. Be’, Hicks non ha tutti questi dialoghi, così ho avuto tre mesi per imparare all’incirca venti righe». Come Reese, Hicks è un eroe fantascientifico di cuore e un condottiero, ma Biehn gli ha dato sfumature più positive, rendendolo più solare, meno torturato. «In Terminator, Reese non sorride mai, ad eccezione di una volta in cui si trova nella stanza d’hotel e sa che si farà Sarah. No, sto scherzando. Siamo nella stanza d’hotel, lei gli tira qualcosa e lui ride. Mentre in Aliens Hicks sorride per tutto il tempo. A Jim [Cameron] e Gale [Anne Hurd] piaceva che non recitassi il solito tipo tosto. Hicks sorride ed è sottomesso a Ripley. È stato un gran ruolo, e penso che sia il film migliore di Cameron».

Gli unici istanti di leggerezza di un combattente del futuro

La sua terza collaborazione con il regista è stata nel 1989 con The Abyss, dove interpreta un Navy Seal di nome Coffey che va sotto l’oceano per raggiungere l’equipaggio di una trivella sottomarina, e mentre la pressione sale lui va fuori di testa. Le riprese in South Carolina sono state dure a livelli leggendari, e il film in seguito ha ricevuto giudizi contrastanti. Ma Biehn è indiscutibile nella sua prova da cattivo baffuto, sebbene lui specifichi che si tratta comunque di un bravo soldato estromesso dalla catena di comando. «Ho amato interpretarlo», dice. «Era un Navy Seal prima ancora che tutti sapessero cosa fosse, un Navy Seal. Il suo cognome è una specie di scherzo, Coffey, perché avrei dovuto bere un sacco di caffè.»

Ci sarebbe stata un’altra collaborazione Biehn-Cameron per Terminator 2, ma il veloce ritorno di Reese (come sogno di Sarah nell’ospedale psichiatrico) è stato tagliato dal film e rimane solo nella versione estesa in home video. L’attore ora ammette di esserci rimasto male. «Quando T2 è stato un così grande successo e tutto il resto, mentirei se non dicessi che ero un po’ geloso», racconta. «E ci sono rimasto male quando ad una proiezione speciale hanno messo gli attori di T2 da una parte e gli altri da un’altra: a me è toccata la seconda.»

Kyle e Sarah nella celebre scena tagliata da Terminator 2

I due rimangono amici, poco tempo fa Biehn ha chiesto a Cameron quando farà un’edizione Blu-ray di The Abyss. È rimasto in contatto anche con Schwarzenegger: i due storici nemici temporali diventati amici. «L’ho visto all’incirca sei mesi fa ed è in forma splendida», ricorda Biehn. «Scherzando gli ho chiesto chi fosse il suo chirurgo plastico ed è scoppiato a ridere».

Biehn è divertente, franco e comunicativo: la telefonata di “Empire” con l’attore dura due ore. Ma sullo schermo è spesso ingaggiato in ruoli duri e carismatici. Al telefono invece è senza filtri.


Arrivano gli anni Novanta ed Hollywood non sembra sapere cosa farci di Biehn. Il suo secondo ruolo da Navy Seal è in… be’, Navy Seals, un’esperienza che gli provoca ancora dolore: quel thriller del 1990 è andato velocemente fuori dai binari.

«Sono state le riprese più orribili della mia vita», dice Biehn, senza fare economia di commenti. «Fottutamente orribili. Fottutamente orribili. Mi hanno offerto un sacco di soldi e c’era Charlie Sheen. Avevamo Bill Paxton, Dennis Haysbert e anche Joanne Whalley-Kilmer. C’erano strutture navali grazie ad accordi con la Marina. Voglio dire, avevamo tutto per il film… tranne un regista abbastanza furbo da non lasciare andare tutto in vacca, aggiungendo assurdità su assurdità, e ancora altre assurdità».

Nel ruolo del tenente James Curran, un Seal che ha una storia d’amore con una giornalista di moda, Biehn era autorizzato a rielaborare il suo personaggio, evitando stupidaggini come la scena in cui Sheen, senza alcuna ragione particolare, si butta da un ponte da un’auto in corsa.

«C’è una scena in cui porto Joanne in quella che chiamiamo kill house», ricorda, «e tutti le gridavano intorno. L’ho scritta io quella scena, e tutte le scene che mi riguardavano. Perché quanto era previsto dal copione era semplicemente stupido. Poteva essere un buon film, un altro Top Gun, invece è riuscito solo a metà».

Il suo dolore nasce dal fatto che all’epoca era diventato amico di veri Navy Seal e sentiva su di sé la responsabilità di rappresentarli con dignità su schermo. «Volevo mostrarli per come sono, non come idioti che si buttano dai ponti». Per questo è stato felice di poter riparare a quel torto nel 1996 con The Rock, interpretando il suo terzo ed ultimo Navy Seal, un professionista abbattuto dai soldati rinnegati del generale matto (Ed Harris) nelle fondamenta di Alcatraz. Ogni volta che gli capita di incontrare Michael Bay, a Biehn piace ricordargli di aver recitato nella scena migliore del suo film migliore.

Quando l’attore loda qualche film in cui ha lavorato, sappiamo che è onesto: lui non fa roba da “pubbliche relazioni”. Per esempio non è particolarmente fiero dell’altro film che ha fatto con Nicolas Cage, diretto dal fratello di Cage: «È intitolato qualcosa come “Timeless” [in realtà, Deadfall. Nota del giornalista. (In Italia, quella buffonata de L’ultimo inganno. Nota etrusca)] e dopo aver visto il montaggio provvisorio mi sono sempre riferito al film come “Pointless” [privo di senso].»

La faccia di un bravo ragazzo in un filmaccio assurdo targato Cage

Invece ha solo amore per Tombstone, il western del 1993 in cui non interpreta un poliziotto, un soldato o comunque un autoritario, bensì un pistolero [pistol-twirling, “ruotatore di pistola”], un fuorilegge dal cuore nero chiamato Johnny Ringo. In un cast pieno di pesi massimi – Kurt Russell, Sam Elliot e Charlton Heston – Biehn lascia il segno.

Da sinistra: Biehn, Powers Boothe, Bill Paxton, Kurt Russell e Val Kilmer

«Ci sono voluti vent’anni perché la gente venisse da me a raccontarmi storie di loro con nonni o genitori a guardare insieme Tombstone, gente che l’ha visto trenta volte. Quand’è uscito non c’era nessuno che menzionasse il mio nome nelle recensioni, proprio come Aliens. Ragazzi che sono stati in Iraq o in Afghanistan mi hanno detto che quei film sono stati d’ispirazione per frasi da lanciare sul serio. “Stay Frosty1, “I’m your huckleberry2, “Alright, lunger, let’s do it3… Me l’hanno detto in tanti.»

«Stati molti attenti» «Fantozzi, è lei?»

Non solo i soldati ma anche altri in divisa si identificano con i personaggi di Biehn. «Il pubblico che mi ama è composto principalmente di militari, ufficiali di polizia e procuratori distrettuali», dice Biehn. «Una volta un poliziotto si è aperto la camicia davanti a me e sul suo giubbotto antiproiettile aveva un disegno di Hicks.»


Al di là del testosterone, gli appassionati di Biehn sono diversi e vari, addirittura ha fan bambini.

«Una volta mi sono visto arrivare delle ragazzine di dodici anni con due occhi sbarrati, e mi hanno detto: “Oh mio Dio, ma tu sei Hicks: ti amiamo!” Abbiamo fatto quel film vent’anni prima che i loro genitori si conoscessero!»

E poi ci sono gli appassionati di cinema che adorano le sue prove attoriali, piene di intensità e vulnerabilità. Damien Chazelle ha offerto a Biehn un ruolo nel suo nuovo film Babylon, una parte rifiutata dall’attore perché troppo piccola, con il rischio di venir tagliata via come quella in Terminator 2. Robert Rodriguez l’ha messo in Planet Terror come sceriffo. E Neill Blomkamp l’ha contattato per primo per un ruolo in Humandroid (che fu poi ritrattato e offerto a Sigourney Weaver), prima di calarlo nella nuova sceneggiatura di Aliens che riunirebbe Hicks e Ripley, malgrado il fatto che Alien 3 abbia spazzato via il marine dallo schermo.

Sfortunatamente quel progetto è stato espulso dallo spazio di Hollywood. Biehn ci è rimasto parecchio male. «Ero parecchio eccitato, all’epoca: sembrava un buon progetto. Ma ho avuto parecchie delusioni in carriera. E anche tanta fortuna, visto quanto mi è capitato con Aliens. A volte va bene, a volte va male: è così che va.»

Come Hicks, che ha l’abilità di addormentarsi in una nave che attraversa le nuvole per farsi un riposino prima della battaglia, l’attore sembra a proprio agio nel prendere la carriera come viene, dedicando del tempo alla scrittura (ha collaborato ad un saggio che denuncia come Kubrick trattasse gli attori sul set, e un altro su Tombstone che potete leggere on line). «C’è un sacco di gente che si dà da fare. Non so, da un certo punto di vista mi piace non lavorare», dice scrollando le spalle. «Mi avvicino ad un set e ho una specie di brivido, come a dire: “Grazie a Dio non devo più farlo”.»

Lo stesso si mantiene indaffarato, dirigendo due film (The Blood Bond nel 2010 e The Victim nel 2011), reincontrando Val Kilmer in Streets of Blood (2009) ed anche interpretando il Presidente nell’incredibile 2012. L’avvento del male (2001).

La contentezza di Biehn di far parte di Streets of Blood (2009)

Una telefonata a sorpresa, come quella che quel venerdì notte di tanto tempo fa lo convocava ai Pinewood Studios, può arrivare in qualsiasi momento. E sebbene Biehn non voglia né confermare né commentare, molte voci dicono che sarà presto sullo schermo nella seconda stagione di “The Mandalorian“. Se fosse vero, potete star certi che quando lui parla, Baby Yoda farà meglio ad ascoltare.


Note

1. Da Aliens (1986). Ai demoralizzati Hudson e Vasquez, Hicks dice di capirli, «but stay frosty». I sottotitoli italiani del DVD 1999 traducono erroneamente «ma stati molto attenti», poi corretti nella “Quadrilogy” del 2003 con «ma tenete gli occhi aperti». Il doppiaggio italiano viene reso con «ma sangue freddo, eh?». Quando Homer Simpson si ritroverà a guidare un manipolo di soldati, nell’episodio 18×05 (G.I. D’oh, 12 novembre 2006) della serie animata, nel momento di maggior sconforto gli apparirà una mascotte di cereali che gli dirà «Stay Crunchy» (in italiano, «Restate croccanti!»): mi piace pensare ad una “citazione aliena”. (Torna al testo)

2. Da Tombstone (1993). «Sono qua, fragolino», pronunciata da Doc Holliday (Val Kilmer) come risposta alla provocazione di Johnny Ringo ubriaco: «Nessuno di voi ha il fegato di giocarsi la pelle?». (Torna al testo)

3. Sempre da Tombstone (1993), ma la frase in realtà è «All right, lunger. You go to hell», pronunciata dall’ubriaco Johnny Ringo alla volta di Doc Holliday, resa in italiano con «D’accordo, tisico, ti spedisco all’inferno». (Torna al testo)


 

L.

– Ultime interviste:

[2012-04] Jon Spaihts su “Screem” 24

Traduco questa intervista a Jon Spaihts, creatore originale di Prometheus (2012) prima di dover lasciare il suo posto a Damon Lindelof, apparsa sul numero 24 della rivista “Screem”.

Purtroppo è stata condotta quando ancora non si sapeva nulla del film, di là da uscire, quindi sono spesso domande a casaccio sparate alla cieca, a cui Sapihts non può rispondere, ma le prime ci regalano una bella parentesi sulla nascita del film.

Da sottolineare come all’incirca nello stesso periodo Spaihts stesse registrando l’audio-commento di Prometheus, che sarà poi presente nell’edizione Blu-ray, e la genesi del film la racconta praticamente uguale.


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[2019-02] Carlos Huante parla di Covenant

Il 26 febbraio del 2019 – cioè esattamente un anno fa – Christopher Marc pubblica sul sito HN Entertainment la parte dell’intervista a Carlos Huante in cui si parla del film Alien: Covenant (2017). Il tecnico degli effetti speciali, che nel film di Ridley Scott cura il design della creatura (non è chiaro quale), rivela alcuni ghiotti retroscena della produzione.

Traduco la parte dell’intevista legata a Covenant:


HN: Passando ad Alien: Covenant, ci puoi parlare delle prime discussioni sul film? So che nei progetti iniziali c’erano altri animali ed altre specie di esperimenti ibridi fatti da David.

Huante: Sì, ci sono due versioni di Covenant. La prima ha più creature, che poi sono state tutte tagliate via nel montaggio della seconda versione. Abbiamo iniziato Paradise, la prima versione di Covenant, e siamo andati avanti: si è fermato tutto proprio sul più bello.

Ho ricevuto una telefonata dal production designer Arthur Max. «Carlos, sei seduto?» «Uh, perché?» ho chiesto. Ero a pranzo con un amico. «Da quanto lavori per questa industria?» mi chiese, mentre io bofonchiavo. Disse: «Be’, Fassbender sta andando a fare un altro film e non potranno averlo per un po’, così hanno deciso di sospendere tutto [to put the movie on hold]». Io gli ho risposto: «Andiamo, amico, mi stai dicendo che devo andare a cercarmi un altro lavoro? Sono completamente concentrato sul progetto, non farmi questo…» «Non ti preoccupare», mi rispose, «ti ci riporteremo, ma magari ci vorrà un anno.» «Ok…»

Così passò il tempo. Ma in quella versione avevamo una sorta di pitbull, un cane alieno chiamato Bug che David lasciava libero di scorrazzare sul pianeta degli Ingegneri, e poi aveva creato delle manguste: è per questo che quella piccole cose bianche [cioè la versione di Covenant dei neomorfi] le ho chiamate Meerkats [“manguste”] perché mi ricordano quelle creature della prima versione del film.

David, nel vecchio copione, aveva un esercito di manguste super violente. Non erano normali animali, potevano aprire la loro bocca e mostrare come i loro denti fossero attaccati a delle specie di dita, così da avere in pratica mani dentate in bocca. Precursori di creature viste in seguito.

Non so se era questa la direzione che stava prendendo Ridley, se David sarebbe diventato il Diavolo, ma la sensazione era che avesse preso possesso del Paradiso ed ora stesse creando i suoi Nefilim [«un popolo che sarebbe stato presente sulla terra al tempo dell’incrocio tra i “figli del vero Dio” e le “figlie degli uomini”», da Wikipedia. Nota etrusca.], i suoi ibridi, ed avesse iniziato i suoi esperimenti su alcunid egli Ingegneri. È qualcosa di sbagliato su più livelli, che la cerazione della creazione si impossessi di te.

Per quanto riguarda la storia di Prometheus, per tutto il film non c’erano prove che gli Ingegneri avessero nulla a che vedere con la Terra, ma tutti erano stupidi abbastanza per dire “Ci hanno creati, perché hanno un DNA simile”. C’erano un sacco di cose stupide dette in quei film. [There was a lot of stupid talk in those movies.]

Era più un’ipotesi, visto che nel film non è confermato.

Non c’è alcuna ragione di pensarlo e poi l’idea di Charlie che “Non c’è niente di eccezionale nella creazione della vita: chiunque può farlo, basta un pizzico di DNA”… Be’, è una cosa impegnativa, si richiede che almeno tu sia uno scienziato.

Da tutto quello che stavo leggendo del progetto, che ovviamente era intitolato Paradise Lost, mi stavo rendendo conto che sarebbe stata una versione fantascientifica del poema di John Milton, e che quei giganti a cui abbiamo lavorato sin dai tempi di Prometheus sono come i Nefilim, gli esseri che hanno creato le creature per infettare l’umanità come la vecchia storia biblica. Gli angeli caduti e i Nefilim: penso che sia questo che stesse cercando di raccontare. E ho pensato: “Ragazzi, potrebbe essere la più grande figata di sempre. Nessuno avrebbe mai affrontato questa parte della Bibbia”. E poi, come nel Paradiso Perduto, David è diventato il diavolo.

Lo stesso non sapevo dove il film stesse andando, perché non avevo idea se ne sarebbe stato prodotto un terzo. Ma c’erano altre creature, una sorta di esperimenti… I neomorfi, gli Ingegneri, i molti esperimenti di David e lo xenomorfo primitivo.

Illustrazioni del pianeta degli Ingegneri

Poi hanno annacquato il film. Non volevano farne un film di mostri e credo stesse diventando un po’ troppo fantastico: lo ridussero a qualcosa di più terrestre, che secondo me era più convenzionale nel design. Se fosse stato me avrei voluto vedere più formazioni rocciose bruciate dall’acido come se ne vedono nella tundra terrestre. Alcune grandi rocce lì sono così arrotondate da sembrare davvero uova aliene: perché invece su un pianeta alieno dobbiamo essere così convenzionali?

Sembra che originariamente il ruolo degli Ingegneri fosse maggiore: se ne è mai discusso?

Prima del genocidio con il black goo, so che nel copione che avevo io (una delle prime stesure) c’era la storia fra Elizabeth Shaw e David, e come e perché quest’ultimo è stato riassemblato. La scena si svolge all’inizio del film ma poi l’hanno scavalcata completamente, il che rende tutto un po’ più horror, in un certo modo. Perché mostra quanto David sia sociopatico: conosce le regole ed è intelligente, ma non ha alcun sentimento in proposito.

La versione di David in Covenant, Walter, sembra più umano, c’è una sorta di strana descrizione nel film in cui David afferma di essere più mano perché pensa a se stesso ed è in grado di creare, mentre Walter è più simile ad un robot e quindi meno umano. Be’, Walter sembra più umano perché si contiene, mentre David è a briglia sciolta e non ha alcuna empatia per qualsiasi cosa via. È una strana descrizione del personaggio ma naturalmente David è un essere danneggiato programmato da un creatore danneggiato…

Noomi Rapace nel ruolo della povera Elizabeth Shaw

I fan si sono molto seccati perché il personaggio di Elizabeth Shaw è stato in pratica ucciso fra i due film: è mai stato parte della storia?

Nella prima versione del progetto chiamato Paradise/Prometheus 2 la Shaw era viva. La trovano e lei si sta nascondendo da David, e li aiuta a scappare. Dissi a Ridley che mia moglie e mia suocera, donne dal carattere forte, hanno amato il personaggio di Elizabeth Shaw più di ogni altro del film, e non sono appassionate di fantascienza: a loro è piaciuto il film per Noomi Rapace. Credo sia stata una richiesta dello studio il non farla tornare. Che peccato.

Quindi nella prima versione di Covenant, chiamata Paradise, lei si nasconde da David nelle catacombe sotto la città. La storia verte sul suo viaggio alla scoperta di quel mondo, ma è sola e ci sono i resti di David a penzoloni fuori dalla navetta: lei non vorrebbe averci niente a che fare ma ha bisogno di parlare con lui. Così finisce per riassemblarlo e diventano amici, facendo il viaggio insieme. Lui finisce per provare affetto per lei, a livello di amicizia.

Arrivano alla città ed è lì che David la guarda e le fa quel discorso: «Ti fidi di me? Ti fidi del mio amore per te e che tutto ciò che farò da ora in poi sarà per te e per proteggerti?» Lei lo guarda e dice: «Va bene, sì, mi fido», poi lui si volta e uccide tutti gli Ingegneri del pianeta. È il suo modo contorto di vendicarla, uccidere il pianeta. Lei è tipo “Ehi, volevo parlare con questa gente”, ma era troppo tardi: l’intero pianeta è ora contaminato e tutti sono morti.»

La brutta bruttezza dello xenomorfo di Covenant

La prima versione dello xenomorfo arriva alla fine, e combatte contro i neomorfi. Era previsto uno scontro fra mostri alla fine del film, dopo che avevano rincorso l’equipaggio fino alla nave. Gli umani sono rincorsi dai neomorfi e all’improvviso sbuca fuori lo xenomorfo che uccide le altre creature, perché le odia. Odia tutto.

L’idea per lo xenomorfo viene da Prometheus, cioè una creazione degli Ingegneri ideata per la totale distruzione della vita da un pianeta, perché queste creature provano ostilità nei confronti di qualsiasi forma di vita: anche la propria! L’idea originale era che una volta spazzata via ogni forma di vita gli xenomorfi si uccidevano così da non lasciare più niente sul pianeta. Naturalmente con Covenant tutto è cambiato.

Progetti futuri?

Credo stiano facendo una serie TV o qualcosa del genere. Nessuno mi ha chiamato. Sebbene non creda che la TV possa presentare un prodotto del genere, lo stesso lavorerei perché quel mondo è un bel posto in cui divertirsi.


L.

[2012-06] Noomi Rapace su “Fangoria” 314

Traduco questa intervista a Noomi Rapace apparsa sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 314 (giugno 2012), in merito all’imminente uscita del film Prometheus.


Prometheus Rising

di John Nicol

da “Fangoria”
numero 314 (giugno 2012)

Noomi Rapace rinuncia al tatuaggio del drago in favore di una tuta spaziale
nell’atteso film di fantascienza epica di Ridley Scott

Nel 1979 i fan della fantascienza e del fantastico si stavano ancora riprendendo da Star Wars che già la 20th Century Fox cercava il suo nuovo grande successo di genere: sarebbe stato Alien, un orrore spaziale che era senza dubbio l’antitesi di George Lucas? Andò proprio così. La frase di lancio «Nello spazio nessuno può sentirti urlare» divenne una delle citazioni più note della storia di Hollywood, e il film stesso – elegante, sanguinolento, d’atmosfera e terribilmente spaventoso – cambiò per sempre l’orizzonte del genere fanta-horror.

Il grande successo di Alien era ampiamente attribuibile alla visionarietà della regia di Ridley Scott, con la sua tensione hitchcockiana, e agli scrittori Dan O’Bannon e Ronald Shusett. Aggiungete con gli iconici disegni di H.R. Giger dello xenomorfo e la musica tesa di Jerry Goldsmith ed avrete uno del migliori film di genere misto mai fatti. Lo spazio non era più una landa misteriosa da conquistare, una terra promessa galattica, bensì un posto terrificante dove combattere per la sopravvivenza.

Dopo aver spaventato a morte gli ignari spettatori, Alien ha conosciuto tre seguiti, numerosi libri, dozzine di videogiochi e miscugli vari (compresi due mediocri film di Alien vs Predator) oltre ad innumerevoli imitatori. Nella nostra epoca di riproposizioni e rilanci senza fine, voci di corridoio hanno iniziato a speculare sulle intenzioni della Fox riguardo Alien. Molti hanno avuto reazioni ambivalenti: potrebbe essere una brillante rivisitazione o un disastro terribile. Poi l’anno scorso è uscita la notizia che Scott non solo sarebbe tornato alla fantascienza, ma addirittura alle sue radici, dirigendo ciò che si supponeva essere un prequel di Alien.

Quel film è Prometheus, e mentre sto scrivendo è ancora pesantemente avvolto dal mistero: la 20th Century Fox rivelerà tutti i suoi segreti all’uscita del film, il prossimo 8 giugno. Ciò che sappiamo è che il cast comprende talenti come Michael Fassbender, Charlize Theron, Guy Pearce e, forse ancora più interessante, la bellissima Noomi Rapace, della trilogia The Girl with the Dragon Tattoo [titolo inglese del romanzo Uomini che odiano le donne (2005) di Stieg Larsson. Nota etrusca) che è già apparsa ad Hollywood nel flim Sherlock Holmes. Gioco di ombre (2011). “Fangoria” ha l’opportunità di sedersi con Rapace, che interpreta l’archeologa Elizabeth Shaw. Diplomaticamente l’attrice ci fornisce sufficienti indizi intriganti senza rivelarci alcun dettaglio, mantenendo la severa segretezza fino alla fine.

Fangoria: Prima la trilogia di Stieg Larsson poi il film con Sherlock Holmes ed ora Prometheus: hai intenzione di fare un viaggio dritta verso le stelle?

Noomi Rapace: Non riesco a vedermi dall’esterno. Non penso alle stelle o a diventare famosa: non la vedo in quella prospettiva. Sto facendo lo stesso lavoro e cercando di focalizzarmi su quello, senza pensare molto al resto.

Sembra che ti concentri su ruoli di donne forti, come Lisbeth Salander prima ed Elizabeth Shaw ora. Lo fai coscientemente?

È sempre più interessante e affascinante entrare in un personaggio che lotta per qualcosa, qualcuno che abbia obiettivi e sogni, ma anche difficoltà. Sono attratta da personaggi che abbiamo un piede nella zona oscura e uno in quella chiara, che facciano avanti e indietro fra due modi diversi di vivere.

Come ti senti ad essere diventata un’icona tosta e un modello per altre donne? E quali sono le reazioni dei tuoi fan maschi?

Non trovo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne. Credo che i personaggi che ho interpretato siano molto umani: non si tratta di essere donna pronta a reagire. Ho sempre cercato di vedere l’intera persone, non fossilizzarmi nella prospettiva femminile.

Ti sei ispirata ad altre eroine del cinema?

È strano, perché sono cresciuta guardando film e vivendo attraverso di essi, ed ho sempre considerato eroi i personaggi maschili, e mi sono sempre rivista in loro. Naturalmente ho avuto alcune eroine femminili, come Sigourney Weaver nell’Alien originale o quando ho visto Terminator con Linda Hamilton. Per ciò non vedo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne: credo che tutti loro vedano in me più un’attrice, che una donna.

Sebbene questo non sia un film di Alien, non si possono ignorare le somiglianze, specialmente fra il tuo ruolo e quello di Ripley. In cosa sono simili i personaggi, e in cosa sono diversi?

Vedo le somiglianze, puoi vedere aspetti di Ripley in Elizabeth. Credo che Elizabeth sia più femminile, più donna: dovrete conoscerla meglio ed avvicinarvi di più a lei per sapere come durante il film la sua vita verrà trasformata. Ha una relazione e saprete di più sulla sua infanzia. All’inizio è una credente che combatte per i propri sogni, cercando di persuadere la gente ad intraprendere questo viaggio e a credere. A metà film si trasforma in una sopravvissuta e in una combattente.

Puoi parlarci della tua esperienza nel collaborare con una leggenda come Ridley Scott?

Ho adorato lavorare con Ridley, è stato assolutamente fantastico. È un eroe e un’icona, e ha fatto così tanti film grandiosi e lavorato così a lungo e ha avuto una vita così incredibile. Ma la cosa strana è che non ho mai sentito che fosse più grande di me: non mi è mai passato per la mente! Sento che abbiamo creato qualcosa insieme, e che parliamo la stessa lingua.

Puoi spiegare meglio?

Ho capito ciò che stava cercando, ciò che voleva che io facessi, e ho sentito che riuscivamo a comunicare molto bene in una sorta di connessione silenziosa che va al di là del genere e dell’età, dal fatto che io sono una donna e lui un uomo. È stato fantastico lavorare con lui, e sentivo che era accanto a me e al mio personaggio in ogni scena.

Questo film e la sua produzione sono avvolti dalla segretezza: quant’è stato difficile mantenerla tutto il tempo?

Quando giro entro in una specie di bolla, è come se salutassi il mondo che mi circonda ed entrassi in un altro, popolato dalle persone con cui sto lavorando. Con loro puoi condividere ciò che stai facendo e i problemi della situazione, senza preoccuparti di cosa puoi o non puoi dire. È più difficile ora, che non sto più girando ma sto facendo interviste. Mi sono state date tantissime note su ciò che posso o non posso dire e in un certo modo è divertente: mi piace avere dei segreti! Mi diverte cercare di spiegare senza in realtà dire niente.

Ti è permesso dire cosa sia “Prometheus”?

È molto di più di un semplice film di fantascienza. In alcuni giorni, quando arrivavo sul set e vedevo cosa stavano costruendo – le strutture, i mostri, ecc. – era spettacolare e mi toglieva il fiato. Era qualcosa che non avevo mai visto prima. Credo che il film sarà un successo. Parla di così tante cose sulla vita e sull’essere umano, ed esplora lo scopo stesso della vita, ciò che siamo e da dove veniamo. E quale sarà il passo successivo.

Se il film sarà un successo come previsto, Scott ha lasciato spazio per eventuali seguiti?

Naturalmente sarebbe un sogno per me lavorare ancora con lui.

[Povera Noomi… Nota etrusca.]


L.

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[2004-08] AVP su “Fangoria” 235

Traduco questo servizio apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” n. 235 (agosto 2004).


The AVP Referee

di Mark Salisbury

da “Fangoria”
n. 235 (agosto 2004)

Paul W.S. Anderson ha un lavoro che è il sogno di ogni fan:
sguinzagliare gli alieni contro i Predator
e filmare lo spettacolare risultato

Paul W.S. Anderson è un fan di tutto ciò che sia legato ai film di Alien. «Ricordo quando è uscito il primo film e la gente ne parlava quando ancora nessuno l’aveva visto. “È nel gatto”, perché Ridley aveva detto qualcosa di simile», ricorda Anderson. «Così fin dall’inizio, anche quando guardavi Aliens, pensavi che l’alieno sarebbe sbucato fuori a provocare il caos e a dirigersi sulla Terra. Ma non l’hanno fatto: hanno fatto un fantastico film senza arrivare sulla Terra. Poi uscì l’anticipazione di Alien 3 con l’uovo che sovrastava la Terra, e con la frase di lancio “Tutti sulla Terra potranno sentirti urlare”. Ricordo di essermi molto fomentato, con i miei amici: stavolta c’eravamo, l’alieno sarebbe arrivato sul nostro pianeta. Ma non l’hanno fatto. Era un grande trailer ma non era il film.»

È il turno di Anderson, ora, e Alien vs Predator (in uscita il 13 agosto per la Fox) finalmente porterà gli xenomorfi su questo pianeta. Più precisamente in Antarctica, dove viene scoperta una gigantesca piramide che da secoli fa da campo di gioco fra le due creature: una battaglia che una spedizione scientifica capeggiata dal miliardario Charles Bishop Weyland (Lance Henriksen) e l’esploratrice Alexa di Sanaa Lathan dovranno gestire. Dirigere un film di Alien è qualcosa di cui Anderson sogna da anni. Quando “Fangoria” parlò con lo sceneggiatore e regista britannico, questi stava completando Resident Evil (2002) e aveva un’idea per un suo seguito, che avrebbe diretto sebbene fosse più desideroso di fare la sua a lungo desiderata produzione di Death Race 3000 con Tom Cruise. Come mai allora è finito qui a Praga a girare AVP basato su un copione che ha scritto insieme a Shane Salerno?

«Ho fatto un incontro con i miei agenti proprio prima dell’uscita di Resident Evil e loro hanno detto: “Cosa vuoi fare dopo?”», ricorda Anderson, prendendosi una pausa sedendo su un sarcofago, in una delle stanze della piramide dove si svolge AVP. «Al che io ho detto: “Non voglio fare un film davvero violento, sento di averne già fatti tanti e non ne voglio altri, a meno che ovviamente non si tratti di Alien vs Predator“. L’ho buttata là citando il film che meno di tutti c’era la possibilità di fare, perché alla Fox il progetto non stava andando da nessuna parte. Mi richiamarono qualche settimana dopo e dissero. “Dovresti incontrare John Davis [produttore di AVP]”. Lo incontrai e buttai lì l’idea che avevo elaborato nella mia mente negli ultimi dieci anni. Lui disse: “Ho sentito 150, 200, 250 idee su AVP e sono stati scritti una dozzina di copioni: questa è la migliore idea che ho mai sentito”.»

«Due o tre giorni dopo siamo andati alla Fox», continua Anderson. «Ripresentai l’idea, loro impazzirono e un mese dopo già stavo scrivendo la sceneggiatura. Dopo la prima stesura dissero: “Richiederà del lavoro, ma facciamo questo film”. Si mossero molto in fretta, il che era davvero emozionante, perché dopo che hai passato un decennio a sviluppare un film non ti butti nella produzione a meno di non essere convinto che sia un buon progetto. Dopo che ci hai investito dieci anni, puoi anche prendertene altri cinque, ma loro erano davvero entusiasti dell’idea.»

[È necessario specificare che non esiste alcuna idea: Anderson si limita a prendere los punto dello storico fumetto del 1990 limitandosi a peggiorarlo in ogni modo possibile, con aggiunte pessime e discutibili. Perché si ostinasse a dire che era una sua idea rimane misterioso. Nota etrusca.]

Alla fine Resident Evil: Apocalypse (2004) ha finito per dirigerlo Alexander Witt, Death Race 3000 è stato messo in pausa e ad Anderson è stato dato meno di un anno per presentare AVP al cinema. «Gli studios fanno così», dice. «Una volta che si appassionano a qualcosa lo vogliono per ieri. È lo stesso con ogni film che ho fatto: nessuno vuole fare il tuo film finché non vogliono fare il tuo film, e da quel momento lo vogliono immediatamente.»

Alien vs Predator calza a pennello su Anderson. Contando che Ridley Scott e Alien sono fra le sue influenze artistiche, Anderson è sempre stato il regista britannico più commerciale della sua generazione, e mentre i suoi film – Shopping, Mortal Kombat, Punto di non ritorno, Soldier e Resident Evil – possono non essere sempre piaciuti ai critici, hanno contribuito a creare il suo stile unico. Quindi questo è davvero un sogno che si realizza?

«Dipende da che momento della giornata o da che ora sia, ma di sicuro è un fottuto sogno che si realizza», replica. «Basta girare e guardare le facce della troupe che fissano Tom Woodruff nel costume alieno: “Sto facendo un film di Alien“, dicono. Oppure stanno lì a fissare il Predator con occhi sgranati. Ricordo la prima volta alla ADI, quando abbiamo fatto dei test utilizzando una vecchia tuta aliena rimasto da un film di Alien e una sorta di costume di Predator raffazzonato, con io che giravo un video: avere l’alieno e il predatore nella stessa inquadratura era meraviglioso, letteralmente i peli mi si drizzavano sul collo. Era elettrizzante per la maggior parte del tempo: non importava quanto eri stanco e quante giornate intere di lavoro avevi sulle spalle, sedevi con le creature e dicevi “Cazzo, è emozionante”.»

[Anderson evidentemente era fra i pochi a non aver visto Batman: Dead End (2003), che regalò a noi fan l’emozione di avere le due creature insieme in video. Nota etrusca.]

«D’altro canto eri anche intimidito», continua. «Ho passato parecchie notti insonni a pensare: “Stai attento a cosa desideri”. Ridley Scott e James Cameron sono due dei migliori registi ancora oggi, e David Fincher Jean-Pierre Jeunet non sono certo gli ultimi arrivati. John McTiernan, quando ha fatto Predator (1987), era tipo uno dei migliori registi d’azione al mondo. È davvero spaventoso doversi mettere a confronto.»

Malgrado Anderson tiene fuori dalla lista Stephen Hopkins, regista dell’ingiustamente vituperato Predator 2 (1990), lo stesso dice: «Mi sono divertito a guardarlo. Per me, l’errore che hanno commesso è stato di avere un solo Predator. I franchise fanno davvero successo quando alzano il tiro: vuoi la stessa cosa per il 60% e qualcosa di nuovo per il 40%. È questo ciò che ha fatto Cameron, nel suo modo geniale, con Aliens (1986): ha dato a tutti la roba nuova. È come se avesse detto: “Ok, avete avuto un alieno, non posso rifarlo uguale come l’ha fatto Ridley, così vi darò un sacco di alieni e anche la Regina Aliena». Quello era l’approccio giusto. Con Predator 2 avevo già visto un mostro cacciare qualcuno ben più tosto di Danny Glover.»

Anderson non vuole fregare nessuno sulla conta dei mostri in AVP, ma certo vi farà aspettare un po’ prima di vederli. «La cosa interessante della struttura di Alien, Aliens e Predator, che sanno sfruttare bene mentre gli altri film della saga lo fanno un po’ meno, è che ritarda l’arrivo della creatura il più a lungo possibile», spiega il regista. «In Alien non vedi il facehugger prima di 45 minuti dall’inizio. In Aliens sei un’ora e 10 minuti addentro alle vicende prima di vedere lo scontro armato con i mostri. Con Predator sono 55 i minuti che passano prima di vedere il cacciatore invisibile. Quei film ti tengono sull’orlo della poltrona perché sono pieni di tensione ma anche di buone storie, e solo allora svelano le creature. Ha funzionato meno con Alien 3 ed Alien Resurrection, perché nel primo caso praticamente vedi la creatura nei titoli di testa, e nel secondo vedi la Regina già dopo dieci minuti. E una volta che sei lì, una volta che hai visto la creatura, non puoi andare più da nessun’altra parte.»

«Devi essere onesto», continua. «La frase di lancio di Aliens era “Questa volta è guerra” e sono andato a vederlo volendo la guerra, e sai cosa? Ho avuto la guera ed è stato grandioso, ma ho dovuto aspettare almeno un’ora. Ciò che ho avuto è stato principalmente una buona narrazione e buoni personaggi, così ho apprezzato la guera quando è arrivata. Se ci vai sparato, magari nei primi cinque minuti, poi ci devi tornare e tornare per tutto il resto del film e non sempre puoi. È meglio creare prima un po’ di tensione, che poi potrà sfogare. Ciò che funziona così bene in Alien ed Aliens è che hai tempo per conoscere tutti quei personaggi, così quando iniziano a morire almeno sai chi sono e ti dispiace per loro.»

Anderson dice che strutturalmente il suo film è molto simile ad Aliens, «nel senso che una volta iniziata l’azione non si ferma più», spiega. «Sì, vi faremo aspettare 45 minuti ma quando si partirà poi fino alla fine sarà implacabile, a si spera che una volta lasciato il cinema farete il giro e tornerete a vedere di nuovo il film. Quando le due creature saranno faccia a faccai sarà grandioso. È un film incredibilmente frenetico e gli alieni non sono mai stati così al massimo: è stato chiesto loro di fare cose in questo film che non hanno mai fatto prima. La prima scena che vede lo scontro fra le due creature ci abbiamo messo un mese a girarla, malgrado sia appena una pagina di copione. Dovevamo renderla straordinaria.»

Il regista è sempre attento al senso dello straordinario nei suoi film. Dal punto di vista degli effetti speciali Anderson ha voluto fortemente che Woodruff ed Alec Gillis della ADI – quelli che hanno lavorato ad Alien 3 ed Alien Resurrection – gestissero le creature sempre con grande enfasi. C’è chi dice che questo sia il risultato della delusione di Anderson per il mostro computerizzato di Resident Evil.

«Il problema che abbiamo avuto è che abbiamo inserito il Licker troppo tardi», ammette. «Ciò che avremmo dovuto fare, e che abbiamo poi fatto per il seguito, è costruire un animatrone e fare poi aggiustamenti al computer. Nel primo film è stato durante l’inizio delle riprese che ho deciso di aggiungere il mostro, ma allora era troppo tardi per costruirne uno vero così abbiamo dovuto ricorrere alla CGI. C’erano sequenze che andavano bene ed altre che non avevano bisogno di interventi grafici, ma abbiamo dovuto farli perché non avevamo tempo di attuare altre soluzioni.»

«In questo film invece la situazione è diversa, perché ho lavorato alla pre-produzione per almeno un anno prima delle riprese, così tutto è stato meticolosamente pianificato. Ci sono scene che stiamo girando oggi il cui storyboard l’ho disegnato un anno fa, pianificando la loro ripresa. Così nei punti in cui è previsto un animatrone come la Regina, ci sarà, così come dov’è previsto ci sia un tizio in costume o qualcosa da sistemare in CGI sarà tutto pronto. Ma il tutto è stato un processo davvero lungo e laborioso, miglore di qualsiasi altro film a cui abbia lavorato.»

In più, una priorità di Anderson è stata una scelta rigorosa degli attori. «La prima volta che ho parlato con lo studio sono stato molto chiaro, e ho detto: “Voglio il genere di attori visto in Alien, bravi in ognuno dei loro ruoli. Non voglio caratteristi stupidi o attori deboli ma che magari sono famosi all’estero. Voglio lo stesso tipo di cast che ha avuto Ridley Scott”. Non c’è un solo attore debole, così come anche in Aliens: una squadra fantastica. Volevo quel tipo di gruppo, non necessariamente composto da nomi famosi, e lo studio è stato subito d’accordo.»

Sono arrivati nomi anche più forti di Henriksen, il cui personaggio è il modo con cui Anderson si ricollega alla Alien mythology che tanto ama, e accanto alla protagonista Lathan c’è un cast eclettico, compreso l’italiano Raoul Bova, visto ultimamente in Sotto il sole della Toscana con Diane Lane, poi gli scozzesi Ewan (Trainspotting) Bremner e Tommy Flanagan, così come l’amico di Anderson Colin (Resident Evil) Salmon nel ruolo di Max Stafford, il capo della sicurezza e braccio destro di Weyland.

«Paul ha scritto la parte per me, il che è stato davvero gentile: mi aveva ucciso troppo presto in Resident Evil», dice Salmon. «Ha deciso di tornare ad utilizzarmi e così ha creato il personaggio di English. Max è il charge d’affaire del signor Weyland, è un cacciatore di teste ma anche un ex militare, quindi ha capacità in più campi.»

Mentre Henriksen ha portato con sé l’esperienza di aver lavorato ad Aliens ed Alien 3, Lathan, che ha lavorato con Denzel Washington in Out of Time (2003), non è solo un’esoridente in questi franchise ma anche nel genere horror, a parte un piccolo ruolo in Blade (1998) come madre di Wesley Snipes. In più si ritrova a coprire un ruolo “alla Sigourney Weaver”. Mentre Anderson capisce che sarà inevitabile il confronto, afferma che l’attrice ha portato molto al progetto, non solo le sue grandi capacità.

«La cosa che mi ha davvero attratto di lei è che è una bravissima attrice», dice. «E mettere una brava attrice al centro di questo film è ciò che ero convinto dovessimo fare. Perché la realtà è che si tratta di un film “uomo-in-costume contro uomo-in-costume”, e l’unica cosa che rende i due credibili è vedere la reazione sui volti degli esseri umani. Ecco perché Alien funziona, perché sono grandi attori e Ridley punta molto sui volti delle persone che fissano la creatura: aveva attori capaci di affrontare quella prova.»

«Il suo entusiasmo è contagioso», dice Lathan di Anderson. «Non ho mai lavorato con un regista che sia così appassionato di un progetto. Ogni giorno è come se camminasse sospeso dal suolo, dalla contentezza, visto che è un progetto che sognava da tempo. La gioia del regista ha effetto su tutto il set e si gira molto meglio. Anche quando la scena è più impegnativa, comunque è divertente. Non mi sono mai fatta così tanti amici come durante questo film.»

«Ho lavorato con molte persone che hanno fatto film d’azione, e loro arrivano e sanno subito come stare davanti allo schermo verde», dice Anderson. «Per Sanaa invece è la primissima volta, eppure ha saputo subito gestire la situazione in modo perfetto: quando la vedi penzolare da un picco, sei dannatamente convinto che sia reale. E alla fine non importa quanto siano buoni gli effetti speciali: se gli occhi dell’attore non funzionano, la scena non funziona. A guardarla penzolare da uno schermo verde, a tipo due metri d’altezza, hai paura per lei perché nei suoi occhi leggi la paura, ed è fantastica.»

Il contratto di Lathan prevede il suo ritorno se AVP sarà un successo. Alla domanda se considera questo film come l’inizio di un nuovo franchise, Anderson esclama: «Assolutamente sì. Non è Alien 5 ed è pensato espressamente per non interferire con Alien 5 o Predator 3, se mai li gireranno. Pensare di fare un film alieno che non sia nel futuro e non abbia Sigourney Weaver è un’assurdità.»

«È una delle ragioni per cui ho insistito con la Fox: “Voglio fare questo film per voi, ma voglio chiamarlo AVP“. E sono stati d’accordo, infatti la sigla è sulle locandine e nel trailer. Per me quelle tre lettere sono importanti perché delineano l’identità del film, che considero di un franchise separato. È un film a sé stante [stand-alone movie]. Non devi per forza aver visto un film di Predator o di Alien, anche se nel caso ci sono un sacco di citazioni e strizzate d’occhio ai franchise, ma lascia libera la Fox di fare Alien 5 e Predator 3 semmai vorranno.»


L.

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[1986-07] Lance Henriksen su “Fangoria” 55

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 55 (luglio 1986).


Gunning for Aliens

di Adam Pirani

da “Fangoria”
numero 55 (luglio 1986)

L’attore Lance “Omen II” Henriksen sbarca
su un pianeta di facehugger e chestburster
nell’esplosivo seguito di James Cameron

«Seguiamo tutti la nostra tabella di marcia», dice Lance Henriksen, meglio noto per La maledizione di Damien (Omen II, 1978) e Uomini veri (The Right Stuff, 1983), il cui tempo è arrivato. Con il ruolo dell’androide Bishop in Aliens la carriera di Henriksen sta facendo un passo in avanti da ruoli da caratterista, e dal recitare in scene che poi finiscono sul pavimento della sala di montaggio.

Henriksen si è presentato ai Pinewood Studios di Londra anche se è il suo giorno libero, giusto per guardare le riprese della scena della dropship. Ha adorato lavorare ad Aliens ed è qui per vedere come finiranno le riprese iniziate ieri.

Il coinvolgimento dell’attore nel seguito di Alien è iniziato con la sua amicizia con il regista e sceneggiatore James Cameron, i cui precedenti film Terminator (1984) e Piraña Paura (Piranha Part Two: The Spawning, 1981) vedono anch’essi la partecipazione dell’attore. «Siamo amici anche fuori dal lavoro», spiega Henriksen. «Ci siamo incontrati in un ristorante cinese e Jim mi ha dato la prima stesura di Aliens: era assolutamente sorprendente, così buono che era già pronto per essere girato. E poi iniziammo a parlare dei vari personaggi.»

Henriksen ricorda una curiosità dal passato, che prova come mai lui fosse perfetto per il ruolo dell’androide. «Originariamente dovevo fare io Terminator, cioè dovevo essere il robot», rivela. «Anche lì c’era una grande storia. Andai alla [casa produttrice] Hemdale e Jim fece in modo che arrivassi una mezzoretta prima, presentandomi vestito come un Terminator.»

«Mi misi sui denti della carta dorata, mi impomatai i capelli tutti all’indietro e indossai una maglietta da punk, con giacchetto di pelle e stivali alti fino alle ginocchia. Facevo davvero la mia figura: ero davvero una persona spaventosa da vedere in una stanza.»

«Aprii la porta con un calcio, al mio arrivo, e la segretaria si chinò dietro la macchina da scrivere. Poi entrai nella stanza del produttore.»

Mi sedetti davanti a lui senza dire una parola, limitandomi a fissarlo: era pronto a gettarsi dalla finestra! Disse qualcosa e dissi qualcosa anch’io, ma tutto ciò che usciva dalla mia bocca sembrava spaventarlo ancora di più.»

«Be’, la Orion voleva un nome famoso e volevano Arnold Schwarzenegger. Non mi sono sentito scalzato neanche un momento, perché negli anni ho imparato a conoscere questo mondo, e volevo vedere Jim fare quel film tanto quanto volevo parteciparvi. Così nessun rancore. Poi uscì un altro ruolo nel film e Jim disse: “Vuoi interpretare uno dei poliziotti?” e io: “Puoi scommetterci”.»

«Quando è uscito fuori questo androide in Aliens, io e Jim avevamo un debito karmico e io volevo davvero interpretare questo genere di personaggio, perché avevo delle idee su cosa pensasse un tipo simile.»

«Se avessi fatto Terminator sarebbe stata una parte completamente diversa. Non sarebbe stato un personaggio fisico ma più mentale: forte e potente, ma non così gigante. Potente perché sai quanto possa essere potente un sistema idraulico.»

La perdita del ruolo da protagonista in Terminator non ha smorzato l’entusiasmo di Henriksen nell’affrontare la sfida di Aliens. Bishop è parte del gruppo – comprendente undici Colonial Marines – che accompagna Ripley (Sigourney Weaver) nel suo ritorno sul pianeta alieno, dove una nuova colonia umana ha interrotto i contatti con la Terra. Al contrario dell’androide Ash (Ian Holm) in Alien, limitato secondo Henriksen perché minacciava senza fare molto altro, Bishop è un modello più avanzato, un personaggio più sfaccettato.

«L’ho presa a livello personale: con Bishop è stata la prima volta in cui avevo un ruolo per cui sapevo perfettamente fin dove potessi spingermi», spiega l’attore. «Non mi è mai capitato prima di interpretare un innocente, pur se io un po’ mi ci sento. È stata una grande sfida perché non mi piace essere considerato un caratterista: è successo negli ultimi film e ho subito cambiato direzione.»

«In Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975) e ne La maledizione di Damien (Omen II, 1978) interpreto degli assassini o comunque qualcuno di tosto: in me sento di avere una parte di innocenza che non mi fa amare questi ruoli. Non sto parlando di qualcosa come Pollyanna, ma innocente nella visione della vita.»

Henriksen aggiunge che Cameron aveva in mente una visione più meccanica. «Jim ha sempre avuto una passione per gli androidi. Se non fosse un regista così attivo sarebbe diventato sicuramente un attore», dice Henriksen. «All’epoca non era molto espressivo, non come un attore: lui ama gli attori perché loro sanno esserlo. Nella sua vita lui agisce in altri modi. Quindi ha questa passione per gli androidi e i robot perché è una parte di lui che ama studiare.»

Il rapporto che ha con Cameron ha convinto l’attore che «ci siamo incontrati nel momento giusto. Io avevo bisogno di fare questo ruolo, proprio ora. Ero contento che mi si vedesse – anche se sotto forma di androide – come qualcosa di più umano rispetto ai personaggi che mi è stato chiesto di interpretare in passato. Non è paradossale?

«Perciò ho molto apprezzato la possibilità e ho lavorato duramente. Ho ricevuto il copione tre mesi prima che iniziassero le riprese ed ho iniziato a lavorarci, impiegando tutto quel tempo. Sono andato da Jim con delle idee a raffica così da capire in quale direzione andare: non rimpiango nessuna delle idee poi scartate.»

Henriksen non è l’unico attore da Terminator che appare anche in Aliens. Michael Biehn è il caporale Hicks e Bill Paxton, che era un punk all’inizio del film di Cameron, interpreta Hudson.

Recitare al fianco di Sigourney Weaver, l’unico attore a tornare da Alien, si è rivelato essere un’esperienza gratificante.

«Io e Sigourney siamo stati davvero contenti», osserva Henriksen. «Lei ha iniziato a capire di più Ripley, con questo film. È molto interessante il modo in cui parla di questo film come se Alien non fosse mai esistito.»

«Sta scoprendo nuovi aspetti di Ripley che il precedente film le aveva negato, il che è incredibile. È davvero un tributo alla capacità di scrivere di Cameron.»

Ripley (Sigourney Weaver) e Bishop (Lance Henriksen), due dei pilastri di Aliens

«Credo che la cosa migliore di tutto questo», dice Henriksen riguardo ad Aliens, «è che non sarò tagliato via dal montaggio finale. Ho fatto molti film negli ultimi dieci anni dove il montaggio ha semplicemente tagliato via le mie parti. Certo, non erano personaggi centrali, quindi se qualcosa doveva essere tagliato erano i primi ad esserlo. Aliens è di enorme beneficio per un attore come: sono conosciuto solo se mi si vede in giro, e questa sarà una possibilità che voglio godermi.»

«Questo è il mio terzo film con Jim. Ho dovuto fare un’audizione per tutti, non è che mi ha chiamato e basta. Mi sono dovuto presentare con qualcosa che davvero servisse al film: altrimenti non avrei voluto farli, e lui non mi avrebbe voluto. Quindi è stato un grande rapporto.»

La loro collaborazione è iniziata essenzialmente per caso, quando Cameron stava preparando il suo primo film, il piccolo Piraña Paura. «Jim aveva un produttore con cui io avevo già lavorato in Italia», spiega Henriksen. «Ero il protagonista di uno dei suoi film horror, Stridulum (The Visitor, 1979), e mi ha proposto a Jim. Così Jim ha visto quel film e ha deciso che sarei stato perfetto per la sua pellicola.»

Attori e tecnici sono scesi in Giamaica per girare il veloce seguito del film di Joe Dante, un successo della New World Pictures. Henriksen non ha incontrato Cameron finché non si sono visti sulla location tropicale.

«Era il primo film di Jim e a quell’epoca era già in pratica com’è ora», ricorda l’attore. «Cambiò il copione e lo migliorò, ideò tutti gli effetti speciali del pesci dormendo solo tre ore per notte: era ossessionato dal suo lavoro, non ho mai visto qualcuno come lui.»

In quello che è indubitabilmente il più grande film di piraña volanti mai girato, Henriksen ha il ruolo di Steve, capo della polizia dell’isola caraibica che finisce preda dei pesci carnivori ideati da Cameron. Sebbene i pesci non fossero reali, alcune riprese sono state rischiose. «Mi sono rotto una mano saltando da un elicottero», ricorda Henriksen. «Ho fatto un salto di circa un metro nell’oceano per salvare i miei figli nel film. Non c’erano controfigure quindi saltai da questo elicottero: una delle mie mani sbatté contro una delle ginocchia e si ruppe: ho finito il film con una mano ingessata.»

Altri aspetti della produzione di Piraña Paura sono stati meno fisicamente dannosi ma più artistici. I produttori, dice Henriksen, continuavano a creare nuovi problemi. «Poteva capitare che si presentassero sul set con due nuove pagine piene di dialoghi, monologhi e roba varia quindici minuti prima di girare una scena. Non era colpa di Jim, semplicemente i produttori lo stavano strizzando ricattandolo: “Ti daremo altri cinque pesci volanti se farai dire agli attori questo…” Era tutto così.»

«Quando lo montarono a Roma, chiusero fuori Jim e lui dovette intrufolarsi di notte, rimontare tutto e sperare che non si accorgessero delle modifiche. È successo davvero! Si accorsero di qualcosa ma non di tutto. Jim è così: tenace.»

Prima di questi racconti di pesci, Henriksen è nato a New York City e ha vissuto un’infanzia piena. All’età di 13 anni ha vissuto per tre anni con dei parenti in Borneo, un’isola fra le Fiji e la Malesia, e ha girato l’America in autostop.

L’Henriksen adulto ha iniziato la carriera hollywoodiana nei primi anni Settanta. Sono seguiti piccoli ruoli in Quinto potere (Network, 1976) e Il principe della città (Prince of the City, 1981). Ne La maledizione di Damien interpreta il diabolico sergente Neff, un parente satanico che aiuta a crescere il giovane Anti-Cristo (Jonathan Scott-Taylor). Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) è un altro film in cui la parte di Henriksen è stata pesantemente tagliata. Ma una delle sue prove attoriali sopravvissute in post-produzione è stata nel film horror ad episodi Nightmares. Incubi (1983), dove nell’episodio “The Benediction” interpreta un prete in crisi di fede.

«Per me Nightmares è stato un film speciale da fare», confessa l’attore, «perché era una delle prime volte che non interpretavo un cattivo. È stato qualche tempo fa, e da allora ho ottenuto di lavorare in film dove non faccio il cattivo, come Doppio taglio (Jagged Edge, 1985), e ne sono davvero contento. Ho avuto la possibilità di dare di più rispetto al solito cattivo.»

I produttori di Nightmares originariamente avevamo immaginato la loro antologia come una serie televisiva, finché poi la Universal ha deciso di portare il film al cinema: malgrado la stroncatura della critica e l’insuccesso al botteghino, Henriksen comunque sente che il regista meritava di più.

«L’ironia della cosa è stata che Joe Sargent, che è davvero un bravo regista televisivo, non ha mai avuto la possibilità di fare un film: ogni volta che faceva un prodotto televisivo, lo distribuivano in sala, sebbene le due realtà abbiano linguaggi differenti. È un ragazzo con cui è un piacere lavorare ed è stato il mio primo ruolo da protagonista in una produzione televisiva. L’abbiamo girato in sedici giorni.»

Oggi, con un ruolo importante in Aliens, la carriera di Lance Henriksen sta salendo di livello. «Mi sento come un musicista la cui musica inizia a sfondare, è tutto ciò che posso dire. Ne sono davvero felice.»


L.

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[1995-06] Alien 4 su “SFX” 1

Il primo numero della nuova rivista “SFX” nel giugno 1995 fa il botto e presenta un’intervista all’attrice Sigourney Weaver dove viene anticipato il futuro Alien Resurrection (1997).


Alien Queen

di Giuseppe Salza

da “SFX”
numero 1 (giugno 1995)

Sigourney Weaver parla di Ripley e di “Alien 4”

Tutti la ricordiamo, quella scena. Quella in cui Ripley, sopravvissuta a due film e tre quarti, si tuffa nella fornace del pianeta Fiorina portandosi dietro la Regina Aliena che sta covando. Fino a quel punto Alien 3 è stato un film noioso e inutile, ma con la morte del personaggio di Sigourney Weaver si ritaglia subito un posto nella storia del cinema, non foss’altro per il cattivo che ha ucciso la più tosta eroina del cinema d’azione. Il pianeta è attraversato da un moto di protesta dei fan.

Ma naturalmente nessuno rimane morto ad Hollywood, specialmente se ci sono soldi da fare riportandoli in vita. Grandi vendite delle edizioni speciali in Laserdisc dei primi due film, una nuova idea per il soggetto e qualche ritorno di interesse da parte della star Sigourney Weaver ora indicano che un Alien 4 potrebbe essere fatto, dopo tutto. E la voce che il regista di Aliens James Cameron potrebbe salire a bordo suggerisce che potrebbe addirittura essere un buon film.

«In questi giorni mi manca un po’ Ripley», ammette Sigourney Weaver. «Abbiamo vissuto insieme per quindici anni e le sono davvero affezionata. In questi anni ho fatto tutto quanto dovevo per preservarne la dignità e l’integrità: è questa la ragione per cui ho deciso di ucciderla in Alien 3, non volevo che un personaggio così unico venisse trascinato in sceneggiature dove si limitasse a combattere un mostro dopo l’altro. Ho pensato che lasciarla andare avrebbe spinto la serie ad esplorare nuove idee.»

Ma le cose cambiano, ed ora la Weaver è contenta di prendere in considerazione il suo ritorno: «Se si presenteranno con una buona iea, sarei più che felice di tornare a bordo. Se non per Alien 4 potrebbe essere per Alien 5

Il piano di far tornare indietro Ripley è stato attivamente studiato da Walter Hill e David Giler – i creatori della saga – per tutto l’anno passato, quindi come pensano di riportare in vita qualcuno che si è tuffato in una vasca di piombo fuso?

«È molto intrigante», scherza la Weaver. «Hanno immaginato che la Compagnia sia riuscita a salvare dalla fornace alcuni resti di Ripley [fingers of Ripley] così da estrarne il DNA per clonarla. Ma ciò che mi piace è l’idea che sta dietro a tutto questo. Ripley si è suicidata perché non c’era altro modo di risolvere la situazione. Ma nel futuro possono negare quest’atto supremo: ti riportano in vita anche se tu non vuoi. Se il copione saprà sviluppare questo elemento e sarà provocatorio, ne potremo parlare.»

L’attrice rimane entusiasta della saga, malgrado le difficoltà che ha avuto girando Alien 3. «Si distinguono facilmente perché i loro soggetti sono così originali… Sono convinta che Ripley sia un personaggio unico nella storia del cinema, non c’è mai stata nessuna come lei. Non siamo molto simili – lei è forte e coraggiosa – ma mi è stata d’aiuto. Tempo fa sono rimasta bloccata in un ascensore e stavo per essere presa dal panico: nel momento esatto in cui ho iniziato a fingere di essere Ripley, tutto è andato meglio.»


L.

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