[1988-11] Theory of Alien Propagation

Cover di Mark A. Nelson

Quattro mesi dopo l’inizio della prima saga aliena della Dark Horse Comics, Aliens: Book I (1988-07), gli stessi autori – Mark Verheiden ai testi e Mark A. Nelson ai disegni – raccontano le basi della biologia aliena presentandola sul numero 24 (novembre 1988) del mensile “Dark Horse Presents”: primo di una lunga serie di appuntamenti della testata dedicati ad anticipazioni e a brevi storie inedite.

Estratti dal documento confidenziale “Teoria della propagazione aliena” del dottor Waidslaw Orona, consigliere civile del corpo dei Colonial Marines.

Così ci viene presentata la storia, affidandone cioè la paternità al personaggio di Orona di Aliens: Book I. In poche pagine ci viene raccontato il ciclo vitale alieno e in pratica ci vengono riassunti per immagini i primi due film della saga, così che i nuovi lettori siano aggiornati su come “funzionano” gli xenomorfi e in pratica quali siano le regole base dell’universo alieno.

La storia verrà “fusa” nell’edizione italiana del 1991 della saga di Verheiden, inserendola dopo il primo numero.

In originale rimarrà sempre una storia a parte, venduta separatamente anche in digitale, e solamente nel 2016 verrà seguito l’esempio italiano ed inserita come secondo capitolo di Outbreak in occasione della ristampa del 35° anniversario: vi rimane anche nella ristampa a colori The Essential Comics (ottobre 2018).

L.

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[1984-04] Alan Dean Foster su “Starlog”

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 81 (aprile 1984) con un’intervista allo scrittore Alan Dean Foster.

La mia intenzione iniziale era tradurre solamente il punto in cui Foster parla della sua esperienza con il romanzo Alien, ma poi venivano citati così tanti capisaldi della fantascienza e venivano raccontate così tante chicche che non ho resistito, e mi sono sparato l’intero pezzo!

Scopro così un Foster al vetriolo, molto polemico con il cinema e con opinioni condivisibili ma davvero controcorrente per l’epoca.


Alan Dean Foster
Master of the Novelization

di William B. Thompson

da “Starlog Magazine” numero 81 (aprile 1984)

Trasforma film in narrativa tascabile
Aggirandosi negli universi di “Star Trek”, “Guerre Stellari” e “Giochi Stellari”
per avventure romanzate

Nato a New York City nel 1946, Alan Dean Foster è cresciuto a Los Angeles. Laureato in scienze politiche e in Belle Arti in Cinematografia all’UCLA, ha lavorato come copywriter nelle pubbliche relazioni in Studio City, California.

La sua carriera da scrittore è iniziata nel 1968, quando August Derleth ha pubblicato una delle lunghe lettere di Foster come racconto in “The Arkham Collector”. Il suo primo romanzo, Il mistero del Krang [Nord 1975] è uscito nel 1972 per Ballantine Books. Da quel momento la Ballantina ha chiesto a Foster di adattare i 22 episodi animati di “Star Trek” in forma di libro, che ha portato alla serie di dieci volumi “Star Trek Log”, nota per la sua attenzione ai personaggi e alla continuity.

Da allora ha raggiunto lo status di autore bestseller come prolifico scrittore di novelization, fra le quali Alien [Sonzogno 1979], The Black Hole [Mondadori 1980], Outland, La Cosa [Edér 1982] e Krull [Mondadori 1984]. Nella recente biografia di George Lucas, Skywalking, Foster è inoltre accreditato come vero autore della novelization di Guerre Stellari [Mondadori 1977].

I suoi romanzi originali comprendono Terra di mezzo [Nord 1977], Cachalot, Il pianeta dei ghiacci [Nord 1988] e With Friends Like These. Inoltre ha scritto la storyline per Star Trek. Il film e ha scritto La gemma di Kaiburr [Mondadori 1979], un seguito di Guerre Stellari. Questa estate uscirà la sua novelization del film Giochi stellari. Come critico cinematografico, Foster ha recensito E.T. e Qualcosa di sinistro sta per accadere.

Viaggia parecchio, ma Foster risiede di solito a Prescott, Arizona, con sua moglie JoAnn, sei cani, cinque gatti, pesci assortiti e 200 piante casalinghe. E un roadrunner di nome Wile E.

Starlog: Avendo scritto romanzi così evocativi, per esempio “Terra di mezzo”, come concili l’adattare il lavoro di altri?

Alan Dean Foster: Un eccellente scrittore, forse il migliore scrittore horror del XX secolo, insieme a Stephen King, è Howard Phillips Lovecraft. È morto povero ed affamato perché si poneva in modo aristocratico nei confronti di ciò che faceva: era uno scrittore come lo erano i dilettanti del XVIII secolo, l’idea di accettare denaro per la scrittura era, per lui, una cosa quasi oscena. E questo gli è letteralmente costato la vita. El Greco dipingeva ritratti. Rembrandt e Michelangelo lavoravano su commissione. Quindi, io la vedo così: faccio novelization meglio che posso, aggiungendo magari un 30 o 40 per cento di nuovo materiale ed approfondendo i personaggi e le loro storie, il che mi fa guadagnare abbastanza denaro per potermi dedicare alle ricerche che richiede un romanzo come Terra di mezzo.

Sento che tanto io quanto il lettore traiamo vantaggio sulla lunga distanza. La novelization è un qualcosa di più della semplice versione in prosa di un film, come fanno alcuni scrittori: è narrativa o battitura a macchina? È questa la domanda a cui si deve rispondere. Inoltre, se si può trarre un film da un libro, perché non un libro da un film?

Il tuo lavoro più recente è “Giochi stellari” per Berkley. Cosa puoi anticiparci del romanzo?

C’erano due o tre cose nella sceneggiatura che ho ritenuto il caso di ampliare. C’erano cose come la grande arma aliena, il Meteor Gun, che ho pensato suonassero troppo come roba degli anni Trenta, oltre al fatto che non saprei dove comprare proiettili calibro .50. Così ho suggerito di cambiarla almeno in mass-driver.

La mia battuta preferita nel film è quando Alex [Lance Guest] ha perso i suoi motori e la nave aliena ha perso la capacità di fare fuoco. Il comandante alieno urla «Ramming speed!» È grandioso! Mi immagino una scena alla Ben Hur con un tizio sullo sfondo che batte sui tamburi. Ho cercato di dire ai produttori che in questo modo davano l’impressione che quello fosse un metodo accettabile di fare la guerra nello spazio. Ho pensato che forse potevano esserci modi di migliorare la scena senza girarla di nuovo. Così gli ho fatto dire «Traccia una rotta di intercettazione» [Plot an intercept course].

Tutto nel film è “star-questo” e “star-quello”, è come se [lo sceneggiatore] Jonathan Betuel non sia stato in grado di scrivere un copione senza la parola “star”. C’è tutto quello che fa storcere il naso ai fan: ho cercato di “raddrizzare” quel naso.

I dialoghi fra i giovani va bene, anche se hanno fatto delle piccole differenze rispetto alla sceneggiatura originale. Per esempio, nella versione al cinema Beta, la copia robotica di Alex, sta nel pickup truck quando va a scontarsi con la nave alieno. Si sacrifica, il che ha senso perché non ha altro da fare nella storia.

Se la storia di un film non è buona, può essere salvata da una novelization?

Io posso fare qualsiasi cosa per il film, ovviamente. Quello di cui vado fiero è che cerco di fare il miglior romanzo possibile, anche a costo di cambiare dei piccoli particolari, stando attento a non contraddire il film. Non voglio che qualcuno veda il film, poi prenda il libro e si chieda «Che è successo alla storia?» Da un punto di vista fantascientifico, puoi mettere una rete di sicurezza sotto la storia.

Quanto è stata grande la rete di sicurezza che hai messo sotto “Krull”?

I problemi di Krull, che non era pessimo come The Black Hole, erano più legati alla storia, essendo un soggetto schizofrenico. Non penso che tu possa combinare fantascienza e fantasy in quel modo, semplicemente buttando insieme i vari elementi: è come fare un’ottima salsa bernese con però elementi che non si amalgamano fra loro.

Quando gli Slayers [“Massacratori”, nel doppiaggio italiano del film e nella traduzione italiana di Delio Zinoni del romanzo di Foster. Nota etrusca.] usano quelle meravigliose lance che sparano raggi laser, prima sparano poi passano al combattimento corpo a corpo. Perché non limitarsi a rimanere indietro e continuare a sparare? È questo il genere di cose che funziona su schermo, senza che nessuno ci faccia caso, ma non in un romanzo.

Mi è concesso un po’ di margine. Ho avuto moltissime idee dal produttore, Ron Silverman, che mi ha chiamato diverse volte chiedendomi di cambiare delle cose. Era molto interessato nella novelization, invece a molti produttori non interessano, li considerano semplici gadget del film, come delle magliette. Silverman invece era interessato: nel bene o nel male, era davvero interessato.

Perché pensi che “The Black Hole” non funzioni?

Prima dell’uscita del film ho fatto una passeggiata sui vari set, molto belli e promettenti. Ho conosciuto Harrison Ellenshaw [pittore dei fondali] e l’arte inarrivabile dei tecnici Disney. Ma il copione era brutto in modo imbarazzante, sia dal punto di vista della scrittura che da quello scientifico. Mesi prima dell’uscita del film sottoposi una lista di 70 piccoli cambiamenti (nei dialoghi, per esempio) che con poco avrebbero potuto migliorare molto, in fase di post-produzione, ma nessuno mi ha ascoltato. Non do la colpa agli sceneggiatori: addirittura loro non sapevano neanche cosa fosse un buco nero! Qualcuno avrebbe dovuto dir loro di andare alla Burbank High School, dove i professori di fisica avrebbero saputo dare ottime spiegazioni.

Hai romanzato anche “Alien“.

Sono soddisfatto di quel libro. Il mio agente pensa che sia la mia miglior novelization che io abbia mai scritto. E si deve essere soddisfatti del film. È interessante: dicono che il cinema sia una forma d’arte cooperativa, il che è vero, nonostante l’enfasi che i francesi pongono sulla figura del regista. Alien è l’unico film in cui il contributo principale non viene dal regista, dagli attori o dagli sceneggiatori, bensì dal set designer: H.R. Giger. È un uomo molto interessante, che nella sua casa in Svizzera ha lo scheletro di una donna sospeso sul soffitto, il che può aiutare a spiegare alcune delle bizzarre immagini della sua arte. Perché chiunque farebbe una cosa del genere? Be’, perché Giger è un personaggio alla Salvador Dalí: al di là di ogni catalogazione ed audace.

Quando lavori su un copione con poche caratterizzazioni, come “Scontro di titani”, come arricchisci la narrazione?

Scontro di Titani poteva essere una buona storia, ma non lo è stato. Per il romanzo ho scavato più a fondo nella mitologia rispetto a quanto abbiano fatto gli autori del film, che sembrano più interessati all’animazione in stop-motion. Comunque è difficile immedesimarsi con qualcuno come Perseo, dopo tutto è il figlio di Zeus, è forte, bello e ha tutto ciò che un giovane può volere. Mi sono chiesto perché non potesse avere dei punti deboli: nessuno si sarebbe immedesimato con lui, se non ne avesse avuti.

È come quando John Campbell mi disse che non puoi identificarti con un tizio come Superman, uno che può fare tutto ciò che vuole, può andare dove vuole e nessuno può ferirlo. Non ha difetti: se non fosse per la kryptonite, nessuno si sarebbe curato del personaggio. Non mi sono mai piaciuti i fumetti di Superman, ma è stato il successo del suo film che ha permesso di interessarsi del personaggio. Invece è molto più facile interessarsi di un matto come Darth Vader, per via dei conflitti emotivi nascosti sotto la superficie.

John Campbell ha pubblicato il tuo primo racconto in “Analog”. Come ti sei posto nel romanzare “The Thing”, che è basato su un racconto di Campbell?

Quello è stato un discorso completamente diverso. Non stavo scrivendo basandomi su un rozzo copione o uno storyboard: stavo riscrivendo la storia originale di un altro autore, che non è proprio come scrivere una novelization. Mi sono preoccupato all’inizio, poi ho deciso che no, non avrei riletto il racconto originale: non era per questo che ero stato ingaggiato. E non volevo riscrivere John. Ciò che ho fatto è stare lontano dalla storia originale e lavorare esclusivamente sulla sceneggiatura. Ma ho fatto in modo di citare il titolo originale in un dialogo.

[Nel decimo capitolo Macready chiede nel vuoto: «Who… who’s that? Who goes there?» che ovviamente cita il racconto di Campbell, Who Goes There?, apparso originariamente su “Astounding” nell’agosto 1938 con lo pseudonimo Don A. Stuart, apparso in Italia con il titolo La “cosa” di un altro mondo sul quarto numero di “Urania” (1° febbraio 1953).

La “citazione nascosta” di Foster ovviamente si perde nella traduzione italiana di F.U. Tura del 1982: «Chi… chi c’è? Chi c’è lì?». Nota etrusca.]

Quando Campbell ha pubblicato il mio racconto, “With Friends Like These”, nel 1971, stavo già lavorando al mio primo romanzo. Malgrado il romanzo non l’abbia comprato, mi fornì pagine e pagine di suggerimenti sul mio libro. Ecco il genere di editore che era Campbell, la ragione per cui divenne il più importante nella fantascienza. Amava leggere nuovo materiale e lavorare con i giovani scrittori. Credo che gli sarebbe piaciuto La Cosa del 1982, perché John Carpenter è tornato alla storia originale e ha cercato di rispettarla, al contrario del film del 1951.

Passando al tuo lavoro per “Star Trek”, il copione di “Star Trek. Il film” è stato detto non sia altro che la fusione di tre episodi della serie televisiva. Tu ne hai scritto il soggetto: è vera questa voce?

No, assolutamente. Sono stato chiamato insieme ad altri scrittori per sottoporre storie in vista del revival della serie televisiva, mentre la Paramount decideva se farne un’altra serie, un film per la TV o uno per il cinema. Ho discusso diverse idee con Gene Roddenberry, ed una era basata su “Robot’s Return”, un’idea pensata da Gene per la serie TV “Genesis II”, mai prodotta. [Esiste solo l’episodio pilota del 1973, di un’ora circa, trasformato in film televisivo. Nota etrusca.] Quando la casa prese la decisione di farne un film televisivo da due ore, pensò che la mia storia era quella che meglio si adattava alla durata. Quando però hanno visto l’enorme successo di Guerre Stellari hanno deciso di trasformare il progetto in un film cinematografico ad alto budget: ancora, la mia storia era l’unica in giro che potesse riempire le due ore di durata previste.

Star Trek. Il film ha cercato di gestire il tema delle macchine intelligenti del prossimo passo dell’evoluzione, e questo è molto difficile da capire per la gente di Hollywood. Pensavo fosse un buon film, se non addirittura un grande film. I problemi di budget erano dovuti ad una scarsa organizzazione in fase pre-produttiva, molto più che nella fase produttiva, ma è quello il genere di problemi che hai quando cerchi di portare avanti un progetto artistico all’interno di un business dominato da contabili.

Un altro esempio è la Disney, guidata da un ex giocatore di football che è stato abbastanza fortunato da sposare la figlia del capo. Ecco perché Don Bluth e il suo meraviglioso gruppo di animatori ha mollato la Disney, lasciando l’intera organizzazione nel caos: erano soffocati sia finanziariamente che artisticamente, così alla fine se ne sono andati e hanno fondato la loro compagnia.

Rimpiangi di non aver lavorato alla sceneggiatura di “Star Trek. Il film”?

Certe cose sarebbero per forza state diverse se non mi avessero escluso dal film. Ho parlato con Walter Koenig, Jimmy Doohan ed altri, e tutti volevano fare qualcosa di più “umano”, invece il film è stato gestito come se fosse il Secondo Avvento, e la Paramount semplicemente ha assecondato la cosa. Volevo tutto l’immaginabile, nel film, ma puoi solo mettere ciò che è necessario per riempire due ore.

Hai detto che per “Star Trek II” fosse stato per te avresti fatto morire Kirk, oltre che Spok. Perché?

Non è nulla di vendicativo, te l’assicuro. Semplicemente mi sembra che la saga abbia bisogno di nuovi personaggi, una dose di vitalità: malgrado mi piacciano Kirk e Spock, raccomando la loro morte. Ma non voglio far preoccupare nessuno: Shatner tornerà in Star Trek III, con Nimoy alla regia.

Quali sfide hai affrontato con la tua trasformazione in romanzo degli episodi animati?

Judy-Lynn del Rey ha comprato i diritti della serie animata, e dopo avermi affidato gli episodi mi ha dato mano libera. Li ho guardati e ho detto: «Non puoi tirar fuori un romanzo da un episodio di 22 minuti». Così ho preferito la forma del racconto, raggruppando tre storie in ogni libro e cercando di unirle insieme con elementi marginali.

Arrivati alle ultime quattro storie, che avrebbero riempito un altro libro, Judy-Lynn ha detto che si vendevano così bene che voleva quattro libri: l’unico modo per farlo era tirar fuori un terzo di libro da quelle storie. Per gli ultimi quattro “Star Trek Log” ho scritto roba mia, con storie solo vagamente ispirate ai copioni originali.

Ne avevo scritta una quando ero al college. Era una storia in due parti che sottoposi alla Norway Productions; mi chiesero di ripresentare il testo l’anno successivo ma quello era l’ultimo anno per loro. Così quel racconto rimase in giro per casa per anni, finché non decisi di usarlo in questa occasione.

Si tratta della storia con Kirk e il comandante Klingon con il quale aveva frequentato la scuola di volo. È una specie di Mare caldo (1958) in versione spaziale.

Hai scritto tante novelization, ma ti piacerebbe vedere un tuo lavoro originale portato sullo schermo?

Mi piacerebbe vederne tanti, come per esempio Terra di mezzo: dieci anni fa non avrei mai detto che quel romanzo potesse andare bene per il cinema. Anche Il pianeta dei ghiacci sarebbe un ottimo film. Ho anche un romanzo in uscita, I Inside, che sarebbe perfetto.

Qualche tuo romanzo originale è mai stato opzionato?

No, ma ho avuto alcuni racconti opzionati. Il problema è il costo: le mie storie sono di fantascienza interstellare, roba che richiede un budget di almeno 20 milioni di dollari.

Per quel che mi riguarda, scrivo avventura fantascientifica con forti dosi di scienza, ma rimango in contatto con le persone e sto attendo ad evitare i linguaggi gergali. Devi avere uno stile chiaro con un inglese pulito, mentre ti concentri a scrivere una buona storia. La fantascienza può essere incisiva e molto educativa, ma prima di tutto è intrattenimento.

Vedi una tendenza a fare film di fantascienza “pensosi” sul tipo di “Blade Runner”?

Sfortunatamente no. Il fatto è che i produttori di Hollywood se ne fregano se un film sia indirizzato ad un professore di 35 anni o a uno scolaro di 10: se fa soldi, vedrai un altro film dello stesso tipo. È l’unica regola che funziona, lì. I produttori hanno dei problemi con la fantascienza, credono sia sempre necessario spiegare cosa sta accadendo, ed è il caso anche di Blade Runner, con tutta quella narrazione non necessaria.

Hollywood ha parlato alla gente per così tanto tempo che alla fine non sa più fare altro. C’è un’intera generazione di giovani, là fuori, che è cresciuta pensando al futuro: non hanno bisogno di essere persi per mano e guidati. Vogliono lavorare a livello intellettivo e vogliono anche lavorare nel cinema. Ogni lettore tredicenne può spiegare a qualsiasi adulto di cosa parla “Star Trek”. Anche i critici cinematografici sono alla frutta: basta ricordare che stroncarono 2001.

Ti consola il fatto che ci sono cineasti che tentato di produrre solidi film di fantascienza?

Molti vorrebbero fare film come Guerre Stellari, Incontri ravvicinati del terzo tipo o Alien, ma solo perché vedono il potenziale in termine di profitti. Non capiscono questo campo. Capiscono “Hazzard” e finiscono per fare qualcosa del tipo di “Ralph supermaxieroe”. È solo gente come Alan Ladd jr. della Ladd Company che sembra avere il “pollice verde” per la fantascienza. Ha dato a George Lucas il via libera per fare Guerre Stellari: Ladd è cresciuto con la fantascienza, proprio come Lucas e Spielberg.

Non ho mai incontrato Steven Spielberg, ma mi ha fatto un’ottima impressione. Come Lucas è molto realista ed entusiasta. Se rendi divertente girare film, poi si vede sullo schermo. Non credo che le compagnie cinematografiche hollywoodiane facciano più film divertenti per chicchessia. E quando un film fa soldi, i produttori dicono “Perché dovrei ascoltarti?”: solo perché tu sei in grado di rendere migliore un film non vuol dire che loro siano interessati. Perché cambiare una formula che funziona?

La differenza più significativa fra i cineasti vecchio stile e questi nuovi è che i primi si rifiutano di ascoltare. Si limitano a girare in tondo chiedendosi perché non possano fare film come Lucas, Spielberg e Carpenter. La risposta è fuori dalla loro portata.

L’unico cineasta con cui io mi sia seduto a parlare e che mi abbia davvero ascoltato è stato Lucas. All’epoca stavo scrivendo il seguito di Guerre Stellari ed eccolo lì, il regista che stava facendo un film che nessuno ancora sapeva sarebbe stato un successo o meno. Non avevo nulla a che fare con la pellicola, ma visto che stavo scrivendo il libro dovevo leggere il copione. Ne discutemmo nel dettaglio, e George ascoltò. Di sicuro non era tenuto a farlo, aveva il totale controllo creativo, ma valutò il punto di vista di un altro.

Vivi in una casa costruita di mattoni provenienti da un bordello vecchio di cento anni. Ci sono poltergeist?

È stata costruita dalla famiglia Pabst partendo da un bordello per minatori nella metà degli anni Cinquanta. Se ci fossero fantasmi in giro, sarebbe un posto molto interessante in cui vivere. Quando le pareti parlassero, sarebbero parole vietate ai minori. In molti dei miei libri sono un agente di viaggio interstellare, che organizza tour in posti grandiosi.

Dove ci porteresti?

Ho sette libri in uscita nel 1984. In febbraio c’è La battaglia di Jo Troom [Fanucci 1993], la seconda metà de Il cantante delle magie [Fanucci 1992] per Warner. Questa primavera, Del Rey pubblica Viaggio alla Città dei Morti [Mondadori 1987], fantascienza basata sulle mie esperienze nel Grand Canyon.

In giugno, Berkley pubblicherà The Last Starfighter e Slipt, un romanzo horror contemporaneo, il mio primo di questo genere. Sempre in giugno, per Warner, uscirà I Inside. Poi la Warner presenterà The Day of the Dissidents, il terzo libro della saga Il cantante delle magie. Del Rey poi pubblicherà Who Needs Enemies?, la mia seconda antologia di racconti, in giugno.

Non ho scritto tutto l’anno scorso, molti titoli li ho scritti per contratto anche tre anni fa: finalmente sono arrivati a pubblicazione. Non nego il fatto che sono stato molto occupato: non c’è niente come un corposo mutuo per stimolare la tua creatività.

Spero di andare in Africa, questo luglio, per una vacanza di un mese e mezzo con degli amici. Uno di loro era il capo dei derattizzatori delle Nazioni Unite, e oggi lavora per il Governo danese sul controllo dei roditori a Tangeri.

Siamo curiosi di scoprire quali ispirazioni nasceranno da questo viaggio.

Lì mangiano cotolette di facocero impanate, sarà un’esperienza interessante, proprio prima del WorldCon, un’altra interessante esperienza per qualsiasi fan di fantascienza.


L.

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Ho sempre fatto fatica a immaginare un RPG ambientato nell’universo di Aliens, ma al tempo stesso non avevo mai perso la curiosità nei confronti di quel che ne avrebbe tirato fuori una software house come Obsidian. Purtroppo sono destinato a rimanere a bocca asciutta: SEGA, che produceva il gioco, ha gettato tutto alle ortiche.

A posteriori, lo stesso publisher non è mai sembrato particolarmente convinto del progetto: è dal 2006, anno in cui è stato annunciato, che non se ne sa più nulla. Non una foto, non un filmato o un post su Twitter, niente di niente. E gli inevitabili bozzetti trapelati dopo la notizia della cancellazione – tra cui quello che vedete in questo box – non è che fossero particolarmente promettenti. Obsidian continuerà a lavorare ad Alpha Protocol, mentre SEGA potrà occuparsi di tutti gli altri titoli con i “granchiacci” in arrivo nei prossimi mesi, ossia il nuovo Aliens vs. Predator e Aliens: Colonial Marines.


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Per sfruttare l’eco dell’uscita del videogioco Alien: Isolation (SEGA), nello stesso ottobre 2014 la Titan Books presenta uno splendido volumone dal titolo The Art of Alien: Isolation di Andy McVittie, che trovate su Amazon a circa 30 euro.


La trama:

The Art of Alien: Isolation è un libro artistico di più di 300 immagini tratte dal nuovo gioco dell’acclamato franchise di Alien. Portando i giocatori indietro nelle atmosferere da survival horror del primo film, Alien: Isolation vede Amanda Ripley come eroina che cerca di sopravvivere in una stazione spaziale piena di misteri.
The Art of Alien: Isolation è la galleria definitiva del videogioco, con illustrazioni e schizzi, comprensivi di pensierie commenti dell’artista.


L’Introduzione di Jude Bond

Le pagine di questo libro contengono una piccola selezione del materiale prodotto dal nostro dipartimento artistico, che va dalla concept art agli storyboard e agli schizzi di studio. La qualità di queste immagini è la testimonianza del duro lavoro degli artisti della quastra e del loro impegno: è stato un piacere lavorare con un gruppo di persone così talentuose.

Come squadra ci sentiamo molto privilegiati per aver avuto l’opportunità di lavorare ad un progetto di così alta qualità e speriamo sinceramente di aver reso giustizia al franchise di Alien, trattandolo con il rispetto che merita. Ci sentiamo custodi di un grande tesoro.

L’Alien originale è stata la nostra fonte primaria di ispirazione, una casa infestata nello spazio. La nostra direzione principale è stata l’autenticità, cioè produrre contenuti di gioco che sembrassero perfettamente inseriti nell’amato universo di Alien. Prendendo i nostri maggiori spunti dal film pionieristico abbiamo tentato di creare un “futuro visuto” credibile e in sintonia con la visione originale: la scelta di rifarci al classico del 1979 ci ha fornito una piattaforma creativa dalla quale esplorare e svelare l’alto potenziale di questo retro-future. Partendo dal gioco abbiamo espanso significativamente il materiale originario, costruendo luoghi molto più grandi dei set originali, nuovi strumenti ed equipaggiamenti, costumi e personaggi. Fondamentale per il nostro processo è stata l’ossessivo studio del film (e dei materiali d’archivio), dal quale abbiamo cercato di catturare i temi essenziali, costruendoli ed espandendoli.

La produzione è stata lunga e dura. Vorrei ringraziare tutti quelli che l’hanno resa possibile. Un grazie particolare va ad Al Hope (Creative Lead) per la sua fiducia in noi come squadra, e a Tim Heaton (Studio Manager) per aver reso tutto questo possibile. Infine, sarebbe un errore non ringraziare il cast artistico del film del 1979, il cui lavoro ci ha ispirato ed è stata la base per la maggior parte delle scelte estetiche di Alien: Isolation.


Immagini scelte


L.

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