[2018-10] The Predator su “CIAK”

Ad ottobre la storica rivista “CIAK” sembra tornata alla sua normale distribuzione, e addirittura ci regala la scheda del film The Predator (2018): credevo ormai non si sprecasse più per certi film di genere…


The Predator

di Marco Giovannini

da “CIAK” (ottobre 2018)

Il fatto — Il mercenario ed ex ranger Quinn McKenna (Boyd Holbrook) assiste per caso alla caduta di un’astronave e alla cattura di un Predator da parte di un agente del governo, che lo porta in un laboratorio per studiarlo. Lui viene arrestato perché non parli e messo su un bus insieme a sei ex soldati, detti “i Lunatici” e tutti affetti da stress post-traumatico. Il loro bus passa davanti al laboratorio proprio quando il Predator uccide i tecnici che lo tengono prigioniero e scappa. Sulle sue tracce e su quelle di un super Predator alto due metri e mezzo, i Lunatici diventano l’ultima speranza della Terra per non soccombere a un’ invasione aliena.

L’opinione — Trentuno anni fa il regista Shane Black interpretò una particina nel Predator originale. Aveva appena venduto la sua prima sceneggiatura, Arma letale, capostipite del neofilone “buddy movie”. Sarà la nostalgia, sarà il suo imprinting, ma The Predator non è altro che un un buddy movie all’ennesima potenza. Ma, a differenza dei tanti sequel e reboot (questo è il sesto della serie) dalla trama piuttosto semplice e schematica, assomiglia più ai suoi due film più famosi da regista, Kiss Kiss Bang Bang e The Nice Guys. Anche questo, infatti, è una girandola di situazioni al limite, improbabili e quindi impreviste, ma soprattutto è un continuo passaggio dall’azione adrenalica alle battute, alle citazioni, alle strizzatine d’occhio, ai tormentoni strampalati stile Tarantino (autismo, ibridazione, riscaldamento solare e anche Olivia Munn che disquisisce a lungo se uno dei sei Lunatici ha detto «pushy», come sostiene lui, o «pussy», come ha capito lei).

Piacerà più ai neofiti che ai fedelissimi dei Predator precedenti, che li hanno sempre visti come il mix perfetto fra fantascienza e horror, giammai forieri di umorismo.

se vi è piaciuto guardate anche… Predator (1987) di John McTiernan, Kiss Kiss Bang Bang (2005) e l’irresistibile The Nice Guys (2016) con la coppia Crowe-Gosling.



L.

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[2018-09] The Predator su “Empire Italia”

Dopo l’ammazzata che mi sono fatto a tradurre il grande speciale della rivista “Empire” – qui, qui e qui – la sua versione italiana il mese successivo presenta il testo tradotto da Francesco Cunsolo. A saperlo, avrei aspettato risparmiandomi la faticaccia…

Inutile quindi presentare le immagini della rivista: è la resa italiana di quanto già mostrato ad agosto.

L.

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[2018-09] The Predator: The Art and Making Of

Il 25 settembre 2018 la Titan Books presenta un librone fotografico che promette molto bene: The Predator: The Art and Making Of, a cura di James Nolan, che mi sono fatto regalare per il compleanno. (Ecco gli altri regali alieni!)

Il bello di queste opere è che oltre alle belle foto di scena in grande formato presentano anche bozzetti, studi, storyboard e magari provini-costume degli attori e altre chicche: purtroppo NON è questo il caso…

Il volume è composto al 90% di foto di scena: per carità, bellissime e di grande formato, ma sono immagini che potete vedere nel film. C’è qualche foto scattata durante le riprese, c’è la piantina della stanza d’albergo dove si rifugiano i protagonisti a metà film (ma chi se ne frega?) ci sono tipo dieci foto della casa in fiamme (ma chi se ne frega?) e altrettante foto di McKenna nella giungla ad inizio film (ma chi se ne frega?).
E i bozzetti? Neanche uno. E gli storyboard? Neanche uno. E gli studi sulle molte modifiche applicate ai Predator e al loro armamentario? Nisba.

Visto che per l’occasione si sono inventati l’Upgrade o l’Assassin Predator, insomma il super Predator di cui nessuno sentiva la necessità, da un libro fotografico sulla lavorazione del film sarebbe lecito aspettarsi degli studi sul personaggio che in pratica è protagonista e dà il nome al film. Niente. Un paio di schizzi per puzza e qualche immagine presa dal software usato per disegnarlo.
Invece ci sono 10 infinite pagine di modelli di cani utilizzati per quell’enorme errore (uno dei tanti del film) che è il miglior amico dei Predator…

Veri amiconi!

Mantenendo fede a tutta l’operazione Fox, anche questo libro è un’altra immensa occasione mancata: un vero peccato…

L.

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[2018-09] The Predator (novelization)

Il 17 settembre 2018 mi arriva una e-mail da Amazon: il libro che ho pre-ordinato ad agosto non uscirà l’indomani, data ufficiale di rilascio dell’eBook, ma è previsto uno slittamento fino al 25 settembre successivo. Ci rimango malissimo, mi ero preparato ad iniziare a leggere la novelization del film a soli due giorni dalla visione così da avere le immagini fresche in mente. Peccato.
Il 18 settembre mi arriva una e-mail da Amazon: il libro è uscito ed avendolo pre-ordinato lo troverò già pronto nel lettore Kindle, sia sul PC di casa che sul mio smartphone. E lo slittamento? Boh, sarà stata una fake news

Con perfetta puntualità la Titan Books dunque presenta The Predator: The Official Movie Novelization di Christopher Golden e Mark Morris, tratto dalla sceneggiatura di Shane Black e Fred Dekker per il film omonimo.


Indice:


«You’re an ugly motherfucker»
Dutch, Predator (1987)

«You’re one beautiful motherfucker»
Traeger, The Predator (2018)


La trama ufficiale

Per secoli la Terra è stata visitata da creature che hanno cacciato i migliori guerrieri umani. All’insaputa delle loro prede, questi cacciatori mortali hanno colpito e sono ripartiti invisibili così come erano arrivati, senza lasciare alcuna traccia se non una scia di cadaveri.
Quando un ragazzino inavvertitamente richiama sulla Terra i letali cacciatori, solo un gruppo di ex soldati dismessi ed un’insegnante di scienze scontenta possono prevenire la fine della razza umana.


Gli autori

Christopher Golden, nato e cresciuto nel Massachusetts, è un autore di stampo “moderno”, nel senso che spazia dalla narrativa al fumetto, da novelization a thriller originali.
Ha scritto un numero enorme di libri di cui solo in rari casi si è visto qualcosa in Italia, come per esempio Il ballo di Halloween (Halloween Rain, 1997, Sperling 2000, scritto con Nancy Holder), da un episodio della serie TV “Buffy l’Ammazzavampiri”, e Uncharted: il quarto labirinto (The Fourth Labyrinth, 2011, Multiplayer.it 2011) ispirato al celebre videogioco. Di santi e d’ombre (Of Saints and Shadows, 1994, Gargoyle 2005) è il primo episodio della sua originale Shadow Saga che però non ha continuato, in Italia.
Ha firmato anche la novelization del King Kong (2005, Sperling 2005) di Peter Jackson.

Mark Morris, britannico, è specializzato in romanzi horror e novelization, edito in Italia in modo frammentario.


«Get to the chopper!»
Dutch, Predator (1987)

«Get to the choppers!»
McKenna, The Predator (2018)


Commento triste

Non mi ero reso conto quanto non mi fosse piaciuto il film finché non ho iniziato a leggerne il romanzo, che se da un lato è una lettura molto più ricca – grazie sia ad una buona narrativa che riempie i vari “buchi” della trama e grazie a  varie “scene tagliate” – dall’altro mette meglio in evidenza la trama “finale”, che trovo tristemente più deprimente rispetto a quella che poteva essere.

Non c’è assolutamente nulla che renda minimamente interessante i personaggi, rimanendo cartonati mossi male su un fondale digitale privo di spessore: gli autori del libro ci provano a dare un po’ di condimento a McKenna e gli altri, ma rimangono personaggi spuri – nati sotto l’ala di Shane Black ma gettati nel calderone Fox/Disney – di cui onestamente non riesce proprio a fregarmene niente.

Interessante cogliere rimandi e chicche varie, che presento qui sotto, ma rimane una trama piatta che non fa nulla per farsi leggere: superata la metà perdo qualsiasi interesse nella lettura.
Una grande occasione mancata…

Comunque ho “studiato” il libro per presentare qualche riflessione e qualche brano tradotto, che trovate di seguito.


Nomi vecchi e nuovi

Yautja

Come ho più volte raccontato, è un termine spurio ed apocrifo inventato da S.D. Perry nel 1994 per il suo romanzo AvP: Prey, dove ha creato un intero dizionario dei Predator per mere ragioni di allungamento di brodo, rendendo illeggibile una storia tratta invece da un fumetto meraviglioso. Né la FOX né la Dark Horse Comics hanno mai preso in considerazione il termine finché i fan, che seguono solamente Wikipedia, non hanno iniziato ad essere convinti fosse un nome vero.
Dal 2014 la Dark Horse ha iniziato a prenderlo in considerazione, anche se molto raramente, e dal 2015 la Titan lo dà per scontato nei suoi romanzi.

Curiosamente, mentre The Predator: Hunters and Hunted, il prequel della storia, cita almeno quattro volte Yautja – un contentino per i fan più molesti – qui il termine è completamente assente. Perché, lo ripeto, non è un termine ufficiale e la FOX non l’ha mai riconosciuto, trattandosi semplicemente dell’invenzione di un’autrice non legata alla casa.

Kujhad

La visiera del Predator viene battezzata in questo modo ma il nome viene usato solo cinque volte, in un totale di sole due situazioni.

«Nel suo linguaggio, o nella rozza versione che voi sareste in grado di pronunciare, è chiamato il Kujhad.»

Gli autori avevano bisogno di qualcosa per indicarlo ma hanno cercato di utilizzare al minimo questo nuovo nome.

Gauntlet

È il “computer da polso” del Predator che viene chiamato con il suo solito nome.

Upgrade

Questo è il nome che gli autori scelgono per quello che, colloquialmente, chiamo il super-Predator.


Predator o Hunter?

Traduco un passaggio delizioso sulla questione del nomignolo.

Casey indicò la creatura sul tavolo da laboratorio. «Perché lo chiamate Predatore?»

Traeger alzò le spalle. «È solo un soprannome. Le informazioni suggeriscono che lui tracci la sua preda, ne studi le debolezze. E sembra… be’, piacergli. Come fosse un gioco.»

«Quindi è un Cacciatore.»

«Come, scusi?» chiese Traeger, alzando un sopracciglio.

«Quindi è un Cacciatore», ripeté lei. «Non un Predatore. I predatori uccidono per nutrirsi, per sopravvivere. C’è solo un animale sulla Terra che cacci per sport.»

Traeger roteò gli occhi.


Che è successo a Dutch?

Come sappiamo da un’intervista dell’11 settembre 2018, Shane Black nel 2016 ha proposto ad Arnold Schwarzenegger di tornare a vestire i panni di Dutch per una apparizione nel film: visto che Arnie è apparso in Terminator: Salvation (2009) in un piccolo ruolo “digitale” molto più intrigante dell’intero film, sarebbe stata una bella trovate uscire dal pantano della sua carriera post-politica con una strizzata d’occhio ai fan. Ma no, il nostro eroe ha ritenuto che la parte fosse troppo piccola per i suoi muscoli.
Il romanzo lascia traccia del metodo per citare e allo stesso tempo far fuori il personaggio:

«È l’uomo che ha avuto il primo contatto? Mi piacerebbe parlargli.»

Così Casey chiede notizie di Dutch a Traeger, ma questi nicchia: «È stato… valutato [evaluated].» Che vuol dire? Linguaggio burocratico militare…

Casey è delusa. «Be’, se volete lobotomizzarlo, potrò prima fargli qualche domanda?»

Qui finisce la partecipazione di Dutch a The Predator, dimostrando una volta di più ciò che poteva essere e non è.


Scene tagliate

Come ogni altra novelization, anche qui il romanzo è stato scritto prima dei tagli che un montaggio finale inevitabilmente comporta, quindi ci sono scene inedite che non è detto troveremo nella futura edizione DVD.

Non sono sene fondamentali, per carità, parliamo di limature, di piccoli particolari che arricchiscono una sceneggiatura e che al contrario la loro assenza la rende arida. Per esempio in tutte le interviste Shane Black si è divertito a dire che tutti i protagonisti della vicenda sono reietti: gli ex soldati perché sono fuori di testa, il ragazzino perché ha la sindrome di Asperger e la dottoressa Bracket perché… già, che ti inventi per dire che una bonazza si sente reietta? Black si è inventato che preferisce stare con gli animali che con gli umani, cosa che ovviamente nel film non si vede.
Nel romanzo vediamo la Bracket proprio mentre è circondata dai cani, così come la si vede nel libro fotografico The Art of The Predator, ma nel film questo aspetto non si coglie.

Altre spigolature dimostrano come la sceneggiatura del film sia stata sforbiciata così da assicurarsi che perdesse ogni spessore.


L.

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[2018-05] NECA Emissary Predator

La NECA si dimostra più attenta alla vera sceneggiatura del film The Predator (2018) più di quanto non abbia fatto la FOX/Disney e il suo montaggio selvaggio.

Che peccato aver perso questo gioiellino…

Il 16 maggio 2017 il sito ufficiale del film di Shane Black ha presenato delle foto prese dal set in cui vediamo Predator ed umani procedere a dorso di carro armato, perché all’epoca la tarma quasi sicuramente prevedeva una joint venture fra le due razze in uno sforzo comune contro il super-Predator, nermico comune.
Poi purtroppo tutto è stato spazzato via dalla FOX/Disney e a vari incidenti di produzione, ma intanto la NECA era partita a fare le miniature: secondo me il lavoro della celebre casa di modellini è stato molto più accurato del film finito…

Ecco la presentazione ufficiale della NECA:

Dal nuovo film di Predator diretto da Shane Black! Sebbene le loro scene siano state cancellate dal montaggio finale del film, i Predator Emissari sono militari che combattono al fianco dei Loonies [i protagonisti del film].

L’Emissario 1 è alto 20 centimetri e presenta 30 punti di articolazione. Include teste interscambiabili con maschera e senza, due paia di mani e un fucile.

Questo articolo viene presentato il 18 maggio 2018, quindi a questa data era già noto il montaggio fnale del film di Black. Che gran peccato aver perso questo elemento di sceneggiatura.

L.

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[2018-10] The Predator su “Film TV”

Sul numero ancora in edicola del celebre settimanale “Film TV” trovate addirittura in prima pagina questo editoriale: la rivista è stata chiusa il 12 ottobre quindi è facile che un servizio più corposo apparirà nel prossimo numero. Vedremo.

Per una volta mi trovo perfettamente d’accordo con un critico “ufficiale”!


Non ci sono più
i blockbuster di una volta

di Rocco Moccagatta

da “Film TV” anno 26, n. 42
(16 ottobre 2018)

Magari ha ragione Filippo Mazzarella (che è bello per una volta citare fin dalla prima pagina, lui che è così abituato ad avere l’ultima pagina e l’ultima parola su Film TV), quando dice che «The Predator vuole essere un film degli anni ’80 e fallisce, Venom vuole essere un film anni ’90 e ce la fa». Poi ognuno è libero di pensarla come vuole. Questione di gusti, di inclinazioni, di passioni. Padronissimi, dunque, di salvarne uno o l’altro, o entrambi, o anche magari di rifiutarli in toto. Però, proprio Venom e The Predator, che in Italia escono quasi contemporaneamente, ennesimi blockbuster ormai nel segno di un’eccezionaiità definitivamente perduta, rivelano bene in filigrana cosa sono diventati oggi questi benedetti filmoni.

Presto detto: macchine elefantiache con a vista le cicatrici mal ricucite di una sequenza infinita di interventi pre, durante e post, frutto – s’immagina – di continue riunioni di executive e consulenti della produzione che tirano il film ora da una parte ora dall’altra, prevedendo o ricercando presunte reazioni del pubblico. Alla fine la coperta non è mai abbastanza lunga. Anzi, in The Predator, è noto, il regista-sceneggiatore Shane Black ha dovuto rigirare l’ultimo terzo su invito della produzione, per correggere il tiro in una direzione meno ironica nei confronti del franchise, con evidenti squilibri di toni e di intreccio in piena vista.

A Venom, forse, è andata anche peggio, pur senza interventi ex post ufficiali: non sequitur, personaggi che scompaiono, buchi nella trama. Certo, conta che siano film inscritti in canoni ufficiali, o meglio in franchise definiti da regole d’ingaggio più o meno rigide. Ma, alla fine, quel che racconta Venom (con molte libertà rispetto al personaggio Marvel di partenza) si poteva farlo anche senza scomodare i cinecomix e una property dell’editore americano, e sicuramente un tempo sarebbe stato un film come L’alieno di un Jack Sholder qualunque (per quanto…).

Ovvio che in questi ecosistemi complessi e nevrotici, gli spazi di manovra per lo Shane Black di turno (non dico Ruben Fleischer) sono complicati, e sempre pronti a essere rimessi in discussione dalla committenza, soprattutto quando si profilano all’orizzonte possibili divieti ai minori. Finisce, allora, paradossalmente, che il blockbuster, da sempre genere dell’ecumenismo spettatoriale, si trasforma in una somma di tanti particolari “ma”, “però” e “se”, decisi a monte nella foga di auscultare in anticipo i gusti del pubblico. E, viceversa, film che potrebbero (e dovrebbero) non essere blockbuster, devono diventarlo per forza.

L.

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[2018-09] The Predator su “CIAK”

Questo settembre 2018 la storica rivista “CIAK” è stata introvabile al di fuori di alcuni selezionati edicolanti al centro della città: che sia la maledizione di Alien? Dopo i fumetti saldaPress introvabili, ora anche le riviste che parlano dei relativi film sono uscite dal consueto circuito distributivo?

Ecco il servizio dedicato al film di Shane Black.


L’alieno è ritornato

di Marco Giovannini

da “CIAK”, settembre 2018

Nel 1987 aveva recitato nel primo film della saga action
a fianco di Schwarzenegger. Ora Shane Black, dall’altra parte
della cinepresa, ci parla del suo nuovo “The Predator”,
in sala dal 27 settembre

Chi si ricorda del soldato Rick Hawkins, l’operatore radio con gli occhiali da intellettuale che in piena giungla leggeva i fumetti del Sergente Rock nel film Predator del 1987? Sarebbe rimasto uno dei tanti militi semi-ignoti del cinema d’azione, se a interpretarlo non fosse stato il futuro film-maker Shane Black, allora un giovanotto di 25 anni che aveva appena venduto la prima sceneggiatura, Arma letale, per 250 mila
dollari. Era su quel set perché la produzione pensò che potesse servire uno script doctor a portata di mano.

Ma gli piaceva talmente la sceneggiatura originale che la prima volta che chiesero aiuto rispose: «Avete assunto l’attore, non lo sceneggiatore». Ed ecco perché Hawkins è passato alla storia come la prima vittima di Predator, spolpato e disossato, appena sette minuti dopo l’inizio del film.

Oggi, 31 anni dopo, Shane Black ritorna sul luogo del delitto con tutta l’ufficialità del doppio ruolo: regista e sceneggiatore di The Predator, nuova puntata di una delle saghe di culto del cinema d’azione, dove si combatte una formidabile creatura che non stana e divora [??? Nota etrusca] gli avversari per puro sadismo, ma come fosse un passatempo sportivo, un safari, visto che il primo titolo del film doveva essere The Hunter (il cacciatore).

«Crisi di mezz’età? Ricerca del tempo perduto? Non so che ne pensi il mio psicanalista, ma io trovo tutto molto normale e sono proprio soddisfatto», dice Black, che a cavallo degli anni ’90 è stato il più pagato sceneggiatore di Hollywood (1 milione di dollari solo per riscrivere Last Action Hero – L’ultimo grande eroe; 1,75 per L’ultimo boy scout – Missione: sopravvivere; 4 milioni per Spy).

Ha ricominciato a lavorare stabilmente solo di recente, dirigendo prima Iron Man 3 e poi The Nice Guys, dopo essere a lungo desaparecido, fiaccato da una crisi esistenziale e dall’alcolismo (in 15 anni aveva firmato un solo film, Kiss Kiss Bang Bang). E per crearsi la migliore situazione di lavoro possibile ha anche richiamato al suo fianco Fred Dekker, il compagno di università con cui aveva sceneggiato uno dei suoi primissimi film, Scuola di mostri.

«Ci presentavamo come Black & Dekker, scrittori molto penetranti…», sottolinea ridendo. «Gli ho telefonato e gli ho detto: “Ritroviamo la libertà, l’entusiasmo, la creatività di quei tempi. The Predator ci aiuterà a sentirci ancora come dei ventenni”. È il tipo di film che a me mette voglia di correre al cinema, un mix di generi in salsa pulp: horror, fantascienza, thriller, complotto».

Ciak lo ha incontrato sul set in Canada, negli Studios di Vancouver, e Black sembrava felice come un bambino, pure in mezzo al caos: motore di un elicottero e di un camper Winnebago a mille, spari di armi di ogni calibro, urla disperate, grugniti apocalittici. Imperturbabile, lui controllava tutto, anche il verso dei capelli rasta di uno dei Predator, pura razza aliena Yautja.

Il mostro è già stato protagonista di tre film, cinque contando anche i due crossover con gli xenomorfi di Alien (ma i puristi tra i fan di entrambe le franchise non sono d’accordo). Incasso totale: 584 milioni di dollari, una media di 116 a film.

Due le condizioni poste da Black per accettare l’incarico: niente reboot, ma sequel che non contrastasse con gli altri film, e marchio Rated R, cioè Restricted (ragazzi sotto i 17 anni accompagnati), per non dover attenuare sangue e violenza.

Definito «un Tarantino in anticipo sull’avvento di Quentin», Black è famoso per ritmo, dialoghi e alternanza fra thriller e battute. La cosa di cui va più fiero è la totale trasformazione dei soldati costretti ad affrontare i Predator. Non più il commando d’élite del primo film, gli ordini di Arnold Schwarzenegger, con i duracci Carl Weathers (l’Apollo Creed di Rocky) e Jesse Ventura, ex campione di wrestling che, quando gli chiedevano se era ferito, rispondeva: «Non ho tempo per sanguinare».

Sono stati sostituiti da una sporca mezza dozzina di soldati disadattati, rimpatriati da vari fronti perché sofferenti di disturbo da stress post-traumatico e diretti a una clinica militare specializzata in malattie mentali. Si autodefiniscono Loonies (svitati). In una lettera agli attori selezionati, Black li ha descritti con poesia: «Un gruppo di Cavalieri, rifiutati dalla Tavola Rotonda, che per tornare a combattere devono prima scrostare la ruggine dalle armature». Saranno l’unica, improbabile, possibilità di salvezza della razza umana, insieme a un bambino autistico e a un’insegnante di scienze frustrata.

Anche il cast rispecchia l’anima sovversiva di Black che ai divi ha privilegiato gli attori: gli emergenti Boyd Holbrook (Narcos) e Trevante Rhodes (Moonlight), il redivivo Thomas Jane (nel 2004 The Punisher della Marvel) e perfino un comico, Keegan-Michael Key.

Poi, sorpresa, nemmeno il Predator sarà quello di sempre, ma un “modello aggiornato” alto due metri e mezzo, con una diversa armatura, prodotto in laboratorio con DNA geneticamente modificato.

«Era l’unico modo per renderlo di nuovo terribile e imprevedibile come la prima volta e non, dopo tante apparizioni, uno di famiglia», spiega il regista. Mai dimenticare che i Predator non sono dei bruti, ma una razza con una tecnologia molto più avanzata della nostra.

C’è anche da combattere una presunta maledizione che grava sul primo Predator: Kevin Peter Hall, 2 metri e 20 di altezza, l’ex campione di basket che era dentro la tuta del mostro, è morto a 34 anni di AIDS a causa di una trasfusione infetta; il regista John McTiernan (autore anche di Die Hard – Trappola di cristallo) è finito in prigione; Shane Black, come già detto, è rimasto 15 anni a casa, senza lavorare.


Predator Story

di Daniele Pugliese

Shane Black con The Predator reinventa una leggenda andando ad estendere la mitologia di una saga iniziata nel lontano 1987 e che, tra sequel, reboot e crossover, è arrivata a ben sei film. Ripercorriamo la storia del letale mostro extraterrestre attraverso la nostra gallery.

Predator (1987)

Quando Jim e John Thomas consegnarono ai vertici della Fox il loro primo script su un alieno-predatore che caccia gli umani per sport, non potevano immaginare che stavano gettando le basi per il film che avrebbe cambiato la storia del cinema d’azione. La solida regia di John McTiernan, l’interpretazione muscolare di Schwarzy e il lavoro del maestro del make-up Stan Winston (decisivo nella creazione del look dell’iconica creatura) hanno poi fatto il resto.

Predator 2 (1990)

Senza Schwarzenegger, ma con un Danny Glover (il Roger Murtaugh di Arma Letale) mai così testosteronico, l’azione si sposta dalla giungla centroamericana alla giungla urbana di una caldissima Los Angeles devastata dagli scontri tra bande criminali e polizia. Lontano dal prototipo sia nello stile che nel ritmo, il sequel di Stephen Hopkins garantisce intrattenimento Rated R e mostra un Predator ancora più letale del precedente.

Alien vs Predator (2004)

14 anni dopo quella suggestione finale presente in Predator 2 (in una delle ultime scene è visibile un teschio di xenomorfo tra i trofei di caccia del Predator) Paul W.S. Anderson fonde insieme le due saghe grazie a una storia che strizza l’occhio alla teorie degli antichi astronauti di Erich von Däniken. Buon successo (172 milioni di dollari worldwide) per un pop-corn movie che parla anche un po’ di italiano grazie alla presenza di Raoul Bova.

Aliens vs Predator 2 (2007)

La lotta tra i due bau-bau della fantascienza prosegue in una tranquilla cittadina del Colorado con la creatura ibrida “Predalien” a fare da terzo incomodo. Gli esperti di effetti visivi Colin e Greg Strause ce la mettono tutta per rendere memorabile il loro debutto alla regia, ma i puristi delle due serie bocciano il film senza pietà.

Predators (2010)

Robert Rodriguez rispolvera dal cassetto un trattamento scritto quasi vent’anni prima e lo affida al regista di origine ungherese Nimród Antal. Un pianeta sconosciuto viene utilizzato dai Predator come riserva di caccia e gli uomini più letali della Terra saranno le loro prede. Reboot-remake-sequel del cult del 1987 senza infamia e senza lode, con il premio Oscar Adrien Brody nelle insolite vesti di rude e spigoloso action-hero.


La dottoressa con la pistola

di Marco Giovannini

In “The Predator”, Olivia Munn è una scienziata
che sa come si usano armi e arti marziali

«Degli incoscienti? No, coraggiosi. E io sono l’unica donna ammessa nel manipolo che osa opporsi al terribile Predator. Per me è stato come vincere una medaglia olimpica», dice O-Money, come la chiamavano i colleghi sul set, cioè Olivia Munn, madre nata in Vietnam da famiglia cinese e rifugiata in America dopo la guerra.

Quali sono le motivazioni del suo personaggio, Casey Bracket, che ci tiene a essere chiamata dottore?
È un’insegnante di scienze frustrata, preferirebbe fare la ricercatrice della sua materia, biologia evolutiva.

Il suo rapporto con Predator?
Complesso, ne capisce la minaccia, ma non lo chiama mostro, bensì Creatura. Trovarsi di fronte a un esemplare geneticamente modificato, per una studiosa del suo ramo, è come incontrare una divinità.

C’è qualcosa di lei nel suo personaggio?
Ho chiesto a Shane Black di aiutarmi a combattere almeno uno dei tanti stereotipi dei film d’azione. Se ogni uomo, qualunque età abbia e qualunque mestiere faccia, sa usare un’arma, perché una donna invece no? Casey non è una tiratrice scelta, non è un soldato, ma se serve sa assolutamente che cosa fare con una pistola, senza che le si debba spiegare il come e il perché.

A proposito, lei è cintura nera di taekwondo. Come mai ci sono voluti tanti anni per vederla usare le arti marziali col personaggio di Psylocke, in X-Men: Apocalisse e nel prossimo Dark Phoenix?
Stesso stereotipo. Come mai all’inizio facevo tante parti da fidanzata? Matthew McConaughey mi ha raccontato che per fermare il flusso delle offerte di commedie romantiche è stato tre anni senza lavoro. E poi ha vinto l’Oscar con Dallas Buyers Club. Dire no è più importante che dire sì.

L.

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[2018-09] Shane Black intervistato da “Yahoo! Movies”

Traduco l’intervista a Shane Black apparsa l’11 settembre 2018 su Yahoo! Movies.


Arnold Schwarzenegger ha rinunciato all’opportunità di apparire in The Predator perché il ruolo che gli era stato offerto era troppo piccolo, dice Shane Black.
Nel 2016 Schwarzenegger aveva detto a thearnoldfans.com che si stava per incontrare con Black “per pranzo”, per discutere l’ultimo sequel del suo film del 1987, ed ora rivela perché i colloqui si sono arenati.

«C’erano un paio di idee di includere [Arnie in The Predator], principalmente nel terzo atto», racconta Black a Yahoo! Movies UK. «Però lo studio voleva qualcosa di fresco, credo, che non vertesse solo sul ritorno di Arnold, però erano aperti all’idea di averlo a bordo, in un ruolo minore.»

«Io ero d’accordo ma presentava un problema, perché quando chiami Schwarzenegger non vorresti mai dirgli “Ehi, abbiamo un minuscolo ruolo per te: accetti?” Mi sentivo imbarazzato a chiederglielo.»

«Lui disse: “Be’, se avessi un ruolo maggiore direi di sì, ma a quanto ho capito stai creando questa cosa e vuoi utilizzarmi per benedirla”. E io: “Ehm… sì”. Quindi non sono stato sorpreso quando mi ha risposto: “Guarda, ti auguro buona fortuna ma è un ruolo troppo piccolo per me”.»

La reticenza della Fox a far tornare Schwarzenegger nel ruolo del maggiore Alan “Dutch” Schaefer in un ruolo importante di un film ad alto budget è comprensibile. Malgrado rimanga una figura ampiamente popolare, Schwarzenegger sembra aver perso il favore del box office da quando è tornato dalla politica. Il suo film maggiore del dopo-governatorato è Terminator Genysis, che malgrado abbia incassato 340 milioni non è andato bene tanto da farne un sequel: il prossimo Terminator 6 ignorerà gli eventi di Genisys.

Abbiamo parlato con Black (in un’intervista condotta prima della recente notizia sull’attore schedato per crimini sessuali data dal “Los Angeles Times”) su come The Predator sia cambiato durante il costoso ri-girato, su come abbia affrontato un franchise trentennale e sulla malattia mentale ritratta nel film.

Come stai?

Bene. Sono in attesa.

Sarai al settimo cielo ora che The Predator è finito e pronto ad uscire.

Ehm sì, vorrei proprio lasciarmi alle spalle questa cosa: è stato davvero un lungo viaggio. Se va bene, splendido, ma mio Dio: è stata lunga.

Quando sei salito a bordo del progetto c’era un disegno già pronto? O ti è stata data libera scelta sulla direzione da prendere?

Non so se siamo stati liberi di fare quel che volessimo, ma di sicuro siamo stati liberi di seguire un soggetto preesistente.

Hanno detto. “Vogliamo dare uno stile al film, vogliamo che tu e Fred Dekker – il mio co-sceneggiatore – generiate un mix di elementi con il Predator che sia fresco ma che ricordi anche l’energia e il divertimento del primo film. Cosa pensate di fare per rinvigorire il franchise?

All’epoca ci hanno detto che volevano riavviare il franchise di Alien con Ridley [Scott] e noi vorremmo che anche il Predator andasse bene. Non volevamo andare sull’esistenziale come Alien sembra fare: la mia idea è che potevamo buttarla sullo spaventoso e sul divertimento.

La premessa originale del film è molto azzeccata, puoi dirci come avete fatto a gestirla, tu e Fred?

Be’, c’erano un paio di ostacoli davanti a noi. Lasciamo stare i fan del primo film per cui qualsiasi altro prodotto è inferiore: non li si può convincere. C’erano però un altro paio di cose, come per esempio il Predator stesso: il grande costume iconico e l’aspetto con i dreadlocks, le cose che non vuoi cambiare troppo perché funzionano. Se non è rotto, non aggiustarlo. Sono diventati elementi così familiari che dopo trent’anni vedi ancora il Predator camminare per le strade ad Halloween o ai comic-con, mentre i negozi vendono maschere, magliette e tutto il resto.

Se dunque il primo film poteva mettere paura rivelando man mano la creatura, oggi non puoi più mettere paura mostrando la faccia del Predatore: è troppo familiare. Quello che puoi fare è ricordare alla gente perché invece dovrebbero averne paura. In altre parole, devi riportare il Predator al suo livello letale e misterioso, così che cominci a dire “Ehi, non è solo una maglietta! Ecco perché ci ha messo paura, quella faccia, perché è mostruoso, veloce, letale, agile e mortale”. Così puoi tornare a parlare seriamente, risvegliando il motivo per cui si è amato il personaggio. Questo era il piano iniziale.

C’era una frase di lancio che girava all’inizio, fra di noi, che ho trovato molto utile: “Stavolta si cacciano l’un l’altro”. Ed ho pensato “Ok, non so dove questo ci porterà, ma c’è del buono”. C’era un Predator in missione per farne fuori un altro, e da lì siamo partiti seguendo l’idea che dopo trent’anni di visite sotto i radar, questa volta l’umanità saprà della loro presenza.

Ce ne sono abbastanza, di Predator, e arrivano con abbastanza frequenza che l’umanità ha organizzato un punto d’osservazione per sapere della prossima incursione, ed è quella che vogliamo raccontare: la prossima incursione.

Volevamo poi raccontare la storia dal punto di vista umano, così si è trasformato in un film da “controllate il cielo”, dove accade qualcosa di misterioso e dobbiamo scoprire cosa sia: e non è molto diverso dal punto di vista dei Predator.

Ad un certo punto andremo nel mondo dei Predator e scopriremo tutto di loro, ma stavolta sentivo che dovevamo rimanere ancora con gli umani.

Sembra che il terzo atto del film sia stato il più problematico, e quello che ha subìto più cambiamenti. Dico bene?

Sì.

Qual è il motivo di tutti questi cambiamenti? E quanto è stato cambiato?

Be’, la struttura rimane praticamente la stessa. C’era un personaggio, interpretato da Edward James Olmos, che proponeva di lavorare con i Predator, e l’idea era di fargli reclutare la prima creatura che vediamo nel film. Poi però abbiamo pensato che c’era un cattivo di troppo e con dispiacere abbiamo rimosso quel personaggio dal film, lasciando solo Sterling K. Brown.

Anche la scena finale dell’astronave era completamente differente. In pratica era lo stesso set, la stessa sequenza di azioni ma era tutto ambientato alla luce del giorno, con i soldati che attaccano la nave per liberare il bambino, correndo via inseguiti da un Predator alla luce del sole. Era… Abbiamo cominciato ad inserire gli effetti speciali e sembrava una poverata [kind of cheap]. Sembrava… Non sembrava proprio un grande film costoso, con quel Predator che correva alla luce del sole.

Potevano chiudere il film all’epoca, ma proprio non pensavo avrebbe funzionato. Per fortuna, devo darne merito alla 20th Century Fox, ci hanno permesso di tornare a rigirare l’intera scena di notte, e stavolta andava bene.

Andammo lì, ricostruimmo il set in un altro posto, rimettemmo insieme la nave e rigirammo di notte la scena del salvataggio del bambino.

Con tutti questi cambiamenti, riesci ancora a guardarlo e dire “Questo è il film che volevo fare”?

Sì. Per me, è tutta questione di tenere insieme le parti migliori. Avremmo dovuto fare comunque dei tagli, per migliorarlo e renderlo più accessibile. L’unica cosa che si è persa e che io all’inizio volevo è Edward Jones Olmos che guidava il gioco. Non è colpa sua, è un ottimo attore, ma non andava nella storia.

Quello che mi ha sorpreso è lo spazio dedicato alla malattia mentale: a cosa si deve questa scelta?

Quello che abbiamo provato a fare è creare un gruppo che fosse l’esatto opposto di quello protagonista del primo Predator, nel 1987. Lì erano tutti gagliardi e tosti, pieni di muscoli e di armi ridicolmente grandi, mentre io volevo presentare il peggio del peggio, un gruppo di soldati che sono bravi in ciò che fanno ma che sono stati emarginati. L’idea era di mandare dei disadattati contro il Predator. E per estensione anche il ragazzino è un disadattato, bullizzato a scuola e incapace di relazionarsi nella società, così come la scienziata si trova più a suo agio con gli animali che con gli esseri umani.

Il futuro della specie non risiede in un perfetto super soldato ma in un ragazzino bullizzato: questa era l’idea. Gli emarginati spesso hanno molto d dare, hanno solo bisogno di diventare consapevoli di ciò che hanno dentro, di sfruttare tutte le loro capacità.

Al Predator è stato dato lo stesso tipo di evoluzione, anche se non in un modo buono.

Avendo la Asperger, Rory è un soggetto molto sensibile da inserire in un film del genere, perché è così importante ai fini della storia?

Perché credo serva per mostrare che chi appare come disabile in realtà è un membro valido della società. C’è chi considera la schizofrenia semplicemente un’altra forma di esistenza, anzi: c’è una teoria secondo cui gli schizofrenici vedono cose che la gente normale non può vedere.

Personalmente soffro della sindrome di Tourette: a volte abbaio e cinguetto e quindi devo giocare con questa cosa. Non è che appaia sempre, ma spesso quando sono con una ragazza o cose del genere, quindi devo utilizzare un po’ di umorismo.

Cosa ti aspetta, ora? Stai ancora lavorando a Doc Savage?

Non credo che Doc Savage andrà in porto, Volevo ambientarlo negli anni Trenta e questa cosa non sembra andare avanti bene. Vedremo cosa accadrà. Non so ancora cosa farò se non che mi prenderò una lunga vacanza.


L.

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[2018-07] The Predator: Hunters and Hunted

In previsione dell’uscita di The Predator (14 settembre 2018 per tutto il mondo, 11 ottobre per l’Italia!) la britannica Titan Books ha fatto i compiti e preparato i suoi libri: il primo ad uscire, il 31 luglio 2018, è The Predator: Hunters and Hunted di James A. Moore, presentato come il prequel ufficiale del film.

Leggendo il romanzo tutto sembra tranne un prequel, ma poi vedendo il film risulta chiarissimo quanto Shane Black si sia perso per strada. (O quanto l’abbiano fatto perdere per strada.)
Nel film vediamo Traeger (Sterling K. Brown, uno degli attori più neri del cinema!) che dà la caccia al Predator sapendo benissimo cosa sia e guidando un gruppo di soldati scelti. Non ci viene fornita alcuna spiegazione su chi egli sia, su chi sia la sua squadra, su chi sia il loro mandante – sono governativi? – né altro. Anzi, la sceneggiatura originale, prima degli immani tagli che Black ha dovuto operare, prevedeva anche un capo di Traeger.

Ecco, in questo romanzo ci viene raccontata e spiegata la squadra segreta dei Reapers, ci viene spiegato chi sia Traeger e come abbia fatto ad arrivare dov’è arrivato e gli sforzi fatti per conoscere la tecnologia aliena.
Avendo letto questo romanzo, ho potuto capire una parte di film che altrimenti sarebbe rimasta fumosa.


Indice:


La trama ufficiale:

Per secoli la Terra è stata visitata da creature che hanno cacciato i migliori guerrieri umani. All’insaputa delle loro prede, questi cacciatori mortali hanno colpito e sono ripartiti invisibili così come erano arrivati, senza lasciare alcuna traccia se non una scia di cadaveri.
Quando Roger Elliott ha affrontato una creatura durante la guerra del Vietnam, non si aspettava di sopravvivere. Né che, decenni dopo, avrebbe addestrato i Reapers: una forza d’attacco clandestina che lavora per il Progetto Stargazer. La loro missione: catturare una delle creature, studiarne la tecnologia e cominciare a bilanciare il rapporto fra cacciatori e prede.


L’autore:

James A. Moore è un premiato autore di più di venti romanzi: thriller, dark fantasy ed horror, incluso Alien: Sea of Sorrows (2014), l’acclamato Fireworks, Under the Overtree, Blood Red, la Serenity Falls Trilogy (dove appare il suo personaggio ricorrente Jonathan Crowley) e titoli più recenti come Blind ShadowsHomesteadSeven Forges.

Moore ha partecipato all’antologia Aliens: Bug Hunt (2017) con il racconto “Distressed”, ed ha scritto anche per il genere young adult con la sua serie Subject Seven.

L’autore si è fatto le ossa scrivendo per Marvel Comics e firmando più di venti supplementi dei giochi di ruolo White Wolf Games. Ha anche scritto dei romanzi di quella serie, come Vampire: House of SecretsWerewolf: Hell-Storm.

In Italia è un autore inedito.


Gli umani:

«Ufficialmente non esistono. I Reapers non sono riportati in alcun registro, specialmente militare. Devono essere segreti, perché i loro obiettivi ufficialmente non esistono: i militari aggrottano la fronte a sentir parlare di caccia agli extraterrestri.»

Questo gruppo segreto di soldati è guidato dal generale Woodhurst ed addestrato da Roger “Pappy” Elliott, agente della CIA che da ragazzo in Vietnam ha affrontato un Predator. Ed ora vuole ritrovarlo, per questo partecipa al Progetto Stargazer.

Il problema è che da vent’anni non si è più riusciti ad avere un avvistamento. Questo romanzo infatti tiene conto sia del film Predator (1987) che di Predator 2 (1990), per cui siamo nel 2017 e dopo Los Angeles nel 1997 non ci sono stati altri contatti con un cacciatore.
Proprio nel momento più critico, quando i Reapers stanno per essere sciolti e i servizi della squadra stanno per essere “privatizzati” – cioè venduti al miglior offerente – dalla Florida arriva un chiaro avvistamento: è il momento di entrare in azione.

Il 27 ottobre 2017 i Reapers tendono un agguato al Predator appena sceso in Florida.


Gli alieni

«Era tentato di togliersi la maschera e respirare l’aria del posto. Stando a quanto diceva suo padre l’atmosfera era rarefatta e sapeva di sostanze inquinanti, perché i locali non erano ancora così evoluti da curare il proprio mondo. C’era stato un tempo in cui l’intero pianeta era stato più freddo. Allora era dura sopportare il clima e trovare un buon posto per la caccia, ma in questi giorni era come se gli abitanti di quel mondo volessero essere cacciati ed uccisi.
A volte la preda rende tutto più facile.»

A parte questa parentesi ecologista, l’autore adotta il sistema di raccontarci il pensiero del Predator solo perché una volta che i Reapers gli mettono le mani addosso e lo catturano, dovrà spiegarci come ha fatto a liberarsi e scappare, per dar vita alla seconda metà del romanzo. Anche se in realtà… mica l’ho capito! Ricordo che il libro l’ho letto in inglese, ma comunque non mi sembra per nulla chiaro: è come se un’entità abbia aiutato il Predator… Speravo che il film mi rivelasse qualcosa di più invece niente: va be’, non mi sembra importante.

Scopriamo poi che a quanto pare c’è una certa cura parentale, nella società degli alieni, visto che il padre del Predator protagonista gli ha dato tanti saggi consigli.

Yautja

Sebbene il film di Black mantenga la scelta della Fox di ignorare il termine Yautja, che è solo un nomignolo inventato nel 1994 dalla romanziera S.D. Perry e tornato alla ribalta solo per colpa di Wikipedia e di fan troppo entusiasti, James A. Moore  di punto in bianco e senza alcun motivo cita di sfuggita questa inutile nozione.

The Yautja — the name for his people

Il termine appare solamente quattro volte nel romanzo, chiaro segno che sta lì solo a far contenti i fan dell’ultimo secondo.

Da notare infine che da Predator: Incursion (2015) la Titan ha ormai annesso il termine Yautja nel suo universo alieno e quindi tocca tenercelo.

Tecnologia

«Più di una volta il suo capo [chieftain] aveva detto che la tecnologia degli Yautja deriva almeno in parte dall’adattamento di ciò che hanno trovato negli altri mondi, quando i cacciatori scoprivano creature molto più avanzate in qualche modo. C’erano precauzioni per proteggere le tecnologie che usavano. Le loro navi erano rese invisibili quando viaggiavano, e quando atterravano venivano chiuse e messe in sicurezza. Le armi erano legate al cacciatore singolo tramite un codice di sicurezza, contenuto nel “bracciale” [control gauntlet].»

Nel romanzo troviamo citata una telescoping spear, cioè la lancia telescopica ben nota, ma anche una Combistick… che pare essere la stessa cosa! A questo punto penso che l’autore abbia usato due modi diversi di indicare la stessa lancia.

Moore infine si lancia in un’ipotesi parecchio azzardata. Ricordate gli OWLF, gli “uomini in argento” che studiavano l’alieno in Predator 2? Be’, qui l’autore ci dice che grazie a quegli studi sulla tecnologia aliena… potremmo aver scoperto la compressione dati che ha dato vita a CD e DVD!
Grazie, Predator, per il digitale…


Commento finale:

È la terza storia “aliena” che leggo di Moore e niente, non riesce a prendermi. Scrive bene, mette in pentola tutti gli ingredienti giusti, ma è come se un ottimo piatto venisse rovinato perché manca un po’ di sale.

Come dicevo all’inizio, durante la lettura non me ne rendevo conto ma una volta visto il film in fondo ho apprezzato le lunghe descrizioni dei capi dei Reapers, perché in effetti tutti quei discorsi – sulla responsabilità di gestire del materiale alieno, sul sapere per chi si lavori veramente e via dicendo – sono tutti elementi che il film avrebbe dovuto trattare ma non aveva tempo di farlo. Quindi diciamo che il romanzo l’ho apprezzato dopo il film, perché mi ha spiegato quello che Shane Black ha solo buttato via.

Per esempio il personaggio di Keyes qui è fra i protagonisti, mentre sebbene l’attore Jake Busey andasse alle presentazioni del film dicendo quanto fosse curioso interpretare il ruolo del figlio di suo padre – cioè Peter Keyes, interpretato da Gary Busey in Predator 2 – nel film poi si vede per 3 fotogrammi. Non sto esagerando!

Insomma, Hunters and Hunted è un ottimo romanzo per capire il film The Predator, ma forse proprio questo suo essere nata come prequel rende la storia non propriamente appassionante.


L.

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The Predator (2018) Recensione senza spoiler

Fra il 12 e il 14 settembre scorso è uscito in mezzo mondo The Predator: l’Italia ha deciso che le serve un mese in più per fare quello che tutti gli altri Paesi hanno già fatto, forse perché il miglior doppiaggio del mondo sta cercando di tradurre i due o tre giochi di parole intraducibili nel film. Fatto sta che la 20th Century Fox Italia porterà l’atteso titolo di Shane Black nei cinema italiani dall’11 ottobre 2018 (fonte: ComingSoon.it).

Mezzo mondo ha già visto il film… e io devo aspettare un mese? Ma stiamo scherzando? In attesa di poterlo vedere su grande schermo e scoprire cosa si saranno inventati i poveri traduttori, me lo sono visto usando le potenzialità della Rete.
Bambini all’ascolto, ricordate che la pirateria non è figlia di Maria: se vi capita di peccare e di vedere un film pirata, l’importante è che poi andiate a vederlo lo stesso al cinema pagando il biglietto, come farò io, così da non mandare in crisi lo show business.

(Photo Credit: Kimberley French © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation)

La trama la sapete, i protagonisti li conoscete e cosa sia un Predator spero lo sappiate già: negli ultimi trent’anni è stato raccontato in cinque film, li avete presente? Be’, scordateveli.
Il dato principale di questo film… è che i Talebani del Canone usciranno dalla sala urlando dalla rabbia!!!

Nelle interviste che ho presentato tradotte qui sul blog Shane Black racconta che ancora oggi è torturato dai fan di Iron Man, che non gli perdoneranno mai la sua “licenza poetica” nei confronti del Mandarino in Iron Man 3 (2013), divertendosi a giocare con lo storico nemico del protagonista. I tanti fan integralisti del Predator, quelli che addirittura considerano i due film AVP “apocrifi”, stavolta organizzeranno una class action per denunciarlo, visto che Black si appropria dell’intera tecnologia “predatoria” e non si limita a creare il super-Predator (o come lo vogliamo chiamare) ma si prende alcune blande libertà che rimangono comunque manomissioni del Canone.
Però è anche vero che Black è stato il primo ad essere ucciso da un Predator, nel 1987, quindi agli occhi dei fan potrebbe avere una certa autorità nel merito… Non so, mi è impossibile capire i processi mentali dei Talebani del Codice.

(© 2018 Twentieth Century Fox FIlm Corp.)

Bando alle ciance ed ecco il responso: è un film divertente e brioso, con tantissime sparatorie e un Predator anzi due, uno “base” e l’altro “super”. Un paio di idee carine e un’ideona finale (che non rivelo), con personaggi straordinariamente superficiali ma alla fin fine non fastidiosi.
È un film brutto e stupido come Alien: Covenant? No, si lascia guardare con piacere e in un paio di punti si sbotta pure a ridere.
È il grande ritorno di Shane Black? Non penso proprio. Temo anzi che fra un mese nessuno ricorderà più che questo film sia mai esistito.

Di sicuro la prima parte è quella in cui si nota la mano di Black, anche se siamo molto lontani dal suo solito stile. Gli ex soldati si scambiano battute in pieno Black Style e forse esagerano anche, ma di sicuro nella seconda parte è tangibile il freno a mano che il regista deve tirare con tutta la forza. Semplicemente è come se se ne fosse andato lasciando il pilota automatico: è tutta roba standard che necessita solo di un buon regista, non serve necessariamente Shane Black.
Visto che l’amico Fred Dekker è salito a bordo a produzione già avviata e visto che la Fox ha preteso che Black cambiasse l’elicottero – ad un certo punto entrava in scena un elicottero rosa, ma si è preferito stemperare la cosa con un elicottero del meteo – il mio timore è che il regista-autore avesse in mente un film ben diverso, cioè un Predator alla Shane Black, che poi invece la Fox ha trasformato in un “normale” film di Predator, “de-blackizzandolo”.

Ne parlerò in seguito in un post più documentato, ma merita di essere citato il fatto che le prime foto dal set del film mostrano eventi che non si vedono in questo montaggio finale, e che dietro denuncia di Olivia Munn l’attore Steven Wilder, probabilmente amico di Black (è nel cast dei suoi ultimi due film) e già coinvolto nella lavorazione, è stato allontanato perché schedato per reati sessuali e tutte le sue scene sono state cancellate. In queste condizioni è difficile portare a termine un film come lo si era pensato.

(© 2018 Twentieth Century Fox FIlm Corp.)

Dove sono tutti i richiami all’action anni Novanta che Black andava promettendo nelle interviste? Zero assoluto, tutto sostituito dal più pacchiano product placement: com’è che un film costato 88 milioni di dollari ha bisogno di fare marchette? E soprattutto, siamo tornati agli anni Ottanta, quando tutti i film italiani mostravano il Fernet Branca sul tavolo e le Marlboro sul comodino?
Sterling K. Brown ci viene presentato mentre mangia vistosamente delle mentine la cui marca è ben inquadrata: non ne mangerà più, quindi è palesemente una marchetta. Boyd Holbrook addirittura gira una bottiglia di whisky per far leggere bene l’etichetta, ma il meglio è riservato a Trevante Rhodes, che Shane stesso rivela essere l’unico del cast autorizzato dalla produzione a fumare davanti alla cinepresa. Sapete perché? Ovvio, per mostrare bene all’obiettivo la marca di sigarette.

Non fraintendetemi, non è una critica, anzi io sono molto favorevole al product placement, perché a me non cambia nulla mentre la produzione riceve dei soldi e può permettersi magari un film meno “tirato”, ma ho citato questa cosa per un semplice motivo: se mentre guardo un film di Predator, il grande ritorno di Shane Black, mi accorgo delle mentine, del whisky e delle sigarette… forse la storia non mi sta prendendo come dovrebbe.

(Photo by Kimbery French © 2018 Twentieth Century Fox FIlm Corp.)

Mentirei se dicessi che il film non mi è piaciuto, come ho già detto è una visione divertente ma non è un film di Predator: è mezzo film di Shane Black su dei soldati cazzoni e le loro rocambolesche avventure che viene inserito in un altro mezzo film con un super-Predator che non fa che ruggire. (Ma che razza di civiltà è una che viaggia nello spazio ma sta sempre a ruggire?)
La fusione non è perfetta, i punti di sutura sono un po’ slabbrati, sebbene alla fin fine il prodotto vada giù liscio. Il problema è che appunto va giù liscio… e non rimane niente.

1987: sparare al Predator non serve a molto. 1990: sparare al Predator non serve a molto. 2004: sparare al Predator non serve a molto. 2007: sparare al Predator non serve a molto. 2010: sparare al Predator non serve a molto. 2018… che cazzo sparate a fare al Predator? Ancora?
Da Shane Black alla regia di una storia che tiene conto almeno dei primi due film – con tanto di cameo di 3 fotogrammi di Jake Busey nel ruolo del figlio di suo padre – e che parla di gente che sa cosa sia un Predator, mi aspettavo l’apparizione nella base operativa di un bel cartello: «Inutile sparare ai Predator». Invece no, tre quarti di film vedono gente che spara miliardi di proiettili ad una creatura che da trent’anni si fa un baffo dei proiettili. Ecco, queste sono le cazzate che dovresti cercare di evitare, Shane, perché sono le cadute di stile del pessimo cinema contemporaneo: tu dovresti essere il primo a conoscerle e quindi a giocarci.

Mi spiace, Shane: è chiaro che non ti hanno fatto fare il film che volevi…

In conclusione, vi esorto sicuramente a vedere il film, come farò io, quando uscirà in Italia l’11 ottobre prossimo, ma aspettatevi solo un semplice divertimento superficiale e senza impegno. Se speravate in un filmone di Shane Black, temo proprio che rimarrete delusi.

In compenso Olivia Munn è bona come il pane!

L.

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