[1992-12] Giochi alieni su “Starlog” 185

da “Starlog” n. 185 (dicembre 1992)

Splendida pubblicità “tripla” dedicata ai videogiochi ispirati a Terminator 2 (1991), Alien 3 (1992) e Predator 2 (1990) – il buono, il cattivo e il brutto! – apparsa sulla rivista “Starlog” n. 185 (dicembre 1992).

L.

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[1996-06] Steve Perry su “Starlog” 227

Traduco questa intervista apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 227 (giugno 1996).


Dark Destinies

di John Vester

da “Starlog”
n. 227 (giugno 1996)

Con il suo “L’Ombra dell’Impero”,
il romanziere Steve Perry rende più suro l’universo di Star Wars

«Qual è il tuo piano?» viene chiesto ad Indiana Jones ne I predatori dell’arca perduta (1981). «Non lo so», è la sua risposta: «in qualche modo mi arrangerò [I’m making this up as I go]». Da quel momento e fino alla fine del film il pubblico è convinto che lui davvero non abbia alcun piano. Gli spettatori sospendono volutamente la loro incredulità malgrado dietro quel prodotto ci sia un esercito di professionisti che seguono piani dettagliati.

La Lucasfilm conta sullo stesso effetto per il suo nuovo universo multimediale di Star Wars: mentre sembra una semplice coincidenza di libro, fumetto e gioco, si tratta dello schieramento di un gruppo di persone talentuose.

Pochi sono meglio informati di Steve Perry, autore del romanzo Star Wars: Shadows of the Empire. «La Lucasfilm ha avuto l’idea per un posto, per un cattivo e per quello che ad Hollywood chiamano springboard: un’idea sulla direzione narrativa da prendere», spiega Perry. In tutte le sue incarnazioni, Shadows riempie l’intervallo fra i film L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, un luogo dove nessun libro autorizzato si è mai avventurato. «La Lucasfilm voleva chiudere la serie con un po’ di fuochi d’artificio così da generare interesse per la successiva generazione di film. Credo che qualcuno si sia reso conto che fra quei due film c’era un intervallo di tempo abbastanza lungo e molte domande senza risposta.»

Perry ha avuto l’opportunità di fare questo libro grazie al suo lavoro in un altro universo. Tom Dupree, editor alla Bantam tanto per i progetti di Star Wars quanto per le novelization dei fumetti Dark Horse di Aliens, ha contattato Perry per scrivere una versione romanzata del film The Mask (1994). «Mi ha chiamato, un giorno», ricorda Perry, «e ha detto: “Non ho soldi da spenderci, non prenderai royalties e mi serve in fretta”. Be’, come avrei potuto rifiutare?»

The Mask permise a Dupree di offrire a Perry Shadows of the Empire. «A quel punto la Lucasfilm aveva il progetto», continua l’autore, «e stavano cercando lo scrittore. Ho mandato qualche mio lavoro e un paio di romanzi di Aliens a Tom, che li rigirò alla Lucasfilm e parlò in mio favore. Non so i criteri che usano di solito per scegliere gli scrittori, a parte che siano in grado di produrre del materiale pulito e in tempo con le scadenze. Il tempo è sempre essenziale in progetti come questo.»


Star Time

Gestire il tempo è decisamente uno dei punti forti di Perry. Con 33 libri pubblicati, trenta copioni televisivi prodotti, qualche dozzina racconti, molti saggi, recensioni e articoli tecnici, la produzione a scadenza è una sua forza. «Il segreto è presto detto», confessa l’autore: «scrivo veloce. Cinque giorni a settimana alla tastiera, come un vero lavoro, e cerco di completare dieci pagine al giorno, in prima bozza. Finora non ho mai subìto alcun blocco dello scrittore, e questo aiuta. Non mi pesa molto il mio lavoro: se non ti diverti non ne vale la pena. Se fossi sempre impaurito, dovessi tirar fuori ogni parola a fatica e cavarle con il sangue, farei qualcos’altro nella vita. Non avrebbe senso fare lo scrittore.»

Il primo passo nel creare l’evento multimediale Shadows of the Empire era organizzare un incontro allo Skywalker Ranch. «Era l’inizio di novembre del 1994. Ci sedemmo attorno ad un tavolo insieme ad un sacco di gente – Howard Roffman, Lucy Wilson, Sue Rostoni, Allan Kausch della Lucasfilm, John Knoles, Steve Dauterman e Larry Holland della LucasArts, la gente che si occupa dei giochi. La Dark Horse era presente mediante telefono e fax. È stato un gran bell’incontro, un insieme di persone in gamba con un sacco di buone idee. Non c’era un solo “incravattato” fra noi.»

L’incontro serviva ad espandere il brogliaccio iniziale. Perry presentò una lista di personaggi e vari gruppi studiarono quali avrebbero funzionato meglio nei vari altri progetti. Per esempio gli addetti ai videogiochi menzionarono cose che nel loro campo avrebbero fatto una buona riuscita, e chiesero se avrebbero funzionato in un libro. Già in quella fase preliminare era chiaro quanto Shadows of the Empire fosse un grande progetto.

Uscirà un fumetto in sei numeri per la Dark Horse, sempre con il titolo Shadows of the Empire. «Ma», specifica Perry, «non è la stessa cosa. Il soggetto principale è quello, ma sarà raccontato attraverso gli occhi di altri personaggi. Ci sono un paio di punti in cui romanzo e fumetto si incontrano, ma per il resto vanno ognuno per conto suo: non è la stessa esperienza e coinvolge personaggi diversi. Alcuni funzionano meglio nel fumetto che nel romanzo.»

Il passo successivo è stato abbozzare una trama, alla quale Perry ha iniziato a lavorare già durante il viaggio di ritorno a casa. Dopo qualche spunto ricevuto da Dupree e dalla Lucasfilm, la trama definitiva è diventata la base per il libro. «Quando scrivi la trama per un tuo libro puoi andare dove vuoi, ma in questo caso altre persone dovevano basarsi sulla stessa trama per le loro opere, quindi mi ci sono attenuto strettamente.»

Sebbene Perry si occupi solo del romanzo, è la chiave di volta degli altri autori, principalmente perché è stato il primo a completare il suo compito. «Ho finito con il romanzo prima che fosse completata la struttura del fumetto e che fosse pronto il gioco, così la Lucasfilm ha deciso che – visto che il libro sarebbe stato il primo ad essere pubblicato – sarebbe stata la base per tutti gli altri.»

Non era strano per Perry ricevere telefonate dalla Dark Horse riguardo ai fumetti, o dagli sviluppatori di giochi per discutere su come dovessero apparire le astronavi, i colori e i nomi. «È stata un’aventura cooperativa sin dall’inizio. In effetti alcuni degli altri scrittori di Star Wars mi hanno chiamato e mi hanno detto di avere un personaggio di un loro libro in uscita e mi hanno chiesto se c’era spazio per fargli fare una comparsata nel mio libro.»


War Secrets

In cosa risiede l’entusiasmo per questo Shadows of the Empire? A parte il fatto che sarà un fumetto, un gioco, un audiolibro e il soggetto di un volume della Del Rey dal titolo Making of Shadows of the Empire e che è ambientato fra il secondo ed il terzo film, cos’altro sappiamo? Purtroppo è tutto top secret, almeno finché il romanzo non verrà pubblicato. «Tutto ciò che posso dire», ammette lo scrittore, «è che ritroverete molti dei vostri personaggi preferiti, più un paio di nuovi arrivati. Parla del lato oscuro dell’Impero… dei bassifondi dell’Impero.»

Lo scrittore dice di aver adorato scrivere le scene dal punto di vista di Darth Vader. «Ho amato scrivere di lui. Non potevo scrivere una sola sua parola di dialogo senza sentire nelle orecchie la voce di James Earl Jones. Potrebbero esserci un paio di sorprese su ciò che pensa Vader in solitudine.»

Perry non lascia trapelare alcun segreto della Lucasfilm. «Sono molto protettivi con la trama, e non dirò nulla. Inoltre non voglio che siano delusi da me: se pensano che io sia in grado di tenere la bocca chiusa, magari lavoreranno ancora con me. Adorerei che George Lucas mi chiedesse di scrivere uno dei suoi nuovi film, e lo farei di sicuro. Ma la fila degli autori disponibili potrebbe ricoprire la circonferenza terrestre.»

Lo stesso Perry è rimasto impressionato di quanto sia vasto l’universo di Star Wars. «Ero allibito. Ho chiesto ad Allan Kausch se avessimo una mappa della galassia di Star Wars che mostrasse i luoghi delle varie avventure. È scoppiato a ridere e ha detto: “Stai scherzando? Ci sono centinaia e centinaia di pianeti: nessuno ha fatto una mappa perché sarebbe troppo grande”.»

Grandi dimensioni significa grandi problemi di continuità. «Secondo me una delle principali ragioni dei problemi di continuità è che quando la Lucasfilm ha iniziato questo progetto nessuno si era reso conto di quanto sarebbe diventato grande: si è allargato in ogni direzione. Ora che hanno messo insieme una squadra, tutto era già andato troppo in là. Ogni volta che inizi una grande serie di storie, ci vuole poco perché la cosa sfugga di mano. Così hanno dovuto passare un sacco di tempo a smussare i problemi di continuità.»

Naturalmente tutti sanno che l’ultima parola per quel che riguarda l’universo di Star Wars spetta a George Lucas. «Non so dire quanto lui sia coinvolto nello sviluppo dei romanzi, ma mi sono reso conto che presta attenzione a ciò che accade dietro le sue spalle. Non posso immaginarmi che sia arrivato dov’è semplicemente standosene svaccato con i piedi sul tavolo. Dopo tutto, è il suo universo.»

Perry ha già dovuto affrontare la continuità in occasioni precedenti, avendo scritto quattro libri di Conan. «Mi è stato chiesto di scrivere il mio primo romanzo di Conan da L. Sprague de Camp, che gestisce la proprietà del personaggio. Non avendo mai scritto di sword and sorcery volevo provarci e mi sono divertito, visto che Conan non è un personaggio complesso, i libri erano divertenti e la paga buona. Non ho tentato di ricopiare lo stile oscuro di Robert E. Howard, ma ho fatto di tutto per rendere vivi i romanzi, luminosi. Li ho ambientati nella giovinezza di Conan, quando aveva fra i 16 e i 17 anni: in quel modo non era necessario che sapessi cosa avesse fatto all’età di 25 o 35 anni.»

Anche nel suo universo narrativo, la serie dei romanzi dei Matador, Perry deve gestire la continuità. «L’universo dei Matador è una space opera che riguarda la formazione di un gruppo scelto di guardie del corpo che a volte lavorano per una confederazione galattica repressiva. Ciò che ho fatto è stato stilare una sorta di “Bibbia”, in cui c’è un’idea generale di cosa succeda e di chi siano i protagonisti, poi mi limito ad aggiungere tutto ciò che succede. Così se hai bisogno di sapere di quale colore abbia i capelli un certo personaggio, basta sfogliare fino al punto giusto e scoprirlo.»


Past Shadows

Perry ha praticato le arti marziali per circa trent’anni ed ha usato la sua conoscenza in questa pratica e filosofia in molti dei suoi lavori. «Fino al quarto anno di scuola superiore ero uno scricciolo», ricorda lo scrittore alto un metro e 85 per 90 chili. «Ero secco, portavo gli occhiali e leggevo fantascienza: tutto questo in Louisiana ti marchiava come disadattato [geek]. Così mi sono dato da fare e qualcuno mi ha portato ad una lezione di karate, in una palestra locale.»

Questo, unito al fatto che ha messo su peso ed è cresciuto in altezza nell’età dello sviluppo, ha fatto sì che oggi nessuno gli dia fastidio. Velocemente ha abbandonato gli aspetti da auto-difesa delle arti marziali ed è rimasto conquistato dalla loro filosofia, con i vari codici basati sull’onore e sul ragionamento. «Ancora oggi mi affascinano: mi piace avere il controllo di me stesso, fisicamente, e mi piace la disciplina che prevede un allenamento. Devi riuscirci da solo, nessuno può farlo per te.»

È tutta un’ottima base per scrivere poi di Jedi o di “97th Step” [nome di un’arte marziale inventata dall’autore] dei suoi libri sui Matador. Un’altra cosa che Perry trasferisce nei suoi romanzi è la conoscenza delle pistole. «La verità è che davvero non puoi definirti un artista marziale, qualunque sia lo stile, se non sai come usare una pistola, perché è questa l’arma del nostro tempo. So sparare e lo apprezzo come sport di precisione. Per lo più utilizzo pistole di piccolo calibro, sparando a piccoli bersagli a grande distanza. Odio quando leggo un buon libro giallo di fantascienza in cui lo scrittore gestisce male l’uso di una pistola. Cerco sempre di farlo al meglio ed uso spesso armi nei miei testi.»

Ha anche inventato nuove armi, come lo spetsdöd nei suoi romanzi dei Matador [rimossa dalla traduzione italiana. Nota etrusca.], una pistola che spara dardi che non uccidono ma neutralizzano la vittima per sei mesi. «È un’arma usata dalle guardie del corpo. Sia per motivi morali, visto che loro non uccidono, sia perché il nemico deve mantenere le vittime in ospedale per sei mesi, il che è molto dispendioso: è l’arma perfetta per la guerriglia.»

La carriera di Perry dimostra l’antico adagio per cui la fortuna arride a chi ha la mente pronta, e quella fortuna ha la forma di lavoro duro. Un altro segreto che vuole condividere è di non prendersi troppo sul serio. «Sono semplicemente un narratore [storyteller]. Credo che i miei argomenti principali, semmai ne abbia, ruotino intorno all’amore e alla scoperta di sé stessi e del proprio posto nel grande schema delle cose. Non scrivo per i posteri, scrivo per il tizio che va al supermercato con soldi sufficienti per un pacco di sei birre o per un mio libro. Se compra il mio tascabile invece della birra, voglio che alla fine della lettura sia contento di aver fatto quella scelta.»

«Scrivere per me è un lavoro a tempo pieno, il migliore di quelli che ho fatto. A volte è difficile da credere di essere pagati per scrivere storie», si stupisce Perry. «Molti scrittori ed attori che conosco provano questa sensazione. Se sei un carpentiere, ha un edificio da dover tirare su: tutto ciò che abbiamo noi è un mucchio di fogli. Hai questa paura che un giorno qualcuno bussi alla tua porta e dica: “Ok, amico, sappiamo che hai preso in giro la gente fino a questo momento: devi ridare indietro tutti i soldi, ora, e trovati un vero lavoro!”»


Aliens, Predators & Perrys

A Steve Perry piace lavorare con gli universi condivisi, perché gli dà la possibilità di gestire alcni dei più grandi personaggi del genere. «Ho avuto l’onore di ricevere l’invito ad aiutare Conan a sfoderare la sua spada, a stare vicino a Ripley nel combattere gli alieni e a far pronunciare mie parole a Darth Vader», dice lo scrittore.

La partecipazione di Perry all’universo di Aliens è stata il risultato della passione del figlio nei fumetti. «Io e Mike Richardson, presidente della Dark Horse Comics, ci conosciamo da prima della nascita della casa. Vivo a circa 40 chilometri da Milwaukie, Oregon, dov’è la Dark Horse.» Perry copriva quella distanza per accompagnare il figlio a comprare fumetti nei negozi Dark Horse, e Richardson era l’uomo alla cassa. «È stato 16 anni fa, e quando Richardson è entrato nel business del fumetto ed ha iniziato ad avere successo, mi ha chiamato un giorno e mi ha chiesto se scrivessi ancora. Aveva letto qualcosa di mio e voleva sapere se io fossi interessato a fare dei libri di Aliens

Mentre Alan Dean Foster ha scritto le novelization dei film per la Warner Books, la Dark Horse aveva bisogno di qualcuno per creare la novelization dei loro fumetti, ambientati nello stesso universo. Il primo libro, Aliens: Earth Hive, è uscito nel 1992, Aliens: Nightmare Asylum nella primavera del 1993 e il terzo, Aliens: The Female War, scritto con sua figlia Stephani Perry, nell’agosto successivo.

«I miei libri non sono basati sui film, sebbene il primo fosse basato su un copione per Alien 3 [Ma quando? Ma dove? Ma che dice? Nota etrusca]. Il film era cambiato così tante volte che ormai non ci ho trovato alcun collegamento. Peccato. Mi è piaciuto molto più il fumetto che il film.»

Naturalmente il suo lavoro si è basato anche sul mostro di H.R. Giger, che – dice – è una grande ispirazione per chiunque. «Gli alieni non sono molto realistici nella loro forma, ma ragazzi: mettono davvero paura.»

La Dark Horse possiede i diritti dei romanzi basati sull’universo alieno. La compagnia originariamente ha considerato di crearli da sé, ma poi ha preferito affidarsi alla Bantam. Sono poi arrivati i romanzi di Aliens vs Predator. «AVP, come noi lo chiamiamo, è stata un’idea brillante», racconta Perry. È stata un’idea che è arrivata dalla Dark Horse, con cui Perry si complimenta per la scelta di un’acquisizione così ispirata. «È un’idea di Chris Wagner. Lui e Mark Richardson e Randy Stradley hanno poi messo giù il concetto originale per i fumetti.»

Tutti questi libri, compresi quelli scritti da David Bischoff, Robert Sheckley, Sandy Scofield e Nathan Archer, sono andati bene, sia qui che oltre oceano, e qualcuno è stato un bestseller. Ciò che ha fatto decollare tutto è stata la notizia di un nuovo film di Alien. «Sigourney Weaver ci sarà», dice entusiasta perry, «anche se l’hanno uccisa in Alien 3, che non è il mio favorito dei tre. Ma, ehi, è fantascienza. Hanno riportato in vita Spock, possono farlo con Ripley. In effetti, io l’ho riportata in vita in uno dei miei libri, solo per vendetta contro quelli che l’hanno fatta morire in Alien 3. L’ho riportata indietro come ginoide [android], il che è stato particolarmente interessante perché a lei non piacciono gli androidi, e non sapeva di esserlo.»

Una delle cose migliori uscita da questo crudele universo è stata la collaborazione di Perry con sua figlia Stephani. «È stato grandioso lavorare con lei. Primo perché è una scrittrice naturale, e le riesce veloce e bene, secondo perché fa la maggior parte del lavoro. In seguito è andata in solitaria, scrivendo Aliens: Labyrinth e la novelization del film TimeCop. La ragazza è un’eccellente scrittrice», aggiunge suo padre.

Steve Perry ha una grande esperienza di novelization e tie-in, e la sua formula per il successo è chiara. «Ogni volta che gestisco un lavoro che ha alle spalle un film, cerco di ricreare quel tipo di emozione nel libro. Guardo i rispettivi film, studio lo stile, il ritmo, il linguaggio e via dicendo, e poi tento di reinserire tutto nel mio adattamento. Credo di aver gestito bene la cosa nei miei libri di Aliens


L.

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Citazioni aliene: Vignetta (2007)

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L.

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[1983-06] Dan O’Bannon sul “Starlog” 71

Traduco questa intervista a Dan O’Bannon apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 71 (giugno 1983).

Fa sempre piacere trovare le dichiarazioni astiose e rancorose di Dan, con i suoi giudizi sferzanti e l’abitudine – mai persa – di denigrare chiunque l’abbia circondato.

Scopriamo altri progetti naufragati in cui il nostro era coinvolto, che vanno a sommarsi al numero già alto dei film che non ha mai fatto: malgrado l’universo non fosse abbastanza grande per l’ego di Dan, la sua carriera è stata straordinariamente minuscola, rispetto ai progetti in cui è stato coinvolto.


Dan O’Bannon
Mio figlio, l’assassino

di Lee Goldberg

da “Starlog Magazine”
numero 71 (giugno 1983)

Ha firmato i copioni di due grandi successi, “Alien” e “Blue Thunder”.
Ma non è molto felice: ecco perché

Se lo sceneggiatore Dan O’Bannon potesse mettere le mani sull’elicottero che ha creato per Blue Thunder allora probabilmente userebbe la sua artiglieria per radere al suolo ogni studio cinematografico della California del sud.

E poi passerebbe a dare la caccia al regista di Blue Thunder John Badham e agli scrittori di Alien Walter Hill e David Giler per un’altra sventagliata di artiglieria.

O’Bannon, senza mezzi termini, è infuriato.

«Hollywood è un pessimo affare. Sono stufo», dice. «Se non ottengo presto qualcosa da dirigere, me ne vado da questo mondo e divento un romanziere, o qualcos’altro.»

Ciò che O’Bannon vuole è il controllo, il potere di assicurarsi che ciò che scrive è ciò che alla fine apparirà su schermo. I suoi copioni per Alien (con Ronald Shusett) e Blue Thunder (con Don Jakoby) sono stati in qualche modo riscritti, in modo che a lui non è piaciuto.

E nel caso di Blue Thunder, in uscita il prossimo 13 maggio, non è stato proprio intrigato dalla regia.

Dan O’Bannon fra gli unici due film scritti all’epoca

Secondo O’Bannon, «John Badham ha una visione cinematografica davvero ristretta: ha diretto una pellicola da venti milioni di dollari come se fosse un episodio televisivo. Quando lo vedi sul set, ti rendi conto di quanto sia fuori posto.»

O’Bannon dice che era a portata di mano quel giorno delle riprese in cui Roy Scheider – che interpreta l’eroico Murphy, pilota della polizia che guida un nuovo elicottero sviluppato dal Governo federale – dimenticò una delle sue battute.

«Badham disse: “Non importa, è solo dialogo: di’ qualcosa e mettici la parola merda“», ricorda O’Bannon. «Badham segue la teoria per cui il pubblico non capisce i dialoghi.»

D’altronde neanche il regista è affezionato ad O’Bannon, secondo quanto ha raccontato a “Starlog” (n. 70). «Non credo che Badham creda a ciò che ha detto a “Starlog”», risponde lo sceneggiatore.

Badham ha spiegato a “Starlog” che Dean Reisner [sceneggiatore di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976)] è stato chiamato ad arricchire i personaggi della sceneggiatura di O’Bannon-Jakoby.

«Dopo che noi abbiamo supinamente e obbedientemente attuato tutte le modifiche richieste per il copione, d’un tratto ha chiamato Reisner, che è arrivato e ha giocato con la punteggiatura», accusa O’Bannon.

Ma O’Bannon si aspettava che il suo copione venisse riscritto: è parte integrante del modo di fare cinema.

«Hollywood è una macchina e si basa su processi. C’è questa convinzione fra i produttori e gli studio per cui nessun copione è buono, ognuno di quelli che comprano o che hanno fatto scrivere va riscritto da altri autori prima che si inizino le riprese», dice O’Bannon. «Il problema è che molti produttori non sanno giudicare, perciò se una revisione del copione è eccellente e si può girare, non sanno capirlo né stabilirlo: lo fanno riscrivere, in automatico. Visto che molti copioni di Hollywood sono davvero pessimi, questo processo ha un effetto omologante che li migliora, ma se il testo è davvero buono, allora il processo ne abbassa la qualità.»

Indovinate cosa fa questo processo al copione di Blue Thunder, secondo O’Bannon.

«L’impatto politico – e ce n’era davvero poco – è stato ammorbidito. Nel copione originale, tutti gli atti criminosi erano compiuti dalla polizia, dal distretto di Los Angeles: al momento di iniziare la produzione, quelle persone coraggiose [Badham e la Columbia Pictures] hanno trasformato i poliziotti in eroi e i crimini commessi sono tutti colpa del Governo federale», afferma O’Bannon, ovviamente seccato. «L’idea di ritrarre i poliziotti di Los Angeles come campioni delle libertà contro il Governo federale è davvero strana.»

C’erano anche altre discrepanze su come dovesse apparire il Blue Thunder. «Loro lo vedevano come un coso enorme con roba a penzoloni, mentre per noi era una vespa nera, veloce e letale.»

Blue Thunder è un figlio della rabbia di O’Bannon. Viveva ad Hollywood, nel 1979, e non poteva dormire di notte perché gli elicotteri della polizia passavano costantemente e illuminavano casa sua con i fari.

«Mi stavano facendo impazzire. Una notte ero con Don Jakoby a casa mia e passò uno di quegli elicotteri. Mi seccai sul serio e disse che avremmo dovuto farci un film, su questa cosa», ricorda lo scrittore. «Don fu d’accordo e anche emozionato all’idea: è così che tutto è iniziato.»

Cosa si può dire sugli elicotteri della polizia? Se decidi di usare quell’agile macchina per simboleggiare le intrusioni governative nella vita privata, allora c’è parecchio da dire.

«Mi piacciono gli elicotteri, di per sé. Non mi piace che vadano in giro a guardare tutto ciò che facciamo. La polizia dice che lo fa per prevenire il crimine. Sono apparecchi molto maneggevoli», dice O’Bannon. «Il problema è che la polizia non si cura particolarmente se questi fanno uscire di testa la popolazione o violano i diritti di tutti per dare la caccia ad un criminale. Non si preoccupano di prevenire il crimine, ma solo di acchiappare i criminali. E per questo farebbero di tutto ai cittadini, fregandosene. È di questo che doveva parlare il film.»

Il Blue Thunder è completamente computerizzato, corazzato ed equipaggiato di ogni sorta di arma. «Non c’è niente di fantasioso in quell’elicottero: può sembrarlo se non avete dimestichezza con l’argomento. Non c’è niente di particolarmente innovativo nel film, non quando ci sono satelliti che possono fotografarti il buco della cintura.»

Sebbene non ci sia nulla di inusuale nel super elicottero, alcuni sviluppi di sceneggiatura ed un rutilante inseguimento d’auto sono pronti a sconvolgere il pubblico.

Dozzine di auto della polizia inseguono Candy Clark, la ragazza di Scheider nel film, mentre lei le guida in una corsa attraverso i bassifondi di Los Angeles. Badham alla fine ha molto accorciato la scena, perché ad una proiezione di prova a Seattle il pubblico l’aveva trovata particolarmente poco credibile.

«L’idea di avere un inseguimento d’auto ha un suo perché ma come diavolo è possibile che la stupida ragazza di Murphy abbia così eccelse doti di guida spericolata?», si chiede O’Bannon. «Badham ha inteso il film come un cartone animato, e quello che cercava con Candy Clark era di rifare qualcosa alla Hazzard

Problemi con “Alien”

John Badham sembra comunque un angelo in confronto al ritratto che O’Bannon fa degli sceneggiatori di Alien Walter Hill e David Giler.

«Quando hanno comprato il copione e me l’hanno portato via per farlo loro [took it away from me to make it themselves] hanno cercato di gonfiarlo ben oltre ciò che era», dice O’Bannon. «Hill e Giler hanno fatto nove riscritture, ognuna peggiore della precedente. Dicono che se hai un’astronave allora dev’essere la più grande astronave dell’universo: così hanno cambiato quell’aspetto, volevano una flotta di astronavi. «Io ho detto “solo un mostro”? E loro dicono “Non solo un mostro, ne avremo 50!”. Alla fine si è arrivati al punto che Alien era messo così male che non si poteva portare su schermo.»

O’Bannon dice che allora Giler ha lasciato il progetto. «Ridley Scott, che è stato ingaggiato all’ultimo momento, mi ha chiesto di venire e cercare di riportare il progetto sui binari. Ho fatto alcuni cambiamenti per farlo tornare simile all’originale.»

Ciò che distingue Alien dagli altri film “mostro-a-bordo” è l’inquietante creatività artistica di H.R. Giger: è stato il suo lavoro ad ispirare O’Bannon, per ciò è particolarmente seccato che la 20th Century Fox abbia chiamato altri a gestire la creatura e i set.

«Ho lottato per un anno con la Fox per ingaggiare Giger. Ho scritto il copione così che Giger potesse disegnare quelle cose. E quando hanno preso il copione hanno detto: “Naaah, non vogliamo quel tizio: non ha mai lavorato nel cinema”. Volevano qualcun altro che fosse un professionista già affermato», racconta O’Bannon. «Hanno assunto così Carlo Rambaldi per disegnare il tutto. Se ne uscì con qualcosa che sembrava un marshmallow squagliato con una serie di occhi blu. Per un anno continuai a piazzare davanti ai loro occhi il lavoro di Giger, e loro continuavano a dire: “Questo tizio vive in Europa: a quale film ha mai lavorato?” Alla fine Giger fu ingaggiato solo perché fu ingaggiato Ridley, che ha dato un’occhiata al lavoro dello svizzero. Senza Giger non credo che avremmo un gran che di film.»

O un film realistico.

«Quei set di Alien sembrano così reali: non come se avessero cercato di fare qualcosa di bello, ma qualcosa che potesse essere sopravvissuto alle piramidi e volare nello spazio. Era straordinario.»

Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti. «I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito», spiega lo scrittore. [In realtà in questo 1983 James Cameron, su spinta di Walter Hill, ha già scritto la prima bozza del seguito! Nota etrusca.]

A sorpresa, O’Bannon non ama particolarmente la scrittura: la trova un’attività troppo “solitaria” e sente che si corre il pericolo di «diventare nevrotici e fumare troppo». Ciò a cui sta lavorando è raggiungere la sedia del regista, come il suo amico e collaboratore di Dark Star John Carpenter: «l’unica alternativa a quell’obiettivo è diventare scrittore. Dopo aver lavorato a questi due grandi film», dice, «mi è assolutamente chiaro che il controllo del regista sul copione è immenso.»

Progetti futuri e passati

Sebbene di solito prima scrive un copione e poi cerca di venderlo, O’Bannon ha sviluppato un progetto per la MGM intitolato The Sorcerer’s Apprentice, scritto espressamente con in testa la sedia del regista.

Il progetto è naufragato.

«Ho ancora buone speranze, ma è con quel progetto che ho scoperto l’orrore dello scrivere a progetto, il che significa che ti ingaggiano. Ti presenti e loro ti dicono: “Ecco tot soldi, scrivi un copione”. In questo caso si trattava di un accordo in cui dovevo scrivere e anche dirigere il film. Appena siglato il contratto la MGM, il leone che ruggisce, ha iniziato a piagnucolare per poi semplicemente cancellare il progetto, senza ragione apparente», racconta. «Magari può non essere piaciuto il copione che ho scritto, ma la loro decisione potrebbe essere stata influenzata dalla loro pessima gestione.»

Ora The Sorcerer’s Apprentice giace in una qualche cantina della MGM, dove sarà dura per O’Bannon recuperarlo.

«È questo che mi rende infelice del progetto», dice. «Ora è legato alla MGM: non è che posso andare in giro a proporlo, dicendo “Ehi, ragazzi, volete fare questo film?” È proprietà della MGM. Ora dobbiamo trovare un modo per riaverlo o per farlo in altri modo.»

E lui vuole farlo, questo film. Gli piace la storia e lo considera uno dei suoi lavori migliori. «The Sorcerer’s Apprentice era qualcosa che volevo davvero fare. È una storia fantastica su un giovane che vuole diventare un mago», fa notare.

Più di qualsiasi altro mago, il protagonista vuole diventare un illusionista alla Houdini. Quando è avvicinato da un vecchio mago che gli chiede se voglia imparare la magia, il ragazzo accetta subito. Ma la magia che il vecchio ha in mente non consiste in trucchi di carte e conigli fatti sparire. È vera magia. [L’unico film noto con quel titolo è la produzione omonima della Walt Disney del 2010, da cui è assente ogni riferimento a O’Bannon. Nota etrusca.]

Un altro progetto che O’Bannon vedeva come possibile debutto registico è Bloody Noses, scritto da Bob Greenfield e basato sulla vera storia dell’assassino seriale Ed Gein, i cui crimini hanno ispirato già storie di finzione come Psycho e Non aprite quella porta.

«Semplicemente non è successo. Continuavo a proporre il progetto con me come regista ma non è successo», racconta. «Poi, all’improvviso, c’è stata l’esplosione dei film sugli assassini psicopatici, e io ho detto: “No, è troppo tardi, ora”. Era una straordinaria storia di un assassino seriale ma funzionava solo in assenza di tutti questi film simili. Ora abbiamo Venerdì 13, parte 300 e I Eat Your Eyeball: sono disgustato da questi film. Finché non scompariranno e tutti li avranno dimenticati, non posso toccare Bloody Noses. Credo che ormai sia un progetto morto.» [Non esistono film con quel titolo. Nota etrusca.]

Più “vivi” sembrano due adattamenti da racconti dell’ultimo Philip K. Dick (il cui romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è diventato Blade Runner). La versione di O’Bannon di Chi se lo ricorda sta per essere prodotta da Ronald Shusett – suo collaboratore in Alien e Sepolti vivi – per Dino De Laurentiis [dieci anni dopo diventerà Atto di forza. Nota etrusca.], mentre il racconto Modello due è stato opzionato dal curatore degli effetti speciali di Atmosfera Zero Tom Naud per un film che potrebbe intitolarsi Screamers [Che vedrà la luce più di quindici anni dopo. Nota etrusca].

«Ho appena stretto un accordo per scrivere un film indipendente per Tobe Hooper», annuncia O’Bannon, «un seguito de La notte dei morti viventi. Vedete, Zombi non era legalmente un seguito del primo film, ma tutti l’hanno pensato. Dopo la pellicola del 1969 George Romero ha avuto un dissidio con i suoi soci così ha lasciato loro i diritti del nome “Living Dead” e ha detto. “Continuerò a fare film senza di voi”. Alla fine un finanziatore di nome Tom Fox ha comprato i diritti dagli ex soci di Romero, poi è andato da Tobe e Tobe è venuto da me.»

I due cineasti si erano già incontrati in passato alla MGM, mentre lavoravano a progetti in seguito naufragati. Inoltre condividono lo stesso avvocato. «Quindi mi è stato affidato il difficile compito di fare un seguito di un film che ne ha già uno.»

E perché Dan O’Bannon lo sta scrivendo?

«Perché sono al verde e loro offrono bei soldi: scriverò il film e poi tornerò ai miei affari. Avrà un approccio New Wave, useremo musica New Wave e un cast di punk: e sarà una storia molto lontana dall’originale.»

In più il seguito – intitolato Return of the Living Dead – sarà girato in 3-D. «Ma non del tipo “vi tiro roba in faccia”», specifica O’Bannon. «Sarà un film di exploitation molto visiva, ma tutti sembrano d’accordo di non fare primi piani delle ferite. Ci saranno cadaveri strani e truculenti.»

«Credo che stiano nuotando controcorrente verso il botteghino, affrontando questo tema, ma che posso farci? Sto facendo del mio meglio per tirare fuori una buona storia.»

Return non sarà un seguito né della Notte né di Zombi né, se per questo, de Il giorno degli zombi, che George Romero scriverà e dirigerà prima del 1985, completando la trilogia. O’Bannon dice che il progetto di Hooper non ignora gli altri film, ma condividerà solo una parte degli elementi con loro.

«Servirà una spremuta di meningi [brain twist] perché gli spettatori di entrambi i film possano seguire il nuovo e apprezzarlo come pure i nuovi spettatori.»

Nuove decisioni

Questo è anche un anno di grandi decisioni per O’Bannon. «Sapete, ho 36 anni, comincio a farmi vecchio, non sono più un ragazzo: corpo e mente sono ormai diverse. Si suppone che la mezza età sia sui 50 anni, ma quant’è lunga la vita? Se fosse 70 anni, allora 36 è la mezza età. E la mia mente si sente più vecchia del mio corpo», dice. «Jack Sowards, che ha scritto Star Trek II, un bel ragazzo, ha dichiarato su “Starlog” che si sente un diciannovenne: be’, magari lui sì, ma io mi sento un settantenne.»

O’Bannon è già stato attivo nella fantascienza ed è orgoglioso di mostrare la sua biblioteca nella casa di Santa Monica. «Guarda, qui c’è Nell’inferno di neve [Snow Fury, 1955; “Urania” n. 117, 1956], il primo libro di fantascienza che ho comprato, ce l’ho ancora. Parla di neve che diventa vita e mangia la gente. Scritto nel 1956, quando avevo dieci anni e passai dai fumetti ai romanzi tascabili. Non è un romanzo famoso.»

Mette poi subito in chiaro che non è più un appassionato di fantascienza.

«Lo sono stato, ma ora sono un cineasta di fantascienza. Credo ci sia una differenza», spiega. «Ha a che vedere con il lavoro in gruppo e la socialità. Sin da quando sono entrato nel cinema ho dovuto avere uno sguardo freddo sul materiale. Credo sia un vero rischio amare i soggetti che stai gestendo: è pericoloso.»

Il passaggio da appassionato a professionista non è stato facile.

«Ho frequentato quattro college, cambiando continuamente materie senza sapere cosa volevo fare. Quando avevo 21 anni ho scoperto di stare per laurearmi in psicologia… e non volevo essere uno psicologo. Così dopo un’analisi interiore mi sono detto: voglio fare film.»

«Signor O’Bannon, da quanto si sente alienato

«Ero spaventato perché sapevo che era impossibile. Ma sapevo anche che era l’unica cosa che volevo fare per vivere. Sedevo in un dormitorio, nel 1968, e stanco delle foto di “Playboy” iniziai a leggerne i testi. Qualcuno aveva scritto una lettera chiedendo quale fosse la migliore scuola di cinema: lessi il consiglio della rivista e lo seguii.»

Finì alla University of Southern California e cominciò la sua educazione cinematografica guardando Quarto potere e Dottor Strangelove.

«L’esperienza che ho avuto all’epoca è stata trascurabile, non ho avuto alcun incoraggiamento dalla facoltà, gli studenti erano tutti strani, tutti individualisti estremamente competitivi. Nessuno voleva lavorare con gli altri», racconta. «C’è un detto ad Hollywood: “non basta aver successo, il tuo miglior amico deve fallire”. Questa attitudine inizia proprio alla scuola di cinema.»

Come hanno reagito i genitori alla sua scelta di carriera? Dopotutto, il cineasta è l’ultimo dei mestieri che una coppia della bassa borghesia americana consiglierebbe al figlio.

«Mio padre non è un uomo che parli molto: è geniale e divertente, ma in pratica muto. Gliene ho parlato e si è limitato a grattarsi la testa. Va a vedere tutti i miei film speranzoso e raccoglie memorabilia, così sono abbastanza sicuro che sia fiero di quel che faccio e gli piacciano i miei film, ma non sa come esprimerlo», spiega O’Bannon. «Mia madre ha sempre pensato, sin da quando avevo otto anni, che io fossi un criminale. Ha sempre pensato che la fantascienza non fosse una forma d’arte o letteraria. Se a scuola prendevo un libro di fantascienza, me lo portava via dicendomi: “Non portare la fantascienza con te!” Come se fosse una sorta di colla.»

«Quando avevo 20 o 21 anni mi ha fatto mettere in prigione per aver fumato erba e ha cercato di impedirmi di andare al college. Per i primi due anni ha cercato di farmi diventare ingegnere civile. Aveva un unico criterio per stabilire il successo: fare soldi. Così quando ha visto Alien distribuito in tutti gli Stati Uniti, è rimasta interdetta: non sapeva come valutare la cosa.»

Dan O’Bannon si prende una pausa poi sorride.

«Le sembrava una perversione che qualcuno facesse dei soldi con la fantascienza e i film. Credo che mi vedesse come un assassino di successo.»

Ci sono alcuni cineasti che possono vederla in modo simile a Dan O’Bannon.


L.

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A.C. Crispin e l’arte della novelization (1984)

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog Magazine” numero 83 (giugno 1984).

Ricordo che l’autrice del Maryland Ann Crispin, meglio nota (anche in Italia) con la firma A.C. Crispin, ha scritto una fra le migliori novelization aliene: Alien Resurrection (1997).

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[2008-04] AVP2 su “Starlog” 364

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 364 (aprile 2008).


Creature Comforts

di Will Murray

da “Starlog Magazine”
numero 364 (aprile 2008)

Dovendo combattere sotto la pioggia
la vita non è facile per alieni e predatori

La scena è surreale. Il tetto di un ospedale nel pieno della notte. Sbuffi di vapore soffiano nella luce della mezzanotte. Tubi ovunque, che si intersecano come tentacoli d’alluminio. Un elicottero d’emergenza è posizionato sulla sua base, con le luci intermittenti. Dietro di lui ci sono degli abeti altissimi.

Nessuno in vista. Ma su una passerella si scorge qualcosa di misterioso. Getta indietro il suo cranio lucente e sfodera gli artigli come una tigre pronta a colpire la sua preda. Un altro è accucciato nelle vicinanze. Il gelo percorre la schiena: sono alieni di H.R. Giger! Ce ne sono altri? A chi stanno tenendo l’agguato?

Sul set di Aliens vs Predator: Requiem gli alieni sono sempre più irrequieti, in attesa dell’arrivo di carne umana fresca. Sembrano dei dipinti inquietanti che prendono vita. Se così fosse, è il lavoro di molti artisti, fra i quali i veterani degli effetti speciali Tom Woodruff jr. e Alec Gillis della Amalgamated Dynamics Inc., meglio nota come ADI.

Hanno già dipinto queste creature, recentemente per il primo AVP. Non le dipingono così spesso. «Sono stato piacevolmente sorpreso della velocità con cui è uscito fuori il progetto di questo film, di solito c’è un intervallo di quattro o cinque anni fra un film di Alien e l’altro. Quindi è stato grandioso tornare subito in sella.»

«Già», annuisce Gillis. «Siamo abituati ad aspettare almeno cinque anni, perciò è stato bello tornare subito a lavoro. Specialmente dopo l’ultimo film, avendo gestito il Predator per la prima volta: con gli alieni invece siamo pratici. È inoltre bello avere nuovi registi e tirar fuori nuovi Predator: è stata una bella sfida.»


Il nuovo Predator

Il nuovo Predator è chiamato Wolf. Si parla di una nuova creatura – il “Predalien” anticipato dal precedente film – ma i due specialisti non si sbottonano. «Per quanto ne sappiamo ora, non c’è alcuna nuova creatura», interviene Gillis con una voce finto-seria, malgrado le prove fotografiche (presentate anche in queste pagine) di un Predalien. Poi aggiunge: «Credo sia più consono parlare solamente del Predator. Wolf è come il personaggio di Harvey Keitel in Pulp Fiction: il ripulitore [the cleanup man]. È uno specialista solitario. Quando succede qualche casino con i Predator cacciatori, questo è il tizio che viene chiamato. È più come quei Predator invisibili che avete visto in AVP: lui va per conto suo. Ha le sue armi e non è gravato da un’armatura: non ne ha bisogno per gestire gli alieni. Ecco quanto è forte.»

È anche un vero Predator? «Certo», replica Gillis. «Lui ha seguito la tradizione dei suoi avi. Ma quello che noi e gli Strause Brothers abbiamo cercato di fare con questo Predator era di creare un personaggio a sé stante. Abbiamo guardato ad altri archetipi, come il personaggio di Willem Dafoe in Platoon. Wolf non è un giovane, è un adulto. Stando alla logica dell’ultimo AVP, il primo Predator (quello del film del 1987) era un tredicenne, mentre quelli di AVP sono alle porte della maturità, all’incirca diciottenni: spavaldi e con un equipaggiamento figo ma con non molta esperienza. Wolf invece è un veterano quarantenne che ha visto molte battaglie, e ne porta ancora le cicatrici addosso. È un solitario, non il tipo che lavora bene con gli altri.»

«Wolf è il personaggio principale di questo film», aggiunge Woodruff.

«Io direi che è più un anti-eroe», spiega Gillis. «Nessuno dirà “Oh, i suoi dreadlocks sono sexy”, diranno invece “È un tipo dannatamente spaventoso”. L’unica ragione perché il pubblico possa sentire un legame con lui è che è un uccisore di alieni. E loro sono una minaccia davvero terribile, nel film. Ma questo Predator non ha scrupoli nel devastare anche umani, se questi gli sbarrano la strada.»

Ian Whyte è di nuovo nel costume del Predator. Anche Woodruff è di nuovo nella tuta da alieno, in tutte le scene in cui c’è uno xenomorfo protagonista di una scena. Dopo tutto questo tempo si potrebbe pensare che ormai sia un lavoro facile.

«Questa è stata decisamente la volta più dura», rivela. «In parte per via delle lunghissime riprese notturne in esterni, sotto la terribile pioggia del Canada. Stavolta ho davvero patito la cosa.»

«Con la pioggia si paga sempre il conto», specifica Gillis. «Quando la gente si mette e si toglie costumi completamente bagnati, la gomma si indebolisce. In più devi stare attento all’ipotermia. Io potevo indossare pesanti abiti riscaldati eppure stavo malissimo dal freddo: non posso immaginare cosa abbiano provato Tom e Ian là fuori.»

«Detto questo, è stato comunque fantastico», continua Gillis. «La pioggia aggiunge tensione all’atmosfera. Visivamente riempie gli spazi tra il pubblico e le creature, e rende le cose ancora più misteriose. E avere tutta quell’acqua piovana che scorre sui volti… è un’immagine splendidamente horror.»


Alieni ottimizzati

Gli alieni sono stati ottimizzati. Quattordici costumi in poliuretano morbido sono state create dal calco del corpo di Woodruff, e poi montate su tute della Echoskin. «Abbiamo usato le stesse tonalità di AVP, con cioè un ritorno alla forma oscura, metallica e viscida dell’originale di Alien», dice Woodruff. «Ma gli Strause – che sono grandissimi fan di Aliens – volevano che tornassimo a quell’aspetto, il che ha voluto dire rimuovere quella patina traslucida da insetto della testa per lasciar trapelare la struttura ossea sottostante.»

«In termini di luci ed ombre ciò che è uscita fuori è una creatura molto più interessante, perché ora la sua testa ha una struttura molto più complessa: quando l’essere è controluce, vedi molti più particolari interessanti rispetto ad una semplice testa lucida.»

Parlando di slime, la miscela classica è stata modificata per l’ambiente cittadino del Colorado. «Di base, è sempre la stessa vecchia formula», rivela Woodruff. «È lo slime basato su metilcellulosa che abbiamo utilizzato in quasi tutti i film di Alien. La differenza questa volta è che le creature sono nate sulla Terra, e i registi ci hanno fatto aggiungere più roba al solito slime. Abbiamo lavorato molto sulle parti scure dello slime per ridurre la sua brillantezza traslucida.»

Malgrado si tratti di semplici tutte di gomma, il corpo alieno ha ancora la capacità di generare brividi di paura. «È sempre la prova principale di ogni grande idea», spiega Woodruff. «Quante volte puoi rivisitarla ed avere ancora effetto? E certamente con gli alieni – perché loro esistono nell’oscurità – c’è un elemento di paura che è facile da sfruttare. Tanto di cappello ad H.R. Giger per essersene uscito fuori con una creatura così terrificante.»

«E a Stan Winston per il Predator», aggiunge Gillis. «Mettiamo sempre bene in chiaro che noi abbiamo ereditato queste creature: ci consideriamo loro custodi. Anche quando usiamo il nostro stampo per ricrearle, siamo sempre rispettosi dell’idea originale. Naturalmente siamo contenti di mostrare cose nuove al pubblico.»

Una delle sfide di Requiem è stata quella di comunicare con la creatura a due teste che dirigeva il progetto. «Ci sono state volte in cui era divertente stare sul set nel costume da alieno», dice Woodruff. «Abbiamo sistemato tutto, siamo pronti a girare quando Colin si avvicina e mi dice: “Tom, per questa ripresa ho bisogno che tu ti muova curvo e veloce. Voglio avere la sensazione che l’alieno stia cercando di raggiungere il suo obiettivo molto velocemente”. Così lo feci, poi guardai attraverso il foro che avevo nel collo del costume e lì c’era Greg, che mi diceva: “Era molto buona, ma ti sei mosso troppo velocemente. Vorrei che riprovassi ma stavolta lentamente“. Questo succedeva spesso, e immagino che quando tornavano dietro i monitor ci fosse una specie di braccio di ferro per decidere come dovesse andare una particolare scena.»

«Colin e Greg sono davvero bravi ragazzi», osserva Gillis. «Ma una delle cose divertenti del lavorare con loro è che devi vedere il processo con cui prendono le decisioni: si comportano come ci si aspetterebbe che si comportino due fratelli. Ricordo che stavo parlando con loro dell’illuminazione sul computer da polso del Predator: finì che litigarono e cominciarono ad insultarsi a vicenda. Poi all’improvviso andavano di nuovo d’amore e d’accordo. Era incredibile.»


Ambienti ultraterreni

«Essenzialmente devi fare felici due persone», aggiunge il production designer Andrew “Alien Resurrection” Neskoromny. «A volte le loro opinioni differiscono, a volte coincidono: direi che sono più le volte che sono d’accordo delle volte che non lo sono. Con l’eccezione di qualche piccolo cambiamento qua e là, abbiamo proceduto con i disegni originari.»

Neskoromny ha disegnato la nave del Predator che naufraga in una zona boscosa, con il suo terribile carico. «La nave tocca terra con una traiettoria abbastanza rapida», spiega Neskoromny. «La nave si ritrova rovesciata su un fianco mentre la gran parte è ancora intatta. Il modo in cui ho disegnato il set all’interno è come se avesse la spina dorsale spezzata.»

Il relitto è stato costruito in un’area libera che poi è stata riempita di pezzi d’albero. C’è voluto più di un mese per creare una location per una scena che poi risulterà basterà un giorno a girare. Neskoromny rimane ancora vago sulla forma della nave del Predator.

«Questa è differente», ammette. «L’ultima nave era più aerodinamica di questa. Ci siamo basati più sulle navi dei passati film. I dettagli dell’interno ricordano le loro armature: le creature e la nave così sembrano una cosa sola. C’è una certa dose di ridimensionamento e placcatura sovrapposta, quasi come spunzoni o sporgenze. Volevo una nave che desse l’impressione di pungere a toccarla, che potesse ferirti… proprio come un Predator. Rimanda una sensazione molto dura e cruda.»

Un altro grande set è il nido alieno, che ricorda uno strano nido di vespe di carta. «Colin e Greg hanno sempre amato la versione di Aliens dell’alveare», dice Neskoromny. «Ah un bell’aspetto, molto “ossuto” e simile agli alieni stessi. L’abbiamo un pochino modificato e abbiamo aggiunto più nervature e dettagli. Il nido viene costruito in una sezione dell’ospedale, così una delle porzioni principali è un corridoio, che è già stretto di suo: ora è anche più stretto. Non abbiamo la ricchezza visiva che si vede in Aliens: avevano ampi spazi e hanno potuto sbizzarrirsi. Noi abbiamo una battaglia nell’alveare, quindi avevamo molto poco spazio.»

«Mi è sembrato di tornare sui set fuori Londra, dove il nido è stato creato originariamente per Aliens», racconta Woodruff. «Ha lo stesso aspetto e la stessa atmosfera, ed è stata una grande esperienza tornarci dentro di nuovo.»

All’improvviso sentiamo delle armi automatiche sparare in lontananza. Il cast umano – Reiko Aylesworth, Steven Pasquale, Johnny Lewis e Ariel Gade – sono sotto attacco alieno, ed iniziano a combattere.

Neskoromny ha disegnato anche il set del tetto, che è costruito a livello del terreno. È basato su un tipico tetto di un edificio industriale del sud-est americano. «Abbiamo dovuto esagerare un pochino per creare una sorta di labirinto in cui aggirarsi», fa notare. «E per creare una sorta di percorso che porti i nostri eroi all’elicottero, per poi rimanere intrappolati.»

Di nuovo colpi di arma da fuoco. Gli umani gridano mentre alieni cadono a terra. Ma ci sono più alieni o più persone? Nel buio, è difficile dire quale specie sia in maggior numero. Ma le vittime da entrambe i lati stanno crescendo velocemente.

Se Aliens vs Predator: Requiem porterà ad un AVP 3, la squadra di Woodruff e Gillis – con Neskoromny – è pronta a rimontare i suoi pezzi per il franchise. «Mi piacerebbe essere coinvolto», dice Neskoromny. «Ma devi vedere chi sono i giocatori. Io sono un grande fan di Alien ed ho amato Aliens: la rivelazione della Regina, la prima volta che la vedi, è davvero notevole.»

«Anche noi lo amiamo», afferma Gillis. «È forse l’ultimo franchise di fantascienza basato su un mostro che sia durato così a lungo. Sembra che questi film riempiano un vuoto. Speriamo che ci siano ancora altri film di mostri, ma le cose vanno a cicli. Ci stiamo divertendo con questi personaggi e continueremo a farlo finché la Fox ci chiamerà.»

«Spero davvero che ci sarà un AVP 3», fa eco Woodruff. «Hanno splendidi personaggi e finché i fan e il pubblico saranno lì per loro, perché non soddisfare la loro voglia di vendere un altro film della serie?»

«Dipende tutto dai fan», conclude Alec Gillis. «Vediamo come risponderanno a questo film. La cosa simpatica di questo franchise è che ci permette di andare in direzioni diverse. Avremo sempre un Alien e un Predator, ma… cos’altro?»


L.

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[1984-04] Alan Dean Foster su “Starlog”

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 81 (aprile 1984) con un’intervista allo scrittore Alan Dean Foster.

La mia intenzione iniziale era tradurre solamente il punto in cui Foster parla della sua esperienza con il romanzo Alien, ma poi venivano citati così tanti capisaldi della fantascienza e venivano raccontate così tante chicche che non ho resistito, e mi sono sparato l’intero pezzo!

Scopro così un Foster al vetriolo, molto polemico con il cinema e con opinioni condivisibili ma davvero controcorrente per l’epoca.

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[1979-07] Walter Hill su “Starlog” 24

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 24 (luglio 1979).

Anche in questo caso, come spesso è accaduto, l’intervista si svolge mesi prima della sua effettiva pubblicazione. Qui viene specificato che il film di Hill I guerrieri della notte è in sala da quattro mesi quando lui viene intervistato da Bob Martin: visto che il film è uscito in patria americana nel febbraio del 1979, è facile che l’intervista sia avvenuta al massimo a giugno, quando ancora Alien non è arrivato in sala (22 giugno), visto che il giornalista non sa ancora se sarà un successo.


Walter Hill
co-producer of Alien

di Bob Martin

da “Starlog Magazine”
numero 24 (luglio 1979)

Fresco dal suo lavoro su “I guerrieri della notte”,
il produttore Walter Hill racconta il suo ruolo nella creazione di “Alien”

Alien non è certo la prima escursione nel mondo fantastico per il co-produttore Walter Hill. Ha anche sceneggiato e diretto I guerrieri della notte, il controverso film che sta ancora raccogliendo consensi ai botteghini, dopo quattro mesi di distribuzione in sala. Per rispondere ad alcune critiche, secondo le quali il film avrebbe causato una recrudescenza di violenza per bande in America, Hill spiega che non è mai stata sua intenzione fare altro se non un’avventura fantastica d’azione [an action-oriented adventure fantasy]. «La mia unica intenzione nel fare I guerrieri della notte era creare un fumetto a forma di film», dice Hill. «I personaggi e l’azione derivano da quell’idea. La violenza è estremamente stilizzata e priva di sangue, e sono davvero sorpreso che nessuno della stampa abbia posto l’accento sugli elementi di auto-parodia. Il pubblico l’ha capito, ma i nostri solenni pontificatori della stampa [solemn pontificators of the press] l’hanno bollato come “gang movie” e non riescono a vedere altro oltre quello.»

Se la stampa non riesce a vedere gli elementi fantastici ne I guerrieri della notte, Alien dovrebbe dare meno problemi da questo punto di vista, visto che offre un’astronave e lo spazio aperto al posto di metropolitane e New York City. Alien è prodotto da Hill insieme a David Giler e Gordon Carroll, i suoi soci della Brandywine Productions. Dietro il loro impegno come co-produttori, Giler ed Hill hanno dato un aiuto molto più grande nella creazione del film rispetto a quanto indichino i crediti: sebbene al solo Dan O’Bannon sia accreditata la sceneggiatura, Giler ed Hill hanno adattato il suo materiale e creato la stesura definitiva del copione. Come raccontato nello “Starlog” del mese scorso, O’Bannon ha ottenuto i crediti della sceneggiatura grazie all’arbitrato della Writer’s Guild nel tentativo di estromettere i nomi di Giler ed Hill: tentativo riuscito.

Così commenta Hill: «Ho già dichiarato in precedenza che i crediti sullo schermo spesso hanno poco a che vedere con chi ha fatto cosa, durante la lavorazione di un film. Per esempio, in un caso come questo la Writer’s Guild ha avuto un ruolo fondamentale se dimostri che il 70 per cento del materiale era tuo ed originale. Il fatto che io e David abbiano portato la sceneggiatura di O’Bannon attraverso cinque stesure fino al copione finale è una cosa immateriale. E naturalmente questo è difficile da quantificare.»

«Una cosa che merita di essere ricordata è che la sceneggiatura di Dan ha girato per un po’ e nessuno l’ha comprata. La Fox l’ha vista e, con la concezione originale di Dan del film a basso budget, non era minimamente interessata. Io ho letto il copione nell’estate del 1976 e ho visto delle qualità che lo studio non ha colto, in termini di storia. L’ho presentata ai miei soci dicendo che, se fatto in modo sofisticato e non a basso budget – tipo Fluido mortale [The Blob, 1958] – avevamo per le mani un film straordinario.»

«La parte geniale della storia di O’Bannon-Ron Schussett era che avevano lavorato sui dettagli e le svolte di sceneggiatura per questa storia di un mostro spaziale che non poteva essere ucciso senza mettere in pericolo il supporto vitale degli astronauti. Allo stesso tempo, questa bestia terribile li stava facendo fuori uno ad uno, in stile Agatha Christie: roba molto drammatica.»

Hill ammette senza problemi di avere poca esperienza nella fantascienza, sebbene sia stato un appassionato di film di ogni genere durante la sua infanzia a Long Beach, California. Ha iniziato a pianificare una carriera nel cinema già da studente della Michigan State University. Dopo la laurea ha lavorato in altri campi, come il lavoratore di impianti petroliferi e in una squadra di costruzione, mentre metteva a punto la sua prima sceneggiatura. Il copione, sebbene mai prodotto, lo ha portato al suo primo lavoro nel cinema. Come giovane sceneggiatore ha lavorato con grandi nomi come Sam Peckinpah (Getaway, 1972) e John Huston (L’agente speciale Mackintosh, 1973) prima di dirigere il suo primo film, L’eroe della strada (1975), con Charles Bronson. È stato poco dopo quest’ultimo film che il copione di O’Bannon per Alien ha attirato per la prima volta la sua attenzione.

«La Fox era scettica quando glielo abbiamo portato, per la gente di uno studio è molto più difficile vedere il valore di una cosa del genere, piuttosto che per esempio la storia di una casalinga con un crollo di nervi. Dopo che io e David l’abbiamo rilavorato, allora hanno capito le potenzialità del copione, tanto da investirci 10 milioni.»

All’inizio era previsto che Hill stesso dirigesse il film, ma il suo impegno con I guerrieri della notte gliel’ha impedito. David Giler ha raccomandato Ridley Scott come regista dopo aver visto il suo I duellanti. La Paramount Pictures aveva organizzato proiezioni per gli altri soci della Brandywine. È stato il gusto di Scott per la visione drammatica a convincere i produttori che avevano trovato il loro uomo.

«Anche Scott è un artista grafico», dice Hill, «ed ha creato l’intero storyboard per il film. Molte delle idee visive sono nate da lui. Per esempio, nel disegnare le tute speziali è stata un’idea di Scott quella di adattare la forma delle armature dei samurai. Ha dato la sua idea a Jean Giraud che poi ha usato il suo stile personale nell’interpretarla. Naturalmente, H.R. Giger è stata un’altra grande influenza sull’aspetto del film.»

Sia Dan O’Bannon che Ron Cobb hanno rilasciato dichiarazioni per cui i produttori all’inizio si erano opposti all’ingaggio di Giger. Stando a Hill, Giger non è stato contattato perché la Fox non aveva ancora deciso il budget e non c’era ancora un regista. Molto del costoso lavoro di pre-produzione è stato abbandonato quando Scott è arrivato e ha revisionato lo stile del film.

«All’inizio O’Bannon voleva Giger per un aspetto più preciso. Nel suo copione originale l’equipaggio della Nostromo scopre una grande piramide sul pianeta alieno: Dan all’epoca era molto immerso nella “piramidologia” [pyramidology]. Alla base della piramide trovano un’iscrizione ed è lì che Dan sentiva che Giger avrebbe funzionato. All’epoca il mostro era pensato come una creatura a forma di calamaro [squid-like creature]. Le idee visive dell’alieno e del suo pianeta che sono state usate nel film sono state sviluppate da Giger e Ridley.»

Al di là della fonte delle idee creative dietro Alien, una cosa è sicura: persone come O’Bannon e Cobb, che avevano già lavorato insieme a Dark Star, Guerre Stellari e una sfortunata produzione di Dune, conoscono bene la fantascienza e sono fedeli al pubblico del genere, il che è raro ad Hollywood.

Anche se tutti i film possono essere considerati “fantastici” in un modo o nell’altro, per Walter Hill Alien è un’ulteriore incursione in un territorio “alieno”, qualunque sarà il suo successo.


L.

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[1979-06] ALIEN Preview su “Starlog” 23

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Starlog” numero 23 (giugno 1979).


Special Preview: ALIEN

di Bob Martin

da “Starlog Magazine”
numero 23 (giugno 1979)

Visioni di una bellezza sovrannaturale…
Una terribile creatura misteriosa…
È il primo gothic thriller spaziale del cinema di fantascienza

In una qualche distante regione inesplorata dello spazio la malconcia astronave Nostromo trasporta sette astronauti, cinque uomini e due donne, in una spedizione commerciale. Sono viaggiatori indipendenti che fanno la spola fra i pianeti, estraendo petrolio e preziosi materiali, raffinandoli e infilandoli nel grande complesso di stoccaggio che la Nostromo si porta dietro. Molto del loro tempo è speso in “ipersonno”, un tipo di animazione sospesa, mentre attraversano le vaste distanze che separano i pianeti. Ora il loro sonno esteso è interrotto, perché il computer dell’astronave intercetta un messaggio di soccorso da un pianeta nelle vicinanze. L’equipaggio investiga sulla chiamata e così incontra l’orrore extraterrestre… l’alieno.

Questo è quanto la 20th Century Fox ha ufficialmente rivelato della trama di Alien, il loro primo grande film di fantascienza dopo Guerre Stellari. La sua uscita è prevista per il 25 maggio, due anni dal giorno della prima distribuzione in sala del successo di George Lucas.

Malgrado la “cospirazione del silenzio” della Fox riguardo la natura e l’aspetto dell’alieno, sono filtrate abbastanza informazioni attraverso il sipario di celluloide per suggerire che sarà una delle più strane creature mai apparse al cinema. Indiscrezioni rivelerebbero che cambia aspetto durante la storia. Veronica Cartwright, che interpreta la navigatrice Lambert (ed è stata vista l’ultima volta nel ruolo di Nancy Bellice in Terrore dallo spazio profondo), la descrive come un parassita che sceglie l’ufficiale Kane (interpretato dall’attore britannico John Hurt) come suo ospite.

H.R. Giger, l’artista surrealista svizzero che ha disegnato la creatura e l’aspetto della sua astronave, dice dell’alieno: «È elegante, veloce e terribile. Esiste per distruggere e distrugge per esistere. Una volta visto, non sarà mai dimenticato. Rimarrà a lungo, forse per sempre, con la gente che l’ha visto, magari nei loro sogni o incubi. Io stesso l’ho sognato, così spesso che mi è capitato di aver paura di andare a dormire.» Prima che le dichiarazioni di Giger possano essere accusate di esagerazione, è necessario vedere il suo precedente lavoro. I suoi dipinti, raccolti nel volume Giger’s Necronomicon, sono potentissimi: contrapposizioni stridenti di ossa, carne e macchinari in disegni intricati e dalla bellezza algida.

Dan O’Bannon, lo sceneggiatore che ha concepito la creatura, è particolarmente cauto nel discutere dell’alieno.

«Francamente», dice O’Bannon, «credo che la Fox stia giocando bene le sue carte. La gente pagherà 4,50 dollari per entrare, sedersi dire “Mostratemi”: e, ragazzi, glielo mostreremo!»

«Vi dirò questo, comunque: è pauroso. In effetti la Fox sta organizzando delle proiezioni in anteprima in diverse città per determinare se non sia troppo pauroso, prima di eseguire il montaggio definitivo.»

«Spero vivamente che non aspettino troppo e rovinino l’attesa. Sono cresciuto con tutti quei film e libri horror, e con Alien ho solo voluto vedere se riuscivo a creare qualcosa di altrettanto spaventoso, senza violenza o effettacci. Quello che è strano è che quando la Fox ha letto il copione ha detto: “Eh! Non è spaventoso!” Mentre stavamo facendo il film, diceva: “Eh, ancora non è spaventoso”. Quando è stato tutto montato, ha detto che ora era troppo spaventoso.»

O’Bannon non è d’accordo nel trattare Alien come un altro Guerre Stellari. «Entrambi costano milioni di dollari ed entrambi hanno astronavi: ecco tutta la loro somiglianza. Io avrei sperato di creare un film con un formato ed un sonoro normale, ma la Fox ha deciso per i 70 millimetri e per il suono in Dolby. Credo che il pubblico si stancherà di essere pressato sulle loro poltrone dalla colonna sonora.»

«Ma questo non è un altro film tutto “effetti speciali”. Abbiamo degli effetti speciali, ma in film come Guerre Stellari e Superman ogni tre minuti viene mostrata una qualche meraviglia e tu pensi: “Oh, grande, effetti speciali”, e credo che vada bene per film di quel genere, ma non per Alien. Niente aiuterà ad evadere dalla “realtà”, una volta che le premesse sono accettate, altrimenti rovinerebbe la suspense

«La Fox vede parecchie somiglianze fra Alien e Guerre Stellari, e fra Alien e Il presagio, principalmente perché vorrebbero sfruttare due mercati caldi. Un sacco di gente pensava che John Williams avrebbe scritto la colonna sonora. Io e il regista, Ridley Scott, volevamo un compositore giapponese di nome [Isao] Tomita, invece ho capito che ora le musiche le sta componendo Jerry Goldsmith

«Probabilmente la ragione per cui la Fox non ha ingaggiato Tomita è la loro riluttanza a lavorare con tizi che non facciano parte del settore: ho avuto la stessa difficoltà a convincere la casa ad ingaggiare Giger per disegnare l’alieno.»

«All’inizio della pre-produzione la Fox ha avuto difficoltà nel trovare un regista, dopo essersi rifiutata di considerarmi per quel posto. Ho lavorato con Giger e con Alejandro Jodorowsky alla produzione di Dune e lo volevo per Alien, ma non sono riuscito a convincere la Fox. Alla fine, quando hanno ingaggiato Ridley, ho mostrato a quest’ultimo il lavoro di Giger e lui ha convinto la Fox a lavorare con l’artista.»

«Devo dar credito a Ridley di aver salvato il film in quella fase della lavorazione, prima del suo arrivo le cose erano andate talmente per le lunghe che rischiavano di ristagnare. Lui è arrivato e ha rimesso tutto insieme: ha letteralmente tirato fuori il progetto dalle sabbie mobili. Ha preso tutto il lavoro di pre-produzione che avevamo fatto e l’ha ristrutturato per adattarlo alla sua personale visione. Come potete vedere nel suo film I duellanti, lo stile visivo è una parte molto importante del suo lavoro.»

«Quando Giger è salito a bordo, è stato un sogno poter lavorare con lui. Non corrisponde affatto all’immagine che potreste farvi di lui, guardando il suo lavoro. Una volta che abbiamo deciso l’aspetto della creatura aliena, lui ne ha fatto un dipinto. Lavora su grandi tele e lavora tutti quei minimi particolari con l’aerografo. Dopo aver dipinto l’alieno, l’ha scolpito e il suo modello è stato utilizzato per fare i calchi della creatura del film.»

O’Bannon è particolarmente interessato al credito che merita il gruppo di artisti che ha assemblato per lavorare al design del film. Sospetta infatti che il loro lavoro possa rimanere all’ombra degli art director Les Dilley e Roger Christian, e del costume designer John Mollo. Tutti e tre insigniti di Premi Oscar per il loro contributo a Guerre Stellari.

«Chriss Foss, un artista britannico specializzato nel fantastico, e Ron Cobb hanno disegnato la tecnologia terrestre, mentre le incredibili tute spaziali sono state disegnate da Jean Giraud, un artista francese il cui lavoro è pubblicato con il nome di Moebius. Ho sentito che Giger e Cobb saranno accreditati come “concept artists“, il che davvero non rende la quantità di lavoro artistico che loro hanno realizzato, mentre Giraud e Foss riceveranno ancora meno credito.»

Un altro problema di crediti riguarda la sceneggiatura stessa. Il copione originale di O’Bannon, scritto insieme al produttore esecutivo Ron Shussett, è stato rielaborato da Walter Hill, uno dei co-produttori del film, meglio noto per il suo controverso film I guerrieri della notte. Di conseguenza il bollettino ufficiale dell’American Film Institute ha pubblicato un articolo in cui suggeriva che Hill, più di O’Bannon, fosse responsabile per la qualità professionale del copione finale. O’Bannon ha preso l’articolo come un “insulto personale” e ha informato “Starlog” che i crediti di sceneggiatura di Alien sono sotto revisione del Writer’s Guild per determinare se il nome di Hill debba essere rimosso dai crediti. Se questo avvenisse, O’Bannon e Shussett saranno gli unici autori del film.

«Il contributo di Hill si è concentrato principalmente sulla caratterizzazione, e ha trasformato il copione nel suo proprio formato», dice O’Bannon. «Inoltre ha aggiunto un sacco di dialoghi da quattro lettere, il che secondo me, in un film come Alien, è una distrazione che distrae dalla suspense. Per fortuna, molto di quel materiale è stato rigettato.»

«Il mio copione era professionale e la suspense era tutta lì. Ho passato tutti gli anni fra il mio primo lavoro filmico, Dark Star, a studiare come scrivere una buona suspense in un copione. E nel frattempo sto scrivendo un romanzo che dimostrerà ciò che ho imparato.» [Del romanzo che O’Bannon cita in tutte le interviste del periodo non esiste traccia. Nota etrusca]

Nonostante il suo espresso disincanto nei confronti del sistema hollywoodiano in generale, e della Fox in particolare, O’Bannon rimane in attesa del debutto del film, il 25 maggio.

«Quando tutto questo è iniziato, nel 1975, ero davvero a terra», dice O’Bannon. «Io e John Carpenter avevamo riversato tutti noi stessi in Dark Star e riposto parecchia speranza nel progetto. Quando è uscito, molti dei meriti per il film andarono a John come regista. [O’Bannon diresse gli effetti speciali e co-sceneggiò il film, oltre ad interpretarlo. Nota del giornalista] Poi c’è stato il progetto di Dune, che sarebbe stato un film incredibile di cui avrei diretto gli effetti speciali. Dopo due milioni di dollari spesi in pre-produzione, i produttori si tirarono indietro e il progetto venne chiuso. Mi ritrovai a Los Angeles, senza un soldo, e Ron Shussett è stato l’unico ad offrirmi un posto in cui stare. Il primo giorno che mi sono presentato alla sua porta mi ha detto: “Dan, credo che faremo qualcosa di grande insieme: lo sento”. Qualche settimana dopo stavamo rielaborando un mio vecchio copione, Star-Beast, rintitolandolo Alien. È grandioso vedere tutto prendere vita dopo quattro anni di sforzi.»

Fortemente debitore dell’influenza di O’Bannon, Alien promette di essere anni luce distante dalle fantasie offerte da Guerre Stellari, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Superman. Senza nulla togliere alla qualità di questi film, i fan della fantascienza sperano che Alien proverà che le serie speculazioni sulla bellezza e l’orrore del cosmo inesplorato riusciranno ad essere un’esperienza ugualmente appassionante.


L.

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