[1991-01] Predator 2 su “Starlog” 162

Traduco l’articolo che la rivista “Starlog” (n. 162, gennaio 1991) dedica all’attore Kent McCord, divo del piccolo schermo che va ad arricchire il campionario dei personaggi di contorno di Predator 2 (1990), tutti purtroppo ben al di sotto delle loro potenzialità.

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[1996-01] James Cameron su “Starlog” 222

Oggi, 16 agosto 2022, compie 68 primavere James Cameron, uno dei grandi maestri del cinema finché purtroppo non si è perso, ad inseguire relitti e omini blu.

Come ho fatto per Wes Craven, anche in questo caso volevo tradurre un’intervista di Cameron ma non è stato affatto facile: ho dovuto navigare fra la bava giornalistica versata in occasione di Titanic fino ad arrivare in periodi in cui Cameron non era Dio ma un semplice genio del cinema fantastico: l’ultimo suo vero lavoro in questo campo è stato Strange Days (1995), quindi traduco un’intervista intrigante relativa a quel film, che Jim ha creato interamente per poi affidarlo alla fenomenale ex moglie.

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[1990-12] Predator 2 su “Starlog” n. 161

Traduco questo ricco speciale della rivista specialistica “Starlog” (n. 161, dicembre 1990) dedicato all’uscita in patria del film Predator 2, con interviste a regista e sceneggiatori.

Da notare la bravura con cui i fratelli Jim e John Thomas spacciano per proprie idee rubate notoriamente al fumetto Predator: Heat, in seguito Predator: Concrete Jungle (1989) di Mark Verheiden, ma in fondo spacciano per realizzati dei loro progetti puramente ipotetici, che infatti non sono mai giunti a termine.

Infine è da notare come il regista abbia cercato di mettere a tacere le voci sul finale del film, in cui sarebbero apparsi parecchi Predator insieme – come appunto succede nel fumetto, ricopiato scena per scena dal film – e giura e spergiura che nel film c’è un solo Predator, come nel precedente del 1987.

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[2000-08] Commenti sagaci alieni su “Starlog” 277

Nella rubrica “Medialog” curata da David McDonnell, nella rivista “Starlog” dedicata al fantastico, si può trovare di tutto, comprese vignette umoristiche legate ai grandi universi narrativi.

Sul numero 277 (agosto 2000) della rivista trovo una deliziosa “vignetta aliena” che propone alcuni “commenti sagaci” fra cui il lettore può scegliere il giorno che si ritroverà inseguito da uno xenomorfo. Ehi, potrà capitare a tutti, no?

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[1992-12] Giochi alieni su “Starlog” 185

da “Starlog” n. 185 (dicembre 1992)

Splendida pubblicità “tripla” dedicata ai videogiochi ispirati a Terminator 2 (1991), Alien 3 (1992) e Predator 2 (1990) – il buono, il cattivo e il brutto! – apparsa sulla rivista “Starlog” n. 185 (dicembre 1992).

L.

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[1996-06] Steve Perry su “Starlog” 227

Traduco questa intervista apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 227 (giugno 1996).


Dark Destinies

di John Vester

da “Starlog”
n. 227 (giugno 1996)

Con il suo “L’Ombra dell’Impero”,
il romanziere Steve Perry rende più suro l’universo di Star Wars

«Qual è il tuo piano?» viene chiesto ad Indiana Jones ne I predatori dell’arca perduta (1981). «Non lo so», è la sua risposta: «in qualche modo mi arrangerò [I’m making this up as I go]». Da quel momento e fino alla fine del film il pubblico è convinto che lui davvero non abbia alcun piano. Gli spettatori sospendono volutamente la loro incredulità malgrado dietro quel prodotto ci sia un esercito di professionisti che seguono piani dettagliati.

La Lucasfilm conta sullo stesso effetto per il suo nuovo universo multimediale di Star Wars: mentre sembra una semplice coincidenza di libro, fumetto e gioco, si tratta dello schieramento di un gruppo di persone talentuose.

Pochi sono meglio informati di Steve Perry, autore del romanzo Star Wars: Shadows of the Empire. «La Lucasfilm ha avuto l’idea per un posto, per un cattivo e per quello che ad Hollywood chiamano springboard: un’idea sulla direzione narrativa da prendere», spiega Perry. In tutte le sue incarnazioni, Shadows riempie l’intervallo fra i film L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, un luogo dove nessun libro autorizzato si è mai avventurato. «La Lucasfilm voleva chiudere la serie con un po’ di fuochi d’artificio così da generare interesse per la successiva generazione di film. Credo che qualcuno si sia reso conto che fra quei due film c’era un intervallo di tempo abbastanza lungo e molte domande senza risposta.»

Perry ha avuto l’opportunità di fare questo libro grazie al suo lavoro in un altro universo. Tom Dupree, editor alla Bantam tanto per i progetti di Star Wars quanto per le novelization dei fumetti Dark Horse di Aliens, ha contattato Perry per scrivere una versione romanzata del film The Mask (1994). «Mi ha chiamato, un giorno», ricorda Perry, «e ha detto: “Non ho soldi da spenderci, non prenderai royalties e mi serve in fretta”. Be’, come avrei potuto rifiutare?»

The Mask permise a Dupree di offrire a Perry Shadows of the Empire. «A quel punto la Lucasfilm aveva il progetto», continua l’autore, «e stavano cercando lo scrittore. Ho mandato qualche mio lavoro e un paio di romanzi di Aliens a Tom, che li rigirò alla Lucasfilm e parlò in mio favore. Non so i criteri che usano di solito per scegliere gli scrittori, a parte che siano in grado di produrre del materiale pulito e in tempo con le scadenze. Il tempo è sempre essenziale in progetti come questo.»


Star Time

Gestire il tempo è decisamente uno dei punti forti di Perry. Con 33 libri pubblicati, trenta copioni televisivi prodotti, qualche dozzina racconti, molti saggi, recensioni e articoli tecnici, la produzione a scadenza è una sua forza. «Il segreto è presto detto», confessa l’autore: «scrivo veloce. Cinque giorni a settimana alla tastiera, come un vero lavoro, e cerco di completare dieci pagine al giorno, in prima bozza. Finora non ho mai subìto alcun blocco dello scrittore, e questo aiuta. Non mi pesa molto il mio lavoro: se non ti diverti non ne vale la pena. Se fossi sempre impaurito, dovessi tirar fuori ogni parola a fatica e cavarle con il sangue, farei qualcos’altro nella vita. Non avrebbe senso fare lo scrittore.»

Il primo passo nel creare l’evento multimediale Shadows of the Empire era organizzare un incontro allo Skywalker Ranch. «Era l’inizio di novembre del 1994. Ci sedemmo attorno ad un tavolo insieme ad un sacco di gente – Howard Roffman, Lucy Wilson, Sue Rostoni, Allan Kausch della Lucasfilm, John Knoles, Steve Dauterman e Larry Holland della LucasArts, la gente che si occupa dei giochi. La Dark Horse era presente mediante telefono e fax. È stato un gran bell’incontro, un insieme di persone in gamba con un sacco di buone idee. Non c’era un solo “incravattato” fra noi.»

L’incontro serviva ad espandere il brogliaccio iniziale. Perry presentò una lista di personaggi e vari gruppi studiarono quali avrebbero funzionato meglio nei vari altri progetti. Per esempio gli addetti ai videogiochi menzionarono cose che nel loro campo avrebbero fatto una buona riuscita, e chiesero se avrebbero funzionato in un libro. Già in quella fase preliminare era chiaro quanto Shadows of the Empire fosse un grande progetto.

Uscirà un fumetto in sei numeri per la Dark Horse, sempre con il titolo Shadows of the Empire. «Ma», specifica Perry, «non è la stessa cosa. Il soggetto principale è quello, ma sarà raccontato attraverso gli occhi di altri personaggi. Ci sono un paio di punti in cui romanzo e fumetto si incontrano, ma per il resto vanno ognuno per conto suo: non è la stessa esperienza e coinvolge personaggi diversi. Alcuni funzionano meglio nel fumetto che nel romanzo.»

Il passo successivo è stato abbozzare una trama, alla quale Perry ha iniziato a lavorare già durante il viaggio di ritorno a casa. Dopo qualche spunto ricevuto da Dupree e dalla Lucasfilm, la trama definitiva è diventata la base per il libro. «Quando scrivi la trama per un tuo libro puoi andare dove vuoi, ma in questo caso altre persone dovevano basarsi sulla stessa trama per le loro opere, quindi mi ci sono attenuto strettamente.»

Sebbene Perry si occupi solo del romanzo, è la chiave di volta degli altri autori, principalmente perché è stato il primo a completare il suo compito. «Ho finito con il romanzo prima che fosse completata la struttura del fumetto e che fosse pronto il gioco, così la Lucasfilm ha deciso che – visto che il libro sarebbe stato il primo ad essere pubblicato – sarebbe stata la base per tutti gli altri.»

Non era strano per Perry ricevere telefonate dalla Dark Horse riguardo ai fumetti, o dagli sviluppatori di giochi per discutere su come dovessero apparire le astronavi, i colori e i nomi. «È stata un’aventura cooperativa sin dall’inizio. In effetti alcuni degli altri scrittori di Star Wars mi hanno chiamato e mi hanno detto di avere un personaggio di un loro libro in uscita e mi hanno chiesto se c’era spazio per fargli fare una comparsata nel mio libro.»


War Secrets

In cosa risiede l’entusiasmo per questo Shadows of the Empire? A parte il fatto che sarà un fumetto, un gioco, un audiolibro e il soggetto di un volume della Del Rey dal titolo Making of Shadows of the Empire e che è ambientato fra il secondo ed il terzo film, cos’altro sappiamo? Purtroppo è tutto top secret, almeno finché il romanzo non verrà pubblicato. «Tutto ciò che posso dire», ammette lo scrittore, «è che ritroverete molti dei vostri personaggi preferiti, più un paio di nuovi arrivati. Parla del lato oscuro dell’Impero… dei bassifondi dell’Impero.»

Lo scrittore dice di aver adorato scrivere le scene dal punto di vista di Darth Vader. «Ho amato scrivere di lui. Non potevo scrivere una sola sua parola di dialogo senza sentire nelle orecchie la voce di James Earl Jones. Potrebbero esserci un paio di sorprese su ciò che pensa Vader in solitudine.»

Perry non lascia trapelare alcun segreto della Lucasfilm. «Sono molto protettivi con la trama, e non dirò nulla. Inoltre non voglio che siano delusi da me: se pensano che io sia in grado di tenere la bocca chiusa, magari lavoreranno ancora con me. Adorerei che George Lucas mi chiedesse di scrivere uno dei suoi nuovi film, e lo farei di sicuro. Ma la fila degli autori disponibili potrebbe ricoprire la circonferenza terrestre.»

Lo stesso Perry è rimasto impressionato di quanto sia vasto l’universo di Star Wars. «Ero allibito. Ho chiesto ad Allan Kausch se avessimo una mappa della galassia di Star Wars che mostrasse i luoghi delle varie avventure. È scoppiato a ridere e ha detto: “Stai scherzando? Ci sono centinaia e centinaia di pianeti: nessuno ha fatto una mappa perché sarebbe troppo grande”.»

Grandi dimensioni significa grandi problemi di continuità. «Secondo me una delle principali ragioni dei problemi di continuità è che quando la Lucasfilm ha iniziato questo progetto nessuno si era reso conto di quanto sarebbe diventato grande: si è allargato in ogni direzione. Ora che hanno messo insieme una squadra, tutto era già andato troppo in là. Ogni volta che inizi una grande serie di storie, ci vuole poco perché la cosa sfugga di mano. Così hanno dovuto passare un sacco di tempo a smussare i problemi di continuità.»

Naturalmente tutti sanno che l’ultima parola per quel che riguarda l’universo di Star Wars spetta a George Lucas. «Non so dire quanto lui sia coinvolto nello sviluppo dei romanzi, ma mi sono reso conto che presta attenzione a ciò che accade dietro le sue spalle. Non posso immaginarmi che sia arrivato dov’è semplicemente standosene svaccato con i piedi sul tavolo. Dopo tutto, è il suo universo.»

Perry ha già dovuto affrontare la continuità in occasioni precedenti, avendo scritto quattro libri di Conan. «Mi è stato chiesto di scrivere il mio primo romanzo di Conan da L. Sprague de Camp, che gestisce la proprietà del personaggio. Non avendo mai scritto di sword and sorcery volevo provarci e mi sono divertito, visto che Conan non è un personaggio complesso, i libri erano divertenti e la paga buona. Non ho tentato di ricopiare lo stile oscuro di Robert E. Howard, ma ho fatto di tutto per rendere vivi i romanzi, luminosi. Li ho ambientati nella giovinezza di Conan, quando aveva fra i 16 e i 17 anni: in quel modo non era necessario che sapessi cosa avesse fatto all’età di 25 o 35 anni.»

Anche nel suo universo narrativo, la serie dei romanzi dei Matador, Perry deve gestire la continuità. «L’universo dei Matador è una space opera che riguarda la formazione di un gruppo scelto di guardie del corpo che a volte lavorano per una confederazione galattica repressiva. Ciò che ho fatto è stato stilare una sorta di “Bibbia”, in cui c’è un’idea generale di cosa succeda e di chi siano i protagonisti, poi mi limito ad aggiungere tutto ciò che succede. Così se hai bisogno di sapere di quale colore abbia i capelli un certo personaggio, basta sfogliare fino al punto giusto e scoprirlo.»


Past Shadows

Perry ha praticato le arti marziali per circa trent’anni ed ha usato la sua conoscenza in questa pratica e filosofia in molti dei suoi lavori. «Fino al quarto anno di scuola superiore ero uno scricciolo», ricorda lo scrittore alto un metro e 85 per 90 chili. «Ero secco, portavo gli occhiali e leggevo fantascienza: tutto questo in Louisiana ti marchiava come disadattato [geek]. Così mi sono dato da fare e qualcuno mi ha portato ad una lezione di karate, in una palestra locale.»

Questo, unito al fatto che ha messo su peso ed è cresciuto in altezza nell’età dello sviluppo, ha fatto sì che oggi nessuno gli dia fastidio. Velocemente ha abbandonato gli aspetti da auto-difesa delle arti marziali ed è rimasto conquistato dalla loro filosofia, con i vari codici basati sull’onore e sul ragionamento. «Ancora oggi mi affascinano: mi piace avere il controllo di me stesso, fisicamente, e mi piace la disciplina che prevede un allenamento. Devi riuscirci da solo, nessuno può farlo per te.»

È tutta un’ottima base per scrivere poi di Jedi o di “97th Step” [nome di un’arte marziale inventata dall’autore] dei suoi libri sui Matador. Un’altra cosa che Perry trasferisce nei suoi romanzi è la conoscenza delle pistole. «La verità è che davvero non puoi definirti un artista marziale, qualunque sia lo stile, se non sai come usare una pistola, perché è questa l’arma del nostro tempo. So sparare e lo apprezzo come sport di precisione. Per lo più utilizzo pistole di piccolo calibro, sparando a piccoli bersagli a grande distanza. Odio quando leggo un buon libro giallo di fantascienza in cui lo scrittore gestisce male l’uso di una pistola. Cerco sempre di farlo al meglio ed uso spesso armi nei miei testi.»

Ha anche inventato nuove armi, come lo spetsdöd nei suoi romanzi dei Matador [rimossa dalla traduzione italiana. Nota etrusca.], una pistola che spara dardi che non uccidono ma neutralizzano la vittima per sei mesi. «È un’arma usata dalle guardie del corpo. Sia per motivi morali, visto che loro non uccidono, sia perché il nemico deve mantenere le vittime in ospedale per sei mesi, il che è molto dispendioso: è l’arma perfetta per la guerriglia.»

La carriera di Perry dimostra l’antico adagio per cui la fortuna arride a chi ha la mente pronta, e quella fortuna ha la forma di lavoro duro. Un altro segreto che vuole condividere è di non prendersi troppo sul serio. «Sono semplicemente un narratore [storyteller]. Credo che i miei argomenti principali, semmai ne abbia, ruotino intorno all’amore e alla scoperta di sé stessi e del proprio posto nel grande schema delle cose. Non scrivo per i posteri, scrivo per il tizio che va al supermercato con soldi sufficienti per un pacco di sei birre o per un mio libro. Se compra il mio tascabile invece della birra, voglio che alla fine della lettura sia contento di aver fatto quella scelta.»

«Scrivere per me è un lavoro a tempo pieno, il migliore di quelli che ho fatto. A volte è difficile da credere di essere pagati per scrivere storie», si stupisce Perry. «Molti scrittori ed attori che conosco provano questa sensazione. Se sei un carpentiere, ha un edificio da dover tirare su: tutto ciò che abbiamo noi è un mucchio di fogli. Hai questa paura che un giorno qualcuno bussi alla tua porta e dica: “Ok, amico, sappiamo che hai preso in giro la gente fino a questo momento: devi ridare indietro tutti i soldi, ora, e trovati un vero lavoro!”»


Aliens, Predators & Perrys

A Steve Perry piace lavorare con gli universi condivisi, perché gli dà la possibilità di gestire alcni dei più grandi personaggi del genere. «Ho avuto l’onore di ricevere l’invito ad aiutare Conan a sfoderare la sua spada, a stare vicino a Ripley nel combattere gli alieni e a far pronunciare mie parole a Darth Vader», dice lo scrittore.

La partecipazione di Perry all’universo di Aliens è stata il risultato della passione del figlio nei fumetti. «Io e Mike Richardson, presidente della Dark Horse Comics, ci conosciamo da prima della nascita della casa. Vivo a circa 40 chilometri da Milwaukie, Oregon, dov’è la Dark Horse.» Perry copriva quella distanza per accompagnare il figlio a comprare fumetti nei negozi Dark Horse, e Richardson era l’uomo alla cassa. «È stato 16 anni fa, e quando Richardson è entrato nel business del fumetto ed ha iniziato ad avere successo, mi ha chiamato un giorno e mi ha chiesto se scrivessi ancora. Aveva letto qualcosa di mio e voleva sapere se io fossi interessato a fare dei libri di Aliens

Mentre Alan Dean Foster ha scritto le novelization dei film per la Warner Books, la Dark Horse aveva bisogno di qualcuno per creare la novelization dei loro fumetti, ambientati nello stesso universo. Il primo libro, Aliens: Earth Hive, è uscito nel 1992, Aliens: Nightmare Asylum nella primavera del 1993 e il terzo, Aliens: The Female War, scritto con sua figlia Stephani Perry, nell’agosto successivo.

«I miei libri non sono basati sui film, sebbene il primo fosse basato su un copione per Alien 3 [Ma quando? Ma dove? Ma che dice? Nota etrusca]. Il film era cambiato così tante volte che ormai non ci ho trovato alcun collegamento. Peccato. Mi è piaciuto molto più il fumetto che il film.»

Naturalmente il suo lavoro si è basato anche sul mostro di H.R. Giger, che – dice – è una grande ispirazione per chiunque. «Gli alieni non sono molto realistici nella loro forma, ma ragazzi: mettono davvero paura.»

La Dark Horse possiede i diritti dei romanzi basati sull’universo alieno. La compagnia originariamente ha considerato di crearli da sé, ma poi ha preferito affidarsi alla Bantam. Sono poi arrivati i romanzi di Aliens vs Predator. «AVP, come noi lo chiamiamo, è stata un’idea brillante», racconta Perry. È stata un’idea che è arrivata dalla Dark Horse, con cui Perry si complimenta per la scelta di un’acquisizione così ispirata. «È un’idea di Chris Wagner. Lui e Mark Richardson e Randy Stradley hanno poi messo giù il concetto originale per i fumetti.»

Tutti questi libri, compresi quelli scritti da David Bischoff, Robert Sheckley, Sandy Scofield e Nathan Archer, sono andati bene, sia qui che oltre oceano, e qualcuno è stato un bestseller. Ciò che ha fatto decollare tutto è stata la notizia di un nuovo film di Alien. «Sigourney Weaver ci sarà», dice entusiasta perry, «anche se l’hanno uccisa in Alien 3, che non è il mio favorito dei tre. Ma, ehi, è fantascienza. Hanno riportato in vita Spock, possono farlo con Ripley. In effetti, io l’ho riportata in vita in uno dei miei libri, solo per vendetta contro quelli che l’hanno fatta morire in Alien 3. L’ho riportata indietro come ginoide [android], il che è stato particolarmente interessante perché a lei non piacciono gli androidi, e non sapeva di esserlo.»

Una delle cose migliori uscita da questo crudele universo è stata la collaborazione di Perry con sua figlia Stephani. «È stato grandioso lavorare con lei. Primo perché è una scrittrice naturale, e le riesce veloce e bene, secondo perché fa la maggior parte del lavoro. In seguito è andata in solitaria, scrivendo Aliens: Labyrinth e la novelization del film TimeCop. La ragazza è un’eccellente scrittrice», aggiunge suo padre.

Steve Perry ha una grande esperienza di novelization e tie-in, e la sua formula per il successo è chiara. «Ogni volta che gestisco un lavoro che ha alle spalle un film, cerco di ricreare quel tipo di emozione nel libro. Guardo i rispettivi film, studio lo stile, il ritmo, il linguaggio e via dicendo, e poi tento di reinserire tutto nel mio adattamento. Credo di aver gestito bene la cosa nei miei libri di Aliens


L.

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L.

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Traduco questa intervista a Dan O’Bannon apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 71 (giugno 1983).

Fa sempre piacere trovare le dichiarazioni astiose e rancorose di Dan, con i suoi giudizi sferzanti e l’abitudine – mai persa – di denigrare chiunque l’abbia circondato.

Scopriamo altri progetti naufragati in cui il nostro era coinvolto, che vanno a sommarsi al numero già alto dei film che non ha mai fatto: malgrado l’universo non fosse abbastanza grande per l’ego di Dan, la sua carriera è stata straordinariamente minuscola, rispetto ai progetti in cui è stato coinvolto.


Dan O’Bannon
Mio figlio, l’assassino

di Lee Goldberg

da “Starlog Magazine”
numero 71 (giugno 1983)

Ha firmato i copioni di due grandi successi, “Alien” e “Blue Thunder”.
Ma non è molto felice: ecco perché

Se lo sceneggiatore Dan O’Bannon potesse mettere le mani sull’elicottero che ha creato per Blue Thunder allora probabilmente userebbe la sua artiglieria per radere al suolo ogni studio cinematografico della California del sud.

E poi passerebbe a dare la caccia al regista di Blue Thunder John Badham e agli scrittori di Alien Walter Hill e David Giler per un’altra sventagliata di artiglieria.

O’Bannon, senza mezzi termini, è infuriato.

«Hollywood è un pessimo affare. Sono stufo», dice. «Se non ottengo presto qualcosa da dirigere, me ne vado da questo mondo e divento un romanziere, o qualcos’altro.»

Ciò che O’Bannon vuole è il controllo, il potere di assicurarsi che ciò che scrive è ciò che alla fine apparirà su schermo. I suoi copioni per Alien (con Ronald Shusett) e Blue Thunder (con Don Jakoby) sono stati in qualche modo riscritti, in modo che a lui non è piaciuto.

E nel caso di Blue Thunder, in uscita il prossimo 13 maggio, non è stato proprio intrigato dalla regia.

Dan O’Bannon fra gli unici due film scritti all’epoca

Secondo O’Bannon, «John Badham ha una visione cinematografica davvero ristretta: ha diretto una pellicola da venti milioni di dollari come se fosse un episodio televisivo. Quando lo vedi sul set, ti rendi conto di quanto sia fuori posto.»

O’Bannon dice che era a portata di mano quel giorno delle riprese in cui Roy Scheider – che interpreta l’eroico Murphy, pilota della polizia che guida un nuovo elicottero sviluppato dal Governo federale – dimenticò una delle sue battute.

«Badham disse: “Non importa, è solo dialogo: di’ qualcosa e mettici la parola merda“», ricorda O’Bannon. «Badham segue la teoria per cui il pubblico non capisce i dialoghi.»

D’altronde neanche il regista è affezionato ad O’Bannon, secondo quanto ha raccontato a “Starlog” (n. 70). «Non credo che Badham creda a ciò che ha detto a “Starlog”», risponde lo sceneggiatore.

Badham ha spiegato a “Starlog” che Dean Reisner [sceneggiatore di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976)] è stato chiamato ad arricchire i personaggi della sceneggiatura di O’Bannon-Jakoby.

«Dopo che noi abbiamo supinamente e obbedientemente attuato tutte le modifiche richieste per il copione, d’un tratto ha chiamato Reisner, che è arrivato e ha giocato con la punteggiatura», accusa O’Bannon.

Ma O’Bannon si aspettava che il suo copione venisse riscritto: è parte integrante del modo di fare cinema.

«Hollywood è una macchina e si basa su processi. C’è questa convinzione fra i produttori e gli studio per cui nessun copione è buono, ognuno di quelli che comprano o che hanno fatto scrivere va riscritto da altri autori prima che si inizino le riprese», dice O’Bannon. «Il problema è che molti produttori non sanno giudicare, perciò se una revisione del copione è eccellente e si può girare, non sanno capirlo né stabilirlo: lo fanno riscrivere, in automatico. Visto che molti copioni di Hollywood sono davvero pessimi, questo processo ha un effetto omologante che li migliora, ma se il testo è davvero buono, allora il processo ne abbassa la qualità.»

Indovinate cosa fa questo processo al copione di Blue Thunder, secondo O’Bannon.

«L’impatto politico – e ce n’era davvero poco – è stato ammorbidito. Nel copione originale, tutti gli atti criminosi erano compiuti dalla polizia, dal distretto di Los Angeles: al momento di iniziare la produzione, quelle persone coraggiose [Badham e la Columbia Pictures] hanno trasformato i poliziotti in eroi e i crimini commessi sono tutti colpa del Governo federale», afferma O’Bannon, ovviamente seccato. «L’idea di ritrarre i poliziotti di Los Angeles come campioni delle libertà contro il Governo federale è davvero strana.»

C’erano anche altre discrepanze su come dovesse apparire il Blue Thunder. «Loro lo vedevano come un coso enorme con roba a penzoloni, mentre per noi era una vespa nera, veloce e letale.»

Blue Thunder è un figlio della rabbia di O’Bannon. Viveva ad Hollywood, nel 1979, e non poteva dormire di notte perché gli elicotteri della polizia passavano costantemente e illuminavano casa sua con i fari.

«Mi stavano facendo impazzire. Una notte ero con Don Jakoby a casa mia e passò uno di quegli elicotteri. Mi seccai sul serio e disse che avremmo dovuto farci un film, su questa cosa», ricorda lo scrittore. «Don fu d’accordo e anche emozionato all’idea: è così che tutto è iniziato.»

Cosa si può dire sugli elicotteri della polizia? Se decidi di usare quell’agile macchina per simboleggiare le intrusioni governative nella vita privata, allora c’è parecchio da dire.

«Mi piacciono gli elicotteri, di per sé. Non mi piace che vadano in giro a guardare tutto ciò che facciamo. La polizia dice che lo fa per prevenire il crimine. Sono apparecchi molto maneggevoli», dice O’Bannon. «Il problema è che la polizia non si cura particolarmente se questi fanno uscire di testa la popolazione o violano i diritti di tutti per dare la caccia ad un criminale. Non si preoccupano di prevenire il crimine, ma solo di acchiappare i criminali. E per questo farebbero di tutto ai cittadini, fregandosene. È di questo che doveva parlare il film.»

Il Blue Thunder è completamente computerizzato, corazzato ed equipaggiato di ogni sorta di arma. «Non c’è niente di fantasioso in quell’elicottero: può sembrarlo se non avete dimestichezza con l’argomento. Non c’è niente di particolarmente innovativo nel film, non quando ci sono satelliti che possono fotografarti il buco della cintura.»

Sebbene non ci sia nulla di inusuale nel super elicottero, alcuni sviluppi di sceneggiatura ed un rutilante inseguimento d’auto sono pronti a sconvolgere il pubblico.

Dozzine di auto della polizia inseguono Candy Clark, la ragazza di Scheider nel film, mentre lei le guida in una corsa attraverso i bassifondi di Los Angeles. Badham alla fine ha molto accorciato la scena, perché ad una proiezione di prova a Seattle il pubblico l’aveva trovata particolarmente poco credibile.

«L’idea di avere un inseguimento d’auto ha un suo perché ma come diavolo è possibile che la stupida ragazza di Murphy abbia così eccelse doti di guida spericolata?», si chiede O’Bannon. «Badham ha inteso il film come un cartone animato, e quello che cercava con Candy Clark era di rifare qualcosa alla Hazzard

Problemi con “Alien”

John Badham sembra comunque un angelo in confronto al ritratto che O’Bannon fa degli sceneggiatori di Alien Walter Hill e David Giler.

«Quando hanno comprato il copione e me l’hanno portato via per farlo loro [took it away from me to make it themselves] hanno cercato di gonfiarlo ben oltre ciò che era», dice O’Bannon. «Hill e Giler hanno fatto nove riscritture, ognuna peggiore della precedente. Dicono che se hai un’astronave allora dev’essere la più grande astronave dell’universo: così hanno cambiato quell’aspetto, volevano una flotta di astronavi. «Io ho detto “solo un mostro”? E loro dicono “Non solo un mostro, ne avremo 50!”. Alla fine si è arrivati al punto che Alien era messo così male che non si poteva portare su schermo.»

O’Bannon dice che allora Giler ha lasciato il progetto. «Ridley Scott, che è stato ingaggiato all’ultimo momento, mi ha chiesto di venire e cercare di riportare il progetto sui binari. Ho fatto alcuni cambiamenti per farlo tornare simile all’originale.»

Ciò che distingue Alien dagli altri film “mostro-a-bordo” è l’inquietante creatività artistica di H.R. Giger: è stato il suo lavoro ad ispirare O’Bannon, per ciò è particolarmente seccato che la 20th Century Fox abbia chiamato altri a gestire la creatura e i set.

«Ho lottato per un anno con la Fox per ingaggiare Giger. Ho scritto il copione così che Giger potesse disegnare quelle cose. E quando hanno preso il copione hanno detto: “Naaah, non vogliamo quel tizio: non ha mai lavorato nel cinema”. Volevano qualcun altro che fosse un professionista già affermato», racconta O’Bannon. «Hanno assunto così Carlo Rambaldi per disegnare il tutto. Se ne uscì con qualcosa che sembrava un marshmallow squagliato con una serie di occhi blu. Per un anno continuai a piazzare davanti ai loro occhi il lavoro di Giger, e loro continuavano a dire: “Questo tizio vive in Europa: a quale film ha mai lavorato?” Alla fine Giger fu ingaggiato solo perché fu ingaggiato Ridley, che ha dato un’occhiata al lavoro dello svizzero. Senza Giger non credo che avremmo un gran che di film.»

O un film realistico.

«Quei set di Alien sembrano così reali: non come se avessero cercato di fare qualcosa di bello, ma qualcosa che potesse essere sopravvissuto alle piramidi e volare nello spazio. Era straordinario.»

Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti. «I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito», spiega lo scrittore. [In realtà in questo 1983 James Cameron, su spinta di Walter Hill, ha già scritto la prima bozza del seguito! Nota etrusca.]

A sorpresa, O’Bannon non ama particolarmente la scrittura: la trova un’attività troppo “solitaria” e sente che si corre il pericolo di «diventare nevrotici e fumare troppo». Ciò a cui sta lavorando è raggiungere la sedia del regista, come il suo amico e collaboratore di Dark Star John Carpenter: «l’unica alternativa a quell’obiettivo è diventare scrittore. Dopo aver lavorato a questi due grandi film», dice, «mi è assolutamente chiaro che il controllo del regista sul copione è immenso.»

Progetti futuri e passati

Sebbene di solito prima scrive un copione e poi cerca di venderlo, O’Bannon ha sviluppato un progetto per la MGM intitolato The Sorcerer’s Apprentice, scritto espressamente con in testa la sedia del regista.

Il progetto è naufragato.

«Ho ancora buone speranze, ma è con quel progetto che ho scoperto l’orrore dello scrivere a progetto, il che significa che ti ingaggiano. Ti presenti e loro ti dicono: “Ecco tot soldi, scrivi un copione”. In questo caso si trattava di un accordo in cui dovevo scrivere e anche dirigere il film. Appena siglato il contratto la MGM, il leone che ruggisce, ha iniziato a piagnucolare per poi semplicemente cancellare il progetto, senza ragione apparente», racconta. «Magari può non essere piaciuto il copione che ho scritto, ma la loro decisione potrebbe essere stata influenzata dalla loro pessima gestione.»

Ora The Sorcerer’s Apprentice giace in una qualche cantina della MGM, dove sarà dura per O’Bannon recuperarlo.

«È questo che mi rende infelice del progetto», dice. «Ora è legato alla MGM: non è che posso andare in giro a proporlo, dicendo “Ehi, ragazzi, volete fare questo film?” È proprietà della MGM. Ora dobbiamo trovare un modo per riaverlo o per farlo in altri modo.»

E lui vuole farlo, questo film. Gli piace la storia e lo considera uno dei suoi lavori migliori. «The Sorcerer’s Apprentice era qualcosa che volevo davvero fare. È una storia fantastica su un giovane che vuole diventare un mago», fa notare.

Più di qualsiasi altro mago, il protagonista vuole diventare un illusionista alla Houdini. Quando è avvicinato da un vecchio mago che gli chiede se voglia imparare la magia, il ragazzo accetta subito. Ma la magia che il vecchio ha in mente non consiste in trucchi di carte e conigli fatti sparire. È vera magia. [L’unico film noto con quel titolo è la produzione omonima della Walt Disney del 2010, da cui è assente ogni riferimento a O’Bannon. Nota etrusca.]

Un altro progetto che O’Bannon vedeva come possibile debutto registico è Bloody Noses, scritto da Bob Greenfield e basato sulla vera storia dell’assassino seriale Ed Gein, i cui crimini hanno ispirato già storie di finzione come Psycho e Non aprite quella porta.

«Semplicemente non è successo. Continuavo a proporre il progetto con me come regista ma non è successo», racconta. «Poi, all’improvviso, c’è stata l’esplosione dei film sugli assassini psicopatici, e io ho detto: “No, è troppo tardi, ora”. Era una straordinaria storia di un assassino seriale ma funzionava solo in assenza di tutti questi film simili. Ora abbiamo Venerdì 13, parte 300 e I Eat Your Eyeball: sono disgustato da questi film. Finché non scompariranno e tutti li avranno dimenticati, non posso toccare Bloody Noses. Credo che ormai sia un progetto morto.» [Non esistono film con quel titolo. Nota etrusca.]

Più “vivi” sembrano due adattamenti da racconti dell’ultimo Philip K. Dick (il cui romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è diventato Blade Runner). La versione di O’Bannon di Chi se lo ricorda sta per essere prodotta da Ronald Shusett – suo collaboratore in Alien e Sepolti vivi – per Dino De Laurentiis [dieci anni dopo diventerà Atto di forza. Nota etrusca.], mentre il racconto Modello due è stato opzionato dal curatore degli effetti speciali di Atmosfera Zero Tom Naud per un film che potrebbe intitolarsi Screamers [Che vedrà la luce più di quindici anni dopo. Nota etrusca].

«Ho appena stretto un accordo per scrivere un film indipendente per Tobe Hooper», annuncia O’Bannon, «un seguito de La notte dei morti viventi. Vedete, Zombi non era legalmente un seguito del primo film, ma tutti l’hanno pensato. Dopo la pellicola del 1969 George Romero ha avuto un dissidio con i suoi soci così ha lasciato loro i diritti del nome “Living Dead” e ha detto. “Continuerò a fare film senza di voi”. Alla fine un finanziatore di nome Tom Fox ha comprato i diritti dagli ex soci di Romero, poi è andato da Tobe e Tobe è venuto da me.»

I due cineasti si erano già incontrati in passato alla MGM, mentre lavoravano a progetti in seguito naufragati. Inoltre condividono lo stesso avvocato. «Quindi mi è stato affidato il difficile compito di fare un seguito di un film che ne ha già uno.»

E perché Dan O’Bannon lo sta scrivendo?

«Perché sono al verde e loro offrono bei soldi: scriverò il film e poi tornerò ai miei affari. Avrà un approccio New Wave, useremo musica New Wave e un cast di punk: e sarà una storia molto lontana dall’originale.»

In più il seguito – intitolato Return of the Living Dead – sarà girato in 3-D. «Ma non del tipo “vi tiro roba in faccia”», specifica O’Bannon. «Sarà un film di exploitation molto visiva, ma tutti sembrano d’accordo di non fare primi piani delle ferite. Ci saranno cadaveri strani e truculenti.»

«Credo che stiano nuotando controcorrente verso il botteghino, affrontando questo tema, ma che posso farci? Sto facendo del mio meglio per tirare fuori una buona storia.»

Return non sarà un seguito né della Notte né di Zombi né, se per questo, de Il giorno degli zombi, che George Romero scriverà e dirigerà prima del 1985, completando la trilogia. O’Bannon dice che il progetto di Hooper non ignora gli altri film, ma condividerà solo una parte degli elementi con loro.

«Servirà una spremuta di meningi [brain twist] perché gli spettatori di entrambi i film possano seguire il nuovo e apprezzarlo come pure i nuovi spettatori.»

Nuove decisioni

Questo è anche un anno di grandi decisioni per O’Bannon. «Sapete, ho 36 anni, comincio a farmi vecchio, non sono più un ragazzo: corpo e mente sono ormai diverse. Si suppone che la mezza età sia sui 50 anni, ma quant’è lunga la vita? Se fosse 70 anni, allora 36 è la mezza età. E la mia mente si sente più vecchia del mio corpo», dice. «Jack Sowards, che ha scritto Star Trek II, un bel ragazzo, ha dichiarato su “Starlog” che si sente un diciannovenne: be’, magari lui sì, ma io mi sento un settantenne.»

O’Bannon è già stato attivo nella fantascienza ed è orgoglioso di mostrare la sua biblioteca nella casa di Santa Monica. «Guarda, qui c’è Nell’inferno di neve [Snow Fury, 1955; “Urania” n. 117, 1956], il primo libro di fantascienza che ho comprato, ce l’ho ancora. Parla di neve che diventa vita e mangia la gente. Scritto nel 1956, quando avevo dieci anni e passai dai fumetti ai romanzi tascabili. Non è un romanzo famoso.»

Mette poi subito in chiaro che non è più un appassionato di fantascienza.

«Lo sono stato, ma ora sono un cineasta di fantascienza. Credo ci sia una differenza», spiega. «Ha a che vedere con il lavoro in gruppo e la socialità. Sin da quando sono entrato nel cinema ho dovuto avere uno sguardo freddo sul materiale. Credo sia un vero rischio amare i soggetti che stai gestendo: è pericoloso.»

Il passaggio da appassionato a professionista non è stato facile.

«Ho frequentato quattro college, cambiando continuamente materie senza sapere cosa volevo fare. Quando avevo 21 anni ho scoperto di stare per laurearmi in psicologia… e non volevo essere uno psicologo. Così dopo un’analisi interiore mi sono detto: voglio fare film.»

«Signor O’Bannon, da quanto si sente alienato

«Ero spaventato perché sapevo che era impossibile. Ma sapevo anche che era l’unica cosa che volevo fare per vivere. Sedevo in un dormitorio, nel 1968, e stanco delle foto di “Playboy” iniziai a leggerne i testi. Qualcuno aveva scritto una lettera chiedendo quale fosse la migliore scuola di cinema: lessi il consiglio della rivista e lo seguii.»

Finì alla University of Southern California e cominciò la sua educazione cinematografica guardando Quarto potere e Dottor Strangelove.

«L’esperienza che ho avuto all’epoca è stata trascurabile, non ho avuto alcun incoraggiamento dalla facoltà, gli studenti erano tutti strani, tutti individualisti estremamente competitivi. Nessuno voleva lavorare con gli altri», racconta. «C’è un detto ad Hollywood: “non basta aver successo, il tuo miglior amico deve fallire”. Questa attitudine inizia proprio alla scuola di cinema.»

Come hanno reagito i genitori alla sua scelta di carriera? Dopotutto, il cineasta è l’ultimo dei mestieri che una coppia della bassa borghesia americana consiglierebbe al figlio.

«Mio padre non è un uomo che parli molto: è geniale e divertente, ma in pratica muto. Gliene ho parlato e si è limitato a grattarsi la testa. Va a vedere tutti i miei film speranzoso e raccoglie memorabilia, così sono abbastanza sicuro che sia fiero di quel che faccio e gli piacciano i miei film, ma non sa come esprimerlo», spiega O’Bannon. «Mia madre ha sempre pensato, sin da quando avevo otto anni, che io fossi un criminale. Ha sempre pensato che la fantascienza non fosse una forma d’arte o letteraria. Se a scuola prendevo un libro di fantascienza, me lo portava via dicendomi: “Non portare la fantascienza con te!” Come se fosse una sorta di colla.»

«Quando avevo 20 o 21 anni mi ha fatto mettere in prigione per aver fumato erba e ha cercato di impedirmi di andare al college. Per i primi due anni ha cercato di farmi diventare ingegnere civile. Aveva un unico criterio per stabilire il successo: fare soldi. Così quando ha visto Alien distribuito in tutti gli Stati Uniti, è rimasta interdetta: non sapeva come valutare la cosa.»

Dan O’Bannon si prende una pausa poi sorride.

«Le sembrava una perversione che qualcuno facesse dei soldi con la fantascienza e i film. Credo che mi vedesse come un assassino di successo.»

Ci sono alcuni cineasti che possono vederla in modo simile a Dan O’Bannon.


L.

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