[2021-03] Sigourney Weaver su “Collider.com”

Aliens by Patrick Brown

Grazie a questo post di Marco Minniti su Asbury Movies.it (grazie Cassidy per la dritta!) scopro che Sigourney Weaver il 6 marzo 2021 ha rilasciato un’intervista a Christina Radish del sito Collider.com, in occasione dell’uscita del suo film My Salinger Year (2020).

Ecco tradotte (da me) le parti più interessanti dell’intervista.

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Xeno-busters!

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Who can you call? Xeno-busters!

L.

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[1995-06] Alien 4 su “SFX” 1

Il primo numero della nuova rivista “SFX” nel giugno 1995 fa il botto e presenta un’intervista all’attrice Sigourney Weaver dove viene anticipato il futuro Alien Resurrection (1997).


Alien Queen

di Giuseppe Salza

da “SFX”
numero 1 (giugno 1995)

Sigourney Weaver parla di Ripley e di “Alien 4”

Tutti la ricordiamo, quella scena. Quella in cui Ripley, sopravvissuta a due film e tre quarti, si tuffa nella fornace del pianeta Fiorina portandosi dietro la Regina Aliena che sta covando. Fino a quel punto Alien 3 è stato un film noioso e inutile, ma con la morte del personaggio di Sigourney Weaver si ritaglia subito un posto nella storia del cinema, non foss’altro per il cattivo che ha ucciso la più tosta eroina del cinema d’azione. Il pianeta è attraversato da un moto di protesta dei fan.

Ma naturalmente nessuno rimane morto ad Hollywood, specialmente se ci sono soldi da fare riportandoli in vita. Grandi vendite delle edizioni speciali in Laserdisc dei primi due film, una nuova idea per il soggetto e qualche ritorno di interesse da parte della star Sigourney Weaver ora indicano che un Alien 4 potrebbe essere fatto, dopo tutto. E la voce che il regista di Aliens James Cameron potrebbe salire a bordo suggerisce che potrebbe addirittura essere un buon film.

«In questi giorni mi manca un po’ Ripley», ammette Sigourney Weaver. «Abbiamo vissuto insieme per quindici anni e le sono davvero affezionata. In questi anni ho fatto tutto quanto dovevo per preservarne la dignità e l’integrità: è questa la ragione per cui ho deciso di ucciderla in Alien 3, non volevo che un personaggio così unico venisse trascinato in sceneggiature dove si limitasse a combattere un mostro dopo l’altro. Ho pensato che lasciarla andare avrebbe spinto la serie ad esplorare nuove idee.»

Ma le cose cambiano, ed ora la Weaver è contenta di prendere in considerazione il suo ritorno: «Se si presenteranno con una buona iea, sarei più che felice di tornare a bordo. Se non per Alien 4 potrebbe essere per Alien 5

Il piano di far tornare indietro Ripley è stato attivamente studiato da Walter Hill e David Giler – i creatori della saga – per tutto l’anno passato, quindi come pensano di riportare in vita qualcuno che si è tuffato in una vasca di piombo fuso?

«È molto intrigante», scherza la Weaver. «Hanno immaginato che la Compagnia sia riuscita a salvare dalla fornace alcuni resti di Ripley [fingers of Ripley] così da estrarne il DNA per clonarla. Ma ciò che mi piace è l’idea che sta dietro a tutto questo. Ripley si è suicidata perché non c’era altro modo di risolvere la situazione. Ma nel futuro possono negare quest’atto supremo: ti riportano in vita anche se tu non vuoi. Se il copione saprà sviluppare questo elemento e sarà provocatorio, ne potremo parlare.»

L’attrice rimane entusiasta della saga, malgrado le difficoltà che ha avuto girando Alien 3. «Si distinguono facilmente perché i loro soggetti sono così originali… Sono convinta che Ripley sia un personaggio unico nella storia del cinema, non c’è mai stata nessuna come lei. Non siamo molto simili – lei è forte e coraggiosa – ma mi è stata d’aiuto. Tempo fa sono rimasta bloccata in un ascensore e stavo per essere presa dal panico: nel momento esatto in cui ho iniziato a fingere di essere Ripley, tutto è andato meglio.»


L.

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9.
Il cast (1)
Sigourney Weaver

«Non volevamo scegliere una classica star», racconta il produttore Gordon Carroll nel documentario The Beast Within (2003), poi interviene Ridley Scott: «Quando incontri attori su attori e fai provini su provini, c’è sempre qualcuno che all’improvviso è perfetto: è lui. [Bang! That’s the one!]». Quel “lui”, quel the one, si chiama Sigourney Weaver.

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Da zero a Ripley

«Hanno fatto il provino a un sacco di persone, ma lei era dinamite»
Ronald Shusett (2003)

«Ho fatto un ottimo film l’inverno scorso, intitolato La mappa del mondo, che sta per essere presentato al Toronto Film Festival: lo considero il mio lavoro migliore ad oggi». Questa affermazione rilasciata al giornalista Mitch Persons di “Femme Fatales” (gennaio 2000) fa capire quanto Sigourney Weaver consideri ben poco il corpus di opere che le ha dato fama imperitura. Citare quel piccolo film di Scott Elliott rende chiaro che l’attrice preferisce un cinema più ricercato, meno modaiolo e commerciale, e sicuramente come professionista preferisce ruoli che le permettano una prova attoriale più impegnativa. Da qui però a disprezzare i ruoli che le hanno donato notorietà e le hanno consentito la stabilità necessaria per focalizzarsi su piccoli film mi sembra esagerato, sebbene non sia certo raro.

Nella citata intervista – condotta in occasione del suo delizioso ruolo di Gwen DeMarco nel capolavoro sottovalutato Galaxy Quest (1999) – la Weaver ne approfitta per ricordare l’inizio della sua carriera, su cui è sempre stata straordinariamente silenziosa. Non lo fa “direttamente”, non è lì a condividere ricordi: visto che nel film di Dean Parisot ha interpretato un’attrice “incastrata” suo malgrado nel genere fantascientifico, si diverte a trovare analogie con la propria carriera.

«Volevo sviluppare questa donna al meglio perché ero molto intrigata da lei, così ciò che ho fatto è stato darle la mia stessa esperienza passata. Mi è stata offerta una grande parte in Io e Annie [1977], che ho rifiutato perché ero impegnata in una soap opera

Il ruolo che avrebbe dovuto essere di Sigourney Weaver

Scopriamo così che quello che da sempre era stato considerato un semplice cameo era invece nato come ruolo più corposo, a cui l’attrice ha rinunciato: probabilmente la soap a cui fa riferimento è “Somerset”, in cui la Weaver appare nel 1976. Sono informazioni vaghe, apparse su IMDb solo in tempi recenti e difficili da confermare, visto poi il decennale silenzio della Weaver su quel suo inizio di carriera. Di sicuro Woody Allen ha girato il suo film nel 1976: solo l’8 febbraio 1977 “Daily Variety” rivela il titolo definitivo di quello che era noto solo come “The Woody Allen Film”.

«La parte [in Io e Annie] era quella della ragazza della spiaggia che non aveva senso dell’umorismo: sai, la tipa delle aragoste. Visto che non potevo partecipare, Woody Allen mi offrì la particina di una delle persone alla festa. La mia battuta era quella famosa dal dipinto di Roy Lichtenstein, “Preferirei morire che chiedere aiuto a Brad”. Il mio agente era furioso, mi disse: “Sarai tagliata fuori da quel film!” Be’, non lo sono stata e le cose sono andate bene per me. Se a Gwen fosse stato offerto lo stesso ruolo credo che probabilmente in seguito ci avrebbe ripensato chiedendosi: “Che sarebbe successo se avessi accettato il ruolo più grande e se fossi diventata qualcuno come attrice, invece che come oggetto sessuale?”.»

Forse l’attrice si sta riferendo a qualche scena tagliata, perché la AFI (American Film Institute) nell’agosto 2009 ha postato sul suo canale YouTube un video in cui la Weaver aggiusta il tiro rispetto alle precedenti dichiarazioni:

«Il mio primo lavoro su schermo fu… Ero l’appuntamento di Alvy [il protagonista] alla fine del film: Diane Keaton era con Walter Bernstein ed io ero con Woody Allen. Sono ancora orgogliosa di quel ruolo, perché penso che Io e Annie sia un film così moderno.»

“Alvy’s Date Outside Theatre” è la definizione del suo ruolo nei titoli di coda del film, l’unico riconoscibile.

L’unica apparizione sicura di Sigourney Weaver in Io e Annie (1977)

Torniamo alla citata intervista di “Femme Fatales” in merito al film Galaxy Quest.

«Io ho avuto Alien e Gwen ha avuto la serie TV “Galaxy Quest”. Mi immagino il manager di Gwen che le dice: “Guarda, questa è una serie, metterà il tuo nome sulle mappe: ti renderà una star”. Quello è stato il suo bivio. Ha accettato la serie ed è stato il successo sperato, ma lei fa solo l’oggetto sessuale, un’immagine che non vuole.»

In mancanza di altre dichiarazioni, dobbiamo giocare a fare gli psicoanalisti della domenica: il pensiero che la Weaver affibbia al suo personaggio Gwen è una proiezione di ciò che prova lei? È contenta del successo della serie Alien, che l’ha resa una star, ma pensa che Ripley dia un’immagine di lei che non vuole? Purtroppo possiamo giudicare solo dai dati che abbiamo, e la risposta sembra essere “sì”.

da The Beast Within (2003), raccolto nel cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”

«Recentemente ho partecipato ad una maratona dei film di Alien, e per tutto il tempo in cui sono stata lì seduta a guardarmi sul grande schermo – qualcosa che non facevo sin dalla prima uscita in sala dei vari titoli – mi sono ricordata di come mi sentissi a girare il primo film. Ricordo che ero meravigliata dalla mia buona sorte. Stavo lavorando con Ridley Scott, un regista che avevo ammirato. Veniva dal film in costume I duellanti. Giravo per i magnifici set di Alien pensando: “È fichissimo [This is so cool]: hanno costruito tutto per noi, non dobbiamo fingere niente…” Neanche per un secondo avevo pensato che era tutto per il film, non ero ancora entrata nell’ordine di idee.»

Quindi l’attrice nell’estate 1978 già “ammirava” un regista che nessuno conosceva prima del maggio 1977, e amava un film che nessun americano aveva potuto vedere prima del dicembre 1977 in sole sette copie per l’intero Paese? Mi permetto di dubitare di quest’affermazione, semplicemente la Weaver ha imparato ad apprezzare Scott dopo averci lavorato insieme e poi ha fuso tutto. Continuano le sue dichiarazioni a “Femme Fatales”:

«Essendo passati così tanti anni da quando avevo visto Alien – forse cinque, sette o dieci – ero in grado di guardarlo obiettivamente, semplicemente per la sua bellezza: è un film magnificamente girato. E tutti gli attori, e il resto… è grandioso. È davvero un pezzo di bravura attoriale. Sono successe tante cose nei successivi vent’anni, tanto che ne sembrano passati cinquanta dall’uscita di quel film: sembra così lontano.»

Raccontandosi a Susan Strong per il saggio The Greatness of Girls (2001) la Weaver indica nella sua professoressa di inglese Florence Hunt la persona che più l’ha influenzata ed ispirata, passando con lei molti sabato pomeriggio al cinema e accettando la sua spinta a sfruttare le sue potenzialità. Finita la Yale Drama School, Sigourney torna alla scuola media per ringraziare la Hunt ma è troppo tardi per trovarla ancora in vita: rimpiangerà per sempre di non averla potuta ringraziare.

Non è facile essere figlia di genitori famosi nel mondo dello spettacolo. Il padre, Sylvester L. Weaver jr., è stato un pioniere di quei late show che ancora oggi sono la colonna portante della TV americana: nel 1952 ha creato il “Today Show” che va in onda ancora oggi, e l’anno successivo il “Tonight Show” molto meno fortunato, ma antenato dei molti “figli” attuali. La madre, Elizabeth Inglis, è un’attrice della Royal Academy di Londra con anche esperienze nel cinema. Di nuovo, non è facile portare il cognome Weaver.

Elizabeth Inglis (mamma Weaver) nel ruolo di Amanda Ripley in Aliens: Special Edition (1999)

Durante la sua vita scolastica Sigourney ottiene molti ruoli recitativi in rappresentazioni scolastiche, ma data la sua altezza sono spesso ruoli maschili: proprio quello che agli occhi della ragazza sembra un difetto, sarà un elemento vincente per la sua carriera. «Portavo degli stivali con il tacco alto, sarò sembrata alta due metri», racconterà l’attrice, ricordando il suo provino. Questa come tutte le dichiarazioni e racconti che seguono, dove non indicato diversamente, sono tratte dal documentario The Beast Within (2003), unica fonte nota sull’argomento.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Siamo all’incirca nel giugno 1978 e Ridley Scott ingaggia Mary Selway, direttrice del casting anche del suo I duellanti, ed inizia una serie di infiniti provini tra New York e Los Angeles in cui vengono ascoltati attori a valanga. La Selway sottolinea come non ci fossero indicazioni di scena e addirittura non era ancora chiaro quale personaggio sarebbe stato un uomo e quale una donna: insomma, si andava a braccio. Sigourney ottiene il provino e riceve il copione, ma non conoscendo i disegni di Rambaldi (sembra incredibile, ma cita proprio Rambaldi nel documentario del 2003, non Giger!) si immagina un alieno “vecchia maniera”: «una massa gelatinosa gialla che dava la caccia ai protagonisti, nulla di elegante». Si presenta all’albergo dove sono in corso i provini… sbagliando indirizzo. È venerdì pomeriggio, è tardi, perché non mandare tutto all’aria? Al telefono la sua agente insiste e l’attrice accetta di andare al provino, cambiando per sempre la sua vita.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

Ridly Scott ricorda che: «Incontrai Sigourney durante l’ultima serie di provini a New York. Mi avevano fatto il suo nome per un testo teatrale che aveva interpretato a Broadway. Era un vero astro nascente a Broadway. Non ho visto la rappresentazione ma la incontrai». A causa dei non eccellenti rapporti che dopo il film intercorrono fra i vari autori, è difficile capire chi precisamente ci fosse a quei provini: quando parla Scott, c’era solo lui e al massimo Alan Ladd della Fox; quando parla Carroll, c’erano lui e David Giler. Nei rarissimi casi in cui parla Walter Hill, c’era lui e forse Giler e Ladd. Nessuno di loro cita mai tutti gli altri, sempre solo un nome come compagno. Magari i provini sono stati più d’uno e non c’erano sempre le stesse persone, ma diciamo che i tre produttori, il regista e il dirigente Fox hanno avuto modo di vedere la sconosciuta Sigourney Weaver per la prima volta nei panni di Ripley. E tutti concordano di aver pensato immediatamente che il ruolo fosse perfetto per lei. «Mary [Selway] apre la porta, ed ecco Ripley. Una donna dall’aspetto eccezionale, alta, statuaria», è il ricordo di Gordon Carroll.

Provino per la scena di Dallas imbozzolato, cara a Scott ma poi tagliata

La Weaver è nervosa per il provino perché dovrà immaginare tutta l’ambientazione, invece essere così vicini all’inizio delle riprese (tre settimane) le regala un svolta inaspettata: «Facemmo dei provini sul set vero e proprio. Temevo che mi sarei ritrovata a fronteggiare una palma in un vaso, e a fare… [mima dei gesti di spavento] Lui invece [Scott] mi fece fare una vera prova, e gliene fui molto grata.» Ritrovarsi davvero fra le claustrofobiche pareti della Nostromo è un grande aiuto per l’attrice. Ricorda Scott: «Sigourney fu l’ultima ad essere scelta. I set in cui girai i provini erano quelli che stavamo costruendo: era la Nostromo. Non fu una cosa raffazzonata, erano quelli veri: erano favolosi.»

Tom Shone nel suo Blockbuster (2004) racconta che Scott, Giler e Hill sono rimasti colpiti dal provino dell’attrice: alla domanda «Che ne pensi?» [So waddaya think?] di Scott, il direttore della Fox Alan Ladd avrebbe risposto «Credo che assomigli a Jane Fonda»: pare non fosse un complimento. Ladd non è del tutto convinto ma mancando solo tre settimane all’inizio delle riprese ed avendo tutti i set pronti, la Weaver gira ulteriori provini direttamente immersa nelle creazioni di Giger, e visto che non vuole apparire “Jackie Onassis nello spazio”, mette insieme dei vestiti per assomigliare di più ad una piratessa. Consultatosi con le donne degli uffici della Fox, che apprezzano i provini, Ladd chiama la Weaver a New York dove la ingaggia per il ruolo: il compenso è di 33 mila dollari.

Tutte queste informazioni Shone afferma di averle ricavate da varie riviste dell’epoca – le stesse che sto usando io per questo speciale e che non riportano nulla del genere – ma soprattutto da una sua intervista all’attrice risalente al 1991, di cui purtroppo non dà alcuna coordinata. Tutto dunque rimane nel campo del plausibile, sia perché in The Beast Within (2003) Scott racconta in pratica la stessa cosa, sia perché nel cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010 (grazie a Jacopo di Alien Universe Italia per la dritta) sono disponibili in forma estesa (erano già accennati in “Alien Quadrilogy”) i provini dell’attrice, compatibili con il racconto di Shone.

Siggy nel provino per Ripley, dal cofanetto Blu-ray “Alien Anthology (Limited Edition)” del 2010

È lecito pensare che questi provini rappresentino scene chiave che consentano al regista e ai produttori di capire se l’attrice sia valida, capace cioè di gestire momenti topici della storia. Quindi siamo autorizzati a pensare che Scott puntasse molto su scene poi in realtà tagliate: i provini della Weaver infatti riguardano la “scena d’amore” con Dallas (in realtà semplice confidenza tra due ipotetici amanti) e quella del ritrovamento di Dallas e Brett imbozzolati, entrambe scene “riapparse” solo nel DVD del 1999 come contenuto speciale. Questo inoltre ci fa riflettere su come il personaggio di Ripley del primo film sia stato drammaticamente ridotto rispetto a come era stato pensato, visto che in realtà ha pochissimo spazio e un numero limitato di interazioni con gli altri personaggi.

Provino per la “scena d’amore” con Dallas, cara a Scott ma poi tagliata

Cos’ha provato la Weaver durante la lavorazione? Dobbiamo aspettare il 2014 del corposo volumone Alien: The Archive per scoprirlo, visto che presenta una conversazione con l’attrice senza alcuna coordinata: siamo autorizzati a pensare si sia svolta nello stesso anno del libro.

«Ridley Scott è stato molto paziente con me. Ricordo che la prima settimana di riprese mi disse: “Sai, Sigourney, è meglio se non guardi in camera”. Avevo così tanto da imparare. Ma il bello di Ridley, di cui avevo completa fiducia, era che aveva un occhio speciale per il realismo. Sapeva cosa voleva e non mollava finché non riusciva ad ottenerlo, e questo suo pregio era perfetto per il film. Nessuno di noi attori sapeva cosa sarebbe successo, furono riprese molto difficili: credo che l’oscurità del materiale abbia influenzato sia gli attori che i tecnici, sebbene fossimo tutti emozionati per ciò che stavamo facendo.»

A parte qualche sprazzo come questo, nei precedenti decenni l’attrice non ha rilasciato alcun tipo di dichiarazione su Alien, i suoi seguiti e il suo personaggio, un “silenzio stampa” che solo in tempi più recenti si è iniziato lentamente a sciogliere. Le riviste di cinema di fantascienza del 1979 sono impazzite per Alien, con approfondimenti che a volte riempivano l’intero numero della pubblicazione: della Weaver non una sola parola, se non la menzione del suo nome. È naturale, era una emerita sconosciuta, al contrario del resto del cast con dei volti noti. Il problema è che solamente nel 1986, con l’uscita di Aliens, le riviste iniziano seriamente ad interessarsi della Weaver… e lei non ci sta. Quando quell’anno viene intervistata da “Playboy” – una rivista che ha ospitato un numero impressionante di grandi nomi dello spettacolo e della cultura in lingua inglese – tutto ciò che l’attrice sa dire di Aliens è che si è divertita a stare tanto tempo con la giovane Carrie Henn. Fine.

Il muro di silenzio con cui l’attrice si è tenuta lontana da Ripley si è iniziato a sgretolare solamente con l’uscita di Alien 3 (1992): ora la Weaver è co-produttrice della pellicola, ora guarda caso esce fuori una sua opinione su Ripley e ora guarda caso concede l’utilizzo della sua immagine. La mia ipotesi è che già all’epoca avesse capito che la saga aliena sarebbe stata l’unica sua fonte di guadagno sicura, in una carriera di ottimi film ma di ruoli non “monetizzabili”, ma è solo una mia opinione.

Perché aspettare il 2000 dell’uscita di Galaxy Quest per parlare degli inizi della sua carriera? Perché aspettare il 2003 di The Beast Within per fornire qualche vaga briciola dell’esperienza in Alien? O’Bannon e Shusett sono in tutti i documentari possibili e immaginabili e in tutte le riviste esistenti, da quarant’anni raccontano la stessa identica storia fino ad impararla a memoria, e sono solo autori del soggetto: perché Ripley, l’anima della saga aliena filmica, non è mai coinvolta? Solamente per il terzo e quarto film abbiamo dichiarazioni e storie dal set dell’attrice, in quanto co-produttrice e quindi molto interessata a raccontarsi ai fan.

I motivi “veri” di questo silenzio pluridecennale non possiamo saperli, ma dalle dichiarazioni di altri lungo tutta la saga un’idea possiamo farcela, sebbene solo dal secondo film in poi. Il film cioè in cui Ripley spara come fosse Rambo ma è interpretata da Sigourney Weaver, iscritta al movimento di limitazione delle armi. Inoltre l’attrice puntava molto sul “film di madri”, ma il montaggio cinematografico ha spezzato la storia: prima del 1999 nessuno saprà di sua figlia Amanda – a parte i fan che leggono fumetti e libri e i pochi fortunati possessori del Laserdisc del 1991 – e il gioco delle madri (una umana e una aliena) che combattono per i propri figli perderà forza, agli occhi della donna. Rimarrà solo uno dei più grandi film di fantascienza militare della storia, che scriverà i dettami del genere e che non invecchierà mai, visto che Cameron stesso l’ha ricopiato identico per Avatar (2009), semplicemente con più soldi. Tutto questo non piace alla Weaver: è l’unica ragione che so darmi che giustifichi un silenzio quarantennale sull’unico personaggio che le sopravvivrà. La Ripley del primo film però è molto diversa, molto meno “rambesca”: perché mai non parlarne? Spero che un giorno riusciremo a scoprirlo.

Nel 1987 Sigourney Weaver firmerà un contratto con la Fox per altri due film alieni, ma metterà bene in chiaro le cose: nel terzo non apparirà e nel quarto Ripley morirà. Le cose non andranno così. Nel film metanarrativo Hollywood brucia (1997) il personaggio di Jackie Chan dice: «Io non muoio. E se muoio, risorgo». La Weaver l’ha anticipato di alcuni anni… ma questa è un’altra storia.

(Continua)


Fonti:


L.

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[1993-07] Sigourney Weaver su “SNES Force” 1

Traduco questa intervista apparsa sulla rivista di videogiochi “SNES Force” n. 1 (luglio 1993).

Dopo una recensione positiva del videogioco legato all’uscita di Alien 3, che non ho tradotto, la rivista prosegue con un’ottima intervista a Sigourney Weaver: curioso come essendo stavolta co-produttrice, ha concesso quelle interviste che non ha mai fatto per i film alieni!

All’epoca l’attrice è più che convinta che questo sia il suo ultimo film della saga, da altre fonti sappiamo che l’accordo di “saltare” il terzo e tornare nel quarto film è stato modificato, così Sigourney accetta di apparire nel terzo ma solo per morire: nel quarto verrà qualcun altro. Al massimo, come propone Joss Whedon, si clona… Newt!

Da notare infine come a questa data si ipotizza che la Weaver possa essere co-produttrice del film Aliens vs Predator, di cui la Fox ha già una sceneggiatura pronta!

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[2016-11] Sigourney Weaver su “Sci-Fi Now”

Traduco un’intervista rilasciata da Sigourney Weaver in occasione della presentazione britannica del film Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls, 2016), apparsa sul mensile britannico “Sci-Fi Now” n. 126 (novembre 2016).

Riporto solo le parole dedicate al progetto di film alieno con Neill Blomkamp, all’epoca ancora non completamente accantonato.

Anticipo una questione scottante: esiste una vera e propria sceneggiatura, scritta da Blomkamp, con il “destino” di Ripley ed Hicks. Spero che qualche fan riesca a metterci le mani e a renderla pubblica…


Sigourney Weaver on Sci-Fi

di Julide Tanriverdi

Abbiamo parlato con la leggenda di genere riguardo “A Monster Calls”,
“Alien 5”, il futuro di Avatar e come la fantascienza abbia cambiato la sua carriera

Sigourney Weaver sta guardando una foto che ritrae una miniatura di Ellen Ripley. «Non mi assomiglia proprio», conclude, «ma apprezzo che abbiano aggiunto Jonesy!» Ha 75 titoli come attrice, ma la saga di Alien l’ha resa un fenomeno di portata mondiale.

Weaver è particolarmente ben disposta durante questa intervista a New York in occasione dell’uscita di A Monster Calls. È molto orgogliosa di questo film, e le è piaciuto lavorare con il regista spagnolo J.A. Bayona, che lei chiama un «talento straordinario».

[…]

Hai sfondato con i fan della fantascienza: sei sorpresa delle loro reazioni?

(ride) Be’, non so quanto dipenda da me, ma sono stata molto fortunata ad interpretare alcuni personaggi. Ho fatto molti film ed alcuni di questi erano ambientati nello spazio, ma se non fosse stata per i Comic-Con non avrei modo di incontrare i fan. Il Comic-Con è una straordinaria opportunità per attori e registi di incontrare il loro pubblico, e sono molto grata per questo. La gente ti saluta per la strada, ma quando sei al Comic-Con i fan si presentano con i loro figli e capita che li abbiano chiamati Ripley, quindi è una riunione di famiglia. Indossano costumi ed è tutto molto commovente. Raccomando ad ogni attore di fare almeno un film di fantascienza così da poter partecipare ad un Comic-Con: è un’esperienza che non va persa.

[…]

Due anni fa hai detto che saresti stata disposta a fare un nuovo film di Alien solo se ci fosse stata qualche trama intrigante e un buon regista. Cosa c’è di intrigante nell’approccio di Neill Blomkamp che ti ha convinta?

Quando stavamo lavorando a Chappie [in Italia, Humandroid], in Sud Africa, abbiamo cominciato a chiacchierare su Alien, ed esce fuori che lui è cresciuto guardando quei film in cassetta. Ha iniziato a raccontarmi come i fan avrebbero amato un film che fosse ambientato dopo Aliens. Il copione che Fincher scrisse non aveva mai avuto spazio per Newt ed Hicks insieme a Ripley. Disse che un sacco di persone avrebbero adorato sapere cosa fosse successo se Aliens fosse continuato. Ed io risposi: “Be’, è molto interessante”. Non ci ho mai pensato, e poi gli ho detto che in effetti non mi piace averla lasciata [Ripley] a fluttuare senza senso nello spazio intorno alla Terra in Alien Resurrection.

È davvero difficile fare un buon sequel, e non ho mai avuto la sensazione di aver trovato il regista giusta o lo sceneggiatore giusto per finire quella storia. E quando Neill ha iniziato a parlarmi mi sono ritrovata a pensare: “Oh mio Dio, ecco perché non l’abbiamo mai fatto: perché stavo aspettando lui”. Quindi, chissà? Lui ora è impegnato con altre cose, e poi vogliono dar prima tempo a Ridley [Scott] di fare il suo film Prometheus [intende Prometheus 2 che però all’epoca è già diventato Alien: Covenant. Nota Etrusca]. Spero ritorneremo sul discorso: in questo ambiente non si può mai dire, ma di sicuro è stato divertente lavorare con Neill e vedere il copione svilupparsi. È davvero un gran bel copione, quindi penso che se anche rimanesse tale sarebbe comunque soddisfacente, perché so cosa le è successo [a Ripley].


L.

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[1992-05] Alien 3 su “Premiere”

Dal saggio antologico David Fincher: Interviews (University Press of Mississippi 2014) a cura di Laurence F. Knapp estraggo il lungo e dettagliatissimo articolo di John H. Richardson che spiega, con dovizia di particolari, il disastro che ha per titolo Alien 3.

Come sempre, la traduzione è mia.


Madre da un altro pianeta

di John H. Richardson
da “Premiere” n. 5 (maggio 1992), pagine 62-70

David Fincher, un regista esordiente di 27 anni, era determinato a realizzare la propria visione creativa di Alien 3 malgrado gli intensi sforzi per impedirglielo.

«Mandate altro fumo», dice David, «altro fumo!»

«Fermi!» dice il primo assistente attraverso il megafono. La troupe manovra tubi e cavi attorno ad un mostro argentato che assomiglia ad un’enorme mantide. Servono alcuni minuti per riempire l’aria circostante di fumo.

«Andiamo!»

«Ancora nebbia!» grida Fincher.

La cinepresa parte. L’operatore, sdraiato sulla pancia, è accucciato sotto un tupo per riprendere l’alieno attraverso una serie di catene. L’alieno scuote la testa da una parte all’altra e comincia ad ululare. Nel film, questa scena arriverà alcuni minuti prima del climax, quando l’indomita Ellen Ripley e un gruppo di prigionieri fanatici religiosi riversa del piombo fuso sulla sua testa. Ieri hanno girato la scena dieci volte, usando vernice nera al posto del piombo – 10 mila galloni di liquido finiti più volte sulla testa del povero tizio nel costume di gomma.

«Stop!» grida Fincher, facendo scorrere un dito sulla propria gola. La troupe comincia subito ad asciugare il set per un’altra ripresa.

È il dicembre del 1991 e stanno girando Alien 3 in uno degli studi della 20th Century Fox. Sulla fotografia si è iniziato a lavorare almeno da un anno, a Londra, ma quando le riprese hanno sforato di 23 giorni il programma e di una cifra indefinita di milioni il budget, la Fox ha “tirato la catena” e ha mandato tutti a casa. Programmato originariamente per uscire nell’estate del 1991, poi per il successivo Natale, il film ora è programmato per il Memorial Day del 1992. [Festeggiandosi l’ultimo lunedì di maggio, nel 1992 il Memorial Day cadeva il 25 maggio. N.d.R.]

Per mesi sono girate mille voci su Alien 3: che sia un disastro, che il suo costo abbia superato i 60 milioni, che le proiezioni in anteprima siano state orribili, che il dirigente Joe Roth lo odi, che servano sei settimane di nuove riprese ed altri 15 milioni di budget, e solo allora forse potrà funzionare. Però si dice anche che sia brillante a livello visivo, spavaldo, un gran lavoro per uno straordinario giovane regista.

Se non altro il film è certamente straordinario per la scelta del regista. David Fincher è probabilmente l’unico esordiente 27enne mai ingaggiato a dirigere un film da 50 milioni (cifra ufficiale Fox, milione più o milione meno). Aggiungiamo che il regista è stato scelto quando già i set erano stati costruiti, che il line producer è stato licenziato poco prima delle riprese, che il copione non era ancora pronto a due settimane dall’inizio dei lavori, ed abbiamo un regista con molto lavoro fra le mani. Come racconta uno dei suoi amici, «Era appena uscito dalla scuola navale ed è stato messo alla guida del Titanic

Oggi è il settimo giorno di “rigirato” [reshoot] – «Non è “rigirato”», corregge Fincher un po’ piccato, «è roba che non avevamo girato prima.» – ed è dalle 7,30 di stamattina che stanno lavorando ad una scena della durata di cinque secondi: sono le 16,30 ed hanno ancora almeno due ore di lavoro. Fincher veste in jeans e sneakers, con un cappello da baseball grigio e una barba incolta. È calmo, ironico ed eccezionalmente controllato, con quell’atteggiamento sornione alla Bill Murray. Quando un membro della troupe gli comunica un accorgimento che secondo lui è migliore, David risponde calmo: «Questo non è un film rivolto ad un pubblico che lo vedrà una volta sola, è un film rivolto a chi lo rivedrà almeno cinque volte.»

Il dirigente Fox Micheal London sussurra: «È da qui che nascono molti degli attriti: David vuole che sia tutto perfetto in ogni secondo.» Aggiunge velocemente, «Che è ciò per cui viene pagato.»

Ora Fincher sta cercando di risolvere un nuovo problema – l’alieno sta scuotendo così tanto la testa che il vapore non sembra uscire dal suo corpo. «Sai cos’è», dice, «finché va su e giù non c’è problema, ma quando porta il peso su quel ginocchio sinistro…»

E vuole cambiare le luci. Quando qualcuno chiede a che tipo di cambiamento stia pensando, London alza le spalle: «Sono sicuro che sarà infinitesimale.»

Ci sembra di essere davanti ad un cartello con su scritto DIVERGENZE CREATIVE a caratteri maiuscoli.

Serve un’altra ora prima di essere pronti a girare di nuovo. «Mandate il vapore», dice nel megafono l’AD. «Andiamo. Tutti ai propri posti.»

Girano la scena. «Facciamola di nuovo, subito», dice Fincher.

«Vapore», dice l’AD. «E… AZIONE!»

«Stop.»

Fincher dà indicazioni su nuovi cambiamenti per la sala di montaggio. Mentre cammina, racconta di quanto sia stata dura la ripresa e di come stia combattendo per tenere in piedi il film. Sebbene sia spesso descritto come arrogante, è semplicemente diretto. Ma occasionalmente se ne esce con frasi che rendono nervoso un dirigente di studio che è responsabile di milioni di dollari: «Non sto facendo questo film per 50 milioni di persone», dice, «lo sto facendo per otto persone, i miei amici, gente che ci capisce di luci e inquadrature.»

Questo vuol dire che il budget è di 6 milioni per amico.

Di nuovo sul set, Fincher ha una chiamata per un’altra ripresa. «Questa scena è cinque volte più complicata di quando abbiamo cominciato», dice London. Lo studio si aspettava giusto un paio di scene in più dell’alieno che si contorce, ma Fincher ha aggiunto dell’acqua gocciolante, tubi sullo sfondo e del vapore in più. Il vice presidente della Fox Tom Jacobson e il vice presidente senior Jon Landau si sono uniti a London e tutti e tre i dirigenti stanno guardando oltre le spalle di Fincher. «Azione, azione, azione!» grida l’AD. I ragazzi del vapore inondano l’alieno.

«Facciamola di nuovo finché abbiamo il vapore», grida l’AD.

«Conservate il vapore», dice Fincher con calma. «Fatemi vedere com’è venuta.» Guarda con attenzione il girato. Finalmente scuote la testa, soddisfatto. Sono le 18,30, undici ore dall’inizio delle riprese. Ha i suoi cinque secondi di film girati come vuole lui… e sembrano grandiosi.

Fincher: Allora, cosa vuoi sapere del mio film?

Richardson: Come sei stato ingaggiato, il processo produttivo, cos’è successo a Londra, insomma tutta la storia.

Fincher: Be’, è strano, perché quando sono stato ingaggiato la situazione era: “Abbiamo un film da fare, e abbiamo un sacco di problemi: come li risolviamo?” Avrei preferito prendere i 50 milioni e ricominciare il film completamente dall’inizio.

Richardson: Magari da tutta questa operazione potremmo salvare un certo giovane regista…

Fincher: Magari, ma non esiste che un regista esordiente possa fare un film da 50 milioni in questa città con questa fottuta recessione, alla fine di questo millennio con tutte le paure nel mondo degli affari. Non c’è alcun modo. Non puoi farlo, perché a meno che tu non possa dire “Ho girato Lo Squalo, fidatevi di me”, perché mai qualcuno dovrebbe darti fiducia? Una volta David Giler, furioso durante una riunione con la Fox, disse di me: “Perché lo state ascoltando? È un venditore di scarpe!»

Richardson: Si riferiva al tuo spot per la Nike?

Fincher: Esatto. Ed è assolutamente vero: che ne so io? Sono solo un venditore di scarpe.

Sono passati sette anni fra il primo Alien e il secondo. Altri sei anni sarebbero passati prima che il terzo fosse pronto ad uscire. «È un po’ come un parto», ha detto Sigourney Weaver. «Per i primi anni dopo Alien l’idea di farne un altro non era affatto piacevole.»

Questa volta però sembrava differente. I produttori Walter Hill, David Giler e Gordon Carroll tornarono al loro franchise di Alien immediatamente subito dopo la fine della lavorazione del secondo film, ingaggiando il romanziere cyberpunk William Gibson (Neuromante). Gli mostrarono un breve copione ambientato in una stazione spaziale sovietica e gli chiesero se avesse qualche idea. «Era una specie di Guerra Fredda nello spazio, con la manipolazione genetica dell’alieno al posto della guerra nucleare», racconta Gibson.

Cominciò a lavorarci ma fu interrotto dallo sciopero degli sceneggiatori del 1987 e dai cambi ai vertici della Fox, e finalmente decise di tornare ai suoi romanzi. Solamente un dettaglio rimase del suo lavoro. «Nella mia bozza, questa donna ha un codice a barre sul dorso della sua mano», dice. «Nella sceneggiatura del film uno dei tizi ha la testa rasata e si vede un codice a barre sulla nuca. Ho sempre pensato fra me e me che quello era un mio piccolo contributo ad Alien 3
[La sceneggiatura di Gibson, che gira liberamente in rete, la trovate tradotta qui. N.d.R.]

Il secondo sceneggiatore, Eric Red (Near Dark), fu ingaggiato nel tardo 1988 per un lavoro di cinque settimane, inteso a mitigare le uscite monetarie della Fox. Lavorando con Renny Harlin, presentò la sua sceneggiatura nel gennaio del 1989. Stando alle sue parole, è lui che se ne è uscito con la storia della genetica. «Nel terzo film avevamo bisogno di un alieno nuovo, così suggerii di fare esperimenti genetici sulla sua specie.» Red dice che Hill e Giler erano disorganizzati ed irresponsabili. «Non avevano alcun tipo di piano per gestire il film», dice. Hill e Giler dicono che il problema era proprio la sceneggiatura di Red. Quando Harlin la lesse, mollò il progetto.
[La sceneggiatura di Red, che gira liberamente in rete, la trovate tradotta qui. N.d.R.]

Fu poi la volta di David Twohy (Warlock). Il suo copione era ambientato in una colonia penale nello spazio, e tutto sembrava andare a suo favore. Non c’era Ripley, visto che Hill e Giler avevano pianificato di lasciar tornare la Weaver solo nel quarto film. A quel punto, Joe Roth subentrò ai vertici della Fox e quando lesse il copione di Twohy il suo giudizio fu deciso e irrevocabile: «Questo è un grande copione, ma non voglio fare un film senza Sigourney.»

Dopo averne parlato con Hill e Giler, la Weaver accettò di fare il film ma solo se le piaceva la storia, e Twohy si rifiutò di inserire il suo personaggio nel proprio testo. Avvenne così quello che Twohy definì «uno dei più palesi trucchetti che abbia mai visto.»

A New York Hill aveva visto Navigator, un film esotico girato da uno sconosciuto australiano di nome Vincent Ward. Ward disse che non gli piaceva il copione di Twohy. La Fox non aveva problemi. «Così salii su un aereo», racconta Ward, «e durante il volo mi venne un’idea completamente differente: Sigourney sarebbe atterrata in una comunità di monaci nello spazio che non l’avrebbe accettata.» I monaci avrebbero vissuto su un pianeta fatto di legno che assomigliava ai quadri di Hyeronymus Bosch, con fornaci e mulini a vento. E nessun’arma.
[La trascrizione del documentario in cui Ward racconta il proprio progetto la trovate tradotta qui. N.d.R.]

Ward presentò l’idea ad Hill, Giler e Roth. «Era un po’ estrema», dice Giler, «ma era ciò che volevamo: portare la cosa all’estremo.» Ward firmò nell’aprile del 1991 e la Fox assunse lo sceneggiatore John Fasano per lavorare con lui. «Avremmo dovuto scrivere Alien 4», ricorda Fasano, «ma a quel punto scrivemmo Alien 3.» La Fox voleva che il film uscisse ad ottobre.

Twohy racconta che «stavo scrivendo come un matto, e due settimane prima di finire ricevo una telefonata da un giornalista del “Los Angeles Times”. Mi dice: “Cos’è questa storia della gara a scrivere Alien 3?” Dico che si sta sbagliando, ma lui: “No, ho sentito che il regista si è portato il proprio sceneggiatore”. Chiamo lo studio e mi dicono: “No, no, hai capito male. Non sta scrivendo Alien 3 ma Alien 4“. A quel punto misi insieme il mio copione come veniva e lo consegnai: è stata l’ultima volta che ho avuto loro notizie. È vero quello che si dice: Hollywood paga bene i suoi scrittori ma li tratta di merda per compensare.»
[La sceneggiatura di Twohy, che gira liberamente in rete, la trovate tradotta qui. N.d.R.]

Lo sceneggiatore successivo fu Greg Pruss, ingaggiato per riscrivere il copione di Fasano, il quale dovette lasciare per andare a co-sceneggiare Ancora 48 ore. [La sceneggiatura di Fasano, che gira liberamente in rete, la trovate tradotta qui. N.d.R.] Pruss stilò «cinque copioni arditi», dice. A quel tempo Ward e Pruss si erano trasferiti a Londra, dove la Fox stava per iniziare le riprese del film nella speranza di risparmiare soldi. I tecnici avevano già iniziato a costruire i set quando ancora la sceneggiatura doveva essere scritta. Ma ora lo studio iniziò ad avere problemi con Ward, che si dimostrò meno interessato a Ripley o all’alieno rispetto ai monaci. «Il film si intitola Alien perché parla di un alieno», dice Pruss. «Non potevo continuare sulla via di Vincent. Lui e lo studio erano ai ferri corti, ed io mi ritrovavo in mezzo.»

Pruss mollò, e qualche settimana dopo lo fece anche Ward. Ora lo studio era davvero nei guai: aveva investito qualcosa fra i 5 e i 13 milioni in sceneggiature, set, stipendi (la Weaver era riuscita ad ottenere 4 milioni di ingaggio più una percentuale sugli incassi: all’epoca il più alto salario per un’attrice). «Il mio cuore andava a mille», dice la Weaver. «Dovevo iniziare a lavorare a questo film e non avevamo una sceneggiatura, né un regista: era un incubo.»

Nella breve lista di nomi che potevano salvare la situazione, c’era David Fincher, un regista di videoclip con un’ottima reputazione: molti usarono la parola “genio”. Figlio di un giornalista della rivista “Life”, già ai tempi della scuola produsse un programma televisivo locale di informazione. Come impiegato diciannovenne della Industrial Light & Magic lavorò a Il ritorno dello Jedi. Diresse il suo primo video a 21 anni e in genere era molto promettente. Ma soprattutto aveva fama di essere un gran risparmiatore sul set.

Hill e Giler avevano scoperto Ridley Scott e James Cameron quando ancora non erano in pratica nessuno, quindi erano ben disposti ad ingaggiare un principiante. Chiesero a Prus, che aveva già lavorato con Fincher, di fare da tramite. «Io dissi che sì, lo conoscevo», ricorda Pruss. «E vi dico che non dirigerà il film neanche fra un milione di anni.»

Fincher, uscì fuori, considera il primo Alien uno «dei dieci migliori film di sempre». Pruss tentò di spiegargli che stava commettendo un errore. «Gli dissi David, sei stupido? Perché lo vuoi fare? Perché non dirigi un tuo film? E lui mi disse: “Non lo so, c’è qualcosa che mi spinge. Potrebbe essere fico. Non pensi che potrebbe essere fico?”»

[…]

Inizialmente la Weaver era scettica. «Tutto ciò che sapevo di lui riguardava la sua bellezza: tutte le donne che avevano lavorato con lui se ne erano innamorate», ha detto.

Poi la Weaver, Hill, Giler e il presidente della Fox Roger Birnbaum incontrarono Fincher a Los Angeles. Lui indossava una T-shirt con un messaggio contro le pellicce, il che fece sorridere la Weaver. Lei gli chiese che cos’avesse in mente per Ripley. «E lui rispose: “Che ne pensi di essere… calva?”», racconta la Weaver. «Io lo guardai e guardai Roger, poi dissi: “Be’, Roger, naturalmente se girerò il film calva dovrò guadagnare di più”. In quel momento ero intenzionata a seguirlo ovunque.»

Con Fincher ingaggiato, la Fox assunse Larry Ferguson, co-sceneggiatore di Beverly Hills Cop 2, per una riscrittura d’emergenza in quattro settimane. Il suo prezzo fu di circa 500 mila dollari. Ferguson sapeva che avrebbe dovuto portare idee fresche al franchise, ma aveva abbastanza esperienza per sapere cosa voleva lo studio. «I sequel sono come i Big Mac», dice, «se vai in un McDonald’s ed ordini un Big Mac e questo esce fuori diverso dal solito, non lo chiederai più.»

Fincher non voleva un Big Mac, il suo copione – che aveva scritto prima che lo studio assumesse Ferguson – lasciò i dirigenti inorriditi. «Dissero, “Oh mio Dio, sono quattro fottute ore, per un costo di 150 milioni”. Ed avevano assolutamente ragione», racconta ridendo. «Secondo me doveva essere un lavoro… alla Apocalypse Now

Fincher: Nel copione che Larry stava scrivendo c’era questa donna che cadeva dalle stelle. E alla fine muore, lasciando sette monaci… Sette nani!

Richardson: Stai scherzando.

Fincher: Sono serissimo, giuro su Dio. Alla fine c’erano questi sette nani e c’era questo cazzo di bara tubulare in cui la infilavano, in attesa che il Principe Azzurro arrivasse a svegliarla. Questo era uno dei finali che avevamo per questo film. Riesci ad immaginare cosa disse Joe Roth quando lo seppe? «Cosa? Che cazzo sta succedendo, qui?»

Quando Ferguson completò la sua sceneggiatura, il film ormai stava cadendo a pezzi. Aveva scritto di Ripley come se fosse una «insegnante di ginnastica rompiscatole», dice la Weaver. «Dissi: “Se volete girare questa roba, lo farete senza di me”.» La Fox pagò qualcosa come 600 mila dollari a Hill e Giler per una riscrittura d’emergenza.

Lavorando nell’ufficio di Hill, a Los Angeles, i produttori scartarono il pianeta di legno e tornarono alla prigione di Twohy. Visto che l’elemento religioso piaceva sia a Fincher che alla Weaver, trasformarono i prigionieri in ciò che Giler chiamò «militanti cristiani fondamentalisti millenaristi apocalittici». In sole tre settimane stilarono la prima bozza della sceneggiatura. Allo studio piacque, piacque alla Weaver ma Fincher aveva delle remore.

L’inizio delle riprese era stato spostato al 14 gennaio e per i successivi due mesi Hill, Giler, Fincher e lo studio combatterono per la sceneggiatura, per il budget e per i set – sebbene molti di questi erano già stati costruiti. Hill ricorda il periodo «brutale, una vera battle royale.» Mentre Hill e Giler scrivevano e riscrivevano, Jon Landau della Fox iniziava ad approvare le singole scene e gestiva il bilancio. «Era un modo davvero irrealistico di girare un film», racconta Hill. «Di solito hai una sceneggiatura e poi calcoli quanto verrà a costarti. Solo dopo, se il costo è troppo alto, cerchi di capire di cosa hai bisogno e di cosa no. Ma stabilire linee guida arbitrarie prima ancora che sia finito il lavoro creativo…»

Il presidente Fox Birnbaum dice che semplicemente sperava che Hill e Giler sarebbero stati molto oculati in ciò che scrivevano. «Iniziammo con un budget, e volevamo che le nuove scritture rientrassero in quel budget, anche se c’erano alcuni elementi che potevano farlo sforare.»

Nel mezzo di tutto questo c’era Tom Zinneman, che si trovava nella brutta situazione di dover fare da cuscinetto con David Fincher, oltre a gestire le migliaia di problemi giornalieri di una produzione che non sapeva dove stesse andando. La Weaver lo adorava. «È uno dei migliori produttori con cui abbia mai lavorato.»

Tre settimane prima che iniziassero le riprese, però, la Fox lo licenziò. «Il punto di vista della Fox è che non stesse impedendo a Fincher di sforare il budget», dice la Weaver, «invece lui diceva: “Non puoi fare questo in questo tempo e con questi soldi”, e la Fox non voleva sentirlo. Così lo licenziarono: se la presero con l’ambasciatore…»

Di sicuro la vede così Zinneman. «Ogni giorno ricordavo loro i problemi, e incitavo ad affrontarli invece di mettere la testa sotto terra. Stavamo costruendo un palazzo senza neanche una planimetria.»

La versione di Birnbaum è praticamente la stessa. Dopo le esperienze della Fox con The Abyss e Die Hard 2, lo studio era estremamente sensibile all’idea di un altro fallimento. «Invece di dire “Okay, questo è quello che vuole lo studio, cerchiamo di trovare una soluzione”, lui voleva che noi dicessimo “Ehi, costerà parecchio, ammettiamolo”», racconta Birnbaum.

È da questo momento che la Weaver indica uno dei maggiori problemi del film: il fatto che Fincher fu lasciato senza alcun produttore alleato e finì a combattere da solo contro tutto e tutti. «Pagammo per Die Hard 2 ogni secondo», dice l’attrice.

Poco dopo l’uscita di Zinneman, in una riunione tesa fra Fincher, Michael London, Tom Jacobson e il nuovo line producer, Ezra Swerdlow, la Fox accorciò il piano di riprese a soli settanta giorni, tagliandone ventitré. Fincher avrebbe avuto solo venticinque inquadrature di effetti speciali, meno della metà di Aliens. La Weaver giudicò insensate quelle restrizioni. I tecnici finirono per lavorare 18 ore al giorno per sei giorni la settimana per cercare di rispettare le date, il che metteva a rischio la sicurezza. Ad un certo punto, quando ci fu un ritorno di fiamma dopo un’esplosione, cinque membri della troupe rimasero ustionati, uno dei quali fu dovuto portare in ospedale. «Il primo Alien richiese 16 settimane e mezzo, e il secondo 18 settimane», dice la Weaver, «perché hanno pensato di poter fare il terzo in 13?» La replica di Birnbaum è: «Stavamo cercando di limitare i costi del film, che non erano certo responsabilità di Sigourney. Non pagava certo lei.»

Un ultimo litigio costò a Fincher la benevolenza dei suoi produttori-sceneggiatori. Dopo le vacanze natalizie Hill e Giler stavano andando in vacanza e uno scrittore di nome Rex Pickett fu assunto per una ulteriore piccola riscrittura. Fincher portò Pickett fuori a cena e gli raccontò dei problemi che stava avendo col copione. «Gli dissi, “Sono pazzo? Sono fuori di testa?”», ricorda Fincher. «E dissi: “No, ha senso. Forse non riesco a comunicare bene”.»

Tutto esplose quando Pickett scrisse un memo attaccando il copione di Hill e Giler, e Zinneman in qualche modo lo scoprì. «Ero furioso», dice quest’ultimo, che lo portò ad Hill.

Hill e Giler lessero il memo ed esplosero. «Ero seccato e furioso», dice Giler. Hill racconta che il tono del memo era «che eravamo pazzi a non riconoscere il merito delle idee che aveva il regista.» Sebbene le pagine di Pickett vennero stracciate (e lui non ha mai commentato), i produttori furiosi lasciarono Londra e non tornarono più. «Licenziarono Zinneman», dice Hill, «e assunsero un altro scrittore alle nostre spalle: visto che a loro non interessava ciò che noi pensavamo o dicevamo, perché dovevamo rimanere lì?»

L’eco di tutto questo raggiunse il set di Londra. «Erano notizie esplosive», dice uno della troupe. «Teoricamente roba da fermare le riprese.»

Le riprese iniziarono, e le cose andarono peggio.

[…]

Il primo giorno di riprese Sigourney Weaver giaceva nuda su un tavolo, ricoperta solo da una maglietta. Indossava lenti a contatto per renderle gli occhi insanguinati, il che la rendeva praticamente cieca. Fincher chiamò il responsabile degli animali, che si presentò con una tazza piena… di pidocchi. «David disse: “Spruzzane un po’ sui suoi capelli”», ricorda la Weaver. «E i miei occhi erano aperti, e stavo parlando… quando mi ritrovai sulla faccia questi insetti. Mi andarono nelle orecchie e negli occhi ed io – che vado fiera d’aver lavorato con i gorilla e di essere in generale una che sa come stare sul set – sono andata fuori di testa. Sai cosa voglia dire stare nudi e ciechi ed avere un mare di insetti in faccia? È stato il peggior inizio con un regista che potessi mai immaginare.»

Quando uscì fuori che non erano pidocchi bensì larve di grilli le cose andarono un po’ meglio. Visto che lo studio non aveva ancora stabilito il budget e gli sceneggiatori non avevano ancora presentato un copione finale. La troupe iniziò a girare le scene parlate, lasciando le scene d’azione per dopo. Fincher riconquistò la Weaver qualche settimana dopo, quando girarono la scena nella quale lei doveva fare l’autopsia alla bambina morta, Newt, per assicurarsi che non ci fosse un alieno all’interno del corpo.

«Per me è stata la scena più emotivamente coinvolgente, perché stavo facendo qualcosa di mostruoso ad una persona che avevo amato più di qualsiasi altro al mondo, ed ero terrorizzata perché la scena era così importante per me», dice la Weaver. «Se David fosse rimasto insensibile, sarebbe stato un incubo, ma fu grande, incredibilmente dolce e di supporto. Quando giri esce fuori la persona che davvero sei, e lui non è solo brillante ma anche un bravo ragazzo.»

Anche il line producer Swerdlow, che aveva lavorato con Woody Allen, Mel Brooks e Mike Nichls, rimase impressionato da Fincher. «Molti registi ti dicono come vorrebbero che fosse il film alla fine, ma non come arrivarci», dice, aggiungendo che «David invece è un esperto fuoriclasse degli effetti visivi e sembra capire l’illuminazione in modo scientifico.»

Fincher era particolarmente felice di lavorare con Jordan Cronenweth, il direttore della fotografia di Blade Runner e uno dei suoi eroi assoluti. «Quando Cronenweth lavora, è come se giocasse a degli scacchi in 3D mentre il resto di noi giocasse agli scacchi cinesi», dice. «La gamma tonale è splendida: è come Ansel Adams. [Celebre fotografo americano. N.d.R.]» Ma Cronenweth lavorava lentamente (in parte per la barriera linguistica, stando a quanto dice Fincher) e la Fox cominciò a pressare il regista per mandarlo via. «Credo che loro pensassero che noi fossimo in combutta», dice Fincher. Alla fine, dopo un’altra telefonata transatlantica, controvoglia Fincher deve licenziare il suo idolo.

Con un nuovo direttore della fotografia, le cose andarono meglio. Addirittura si divertirono – la Weaver dice che ci furono così tante risate sul set che questo è il suo Alien preferito. Ma quando iniziarono a girare le grandi scene d’azione nel febbraio avanzato, le cose iniziarono a rallentare di nuovo. Il ritmo divenne brutale: le giornate lavorative iniziavano di solito alle 7 di mattina e proseguivano fino all’una di notte. Fincher supervisionava quattro unità e passava le sue notti e le sue domeniche a lavorare alle modifiche del copione. «Grazie a Dio è giovane», dice la Weaver.

Stavolta Swerdlow si è convinto che Zinneman aveva ragione riguardo la scaletta di lavorazione. «La Fox non era contenta di sentirlo», dice. Il cambiamento del ritmo di lavorazione faceva sì che girare a Londra diventasse sempre più costoso. Spesso, Swerdlow e Fincher stavano insieme al telefono a discutere con l’ufficio centrale.

Ma lo scontro più grande e più lungo riguardava il finale. Hill e Giler (che continuavano ad informarsi sul film a distanza, dopo che la Fox aveva ulteriormente alzato il budget) volevano un finale chiaro, buoni da una parte e cattivi dall’altra. La questione raggiunse l’apice agli inizi di febbraio durante la conferenza telefonica del “venditore di scarpe”. Hill e Giler lasciarono l’ufficio di Birnbaum con la Fox dalla loro parte – o almeno così pensavano. Il giorno dopo, però, Giler dice: «abbiamo avuto un gran bell’incontro, dove Roger in pratica ha detto “Voi siete scrittori sofisticati, ci avete presentato il vostro punto di vista con la forza delle idee e della logica, ma a conti fatti proseguiremo con l’idea di Fincher”.»

Birnbaum dice che non ricorda affatto la cosa in questi termini, «David e Walter volevano che le cose andassero in un verso, e aveva senso, ma quando Fincher presentò il suo punto di vista anche quello aveva senso. Perciò dissi: “Se entrambi i finali hanno senso, io sto con quello che dovrà dirigerlo”.» Questa fu l’ultima goccia per Hill e Giler, che poi tagliarono ogni contatto con la produzione.

Le riprese arrivano a maggio e quindi Fincher sfora la data prevista. Superato di dieci giorni il programma, arrivò Jon Landau e rilevò Swerdlow. «Non ero del tutto dispiaciuto della cosa, perché la posta era diventata terribilmente alta», dice Swerdlow. Mentre la Weaver dice: «Jon arrivò con il mandato di tagliare qua, distruggere là, ed era un tipo di interferenza che mandava fuori di testa un “ragazzo-prodigio” come David. Era una situazione che rovinava tutto ciò che avevamo costruito e non ce n’era davvero bisogno.»

Ora stavano girando delle scene chiave, le stesse scene che avrebbero ri-girato l’anno successivo. Il lavoro era terribilmente complicato. «Stiamo parlando di una creatura gestita da dieci tecnici, la cui testa è gestita da altri undici, e il fottuto effetto vapore ha bisogno di tipo altri venti tizi», dice Fincher, «e solo per far arrivare il vapore al livello giusto servono dieci minuti, ed abbiamo cinque o sei cineprese che girano, e provi la scena con una gru ancorata ad una fottuta piattaforma di venticinque piedi, e deve passare attraverso queste catene, e le catene devono stare al posto giusto. Questo tipo di coreografia richiede tempo.»

Fincher era meticoloso nell’ottenere gli effetti che aveva in mente. «Jon non poteva controllare David come regista», dice Swerdlow. «Poteva spingere la troupe, ma come girare la scena lo decideva solo David. Se qualcosa andava storto con la direzione artistica o gli effetti meccanici lui avrebbe aspettato, e questo è qualcosa su cui non potevi pressarlo. Semplicemente era impossibile.»

Dopo aver fatto l’osservatore per due settimane, con il film ancora incompleto Landau tirò lo sciacquone di Alien 3. I set vennero messi in magazzino e i tecnici mandati a casa.

La Weaver cercò di correre ai ripari chiamando direttamente Joe Roth, ma era troppo tardi. «Alla fine», dice lei, «si arrivò ad una resa dei conti fra la visione del regista e una diminuzione del freddo contante.»

Roth dice che non poteva essere sicuro che Fincher non stesse devastando il film riempiendolo di inutili effetti. «È davvero difficile da stabilire, in un film di fantascienza», dice. «Fincher aveva girato parecchio e sentii che era importante vedere il film fatto fino a quel punto e costruire ciò che serviva per completarlo.»

In fondo, aggiunge Birnbaum, il background di Fincher rappresentato da spot pubblicitari e lì i registi tendono a girare e rigirare molto. La Fox aveva già speso più di 40 milioni di dollari. «Gli artisti vogliono creare arte, ed io devo prendere ogni pezzo d’arte e metterci sopra una targhetta del prezzo», dice. «Non è la parte migliore del nostro lavoro, ma tant’è.»

Per la maggior parte della troupe e del cast la fine non arrivò mai troppo presto. «Fu un sospiro di sollievo per tutti», dice l’attore Charles Dutton.

Ironicamente, Fincher ha girato per 93 giorni: tre giorni in meno di quelli previsti originariamente da Zinneman.

Richardson: Cos’hai fatto, quando hanno “tirato la catena”?

Fincher: Seccato com’ero, e così esausto, ero contento di salire su un aereo. Ci era stato detto che avrebbero conservato i set finché Landau avesse avuto l’occasione di vedere il film, invece decisero che era più economico montare la pellicola e stabilire cosa servisse precisamente. Così lo assemblammo – e si trattava di tipo due ore e 17 minuti di materiale – e lo mostrammo. Fu un’esperienza catartica.

Richardson: Ho visto una tua lista di scene da rigirare lunga sette pagine.

Fincher: No, no, devi aver visto la mia “lista dei desideri”…

Richardson: Quindi ad oggi c’è ancora una disputa su come gestire il finale?

Fincher: Assolutamente sì. Nei miei momenti di maggior depressione, la gente per tirarmi su mi dice: “Sai, non sapevano come finire neanche Casablanca“. Spero che anche questo film sia Casablanca.

Qualche settimana dopo essere tornato a Los Angeles, Fincher mostrò il suo montaggio provvisorio a Hill e Giler, che rientrarono nel progetto in fase di post-produzione, e anche alla Fox. «Tutti poterono vedere che c’erano dei problemi oggettivi», dice Hill. Roth dice che le sue annotazioni erano tipiche di una visione in anteprima. «Troppo lungo, può essere montato meglio, c’è bisogno di maggiore atmosfera da horror classico.»

Per l’anno successivo Fincher lavorò nella sala di montaggio. Guadagnò 250 mila dollari da Alien 3, non molto più del minimo sindacale. La Fox alla fine decise di tenerlo a Los Angeles e di tagliare la sua “lista dei desideri”: da sei settimane ad otto giorni, per un costo aggiuntivo di 2,5 milioni per la casa. La Weaver ricorda la risposta di Fincher quando lo studio lo cominciò a pressare perché esaltasse la parte horror del film. «Lui rispose loro “Eravamo tutti qui, seduti, e abbiamo deciso di fare una porcellana cinese, una splendida e delicata porcellana cinese. Ora non potete dirmi che avremmo dovuto creare un boccale da birra”.»

Quando però il film si avvicinò al montaggio finale tutti iniziarono a sentirsi sollevati. La Weaver, la Fox ed anche Hill e Giler iniziarono ad apprezzare il prodotto. «Riesce a stare in piedi da solo come un brillante film di Alien, inusuale e molto provocatorio», dice la Weaver, che non è facile agli entusiasmi. E dal copione è chiaro che quanto Hill e Giler hanno scritto con il benestare della Fox è un film ambizioso, con una qualità così decisa da essere in odore di arte: brillante o fallimentare, non sarà di sicuro il solito film con un mostro. La Fox era anche abbastanza contenta di ulteriori sei giorni di riprese ed un altro paio di milioni per girare la nascita del piccolo alieno. «Non ci sono dubbi che abbiamo passato dei brutti momenti», dice London, «ma alla fine la visione di Fincher e il suo talento sono lì sullo schermo. David non la vede in questo modo, ma credo che tutte le battaglie che ci sono state l’hanno aiutato ad esser lì.»

Niente di tutto questo sembra rendere felice Fincher, comunque. Lui guarda alle cose che avrebbe potuto fare e a quelle che può ancora fare.

*

«Andiamo!» grida l’AD. «Vapore! Vapore!»

Un’invasiva nebbia arancione inonda il set, con tubi e catene che creano l’immagine di una specie di intestino gigantesco. Il pavimento è bagnato di un liquido plastico. È l’ultimo giorno delle ri-riprese – almeno è quanto dicono – e stanno girando la scena madre del film.

«Più veloci con il fumo», grida Fincher. È contento di questo girato e dice all’AD di mandare tutto al montaggio.

«Togliete di mezzo quel cazzo di coda!», grida al tizio degli effetti speciali, Alec Gillis. «Sembra un cazzo di appendiabiti.»

È di buon umore, oggi. Veste di nuovo l’uniforme di Spielberg: jeans e cappello da baseball. Quando la ripresa è finita, afferra Gillis. «Ti taglio un pollice, la prossima volta che succede.»

Gillis risponde: «Ah sì? Be’, allora dovrai tirarlo fuori dal mio culo.»

Fincher è impaziente. Più tardi prepara un’altra scena. Dall’altra parte del set ci sono tubi sul pavimento. L’alieno sta “scalando” il tubo mentre la cinepresa segue il suo riflesso su un enorme specchio alla fine, così che sembri che l’alieno stia scalando in verticale il tubo. «David voleva costruire un intero nuovo set», dice London. «Noi abbiamo detto di no, e lui… è diventato creativo.»

Tom Jacobson si affaccia a spiare dalla spalla di Fincher. Gli dice che è una grande ripresa. «È tutto fatto con gli specchi», dice Fincher seccamente.

Jacobson fa un’altra domanda, magari sta facendo conversazione. «Il pianeta», dice, «è fatto in studio?»

Fincher alza le spalle. «Non l’avevamo pensata così, ma non abbiamo trovato il pianeta giusto…»


L.

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[2017-05] Alien: Covenant su “Vanity Fair”

Quale rivista, in questo “maggio alieno”, non parla in qualche modo del mondo di Alien? Ecco dunque un servizio sulle due donne forti legate a questo ciclo, Katherine Waterston e Sigourney Weaver, sul numero 18 (10 maggio 2017) del settimanale “Vanity Fair Italia“.
Di seguito le pagine in questione e poi il testo completo.


Fuori i muscoli, ragazze

di Simona Siri

Una ha aperto la strada, l’altra riprende il testimone quasi quarant’anni dopo. Sigourney Weaver e Katherine Waterston interpretano i due volti (molto somiglianti) di Alien nel corso del tempo. Un tempo di conquiste per le donne. Ma la missione non si è ancora conclusa

Katherine Waterston

Lo aveva promesso cinque anni fa, quando uscì Prometheus: prima o poi, sarebbe tornato alle origini. Lo ha fatto, e l’11 maggio, 38 anni dopo il «prototipo», Ridley Scott presenta Alien: Covenant, trionfo di inseguimenti, budella, squartamenti. In mezzo a tanto sangue, la protagonista: Katherine Waterston.

37 anni, nata a Londra da genitori americani, .glia d’arte (il padre è Sam Waterston, il Jack McCoy di Law & Order), già vista in Vizio di forma e in Animali fantastici e dove trovarli, con caschetto corto e canottiera sudata assomiglia molto a Sigourney Weaver, il tenente Ripley del primo Alien.

La incontro a Los Angeles, dopo aver visto quindici minuti del film: «Ma davvero l’hanno proiettato dopo colazione? Povera lei! Io stessa non sono affatto sicura di essere pronta a vederlo tutto intero», mi saluta.

Pensato come sequel di Prometheus e come prequel del primo Alien, Covenant racconta la storia di una missione spaziale su un pianeta lontano dalla Terra, un potenziale nuovo paradiso. «La nave Covenant trasporta diverse coppie, che vengono addormentate con la promessa di svegliarsi in una nuova casa. Il mio personaggio, Daniels, fa parte del gruppo che ha organizzato la missione. È una donna molto brava nel suo lavoro, non cerca di avere più potere, ma le circostanze la porteranno a prendere il comando». Le circostanze sono l’entrata in scena del temibile Xenomorfo e la lotta che ne seguirà.

Si ricorda quando vide il primo Alien?

«Benissimo, perché avevo solo dieci anni ed ero molto impressionabile. Rimasi traumatizzata per mesi, tanto che aspettai altri dieci anni per rivederlo. Solo allora ho potuto apprezzare l’interpretazione di Sigourney Weaver: una vera forza della natura».

All’epoca Sigourney disse che non era preparata per una parte così, e di essersi scoperta forte man mano che le riprese andavano avanti. È successo anche a lei?

«Capisco quello che intende, perché ha a che fare con entrambi i nostri personaggi: Ripley e Daniels sono donne eroiche loro malgrado, trasformate in leader dagli eventi. Quanto a me, sono sempre stupita da ciò che i registi pensano sia in grado di fare. Per mia natura sono attratta dalle sfide, quindi mi butto, ma mi sembra strano che altri la pensino come me».

Come è stata scelta da Ridley Scott?

«Mi aveva vista in Vizio di forma e gli ero piaciuta. Il primo incontro è stato abbastanza assurdo: invece di essere io a cercare di impressionare lui, era lui a cercare di impressionare me».

Le ha dato qualche consiglio?

«No, ma prima di scritturarmi mi ha detto: “Mi piace lavorare con attori bravi che sappiano il fatto loro, perché sul set io ho altre mille cose cui pensare e non posso stare lì a tenervi la mano”. Così è stato: sul set è molto pragmatico, ma allo stesso tempo è un incredibile osservatore, attento a ogni minima sfumatura».

Fisicamente, si è dovuta allenare molto?

«Non troppo. Daniels è una scienziata, non è una sportiva, un fisico eccessivamente muscoloso non sarebbe stato appropriato. L’importante era avere l’energia necessaria per reggere tutte quelle ore sul set: Ridley ha 79 anni ma è molto più resistente di me. La mia principale preoccupazione era non trovarmi nella situazione di dover dire di no a lui».

Combattere gli alieni è un mestiere pericoloso?

«Può esserlo se non sei allenata. In effetti, la mia preparazione si è concentrata sull’evitare di farmi troppo male e proteggere le mie articolazioni».

Non ha usato una controfigura?

«Solo in alcune scene particolarmente pericolose, me l’ha imposta la produzione: se mi fossi fatta male, avrebbero dovuto sospendere le riprese. Ma mi sono divertita tantissimo, e sono orgogliosa dei lividi che mi sono fatta sul set».

La sua somiglianza con Sigourney Weaver è da tempo argomento di discussione.

«In realtà i capelli corti sono una necessità più che una scelta. Per Animali fantastici avevo fatto un taglio anni ’40 che non andava bene: l’unica soluzione a quel punto era tagliarli ancora più corti, visto che io detesto le parrucche. Certo il paragone per me è un onore, e capisco che la gente pensi a lei. Ma i due personaggi sono diversi, e la mia preoccupazione principale è stata raccontare la storia di Daniels».

Oltre a suo padre, anche i suoi fratelli e cognati fanno cinema. Quando ha deciso che sarebbe diventata attrice?

«A cinque anni lo avevo già deciso, ma l’ho tenuto segreto fino ai diciannove, perché sono testarda e volevo essere diversa dal resto della mia famiglia. Intendevo trovare un mio spazio, ed ero irritata dalla mia voglia di fare quello che facevano loro, così per molto tempo ho negato questo desiderio. Poi, un giorno, mi sono vista da vecchia, infelice perché non avevo seguito il mio vero obiettivo. Mi sono spaventata così tanto che il giorno dopo ho detto a mio padre che volevo fare l’attrice. Dirlo a lui ha reso reale il sogno».

Lui come ha reagito?

«Urlando di gioia. Forse lo sapeva, che quella era la mia strada».

Che cosa ha imparato crescendo circondata da attori?

«Che il successo è un mistero: ho tanti amici pieni di talento che nessuno ha mai sentito nominare. Ci vuole molta fortuna».

Nel suo curriculum non c’è neanche una piccola parte in Law & Order, dove suo padre ha fatto sedici stagioni.

«La verità è che ai provini ero un disastro totale: mi agitavo, sbagliavo, e nessuno mi prendeva. I provini sono una delle esperienze peggiori che possano capitare a un attore».

Da spettatrice, che film le piacciono?

«Un po’ di tutto, ma soprattutto film vecchi. Non amo le cose troppo di moda, quelle di cui tutti parlano».

Leggerà le recensioni?

«No. Quelle parole poi ti rimangono dentro, e a volte è difficile dimenticare ciò che scrivono di te».


Sigourney Weaver

Senza di lei non ci sarebbe stata l’Angelina Jolie di Tomb Raider, né la Jennifer Lawrence di Hunger Games. Protagonista nel 1979 del primo storico Alien, Sigourney Weaver rimane il modello di eroina al quale tutte le attrici si ispirano quando devono fare un film d’azione. Mentre sugli schermi arriva il prequel, Sigourney torna al cinema nel ruolo di una nonna, la madre di Felicity Jones in 7 minuti dopo la mezzanotte, che esce in Italia il 18 maggio. Tratto dall’omonimo libro di Patrick Ness, il film racconta la storia di Conor, un bambino figlio di una malata terminale di cancro (Felicity Jones, appunto), e del mostro che ogni sera va a fargli visita. Una favola per bambini ma anche per adulti, dove i temi trattati sono il dolore, la malattia, la perdita.

Con Alien lei ha aperto ad altre attrici la possibilità di diventare protagoniste di film d’azione.

«Non mi sono mai vista come una pioniera. Negli anni ’70 il movimento femminista era molto forte, le donne stavano scalando le posizioni di potere e io sentivo di far parte di quel movimento. Sfortunatamente il mondo poi si è un po’ fermato, e oggi siamo ancora qui a combattere per i diritti e per un’uguaglianza che allora sembrava conquistata».

È per questo che la sua Ripley è ancora così attuale?

«Sì. Siamo ancora in lotta. Prenda la questione degli stipendi: è assurdo che le donne guadagnino di meno. L’uguaglianza tra i sessi dovrebbe essere sancita dalla Costituzione».

È vero che sul set era così inesperta che Ridley Scott le diceva di non guardare dentro la cinepresa?

«Verissimo. E io gli rispondevo: ma se me la trovo sempre davanti alla faccia! Dove dovrei guardare?».

In 7 minuti dopo la mezzanotte invece è una nonna.

«E per giunta inglese, come mia madre. Ho cercato di fare l’accento britannico, ma senza imitarla. Mia madre era un’attrice di teatro, aveva studiato alla Royal Academy, parlava anche a casa con la voce impostata».

Che cosa l’ha spinta ad accettare questa piccola parte?

«Conoscevo il lavoro del regista, Juan Antonio Bayona, e volevo far parte del cast. Credo sia un film importante, fatto davvero con lo scopo di aiutare le famiglie ad affrontare la morte di una persona cara, il dolore, la malattia. L’importanza di una parte o il genere di un film non mi sono mai interessati. Invece, mi chiedo sempre: è un progetto di cui voglio far parte?».

Una cosa che colpisce del film è il racconto di come la malattia cambia non solo chi ne è colpito, ma anche chi gli sta vicino.

«È una scelta molto realistica perché la malattia è davvero così, può veramente spezzarti in due. Il mio personaggio è una donna che cerca fino all’ultimo di non far trapelare il dolore, di mantenersi forte, ma che poi deve cedere».

Nell’economia di una carriera, è più importante dire di sì al film giusto o di no a quello sbagliato?

«Credo sia ugualmente importante. Ho studiato letteratura a scuola, e credo che questo mi abbia dato un vantaggio enorme nella lettura delle sceneggiature. Non ho mai voluto fare la protagonista in un film brutto: nessun attore è così bravo da risultare interessante dentro una storia noiosa. Molto meglio far parte di un progetto che sarà ricordato».

Ha detto molti no?

«Moltissimi, e per ragioni diverse. È questione di chimica: se non la sento dall’inizio, preferisco rinunciare».

La sua prima apparizione al cinema è stata in Io e Annie. È vero che ricevette un compenso di cinquanta dollari?

«Non ricordo esattamente, ma era la paga minima dell’epoca secondo il sindacato attori. Ogni anno ricevo ancora 12 dollari per quel film. Grazie Woody!».

Ritornerebbe a interpretare Ripley in un nuovo Alien?

«Sì, mi piacerebbe chiudere il cerchio. Sapere che vaga nello spazio senza pace non mi fa stare per niente tranquilla».


Metallo freddo o sangue caldo?

di Simona Siri

Preparatevi al piccolo «festival» dedicato a Michael Fassbender che torna con due film: androide o arrogante discografico? A voi la scelta (aspettando James Bond)

Misterioso, di poche parole, carismatico. Ci aveva fatto un po’ patire la sua assenza ma ora Michael Fassbender è tornato, e le fan ringraziano. Non con uno, ma con ben due film, entrambi nei cinema il 10 maggio, come se fosse una specie di piccolo festival fassbenderiano. E siccome lui è camaleontico, i due ruoli – anzi: tre – non potrebbero essere più diversi. In Alien: Covenant di Ridley Scott riprende sia il ruolo che aveva già ricoperto in Prometheus, quello dell’androide David, e nello stesso tempo interpreta un nuovo robot, Walter. Siccome la storia si svolge dieci anni dopo quella del film precedente, Walter è come l’evoluzione ipertecnologica: più funzionale e obbediente ma molto meno umano (David in Prometheus non solo soffriva di gelosie e insicurezze, ma si faceva la messa in piega con i bigodini e aveva una stramba somiglianza con Bowie).

In Song to Song, diretto da Terrence Malick e ambientato durante il famoso South by Southwest Festival di Austin, in Texas, è il discografico Cook. Affascinante, arrogante, manipolatore, seduttivo oltre ogni limite, Fassbender è invischiato in un rapporto di odio e amore, di gelosia e rispetto con il musicista BV, interpretato da Ryan Gosling (e sì, c’è anche di mezzo una donna, Rooney Mara). Due ruoli opposti, quindi. Metallo freddo da una parte, sangue caldo dall’altra. In mezzo lui, bravo come sempre, capace dell’impossibile, per esempio rendere ironico un androide. E siccome questi sono gli ultimi due ruoli interpretati da Fassbender prima di prendersi una meritata pausa.

Che cosa gli riserverà il futuro non si sa: alcune voci dicono che potrebbe essere il nuovo James Bond, sostituto di Daniel Craig che però ha già fatto sapere di essere disponibile per un ultimo, definitivo capitolo della saga. A vederlo fare David con i bigodini e la manicure un sospetto era venuto: e se fosse giunta l’ora di un ruolo comico?


L.

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Ripley al Late Show di Colbert (2017)

Grazie a Cassidy de La Bara Volante, sono venuto a conoscenza del fatto che Sigourney Weaver è tornata a vestire i panni di Ripley per uno sketch sul “Late Show” di Stephen Colbert, come raccontato da MoviePlayer.it.

Il video è stato caricato sul Canale dello show il 22 aprile scorso: facile che la puntata si riferisca al giorno prima.

L.

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[1998-03] Alien 4 su “Sorrisi e Canzoni”

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Per Natale mi sono regalato da eBay questo numero 10 del settimanale “Sorrisi e Canzoni TV“, con i programmi dall’8 al 14 marzo 1998.

All’interno è presente un servizio di tre pagine dedicato ad Alien. La clonazione (1997) e di due dedicate a Sigourney Weaver, con la firma di Rosa Baldocci: riporto il testo più sotto.
Come sempre, cliccate per ingrandire le immagini.

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Il cineracconto

Auriga – Navetta Ricerche Mediche – Esercito dei Sistemi Uniti. Nelle viscere dell’astronave, una forma umana prende vita sotto lo sguardo avido di un’équipe di medici. Il tenente Ripley torna alla vita a 200 anni dalla sua morte. È stata clonata da una goccia di sangue e porta tatuato sul braccio il numero otto: per sette volte gli scienziati hanno tentato l’esperimento fallendo. Nelle sue viscere si annida il feto di una regina madre aliena. Sarà estratta e allevata perché si riproduca. Ripley è mutata: il suo sangue è intriso del sangue del mostro, che corrode il metallo, la sua forza è smisurata, il suo sguardo ha in sé la fissità del rettile. A questo pulito la domanda è: da che parte si schiererà quando si troverà al fatale incontro con Alien? Rinnegherà il suo passato e ubbidirà al richiamo della nuova razza che contamina il suo essere? Il momento dello scontro è anche troppo vicino. Una banda di contrabbandieri dello spazio ha | trasportato su Auriga dodici corpi congelali. Nelle loro viscere vengono impiantati altrettanti Alien. Ma chi crede di poterli sottomettere ha fatto molto male i suoi conti. Ben presto si liberano uccidendo medici ed equipaggio. A Ripley e alla banda di contrabbandieri non rimane che ripiegare verso la loro navetta e abbandonare l’astronave destinata alla distruzione. Durante il percorso si susseguono le sorprese: i mostri sono abili nuotatori subacquei; la giovane contrabbandiera Call è un’androide votata alla missione di sterminare Alien; la regina madre, uscita dal ventre di Ripley, ne ha ereditato la capacità di partorire come un essere umano. La navetta salpa verso la Terra, l’astronave esplode, ma per Ripley non è ancora scoccala l’ora dell’ultimo scontro e dell’ultima rivelazione. Solo in questo momento dovrà definitivamente decidere da che parte stare.


Esce il quarto capitolo della saga di Alien

Il mostro nelle viscere

di Rosa Baldocci

La credevamo morta. Invece e risorta, clonata da un equipe di scienziati. Ma la Ripley di un tempo non è più la stessa: porta in sé le tracce dell’alieno. Tra sonno e veglia, parti sanguinosi e androidi, ecco costanti e varianti di un incubo oscuro lungo quattro film

Una donna e un mostro. Si cercano, si affrontano, si compenetrano fino alla morte. Oltre la morte. Da diciannove anni e quattro film. Ma senza fretta. Con la cadenza di un incubo che ci perseguita, il più infido dei mostri alieni ritorna. Facendo i conti: ogni sei-sette anni circa. Del ’79 è il primo claustrofobico «Alien» di Ridley Scott, dell’86 il raffinato «action-movie» di James Cameron «Aliens, scontro finale», del ’92 la cupa fantasia millenaristica di David Fincher «Alien 3», fino ad oggi con «Alien – La clonazione» del belga Jean-Pierre Jeunet, 135 miliardi di lire di budget, di cui circa 20 finiti direttamente nelle tasche dell’attrice protagonista Sigourney Weaver. La quale, si dice, non voleva saperne più dell’eroina del film. Ma avendo acquisito, già dal secondo episodio, il diritto di scelta sul regista e ampia libertà per il personaggio, alla fine ha acconsentito. In fondo Ripley le è rimasta attaccata sotto la pelle. È invecchiata con lei. Potremmo quasi dire che attraverso questi quattro film, così diversi per stile e regia, Ripley è l’elemento più stabile pur nella sua totale e continua metamorfosi. Ripley è sempre sola. Non è mai omogenea al gruppo. Ora nel quarto episodio, clonata e con le tracce nel sangue dell’alieno che portava in grembo alla fine del terzo film, è addirittura un ibrido, una nuova specie, silente e forse indistruttibile. Qui la solitudine si radicalizza definitivamente, fino a diventare una sottile minaccia: «Riesco a percepirlo, credimi. È dentro i miei occhi. Lo sento muovere», dice parlando del mostro. Ripley attrae e suscita inquietudine. Come il mostro con cui ormai ha una stretta parentela.

Come sei cambiato!

Alien che cresce dentro i corpi (metafora del cancro e dell’Aids) e li squarcia, Alien che uccide con quella doppia bocca metallica grondante umori vischiosi. Forse è proprio lui, il mostro, quello che è più cambiato in questi diciannove anni. Perché fa meno paura. Abita sempre i piani bassi dell’astronave e costringe Ripley a una discesa nelle viscere dell’inferno, ma è ormai uscito dal buio quasi totale in cui lo avevano imprigionato i registi dei primi film: Scott e in parte anche Cameron. Ridley Scott giocava la paura usando la tecnica del «fuori campo», sull’assenza del mostro, lo faceva vedere a pezzi, solo alla fine del film integralmente. Ora Alien lo vediamo nuotare, saltare in tutta la sua lunghezza e infine dare alla luce un’altra mostruosa creatura. Troppo vero, troppo definito nelle sue proporzioni per lasciare posto alla nostra fantasia terrorizzante.

Il nuovo incubo

Ogni film precedente scandiva poi il racconto su un tormentone narrativo di apertura e di chiusura: il sonno e la veglia. Ripley e l’equipaggio si svegliavano all’inizio del film da sonni interplanetari. Per tutto il tempo della veglia affrontavano il mostro. Si riaddormentavano poi alla fine per qualche altro centinaio di anni. Il tempo era senza confini, il riposo era un sonno senza sogni simile alla morte e la vita un breve incubo nero. Nell’ultima puntata Ripley si sveglia sì all’inizio del film, ma dalla morte. E alla fine è ben sveglia mentre guarda avvicinarsi la Terra. Qualcosa si è rotto nel ciclo sonno/veglia dei precedenti film. Clonata, Ripley non conosce più il tempo della morte. Ed è questo il nuovo incubo, più forte di qualsiasi devastante Alien: l’immortalità come dannazione.


Sigourney Weaver,
l’attrice considerata troppo alta per diventare una star

Ripley sotto la pelle

di Rosa Baldocci

«Alien» l’ha resa famosa, ma la sua carriera vanta film come «Gorilla nella nebbia» e «Tempesta di ghiaccio». Cerebrale e sofisticata, ha sempre saputo scegliere

Bella lo è di certo. Anzi bellissima. Sarà la sua altezza (1,82), sarà quella mascella quadrata e lo zigomo alto, o forse la sua aria sofisticata. Comunque sia, Sigourney piace molto. Da quando impersonò il tenente Ripley in «Alien» nel ’79. La parte era stata pensata per un uomo ma poi Ridley Scott scelse lei. La ragazza bazzicava, all’epoca, il teatro e aveva frequentato l’Università di Yale. «Ero molto snob», dice. «E se non avessi incontrato Scott avrei continuato a cercare qualche particina nei film di Woody Allen». Con lui aveva infatti esordito nel ’77 in «Io e Annie». D’altronde Sigourney «nasceva bene». Figlia di Sylvester Weaver, presidente della rete televisiva NBC, e dell’inglese Liz, attrice di professione, la ragazza respirava in casa un’aria di grande privilegio. In più, sin dall’età di 14 anni dava già segni di precoce determinazione. Aveva buttato dalla finestra il suo vero nome (Alessandra) e se ne era scelto un nuovo, prendendolo da uno dei personaggi del «Grande Gatsby» di Scott Fitzgerald. Sigourney, appunto, gli inizi comunque non furono facilissimi. «Troppo alta, troppo sofisticata, troppo tutta», si sentiva dire dai produttori. Quasi fosse una colpa a Hollywwod essere di buona famiglia e laureata a Yale. In realtà, ciò le conferiva il piglio perentorio di chi è abituata a comandare da generazioni: ciò che ha fatto la sua fortuna come tenente Ripley. Poi sono venuti film come «Ghostbusters» (’84), «Gorilla nella nebbia» (’88), «Una donna in carriera» (’88), il bellissimo «La morte e la fanciulla» di Polanski (’94) e l’ultimo «Tempesta di ghiaccio» di Ang Lee. Ma nessun personaggio le appartiene e la possiede come Ripley.

L’amazzone guerriera

In «Alien» di Ridley Scott, Ripley, ufficiale in terza su «Nostromo», esordisce con: «Perché non vai a farti fottere?», rivolgendosi a due maschi dell’equipaggio. Si distacca dal gruppo per la sua decisionalità e intelligenza. Unica superstite, affronta il mostro con il lanciafiamme in una mano e la gabbia del gatto Jones nell’altra. Prima in tuta, poi in canotta e mutandine. È la prima donna amazzone guerriera ad alto potenziale sexy. Famosa la frase finale: «L’ho fregato quel figlio di puttana».

Il soldato e la bambina

In «Aliens – Scontro finale» di Cameron, Ripley è degradata a operaia. Sarà reintegrata al suo grado se accetterà di tornare sul pianeta LV-426 contro Alien. Ripley accetta. Qui incontra la piccola Newt, unica sopravvissuta. Lotta per salvarla scendendo nel nido della regina madre aliena. Indossa tute, canotte, e anche una protesi robotica per lottare contro Alien. Ora lo sfida dicendo: «Fatti sotto». È la donna forte con una grande nostalgia per la maternità.

Madre del mostro

In «Alien 3» di Fincher, Ripley è rapata, sofferente e porta in sé il feto di una regina aliena. È sbarcata su Fury 161, carcere per assassini, uniti in una setta che ha fatto voto di celibato. Unica donna in un inferno di maschi. Fa l’amore per la prima e unica volta con il medico. Lotta contro il mostro ma non ha più la forza e l’innocenza dei due precedenti film. Si uccide buttandosi in un vasca di piombo fuso insieme al feto mostruoso. È la donna-madre sacerdotale pronta al sacrificio per salvare il mondo.

«Ora l’alieno sono io»

Clonata, ritorna in vita ma ha in sé le tracce di Alien: il suo sangue corrode i metalli, le sue ferite si rimarginano, la sua forza è smisurata. Il volto è diafano, il corpo lungo e affilato ha perso qualsiasi potenziale sexy. Anche la tuta di cuoio con rinforzi sulle spalle la rende diversa. Parla poco, ma quando prende la parola le sue battute sono di humour nero. «So che l’hai già incontrato. Come te la sei cavata?», le dice uno dell’equipaggio. «Sono morta», risponde Ripley. Fugge il mostro ma al contempo si lascia andare a qualche effusione. Ripley ormai è la donna di un’altra razza.


L.

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