[2018-09] Shane Black intervistato da “Yahoo! Movies”

Traduco l’intervista a Shane Black apparsa l’11 settembre 2018 su Yahoo! Movies.


Arnold Schwarzenegger ha rinunciato all’opportunità di apparire in The Predator perché il ruolo che gli era stato offerto era troppo piccolo, dice Shane Black.
Nel 2016 Schwarzenegger aveva detto a thearnoldfans.com che si stava per incontrare con Black “per pranzo”, per discutere l’ultimo sequel del suo film del 1987, ed ora rivela perché i colloqui si sono arenati.

«C’erano un paio di idee di includere [Arnie in The Predator], principalmente nel terzo atto», racconta Black a Yahoo! Movies UK. «Però lo studio voleva qualcosa di fresco, credo, che non vertesse solo sul ritorno di Arnold, però erano aperti all’idea di averlo a bordo, in un ruolo minore.»

«Io ero d’accordo ma presentava un problema, perché quando chiami Schwarzenegger non vorresti mai dirgli “Ehi, abbiamo un minuscolo ruolo per te: accetti?” Mi sentivo imbarazzato a chiederglielo.»

«Lui disse: “Be’, se avessi un ruolo maggiore direi di sì, ma a quanto ho capito stai creando questa cosa e vuoi utilizzarmi per benedirla”. E io: “Ehm… sì”. Quindi non sono stato sorpreso quando mi ha risposto: “Guarda, ti auguro buona fortuna ma è un ruolo troppo piccolo per me”.»

La reticenza della Fox a far tornare Schwarzenegger nel ruolo del maggiore Alan “Dutch” Schaefer in un ruolo importante di un film ad alto budget è comprensibile. Malgrado rimanga una figura ampiamente popolare, Schwarzenegger sembra aver perso il favore del box office da quando è tornato dalla politica. Il suo film maggiore del dopo-governatorato è Terminator Genysis, che malgrado abbia incassato 340 milioni non è andato bene tanto da farne un sequel: il prossimo Terminator 6 ignorerà gli eventi di Genisys.

Abbiamo parlato con Black (in un’intervista condotta prima della recente notizia sull’attore schedato per crimini sessuali data dal “Los Angeles Times”) su come The Predator sia cambiato durante il costoso ri-girato, su come abbia affrontato un franchise trentennale e sulla malattia mentale ritratta nel film.

Come stai?

Bene. Sono in attesa.

Sarai al settimo cielo ora che The Predator è finito e pronto ad uscire.

Ehm sì, vorrei proprio lasciarmi alle spalle questa cosa: è stato davvero un lungo viaggio. Se va bene, splendido, ma mio Dio: è stata lunga.

Quando sei salito a bordo del progetto c’era un disegno già pronto? O ti è stata data libera scelta sulla direzione da prendere?

Non so se siamo stati liberi di fare quel che volessimo, ma di sicuro siamo stati liberi di seguire un soggetto preesistente.

Hanno detto. “Vogliamo dare uno stile al film, vogliamo che tu e Fred Dekker – il mio co-sceneggiatore – generiate un mix di elementi con il Predator che sia fresco ma che ricordi anche l’energia e il divertimento del primo film. Cosa pensate di fare per rinvigorire il franchise?

All’epoca ci hanno detto che volevano riavviare il franchise di Alien con Ridley [Scott] e noi vorremmo che anche il Predator andasse bene. Non volevamo andare sull’esistenziale come Alien sembra fare: la mia idea è che potevamo buttarla sullo spaventoso e sul divertimento.

La premessa originale del film è molto azzeccata, puoi dirci come avete fatto a gestirla, tu e Fred?

Be’, c’erano un paio di ostacoli davanti a noi. Lasciamo stare i fan del primo film per cui qualsiasi altro prodotto è inferiore: non li si può convincere. C’erano però un altro paio di cose, come per esempio il Predator stesso: il grande costume iconico e l’aspetto con i dreadlocks, le cose che non vuoi cambiare troppo perché funzionano. Se non è rotto, non aggiustarlo. Sono diventati elementi così familiari che dopo trent’anni vedi ancora il Predator camminare per le strade ad Halloween o ai comic-con, mentre i negozi vendono maschere, magliette e tutto il resto.

Se dunque il primo film poteva mettere paura rivelando man mano la creatura, oggi non puoi più mettere paura mostrando la faccia del Predatore: è troppo familiare. Quello che puoi fare è ricordare alla gente perché invece dovrebbero averne paura. In altre parole, devi riportare il Predator al suo livello letale e misterioso, così che cominci a dire “Ehi, non è solo una maglietta! Ecco perché ci ha messo paura, quella faccia, perché è mostruoso, veloce, letale, agile e mortale”. Così puoi tornare a parlare seriamente, risvegliando il motivo per cui si è amato il personaggio. Questo era il piano iniziale.

C’era una frase di lancio che girava all’inizio, fra di noi, che ho trovato molto utile: “Stavolta si cacciano l’un l’altro”. Ed ho pensato “Ok, non so dove questo ci porterà, ma c’è del buono”. C’era un Predator in missione per farne fuori un altro, e da lì siamo partiti seguendo l’idea che dopo trent’anni di visite sotto i radar, questa volta l’umanità saprà della loro presenza.

Ce ne sono abbastanza, di Predator, e arrivano con abbastanza frequenza che l’umanità ha organizzato un punto d’osservazione per sapere della prossima incursione, ed è quella che vogliamo raccontare: la prossima incursione.

Volevamo poi raccontare la storia dal punto di vista umano, così si è trasformato in un film da “controllate il cielo”, dove accade qualcosa di misterioso e dobbiamo scoprire cosa sia: e non è molto diverso dal punto di vista dei Predator.

Ad un certo punto andremo nel mondo dei Predator e scopriremo tutto di loro, ma stavolta sentivo che dovevamo rimanere ancora con gli umani.

Sembra che il terzo atto del film sia stato il più problematico, e quello che ha subìto più cambiamenti. Dico bene?

Sì.

Qual è il motivo di tutti questi cambiamenti? E quanto è stato cambiato?

Be’, la struttura rimane praticamente la stessa. C’era un personaggio, interpretato da Edward James Olmos, che proponeva di lavorare con i Predator, e l’idea era di fargli reclutare la prima creatura che vediamo nel film. Poi però abbiamo pensato che c’era un cattivo di troppo e con dispiacere abbiamo rimosso quel personaggio dal film, lasciando solo Sterling K. Brown.

Anche la scena finale dell’astronave era completamente differente. In pratica era lo stesso set, la stessa sequenza di azioni ma era tutto ambientato alla luce del giorno, con i soldati che attaccano la nave per liberare il bambino, correndo via inseguiti da un Predator alla luce del sole. Era… Abbiamo cominciato ad inserire gli effetti speciali e sembrava una poverata [kind of cheap]. Sembrava… Non sembrava proprio un grande film costoso, con quel Predator che correva alla luce del sole.

Potevano chiudere il film all’epoca, ma proprio non pensavo avrebbe funzionato. Per fortuna, devo darne merito alla 20th Century Fox, ci hanno permesso di tornare a rigirare l’intera scena di notte, e stavolta andava bene.

Andammo lì, ricostruimmo il set in un altro posto, rimettemmo insieme la nave e rigirammo di notte la scena del salvataggio del bambino.

Con tutti questi cambiamenti, riesci ancora a guardarlo e dire “Questo è il film che volevo fare”?

Sì. Per me, è tutta questione di tenere insieme le parti migliori. Avremmo dovuto fare comunque dei tagli, per migliorarlo e renderlo più accessibile. L’unica cosa che si è persa e che io all’inizio volevo è Edward Jones Olmos che guidava il gioco. Non è colpa sua, è un ottimo attore, ma non andava nella storia.

Quello che mi ha sorpreso è lo spazio dedicato alla malattia mentale: a cosa si deve questa scelta?

Quello che abbiamo provato a fare è creare un gruppo che fosse l’esatto opposto di quello protagonista del primo Predator, nel 1987. Lì erano tutti gagliardi e tosti, pieni di muscoli e di armi ridicolmente grandi, mentre io volevo presentare il peggio del peggio, un gruppo di soldati che sono bravi in ciò che fanno ma che sono stati emarginati. L’idea era di mandare dei disadattati contro il Predator. E per estensione anche il ragazzino è un disadattato, bullizzato a scuola e incapace di relazionarsi nella società, così come la scienziata si trova più a suo agio con gli animali che con gli esseri umani.

Il futuro della specie non risiede in un perfetto super soldato ma in un ragazzino bullizzato: questa era l’idea. Gli emarginati spesso hanno molto d dare, hanno solo bisogno di diventare consapevoli di ciò che hanno dentro, di sfruttare tutte le loro capacità.

Al Predator è stato dato lo stesso tipo di evoluzione, anche se non in un modo buono.

Avendo la Asperger, Rory è un soggetto molto sensibile da inserire in un film del genere, perché è così importante ai fini della storia?

Perché credo serva per mostrare che chi appare come disabile in realtà è un membro valido della società. C’è chi considera la schizofrenia semplicemente un’altra forma di esistenza, anzi: c’è una teoria secondo cui gli schizofrenici vedono cose che la gente normale non può vedere.

Personalmente soffro della sindrome di Tourette: a volte abbaio e cinguetto e quindi devo giocare con questa cosa. Non è che appaia sempre, ma spesso quando sono con una ragazza o cose del genere, quindi devo utilizzare un po’ di umorismo.

Cosa ti aspetta, ora? Stai ancora lavorando a Doc Savage?

Non credo che Doc Savage andrà in porto, Volevo ambientarlo negli anni Trenta e questa cosa non sembra andare avanti bene. Vedremo cosa accadrà. Non so ancora cosa farò se non che mi prenderò una lunga vacanza.


L.

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[2018-09] The Predator su “Best Movie”

Riporto il breve contributo della rivista “Best Movie” (settembre 2018) all’imminente uscita del film The Predator (2018), che sottolinea la totale nullità delle informazioni che si hanno sul film.

Lo zero tondo che esce fuori da tutti i testi pubblicati in questi giorni dipende dalla nota segretezza di cui la Fox ammanta le proprie produzioni? O forse l’avere un cast totalmente anonimo, a parte Thomas Jane, fregarsene dei quattro film con i Predator che sono stati girati dopo l’originale del 1987 e avere un regista e sceneggiatore che non sembra sapere nulla del proprio film… alla fine ha ridotto a zero gli argomenti di cui trattare? Chissà…


I maestri dell’action

di Gabriele Ferrari

da “Best Movie” (settembre 2018)

Uno dei due è nato nella New York bene, figlio di genitori ebrei, studente modello in tutte le scuole che ha frequentato (anche se ci tiene a definirsi «anti-film school»), attore di discreto livello all’inizio della sua carriera, regista del suo primo film a soli 24 anni.

L’altro è nato in Pennsylvania, durante le lezioni preferiva disegnare fumetti, a inizio carriera ha dovuto chiedere aiuto ai genitori e, prima di poter creare qualcosa di suo, ha riscritto e sistemato sceneggiature scritte da altri. Il suo primo film da regista è arrivato quando aveva 44 anni.

A una prima occhiata, Peter Berg e Shane Black non potrebbero sembrare più diversi: misurato ed elegante il primo, anarchico e sempre divertito il secondo, due approcci apparentemente opposti al racconto cinematografico. Eppure i due, che tra settembre e novembre arrivano in sala con il loro nuovo film (Mile 22 per Berg, in uscita a novembre, The Predator per Black, in sala il 27 settembre), qualcosa in comune ce l’hanno eccome: sono, ciascuno a modo proprio, due tra i migliori registi action in circolazione, eredi di un modo di approcciare il cinema e l’azione che affonda le sue radici nei mai troppo celebrati anni Ottanta, quelli di John McTieman, John Milius e Tony Scott; un modo di fare cinema ipercinetico ed esplosivo, che mette i corpi dei protagonisti al centro del discorso e che tratta anche i dialoghi come un’estensione del racconto visivo. Berg lo fa con rigore e attenzione al realismo, Black preferisce puntare su vignette e caricature, ma in entrambi è evidente l’impronta di quel cinema, quando ancora l’action era una questione di stunt e fisicità estrema e non di coreografie e sequenze in CGI.

[…]

Shane Black, dal canto suo, pur avendo uno stile più eclettico di quello di Berg non ha mai smesso di essere fedele alle sue passioni: l’action, l’horror, senza dimenticare la commedia e quei dialoghi che sono diventati un suo marchio di fabbrica. Non a caso il suo primo lavoro in carriera (se escludiamo un cameo in Dimensione terrore del suo amico e collaboratore storico Fred Dekker) è la sceneggiatura di un thriller, Arma letale, il buddy cop definitivo per il modo in cui riesce a far convivere in armonia l’azione di Die Hard con una sceneggiatura infarcita di battute. Il successo del film apre la strada di Hollywood a Black, che prima si fa notare sul set di Predator di John McTiernan contribuendo (non accreditato) alla riscrittura della sceneggiatura [ma chi l’ha detto? Nota etrusca], poi scrive alcuni degli action migliori del decennio (L’ultimo boy scout, Last Action Hero). Nel 2005, finalmente, il debutto alla regia, con un film che paradossalmente è l’opera più lontana dall’action classico tra quelle firmate da Shane Black; parliamo di Kiss Kiss Bang Bang, con un redivivo Robert Downey jr. (appena uscito dal tunnel dell’alcolismo) che interpreta un ladruncolo che finisce sul set di un thriller e viene scritturato per interpretare uno dei due protagonisti.

Snobbato dal pubblico ma adorato dalla critica, il film diventa, nelle parole dello stesso Black, «il mio biglietto da visita a Hollywood»: otto anni dopo la sua uscita (Shane è uno che si prende da sempre il suo tempo) gli viene offerto Iron Man 3, che pur essendo un film Marvel, e dunque inquadratissimo all’intemo del sistema produttivo della Casa delle Idee, porta inconfondibile il marchio del suo regista. Dopo l’esperienza blockbuster, Black aspetta ancora qualche anno prima di tornare in azione, prima con lo sfortunato pilot di una serie TV mai confermata (Edge), poi con il meraviglioso The Nice Guys, dove Ryan Gosling e Russell Crowe rimettono in scena, aggiornandole, le dinamiche dei buddy cop. Questo mese è tempo di un altro grande ritorno: quello di The Predator, che Shane Black considera a buon diritto una sua creatura e che, a trent’anni dal suo debutto al cinema, è ancora uno dei mostri cinematografici più amati e iconici (forse perché è uno dei pochissimi con delle motivazioni complesse, che vanno oltre il classico “vi ammazzo tutti”).

Non è facile, all’apparenza, trovare punti in comune tra The Predator e Mile 22. Eppure ci sono, perché al timone dei due film ci sono due registi che rappresentano, ciascuno a modo proprio, il meglio dell’action hollywoodiana. Il professore di storia e il ribelle, il verista e l’astrattista, il cantastorie della guerra e il giullare che ama le battute: in breve Peter Berg e Shane Black, due nomi che chiunque abbia Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger nel cuore dovrebbe tatuarsi sul bicipite.


Il mio Predator?
È “Incontri ravvicinati del terzo tipo”
in versione horror

di Gabriele Ferrari

Quattro chiacchiere con il regista del nuovo film dedicato all’alieno cacciatore,
che ci spiega come ha rinnovato il mito dello Yautja a 31 anni dall’uscita
del cult con Schwarzenegger. E che cosa ci fa un bambino in un film Rated-R…

Buongiorno Shane, come va la vita?

«Bene! È mattino, sono riposato e non vedo l’ora di vedere The Predator».

Posso assicurarti che anche il pubblico non vede l’ora di vederlo. Te lo dice un tuo fan sfegatato! So che non è molto professionale dirlo ma…

«Non preoccuparti, mi fa solo piacere, è sempre bello sentirselo dire anche dopo tutto questo tempo. Perché a volte mi sembra di avere appena cominciato questo lavoro, ma in realtà è da 31 anni che sono nell’ambiente… non è mica poco!».

Quando hai deciso che saresti tornato a Predator? C’è stato un momento preciso o è stato un processo lungo?

«La seconda, assolutamente. Qualche anno fa mi hanno proposto di dirigere un film su Predator e la mia prima reazione è stata “mah…”. La produzione però ha insistito, mi ha chiesto di pensarci su, e devo dire che più ci pensavo più mi sono reso conto che sarebbe stata una vacanza».

Una vacanza?

«Pensavo che avrei fatto qualcosa di piccolo, una cosa tra amici – e infatti ho contattato subito Fred Dekker, con il quale ho fatto il college e ho scritto Scuola di mostri, e gli ho detto “sai che non è una cattiva idea?”. E Fred mi ha risposto “hai ragione, sarà come viaggiare indietro nel tempo”. Non arrivo a dire che stavo attraversando una crisi di mezza età, ma l’idea di tornare giovane mi ha attirato. Mi sono ricordato quando da piccolo facevo la coda al cinema la domenica per vedere I predatori dell’arca perduta – prima dello streaming, prima di Netflix – e mi sono detto, perché non provare a fare un bel filmone estivo, divertente ed entusiasmante? Il processo si è rivelato più complesso del previsto, ma il risultato finale mi soddisfa appieno: siamo riusciti a fare un film divertente e pieno di gente di talento».

Come li hai scelti? Il cast è un mix di facce nuove e vecchie conoscenze.

«Siamo partiti dai personaggi: non i soliti soldati superprofessionali con i muscoli scintillanti, ma un gruppo di reietti, di antieroi, di guerrieri che non sono riusciti a dimostrare di valere qualcosa e che quindi sono stati marginalizzati. Quest’idea ha cambiato molto la direzione del casting: avevamo bisogno di trovare gente brava ma non troppo sicura di sé, che fosse in grado di dimostrare vulnerabilità. Per alcuni non abbiamo avuto dubbi: Keegan-Michael Key, per esempio, era un nome che saltava sempre fuori in ogni discussione. Thomas Jane è un mio amico e credo che sia uno dei migliori attori di tutti i tempi, sapevo che sarebbe stato perfetto. Trevante Rhodes e Sterling K. Brown li ho scoperti rispettivamente in Moonlight e This is Us, e me ne sono innamorato. Il resto del cast è un mix di quasi esordienti come Augusto Aguilar, di attori eclettici come Alfie Allen… e poi c’è Olivia Munn, che è uno dei primi nomi che ho voluto. Alla fine ci mancava solo il ruolo del leader, e lì le voci si sono rincorse: qualcuno mi ha detto che avrebbe voluto avere The Rock, ma per quanto io adori Dwayne il suo non era il profilo adatto; si è parlato di Benicio del Toro, ma anche quello non è andato in porto, per una serie di ragioni che… no, OK, è stato un problema di soldi. Poi dal nulla è saltato fuori questo giovanotto (Boyd Holbrook, ndr) che aveva appena fatto un piccolo film di nome Logan, a fianco di Hugh Jackman… ci siamo visti e lui ha accettato con entusiasmo».

Ti stai dimenticando un nome: nel cast avete anche un bambino (Jacob Tremblay, ndr)! Talentuoso, ma pur sempre un bambino: come hai fatto a infilarlo in un film rated-R come The Predator?

«Idea mia. Nel momento in cui siamo usciti dai confini del gruppo di soldati ho scelto di avere tra i protagonisti anche un bambino, un ragazzino normale ma che viene trattato come un reietto perché ha una forma di autismo. Ho letto che c’è chi sostiene che l’autismo non sia una malattia ma un passo successivo sulla scala evolutiva, e quest’idea mi ha molto affascinato. Perché proprio Jacob? Perché ne parlavano tutti, quindi mi sono detto “OK, scopriamo chi è” e ho visto Room. Non credo di aver visto una performance così incredibile da parte di un bambino dai tempi di Kramer contro Kramer. Jacob è un fenomeno! So benissimo che alcuni fan protesteranno, che si chiederanno cosa ci faccia un bambino in Predator, ma il punto è che c’è un limite alla quantità di testosterone che puoi infilare in questa storia prima che diventi una copia carbone del primo film. E poi ci sono i miei gusti: mi piacciono le storie che usano la sci-fi in maniera poetica, mi viene da dire infantile; e anche i soldati protagonisti sono, a modo loro, dei bambini. Ecco perché credo che Jacob non solo sia perfetto per il film, ma finirà per diventare uno dei preferiti dal pubblico».

Non abbiamo ancora parlato del personaggio che dà il titolo al film. Negli ultimi 30 anni siamo stati sommersi di informazioni su Predator: quanto ti sei attenuto alla versione originale?

«Credo che il mostro di The Predator sia diverso da com’era nel 1987: il film non è più ambientato nella giungla, è più che altro un film di invasione – anzi, meglio usare il termine “incursione” – aliena, che per me lo avvicina a un’opera come Incontri ravvicinati del terzo tipo. E poi ci sono le solite domande sui Predator: sono cattivi al 100%? Hanno un senso dell’onore? Quello che abbiamo provato a fare è proseguire sulla scia dei film precedenti, senza stravolgere la premessa ma portando avanti un discorso. II Predator in questo film ha un’agenda che è diversa da quella che aveva nell’originale, non è sulla Terra solo per andare a caccia di umani, ha qualcos’altro da fare. Certo, questo non significa che verrà sulla Terra in gita…».

Uno dei motivi per cui Predator è considerato ancora oggi un classico sono i suoi effetti speciali: con pochi mezzi e molta creatività siete riusciti a ottenere un risultato incredibile. Come hai approcciato la questione oggi, nel 2018, con la CGI onnipresente e in grado di fare tutto?

«Il miglior esempio di coesistenza tra effetti speciali pratici e CGI è ancora oggi Jurassic Park: nella stessa scena può capitarti di vedere una testa di dinosauro fatta a mano, e poi lo stesso animale, in CGI, nello specchietto della macchina. Ecco, abbiamo usato lo stesso approccio: effetti pratici tutte le volte che si può, e quando è impossibile affidarsi alla CGI. Che ormai è talmente evoluta (hai visto i vari Pianeta delle scimmie?) da risultare indistinguibile da un effetto pratico, se usata bene».

Predator uscì al cinema quando i film di mostri erano uno dei “rifugi sicuri” per i nerd cinefili. Oggi quel ruolo è passato in mano ai supereroi. Credi che ci sia posto per un mostro in questo panorama?

«Sono d’accordo con te che i film di supereroi hanno preso il posto dei film di mostri (a parte che nell’horror: lì la Blumhouse sta sfornando mostri fantastici a un ritmo incredibile), ma per qualche motivo questo mostro non ha perso un’oncia di popolarità in 30 anni. E non solo al cinema: sono usciti fumetti, romanzi, videogiochi… Non so perché continui a essere così amato, ma credo sia un buon segno per il film: il panorama è tutt’altro che saturo, e Predator ha tutto lo spazio che vuole per tornare al centro dell’attenzione».

Ci hai detto che l’esperienza di The Predator è stata lunga, soddisfacente ma anche stancante. Cosa farai dopo?

«Non ne sono ancora sicuro, devo decidere, ultimamente non faccio altro che pensare al film. Una cosa posso dirla: credo che farò qualcosa di più piccolo, perché per quanto girare The Predator sia stato divertente devo dire che è sfiancante passare le giornate a guardare cavi e green screen. Magari potrei pensare alla TV, magari potrei collaborare con uno di quei network che amano rischiare. Non mi dispiacerebbe lavorare con Netflix».


L.

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[2018-09] The Predator su “Starburst” (2)

Traduco un articolo dedicato a The Predator sulla rivista “Starburst” n. 452 (settembre 2018).

La rivista non lo specifica, ma il testo che segue è la semplice trascrizione delle buffonate che il cast ha detto al San Diego Comi-Con 2018 (che ho già presentato), un’occasione per dimostrare quanto gli attori ignorassero ciò che stavano facendo e Shane Black sembrasse la persona sbagliata al posto sbagliato: spero di cuore sia solo un’impressione fallace…


Predatory Behaviour

da “Starburst” n. 452 (settembre 2018)

Ecco come il team di The Predator si paragonano al team del Predator originale.

Shane Black: Parte del fascino del Predator originale per me era la fusione della mania aliena degli anni Ottanta con quella di Rambo: era una perfetta forma d’arte pop. Avevi questi tizi muscolosi con delle armi assolutamente ridicole, perciò stavolta abbiamo optato per un approccio alla “sporca mezza dozzina”. C’è un ragazzino nel film, autistico; c’è una scienziata misantropica che ama più i cani della gente. Sono tutti disadattati, a modo loro, che si ritrovano insieme. È importante che siano tutti bravi in quello che fanno, ma è anche importante che si trovino durante il film e si guardino le spalle a vicenda. Lo considero l’equivalente moderno del gruppo del primo film.

Keegan-Michael Key: Hijinks and shenanigans between action and cut! [Questo attore beota fa solo il coglione in ogni occasione e non vale la pena cercare di capire la sua lingua. Nota etruca]

Thomas Jane: Shane racconta continuamente barzellette. Arrivi sul set e lui è già lì con le sue battute: sa rilassare tutti e farli sentire a proprio agio.

Trevante Rhodes: Lui stesso era un attore, quindi sa come ci si sente, e sa come parlare agli attori, sa di cosa abbiamo bisogno. È stata un’esperienza bellissima lavorare con qualcuno con quella ceratività artistica.

Keegan-Michael Key: Eravamo un po’ isolati e questo aiuta il cameratismo. Non so se era un effetto voluto…

Trevante Rhodes: La scena del pullman l’abbiamo girata all’inizio ed è lì che abbiamo iniziato a legare.

Shane Black: A differenza di molti film, questi ragazzi erano disponibili a venire a lavorare nei weekend. Eravamo in grado di provare e cronometrare le scene, così al momento di girare andava tutto liscio.

Keegan-Michael Key: La cosa che preferisco di un set cinematografacito è la costruzione di un gruppo unito. Passiamo molto tempo a guardare video su YouTube. La gente viene nella mia roulotte e guardiamo film di blackspoitation! Non so come siamo riusciti a lavorare, passavamo tutto il tempo a divertirci.

Sterling K. Brown: Il mio personaggio è un po’ un lupo solitario nel film, mentre tutti loro avevano molto cameratismo, ed ogni tanto avevo la possibilità di unirmi a loro ed è stato divertentissimo! Ma per la maggior aprte del tempo ero per conto mio. Sono davvero geloso del loro rapporto.

Thomas Jane: Non sono mai stato su un set dove tutti hanno fraternizzato in questo modo. Devo darne merito a Shane per questo, anche solo per aver ingaggiato le persone giuste.

Shane Black: Hai i migliori personaggi d’azione del mondo con i migliori attori, ed il mio lavoro è unire le due cose.

Keegan-Michael Key: Shane ci ha permesso di essere co-autori della storia. Ogni regista vuole che un attore approfondisca il proprio personaggio, ma il fatto che ci stesse dando la possibilità di aiutare con la storia denota una grande disponibilità d’animo, soprattutto per artisti come lui e Fred [Dekker].

Augusto Aguilera: I produttori erano davveri aperti alla collaborazione: erano così eccitati da ciò che Shane aveva scritto e da ciò che ci stava permettendo di fare. La collaborazione è stata la mia parte preferita.

Shane Black: Era un modo per scuotere un po’ questi ragazzi e farli interagire fra loro il più possibile.

Keegan-Michael Key: L’erudizione e la maestria che Shane usa nel suo lavoro… Se pensi ai celebri film degli anni Quaranta come CasablancaIl falcone maltese e come siano ben fatti e ben scritti…. ecco, è un tipo di quella levatura. E noi abbiamo bisogno di molti più film come quellI!

Shane Black: Tutti sanno a cosa assomiglia un Predator, ma ricordiamoci quanto siano letali. Ricordiamoci come attacca il Predator, e come si ritira, di quanto siano efficienti nell’aggredire chi si ritrova sulla loro strada. Il loro stato d’allerta, l’atleticità…

Sterling K. Brown: Avevamo questi atleti di parkour alti due metri che trascinavano in giro 10-15 chili di protesi di Predator e rimanevano lo stesso degli ossi duri!

Augusto Aguilera: Quando ho visto per la prima volta il Predator [sul set] è stato surreale. L’avevo sempre visto in foto, ma vederlo dal vivo, vederlo muovere… Era proprio il Predator!

Shane Black: Il sangue del Predatorè fra le cose più iconiche del personaggio: devi averlo per forza. Rimane liquido per circa venti minuti poi si secca e devi rinfrescarlo, perciò c’è questo tizio con questo secchio che corre per il set a versare quella roba.

Keegan-Michael Key: Chi potrebbe battere il Predator? I tizi che ci hanno allenato per le forze speciali, Tom [Potter] e Pat [Miller]: quei ragazzi hanno stori che non vorresti proprio sentire.

Olivia Munn: I miei allenatori per X-Men Apocalypse! Sono una coppia sposata di esperti marziali. Ho imparato molto da loro e sono i più tosti che ho mai conosciuto.

Shane Black: Un Predator lo puoi sconfiggere con l’astuzia, non con la forza, perché è troppo più forte. Credo che il Predator uccida chiunque abbia di fronte: non credo ci sia nessuno che potrebbe vincere contro di lui.

Keegan-Michael Key: Se rivedremo lo scontro con gli alieni? Io amo AVP!

Shane Black: Gli xenomofi erano per noi una cosa diversa, perché volevamo essere sicuri della cronologia di questa roba: siamo un sequel, non un reboot. Ma allo stesso tempo non eravamo legati alla mutazione genetica vista per esempio in Alien: Covenant, quindi ci siamo focalizzati su questo particolare gruppo di Predator come arma potenziata. Non si parla di xenomorfi, non si parla di qualcosa che fuoriesca dal petto di qualcuno… sebbene non credo che AVP sia morto. Mi piace l’idea dei due mostri insieme.


L.

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[2018-08] The Predator su “Empire” (1)

Traduco la prima parte di un lungo speciale con cui la rivista “Empire” (Australasia) presenta una vasta anteprima del film di Shane Black.


The Alien King

di James Dyer

da “Empire” (Australasia), agosto 2018

Con un nuovo gruppo di soldati e una minaccia aliena potenziata,
The Predator mira a riportare un mostro iconico alla sua antica gloria.
Per il regista Shane Black, si tratta di riprendere lo spirito dell’87

Una luce rossa scende dal cielo mentre gli attori Boyd Holbrook e Trevante Rhodes guardano in alto imbambolati. Un elicottero, rosa come il sedere di un babbuino, si muove nell’aria per atterrare ad un passo da loro, un ghignante Keegan-Michael Key si sbraccia agitato dall’interno rosa. Dal veicolo con la fusoliera rosa si vede la silhouette di una donna nuda, con le parole “Il mio segreto” e “Mandata dal Cielo” che seguono le sue curve.

«Be’, è fantasioso», osserva Olivia Munn, mentre insieme a Rhodes ed Holbrook si mettono le armi a tracolla, afferrano le borse e salgono sull’elicottero che sembra uscito da una fiera di sexy toys.

«Cosa ti aspettavi?» dice Rhodes, ghignando fra una ripresa e l’altra. «Questo è un film di Shane Black, amico.»

Agli inizi degli anni Novanta Black era il re indiscusso della sceneggiatura hollywoodiana. I suoi copioni, testimoni di un’infanzia passata a leggere romanzi pulp con la stessa velocità con cui venivano stampati, erano cavalcate d’azione che non voltavano mai le spalle all’assurdo, con punte di umorismo nero e dialoghi pungenti. Non passò molto che le sue parole valessero oro, facendogli guadagnare 1,75 milioni per L’ultimo boy scout (1991), che sono niente in confronto ai 4 milioni di dollari nel 1994, quando ha venduto la sceneggiatura per il futuro Spy (1996).

Il biglietto da visita di Black, più che l’umorismo o le battutacce, è il miscuglio di generi. Quando un personaggio di Black gioca alla roulette russa ci sono cervella sparse sulla parete già al primo colpo. Quando l’investigatore rompe una finestra con il pugno, finisce al pronto soccorso. E quando un super cattivo è smascherato, esce fuori che è Trevor Slattery [il finto Mandarino di Iron Man 3]. Non è poi certo una sorpresa che quando un gruppo di soldati congedati ha bisogno di un trasporto rapido, l’unica compagnia da cui rifornirsi è Air Dildo.

Tre decenni dopo che Black ha avuto il primo successo con la sceneggiatura di Arma letale (1987) il suo stile non ha perso un solo grammo. Fuori dal set, comunque, come il Murtaugh di Danny Glover lo scrittore ha iniziato a sentirsi un po’ troppo vecchio per questa merda.

«Raggiungi i 50 e ricordi di quando pensavi a come sarebbe stato, quando ne avevi 20», racconta stancamente. «Ed è così, ma speravo di aver avuto la stessa scintilla, gli stessi amici, gli stessi sentimenti di entusiasmo che avevo quand’ero giovane. Invece mi sentivo vecchio. Poi qualcuno alla Fox mi ha citato Predator.»

Le crisi di mezza età assumono varie forme, naturalmente. Alcuni si comprano una macchina sportiva, altri si fanno un’amante nata dopo l’Arma letale 4 del 1998. Per Black il momento “mangia, prega, ama” è arrivato sotto forma di dreadlocks, mandibole e un cannone da spalla che spara plasma. «Mi sono divertito un mondo a girare quel film», ricorda. «Camminare nel fango e giocare a fare il soldato. Per questo volevo rifarlo: di tutte le cose che avrei potuto scegliere come ritorno simbolico alla gioventù, è arrivato il Predator.»

A Black non è stata solo offerta la possibilità di rivisitare questa singolare esperienza giovanile, ma gli è stato anche detto che avrebbe potuto portare a bordo Fred Dekker, suo grande amico sin dai tempi scolastici, con il quale ha scritto Scuola di mostri negli anni Ottanta. Era perfetto. «Ho pensato “Devo farlo!”» ricorda. «Ritornare indietro nel tempo a quei giorni da ragazzini a Westwood, in cui stavamo in fila ad aspettare l’uscita de I predatori dell’arca perduta (1981) al National Theatre. Mi piaceva l’idea di tornare bambini, a giocare insieme a Fred. Ho pensato: sarà una bella avventura, un’occasione per sentirmi di nuovo giovane.»

~

Arrivano solo negli anni più caldi. E quest’anno è salita anche l’umidità. Quando “Empire” arriva la prima volta sul set di The Predator, in un remoto terreno fuori Vancouver, siamo parecchio lontani dalla giungla messicana.  Profonde tasche di fango ghiacciato risucchiano i nostri stivali isolanti (donatoci dal reparto attrezzature), e mentre scendiamo per il vialetto una pioggerellina implacabile ci martella la testa. È l’aprile del 2017, 35° giorno di riprese e il cacciatore definitivo è stato colto dal maltempo. Le riprese sono ferme da tre giorni con giusto una pausa fra un diluvio e l’altro, e gli animi sono provati.

«Che cazzo di tempo, amico», grugnisce Thomas Janes, masticando un sigaro spento della dimensione di una zucchina. «Un tempo del genere non l’hanno mai visto nella storia di Vancouver. Tizi del posto, di 50 o 60 anni, dicono di non aver mai visto una merda del genere. La programmazione delle riprese è fottuta!»

Oggi comunque il Team Predator torna in azione. Gru articolate con enormi teli di plastica sono state piazzate lungo il torrente e, con un pallido raggio di sole che si affaccia timido fra le nuvole, si torna a girare. Fuori dal set Holbrook e Rhodes si appoggiano ad un camper malconcio. Fucili e pistole sono ovunque, al suo interno, con tanto di cartucciere e munizioni sugli scaffali: se volete andare in vacanza in una zona di guerra, questo è il mezzo che fa per voi. Black è accampato fuori, in una tenda, con un impermeabile nero leggero contro il freddo. Ad essere onesti, non sembra molto ringiovanito: curvato dietro un monitor, succhia furiosamente la sua sigaretta elettronica, fissando con invidia Rhodes che invece prende ampie e profonde boccate dalla sua sigaretta come Dio comanda.

«Lui è l’unico del film a cui è consentito fumare», spiega Black. «Puoi tagliare la testa alla gente, puoi scuoiarne i corpi e far esplodere i loro fottuti cervelli, ma nell’istante in cui qualcuno si accende una sigaretta gli studios ti cacciano a calci in culo.» Prende un’altra boccata e uno sbuffo di vapore gli avvolge la testa. «Uso questa roba elettrica perché sto disperatamente cercando di smettere. Ma questo è un film di guerra, capisci? Ci sono soldati: che altro dovrebbero fare?»

Guidata dal Quinn McKenna di Holbrook, la banda armata di Black è quanto di più lontano ci sia dal gruppo di recupero e salvataggio di Dutch Schaefer. Un gruppo di reietti e disadattati chiamati affettuosamente “I Loonies”, uniti dalle circostanze in un bus che deve portarli in un reparto psichiatrico dell’esercito, quando viene attaccato dall’alieno. «Il primo film era tutto un pacche sulle spalle con enormi armi potenziate», dice Black, «il che era molto divertente. Insomma, a chi non piace una cosa del genere? Ma io volevo qualcosa di più snello e più cattivo.»

Formati da Rhodes, Jane e Key, con Alie Allen ed Augusto Aguilera, I Loonies sono proprio questo: ognuno è ferito a modo suo con i propri demoni da combattere. «Fondamentalmente si tratta di soldati emarginati, dimenticati, che hanno la possibilità di farsi valere come i soldati d’élite di Arnold. Che succede se prendi un gruppo di perdenti e li mandi contro il Predator?»

Nella scena che stiamo guardando, i Loonies stanno cercando di raggiungere Rory, il figlio di McKenna, rapito dallo stesso mostro che mette in pericolo la vita del Predator. Nel film non c’è l’equivalente della mitragliatrice di Jesse Ventura, ma lo stesso abbondano armi militari, come M4, MP5 e pistole Skorpion che passano di mano in mano come caramelle. Anche Olivia Munn, che interpreta la biologa Casey Bracket, usa in modo cazzuto la propria arma mostrando competenza. «È assurdo che le donne siano mostrare o come Lara Croft o come casalinghe», obietta l’attrice. «Ogni volta che vedi un uomo in un film, nessuno si chiede “Come fa a conoscere il funzionamento di quell’arma?” Così mi sono detta: “E se lei invece semplicemente già sapeva usare l’arma?”»

«Non è un film anni Ottanta», interviene Holbrook, «pieno di stereotipi. Sai, gli indiani con la fascia in testa, i cowboy che masticano tabacco e l’intelligente che porta gli occhiali. Non funziona più così. Tanto di cappello al film originale ma questo affonda le radici nella realtà. Stiamo lasciando che la storia parli da sola, piuttosto che scriverla mediante grosse armi e muscoli oliati.»

~

Puerto Vallarta, Messico, 1986. Uno Schwarzenegger mimetizzato alza in aria il suo enorme pugno e quattro uomini si immobilizzano. Poi muove le sue dita e il commando riprende a muoversi, assumendo posizioni difensive. Davanti a lui, Sonny Landham è fermo, solo, ad ascoltare la giungla bisbigliare: è rigido dalla tensione e il sudore cola dal suo viso.

«Che succede?» bisbiglia Schwarzenegger, avvicinandoglisi dietro le spalle. «Cos’è che non va?»

«C’è qualcosa fra quegli alberi…» mormora Landham, mettendo enfasi nelle sue parole. Entrambi gli uomini studiano il fogliame con attenzione. La camera segue il loro sguardo nella giungla indistinta. Senza preavviso, Landham comincia a correre, si infila in un cespuglio, si sbottona velocemente i pantaloni e comincia a svuotare l’intestino nel fogliame.

«Quella è la parte della scena che non si vede», ride Black, ricordando l’incidente. «Non ce la faceva più a trattenersi: acqua contaminata dell’hotel. Tutti erano malati, in quel film.»

Caldo soffocante, serpenti velenosi e diarrea erano compagni di riprese del Predator di John McTiernan. Malgrado questi disagi, il 25enne Black si è divertito un mondo.

Per nulla convinto del tono cupo della storia, il produttore Joel Silver aveva ordinato una nuova versione con più umorismo, ma non funzionava. In quanto script doctor, Black è stato allora ingaggiato per il film: riluttante a mettere le mani su una già ottima sceneggiatura, ha rifiutato. Dopo aver dato un’occhiata alla cittadina turistica messicana dov’era basata la produzione, ci ripensa se però lo fanno partecipare alle riprese: in questo modo, dice a Silver, sarà sempre disponibile se servisse un intervento al volo.

«Mi è sempre piaciuto il copione originale di Jim e John Thomas», dice Black. «Sapevo che lo studio avrebbe girato in tondo fino a tornare a quella versione, ed infatti è proprio ciò che è avvenuto.»

Così Black si è ritrovato davanti alla cinepresa, ad interpretare un soldato insieme alle star letteralmente più “grosse” di Hollywood. Circondato da petti depilati e braccia di dimensioni titaniche, il giovane sceneggiature era come l’unico scommettitore del SummerSlam del 1986. [Credo che la battuta si riferisca al fatto che il SummerSlam si è svolto nel 1988, ma in realtà non ne sono sicuro. Nota etrusca.]

«Poteva essere molto scoraggiante se non fosse stato così divertente. Non ce n’era uno antipatico, nel gruppo», ricorda. «Bill Duke e Jesse Ventura erano figure imponenti. Bill, questo ragazzone con occhi di fuoco, era un gigante gentile. E quando mio padre e mia madre sono venuti a visitare il set, Jesse ci ha portati tutti a cena. È stata una persona dolcissima.»

Principalmente Black ronzava attorno a Landham. Noto per non rispettare molto gli impegni, Landham era il punto debole della produzione: leggenda vuole che gli avessero affiancato un bodyguard per proteggere… gli altri da lui!

«Assunsero quel tizio per impedirgli di ubriacarsi!», ricorda Black. «Finché era sobrio andava tutto bene, ma da ubriaco era un pericolo. Io divenni la sua guardia del corpo de facto per diverse ragioni, fra le quali l’essere l’unico che riusciva a parlargli.»

Schwarzenegger ha passato quasi tutto il tempo a pompare i muscoli, quando non sfidava Ventura a misurarsi i bicipiti o quando non andava a cena con Maria Shriver, che ha sposato proprio durante le riprese. Intanto Carl Weathers continuava a fingere di non allenarsi, insistendo che il suo fisico era assolutamente naturale, quando invece sgattaiolava in palestra quando gli altri colleghi dormivano.

«Carl aveva appena fatto Rocky III. Ci portò ad una discoteca in città e quando partì Livin’ in America iniziò a ballare: i messicani impazzirono! Avevano appena visto il film al cinema e una delle star stava proprio lì, nella loro cittadina, a ballare.»

Attori grossi e con grosse personalità, gli uomini di Dutch erano una forza della natura davanti e dietro la cinepresa, la loro chimica da macho era così efficace che almeno metà film era a posto. Il problema era l’altra metà. Il mostro, il Predator: quello proprio non funzionava. Il costume da gamberone che indossava l’allora sconosciuto Jean-Claude Van Damme era ridicolo e lo pensavano tutti.

«Le decisioni che sono state prese sono state molto scivolose e frettolose», ricorda Black. «A cosa doveva assomigliare il mostro? Di sicuro questo fa schifo. Si poteva chiamare Stan Winston ma c’era davvero poco tempo. Alla fine la decisione è stata: “Fanculo, chiamate Winston: ha due settimane di tempo”.»

La produzione si fermò mentre Winston lavorava con l’aiuto di James Cameron, che ha messo la sua firma sulla bocca del Predator: una creatura ben differente stava prendendo forma.

~

«La mia parte preferita è quando vedi la faccia del Predator, dopo che si è tolto la maschera: è davvero figo! Perché è come un insetto ma non è un insetto: è un uomo insetto! E poi Arnold Schwarzenegger si azzuffa con lui corpo a corpo ed è spettacolare! Roba forte, davvero fo…»

Il giovane Jacob Tremblay, di dieci anni, lancia occhiate nervose alla madre. La signora Tremblay alza un sopracciglio, indicando che sta percorrendo un terreno friabile.

«Non posso dire quella parola», si affretta a dire il bambino, limitandosi a farne lo spelling fissando la madre.

Jacob Tremblay

Jacob Tremblay

Al di là della parola, il sentimento rimane. L’alieno di Winston può essere stato assemblato al volo, nottetempo, ma è diventato una delle creature più famose del cinema e subito un classico. Ora, in una stanza chiusa sul retro del reparto costumi, “Empire” finalmente si trova faccia a faccia con lui. El diablo que hace trofeos de los hombres, il demone che rende gli uomini trofei.

Il Predator, o Yautja come lo chiamano nell’universo espanso di fumetti, libri e videogiochi [Sbagliato! Nessun fumetto lo chiama così perché il nome Yautja esiste solo nella testa dei fan: preso da alcuni (pessimi) romanzi di S.D. Perry, solo dal 2014 ha iniziato timidamente ad affacciarsi anche in fonti “ufficiali”, in minima quantità: rimane un nome usato solo dai fan. E da Wikipedia. Nota etrusca.] è proprio come lo ricordiamo dal primo film: occhi infossati e imperlati, pelle chiazzata, rettiliana e mandibole spalancate che rivelano file di denti affilati. A parte il suo abbigliamento – un’armatura chiusa al posto della “rete da pesca” a cui eravamo abituati – il Predator è del tutto familiare: è un vecchio amico. Il che rappresenta un problema.

«La sfida è stata renderlo spaventoso», dice Black, «perché tutto imbacuccato è difficile renderlo una minaccia mentre i nostri eroi lo affrontano. Abbiamo dovuto creargli attorno anche una situazione in cui i Predator diventano di nuovo misteriosi e spaventosi.

Il duro lavoro di Black e Dekker ha avuto come risultato l’upgrade: il Predator plus. Più grande, più cattivo e crudele. Alto tre metri e nero come la notte, irto di spine, pelle maculata con armatura organica chitinosa: il prodotto di un DNA modificato dalle più mortali creature cacciate nei vari mondi. L’espressione definitiva del dominio del Predator: uno stronzo gigante.

«La nostra idea era che sul mondo dei Predator le cose non rimanessero sempre uguali», racconta Black. «Non è che si mettano in fila ordinata aspettando prossimo pullman per la Terra per cacciare un altro po’. Le cose si sono evolute.»

Il gradino successivo nell’evoluzione dei Predator mette a dura prova la mythology ed inevitabilmente alcune zone di internet sono andate a fuoco.

«Ci sono dei fan che diranno “Questo nuovo Predator fa schifo: ecco come avrei fatto io”, e cominceranno ad entrare nel dettaglio. Del tipo “Il Clan della Lama Nera – o qualcosa del genere – scopre che sono geneticamente inferiori allo Yautja Prime!” Davvero? Non importa quello che fai, ci sarà sempre un gruppo di fan che dirà “Fanculo, tizio di Iron Man 3! Quando il Predator si toglierà la maschera uscirà fuori Ben Kingsley?” No, ma è una battuta divertente: oggi l’ho sentita solo 12 volte.»

~

Quando poi ci sediamo sul divano di Black siamo nella sua casa di Los Angeles. È il giugno del 2018 e il montaggio del film è in pratica terminato: manca solo di aggiungere gli effetti speciali nel finale poi è completo. Black si adagia sui cuscini, grattando la testa del suo bull terrier Ollie. Continua a fumare una sigaretta elettronica, ma con molto meno fervore. Qui, circondato da scaffali in noce pieni dei suoi amati romanzi polizieschi, Black è più rilassato e il suo viaggio della memoria è quasi completato.

«Non potevo sbagliarmi di più sulla parte divertente», dice con un sospiro: «se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile e quanto tempo si sarebbe perso…»

Shane Black e il Predator

È stata una faticaccia, più lunga del previsto, con la data di uscita posticipata da febbraio a settembre e scene rigirate all’inizio di quest’anno. L’elicottero rosa di Black è stato rimpiazzato, con dispiacere, da un altrettanto vistoso ma meno appariscente elicottero del meteo («Per problemi legali con Victoria’s Secret, credo») e ampie sezioni del finale sono state modificate. Al contrario delle stupidaggini che girano in Rete, dice Black, il tempo aggiuntivo non è servito a salvare una produzione in crisi: le sue ragioni sono state molto più prosaiche.

«La prima volta che abbiamo girato il terzo atto era di giorno», spiega. «Semplicemente non funzionava, così mi sono detto: “Ummm, possiamo rifarlo di notte?”» La differenza era così sostanziosa? «Be’, sì», ammette Black. «Una differenza come dal giorno alla notte!»

The Predator non è stato le spensierato ritorno alla vita da ventenne che lui sperava, ma Black è felice del risultato. Ispirato, dice lui, dalla serie Stranger Things, che ha spremuto ogni singola goccia di nostalgia dall’horror anni Ottanta, Black ha adottato lo stesso sistema per l’action. Ha scritto una lettera d’amore alla sua giovinezza piena di richiami, omaggi e tutto ciò che ha amato del film che ha girato 31 anni fa.

«Volevo fare la raccolta definitiva [ultimate conglomeration]», dice, «mettere tutto in questo film, questa cavalcata selvaggia con un gruppo di sbandati che hanno l’ultima occasione di riappropriarsi della vita che si sono rovinati. Per andarsene in gloria [to go out in a blaze of glory].»

Un’avventura. Un’occasione di sentirsi giovani di nuovo.


L.

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The Predator (2018) Comic-Con di San Diego

Avete seguito la “diretta” dell’E3 commentata in differita da redbavon? Dovete farlo! Gli altri anni ho cercato di curiosare fra le novità dei videogiochi grazie a youtubers che hanno viaggiato fino a Los Angeles e hanno fatto video straordinariamente inconcludenti, in cui non hanno mostrato una mazza niente: a gratis, redbavon ti tira fuori una serie di post da leggere sgranocchiando come in un film, con commenti frizzanti e foto illustrative.
Perché dico tutto questo? Perché mi ha dato l’idea di raccontare la recente presentazione di The Predator al Comic-Con 2018 di San Diego. Purtroppo non sarò scoppiettante come redbavon – anche perché i partecipanti non hanno detto nulla! – ma mi diverte farlo.

Con la presentazione di Grae Drake, senior editor di Rotten Tomatoes, il 20 luglio 2018 We Live Entertainment presenta il video dell’intervento del cast di The Predator al Comic-Con di San Diego.

La Drake nerdeggia duro e ricorda quanti versus hanno visto Predator protagonista – da Batman a Judge Dredd, non stando a specificare che si tratta di ottimi fumetti, impossibili da rendere al cinema – e appena tutti gli attori del cast si accomodano chiede a bruciapelo ad Olivia Munn, l’unica donna del gruppo, cosa ne pensi di uno scontro fra il Predator e Sarah Connor: all’insegna dell’iniziare male per andare peggio. Il pubblico apprezza, ma l’attrice tace sorridendo imbarazzata. Qualcosa mi dice che la Munn a stento sa di cosa si stia parlando.

Non va molto meglio quando poi la presentatrice passa a Sterling K. Brown e  gli chiede cosa ne pensi di uno scontro fra il Predator ed Ash di Evil Dead: la risposta dell’attore… è che non ha mai visto Evil Dead. (Spero che siate saltati sulla sedia.) Anche ammettendo che sia uscito vivo dalla sala, merita un applauso lo sguardo schifato con cui Shane Black fulmina l’attore!

Gran brutta cosa da dire al Tempio della Nerditudine!

Resosi conto che la sua dichiarazione equivale ad aver detto “viva la carne” ad una convention di vegani, l’attore si scusa e lo toglie subito d’impaccio Keegan-Michael Key, che come sempre fa il buffone e si lancia in una lunga spiegazione per motivare la vittoria di Ash solamente se lo scontro con il Predator avvenisse nel celebre chalet di montagna dei primi due film.

La Drake evidentemente si era preparata domande simili per rompere il ghiaccio e continua a porre quisiti “nerdosi” a persone che chiaramente non sono interessate ad alcun argomento del genere.
Chi vincerebbe fra Predator e John Wick? «John ha fatto tutto quel casino per un cane, figuriamoci se il Predator ammazza più cani». E Predator contro Indiana Jones? «Vincono entrambi, ma dipende da come usano la frusta». E contro Han Solo? E contro James T. Kirk? E invece chiamare una presentatrice meno scema?
Mi sa che sono troppo vecchio per questi festival…

Nel paio di secondi a lui concessi Shane Black ci racconta che ovviamente il primo Predator è un capolavoro di pop art ma lui ha cercato la sua strada, anche per la costruzione dei personaggi.
Al che riprende la parola il pagliaccio del gruppo, ovviamente sempre Key, che ci rivela il profondo studio psicologico del cast: si riunivano nella sua roulotte a vedere su YouTube vecchi film blackspoitation, in uno dei quali c’è un tizio che indica tutto: i vari attori si sono impegnati a ripetere quel gesto in The Predator appena ne avessero occasione.
L’unico a cui non è piaciuta questa stupidata è Thomas Jane: sarà perché è l’unico attore serio del cast?

A quanto pare, un gesto che vedremo spesso nel film

Il clima da ultimo giorno di scuola continua e il grado di nullità dell’intervista si fa bello alto e doloroso, ma per fortuna la parola passa a Jake Busey: sono lontani i tempi di Starship Troopers (1997), non è più tempo di commediole giovanilistiche alla I gattoni (2001)  così come non è più il giovane psicopatico di The Hitcher 2 (2003), ma è sempre autorevole figlio di cotanto padre. Quel Gary Busey che troneggia nel cast di Predator 2 (1990).

«Ero sul set, in quegli anni Ottanta in cui girarono Predator 2, ed era fico: si svolgeva nel futuro e mio padre girava con questa giacca e diceva “Ecco come vestiranno nel 1997”. Io ero molto impressionato, all’epoca mio padre aveva 46 anni, ed io ho speso 25-26 anni di carriera nel cercare di scostarmi dalla sua immagine. Insomma, ogni giorno qualcuno mi diceva: “Ehi, ma lo sai che assomigli proprio a Gary Busey?” E dopo tutti questi anni a costruirmi una carriera nell’industria cinematografica, Shane mi chiama, mi propone l’idea ed io accetto. Così mi ritrovo sul set di un film di Predator alla stessa età di mio padre ai tempi di Predator 2

C’è sempre bisogno di un Busey, contro un Predator

Il nulla si impadronisce della conferenza e tutti parlano degli affari propri, ma il capolavoro si ottiene quando si apre lo spazio al pubblico: hai viaggiato chissà quanto, hai attraversato gli Stati Uniti, hai pagato uno sproposito per entrare al San Diego Comic-Con, hai fatto cento ore di fila, hai pagato ancora per la conferenza, sei riuscito ad entrare nella rosa di quelli che potranno fare domande al cast, ti passano la parola e ti ritrovi in diretta mondiale, stringi il microfono… e chiedi «Chi vincerebbe in uno scontro fra Predator e Deadpool?»
Quanto sarebbe stato bello se fosse entrato qualcuno vestito da Predator e si fosse portato via quel beota…

Purtroppo i beoti sono tanti, gente su gente si alterna a chiedere agli attori chi vincerebbe contro Predator: che infinita tristezza. Io avrei affrontato il viaggio, i costi e l’attesa solo per chiedere: «Chi vincerebbe in uno scontro fra Predator e quella zoccola di tua sorella?» Ne sarebbe valsa la pena…

Un momento simpatico è quando chiedono l’esito dello scontro fra Predator e Ripley, e Shane Black dice «Ripley troverebbe il modo» (Ripley would find a way), che mi sembra la risposta migliore ipotizzabile.

Una volta non era maleducazione dare le spalle al pubblico?

Con la solita parata di selfie si conclude l’incontro più inutile della storia di Predator: vuoi mettere la soddisfazione di vedere le schiene degli attori e sperare di essere uno dei mille pixel nel loro selfie?

Curioso che la Fox abbia rivelato al Comic-Con che uno dei Predator del film è una femmina – ne ho parlato qui – visto che alla conferenza una del pubblico ha chiesto proprio se “vedremo mai un Predator femmina” e tutti hanno nicchiato, buttandola in scherzo sul fatto che non hanno mai controllato “sotto” (below).
Tutti si entusiasmano quando Shane Black dice che vuole bene ad AVP (2004) e l’idea di uno scontro con gli xenomorfi non è affatto accantonata, il che in soldoni vuol dire meno di niente.

Shane non ha detto niente e ha cercato di fare il gggiovane, risultando più vecchio di quel che è. Mancava che si mettesse a dire «Bella, zio!» per rendere completa l’immagine del vecchio giovane. E certo circondarsi di mentecatti a mo’ di attori non ha aiutato.
Il migliore del gruppo è sicuramente Thomas Jane, perché al contrario degli altri è un adulto, e sta lì solo perché lo prevede il contratto: fa facce tese, contratte e si vede che si sta smaronando assai. Il momento più alto è quando rivela al mondo che fino a tre anni fa è stato membro della Barefoot Society, andando lui sempre scalzo e amando «toccare le cose con i piedi». Un triste giorno però è dovuto entrare in un ristorante e si è quindi ritrovato costretto ad indossare scarpe: questo l’ha fatto cacciare dal club…

Voi direte, ma che c’entra con The Predator? Perché, era una conferenza su The Predator?

L.

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[2016-07] Shane Black su “Sci-Fi Now”

Traduco un articoletto apparso sul numero 121 (luglio 2016) della rivista specialistica britannica “Sci-Fi Now“.


Il nuovo Predator sarà un sequel
ambientato ai giorni nostri

di Adam Tanswell
da “Sci-Fi Now” n. 17 (2016)

Il regista Shane Black spiega
cosa potranno aspettarsi i fan dall’imminente nuovo film

Nel 1987 Arnold Schwarzenegger sostenne una celebre battaliga contro un extraterrestre dalla tecnologia avanzata, con sangue fosforescente e un’inclinazione per il mimetismo: un film che avrebbe dato vita ad un fiorire di seguiti. Nel 2018 la creatura coi dreadlock ritornerà, ma non sarà un reboot, stando a quanto afferma il regista e sceneggiatore Shane Black (Iron Man 3).

“SciFi Now” n. 121 (2016)

C’è voluta parecchia persuasione per spingere Black ad accettare di riesumare il franchise di Predator, ma è stata una sfida che il filmmaker ha accettato con piacere. «Ricordo che il primo film aveva una strana energia», spiega. «Era una nuova idea eppure sembrava già classica, e la gente l’ha davvero adorata. In seguito però la magia ha perso il suo splendore. La Fox ha tirato fuori questi film ogni paio d’anni e hanno guadagnato di certo dei soldi al botteghino, ma non era presente alcuno sforzo per reinventare in modo ambizioso il franchise, o anche solo la voglia di fare qualcosa di grande. Stavano solamente svalutando la saga.»

Black ha un piano solido per dare un nuovo corso al franchise. «Vogliamo che la gente dica “Oh mio Dio… c’è un nuovo film di Predator al cinema questa estate. Mancano ancora tre mesi ma compriamo già ora i biglietti per vederlo. Mettiamoci subito in fila perché vogliamo essere i primi a vederlo”. Questa era la nostra idea, ma come fare a rendere Predator di nuovo un evento? Come fai a vedere ancora Predator con lo stesso senso del mistero e della suspense, della meraviglia e della sorpresa?»

da “SciFi Now” n. 121 (2016)

«Il pubblico è ormai smaliziato con questi prodotti. Non vogliono un film del tipo “John, c’è un alieno nel fienile”, oppure “Guarda, un Predator attacca i maiali!” Con questi film c’è un senso di già visto e già fatto, ma voglio cambiare questa realtà dei fatti. Voglio fare una potente storia mystery dal gusto alla Incontri ravvicinati del terzo tipo: voglio grattare la superficie e vedere cosa c’è sotto.

«Sono sempre più emozionato della cosa, giorno dopo giorno», continua Black. «Il primo giorno hanno dovuto un po’ forzarmi, ma ora credo che andrà alla grande.»

Al momento di parlare della trama Black ha alcune perle di saggezza. «È un sequel ambientato ai giorni nostri, nel 2018, che è l’anno in cui il film uscirà. Ora non voglio andare su un altro pianeta, voglio stare sulla Terra e così sarà.»

The Predator uscirà nei cinema il 2 marzo 2018.

[P.S.
Purtroppo la data di uscita ha slittato diverse volte.
L.]


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[2016-05] Shane Black su “Hollywood Reporter”

Traduco l’intervista a Shane Black apparsa sul numero del 20 maggio 2016 della rivista specialistica “The Hollywood Reporter“, all’epoca dell’imminente uscita del film The Nice Guys.

Vi ricordo che il blog La Bara Volante sta ripercorrendo la carriera di Shane Black, autore che stiamo tutti aspettando alle prese con The Predator (2018).


Shane Black
è ancora in cerca di azione

di Benjamin Svetkey

da “The Hollywood Reporter”, 20 maggio 2016

Trent’anni fa, quando Shane Black iniziava la carriera di sceneggiatore, sapeva già dove avrebbe voluto vivere una volta diventato ricco. Descrisse addirittura la casa in una sceneggiatura a cui stava lavorando all’epoca. Una scena inizia con: «Esterno: Elegante casa di Beverly Hills. Tramonto. Il tipo di casa che comprerei se questo film fosse un successo. Vetri, legno e uno solario esterno: una struttura in vetro come una serra, solo che dentro c’è una piscina: un posto perfetto per farci del sesso.»
Quel film – Arma letale – ha incassato 120 milioni in tutto il mondo. E Black in seguito si è trasferito in un elegante castello francese ad Hancock Park. Non aveva un solario né molti vetri, ma sicuramente ci ha fatto parecchio sesso. Per la maggior parte degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila è stata lo scenario di alcuni dei festini più sconci di Hollywood. «Mi mandavano fuori di testa», ricorda Black con un sorriso mentre si accomoda nell’ampio soggiorno, dove molte celebrità ubriache se la sono spassata con stelline in topless. «L’Hollywood di cui leggevo da ragazzino era qui, proprio a casa mia!»

Shane Black nel 2016 (Foto di Hussein Katz)

I giorni dei party selvaggi sono finiti. All’età di 54 anni sta entrando nel terzo atto della sua carriera – un bel traguardo, visto che i primi due a momenti lo uccidevano. Ha iniziato i Novanta come uno dei più pagati e richiesti sceneggiatori di Hollywood (quattro milioni per Spy) ed ha finito la decade come simbolo degli eccessi davanti e dietro lo schermo. Alcolismo, abuso di droga, interruzione di carriera, ex fidanzate furiose con avvocati al seguito: Black ha vissuto tutte le esperienze tipiche dello sceneggiatore di successo. Ma a differenza di moltri altri colleghi – come Joe Eszterhas che dopo Showgirls si è trasferito nell’Ohio – Black è rimasto nei paraggi.

«Gli altri colleghi che hanno fatto carriera negli anni Novanta, i grandi nomi del settore dell’epoca, sono tutti scomparsi dalle mappe», nota Black. «Per qualche ragione io sono ancora qui, trent’anni di carriera nel settore, ancora in vita e ancora impegnato a fare film.»

Ed ora, cavalcando ancora il suo successo del 2013 quando ha scritto e diretto Iron Man 3, continua a lavorare al suo migliore colpo di scena: il suo ritorno. Sarà a Cannes per presentare il suo nuovo film, The Nice Guys, un’action-buddy comedy che ha scritto e diretto, interpretata da Ryan Gosling e Russell Crowe nel ruolo di detective dismessi che bazzicano la Los Angeles degli anni Settanta.

«C’è un po’ di “Cinderella Man” in lui», dice Robert Downey jr., paragonando Black al campione di boxe degli anni Trenta Jim Braddock, che tornò sul ring dopo tanto tempo per vincere il campionato. «Ha subìto delle belle batoste ma si è sempre rialzato e ha continuato a combattere: è un tipo tosto.»

«Credevo che mi stesse portando il caffè» dice Richard Donner, regista di Arma letale, ricordando il suo primo incontro con Black nel 1986. «Era solo un ragazzo, molto cupo, molto intenso.»

Black aveva solo 24 anni, fresco di scuola drammatica alla UCLA, quando vendette il suo copione su due sbirri di Los Angeles – un padre di famiglia e un sociopatico con tendenze suicide – alla Warner Bros. All’epoca viveva con un gruppo di altri amici scrittori in un bungalow in West L.A. – lo chiamavano “Pad o’ Guys”, con scritto sulle finestre “Aperto 24 ore”. «Era davvero un bel gruppo», dice Black. «C’era David Silverman, che avrebbe diretto il film dei Simpson; c’era Ed Solomon, che avrebbe scritto Men in Black; Jim Herzfeld, che avrebbe fatto Ti presento i miei. David Fincher se ne sarebbe andato.»

Arma letale ha cambiato tutto, per Black e per Hollywood. Era una novità nella formula action, un film drammatico con in più delle esplosioni, e rese Black lo scrittore più “caldo” in città. «I film d’azione prima di quello avevano personaggi generici e violenza gratuita», dice Donner. «Ma i personaggi nel copione di Shane erano brillanti, e l’azione era parte della metafora. Non avevo mai letto niente del genere.» Ci sarebbero stati altri tre seguiti, se Black non si fosse fermato per divergenze creative con la Warner riguardo ad Arma letale 2 (Black voleva che il personaggio di Mel Gibson morisse mentre lo studio era contrario, e lui mollò.) Invece, nel 1989 scrisse un altro buddy action movie, L’ultimo boyscout, un thriller su un agente segreto in disgrazia che unisce le forze con un giocatore di football per risolvere il caso dell’omicidio di una spogliarellista. La sceneggiatura scatenò una guerra al rialzo, con quelli della Warner (che ingaggiarono Bruce Willis, Damon Wayans e un’esordiente di nome Halle Berry) che firmarono un assegno di 1,75 milioni: all’epoca la cifra più alta mai pagata da uno studio per una sceneggiatura.

Quella cifra impallidisce al confronto con quanto successo poi nel 1994, quando Spy, un thriller che avrebbe lanciato Geena Davis, divenne la prima sceneggiatura a fruttare 4 milioni di dollari. Black festeggiò comprando la casa di Hancock Park e organizzando enormi party. Ma era l’inizio della fine del suo ciclo fortunato. «Ci fu un contraccolpo nella comunità degli sceneggiatori», riconosce Black. Il film fu un enorme flop, incassando solo 33 milioni negli Stati Uniti (con un budget di 65). Dopodiché Black non fu più sul mercato.

«Provai ad entrare nell’Academy», racconta lui, ricordando il momento di sua massima auto-stima. «Ricevetti una lettera che diceva “Lei è inadatto per diventare membro, ma è libero di riprovare quando avrà maggiori crediti”. Avevo fatto Spy, Last Action Hero, Arma letale 1 e 2, L’ultimo boyscout. Quello fu il momento in cui capii che non era la mia immaginazione: ero stato deliberatamente snobbato. Era un “Non vogliamo questo tizio costoso fra di noi”.»

Nel 1998 Black in pratica uscì dai radar. Poteva ancora essere visto come organizzatore di party nel suo castello e qualche volta usciva fuori un suo cameo nel film di qualche amico (interpretò il gestore di un bar nel film Qualcosa è cambiato di James L. Brooks). Ma il suo nome scomparve dai crediti degli sceneggiatori per circa una decade. La stampa riportava la notizia che avesse smesso di scrivere. In realtà ha passato quel tempo a rimuginare sulla percezione che Hollywood aveva di lui e della sua reputazione di party boy. «Non capivano che non lo facevo per i soldi: volevo raccontare una buona storia», dice. «Mi vedevano in una casa piena di modelle, non in una casa piena di libri. Non mi conoscevano.»

Per la cronaca, gli scaffali di casa sua sono ricolmi di migliaia di romanzi pulp d’annata. Black leggeva quella roba sin da quando era un ragazzino timido ed introverso, giù a Pittsburgh. Suo padre, uno stampatore, lo iniziò presto alla narrativa hard-boiled, ed i ritmi ed il pathos di questi racconti trasudano dai dialoghi di ogni sceneggiatura di Black. Ma dopo essere stato snobbato dall’Academy Black ha deciso di puntare più in alto e scrivere un film diverso: una commedia romantica. Ci ha lavorato su per anni, accettando consigli da Brooks che nel frattempo è diventato il suo mentore, arrivando però da nessuna parte. Alla fine ha risolto i problemi del suo copione aggiungendo un omicidio e una coppia di detective, e così è diventato Kiss Kiss Bang Bang, che a Black è piaciuto così tanto da dirigerlo anche. Il problema era che all’epoca nessuno voleva ingaggiarlo come regista. E nessuno voleva ingaggiarlo come sceneggiatore. «Nessuno voleva anche solo leggere il copione», ricorda lui.

Quasi nessuno. Joel Silver, il produttore che aveva lavorato con Black per Arma letale e L’ultimo boyscout, riuscì a tirar fuori 15 milioni di budget. E poi trovò una star per il ruolo protagonista: Downey, fresco di prigione e tutt’altro che irraggiungibile, che frequentava Susan Levin (in seguito Susan Downey), assistente di Silver. «Quando entrai nell’ufficio di Silver, Downey era già lì con Susan», dice Black. «Così gli dicemmo “Ehi, vuoi leggere queste battute?”. Io e Joel ci siamo guardati e ci siamo detti “Cazzo, è perfetto!”.»

Kiss Kiss Bang Bang si rivela essere un thriller complesso che abbatte la quarta parete con la voce fuori campo. «Cazzo, pessimo modo di raccontare», dice Downey susandosi con il pubblico. Il film divenne un classico moderno; Rotten Tomatoes gli ha dato quattro stelle. Ma nel 2005 è entrato ed uscito dalle sale quasi inosservato. Fu una grande delusione per Downey. «Non fu il party di benvenuto che mi sarei aspettato», dice, ma la sua prova ha richiamato l’attenzione del regista Jon Favreau, che qualche anno dopo ha infilato Downey in una certa tuta di metallo. «Finì che fu il mio biglietto d’accesso per Iron Man», dice l’attore.

Black gestì la delusione dando party ancora più sfrenati. «Esageravo con il bere», ricorda. «Dicevo “Questa sera berrò solo due bicchieri, poi mi fermo”. Solo che all’epoca avevo perso la capacità di fermarmi.» Nello stesso periodo ruppe con la fidanzata, Sonya Popovich, che gli fece causa: fra le altre cose, lo accusò che sotto gli effetti della cocaina gli puntò un’arma contro per poi sparare alla parete dietro. Black ha negato tutto e ha fatto causa a sua volta, chiedendo una perizia psichiatrica della sua ex. «Ho assunto un sacco di droghe, prima di ripulirmi», dice Black. «Pensavo di essere figo ma mi resi conto che quando la sbornia passava e la borsa era vuota, tutti erano passati ad un altro party.» L’esperienza ha reso Black solo ed amareggiato. «Sono cinico riguardo al tipo di ragazze che frequentano la comunità di Hollywood», dice.

Nel 2008 Black ha deciso di darsi una scossa. Ha svuotato il suo armadietto degli alcolici e ha iniziato a scrivere di nuovo. Ha portato avanti qualche progetto nei successivi due anni e poi, nel 2010, il telefono ha squillato. «Era Robert Downey jr.», dice Black. «Mi dice “Voglio che tu scriva e diriga un film di Iron Man”. E tutto è cambiato di nuovo.»

Grafico del 2016 dei principali lavori di Black

Torniamo ai primi anni Duemila, quando Black finì il copione di Kiss Kiss Bang Bang ma non trovava nessuno a cui farlo leggere. Black decise di passare del tempo giocando con un copione scritto insieme all’amico e a volte collega Anthony Bagarozzi. Nessuno dei due aveva un’idea chiara di cosa stesse scrivendo – sapevano solo di voler scrivere di detective a Los Angeles – ma iniziarono a buttar giù scene per vedere cosa succedesse. «Shane scriveva una sequenza e me la mandava», dice Bagarozzi: «è così che lui lavora. Scrive un po’ di scene e vede poi come si possano incastrare.» Nel tempo si sono ritrovati a lavorare ad un omaggio ai romanzi pulp che entrambi amavano: era The Nice Guys.

Il progetto è stato risucchiato nel vortice di uno sviluppo folle. Doveva essere un film ambientato nella Los Angeles contemporanea, poi una serie TV per la CBS e alla fine un film ambientato negli anni Settanta. «La stella di Hollywood era cadente e nessuno voleva impegnarsi a salvarla», dice Black di quel periodo. «Los Angeles era una sorta di Sodoma e Gomorra del sesso. Cosa c’è di meglio come ambientazione di una detective story?» Comunque Hollywood continuava a non ascoltare Black, anche perché lui insisteva per fare il regista del film. Quindi il copione rimase in un cassetto per almeno dieci anni.

La chiamata di Downey nel 2010 cambiò tutto. «Quello di Shane era uno dei numeri di emergenza nel mio telefono, ai tempi del primo Iron Man», dice l’attore, «potevo chiamarlo in qualsiasi momento per chiedergli consiglio sul copione e sui dialoghi. Probabilmente avrebbe continuato a leggere i suoi noir tascabili mentre parlava, ma i suoi consigli e suggerimenti sarebbero stati brillanti.» Fu una mossa rischiosa mettere un regista inesperto alla guida di un prodotto Marvel da 200 milioni, ma alla fine il karma ha pagato il suo debito. Dopo tutto Black ha avuto un’occasione da Downey quando nessuno in città era disposto a dargliene. Tutto è andato bene: Iron Man 3 ha guadagnato 1,2 miliardi di dollari nel mondo. Di sicuro qualche purista della Marvel avrebbe da ridire sulla reinterpretazione dell’amato cattivo a fumetti – «Due giorni fa ho scoperto che girava in rete un’immagine che mostrava me stuprato dal Mandarino!», racconta Black – ma alla fine era di nuovo in pista.

A tal punto che Silver rispolverò il primo copione di Black su cui ha potuto mettere le mani. Il produttore ha tirato fuori 50 milioni di dollari per il budget di The Nice Guys, venduto alla Warner per distribuirlo e il cui ruolo protagonista è stato affidato all’attore più gettonato del decennio, Gosling. Per coinvolgere Crowe nel progetto Black è volato fino alla casa dell’attore, in Australia, per parlarci di persona. «Gli ho offerto da bere», racconta Crowe, ricordando il loro incontro in soggiorno. «Shane ha risposto che no, lui non beveva. Gli ho chiesto il perché e ha risposto “Oh, sai, prendi giusto un drink e la cosa successiva di cui ti rendi conto è che sei in manette”. Ho pensato: “Ehi, mi piace questo tizio: è sveglio.»

Quando il film verrà proiettato, il 15 maggio a Cannes, sarà una specie di ritorno sul ring per Black. L’ultima volta che ha camminato sulla Croisette era il 2005, quando ha presentato Kiss Kiss Bang Bang. Ma a dispetto di tutte le dure lezioni ricevute in questa decade di alti e bassi, Shane Black rimane Shane Black. «Andrai a Cannes?» mi chiede alla fine dell’intervista. «Lì i party sono davvero grandiosi.»

da “The Hollywood Reporter”, 20 maggio 2016


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[1987-09] Shane Black su “Fangoria” 67

Traduco questo profilo di Shane Black apparso nel numero 67 (settembre 1987) della mitica rivista specialistica “Fangoria“, in un articolo dedicato al film Scuola di mostri (Monster Squad) di Fred Dekker, co-sceneggiato da Black.

Vi ricordo che il blog La Bara Volante sta ripercorrendo la carriera di Shane Black, autore che stiamo tutti aspettando alle prese con The Predator (2018).


The Monster Squad and me

di William Rabkin

Shake Black, sceneggiatore e a volte attore,
potrebbe aver afferrato Hollywood per la coda

Qualsiasi sceneggiatore ad Hollywood vi dirà che il suo produttore sta segretamente tentando di portarlo alla tomba. Qualsiasi, ad eccezione di Shane Black: il suo produttore l’ha già infilato in una tomba – dopo averlo maciullato.

No, la truce morte di Black non è la risposta preventiva al previsto sciopero degli sceneggiatori dell’anno prossimo [quello a cui si dà la colpa per il rigetto della sceneggiatura di William Gibson per Alien 3. N.d.R.], è la conclusione visiva del debutto attoriale di Black nel successo di Joel Silver Predator.

«Il mio grande debutto consiste in tre scene prima di essere trascinato nella giungla e barbaramente ucciso», dice Black, che ha scritto Arma letale e co-sceneggiato Scuola di mostri con il regista Fred Dekker. «Non mi aspettavo riconoscimenti da parte della critica.»

Shane Black, il primo morto di Predator

Ma un sacco di critici hanno citato Black nelle loro recensioni. Può essere perché il suo personaggio è il primo a morire, o perché le barzellette che racconta sono così fastidiose che sono contenti sia il primo a morire, o perché la sua piccola parte ha più battute della rocciosa star Schwarzenegger. Ancora, probabilmente è perché ricordano che è il 26enne scrittore di Arma letale, film adorato dalla critica e che ha incassato 860 milioni di dollari al botteghino.

Questa estate, i critici hanno un’altra ragione per ricordare Shane Black. Si chiama Scuola di mostri ed è del tutto all’opposto di Arma letale. È un simpatico film su degli adorabili ragazzini che combattono per le loro vite contro i mostri più pericolosi del mondo.

«Fred Dekker ha avuto l’idea di fare una riduzione di Simpatiche canaglie», ricorda Black. «I ragazzini sarebbero stati simpatici, teneri, inventivi e avrebbero parlato come veri ragazzini. Allo stesso tempo ha avuto un’altra idea: portare indietro i vecchi mostri Universal che da quarant’anni non vedevamo se non in TV. Voleva renderli spaventosi com’erano nelle versioni originali.»

Così nacque Scuola di mostri, una combinazione dei due spunti. C’era solo un problema: Dekker venne incaricato di scrivere su commissione una sceneggiatura (ancora inedita) su un agente segreto adolescente e non aveva tempo per sviluppare la sua nuova idea. Così si rivolse al suo vecchio amico di scuola Black.

A quel tempo Black stava proprio rinunciando alle sue ambizioni di essere un attore. Aveva scritto un copione, Shadow Company, un thriller soprannaturale su dei fantasmi di soldati dispersi in Vietnam che recentemente la Universal ha acquistato, ed iniziava a considerare l’idea di fare lo sceneggiatore di professione.
[Non esistono film con il titolo citato, né sembra aver mai visto la luce il progetto di Black, ma guarda caso vene accreditato a Fred Dekker il soggetto di Chi è sepolto in quella casa? (House, 1985), un horror con dei fantasmi di soldati dispersi in Vietnam… N.d.R.]

«Fred mi dimostrò che non servivano quattro anni di scuola di cinema per fare bene un film: lui sapeva come fare grazie solamente ad un’intera vita a desiderare di dirigere. Ha passato anni ad essere un attento spettatore, facendo attenzione a cosa faceva reagire la gente, e come. Così ha imparato cosa rende buono un film, cosa fa gridare la gente e cosa sorridere. E sa come farlo lui stesso.»

La “Squadra dei Mostri”, da “Fangoria” n. 67 (settembre 1987)

Scuola di mostri era la chance di Black per mostrare che poteva fare la stessa cosa. «Fred mi passò l’idea e mi chiese di dare un’occhiata alla prima stesura», ricorda Black. «Era una bomba, la cosa più divertente che mi sia capitata come scrittore.»

Un ragione di questo divertimento era che Black aveva scritto il copione nello stile di Fred Dekker, il che significava riempire i passaggi descrittivi di battute e note che non sarebbero mai potute arrivare sullo schermo. Per esempio, una ragazzina è descritta come una bellezza che “crescerà e si rifiuterà di venire a letto con te”.

«L’idea è far capire alla gente sulla carta ciò che proveranno a film finito», spiega Black. «A volte questo significa scrivere di getto, a volte frasi brevi e decise, a volte battute e note mordaci. A volte mi sono spinto a srivere “Qui il pubblico va fuori di testa”.»

«È divertente, ma quelle cose poi sono quelle che la gente ricorda dei miei copioni: può essere il motivo per cui questi copioni si vendono, anche se poi magari non hanno molto a che vedere con quello che arriva sullo schermo.»

Il copione di Black di Scuola di mostri era tanto divertente quanto lui e Dekker avevano sperato. C’era solo un problema: il copione di Black finito era lungo 150 pagine, e si stimava che il film sarebbe costato 40 milioni di dollari.

«Ho voluto buttarci dentro tutto, pure il lavandino», confessa Black. «Per poi andare a bussare dai vicini per usare il loro lavandino.»

Black e Dekker hanno limato il copione fino a ridurlo a 106 pagine, e Dekker l’ha venduto velocemente a Peter Hyams e la Taft/Barish Productions. Il film finito, dice Black, è tutto ciò che aveva sperato.

«C’è tantissimo cuore, grazie principalmente alla grande cura che Fred ci ha messo dentro. Mi sparerò in testa, se la gente non farà la fila per vederlo.»

Mentre aspettava che Scuola di mostri entrasse in produzione, Black ha scritto e venduto Arma letale al produttore Joel Silver e alla Warner Bros.

Arma letale è un film più tradizionale rispetto a Scuola di mostri, un thriller poliziesco lineare, impreziosito da un eroe che è in realtà uno psicopatico. Ma ha un senso dell’umorismo che lo posiziona al di sopra degli standard del genere, tipo Ricercati: ufficialmente morti [1987] o Malone: un killer all’inferno [1987], e quell’umorismo – combinato con il fascino di Mel Gibson – lo rende uno dei successi dell’anno.

«Sono davvero contento del modo in cui è uscito fuori Arma letale», dice Black. «È proprio un western urbano come io volevo. Ci sono un sacco di trucchetti nel film, tipo far saltare in aria una casa per mettere a tacere una vittima, ma è un grande film di eroi. Non buono come Gli intoccabili [1987], comunque. Quanto mi sarebbe piaciuto scrivere quello.»

In effetti a Black sarebbe piaciuto scrivere qualsiasi cosa ora, tranne ciò che sta effettivamente scrivendo: Arma letale 2.

«È probabilmente un errore farlo», ammette Black. «Non c’è alcun bisogno di farlo: non amo i seguiti in generale, e Arma letale 2 dovrà essere qualcosa di speciale. Non può essere semplicemente un altro episodio di Arma letale. È dura perché tutti sanno che Gibson è matto e Glover è stufo. Devi rendere i cattivi più cattivi e la posta in gioco più alta. È estremamente difficile uscire con un’idea sufficientemente buona. Me ne viene una, la scrivo e poi dico “Ops, non è buona come il primo film”.»

Se non altro il lato positivo è che Black ha avuto la possibilità di scegliersi un collaboratore. Da lunga data fan della serie di romanzi del Destroyer, ha assunto il co-creatore di Remo Williams Warren Murphy per aiutarlo a scrivere il copione.

«Warren è incredibile», dice Black. «Lavoriamo insieme da un mese e stiamo già chiudendo la prima stesura. Lavoriamo come lui faceva con (il co-creatore del Destroyer) Richard Sapir: Sapir gli mandava mezzo libro, a volte interrotto a metà, addirittura a metà parola, e lui lo completava e lo mandava all’editore. Io ho scritto una rozza metà del copione e l’ho mandata a Warren. Lui scriverà la seconda metà, dopo di che… chissà?»

Grazie ad Arma letale Black ha potuto avere il suo debutto sul grande schermo con Predator Joel Silver, il produttore di Arma letale, aveva ingaggiato il suo epico Schwarzenegger e aveva bisogno di qualcuno per la piccola parte dell’operatore radio Hawkins. Chiese a Black di fare un provino.

«Siccome conoscevo Joel Silver molto bene, il mio provino è stato con una persona sola», ricorda Black. «Malgrado questo, lo stesso l’audizione mi ha intimidito.»

Non abbastanza, a quanto pare, visto che Black si è ritrovato presto su un aereo per la giungla messicana dove si stava girando il film.

«Sembrava divertente vedere in prima persona un’operazione complessa come le riprese di un film», ricorda Black. «Durante le riprese dei film che ho scritto io passeggiavo sui set mangiando hamburger, guardando attraverso i miei occhiali e dicendo “Oh, forte”, e passando oltre. Stavolta invece era un po’ più impegnativo. Ho imparato molto, nel caso mi venisse voglia di dirigere.»

Inoltre ha imparato che era stata una buona idea smettere di recitare al college. «Sono spaventato dalla recitazione», confessa l’ex studente della UCLA. «Mi spaventa stare di fronte all’obiettivo. Se si potesse fare a modo mio, senza tutto quello stress, magari farei ancora l’attore. Ma di sicuro non continuerò in questo modo.»

“Fangoria” n. 67 (settembre 1987)

Meglio così, perché Black sembra intenzionato ad essere occupato nella scrittura per parecchio tempo. C’è Arma letale 2 da finire e Shadow Company da piazzare con i produttori Walter Hill e Michelle Manning. E di sicuro poi ci sarà un altro progetto d’azione da curare. E se avesse tempo, magari farebbe qualcosa di diverso…

«Credo di starmi bruciando con grandi prodotti di eroi sparatutto», riflette Black. «La prossima volta vorrei provare qualcosa nel campo della commedia. Stavo riguardando Turno di notte [1982] di Ron Howard: è un film incredibile, così divertente senza bisogno di barzellette. Dà lustro al genere commedia. Mi piacerebbe provare qualcosa su quel genere, con veri personaggi, dialoghi divertenti alla fin fine del cuore.»

«E se questo non dovesse funzionare», conclude, «posso sempre scrivere di un agente CIA rinnegato e del poliziotto che ha dodici ore di tempo per acciuffarlo…»

Poster del Predator a doppia pagina apparso su “Fangoria” n. 67 (settembre 1987)


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[1993-07] Shane Black su “CIAK”

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Profilo dello sceneggiatore Shane Black sul numero di luglio 1993 della rivista “CIAK“. Di seguito il testo senza firma.


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Shane  Black

Nato in Pennsylvania nel 1962 e laureatosi presso l’UCLA, la leggendaria università californiana del cinema che ha coccolato talenti del livello di Martin Scorsese e Francis Coppola, Shane Black è cresciuto divorando i classici anni Trenta-Quaranta e i fumetti più assortiti.

Una volta terminato il college, l’irrequieto giovanotto sopravvive masticando i tipici cento mestieri dell’aspirante creativo. Il contatto preliminare con il pianeta di celluloide avviene poco tempo dopo, quando per parecchie settimane tenta inutilmente di piazzare una sceneggiatura scritta a quattro mani insieme a un amico. La storia, The Shadow Company, è una via di mezzo tra un film bellico e un horror-movie.
Niente da fare. Nessuno pare interessato all’offerta. Da quel momento Shane cambia tattica. Si chiude in casa per un paio di mesi a “cucire” da cima a fondo, senza quasi respirare, il copione di Arma letale (Lethal Weapon, 1987), titolo e pellicola che gli daranno il primo, profondo brivido di gloria.

Il progetto viene ceduto alla Warner Bros per 250.000 dollari, una bazzecola se si pensa all’enorme successo che l’avventura degli agenti Martin Riggs e Roger Murtaugh riscuoterà ovunque. Eppure, nonostante l’ottimo trampolino di lancio, i guai di Black cominciano già al secondo stadio.
Quando stende la versione iniziale di Arma letale 2 (Lethal Weapon 2, 1989), ha la cattiva idea di voler sopprimere l’eroe Mel Gibson nel bel mezzo della parabola. Ovviamente la produzione si oppone, ma l’autore, anziché abbozzare, preferisce gettare la spugna. Segue un paio di anni di sofferto silenzio, finché, siamo nel 1990, il determinato Shane lancia sul mercato un thriller ambientato nel mondo delle partite di football truccate.

Trattasi di L’ultimo boy-scout (The Last Boy Scout, 1991), diretto poi da Michael Lehmann, un boccone che gli agenti Bill Block e David Greenblatt sventolano sotto il naso dei produttori invitandoli a prendere o lasciare nel giro di 72 ore al massimo. La mossa, nell’ultimo biennio prassi abituale a Hollywood (vedi il caso clamoroso di Joe Eszterhas), talora può riuscire a strappare compensi vertiginosi. Per comprare la sceneggiatura di Black la Geffen Company staccò un assegno di 1 milione e 750.000 dollari.


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