[2007-07] Aliens: Omnibus 1

Cover di John Bolton

Il 2007 è stato l’anno in cui la Dark Horse Comics ha iniziato a raccogliere le sue grandi saghe in voluminosi Omnibus: l’11 luglio ecco Aliens: Omnibus Volume 1, che trovate anche su Amazon a circa 15 euro.
Ecco il suo contenuto:

[1988-07] Aliens: Book I (Outbreak)
Sequel geniale del film Aliens poi rinnegato dal terzo film.
Primo episodio della Trilogia di Mark Verheiden, purtroppo qui in edizione “censurata”.
Sono passati dieci anni dagli eventi del film Aliens, Newt è cresciuta e insieme all’amareggiato Hicks parte per il pianeta natale degli alieni, in cerca di risposte a domande pericolose.
Da questo fumetto Steve Perry ha tratto l’eccellente romanzo “Aliens: il nido sulla terra” (Aliens: Earth Hive, 1992).

[1989-08] Aliens: Book II (Nightmare Asylum)
Secondo episodio della Trilogia di Mark Verheiden.
Fuggendo dalla Terra ormai caduta sotto l’invasione degli xenomorfi, Newt ed Hicks si rifugiano nell’asteroide-laboratorio del rude militare Spears, che sta addestrando gli alieni per formare il suo esercito personale di creature invincibili. Sarà dura arginare la sua follia, ma alla fine… arriverà Ripley!
Da questo fumetto Steve Perry ha tratto l’eccellente romanzo “Aliens: incubo” (Aliens: Nightmare Asylum, 1993).

[1990-06] Aliens: Book III (Earth War)
Terzo ed ultimo (deludente) episodio della Trilogia di Mark Verheiden.
Finalmente Newt e Ripley si ritrovano, dopo più di dieci anni separate, e dopo qualche sbrigativa spiegazione sferrano l’attacco finale alla Regina Aliena. i cui “soldati” hanno invaso la Terra. Ma prima, Ripley dovrà raccontare cos’ha fatto nei dieci anni in cui è rimasta separata da Newt…
Da questo fumetto Steve e S.D. Perry (padre e figlia) hanno tratto il noioso romanzo “Female War” (1993).

[1988-11] Theory of Alien Propagation
Quattro mesi dopo l’inizio della prima saga aliena della Dark Horse Comics, Aliens: Book I (luglio 1988), gli stessi autori – Mark Verheiden ai testi e Mark A. Nelson ai disegni – raccontano le basi della biologia aliena presentandola sul numero 24 (novembre 1988) del mensile “Dark Horse Presents”.
La storia verrà “fusa” nell’edizione italiana in volume della saga di Verheiden, inserendola dopo il primo numero: in patria verrà “fusa” allo stesso modo solo dal 2016.

[1991-11] The Alien
Una volta finita la Trilogia di Mark Verheiden, la Dark Horse Comics sul numero 56 (novembre 1991) del mensile “Dark Horse Presents” lascia la parola al maestro John Arcudi, con i disegni di Tony Akins, per raccontarci l’incontro degli umani con il Pilota, in una relazione diplomatica molto “complicata”.
Il confronto tra il Pilota e il sintetico mi ricorda molto da vicino quello fra l’Ingegnere e David in Prometheus (2012): sarà voluto?


Ecco le rispettive copertine nell’edizione Omnibus:

L.

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[1988-11] Theory of Alien Propagation

Cover di Mark A. Nelson

Quattro mesi dopo l’inizio della prima saga aliena della Dark Horse Comics, Aliens: Book I (1988-07), gli stessi autori – Mark Verheiden ai testi e Mark A. Nelson ai disegni – raccontano le basi della biologia aliena presentandola sul numero 24 (novembre 1988) del mensile “Dark Horse Presents”: primo di una lunga serie di appuntamenti della testata dedicati ad anticipazioni e a brevi storie inedite.

Estratti dal documento confidenziale “Teoria della propagazione aliena” del dottor Waidslaw Orona, consigliere civile del corpo dei Colonial Marines.

Così ci viene presentata la storia, affidandone cioè la paternità al personaggio di Orona di Aliens: Book I. In poche pagine ci viene raccontato il ciclo vitale alieno e in pratica ci vengono riassunti per immagini i primi due film della saga, così che i nuovi lettori siano aggiornati su come “funzionano” gli xenomorfi e in pratica quali siano le regole base dell’universo alieno.

La storia verrà “fusa” nell’edizione italiana del 1991 della saga di Verheiden, inserendola dopo il primo numero.

In originale rimarrà sempre una storia a parte, venduta separatamente anche in digitale, e solamente nel 2016 verrà seguito l’esempio italiano ed inserita come secondo capitolo di Outbreak in occasione della ristampa del 35° anniversario: vi rimane anche nella ristampa a colori The Essential Comics (ottobre 2018).

L.

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[1996-09] Aliens: Fortunato (Lucky)

Cover di Mark A. Nelson

Per festeggiare i dieci anni di attività, nel 1996 la Dark Horse Comics ha lanciato l’iniziativa “A Decade of Dark Horse“, serie di quattro uscite con storie brevi provenienti da tutti i suoi principali universi narrativi: poteva mancare Aliens, il suo fiore all’occhiello dell’epoca?

Richiamati Mark Verheiden e Mark A. Nelson – l’accoppiata di Aliens: Book I (1988-07) – nel terzo numero (settembre 1996) abbiamo la storiellina Lucky, che nel febbraio 2019 esce in edicola con il titolo Aliens: Fortunato.

Kanako è uno spazzino spaziale dalla dubbia moralità, anche se in realtà non ci sono dubbi sul fatto che non ne possieda una. Per colpa della sua noncuranza nel controllare un vascello alla deriva, gli alieni salgono a bordo della sua nave e massacrano l’intero equipaggio. Nessun problema per Kanako: si chiude nella scialuppa di salvataggio e aspetta che le grida cessino. Quando arrivano gli uomini della Compagnia, fa la vittima e quindi… è proprio fortunato.

Una storiellina inutile che non ci si aspettava da Verheiden, che in fondo all’epoca premeva per fare il produttore cine-televisivo e non aveva tempo per pensare ai fumetti alieni a cui doveva tutto.

La storia era già arrivata in Italia nell’aprile 2017, in appendice (molto ben nascosta) del volumone Aliens: 30° anniversario della saldaPress, dove però la traduzione risulta di Giorgio Saccani. Nel febbraio 2019 la storia appare nella sua versione a colori nel numero 23 del mensile “Aliens” della saldaPress con identica traduzione, sebbene non sia riportato il nome di Saccani ma solo quello del consueto Andrea Toscani.

L.

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[2019-02] Aliens saldaPress 23

Cover di Sam Kieth

Ventitreesimo numero (28 febbraio 2019) della collana mensile della saldaPress, con le traduzioni di Andrea Toscani.

In perfetta sintonia con il tono della collana, le note finali giustamente cita con divertimento la proboscide dello Space Jokey mostrato dalla storia L’alieno (da “Dark Horse Presents” n. 56, novembre 1991) del grande John Arcudi con i disegni di Tony Akins, in quanto «noi sappiamo» che invece gli Ingegneri di Scott sono ben diversi. Perché quello che dice Scott è la Verità, il resto sono solo stupidaggini con la proboscide…

Quando i Piloti avevano dignità

Altra raschiata dal barile è Aliens: Fortunato (Lucky), storiellina di Mark Verheiden con i disegni di Mark A. Nelson – l’accoppiata di Aliens: Book I (1988-07) – che la saldaPress aveva già presentata (ben nascosta) in appendice volumone Aliens: 30° anniversario, con la traduzione di Giorgio Saccani: stavolta la presenta a colori con identica traduzione, ma il nome di Saccani io non l’ho proprio trovato…

Chiude il cerchio la prima parte di Aliens: condizione inumana (Inhuman Condition, 2013) di John Layman con i disegni del sempre pessimo Sam Kieth: a breve dedicherò una recensione singola a queste storie, talmente invisibili all’occhio umano tanto che non le avevo neanche considerate…

L.

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[1996-07] Predator: Dark River

Cover di Miran Kim

Dopo una lunga pausa, durata circa cinque anni, il mitico Mark Verheiden torna a completare il discorso iniziato con Predator: Heat (1989) e continuato con Predator: Cold War (1991), in una trilogia che fa il paio con la sua più celebre dedicata agli xenomorfi.
Nel luglio del 1996 la Dark Horse Comics dunque presenta Predator: Dark River.

Una scritta ci informa che siamo nelle giungle del Sud America, il 10 agosto del 1996. Un gruppo di turisti si sta avvicinando ad un Predator per poterlo riprendere: sono tutti disarmati, quindi non rischiano niente… Eppure il cacciatore li massacra uno ad uno: probabilmente è indispettito da questi “viaggi organizzati”.
In realtà sono dei civili mandati in avanscoperta per evitare problemi diplomatici con le autorità locali: missione fallita in pieno.

New York, 10 ottobre 1996. Ritroviamo il nostro caro vecchio Schaefer, che soffre parecchio il caldo dopo la sua vacanza in Siberia. Ha ripreso il suo vecchio lavoro, cioè sparare ai criminali della città e cercare prove che suo fratello Dutch sia ancora vivo, dopo le vicende del film del 1987.
Stavolta trova finalmente una buona pista, un pilota di elicotteri che ha una storia da raccontare: dopo un paio di schiaffoni, inizia la storia.

Bentornato, Schaefer

Fra un lavoro e l’altro, il pilota si trovava a Cobija, nel Sud America, in cerca di un po’ di divertimento quando è stato raggiunto dal generale Philips. (Lo ricordo, quello che apre il film Predator.) Il militare ha bisogno subito di un pilota, che c’è una squadra di soldati da andare a recuperare nella giungla: quando però il pilota arriva sul posto, dopo una misteriosa esplosione, trova solo un uomo da caricare. Cioè Dutch.
Il problema è che l’uomo presenta immediatamente una terribile infezione, con vermi – giunti non si sa da dove – che gli attraversano il corpo: il generale Philips teme un’infezione contagiosa e… molla Dutch nel mezzo della giungla e se ne va.

Una comparsata di Dutch, anche se di spalle

Schaefer è al tempo stesso distrutto dalla notizia ma anche esaltato: dopo così tanti anni di ricerche infruttuose, finalmente ha una traccia da seguire. Agguanta il pilota e lo trascina con sé: destinazione… Sud America.

Terremoto in Sud America

Facciamo un saltino indietro al 4 settembre 1996. Dopo il massacro dei civili arrivano i soldati armati di tutto punto, che scortano una non meglio identificata Miss Lopez a scoprire cosa sia successo. Anche loro rimarranno sorpresi nel constatare che il Predator locale non segue alcun codice d’onore ed è privo di fair play: è un altro massacro.

Il Predator ha perso il suo codice d’onore

Schaefer e Mercer il pilota arrivano nel sempre imprecisato Sud America e scoprono che le autorità locali, guidate da El Presidente, sono sempre state ben informate delle visite regolari del Predator, sin da tempi passati, ed erano sempre convissuti tranquillamente: gli permettevano di fare i suoi riti di passaggio perché sapevano che poi se ne sarebbe andato. Ora però Schaefer scopre che il gioco è saltato e le regole sono cambiate, semplicemente perché questo Predator… è quello che lui era convinto d’aver ucciso nella prima missione! Rimasto solo ferito, il cacciatore ha perso ogni valore morale e ora è solo uno spietato massacratore di qualsiasi cosa si muova.

Dal 1989 il Predator aspetta la sua vendetta

El Presidente dà a Schaefer, Mercer e Lopez una missione suicida: andare a finire quello che il detective ha cominciato. Far fuori quell’animale ferito.

Scontro di titani

Con una parentesi del 4 settembre scopriamo che il sangue misterioso lasciato durante il massacro dei civili appartiene a Schaefer: è un messaggio che il Predator sta inviando a Philips. Vuole quell’uomo per vendicarsi. E il generale farà di tutto per darglielo… anche convincere un tizio qualunque, Mercer, a raccontare una frottola e dire che aveva avvistato Dutch nella giungla.

Torna la rete “affilata”

Il 15 ottobre è il giorno dello scontro finale, in cui finalmente Schaefer trova ed affronta quella belva mostruosa che è diventata il Predator deviato del “fiume oscuro”.
Purtroppo non sapremo mai il destino di Dutch, ma almeno lo scontro con suo fratello è stata una bella avventura e lo sento anche un po’ mio fratello: ho conosciuto Schaefer la prima volta nel 1991 e questa terza avventura riesco a leggerla solo ora, nel 2018. Ormai li considero miei familiari…

L’idolo degli indios

Chiudo con un momento geniale. Ad un certo punto la Lopez spara al Predator e questo cade, così la donna avverte Schaefer di aver ucciso il mostro. E lui risponde: «Mi sa che non hai mai visto i film di Jason», perché infatti il mostro si sta già rialzando…

Ecco infine la cover gallery:

L.

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[1994-09] Mark Verheiden su “Starlog”

Traduco questo splendido articolo apparso sul numero 206 (settembre 1994) della rivista “Starlog“, all’epoca in cui Mark Verheiden era un mito per i pochissimi, come me, che avevano avuto la possibilità di leggerne i fumetti. Probabilmente questa intervista risale al momento di maggior quotazione dello scrittore, un apice che nel giro di un attimo si è trasformato in tracollo: malgrado tutto ciò che ha contribuito a creare abbia fatto un discreto successo, Mark è stato immediatamente dimenticato e tutti i sogni di cui parla sono evaporati come neve al sole.

Questo servizio dunque è una perla rara perché fotografa un momento brevissimo, quel momento in cui tutti sognammo un mondo cinematografico che si fondeva con quello dei fumetti. Negli anni 2010 i giovani probabilmente stanno vivendo lo stesso sogno realizzato, con il Marvel Cinematic Universe: evidentemente nel 1994 i tempi non erano maturi.

Riporto solamente i brani “alieni”: per l’intervista completa, sempre tradotta da me, rimando al Zinefilo.


Le maschere del tempo

di Pat Jankiewicz

da “Starlog” n. 206 (settembre 1994)

Da casa sua, lo scrittore Mark Verheiden vaga
per un universo pieno di comici, poliziotti e creature

Alto e pittoresco, lo scrittore Mark Verheiden assomiglia più al tipo d’uomo che passa il tempo con la moglie Sonja e il figlio di due anni Ben piuttosto che il tipo che corre in giro con intenti di vendetta, un buffone estremamente verde e un poliziotto che viaggia nel tempo. Eppure lui li ha incontrati senza lasciare la sua confortevole casa di Pasadena.

I personaggi più fiammeggianti lo incontrano nella sua stanza adibita a scrittoio, con computer, libri, copioni e vari CD di Elvis Costello. Verheiden è stato in grado di fare l’impossibile. Ha smesso di scrivere fumetti per la Dark Horse Comics (per la quale ha lanciato le serie di “Aliens” e “Predator”) per trasformarli in film. Inoltre sta curando progetti originali con il regista Sam Raimi. Quest’anno, il suo nome apparirà nei titoli di due film tratti da fumetti Dark Horse: The Mask e Timecop (di cui, in quest’ultimo caso, è anche il co-creatore).

[…]


Comics Fan

Le ambizioni di Verheiden nel cinema e nei fumetti iniziano in modo inusuale. «Sono nato e cresciuto ad Aloha, Oregon, proprio fuori Portland. Ho voluto scrivere sin da quando, a cinque anni, ho iniziato a leggere. Sono stato e sono un grande amante dei fumetti», sorride. «Dovreste vedere il mio garage! Quando avevo sei anni volevo comprare fumetti, ma come molti ragazzi di quell’età facevo un casino e li lasciavo ovunque, per casa. I miei genitori mi dicevano “Raccoglili!” e io mi lamentavo: “Oh mamma!”.»

Arrivai a casa da scuola, un giorno, e trovai mia mamma che, ammonticchiati tutti i miei fumetti, stava dando loro fuoco! Disse “Non comprerai mai più un fumetto perché sei troppo disordinato: ti proibiamo di comprarne di nuovi”. Quella era davvero la cosa più sbagliata da dire, perché iniziai a comprarli di nascosto», ride. «Ne comprai migliaia e ne iniziai a scrivere per vivere. Genitori», ammonisce, «se non volete che i vostri figli seguano la mia strada, lasciate comprare loro i fumetti: e soprattutto non bruciateli!»

La sua carriera nei fumetti è iniziata alla Dark Horse Comics. «Vorrei poter dire che è stato per mero talento, ma uno dei miei compagni di college era Randy Stradley, editor della casa. Siamo amici sin dalla fine degli anni Settanta, e quando Dark Horse ha iniziato, nel 1986, ci siamo incontrati con Randy e Mike [Richardson] ad una fiera del fumetto. Conoscevo Mike perché era il proprietario di alcune fumetterie di Portland: eravamo tutti di Portland. Loro dissero: “Stiamo avviando una casa editrice a fumetti: dovresti scrivere qualcosa”.»

«Tornando a casa dalla fiera, raccontai a mia moglie uno spunto che mi era venuto in mente: era The American. Li chiamai e glielo raccontai: “Grande, scrivilo!”. Pubblicarono il fumetto e fu così che io salii a bordo.»

Scrivendo per la Dark Horse ha preso il via anche la carriera cinematografica. «Sono entrato nel mondo del cinema perché ho scritto un fumetto per la Dark Horse basato su Predator», rivela. «Il primo numero uscì e io ricevetti una telefonata dal produttore Joel Silver. Mi disse: “Mi piace questo fumetto, vieni a parlarcene perché vorremmo usare lo spunto per il film Predator 2

«Andai a parlare con i colleghi di Silver riguardo la storia e, mentre ero lì, dissi: “A proposito, ho questo personaggio che potrebbe interessarvi, si chiama The American“. Così mi commissionarono una sceneggiatura. Scrivere Predator per la Dark Horse mi ha permesso di iniziare il lavoro di sceneggiatore. Ho creato tre progetti per loro, e nove o dieci per altre case.»

Verheiden ha lanciato due grandi serie per la Dark Horse: Aliens e Predator. Al contrario di precedenti adattamenti a fumetti di film di altre case, queste non erano mere versioni cartacee della pellicola bensì veri e propri sequel, con le loro proprie trame e i loro personaggi. «Devo dire, in entrambi i casi di Aliens e Predator, che io non sono interessato ai mostri quanto alle relazioni fra le persone intorno a loro.»

«Il Predator è figo perché è senziente: sa pensare e capire, il che lo rende molto più interessante di Alien, che è come un pastore tedesco con lunghi denti», ridacchia lo scrittore. «Per quanto negativo possa essere, il Predator ha una missione: cacciare.»

«Ho impostato i fumetti di Predator all’insegna del gioco d’azione e quelli di Aliens come qualcosa di più oscuro. Per sua natura, l’Alien è un soggetto molto più duro, è molto più spaventoso di un Predator, il quale è essenzialmente un mostro venuto a tagliarti la testa.»

Molti degli spunti di Verheiden – una violenta Los Angeles del futuro, un assassino che segue il caldo, un gruppo di Predator e via dicendo – sono poi apparsi in Predator 2. «La prendo con molta filosofia», dice. «Predator è stato creato da altri, poi sono arrivato io e ho scritto dei fumetti. Sapevo di star addentrandomi nelle proprietà della 20th Century Fox ma era un buon modo di iniziare la carriera. Se quindi il prezzo da pagare è che hanno usato alcune delle mie idee per Predator 2, va bene così.»

«Se qualcuno ha il diritto di essere furioso, sono gli scrittori originali, Jim e John Thomas, perché io ho preso la loro creazione e ci ho fatto dei soldi. Lo stesso non posso negare una certa fitta quando ho visto Predator 2», conclude, «ma è stato solo quello, una semplice fitta e basta.»


L.

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Intervista a Mark Verheiden (2013)

Mark Verheiden al WonderCon 2011

In occasione dell’arrivo nelle fumetterie italiane, grazie a saldaPress, della riedizione cartonata di Aliens: Book II (1989) – nella splendida versione per il 30° anniversario di quello che considero uno dei capolavori del fumetto alieno – traduco in italiano un’intervista al suo autore Mark Verheiden, diventato in seguito nome noto nella TV americana ma che ho molto amato come sceneggiatore quando addirittura la distratta editoria italiana portava nelle noestre edicole i suoi fumetti.

L’intervista risale al 21 febbraio 2013 ed è curata dal blog Strange Shapes.


Mark Verheiden è uno sceneggiatore e produttore per la TV che ha firmato la prima serie dei fumetti di Aliens per la Dark Horse. Altre sue firme includono Falling Skies, il reboot di Battlestar Galactica, Caprica, Heroes, Smallville e l’imminente Hemlock Grove. Nel cinema si trova la sua firma in lavori come The Mask, Timecop e My Name is Bruce. L’ho contattato per chiedergli se volesse rispondere ad alcune domande inerenti il seguito di Aliens che lui portò su pagina nel 1988.

Strage Shapes: Alien era già ampiamente popolare fra i fan dell’horror e della fantascienza ma James Cameron è riuscito lo stesso ad alzare l’asticella. La serie è diventata un franchise con una fortunata serie di giocattoli, cards e poi una serie a fumetti. Come ti sei ritrovato coinvolto con l'”Aliens” della Dark Horse? Era un lavoro per cui dovevi fare pressioni o sei stato scelto appositamente per il progetto?

Mark Verheiden: Premettendo che stiamo parlando di 25 anni fa e la memoria può fare brutti scherzi, sono cresciuto e ho studiato nell’area di Portland, Oregon, dov’ero attivo nel mondo dei fumetti amatoriali già mentre studiavo cinema. Presto mi trasferii a Los Angeles per seguire la carriera di sceneggiatore, mentre i miei amici Mike Richardson e Randy Stradley fondavano la Dark Horse Comics e mi chiedevano se avessi qualcosa nel cassetto. Creai così una serie chiamata “The American” che ricevette qualche critica positiva, quindi le costellazioni si allinearono quando Mike mi bisbigliò che la Dark Horse stava chiudendo un contratto per gestire una serie a fumetti di Aliens. Io ero (e rimango) un grande fan dei primi due film e probabilmente minacciai atti di violenza se non mi avessero messo a scrivere la serie. Sospetto però che Mike non mi avrebbe mai parlato di Aliens se nella lista dei papabili non ci fosse già stato il mio nome.

SS: Molti hanno predetto che un seguito di Aliens con Newt ed Hicks sarebbe divetata una roba alla “Famiglia Robinson nello spazio”, il che è esattamente ciò che tu NON hai fatto: Hicks era un ubriacone violento, Newt era finita in un ospedale psichiatrico (e messa in lista per una lobotomia), mentre Ripley e Bishop erano scomparsi. Sono state scelte dettate dall’esigenza di iniziare col botto o era uno stile considerato in linea con i toni oscuri del film?

MV: Non ricordo alcuna “esigenza”. Malgrado una certa positività nella vita reale, nelle mie storie tendo sempre ad essere oscuro, e credo che il tono di quei fumetti si rifaceva a quello dei primi due film, che erano molto cinici nei confronti del corporativismo e della filosofia militare. Il personaggio chiave era Newt e l’esplorazione di come la sua esperienza con gli alieni e l’abbandono di Ripley l’avessero devastata. La prima serie verteva proprio sulla redenzione di Newt nei confronti della minaccia aliena.

SS: Ci sono un sacco di spunti nella prima saga: il mondo alieno, le creature sulla Terra, Colonial Marine che combattono in un nido ed anche uno Space Jockey vivente. Essenzialmente è tutto ciò che molti fan dei film avrebbero voluto vedere sullo schermo. Il medium fumetto ti ha aiutato ad esplorare questi aspetti dell’universo alieno o è stato difficile combinare così tanti elementi, location, spunti e personaggi in un unico contenitore?

MV: Non sono sicuro che abbiamo pensato a queste cose, all’epoca, ma ricordo che quando abbiamo lanciato il fumetto queste cose tratte da film erano considerate i figli bastardi del mondo dei fumetti. Non avevamo idea di come Aliens: Book I sarebbe stato accolto né se avremo pavuto la possibilità di scriverne altri, quindi ci abbiamo messo dentro tutto. Dalle mie prime discussioni con Mike e Randy avevamo ben chiaro che volevamo gli alieni sulla Terra, i Marines in battaglia e il mondo alieno. (Sapevamo poi che, per questioni di licenze, non eravamo autorizzati ad usare il personaggio di Ripley, cosa che cambiò solo nel terzo episodio, Earth War.) Con questi parametri tirai fuori una storia che seguisse i personaggi così come mi ero immaginato sarebbe stato un post-Aliens. Ricordo inoltre che i fumetti non devono preoccuparsi di budget o di casting, quindi siamo essenzialmente liberi di portare la storia dove ci pare e creare l’azione più costosa ed esagerata possibile.

Voglio far notare che la scelta dell’artista ha avuto un certo impatto nella scelta della storia. L’inquietante e squisito bianco e nero di Mark Nelson della prima serie si prestava in modo perfetto all’horror. I colori pieni di Denis Beauveis della seconda serie erano più portati all’azione. E lo stile idiosincratico di Sam Kieth ha portato nella seconda serie a scene strambe.

Illustrazione di Denis Beauveis

SS: Considerando i temi che hai affrontato, come il mondo alieno, le creature che invadono la Terra e lo Space Jockey, ci sono state restrizioni da parte della 20th Century Fox, che magari voleva tenere questi elementi da parte per un film?

MV: Guardando indietro, dalla prospettiva di una carriera di 25 anni nel campo di fumetti, cinema e TV, sono stupefatto della libertà che ci venne concessa dalla Fox nei primi tre volumi. I ragazzi degli uffici della Dark Horse avranno combattuto guerre di cui magari non sono stato informato, ma posso solo ricordare due o tre “note” ricevute dalla Fox. Ed era roba di poco conto, tipo la raccomandazione di tenere i bassi i toni di alcune scene violente.

Faccio notare come mi sia stato chiesto di scrivere un’altra serie di Aliens nel 1994 o giù di lì, che se la memoria mi aiuta doveva essere ambientata sulla Terra, ma alcune faccende politiche si sono messe in mezzo e la storia è stata soppressa dalla Fox perché evidentemente (ed incidentalmente) era pericolosamente vicina a quella che stavano sviluppando loro, che poi si sarebbe trasformata in Alien Resurrection. Quell’esperienza spazzò via ogni mio interesse in ulteriori storie aliene, sebbene da allora abbia scritto un paio di one-shot con i disegni di Mark Nelson.

SS: La squadra di Marines androidi era una fantastica idea, e mi ricordano la replicante Rachel di Blade Runner, cioè quel tipo di intelligenza artificiale ignara di sé. Un’altra cosa interessante è che alla fine del numero 6 della prima serie l’umanità abbandona la Terra, abitata ora dagli alieni, il che mi ricorda la premessa di Battlestar Galactica. C’erano altre influenze per i fumetti, oltre ai film di Alien?

MV: Sono un fan accanito di fantascienza e quindi sono sicuro ci fossero altre ispirazioni, sebbene non possa ricordare omaggi precisi. Sicuramente al di là dei film di Alien sono sicuro che ci fosse un po’ di Blade Runner, ma l’idea dei Marines androidi venne fuori per semplice logica: se sei in grado di creare macchine umanoidi pienamente indipendenti, virtualmente capaci di ogni funzione umana, perché allora mandare umani nello spazio?

SS: I tre volumi sono stati un grande successo, e il modo in cui personaggi come Newt ed Hicks sono stati trattti è stato superbo. Però dopo Alien 3 i fumetti si sono dovuti modificare per adattarli al canone filmico: Hicks è diventato “Wilks” e Newt “Billie”. Penso che questa modifica nuoccia alla serie?

MV: La Dark Horse sentì che doveva fare quei cambiamenti così che quelle storie potessero nel canone alieno post-Alien 3. Questo permise ai fumetti di essere ristampati e io ho felicemente incassato le mie royalty, sebbene non abbia avuto nulla a che vedere con la modifica e sebbene preferirei che la gente leggesse le storie originali come le ho scritte all’inizio.

SS: Ho solo un’ultima cosa da chiederti: sai che Paul W. Anderson ha chiamato un personaggio del suo Alien vs Predator con il tuo nome? Un simpatico omaggio.

MV: Sono lusingato di aver avuto un personaggio con il mio nome nel primo AVP, sebbene i non abbia mai scritto nulla della serie AVP. Non ho mai incontrato Anderson ma credo che gli siano piaciuti i miei fumetti alieni. Visto però che il mio personaggio viene ucciso barbaramente… forse non gli sono piaciuti!

Io sono il numero 13…

Voglio ringraziare Mark Verheiden per aver sottratto tempo ai suoi impegni per rispondere alle mie domande.


L.

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[2016-01] The Complete Aliens Omnibus 1

Il 19 gennaio 2016 la britannica Titan Books presenta questa splendida antologia: The Complete Aliens Omnibus: Volume One.

Desiderosa di recuperare il patrimonio letterario alieno ormai disperso, la casa invece di ristampare i singoli volumi di cui ha acquisito i diritti preferisce raccoglierli in volumi economici: tre romanzi al prezzo di uno!

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[1991-09] Predator: Cold War

Cover di Ray Lago

Appena completata Big Game, la Dark Horse Comics si lancia subito in un’altra saga bella “fresca”: Predator: Cold War, che segna il ritorno del grande Mark Verheiden a scrivere per il personaggio, dopo la mitica Heat (Concrete Jungle).
Ai disegni c’è Ron Randall, che aveva affiancato Chris Warner proprio in Heat e che per Verheiden scriverà la breve saga Timecop.

La particolarità dell’uscita è che le quattro copertine di Brian Stelfreeze si possono affiancare a formare un disegno unico.

Nel maggio 1993 questa saga – ancora inedita in Italia – viene raccolta in un bel volume TPB, con copertina di Ray Lago.
Nel maggio 1997 la collana “Spectra” della Bantam presenta la novelization della storia con un romanzo firmato da Nathan Archer.

Siberia del nord, 1990. Si sta bene, fa “solo” 24 gradi sotto zero: è in pratica estate!
I radar segnalano qualcosa di strano, un aumento di calore in un punto particolare, e ad indagare sull’accaduto parte una squadra guidata dalla tenente Ligachev. Cosa può mai esserci di “caldo” in quell’inferno ghiacciato? La risposta è ovvia… Un Predator!

Anche a Washington hanno registrato l’arrivo della navicella del Predator in Siberia, e un uomo ha subito capito che è iniziata la stagione di caccia: il generale Philips, il “capo” di Schwarzenegger nel film del 1987, l’uomo che ha seguito da vicino la stagione di caccia dell’anno prima a New York, raccontata in Heat.
Ma da quella saga Verheiden non recupera solo il generale, bensì anche i due protagonisti: Rasche, ora diventato sceriffo in Florida, e Schaefer… il fratello di Ducth.

Schaefer, fratello di Schwarzenegger!

La decisione del generale Philips è ovvia: prendere gli unici due uomini che sono stati così folli e cocciuti da affrontare i Predator e trascinarli in Siberia, dove ormai i nuovi cacciatori stanno massacrando tutto ciò che si muove intorno alla base sovietica.

Oltre le solite lance, stavolta a fumetti abbiamo sia il disco (chakram) che la rete metallica lanciata da un netgun, entrambi provenienti da Predator 2 (1990).

Netgun lancia-rete metallica

Scopriamo nuove tecniche di caccia. Per esempio i Predator hanno disseminato i ghiacci di tagliole a “corpo intero”: quando un umano vi finisce viene completamente immobilizzato, dalla testa ai piedi. E al cacciatore non serve altro che prendersi il suo trofeo.

Il sistema di trappole “predatorie”

L’arrivo degli americani, con Schaefer come consulente di un gruppo di esagitati militari, non è ben visto dai sovietici, e subito la situazione diventa molto più esplosiva per ragioni politiche che venatorie: i Predator d’un tratto sembra il minore dei problemi!
Solamente Schaefer e il tenente Ligachev trovano il sistema di mettere da parte questioni politico-culturali e uniscono le forze contro il nemico comune.

Questa sì che è “distensione” tra blocchi

Sono proprio loro due a trovare l’astronave e ad entrarvi per cercare di assestare il colpo finale ai Predator. Ma non sembra così facile…

Come in Heat, anche qui c’è il problema di non mettersi contro la razza dei Predator e il generale Philips saprà fermare Schaefer e Ligachev in tempo, per non dispiacere gli alieni che ogni anno visitano la Terra per andare a caccia, con il rischio che decidano di fermarsi in pianta stabile e massacrare tutti.
Ma stavolta i cacciatori non riusciranno ad andarsene indenni: stavolta saranno loro ad essere cacciati…

Proprio come per Aliens, neanche il ciclo di Predator scritto da Mark Verheiden ha avuto seguito né ha lasciato tracce nel futuro di questo universo, ma per fortuna ritroveremo presto il bravissimo autore.

Una curiosità. La Dark Horse tornerà a sfruttare la Guerra fredda l’anno successivo, con la ghiotta saga Terminator: Hunters and Killers (1992).

Chiudo con la cover gallery:

L.

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[1989-06] Predator: Heat (Concrete Jungle)

Cover di Chris Warner

Cover di Chris Warner

La Dark Horse Comics nel 1988 fa il botto acquistando il marchio “Aliens” e i fumetti inediti che presenta, con la firma del grande Mark Verheiden, conquistano subito i fan. Bisogna battere il ferro finché è caldo così la casa di Mike Richardson tenta di ripetere il successo acquistando anche il marchio “Predator” dalla Fox, e affidando il personaggio – che ha solo due anni di vita! – alle capaci mani di Mark Verheiden di nuovo.
Il risultato supera le aspettative: da trent’anni i fumetti di Predator sono amati da milioni di fan. E qualche briciola è caduta per sbaglio anche in Italia.

Nel settembre 1990 i quattro numeri di questa saga vengono raccolti in un volume TPB che decide di ribattezzare la storia Concrete Jungle.

Questa saga è apparsa in Italia a puntate in appendice alla testata “Aliens” della PlayPress di Mario Ferri, dal n. 2 (maggio 1991) al numero doppio 4/5 (luglio/agosto 1991), con la traduzione di Alessandro Bottero.

Primissimo Predator a fumetti, firmato Chris Warner

Primissimo Predator a fumetti, firmato Chris Warner

Nel giugno del 1989 Verheiden presenta la breve saga Heat, con gli strepitosi disegni di Chris Warner: il successo è tale che già nel settembre successivo la casa ristampa subito tutti i numeri!
Il soggetto è così semplice che verrà ricopiato da Jim e John Thomas per il film che uscirà nel novembre 1990: Predator 2. Dalla giungla… la caccia si sposta alla città!

Stephen Hopkins e Joel Silver hanno letto bene questa saga Dark Horse!(© 20th Century Fox)

Stephen Hopkins e Joel Silver (© 20th Century Fox)

Siamo in un futuro imprecisato ma non molto lontano, visto che fa caldo «più dell’estate del ’91». E in TV Charlie Manson dirige il programma “Charlie’s Devils” in diretta da San Quintino: per favore, qui scatta un applauso!

Hot town, summer in the city
Back of my neck getting dirty and gritty

Così cantavano i Lovin’ Spoonful in Summer in the City (1966).
Il caldo, si sa, fa impazzire la gente e gli omicidi aumentano sensibilmente di numero, tanto da dare doppio lavoro ai detective Rasche e Schaefer. Non è un’omonima, Schaefer è il fratello del Dutch protagonista di Predator, ed è disegnato proprio immaginando uno Schwarzenegger in giacca e cravatta.

Si capisce che è il fratello di Schwarzenegger?

Si capisce che è il fratello di Schwarzenegger?

Siamo a New York in piena guerra tra bande, e quando i rispettivi capi si incontrano per trattare una pace… qualcuno li massacra in pochi minuti.
Poco dopo un treno metropolitano pieno di rampanti “cowboy corporativi” (banchieri, broker e affaristi vari, tutti armati nella sana tradizione americana) viene aggredito e qualcuno massacra tutti i viaggiatori.
Insomma, qualcuno sta anticipando tutti i temi di Predator 2! Solo che l’incontro fra il Predator e il protagonista avviene molto prima…

Sferra il tuo colpo migliore!

Sferra il tuo colpo migliore!

Schaefer non è certo uno che si fa spaventare dalle dimensioni del proprio nemico, e imbastisce subito un bello scontro fisico con la creatura, senza neanche chiedersi chi sia mai. Ovviamente ha la peggio, e qui scatta una novità purtroppo non più utilizzata in seguito: il Predator “marchia” la sua vittima, la lascia cioè in vita ma con addosso un segnalatore così da poterla ritrovare in qualunque momento.

Diamogli un ricordino...

Diamogli un ricordino…

Deciso ad indagare su qualcosa che invece le autorità vogliono mettere a tacere, Dutch riesce a parlare con il generale Phillips – disegnato proprio come l’attore R.G. Armstrong del primo film – ma da questi ottiene solo altro mistero: suo fratello Dutch ha trovato qualcosa che non doveva trovare, eviti di fare anche lui questo errore.
Schaefer è deciso più che mai: prende e parte per il Sud America, e se ne va a Rosucio in Colombia. Dove nella giungla trova un cratere: cioè i resti dell’esplosione che chiude il film Predator.

Pronto per il secondo round?

Pronto per il secondo round?

Anche lo scontro nella giungla è cruento, ma stavolta il “colpo fortunato” è dalla parte di Schaefer e riesce ad uccidere la creatura. Scoprendo che nulla finora era avvenuto per caso: il generale Phillips lo aveva seguito da vicino e si aspettava di vederlo cadavere… invece ora dovrà ricredersi!
Qualcosa di losco sta avvenendo, ma quel che è sicuro è che «la merda sta per arrivare in città». (Splendida ed efficace traduzione italiana di un originale meno potente, «The shit’s about to hit the van».)

«Hot Town, Summer in the City...»

«Hot Town, Summer in the City…»

Scahef finisce dalla padella alla brace: da preda di un cacciatore alieno si ritrova preda dei servizi segreti americani, che stanno compiendo strani esperimenti in Colombia per cercare di trovare un equilibrio con i Predator: loro cacciano un po’, quando fa particolarmente caldo, e il Governo cancella le tracce e insabbia tutto. Così si limitano i danni.
Schaefer è arrivato a scuotere questo “equilibrio del terrore” ed ora i Predator sono leggermente incacchiati, e non c’è Governo che tenga!

A New York ci sbarcano proprio tutti...

A New York ci sbarcano proprio tutti…

Lo scontro finale è per le strade di New York, dove le astronavi dei Predator cominciano a far sentire la loro presenza. Ma ciò che i cacciatori spaziali ignorano è che le gang della Grande Mela non sono seconde a nessuno, in quanto a violenza.
Contro l’invisibilità delle creature i celebri idranti di New York – messi in funzione ad ogni estate, stando almeno a quanto vediamo al cinema – saranno perfetti: la battaglia campale può iniziare!

Neanche i Predator possono nulla contro i newyorkesi!

Neanche i Predator possono nulla contro i newyorkesi!

Come possono i poliziotti cittadini, qualche soldato di un corpo deviato del Governo, dei teppisti e Schaefer battere i più valenti cacciatori della galassia? Alla fine non ce ne sarà bisogno, perché la fine arriverà… con la fine dell’estate!
D’improvviso tutti i Predator si fermano e tornano sulle navi: la stagione della caccia all’umano è ufficialmente chiusa. E Schaefer li saluta sprezzate: «Ci vediamo l’anno prossimo.»

E anche quest'estate è andata...

E anche quest’estate è andata…

Riletta a quasi trent’anni di distanza ritrovo tutta la passione che provai all’epoca, malgrado la lettura fu impegnativa visto che usciva a brevi puntate. L’ho dovuta rileggere più volte per apprezzarla in pieno, ma da allora mi è rimasta nel cuore.
Malgrado non sia ufficialmente riconosciuto, è impossibile che Jim e John Thomas non conoscessero questa storia quando nel giugno del 1990 hanno depositato la sceneggiatura di Predator 2, perché davvero gli elementi ci sono tutti e il film si limita a cucinarli in modo diverso.

Giusto una "leggera" ispirazione...

Giusto una “leggera” ispirazione…

Questo rimane il fumetto che apre le porte a trent’anni di narrativa “predatoria”, quindi va ancora oggi ringraziato e apprezzato.

Aggiungo che il 14 giugno 2017 è uscito un volume pregiato per i trent’anni del primo film: il primo numero della serie “Predator: The Original Comics Series” contiene proprio la ristampa di questa storia, che appare con il titolo Concrete Jungle, che ha sin dalla prima ristampa del settembre 1990.

Chiudo con la cover gallery:

L.

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