[2012-06] Noomi Rapace su “Fangoria” 314

Traduco questa intervista a Noomi Rapace apparsa sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 314 (giugno 2012), in merito all’imminente uscita del film Prometheus.


Prometheus Rising

di John Nicol

da “Fangoria”
numero 314 (giugno 2012)

Noomi Rapace rinuncia al tatuaggio del drago in favore di una tuta spaziale
nell’atteso film di fantascienza epica di Ridley Scott

Nel 1979 i fan della fantascienza e del fantastico si stavano ancora riprendendo da Star Wars che già la 20th Century Fox cercava il suo nuovo grande successo di genere: sarebbe stato Alien, un orrore spaziale che era senza dubbio l’antitesi di George Lucas? Andò proprio così. La frase di lancio «Nello spazio nessuno può sentirti urlare» divenne una delle citazioni più note della storia di Hollywood, e il film stesso – elegante, sanguinolento, d’atmosfera e terribilmente spaventoso – cambiò per sempre l’orizzonte del genere fanta-horror.

Il grande successo di Alien era ampiamente attribuibile alla visionarietà della regia di Ridley Scott, con la sua tensione hitchcockiana, e agli scrittori Dan O’Bannon e Ronald Shusett. Aggiungete con gli iconici disegni di H.R. Giger dello xenomorfo e la musica tesa di Jerry Goldsmith ed avrete uno del migliori film di genere misto mai fatti. Lo spazio non era più una landa misteriosa da conquistare, una terra promessa galattica, bensì un posto terrificante dove combattere per la sopravvivenza.

Dopo aver spaventato a morte gli ignari spettatori, Alien ha conosciuto tre seguiti, numerosi libri, dozzine di videogiochi e miscugli vari (compresi due mediocri film di Alien vs Predator) oltre ad innumerevoli imitatori. Nella nostra epoca di riproposizioni e rilanci senza fine, voci di corridoio hanno iniziato a speculare sulle intenzioni della Fox riguardo Alien. Molti hanno avuto reazioni ambivalenti: potrebbe essere una brillante rivisitazione o un disastro terribile. Poi l’anno scorso è uscita la notizia che Scott non solo sarebbe tornato alla fantascienza, ma addirittura alle sue radici, dirigendo ciò che si supponeva essere un prequel di Alien.

Quel film è Prometheus, e mentre sto scrivendo è ancora pesantemente avvolto dal mistero: la 20th Century Fox rivelerà tutti i suoi segreti all’uscita del film, il prossimo 8 giugno. Ciò che sappiamo è che il cast comprende talenti come Michael Fassbender, Charlize Theron, Guy Pearce e, forse ancora più interessante, la bellissima Noomi Rapace, della trilogia The Girl with the Dragon Tattoo [titolo inglese del romanzo Uomini che odiano le donne (2005) di Stieg Larsson. Nota etrusca) che è già apparsa ad Hollywood nel flim Sherlock Holmes. Gioco di ombre (2011). “Fangoria” ha l’opportunità di sedersi con Rapace, che interpreta l’archeologa Elizabeth Shaw. Diplomaticamente l’attrice ci fornisce sufficienti indizi intriganti senza rivelarci alcun dettaglio, mantenendo la severa segretezza fino alla fine.

Fangoria: Prima la trilogia di Stieg Larsson poi il film con Sherlock Holmes ed ora Prometheus: hai intenzione di fare un viaggio dritta verso le stelle?

Noomi Rapace: Non riesco a vedermi dall’esterno. Non penso alle stelle o a diventare famosa: non la vedo in quella prospettiva. Sto facendo lo stesso lavoro e cercando di focalizzarmi su quello, senza pensare molto al resto.

Sembra che ti concentri su ruoli di donne forti, come Lisbeth Salander prima ed Elizabeth Shaw ora. Lo fai coscientemente?

È sempre più interessante e affascinante entrare in un personaggio che lotta per qualcosa, qualcuno che abbia obiettivi e sogni, ma anche difficoltà. Sono attratta da personaggi che abbiamo un piede nella zona oscura e uno in quella chiara, che facciano avanti e indietro fra due modi diversi di vivere.

Come ti senti ad essere diventata un’icona tosta e un modello per altre donne? E quali sono le reazioni dei tuoi fan maschi?

Non trovo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne. Credo che i personaggi che ho interpretato siano molto umani: non si tratta di essere donna pronta a reagire. Ho sempre cercato di vedere l’intera persone, non fossilizzarmi nella prospettiva femminile.

Ti sei ispirata ad altre eroine del cinema?

È strano, perché sono cresciuta guardando film e vivendo attraverso di essi, ed ho sempre considerato eroi i personaggi maschili, e mi sono sempre rivista in loro. Naturalmente ho avuto alcune eroine femminili, come Sigourney Weaver nell’Alien originale o quando ho visto Terminator con Linda Hamilton. Per ciò non vedo alcuna differenza fra i miei fan uomini e donne: credo che tutti loro vedano in me più un’attrice, che una donna.

Sebbene questo non sia un film di Alien, non si possono ignorare le somiglianze, specialmente fra il tuo ruolo e quello di Ripley. In cosa sono simili i personaggi, e in cosa sono diversi?

Vedo le somiglianze, puoi vedere aspetti di Ripley in Elizabeth. Credo che Elizabeth sia più femminile, più donna: dovrete conoscerla meglio ed avvicinarvi di più a lei per sapere come durante il film la sua vita verrà trasformata. Ha una relazione e saprete di più sulla sua infanzia. All’inizio è una credente che combatte per i propri sogni, cercando di persuadere la gente ad intraprendere questo viaggio e a credere. A metà film si trasforma in una sopravvissuta e in una combattente.

Puoi parlarci della tua esperienza nel collaborare con una leggenda come Ridley Scott?

Ho adorato lavorare con Ridley, è stato assolutamente fantastico. È un eroe e un’icona, e ha fatto così tanti film grandiosi e lavorato così a lungo e ha avuto una vita così incredibile. Ma la cosa strana è che non ho mai sentito che fosse più grande di me: non mi è mai passato per la mente! Sento che abbiamo creato qualcosa insieme, e che parliamo la stessa lingua.

Puoi spiegare meglio?

Ho capito ciò che stava cercando, ciò che voleva che io facessi, e ho sentito che riuscivamo a comunicare molto bene in una sorta di connessione silenziosa che va al di là del genere e dell’età, dal fatto che io sono una donna e lui un uomo. È stato fantastico lavorare con lui, e sentivo che era accanto a me e al mio personaggio in ogni scena.

Questo film e la sua produzione sono avvolti dalla segretezza: quant’è stato difficile mantenerla tutto il tempo?

Quando giro entro in una specie di bolla, è come se salutassi il mondo che mi circonda ed entrassi in un altro, popolato dalle persone con cui sto lavorando. Con loro puoi condividere ciò che stai facendo e i problemi della situazione, senza preoccuparti di cosa puoi o non puoi dire. È più difficile ora, che non sto più girando ma sto facendo interviste. Mi sono state date tantissime note su ciò che posso o non posso dire e in un certo modo è divertente: mi piace avere dei segreti! Mi diverte cercare di spiegare senza in realtà dire niente.

Ti è permesso dire cosa sia “Prometheus”?

È molto di più di un semplice film di fantascienza. In alcuni giorni, quando arrivavo sul set e vedevo cosa stavano costruendo – le strutture, i mostri, ecc. – era spettacolare e mi toglieva il fiato. Era qualcosa che non avevo mai visto prima. Credo che il film sarà un successo. Parla di così tante cose sulla vita e sull’essere umano, ed esplora lo scopo stesso della vita, ciò che siamo e da dove veniamo. E quale sarà il passo successivo.

Se il film sarà un successo come previsto, Scott ha lasciato spazio per eventuali seguiti?

Naturalmente sarebbe un sogno per me lavorare ancora con lui.

[Povera Noomi… Nota etrusca.]


L.

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[2004-08] AVP su “Fangoria” 235

Traduco questo servizio apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” n. 235 (agosto 2004).


The AVP Referee

di Mark Salisbury

da “Fangoria”
n. 235 (agosto 2004)

Paul W.S. Anderson ha un lavoro che è il sogno di ogni fan:
sguinzagliare gli alieni contro i Predator
e filmare lo spettacolare risultato

Paul W.S. Anderson è un fan di tutto ciò che sia legato ai film di Alien. «Ricordo quando è uscito il primo film e la gente ne parlava quando ancora nessuno l’aveva visto. “È nel gatto”, perché Ridley aveva detto qualcosa di simile», ricorda Anderson. «Così fin dall’inizio, anche quando guardavi Aliens, pensavi che l’alieno sarebbe sbucato fuori a provocare il caos e a dirigersi sulla Terra. Ma non l’hanno fatto: hanno fatto un fantastico film senza arrivare sulla Terra. Poi uscì l’anticipazione di Alien 3 con l’uovo che sovrastava la Terra, e con la frase di lancio “Tutti sulla Terra potranno sentirti urlare”. Ricordo di essermi molto fomentato, con i miei amici: stavolta c’eravamo, l’alieno sarebbe arrivato sul nostro pianeta. Ma non l’hanno fatto. Era un grande trailer ma non era il film.»

È il turno di Anderson, ora, e Alien vs Predator (in uscita il 13 agosto per la Fox) finalmente porterà gli xenomorfi su questo pianeta. Più precisamente in Antarctica, dove viene scoperta una gigantesca piramide che da secoli fa da campo di gioco fra le due creature: una battaglia che una spedizione scientifica capeggiata dal miliardario Charles Bishop Weyland (Lance Henriksen) e l’esploratrice Alexa di Sanaa Lathan dovranno gestire. Dirigere un film di Alien è qualcosa di cui Anderson sogna da anni. Quando “Fangoria” parlò con lo sceneggiatore e regista britannico, questi stava completando Resident Evil (2002) e aveva un’idea per un suo seguito, che avrebbe diretto sebbene fosse più desideroso di fare la sua a lungo desiderata produzione di Death Race 3000 con Tom Cruise. Come mai allora è finito qui a Praga a girare AVP basato su un copione che ha scritto insieme a Shane Salerno?

«Ho fatto un incontro con i miei agenti proprio prima dell’uscita di Resident Evil e loro hanno detto: “Cosa vuoi fare dopo?”», ricorda Anderson, prendendosi una pausa sedendo su un sarcofago, in una delle stanze della piramide dove si svolge AVP. «Al che io ho detto: “Non voglio fare un film davvero violento, sento di averne già fatti tanti e non ne voglio altri, a meno che ovviamente non si tratti di Alien vs Predator“. L’ho buttata là citando il film che meno di tutti c’era la possibilità di fare, perché alla Fox il progetto non stava andando da nessuna parte. Mi richiamarono qualche settimana dopo e dissero. “Dovresti incontrare John Davis [produttore di AVP]”. Lo incontrai e buttai lì l’idea che avevo elaborato nella mia mente negli ultimi dieci anni. Lui disse: “Ho sentito 150, 200, 250 idee su AVP e sono stati scritti una dozzina di copioni: questa è la migliore idea che ho mai sentito”.»

«Due o tre giorni dopo siamo andati alla Fox», continua Anderson. «Ripresentai l’idea, loro impazzirono e un mese dopo già stavo scrivendo la sceneggiatura. Dopo la prima stesura dissero: “Richiederà del lavoro, ma facciamo questo film”. Si mossero molto in fretta, il che era davvero emozionante, perché dopo che hai passato un decennio a sviluppare un film non ti butti nella produzione a meno di non essere convinto che sia un buon progetto. Dopo che ci hai investito dieci anni, puoi anche prendertene altri cinque, ma loro erano davvero entusiasti dell’idea.»

[È necessario specificare che non esiste alcuna idea: Anderson si limita a prendere los punto dello storico fumetto del 1990 limitandosi a peggiorarlo in ogni modo possibile, con aggiunte pessime e discutibili. Perché si ostinasse a dire che era una sua idea rimane misterioso. Nota etrusca.]

Alla fine Resident Evil: Apocalypse (2004) ha finito per dirigerlo Alexander Witt, Death Race 3000 è stato messo in pausa e ad Anderson è stato dato meno di un anno per presentare AVP al cinema. «Gli studios fanno così», dice. «Una volta che si appassionano a qualcosa lo vogliono per ieri. È lo stesso con ogni film che ho fatto: nessuno vuole fare il tuo film finché non vogliono fare il tuo film, e da quel momento lo vogliono immediatamente.»

Alien vs Predator calza a pennello su Anderson. Contando che Ridley Scott e Alien sono fra le sue influenze artistiche, Anderson è sempre stato il regista britannico più commerciale della sua generazione, e mentre i suoi film – Shopping, Mortal Kombat, Punto di non ritorno, Soldier e Resident Evil – possono non essere sempre piaciuti ai critici, hanno contribuito a creare il suo stile unico. Quindi questo è davvero un sogno che si realizza?

«Dipende da che momento della giornata o da che ora sia, ma di sicuro è un fottuto sogno che si realizza», replica. «Basta girare e guardare le facce della troupe che fissano Tom Woodruff nel costume alieno: “Sto facendo un film di Alien“, dicono. Oppure stanno lì a fissare il Predator con occhi sgranati. Ricordo la prima volta alla ADI, quando abbiamo fatto dei test utilizzando una vecchia tuta aliena rimasto da un film di Alien e una sorta di costume di Predator raffazzonato, con io che giravo un video: avere l’alieno e il predatore nella stessa inquadratura era meraviglioso, letteralmente i peli mi si drizzavano sul collo. Era elettrizzante per la maggior parte del tempo: non importava quanto eri stanco e quante giornate intere di lavoro avevi sulle spalle, sedevi con le creature e dicevi “Cazzo, è emozionante”.»

[Anderson evidentemente era fra i pochi a non aver visto Batman: Dead End (2003), che regalò a noi fan l’emozione di avere le due creature insieme in video. Nota etrusca.]

«D’altro canto eri anche intimidito», continua. «Ho passato parecchie notti insonni a pensare: “Stai attento a cosa desideri”. Ridley Scott e James Cameron sono due dei migliori registi ancora oggi, e David Fincher Jean-Pierre Jeunet non sono certo gli ultimi arrivati. John McTiernan, quando ha fatto Predator (1987), era tipo uno dei migliori registi d’azione al mondo. È davvero spaventoso doversi mettere a confronto.»

Malgrado Anderson tiene fuori dalla lista Stephen Hopkins, regista dell’ingiustamente vituperato Predator 2 (1990), lo stesso dice: «Mi sono divertito a guardarlo. Per me, l’errore che hanno commesso è stato di avere un solo Predator. I franchise fanno davvero successo quando alzano il tiro: vuoi la stessa cosa per il 60% e qualcosa di nuovo per il 40%. È questo ciò che ha fatto Cameron, nel suo modo geniale, con Aliens (1986): ha dato a tutti la roba nuova. È come se avesse detto: “Ok, avete avuto un alieno, non posso rifarlo uguale come l’ha fatto Ridley, così vi darò un sacco di alieni e anche la Regina Aliena». Quello era l’approccio giusto. Con Predator 2 avevo già visto un mostro cacciare qualcuno ben più tosto di Danny Glover.»

Anderson non vuole fregare nessuno sulla conta dei mostri in AVP, ma certo vi farà aspettare un po’ prima di vederli. «La cosa interessante della struttura di Alien, Aliens e Predator, che sanno sfruttare bene mentre gli altri film della saga lo fanno un po’ meno, è che ritarda l’arrivo della creatura il più a lungo possibile», spiega il regista. «In Alien non vedi il facehugger prima di 45 minuti dall’inizio. In Aliens sei un’ora e 10 minuti addentro alle vicende prima di vedere lo scontro armato con i mostri. Con Predator sono 55 i minuti che passano prima di vedere il cacciatore invisibile. Quei film ti tengono sull’orlo della poltrona perché sono pieni di tensione ma anche di buone storie, e solo allora svelano le creature. Ha funzionato meno con Alien 3 ed Alien Resurrection, perché nel primo caso praticamente vedi la creatura nei titoli di testa, e nel secondo vedi la Regina già dopo dieci minuti. E una volta che sei lì, una volta che hai visto la creatura, non puoi andare più da nessun’altra parte.»

«Devi essere onesto», continua. «La frase di lancio di Aliens era “Questa volta è guerra” e sono andato a vederlo volendo la guerra, e sai cosa? Ho avuto la guera ed è stato grandioso, ma ho dovuto aspettare almeno un’ora. Ciò che ho avuto è stato principalmente una buona narrazione e buoni personaggi, così ho apprezzato la guera quando è arrivata. Se ci vai sparato, magari nei primi cinque minuti, poi ci devi tornare e tornare per tutto il resto del film e non sempre puoi. È meglio creare prima un po’ di tensione, che poi potrà sfogare. Ciò che funziona così bene in Alien ed Aliens è che hai tempo per conoscere tutti quei personaggi, così quando iniziano a morire almeno sai chi sono e ti dispiace per loro.»

Anderson dice che strutturalmente il suo film è molto simile ad Aliens, «nel senso che una volta iniziata l’azione non si ferma più», spiega. «Sì, vi faremo aspettare 45 minuti ma quando si partirà poi fino alla fine sarà implacabile, a si spera che una volta lasciato il cinema farete il giro e tornerete a vedere di nuovo il film. Quando le due creature saranno faccia a faccai sarà grandioso. È un film incredibilmente frenetico e gli alieni non sono mai stati così al massimo: è stato chiesto loro di fare cose in questo film che non hanno mai fatto prima. La prima scena che vede lo scontro fra le due creature ci abbiamo messo un mese a girarla, malgrado sia appena una pagina di copione. Dovevamo renderla straordinaria.»

Il regista è sempre attento al senso dello straordinario nei suoi film. Dal punto di vista degli effetti speciali Anderson ha voluto fortemente che Woodruff ed Alec Gillis della ADI – quelli che hanno lavorato ad Alien 3 ed Alien Resurrection – gestissero le creature sempre con grande enfasi. C’è chi dice che questo sia il risultato della delusione di Anderson per il mostro computerizzato di Resident Evil.

«Il problema che abbiamo avuto è che abbiamo inserito il Licker troppo tardi», ammette. «Ciò che avremmo dovuto fare, e che abbiamo poi fatto per il seguito, è costruire un animatrone e fare poi aggiustamenti al computer. Nel primo film è stato durante l’inizio delle riprese che ho deciso di aggiungere il mostro, ma allora era troppo tardi per costruirne uno vero così abbiamo dovuto ricorrere alla CGI. C’erano sequenze che andavano bene ed altre che non avevano bisogno di interventi grafici, ma abbiamo dovuto farli perché non avevamo tempo di attuare altre soluzioni.»

«In questo film invece la situazione è diversa, perché ho lavorato alla pre-produzione per almeno un anno prima delle riprese, così tutto è stato meticolosamente pianificato. Ci sono scene che stiamo girando oggi il cui storyboard l’ho disegnato un anno fa, pianificando la loro ripresa. Così nei punti in cui è previsto un animatrone come la Regina, ci sarà, così come dov’è previsto ci sia un tizio in costume o qualcosa da sistemare in CGI sarà tutto pronto. Ma il tutto è stato un processo davvero lungo e laborioso, miglore di qualsiasi altro film a cui abbia lavorato.»

In più, una priorità di Anderson è stata una scelta rigorosa degli attori. «La prima volta che ho parlato con lo studio sono stato molto chiaro, e ho detto: “Voglio il genere di attori visto in Alien, bravi in ognuno dei loro ruoli. Non voglio caratteristi stupidi o attori deboli ma che magari sono famosi all’estero. Voglio lo stesso tipo di cast che ha avuto Ridley Scott”. Non c’è un solo attore debole, così come anche in Aliens: una squadra fantastica. Volevo quel tipo di gruppo, non necessariamente composto da nomi famosi, e lo studio è stato subito d’accordo.»

Sono arrivati nomi anche più forti di Henriksen, il cui personaggio è il modo con cui Anderson si ricollega alla Alien mythology che tanto ama, e accanto alla protagonista Lathan c’è un cast eclettico, compreso l’italiano Raoul Bova, visto ultimamente in Sotto il sole della Toscana con Diane Lane, poi gli scozzesi Ewan (Trainspotting) Bremner e Tommy Flanagan, così come l’amico di Anderson Colin (Resident Evil) Salmon nel ruolo di Max Stafford, il capo della sicurezza e braccio destro di Weyland.

«Paul ha scritto la parte per me, il che è stato davvero gentile: mi aveva ucciso troppo presto in Resident Evil», dice Salmon. «Ha deciso di tornare ad utilizzarmi e così ha creato il personaggio di English. Max è il charge d’affaire del signor Weyland, è un cacciatore di teste ma anche un ex militare, quindi ha capacità in più campi.»

Mentre Henriksen ha portato con sé l’esperienza di aver lavorato ad Aliens ed Alien 3, Lathan, che ha lavorato con Denzel Washington in Out of Time (2003), non è solo un’esoridente in questi franchise ma anche nel genere horror, a parte un piccolo ruolo in Blade (1998) come madre di Wesley Snipes. In più si ritrova a coprire un ruolo “alla Sigourney Weaver”. Mentre Anderson capisce che sarà inevitabile il confronto, afferma che l’attrice ha portato molto al progetto, non solo le sue grandi capacità.

«La cosa che mi ha davvero attratto di lei è che è una bravissima attrice», dice. «E mettere una brava attrice al centro di questo film è ciò che ero convinto dovessimo fare. Perché la realtà è che si tratta di un film “uomo-in-costume contro uomo-in-costume”, e l’unica cosa che rende i due credibili è vedere la reazione sui volti degli esseri umani. Ecco perché Alien funziona, perché sono grandi attori e Ridley punta molto sui volti delle persone che fissano la creatura: aveva attori capaci di affrontare quella prova.»

«Il suo entusiasmo è contagioso», dice Lathan di Anderson. «Non ho mai lavorato con un regista che sia così appassionato di un progetto. Ogni giorno è come se camminasse sospeso dal suolo, dalla contentezza, visto che è un progetto che sognava da tempo. La gioia del regista ha effetto su tutto il set e si gira molto meglio. Anche quando la scena è più impegnativa, comunque è divertente. Non mi sono mai fatta così tanti amici come durante questo film.»

«Ho lavorato con molte persone che hanno fatto film d’azione, e loro arrivano e sanno subito come stare davanti allo schermo verde», dice Anderson. «Per Sanaa invece è la primissima volta, eppure ha saputo subito gestire la situazione in modo perfetto: quando la vedi penzolare da un picco, sei dannatamente convinto che sia reale. E alla fine non importa quanto siano buoni gli effetti speciali: se gli occhi dell’attore non funzionano, la scena non funziona. A guardarla penzolare da uno schermo verde, a tipo due metri d’altezza, hai paura per lei perché nei suoi occhi leggi la paura, ed è fantastica.»

Il contratto di Lathan prevede il suo ritorno se AVP sarà un successo. Alla domanda se considera questo film come l’inizio di un nuovo franchise, Anderson esclama: «Assolutamente sì. Non è Alien 5 ed è pensato espressamente per non interferire con Alien 5 o Predator 3, se mai li gireranno. Pensare di fare un film alieno che non sia nel futuro e non abbia Sigourney Weaver è un’assurdità.»

«È una delle ragioni per cui ho insistito con la Fox: “Voglio fare questo film per voi, ma voglio chiamarlo AVP“. E sono stati d’accordo, infatti la sigla è sulle locandine e nel trailer. Per me quelle tre lettere sono importanti perché delineano l’identità del film, che considero di un franchise separato. È un film a sé stante [stand-alone movie]. Non devi per forza aver visto un film di Predator o di Alien, anche se nel caso ci sono un sacco di citazioni e strizzate d’occhio ai franchise, ma lascia libera la Fox di fare Alien 5 e Predator 3 semmai vorranno.»


L.

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[1986-07] Lance Henriksen su “Fangoria” 55

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 55 (luglio 1986).


Gunning for Aliens

di Adam Pirani

da “Fangoria”
numero 55 (luglio 1986)

L’attore Lance “Omen II” Henriksen sbarca
su un pianeta di facehugger e chestburster
nell’esplosivo seguito di James Cameron

«Seguiamo tutti la nostra tabella di marcia», dice Lance Henriksen, meglio noto per La maledizione di Damien (Omen II, 1978) e Uomini veri (The Right Stuff, 1983), il cui tempo è arrivato. Con il ruolo dell’androide Bishop in Aliens la carriera di Henriksen sta facendo un passo in avanti da ruoli da caratterista, e dal recitare in scene che poi finiscono sul pavimento della sala di montaggio.

Henriksen si è presentato ai Pinewood Studios di Londra anche se è il suo giorno libero, giusto per guardare le riprese della scena della dropship. Ha adorato lavorare ad Aliens ed è qui per vedere come finiranno le riprese iniziate ieri.

Il coinvolgimento dell’attore nel seguito di Alien è iniziato con la sua amicizia con il regista e sceneggiatore James Cameron, i cui precedenti film Terminator (1984) e Piraña Paura (Piranha Part Two: The Spawning, 1981) vedono anch’essi la partecipazione dell’attore. «Siamo amici anche fuori dal lavoro», spiega Henriksen. «Ci siamo incontrati in un ristorante cinese e Jim mi ha dato la prima stesura di Aliens: era assolutamente sorprendente, così buono che era già pronto per essere girato. E poi iniziammo a parlare dei vari personaggi.»

Henriksen ricorda una curiosità dal passato, che prova come mai lui fosse perfetto per il ruolo dell’androide. «Originariamente dovevo fare io Terminator, cioè dovevo essere il robot», rivela. «Anche lì c’era una grande storia. Andai alla [casa produttrice] Hemdale e Jim fece in modo che arrivassi una mezzoretta prima, presentandomi vestito come un Terminator.»

«Mi misi sui denti della carta dorata, mi impomatai i capelli tutti all’indietro e indossai una maglietta da punk, con giacchetto di pelle e stivali alti fino alle ginocchia. Facevo davvero la mia figura: ero davvero una persona spaventosa da vedere in una stanza.»

«Aprii la porta con un calcio, al mio arrivo, e la segretaria si chinò dietro la macchina da scrivere. Poi entrai nella stanza del produttore.»

Mi sedetti davanti a lui senza dire una parola, limitandomi a fissarlo: era pronto a gettarsi dalla finestra! Disse qualcosa e dissi qualcosa anch’io, ma tutto ciò che usciva dalla mia bocca sembrava spaventarlo ancora di più.»

«Be’, la Orion voleva un nome famoso e volevano Arnold Schwarzenegger. Non mi sono sentito scalzato neanche un momento, perché negli anni ho imparato a conoscere questo mondo, e volevo vedere Jim fare quel film tanto quanto volevo parteciparvi. Così nessun rancore. Poi uscì un altro ruolo nel film e Jim disse: “Vuoi interpretare uno dei poliziotti?” e io: “Puoi scommetterci”.»

«Quando è uscito fuori questo androide in Aliens, io e Jim avevamo un debito karmico e io volevo davvero interpretare questo genere di personaggio, perché avevo delle idee su cosa pensasse un tipo simile.»

«Se avessi fatto Terminator sarebbe stata una parte completamente diversa. Non sarebbe stato un personaggio fisico ma più mentale: forte e potente, ma non così gigante. Potente perché sai quanto possa essere potente un sistema idraulico.»

La perdita del ruolo da protagonista in Terminator non ha smorzato l’entusiasmo di Henriksen nell’affrontare la sfida di Aliens. Bishop è parte del gruppo – comprendente undici Colonial Marines – che accompagna Ripley (Sigourney Weaver) nel suo ritorno sul pianeta alieno, dove una nuova colonia umana ha interrotto i contatti con la Terra. Al contrario dell’androide Ash (Ian Holm) in Alien, limitato secondo Henriksen perché minacciava senza fare molto altro, Bishop è un modello più avanzato, un personaggio più sfaccettato.

«L’ho presa a livello personale: con Bishop è stata la prima volta in cui avevo un ruolo per cui sapevo perfettamente fin dove potessi spingermi», spiega l’attore. «Non mi è mai capitato prima di interpretare un innocente, pur se io un po’ mi ci sento. È stata una grande sfida perché non mi piace essere considerato un caratterista: è successo negli ultimi film e ho subito cambiato direzione.»

«In Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975) e ne La maledizione di Damien (Omen II, 1978) interpreto degli assassini o comunque qualcuno di tosto: in me sento di avere una parte di innocenza che non mi fa amare questi ruoli. Non sto parlando di qualcosa come Pollyanna, ma innocente nella visione della vita.»

Henriksen aggiunge che Cameron aveva in mente una visione più meccanica. «Jim ha sempre avuto una passione per gli androidi. Se non fosse un regista così attivo sarebbe diventato sicuramente un attore», dice Henriksen. «All’epoca non era molto espressivo, non come un attore: lui ama gli attori perché loro sanno esserlo. Nella sua vita lui agisce in altri modi. Quindi ha questa passione per gli androidi e i robot perché è una parte di lui che ama studiare.»

Il rapporto che ha con Cameron ha convinto l’attore che «ci siamo incontrati nel momento giusto. Io avevo bisogno di fare questo ruolo, proprio ora. Ero contento che mi si vedesse – anche se sotto forma di androide – come qualcosa di più umano rispetto ai personaggi che mi è stato chiesto di interpretare in passato. Non è paradossale?

«Perciò ho molto apprezzato la possibilità e ho lavorato duramente. Ho ricevuto il copione tre mesi prima che iniziassero le riprese ed ho iniziato a lavorarci, impiegando tutto quel tempo. Sono andato da Jim con delle idee a raffica così da capire in quale direzione andare: non rimpiango nessuna delle idee poi scartate.»

Henriksen non è l’unico attore da Terminator che appare anche in Aliens. Michael Biehn è il caporale Hicks e Bill Paxton, che era un punk all’inizio del film di Cameron, interpreta Hudson.

Recitare al fianco di Sigourney Weaver, l’unico attore a tornare da Alien, si è rivelato essere un’esperienza gratificante.

«Io e Sigourney siamo stati davvero contenti», osserva Henriksen. «Lei ha iniziato a capire di più Ripley, con questo film. È molto interessante il modo in cui parla di questo film come se Alien non fosse mai esistito.»

«Sta scoprendo nuovi aspetti di Ripley che il precedente film le aveva negato, il che è incredibile. È davvero un tributo alla capacità di scrivere di Cameron.»

Ripley (Sigourney Weaver) e Bishop (Lance Henriksen), due dei pilastri di Aliens

«Credo che la cosa migliore di tutto questo», dice Henriksen riguardo ad Aliens, «è che non sarò tagliato via dal montaggio finale. Ho fatto molti film negli ultimi dieci anni dove il montaggio ha semplicemente tagliato via le mie parti. Certo, non erano personaggi centrali, quindi se qualcosa doveva essere tagliato erano i primi ad esserlo. Aliens è di enorme beneficio per un attore come: sono conosciuto solo se mi si vede in giro, e questa sarà una possibilità che voglio godermi.»

«Questo è il mio terzo film con Jim. Ho dovuto fare un’audizione per tutti, non è che mi ha chiamato e basta. Mi sono dovuto presentare con qualcosa che davvero servisse al film: altrimenti non avrei voluto farli, e lui non mi avrebbe voluto. Quindi è stato un grande rapporto.»

La loro collaborazione è iniziata essenzialmente per caso, quando Cameron stava preparando il suo primo film, il piccolo Piraña Paura. «Jim aveva un produttore con cui io avevo già lavorato in Italia», spiega Henriksen. «Ero il protagonista di uno dei suoi film horror, Stridulum (The Visitor, 1979), e mi ha proposto a Jim. Così Jim ha visto quel film e ha deciso che sarei stato perfetto per la sua pellicola.»

Attori e tecnici sono scesi in Giamaica per girare il veloce seguito del film di Joe Dante, un successo della New World Pictures. Henriksen non ha incontrato Cameron finché non si sono visti sulla location tropicale.

«Era il primo film di Jim e a quell’epoca era già in pratica com’è ora», ricorda l’attore. «Cambiò il copione e lo migliorò, ideò tutti gli effetti speciali del pesci dormendo solo tre ore per notte: era ossessionato dal suo lavoro, non ho mai visto qualcuno come lui.»

In quello che è indubitabilmente il più grande film di piraña volanti mai girato, Henriksen ha il ruolo di Steve, capo della polizia dell’isola caraibica che finisce preda dei pesci carnivori ideati da Cameron. Sebbene i pesci non fossero reali, alcune riprese sono state rischiose. «Mi sono rotto una mano saltando da un elicottero», ricorda Henriksen. «Ho fatto un salto di circa un metro nell’oceano per salvare i miei figli nel film. Non c’erano controfigure quindi saltai da questo elicottero: una delle mie mani sbatté contro una delle ginocchia e si ruppe: ho finito il film con una mano ingessata.»

Altri aspetti della produzione di Piraña Paura sono stati meno fisicamente dannosi ma più artistici. I produttori, dice Henriksen, continuavano a creare nuovi problemi. «Poteva capitare che si presentassero sul set con due nuove pagine piene di dialoghi, monologhi e roba varia quindici minuti prima di girare una scena. Non era colpa di Jim, semplicemente i produttori lo stavano strizzando ricattandolo: “Ti daremo altri cinque pesci volanti se farai dire agli attori questo…” Era tutto così.»

«Quando lo montarono a Roma, chiusero fuori Jim e lui dovette intrufolarsi di notte, rimontare tutto e sperare che non si accorgessero delle modifiche. È successo davvero! Si accorsero di qualcosa ma non di tutto. Jim è così: tenace.»

Prima di questi racconti di pesci, Henriksen è nato a New York City e ha vissuto un’infanzia piena. All’età di 13 anni ha vissuto per tre anni con dei parenti in Borneo, un’isola fra le Fiji e la Malesia, e ha girato l’America in autostop.

L’Henriksen adulto ha iniziato la carriera hollywoodiana nei primi anni Settanta. Sono seguiti piccoli ruoli in Quinto potere (Network, 1976) e Il principe della città (Prince of the City, 1981). Ne La maledizione di Damien interpreta il diabolico sergente Neff, un parente satanico che aiuta a crescere il giovane Anti-Cristo (Jonathan Scott-Taylor). Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) è un altro film in cui la parte di Henriksen è stata pesantemente tagliata. Ma una delle sue prove attoriali sopravvissute in post-produzione è stata nel film horror ad episodi Nightmares. Incubi (1983), dove nell’episodio “The Benediction” interpreta un prete in crisi di fede.

«Per me Nightmares è stato un film speciale da fare», confessa l’attore, «perché era una delle prime volte che non interpretavo un cattivo. È stato qualche tempo fa, e da allora ho ottenuto di lavorare in film dove non faccio il cattivo, come Doppio taglio (Jagged Edge, 1985), e ne sono davvero contento. Ho avuto la possibilità di dare di più rispetto al solito cattivo.»

I produttori di Nightmares originariamente avevamo immaginato la loro antologia come una serie televisiva, finché poi la Universal ha deciso di portare il film al cinema: malgrado la stroncatura della critica e l’insuccesso al botteghino, Henriksen comunque sente che il regista meritava di più.

«L’ironia della cosa è stata che Joe Sargent, che è davvero un bravo regista televisivo, non ha mai avuto la possibilità di fare un film: ogni volta che faceva un prodotto televisivo, lo distribuivano in sala, sebbene le due realtà abbiano linguaggi differenti. È un ragazzo con cui è un piacere lavorare ed è stato il mio primo ruolo da protagonista in una produzione televisiva. L’abbiamo girato in sedici giorni.»

Oggi, con un ruolo importante in Aliens, la carriera di Lance Henriksen sta salendo di livello. «Mi sento come un musicista la cui musica inizia a sfondare, è tutto ciò che posso dire. Ne sono davvero felice.»


L.

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[2004-05] AVP su “Fangoria” 232

Traduco questo breve articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 232 (maggio 2004), con cui la rubrica “Monster Invasion” presenta in anteprima l’atteso film sul più celebre degli scontri alieni.


Alien vs Predator
La battaglia arriva sulla Terra

di Mark Salisbury

da “Fangoria”
numero 232 (maggio 2004)

Mai mettersi
tra i Predator e la loro preda

Tutto è cominciato nel 1990 con una veloce scena alla fine del Predator 2 di Stephen Hopkins: fra i molti trofei nell’astronave del Predator c’era il teschio di un guerriero alieno. Non serviva altro per far impazzire i fan all’idea che i due mostri più iconici del cinema contemporaneo si affrontassero. Subito la Dark Horse pubblicò il primo di una serie di fumetti di successo della serie Aliens vs Predator [FALSO: è il film a citare il fumetto preesistente, non viceversa. Nota etrusca] un’idea che velocemente ha perso consistenza tra i fan di entrambi i franchise e si è trasformata in una serie di videogiochi. Molti pensarono che una versione filmica fosse l’ovvio passo successivo, visto poi che la Fox era la detentrice di entrambi i diritti. Ahimè, proprio come il recente Freddy vs Jason, il progetto è finito in un inferno produttivo durato decenni, con sceneggiature scritte e scartate a valanga.

Questo finché l’anno scorso il cineasta britannico Paul W.S. Anderson (quello di Resident Evil) è salito a bordo come sceneggiatore e regista, e il progetto di lunga data finalmente ha iniziato a prendere forma. Fan da sempre dell’Alien di Ridley Scott, Anderson ha a lungo sognato il suo personale Alien vs Predator prima che gli venisse offerta l’opportunità di farlo.

«Ho avuto l’idea per la storia del film probabilmente nove o dieci anni fa», racconta durante una pausa fra le riprese, su un set di Praga. «Si è formata in modo naturale, stando seduto in un pub a chiacchierare e a chiedersi cosa sarebbe successo se un alieno avesse aggredito un Predator. Chi è il più duro fra i due? È come una di quelle cose che dici da ragazzino: chi vincerebbe fra uno squalo e una tigre? Alien vs Predator è quello che dici da adulto.»

AVP, come Anderson preferisce chiamarlo, è stato ideato come sequel dei film di Predator e un prequel della saga di Alien. Inizia con qualcosa di sinistro (ma invisibile) che accade in un porto di balenieri nell’Antartica del 1904, prima di saltare avanti di cento anni e scoprire un’enorme piramide sepolta sotto i ghiacci antartici. Un gruppo di scienziati guidati dal Charles Bishop Weyland di Lance Henriksen, l’esploratrice Alexa “Lex” Woods di Sanaa Lathan e l’archeologo Sebastian De Rosa di Raoul Bova, va ad investigare. Una volta dentro la piramide, il gruppo incontra ben più di quanto si aspettasse: la struttura è stata utilizzata da migliaia di anni dai giovani Predator come addestarmento per diventare cacciatori adulti. Il loro arrivo – ce ne sono tre, questa volta – fa sì che vengano liberati dei guerrieri alieni, deposti per l’occasione dalla Regian Aliena.

«La Regina è stata messa in criostasi», spiega il supervisore degli effetti speciali John Bruno, «piazzata qui dai Predator solo per deporre uova e creare nuovi alieni, così da averne sempre a disposizione per i loro scontri». Ma sono gli umani stavolta a far partire il gioco, e con le mura della piramide che si riconfigurano ogni dieci minuti si ritrovano intrappolati all’interno, nel mezzo di una sanguinosa battaglia tra due specie assassine. Come recita la frase di lancio: «Chiunque vinca, noi perdiamo».

La presenza di Henriksen non è una coincidenza, né il nome del suo personaggio: è il modo di Anderson di collegare AVP al franchise alieno. Weyland è un industriale miliardario nonché la metà della Weyland-Yutani Corporation, la famigerata Compagnia che insegue gli alieni sin da quando Ian Holm ha preparato il sacrificio dell’equipaggio della Nostromo, nel film originale di Scott. È anche il modello fisico per Bishop, l’androide interpretato da Henriksen in Aliens ed Alien 3. [Quello del terzo film NON è un androide! Nota etrusca.]

«Ha fatto i soldi con la navigazione e la robotica, ed ora è un gigante delle multinazionali. Il problema però è che sta morendo», rivela Henriksen. «Quindi questa è la sua ultima opportunità di fare qualcosa che lasci un segno: qualcosa che rimanga, al contrario dei soldi.»

Parte di ciò che distingue la visione di Anderson dai prodotti che l’hanno preceduto è che la storia è ambientata sulla Terra, invece che nello spazio. «Moltre delle storie portano il Predator sul mondo degli alieni, e io credo non sia una coincidenza che la Fox non le abbia mai trasformate in film», dice Anderson. «Per molte ragioni sembrano familiari. Cioè, avete visto i quattro film alieni, ora ne vedrete un altro che sarà anch’esso ambientato tra i corridoi di un’astronave. La gente invece è eccitata all’idea degli alieni sulla Terra.»

Infatti è palpabile l’eccitazione di ritrovarsi sul set nebbioso, a guardare l’ADI di Tom Woodruff jr. ed Alec Gillis, da lungo tempo membri della squadra di Alien, posizionare un modello animatronico della Regina Aliena. «Ha più punti di movimento del T-Rex di Jurassic Park, ed è stato un ottimo modello con cui iniziare», rivela Woodruff, che in aggiunta alla creazione degli effetti speciali di nuovo indossa il costume di alcuni guerrieri alieni.

Appena la Regina raggiunge i suoi cinque metri di altezza, ed è pronta ad affrontare Lex ed il Predator noto con il nome di Scar, dato il segno sulla sua maschera, Anderson può a mala pena contenere il suo entusiasmo da fan nel rivelare che questa è la prima volta che la Regina Aliena e un Predator sono insieme nella stessa inquadratura. [Ovviamente a fumetti lo sono già stati dal 1990! Nota etrusca.] È un momento iconico del film, ma AVP è anche un’arma a doppio taglio, che l’ha tenuto sveglio qualche notte.

«Ho sempre voluto fare un film di Alien, ed ora che l’ho fatto tutto ciò che sento è un’enorme pressione, perché ho fatto un film di Alien», spiega. «È davvero eccitante ma anche davvero preoccupante.»


L.

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[1993-05] Merchandising su “Fangoria” 122

Riporto due pagine pubblicitarie dal numero 122 (maggio 1993) della rivista “Fangoria” con modellini alieni in uscita: prima a pagina piena, poi in particolare.

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[2013-02] Colonial Marines su “Fangoria” 320

È curioso trovare un articolo di tre pagine dedicato ad un videogioco all’interno di una storica rivista specializzata nel cinema horror, come “Fangoria“, eppure l’universo di Aliens è così potente e l’uscita di Colonial Marines così discussa (nel bene e nel male), che la testata non poteva non parlarne.

Ecco dunque le pagine dedicate alla presentazione di Amanda Dyar del videogioco sul numero 320 (febbraio 2013) della rivista : non vale la pena tradurle…

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[1992-10] David Twohy su “Fangoria Horror Spectacular” 7

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria Horror Spectacular” numero 7 (ottobre 1992).

Il giovane David Twohy stava muovendo i primi passi (falsi) nel cinema prima che il capolavoro Pitch Black (2000) lo facesse entrare nel cuore di tutti i fan di fantascienza.

Ricordo che la sua ottima sceneggiatura rigettata per il terzo film alieno la trovate qui tradotta da me.

Alla fine del testo, metto anche il poster di Alien 3 in omaggio con la rivista!


Avventure nel tempo
e nello spazio

di Caroline Vié

da “Fangoria Horror Spectacular”
numero 7 (ottobre 1992)

Extraterrestri letali e visitatori malvagi
dal passato e dal futuro
sono i marchi di fabbrica di David Twohy

I fan dell’horror sicuramente hanno familiarità con i lavori di David Twohy, anche se magari non tutti ne conoscono il nome. È l’uomo che ha scritto sceneggiature innovative come Warlock [1989] e Critters 2 [1988]. Recentemente Twohy è stato molto occupato: ha seguito le varie riscritture dell’atteso Alien 3 e ha diretto il film televisivo di fantascienza Timescape, che ha esordito su Showtime lo scorso maggio.

Il film ha fatto furore all’International Festival of Fantasy, Thriller and Science Fiction che si è tenuto lo scorso marzo a Bruxelles: il pubblico ha adorato la commistione di umorismo, fantasia e dramma, assegnandogli il Grand Prize.

Twohy ha iniziato a ricevere complimenti per la sua prova registica. «Ho avuto più soddisfazioni dall’aver diretto un solo film che dall’aver scritto Critters 2 o Warlock», dice. «In quei film ero solo uno scrittore a servizio, i progetti non mi appartenevano. Mentre mi sono sentito personalmente coinvolto in Timescape, quindi sono molto orgoglioso quando vedo il pubblico reagire bene.»

Chiaramente, Twohy è più entusiasta della sua recente esperienza nel genere rispetto a lavori come sceneggiatore, o con i relativi film che poi sono usciti. Sebbene a lui piacciano i mostriciattoli di Critters 2, il film in sé non gli evoca bei ricordi. Non solo il regista Mick Garris ha riscritto gran parte della sua storia, ma Twohy non andava d’accordo con Robert Shaye, il presidente della New Line e produttore esecutivo che ha dato i natali ai film di Freddy Krueger.

«Il grande problema durante il mio lavoro per Critters 2 è stato trattare con la New Line», racconta lo scrittore. «Anche se si tratta di una compagnia indipendente, sono così grandi che si comportano come una major e non hai alcuna libertà di movimento. Bob Shaye era sempre in giro a darmi ordini e a cercare di spiegarmi come fare il mio lavoro. Era davvero noioso, perché non è la persona meno creativa al mondo!»

Per fortuna Twohy ha avuto un’esperienza migliore lavorando a Warlock con il suo amico, il regista Steve Miner. Prestando scrupolosa attenzione ai dettagli, ha viaggiato fino a Salem in due diverse occasioni per investigare sul passato della stregoneria e sulla storia di cacciatori di streghe come Giles Redferne, uno dei personaggi principali del film. Mentre era lì, lo sceneggiatore ha visitato molte biblioteche e musei per studiare credenze e stili di vita del XVII secolo. «Per me la stregoneria è un terreno molto fertile per l’immaginazione», spiega, «così per il copione di Warlock ho usato gli elementi più accurati che ho trovato. Ma quando è servito ho lavorato di fantasia, perché credo che la stregoneria sia fatta in fondo di fantasia.»

«Fare ricerche è utile a farsi nuove idee», continua, «ma il pericolo è che a farne troppe si diventa troppo tecnici e la storia deve invece avere sempre la priorità. È bene partire con qualcosa di reale, ma poi ci si deve distaccare per rendere più efficace il soggetto. Perché dopo tutto non va dimenticato che i film sono finzione.»

Il coinvolgimento di Twohy in Warlock non si è limitato alla pagina scritta. Spesso era presente sul set, per dare a Miner sia un consiglio che una mano. «Lavoriamo molto bene, e Steve mi ha insegnato un sacco di cose sulla regia. Ma abbiamo avuto un sacco di problemi con gli attori. La ragazza, Lori Singer, non solo era una pessima attrice ma era anche difficile lavorarci insieme, il che è la peggiore combinazione che si può avere sul set. Il suo trucco era terribile e nessuno può davvero credere che invecchi durante metà del film!»

Al di là di questi problemi di produzione, Warlock – la storia di uno stregone maligno i cui tentativi di conquistare il mondo vanno dai processi di Salem alla Los Angeles del Ventesimo secolo – è stato veloce e divertente. Nondimeno, Twohy se ne dice seccato. «Steve Miner ha perso un sacco di scene che avrebbero aiutato la storia ad essere più chiara», si lamenta. «Non credo che il film sia venuto fuori molto bene, e gli attori hanno la loro bella parte di responsabilità, in questo.»

Amareggiato e rattristato dal vedere i propri progetti rovinati da altri, Twohy ha cercato di diventare regista lui stesso, pensando che «sembrava la naturale evoluzione». Trovare il soggetto per il suo primo film non era un problema: lo sceneggiatore ha adattato Stagione di vendemmia (Vintage Season, 1943), un romanzo di Henry Kuttner e Catherine L. Moore che aveva letto da ragazzo. Trovare i soldi invece è stato qualcosa di completamente diverso.

«Timescape spaventava i grandi studios», spiega, «perché pensavano che il copione fosse tropppo spavaldo. Era difficile da racchiudere in una categoria e gli studios non capivano se fosse fantascienza o una storia drammatica. Poi la compagnia che ha prodotto Re-Animator 2 [1989], Wild Street, si è proposta di finanziare il progetto e gliene sono grato. È stato meglio per me dirigere il mio primo film per una compagnia indipendente.»

Timescape racconta la storia un gruppo di ricchi (e annoiati) viaggiatori del tempo che arriva dal futuro per assistere a calamità naturali. Jeff Daniels interpreta un tranquillo padre di famiglia pronto a viaggiare nel tempo per salvare la sua bambina e la sua città da un meteorite distruttore. Sebbene non sia un film horror, c’è un aspetto oscuro nella storia. «Ero affascinato dall’idea di gente così annoiata da appassionarsi a vedere altra gente morire, come facessero parte di un Club Med della morte», rivela Twohy.

Girare il film è stata un’esperienza intensa, Twohy ha lavorato sei giorni a settimana con un budget di poco più di sei milioni di dollari. «Fare il regista è dura come spingere un piano sulla spiaggia», ammette. «Era strano per me comportarmi da regista, perché ero abituato a lavorare da solo e a non dover sentire le continue domande e richieste della gente. Comunque è un’esperienza che ho amato! È stato come tornare bambini quando i genitori non erano in casa!» Sfortunatamente, i “genitori”, cioè i produttori, sono tornati giusto in tempo per tagliare alcune scene in fase di montaggio. «Ne sono ancora seccato», sospira Twohy.

È stato durante la pre-produzione di Timescape che Twohy è stato contattato per la prima volta per scrivere la sceneggiatura di Alien 3. Sebbene all’inizio fosse riluttante ad accettare l’ingaggio, volevo focalizzare tutta la sua energia nel proprio film, ma alla fine ha lasciato che l’eccitazione per la sfida lo vincesse. «La produzione mi disse subito che Sigourney Weaver non ci sarebbe stata», ricorda. «Abbiamo fatto diverse riunioni con quelli della 20th Century Fox, parlando di ciò che volevano. Poi mi hanno lasciato solo a scrivere la prima stesura, su un campo di concentramento dove scienziati fanno esperimenti su uomini e alieni.»

Ma le cose si muovono velocemente ad Hollywood. D’un tratto, la Fox è passata di man a Joe Roth, un nuovo dirigente di produzione che aveva un’idea completamente diversa sul modo in cui le cose dovevano essere fatte. «Mi chiamò per dirmi che non era pronto a mettere trenta milioni di dollari su Alien 3 se Sigourney Weaver non accettava di recitarci», racconta Twohy. «Non esisteva che avrebbe fatto il film senza una star. Quindi mi chiese di aggiungere Ripley al copione. Come se fosse facile inserire un personaggio che non c’entra niente in una storia già finita! A quel punto, volevo rinunciare perché ero preso dalla regia del mio primo film, e non volevo rovinare la pre-produzione di Timescape

La Fox ha cercato di convincere Twohy a scrivere una seconda sceneggiatura con Ripley all’interno. «Mi dissero di non preoccuparmi», ricorda, «che l’avrebbero convinta a tornare nel film. Ma visto che io di carattere sono uno che si preoccupa, ho deciso di chiamare direttamente Sigourney per essere sicuro di non star lavorando per niente. Quando le parlai, mi disse che non aveva sentito nulla del progetto.» Così Twohy volò a New York per incontrare l’attrice e passare un fine-settimana con lei, e parlare della sua parte. «Una volta che fui sicuro che le piacessero le mie idee, richiamai quelli della Fox per dire loro che ero pronto a scrivere una nuova sceneggiatura. Poi velocemente ho abbandonato del tutto il progetto.»

Dopo essere tornato a Timescape, Twohy non ha più saputo nulla di Alien 3 per un po’. Ha avuto modo di leggere il copione finale solo una volta ultimato il suo film, e non riesce a trovare il suo nome fra i crediti. «Hanno riscritto la sceneggiatura molte volte», spiega, «ed ora è molto differente dalla mia versione, e si svolge in una colonia penale. L’atmosfera della nuova storia è molto vicina al primo film, ma credo onestamente che avrebbero potuto fare meglio. Ora, gli avvocati stanno lottando senza sosta per vedere quali nomi dovranno apparire fra i crediti. È un processo legale molto difficile e non so come andrà a finire.»

Alien 3 è già storia vecchia, per quel che riguarda Twohy, uno a cui non importa molto di queste cose. Sta già andando avanti con la sua carriera ed ha diverse cose in ballo. «Arnold Kopelson, il produttore di Warlock e Platoon, ha comprato i diritti della vecchia serie TV “Il fuggitivo”», racconta. «Mentre era sul set di Warlock, mi ha chiesto di pensare ad una sceneggiatura per un film basato su di quella, ed ora vuole anche che lo diriga io. Sono molto eccitato per questo progetto. Proprio ora sto scrivendo il soggetto e sono sicuro sarà una grande cosa. [Il fuggitivo con Harrison Ford e co-sceneggiatura di Twohy esce nel luglio del 1993. Nota etrusca] Sto anche scrivendo una sceneggiatura per la Disney chiamata Terminal Velocity, su uno sciatore e un assassino professionista, ma non voglio dirigerla perché davvero non posso fare tutto!» [Uscirà nel settembre 1994 per la regia di Deran Sarafian. Nota etrusca]

Stando ai vari soggetti di questi nuovi film, Twohy non corre il pericolo di finisce inquadrato come scrittore horror, sebbene non rinneghi il genere. «Non mi è mai dispiaciuta l’idea di essere inquadrato in una categoria», spiega, «ma sono felice di essere in grado di fare altro rispetto agli horror. Lo stesso, non avrei problemi a tornare al genere se ne avessi l’opportunità. Le mie ambizioni sono molto semplici: voglio solo dirigere un film ogni anno e mezzo. Mi basta questo per essere felice.»


L.

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[2005-01] Dan O’Bannon su “Fangoria” 239

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 239 (gennaio 2005).

L’intervista a Dan O’Bannon dimostra chiaramente la sua totale estraneità al mondo alieno, che misteriosamente continua a considerare una sua creatura, ed è divertente leggere le assurde idee che ha suggerito ai produttori di Alien vs Predator, dimostrando quanto poco ci capisca del mondo che rivendica come suo “figlio”.

Da gustare appieno la passione dello scrittore per il mondo di Lovecraft – l’alieno originale era una creatura tentacolare presa di netto dai Miti di Cthulhu, come cercherà di fare anche Ridley Scott in Prometheus (2012) – che lo porta a considerare un libro vero il Necronomicon. Già Walter Hill all’epoca si lamentava delle derive esoteriche di O’Bannon, con la sua piramidologia, e la situazione sembra decisamente peggiorata con il tempo. Per non parlare della sua egomania che lo fa parlare come fosse un maestro di pensiero quando è un illustre “signor nessuno”.


La risurrezione
di Dan O’Bannon

di Nicanor Loreti

da “Fangoria”
numero 239 (gennaio 2005)

Dopo anni di inattività,
torna il creatore di “Alien”
per spaventarci di nuovo

Dan O’Bannon è entrato nel panorama del cinema fantastico con Dark Star – che ha co-sceneggiato con il regista John Carpenter e in cui ha recitato – e in seguito con la versione più oscura (scritta insieme a Ronald Shusett) della stessa storia, Alien. Il film è stato un successo immediato, rendendo star Sigourney Weaver e il regista Ridley Scott ed è considerato uno dei migliori horror di sempre.

O’Bannon da allora ha avuto una strana carriera, come cineasta, con Il ritorno dei morti viventi [1985] – che ha dato vita a numerose imitazioni e seguiti (arrivati a quattro) – The Resurrected [1991] è la sua unica prova registica, al momento. È stato impegnato come sceneggiatore e il suo lavoro è stato diretto da molti dei migliori nomi del genere: Scott, Paul Verhoeven, Tobe Hooper ecc. Poi, in seguito ad un paio di progetti canadesi a basso costo (Screamers. Urla dallo spazio e Hemoglobin. Creature dell’inferno), è scomparso dalle scene. È uscito fuori che era in rotta con l’industria cinematografica, specialmente per il fatto di non aver avuto l’ultima parola sul montaggio definitivo di The Resurrected.

I fan si sono sempre chiesti cosa sia successo all’uomo che dietro ad uno dei film più spaventosi mai fatti. A quanto pare, stava semplicemente vivendo la sua vita…

«Mi sono sposato, ho avuto un figlio e ho perso interesse nel correre appresso a quella costante schiacciasassi che è Hollywood», dice O’Bannon. Ero interessato nella mia famiglia e a prendermela calma. Ho cercato di togliermi la voglia di scrivere film, perché sono cambiati parecchio.»

Per fortuna ci ha ripensato e un elemento gli ha fatto cambiare idea. «Non ho completamente rinunciato ad Hollywood perché non riesco a pensare ad un nuovo modo di fare soldi», dice ridendo. «Due anni fa avevo deciso di abbandonare Hollywood, ma in seguito ci ho ripensato e mi sono detto: “Aspetta un attimo, è stupido. Ci sono un sacco di soldi, lì!” Ci sono ancora un paio di miei progetti in corso che vorrei tanto portare sullo schermo. Se sarò fortunato e riuscirò a vendere un qualche copione, potrei fare un sacco di soldi. Non posso voltare del tutto le spalle ad Hollywood, per via delle possibilità di qualche grosso guadagno occasionale. Mi piacerebbe dire che ho chiuso con questo mondo, ma ha ancora un certo valore per me. Intanto, ho investito la mia attenzione creativa in altri progetti che sono un po’ meno grandiosi di un film, ma che sono in grado di gestire senza interferenze.»

Tuttavia, tornare in questo mondo non è così facile come si pensa. «Quando ho dimostrato di nuovo interesse, ero ormai freddo. Non ero nessuno nel business, e in più l’industria stessa era completamente cambiata», spiega. «Tutti fanno affari ad ogni livello e tutta la gente è cambiata. Così quando ho deciso di tornare a lavoro e rientrare ad Hollywood, ho scoperto che non era più lì. Ho dovuto passare gli ultimi due anni a ricostruire la mia esistenza. Tutti i miei rappresentanti – il mio avvocato, il mio agente, il mio manager – erano spariti. Ho dovuto costruire interamente una nuova squadra. E questa volta erano tutti più giovani di me, quindi morirò per primo!» (ride).

Malgrado la macchina filmica sia significativamente cambiata durante gli ultimi dieci anni, O’Bannon sente che il pubblico non l’ha notato. «Il cuore di Hollywood ora è molto diverso da ciò che il pubblico vede dal di fuori», spiega. «Ci sono ancora i grandi studios che producono grandi film con grandi star, ma… dietro questo, tutto è diverso.»

Qualche mese fa, O’Bannon e Shusett ha ricevuto il credito di “screen story” per Alien vs Predator, sebbene loro non abbiano nulla a che fare con il copione. È uscito fuori che i cineasti hanno usato materiale dalla prima sceneggiatura di Alien assente nel film poi girato. «Be’, ero sorpreso», dice O’Bannon. «Questa procedura di arbitrato… L’unica volta che mi sia veramente importato è stato ai tempi del primo film, Alien. Ho combattuto duramente per avere il mio credito. In seguito, se qualche altro scrittore voleva avere un credito non mi importava, di solito. A volte ho avuto co-sceneggiatori invadenti e ho dovuto ricorrere all’arbitrato. Don Jakoby [il suo co-sceneggiatore di Space Vampires, Invaders From Mars e Tuono Blu] era sempre interessato al credito.»

«Quello che è successo nel caso di Alien vs Predator è complesso», continua. «Ronnie Shusett era molto interessato e mi voleva coinvolgere, così gli ho detto. “Ok, andremo in abritrato per la mia sceneggiatura originale”. Hanno preso tutto ciò che hanno potuto trovare di non utilizzato per il primo Alien. Hanno trovato un particolare elemento della mia sceneggiatura, cioè la grande piramide. Hanno inoltre utilizzato la leggendaria scena dell’imbozzolamento, che era stata girata ma mai utilizzata all’epoca. Hanno preso idee da quel primo copione per mettere insieme un soggetto, ed è stato su quella base che abbiamo ricevuto il credito, ed anche perché fra i tizi che hanno scritto la sceneggiatura finale c’era parecchia confusione, mentre la situazione mia e di Ronnie era chiara. Succedono così tante cose a cui devi stare attento. Devi dire: “Oh mio Dio! Ne va della mia carriera: devo interessarmene!” Buddha dice: “La sofferenza deriva dal desiderio”, lo sapevi?»

«Ho dato loro un’idea [per Alien vs Predator] che poi non hanno usato», rivela O’Bannon, «e ora ti dico cosa. In un film del genere la cosa più ovvia che devi gestire è: qual è la connessione tra le specie? Se ne sono usciti con i Predator che hanno inserito gli alieni in un rituale complicato. Ma la mia idea era: e se i Predator fossero gli alieni? Nel finale del primo film fanno esplodere la nave, ma rimane l’altra nave: e se gli alieni si fossero trasformati in Predator? Non hanno utilizzato l’idea, ma era buona! Ho fornito loro una grande idea e non l’hanno usata.»

A sorpresa, ad O’Bannon è piaciuto il film – stroncato da critica e pubblico – anche se non ama i seguiti di Alien. «Ho trovato AVP assolutamente gradevole, comunque. Intendo artisticamente, perché poi non esiste alcun motivo di fare seguiti di Alien. Ho scritto un’opera unica, senza alcuna intenzione di fare seguiti, che sono per forza di cose prodotti che non vanno da nessuna parte. La mia opinione è che se fai un sequel, sei costretto ad essere interessante come il film originale, qualunque sia. Alcuni film prevedono già l’esistenza di seguiti, ma in questo caso un seguito di Alien doveva essere molto diverso dalla storia originale, a parte alcune ovvie connessioni.»

«James Cameron ha fatto una delle poche cose che poteva per fare un seguito quasi decente, cioè cambiare stile e fare un film d’azione», continua O’Bannon. «Ma non era abbastanza differente. Se io fossi stato coinvolto, avrei stravolto completamente il progetto, e sarei stato molto più radicale nel gestire gli alieni. Così nel film ci sarebbero state molte più sorprese e spaventi, invece di scoprire una Regina. Quando ho pensato per la prima volta alla serializzazione di Alien, all’epoca, la reputai molto difficile, visto il mio impegno nel mantenere alti standard in termini di sceneggiatura, se non addirittura impossibile. Se l’avessi fatto, sarebbe venuto fuori un film completamente diverso, con solo un collegamento nominale all’originale. E se lo farò, sarà qualcosa di completamente differente.»

Ironicamente, uno dei progetti che O’Bannon ha in corso è un’opera già tentata da altri artisti in precedenza: la nuova e definitiva versione del The Necronomicon, il “libro” creato da H.P. Lovecraft. Stando ad O’Bannon, la sua versione (basata sul lavoro dello scrittore francese Jean-Baptiste Cohen) sarà quella definitiva.

«Negli ultimi quarant’anni ci sono stati un paio di libri pubblicati con il titolo The Necronomicon», spiega. «Be’, mi spiace doverti dire che quei libri sono frodi: non sono il Necronomicon. Questa è la prima volta che il vero contenuto del Necronomicon sarà reso pubblico. Sfortunatamente, l’autore Jean-Baptiste Cohen è deceduto. È morto giovane, nel 1999 all’età di 25 anni, e non ha finito questo lavoro particolare. Ha scritto la maggior parte della dissertazione, ma è morto senza completarla. Devo completare l’ultima parte.»

Ma cos’è esattamente il Necronomicon? «È un grimoire, o un libro di magia nera», spiega O’Bannon. «È noto nella leggenda come il più nero di tutti. È stato scritto da uno studioso arabo. Il tema centrale del Necronomicon è che il nostro mondo, la Terra, è stata un tempo abitata da un’altra razza, che praticando la magia nera ha perso il diritto di stare qui ed è stata espulsa. Lo stesso ha continuato a vivere fuori dal reale, in attesa di poter tornare di nuovo in possesso della Terra. E il Necronomicon contiene indicazioni per affrettare il loro ritorno, oltre ad altri riti magici per scacciarli. Questa è la base del contenuto del libro.»

Il suo impeto nei confronti del progetto è nato dall’insoddisfazione di tutte le edizioni esistenti. «Quando ho comprato per la prima volta il Necronomicon morivo dalla voglia di leggerlo», ricorda O’Bannon. «Ero davvero interessato. Credo fosse l’edizione britannica scritta da Colin Wilson [l’autore di Space Vampires]. Mi piacque ma mi delusero molto le parti che decisero di pubblicare. Un paio di anni dopo ne uscì un’altra versione, questa volta americana. La comprai, la portai a casa ed ebbi la stessa reazione: erano edizioni davvero indegne di Lovecraft, si limitavano a riportarne il nome. Lo stesso Lovecraft usava dire che non aveva abbastanza immaginazione per scrivere il Necronomicon, e questo sarebbe dovuto essere un avvertimento per tutti. Se non ce l’aveva lui, nessun’altro avrebbe dovuto provarci. Così sono andato avanti con questi due falsi Necronomicon – non perché siano dei falsi, ma perché non sono buoni. È stata un’incredibile coincidenza, ma in quell’esatto momento entrai in possesso di una copia del lavoro di Cohen, e decisi che era il momento giusto per me di tradurlo in inglese e mostrare alla gente come dovrebbe essere il Necronomicon

O’Bannon è affascinato dall’eredità di Lovecraft sin dall’infanzia: The Resurrected è basato su Il caso di Charles Dexter Ward. «Ho conosciuto per la prima volta gli scritti di Lovecraft quando avevo 11 anni», racconta. «Ho letto un racconto intitolato Il colore dallo spazio ed è stato illuminante. Ho cercato altre storie ma erano difficili da trovare, negli anni Sessanta: non erano ampiamente pubblicate come lo sono oggi. Ero affascinato dal suo profondo senso immaginifico. Ovviamente era un’immaginazione morbosa, ma andava bene: io ho un gusto morboso. In un certo modo oscuro, gli scritti di Lovecraft sono ciò che puoi definire investiti da un senso di paranormale. Lovecraft era in grado di aggiungere qualità spaventose alle sue storie. Pochi altri autori sono in grado di farlo. Sono stato sempre un grande ammiratore del suo lavoro, ed Alien era fortemente ispirato da Lovecraft, ad eccezione del fatto che lui ha ambientato tutte le sue storie qui sulla Terra. I Grandi Antichi vengono da noi: in Alien, siamo noi ad andare da loro. Si potrebbe dire che l’alieno sia una versione più piccola degli Antichi.»

Dopo tutti questi anni, c’è una cosa che O’Bannon sente molto importante nel suo dialogo con il pubblico: sente di non essere mai stato in grado di dire le cose alla sua maniera, senza interferenze. «C’è una cosa che ho sempre voluto e non ho mai ottenuto, cioè l’opportunità di parlare direttamente al pubblico mediante la mia personale voce creativa», spiega. «Ho sempre avuto dei filtri imposti da altri, che interpretavano la mia voce. Il Necronomicon sarà per la prima volta un mio lavoro disponibile in forma pura, e ne sono molto orgoglioso.»

Quando avremo la possibilità di vedere il libro finito? O’Bannon dice che potrebbe avvenire prima di quanto ci aspettiamo. «Lo auto-pubblicherò, perché non ho alcun contatto con quel mondo, e voglio essere in grado di controllare la cosa in termini di qualità artistica. Voglio farlo uscire nel mondo al suo meglio, e poi vedrò se ci sarà interesse da qualche editore. Che ci credi o meno, la mia reputazione da Alien ha davvero poco peso nelle case editrici. Se il Necronomicon andrà bene e piacerà alla gente, aumenterà il potere contrattuale che potrò avere. Quindi chiunque sia interessato, mi contatti attraverso il mio sito web.»

[Come tutti i progetti anticipati da O’Bannon nelle interviste, anche questo non vedrà la luce: nel 2013, anni dopo la sua dipartita, sua moglie Diane si dice intenta a sistemare quel progetto sul Necronomicon: non hanno capito che sono finiti gli anni Settanta e nessuno sta aspettando quel lavoro? Nota etrusca]

Di recente O’Bannon ha iniziato a parlare con l’industria video-ludica per portare le sue visioni oscure in quel medium. Il primo titolo potrebbe essere un gioco di zombie per la Ubisoft, ma la notizia più emozionante è che c’è un altro progetto cinematografico in vista: un film di fantascienza che vuole anche dirigere.

«Il tono di questo progetto è più vicino ad Atto di forza che ad Alien», dice O’Bannon. «Non è un film scuro e spaventoso, è una grandiosa ed eccitante avventura come Intrigo internazionale [1959]. L’ho scritto tempo fa e l’ho riletto recentemente così da gestirlo in modo più fresco. E merita davvero di finire sullo schermo. Il problema è che l’unica persona al mondo che può dirigerlo sono io, perché chiunque altro lo fotterebbe: nessun altro può fare questo film come potrei io. Qualsiasi altro regista può essere migliore di me in altri progetti, ma nessuno può esserlo in questo. Mi sono interessato così tanto di questo progetto e ho visto così tanto del mio materiale originale reinterpretato da altra gente, uscito fuori non buono come io volevo: non lancerò la carriera di un altro regista, specialmente perché dovrei dirigerlo io. Io so come rendere questo copione meraviglioso su schermo.»

Stai ascoltando, Hollywood?

[Malgrado i suoi deliri squinternati, anche questo progetto rimarrà carta morta. Nota etrusca]


L.

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[1988] Predator su “Fangoria Poster Magazine” 3

La compianta rivista “Fangoria” dei tempi d’oro presentava un’uscita annuale dove oltre a riassumere le uscite più truculente della stagione presentava anche dei poster: “Fangoria Poster Magazine“, il cui terzo numero (1988) presenta splendide foto dal set di Predator (1987).

L.

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[2010-08] Predators su “Fangoria” 295

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 295 (agosto 2010).


Predators in the Midst

di Drew Tinnin

da “Fangoria”
n. 295 (agosto 2010)

Ci sono cose in questa vita che sembrano sempre essere state lì, con un grado di perfezione che noi poveri mortali non possiamo concepire siano state creare da mani umane. Per i fan del genere, una di queste meraviglie ha la forma di un piccolo film chiamato Predator.

Negli anni vari registi hanno impugnato il loro martello e hanno provato ad intaccare il monumento di John McTiernan del 1987, scomparendo però via in poco tempo. Questi vandali sono responsabili di Predator 2 (che non fa troppo male, malgrado i suoi rasta e i suoi scenari cittadini), e lo sfortunato duo formato da Alien vs Predator ed Aliens vs Predator: Requiem.

Ed ora, Predators, diretto da Nimrod Antal e prodotto da Robert Rodriguez, è previsto in uscita per il prossimo 9 luglio per la Fox. Ma prima di storcere la bocca davanti al solito prodotto commerciale, pensate se il giusto gruppo di persone sono parte di un progetto – persone a cui è a cuore il materiale d’origine e vuole sinceramente espanderlo in mitologia. E se un fan dichiarato del filone si ritrovasse a dirigerlo?

«Sono andato a vedere il primo Predator quando avevo 14 anni», racconta Antal a Fangoria durante una pausa dalle riprese del nuovo film nei Troublemaker Studios di Rodriguez in Austin (Texas). «Avevo il poster in camera e faceva una grande impressione. Essendo poi un ragazzino cicciottello, con tanto di bretelle, di nome Nimrod, dovevo spesso rimanere defilato: i film erano un buon modo per farlo.»

Antal si è occupato in precedenza del sottovalutato Vacancy ed Armored (con Laurence Fishburne, presente anche nel cast di Predators), ma questo viaggio in un franchise è nuovo. «È un film più grande, e lavorare con gli effetti speciali e protesici è qualcosa che non ho mai fatto prima, quindi sono emozionato. È stata un’esperienza bellissima, un gran bell’affare per me: sono davvero grato per essere stato coinvolto.»

Un altro grande cinefilo come Rodriguez è stato coinvolto in Predators già agli inizi degli anni Novanta, quando ha scritto la prima stesura della storia. «Sin dall’inizio volevo tornare alla giungla», racconta. «perché era ciò che avevo amato del primo film. Poi sono andati in città, con Predator 2, e ho pensato: “Come possiamo tornare alla giungla senza che sembri una ripetizione?”»

«Così il mio consiglio alla Fox», continua, «è stato quello di andare su un altro pianeta, dove quando vedi una riserva di caccia capisci perché loro sulla Terra avevano cercato una foresta pluviale: è simile a qualcosa che avevano in casa. Questa cosa è piaciuta ad Arnold Schwarzenegger quando gliene ho parlato. Non gli importava affatto di Predator 2: alla fine non è entrato nel progetto ma alla gente piaceva l’atmosfera del primo film.»

Ciò che separa questo nuovo capitolo dall’originale sono i personaggi e le loro relazioni. Invece di una élite militare il copione di Predators (scritto da Alex Litvak e Michael Finch) costringe un gruppo di estranei – tutti pericolosi a modo loro – ad agire insieme per sopravvivere. Sono stati strappati alle loro vite da ogni angolo del pianeta, essendo degni avversari agli occhi dei Predator. E tutti hanno dei segreti, tutti scottanti.

«È questo il criterio ho voluto usassero gli sceneggiatori», spiega Rodriguez. «Se presentavamo tutti questi personaggi diversi, volevo essere sicuro che ognuno di loro fosse forte abbastanza perché il pubblico se ne interessasse e lo seguisse durante la vicenda. Ognuno di loro poteva essere la star del film di ogni spettatore, perché aveva una vita ricca alle spalle.»

Quando sono arrivate notizie che Fishburne si sarebbe unito al cast con il personaggio di Noland, alcuni fan hanno espresso il loro disappunto perché il ruolo sembrava nato apposta per una comparsata del Dutch di Schwarzenegger. «Poteva essere», ammette Rodriguez, «e avrebbe funzionato benissimo. Laurence è arrivato e non interpreta un personaggio già visto, ma piacerà al pubblico.»

Quando Fangoria visita i Troublemaker Studios la maggior parte degli attori si sta organizzando per affrontare una dura notte di riprese, e la produzione smania per assicurarsi tutte le inquadrature di cui ha bisogno. Mentre ammiriamo gli stupendi disegni delle creature e lo storyboard attaccato alla parete, membri del cast passano a parlare velocemente dei loro ruoli. Uno dei più misteriosi del gruppo è un samurai Yakuza noto come Hanzo: elusivo e pieno di tatuaggi della mafia giapponese, è interpretato da Louis Ozawa Changchien.

«Hanzo non è molto comunicativo», dice l’attore. «È un uomo di poche parole. C’è anche una benda che copre due dita mancanti del mio personaggio.» Una volta che gli sono applicati i tatuaggi, con un processo della durata di tre ore, Ozawa si sente davvero trasformato. «È come avere indosso un costume, è come… esser pronti per la battaglia!»

L’attrice brasiliana Alice Braga ha già avuto esperienze con la fantascienza, da I Am Legend a Repo Men. Qui interpreta una cecchina di nome Isabelle che è ossessionata dal proprio passato. «Nimrod mi ha dato un piccolo manuale che l’esercito dà ai suoi cecchini», rivela, «ed è stato grandioso, perché spiega cosa va fatto e la procedura. Mi ha detto molto del personaggio e di quanto debba essere tosto. Non puoi essere emotivamente legato a qualcosa. Tutti questi dettagli aiutano a costruire il personaggio.»

Fa parte del cast internazionale Oleg Taktarov, uno degli attori più popolari in Russia e campione di UFC, nel ruolo di Nikolai. «Instaura un’amicizia con Edwin [interpretato da Topher Grace] e ci scambiamo alcuni momenti divertenti. Nel mio personaggio ho cercato di mettere tutti gli stili russi da film come La corazzata Potëmkin: anche la mia divisa è simile a quella della Marina russa.»

Ciò che i fan saranno contenti di apprendere è che la presenza di Nikolai segna il ritorno in scena della iconica mitragliatrice Gatling che Jesse Ventura imbracciava nel film originale. Sfortunatamente per i suoi camerati, comunque, anche uno dei Predator ne ha una. «Già, ma quella è più un laser», nota Taktarov. «La mia è più pesante: devo portare in giro 45 chili, munizione escluse.» L’attore sa di avere la responsabilità di gestire un’arma cara ai fan. «Lo capisco e la porto con orgoglio: è come un testimone che porto da un film all’altro.»

Fangoria poi incontra un insanguinato Topher Grace, veterano della serie TV “That ’70s Show” che si è velocemente reso conto di cosa comportava questo suo ingaggio. «Questo è il problema, la gente dice: “hai già fatto un film d’azione” [Grace interpreta Venom in Spider-Man 3] ma in realtà non è vero: era tutta questione di effetti al computer. Quando invece hai un impegno come quello preso da Nimrod e Robert, e devi fare il più possibile davanti alla cinepresa… insomma, quando devi saltare da una cascata, quello non è recitare. La mia reazione è stata la stessa del mio personaggio.»

Una nuova aggiunta alla mitologia dei Predator è la creatura nota come “The Ram Runner” [l’ariete corridore] che ha avuto una questione personale con Grace, durante le riprese. «Mi inseguiva per questo spiazzo», spiega. «L’attore nel costume voleva parlarmi ma metteva dannatamente paura!»

Dall’entusiasmo di Grace è evidente che egli creda ci sia qualcosa di speciale, qui. «Quando sei l’attore», spiega, «sei un giudice migliore di quando sei un regista, perché guardi più cose. E ciò che stanno girando è davvero spettacolare.»

Fangoria si prende un momento per parlare con Walton Goggins (da La casa dei mille corpi e dalla serie TV “The Shield”) prima che il cast torni a lavorare. «È un bastardo serial killer», dice Goggins del proprio ruolo, Stans. «Si considera l’unica celebrità sul pianeta alieno e sente che tutti gli altri dovrebbero chiedergli l’autografo.»

Rapire un detenuto non sembra la scelta migliore per un Predator, ma Goggins ha un’idea sul perché debbano essere interessati a Stans. «Be’, io penso che questi tizi cerchino una sfida. Per Stans, camminare all’aria aperta per più di due metri in qualsiasi direzione è qualcosa che non ha potuto fare per 16 anni. È eccitatissimo, per questo. Ha vissuto in isolamento per lungo tempo così vuole sgranchirsi e non ha paura: è interessato a tutto.»

Probabilmente il membro più sorprendente del cast è il protagonista: il premio Oscar Adrien Brody, non certo nuovo al cinema di genere. In Predators è Royce, un ex soldato che cerca di mantenere unito il gruppo ad ogni costo. «È stata una benedizione lavorarci insieme», dice Antal. «So che molti hanno avuto da ridire sulla scelta di cast, ma rimarranno sorpresi. Non stiamo cercando di rifare Arnold, né siamo così pazzi da imitarlo a vent’anni di distanza: sarebbe un male per il film e per la serie.»

«Sapevamo tutti che tentare di rifare il primo film sarebbe stato un grosso errore», continua, «così abbiamo deciso di fare in un altro modo, rimanendo però allo stesso tempo fedeli al passato e rispettandone l’atmosfera. Speriamo di non venir crocifissi dai fan!»


L.

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