Storia dei fumetti alieni 11. Una pessima annata

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte decima)

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[2019-09] Colonial Marines: Rising Threat

Cover di Tristan Jones

Come già raccontato, il pessimo Brian Wood è stato allontanato dall’universo di Aliens che stava sistematicamente distruggendo e sebbene per i motivi sbagliati (cioè l’essere una persona sgradevole nella vita privata) la Dark Horse Comics ha cacciato a pedate uno dei suoi peggiori autori di sempre, almeno dal punto di vista alieno.

Il problema è che l’ha fatto proprio in quel settembre in cui era prevista l’uscita di Aliens Colonial Marines: Rising Threat, saga in quattro numeri già pronta ora soppressa. Magari quando l’eco dei pettegolezzi su Wood sarà sfumato la casa ce la presenterà – mi sembra strano butti via un lavoro che immagino già pagato – ma fino ad allora dobbiamo accontentarci di un curioso fenomeno.

Illustrazione di Werther Dell’Edera, dal suo profilo instagram

Prima di cancellare la serie – legata ad un videogioco spara-tutto multiplayer on line che la Cold Iron Studios (Fox) sta cercando di sviluppare dall’agosto del 2019 – la Dark Horse ha inviato al mensile per fumettari “Previews” tutte e quattro le schede delle relative uscite, con tanto di copertine e relative varianti: malgrado la soppressione della saga, il mensile ha continuato a presentare le schede ricevute, quindi abbiamo più informazioni su Rising Threat rispetto alle semplici copertine, visto poi che il sito della casa ha cancellato ogni pagina relativa alla serie.

Le date delle varie uscite sono, ovviamente, solamente supposte.

da “Previews” n. 370 (luglio 2019)

Primo numero (18 settembre 2019)

Legandosi agli eventi dell’imminente videogioco della Cold Iron Studios, questa serie è ambientata nei primi anni del neonato corpo dei Colonial Marines. Presenta Olivia Shipp, capo di un plotone di marine che trasgredisce gli ordini per andare in soccorso dei sopravvissuti di una raffineria tenuta d’assedio dagli alieni.

Secondo numero (23 ottobre 2019)

Olivia Shipp e i Colonial Marines della Typhoon si ritrovano a combattere per le proprie vite mentre si fanno strada verso un sopravvissuto intrappolato, in un’operazione di soccorso che inizia a sembrare più come una missione suicida.

Terzo numero (20 novembre 2019)

Olivia e i Colonial Marines continuano a farsi strada attraverso la raffineria Katanga, dov’è impiantato un nido di xenomorfi. Per quanto ancora potranno contare sulla fortuna, sotto gli attacchi delle perfette macchine di morte?

Quarto numero (18 dicembre 2019)

Tirato fuori il sabotatore Wilkins dal suo rifugio, Olivia Shipp e la sua squadra di Colonial Marines comincia a dargli la caccia. Ma ormai il nido alieno si è risvegliato e gli xenomorfi sovrastano gli umani di cento a uno. A questo si aggiunga la forza sconosciuta che sbarra loro l’unica via di uscita verso la salvezza.

Questo brutto intoppo ha spinto il disegnatore Tristan Jones – che quest’anno ha curato molte copertine della testata “Aliens” – a prendere una decisione importante: si è stufato di essere sommerso di lavoro su commissione che oltre a fruttargli poco gli porta via un sacco di tempo dai progetti a cui invece tiene.
Così in una lettera aperta, pubblicata sul suo profilo instagram e su quello twitter, ha dichiarato che concluso quest’anno non accetterà più lavori su commissione e curerà solo progetti che sente più personali, dove può scrivere oltre che disegnare.

Cita espressamente “Aliens” come «corporate stuff», lavori che a quanto pare non ha considerato fruttuosi. Afferma che ogni copertina aliena disegnata in questo 2019 gli ha fruttato mille dollari ($1K), che a quanto pare non è una gran cifra, visto che lavori molto meno gravosi fatti per il mondo dei videogiochi hanno fruttato molto di più.
L’ultima cosa buona rimasta dell’universo alieno della Dark Horse Comics erano le copertine di Tristan Jones… e abbiamo perso anche quelle…

Cosa resterà dell’universo alieno?

Variant Cover di Kyle Lambert

Variant Cover di Caspar Wijngaard
dal suo profilo instagram

L.

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[2019-07] Aliens: Rescue

Cover di Roberto De LaTorre

Il fatale 24 luglio 2019 è giunto e scopriremo se il crollo totale dell’universo a fumetti di Alien sta rallentando o se non c’è più alcuna speranza: riuscirà il pessimo Brian Wood, l’uomo che ha ucciso trent’anni di fumetti alieni, a riparare alla sua grave colpa?
Tutto viene rivelato a partire da questo “Aliens: Rescue” n. 1, disponibile anche su Amazon a circa 3 euro.
Ai disegni c’è Kieran McKeown, che ha esordito con la Dark Horse quest’anno curando Halo: Lone Wolf.

Come sempre, ogni mese racconterò i singoli episodi sul mio blog Fumetti Etruschi, mentre qui il post dedicato alla saga sarà uno solo, aggiornato ogni mese.

Variant Cover di Mack Chater

Piccolo riassunto. Dopo aver vissuto avventure “in solitaria”, Amanda Ripley – creata già nel 1983 (come racconto qui) e diventata celebre nel mondo grazie al successo del videogioco Alien: Isolation (2014) – e Zula Hendricks – creata da Brian Wood (non potendo utilizzare Amanda) per il fumetto Aliens: Defiance (2016) – si ritrovano insieme senza una sola parola di spiegazione sulla loro amicizia, a vivere quella stupidata immonda di Aliens: Resistance (2019).

In questa storia Wood – probabilmente ubriaco – butta roba a casaccio sulla pagina senza seguire alcuna logica: quattro numeri totalmente sconclusionati in cui ci viene velocemente presentato (male) tale Alec Brand, che viene salvato dalle due donne: il giovane era stato rapito dalla Weyland-Yutani per diventare “ospite” di xenomorfi. La Compagnia pare abbia riservato un intero pianeta alla ripopolazione aliena – ripeto “pare” perché nulla viene spiegato – sul quale, nel tentativo di liberarne gli umani, Amanda e Zula muoiono… Mi pare ovvio che si tratti del peggior cliffhanger di sempre, visto che si sapeva da tempo che i due personaggi sarebbero stati protagonisti di altre storie.

Si parte sulla Luna

Aliens: Rescue si apre sulla Luna, quasi a festeggiare anch’essa il cinquantenario dello sbarco. United Americas Allied Command, al soldato Brand – cresciuto nel corpo dei marine – viene chiesto di riconoscere le foto di due donne. Sono Amanda e Zula, che Brand non vede plausibilmente da anni, ma che non esita a definire «eroine».

«Le conosco come eroine»

Parte il flashback sull’infanzia ed adolescenza di Brand, passate nella poverissima El Hoyo a sognare di entrare nel programma spaziale, rappresentato dalla compagnia mineraria Gaspar, lì operante. Una volta riuscito ad essere assunto e ad entrare nel sonno criogenico alla volta di una nuova vita… si risveglia cavia per alieni, prima di essere salvato da Amanda e Zula.
Perché queste cose ci vengono raccontate ora? Nella precedente saga abbiamo assistito al risveglio e rapimento di Brand e al suo salvataggio, sempre chiedendoci… ma chi è ’sto Brand? Perché frammentare così la storia?

Comunque al giovane viene proposto di entrare nei Colonial Marines e lui accetta, a patto però di conoscere il nome del pianeta su cui era stato tenuto prigioniero e dove le due eroine sono morte per salvarlo. Questa, purtroppo, è un’informazione segreta.

Puntatina pure su Marte…

Marte. «Una generazione fa questo era un pianeta senza vita, o così pensavamo. Un paio di dozzine di bombe nucleari dopo Marte è stato terraformato ed è perfetto per l’addestramento militare». Quando si dice «costruire mondi migliori»…

Questa sottilissima gestione ecologica ha risvegliato dal sottosuolo una razza di insettoni che servono giusto a ricreare atmosfere da Starship Troopers (1997) – ma in fondo l’opera originale del 1959 di Heinlein è stata palesemente presa come spunto da Cameron per Aliens (1986) – e per lo più si riproducono come conigli. «Cosa sono i conigli?» chiede uno dei militari: quindi siamo così avanti nel futuro che la gente ha dimenticato il nome degli animali più noti? Questo crollo di gusto è simile al romanzo Alien: Covenant (2017), in cui un folle Alan Dean Foster si inventa che nel futuro si sia persa la nozione del formaggio…

Che strani, i conigli di Marte…

È dura per Brand combattere gli insettoni con nella mente il periodo in cui doveva scappare dagli xenomorfi, ma alla fine è rincuorato da un sergente duro:

«Welcome to the goddamn Colonial Marines. Oorah!»

Tre mesi dopo, Brand viene accolto nella squadra USCM di ricognizione dello spazio profondo, «l’élite dell’élite»: «Bort to kill bugs». Altre frasi ad effetto per riempire il vuoto? No, grazie.
Solo in questo momento Bowden, la superiora che ha “assunto” Brand, gli rivela il colpone di scena: Amanda e Zula sono vive e hanno fatto proprio il suo nome per entrare nella loro squadra. Che cliffhanger, eh?

Mio Dio, che crollo di stile immenso…

Alec Brand inizia il suo viaggio in sonno criogenico a bordo della Borneo, mentre a bordo della base operativa dei Colonial Marines finalmente troviamo Amanda e Zula. Sempre trasformate da donne a ragazzine.

Due donne parecchio appannate

Noi ed Alec finalmente avremo la spiegazione che aspettavamo: come mai le due donne non sono morte nell’esplosione atomica che ha chiuso la storia precedente? Cos’hanno fatto nei dodici anni successivi, mentre Alec diventa un soldato? Belle domande, a cui Wood non ha alcuna intenzione di rispondere: bla bla bla, qualcosa ha assorbito le radiazioni, poi voliamo tutti sul pianeta che l’atomica sta rigenerando, manco fossimo in Star Trek 2 (1982), e assistiamo ad una migrazione di xenomorfi manco fossimo sul National Geographic TV.

La migrazione degli gnu… cioè, degli xenomorfi

Ma cos’è ’sta roba? Lo so, non dovrei più stupirmi, da più di un anno le testate aliene regalano solo spazzatura, però ogni volta rimango allibito dall’abisso in cui siamo cascati…

Personaggi vuoti che si aggirano nel nulla

Altre chiacchiere totalmente inconsistenti, altra allungatura di brodo per far passare le pagine senza dire una mazza di niente. Però ora Zula se la tira da Colonial Marine di lunga esperienza, quando nel 2016 l’abbiamo vista fallire alla sua prima missione, quindi tecnicamente non è mai stata un marine se non in addestramento! Invece parla come Nick Nolte in Tropic Thunder (2008)… Appunto, una gran sòla!

Il gruppo di ribelli senza storia – ma chi è ’sta gente? Da dove viene? Cosa sta facendo? Non si sa – continua a spostarsi non si sa dove sul pianeta usato per gli esperimenti della Wey-Yu: così noi gggiovani chiamiamo la Weyland-Yutani. Intanto riceviamo in elemosina degli sprazzi dal passato, perché è il caso di ricordare che quel genio di Wood ancora deve spiegarci che cazzo è successo in Aliens: Resistance, dove ogni singola vignetta era così priva di logica da fare male agli occhi. Come hanno fatto Zula ed Amanda a sopravvivere all’esplosione di una bomba atomica? Semplice: avevano dei giacchetti belli pesanti… Sarebbe bello se fosse una battuta, invece viene detto espressamente!

Perché gli alieni non attaccano Brand? Boh…

Intanto Brand, quest’altro inutile buco vuoto nell’universo alieno, va in giro, fa cose, dice stupidate: un personaggio in libertà. Ringrazio l’Universo che finalmente la Dark Horse abbia cacciato a  pedate nel sedere Brian Wood, anche se per i motivi sbagliati.

Una curiosità. Ad un certo punto Davis1 pronuncia il termine xenomorph e Zula cade dalle nuvole. «È il termine greco per “strana forma”: sembra calzante, no?» Quindi entra solo ora il termine in questo farlocco universo-prequel, puro delirio inconsistente grondante dalle meningi confuse di Brian Wood.

Pose inutili di personaggi inutili

Nell’ultimo puzzolente numero la tenente comandante Lena Bowden dei Colonial Marines rilascia una dichiarazione giurata in cui afferma che i suoi soldati, insieme a Zula ed Amanda, non hanno trovato niente, mentre invece li vediamo entrare in un alveare e cominciare a sparare agli alieni. Dove hanno trovato un alveare? Ma l’ultimo numero non si chiudeva con Brand che scopriva come gli alieni lo ignoravano? Niente, quel pazzo di Wood non ce la fa a scrivere due vignette consecutive con un fottuto senso logico…

I soldati sparano non si sa perché, tutti dicono cose senza alcun senso compiuto, ed escono fuori pure i Pretoriani, che Brand affronta come fossero dei pupazzoni per nulla pericolosi…

Xenocuccioloni…

Brand mette le bombe, tutto fa boom, Brand si alza… solo… e chiama aiuto per uscire dall’alveare. E Zula e Amanda? Andiamo, sono sopravvissute ad un’esplosione nucleare limitandosi ad indossare un giacchetto: cosa sarà mai il crollo di un intero alveare alieno su di loro?

La merda totale di questo fumetto è ributtante, Brian Wood andrebbe indagato per crimini contro la sceneggiatura, e forse davanti al Tribunale dell’Aja otterremo la risposta alla più terribile domanda di questi mesi: che cazzo è quella maschera che appare nelle locandine???

Il mio commento finale è: vaffanculo Brian Wood, vaffanculo Dark Horse Comics. Smettete di fare fumetti alieni, se è solo questa merda che sapete tirar fuori…

Chiudo con la cover gallery, in continuo aggiornamento:

L.

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Intervista a Brian Wood (ComicsBeat 2016)

Traduco l’intervista che Davey Nieves ha condotto per il sito ComicsBeat.com allo scrittore Brian Wood. (Ecco l’originale.)


Perché Aliens Defiance
appartiene all’amato franchise

di Davey Nieves

da ComicsBeat.com
31 marzo 2016

Cover di Massimo Carnevale

Ricordate la prima volta che avete visto un piccolo xenomorfo fuoriuscire dal petto di qualcuno in Alien? Il momento in cui il mostro apre le sue mascelle per esporre la sua lingua e farla scivolare sul volto di Sigourney Weaver, tanto che vi siete avvinghiati alla poltrona. Da quasi trent’anni Alien è stato uno dei nomi più seminali della fantascienza. Dark Horse Comics sta per presentare una nuova serie ambientata nell’universo di Ridley Scott. Aliens Defiance racconta una storia nell’universo espanso che segue la Colonial Marine di nome Zul Hendricks, che si ritrova ad essere l’ultima difesa tra la Terra e gli xenomorfi.

Abbiamo la possibilità di parlare con lo scrittore entrato nei bestseller del “New York Times” ed uno sceneggiatore a fumetti di grande fama: Brian Wood. Che è sufficientemente appassionato del franchise per partecipare a questo universo.

Comics Beat: Questo è il primo fumetto alieno da un po’ di tempo che non è uno “scontro” o una novelization. [Ma che dice? Possibile che gli intervistatori non sappiano mai di cosa parlano? Nota etrusca.] Qual è la storia di “Aliens: Defiance”?

Brian Wood: Segue la Colonial Marines di prima classe Zula Hendricks al seguito di una squadra di mercenari sintetici impegnati a prendere possesso di un relitto alla deriva e portarlo alla Tranquility Base sulla Luna. Dovrebbe essere un lavoro di routine, quello di intercettare spazzatura spaziale e vedere se ci sia qualcosa da recuperare. Zula è in un momento critico della sua vita, è rimasta ferita nella sua prima missione d’addestramento, ha passato tanto tempo in riabilitazione ed è completamente sola: l’unica sua amica è un’Amanda Ripley pre-Isolation. Così quando questa missione di salvataggio richiede un soldato per motivi giurisdizionali, lei accetta l’incarico.

Ovviamente questo relitto non è semplice ed innocua spazzatura spaziale.

Dove si posiziona “Aliens: Defiance” nella cronologia del franchise?

Molto presto, all’incirca 17 anni dopo il film Alien.

[Non sembra corretto, visto che Wood ha appena specificato che la storia si svolge prima di Isolation e quest’ultimo si svolge 15 anni dopo Alien: Defiance dunque dovrebbe svolgersi al massimo nello stesso periodo, non due anni dopo! Ricordo la Cronologia aliena. Nota etrusca].

Quel che però è importante è che si svolge prima che gli eventi della Nostromo siano noti a tutti. Be’, magari qualcuno più addentro lo saprà prima di altri, come per esempio gli ingegneri della Divisione Armi della Weyland-Yutani. Ma per chiunque altro gli xenomorfi sono ignoti.

Per quanto sia esteso l’universo alieno, sembra che le uniche parti di successo siano quelle che coinvolgono Ellen Louise Ripley. [Di nuovo, l’intervistatore non sa di cosa sta parlando. Nota etrusca] Cos’ha di speciale Zula Hendricks che la rende unica e competitiva in questo universo?

Posso condividere che le parti più visibili siano quelle con Ellen Ripley, in termini di successo al botteghino: senza dubbio lei è una delle protagoniste più grandi del cinema. Ciò che ho imparato, come fan e ora come autore, è che ci sono molti interessanti romanzi, fumetti e videogiochi che creano questo universo. Là fuori c’è un sacco di materiale di successo, dal punto di vista creativo.

Zula Hendricks secondo Robert Carey

Detto questo, ho dato un’occhiata a Ripley, specialmente quella del film originale, per immaginare come poter creare un personaggio “ripleyesco” [Ripley-esque], visto che uno degli obiettivi principali di questo fumetto era creare una classica storia di Alien sullo stile del primo film. Zula fatta dello stesso materiale dell’equipaggio della Nostromo: classe operaia, guarda alla prossima busta paga anche nella situazione più terribile. È quello che fa Ripley, con il suo ingegno, la sua umanità e la sua forza, ed è quello che ho voluto instillare in Zula, sebbene da un’altra prospettiva, visto che è un soldato. Una soldatessa, giovane, appassionata ma ferita.

“Alien” era avanti per i suoi tempi perché la sua storia era impostta come un conflitto ideologico dell’uomo che ceca di controllare la natura (o la natura spaziale, credo). Gli xenomorfi non erano le creature tecnologicamente avanzate che la fantascienza ha creato, bensì una forza primordiale che cercava di sopravvivere. In un certo modo erano lo sfondo di una storia anti-corporativa. Come hai affrontato la sfida di cercare di portare quel livello di intrattenimento nel linguaggio dei fumetti?

Cover di Massimo Carnevale

Ho sempre amato gli elementi corporativi dei film di Alien. Mi appassionava, da ragazzo, sentire che c’era qualcosa di profondamente interessante in quel conflitto, qualcosa che non trovavo in un altro tipo di fantascienza, all’epoca: malgrado si basasse su elementi fantastici, dava loro un contesto che sembrava reale. Perciò ho incluso tutto questo in Defiance. Ma tu hai usato la parola “primordiale”, che è la chiave per spiegare gli alieni ma anche per descrivere la reazione umana, sia fisica che emotiva. Le meccaniche di una storia di Alien possono sembrare semplici – sfuggire e fuggire [evade and escape] – ma in realtà c’è tutta un’affascinante esplorazione di ciò che è l’umanità.

Visivamente, i film di Alien hanno fatto affidamento su scelte di colori dalle tonalità fredde ed effetti stroboscopici combinati con l’oscurità per dare quella sensazione di tensione. Il team artistico di Tristan Jones e Dan Jackson ha fatto un lavoro fantastico nel creare una tensione similare su pagina. Che tipo di indicazioni hai fornito loro per descrivere ciò che volevi vedere?

La mia unica indicazione è stata di cercare di far rievocare ai lettori il film  originale, dai dettagli della tecnologia – le tutte pressurizzate anni Settanta, lo stile dei bottoni e dei pannelli di controllo, il vestiario, il design quasi brutale degli esterni delle navi – e di utilizzare la paletta dei colori di quel primo film. Il che, ad essere onesto, se preso alla lettera creerebbe un fumetto piuttosto grigio, ma devo fare i complimenti a Tristan e Dan per aver trovato un modo per tirar fuori un fumetto moderno che riesca ancora ad essere un ritorno al passato in tutti i modi, almeno nei modi che contano.

Zula Hendricks e Davis1 secondo Tristan Jones

Ora però mi rivolgo al Brian fan. Cosa ricordi della prima visione di “Alien” su schermo? Quale parte ti ha fatto capire che si trattava di qualcosa di speciale?

Ho visto le locandine prima del film: ero troppo giovane nel 1979 perché mi fosse consentito vederlo. Però le mie sorelle più grandi ne parlavano sottovoce e il mistero del film si fondeva con la locandina, e la frase di lancio era più che sufficiente per me. Credo di aver adorato il film da allora: non ricordo quando l’ho visto per la prima volta, ma ricordo l’immaginarmelo.

Qual è la tua valutazione dei film della saga, dall’originale di Ridley Scott a “Prometheus”? (Faremo finta che quelli di “Alien vs Predator” non esistano) [Il che dimostra quanto valga l’intervistatore! Nota etrusca] Perché uno è il tuo favorito e un altro il meno favorito?

Perché dovrei fare finta? Mi piacciono un sacco i film di Predator e li includo in ogni caso. Almeno quelli che ho visto.

(Ridendo) Parlavo solo della serie AvP. Anch’io ho un debole per Danny Glover in “Predator 2”, ma sei tu l’ospite quindi spara pure.

Alien Resurrection: adoro il cast, adoro il regista.

Alien: guardarlo è materia di studio, per me, in quanto conoscendo già la storia posso prestare attenzione ai set, ai colori, alla musica e via dicendo.

Alien 3: la gente odia quel film. È pieno di testosterone, ma ho sempre amato la sua idea, e vogliamo parlare dei prigionieri con giacche di Doc Martens ed M1?

Predator 1 e 2: il primo è iconico, e sento che il decadimento urbano e sociale del secondo mi ha influenzato come autore, imprimendosi molto presto in me.

Predators: prodotto da Robert Rodriguez, con Danny Trejo, Alice Braga, Walton Goggins… andiamo. È un film forte, implacabile, ma mi piace.

Aliens: è basso nella lista, al contrario di quanto la gente possa aspettarsi: mentre la storia di Ripley è avvincente, il resto è davvero troppo anni Ottanta, con quei marine esagerati. Non riesco a guardarlo a lungo. Jenette Goldstein comunque è grandiosa.

Prometheus: l’ho visto una volta sola, e sospetto che lo valuterei meglio se lo guardassi di nuovo. La gente ne ha fatto uno sport olimpico spalare merda su questo film, sebbene non lo meriti affatto.

Alien vs Predator: li ho visti entrambi, e il fatto che siano alla fine della lista è perché non ricordo molto di nessuno dei due. Penso che siano in una categoria a parte, e non sono – né sembra cerchino d’essere – allo stesso livello degli altri film.

Giusto! “Predator 2”! Sottovalutato! Uno dei tre migliori Gary Busey di sempre. Quando scriverai un fumetto di Predator dovremo riparlarne.


L.

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Intervista a Brian Wood (PreviewsWorld 2018)

Traduco l’intervista che Vince Brusio ha condotto per il sito PreviewsWorld.com allo scrittore Brian Wood. (Ecco l’originale.)


Aliens Antagonize
Girl Power Resistance

da PreviewsWorld.com
28 novembre 2018

Brian Wood sentiva che c’era ancora qualcosa lasciato in sospeso nell’universo alieno per il suo personaggio Zula Hendricks. Ora, con l’uscita di Aliens: Resistance n. 1, Wood è in grado di tornare a parlare del personaggio che secondo lui incarna l’istinto di sopravvivenza. È “potere rosa” con pistole. Grandi pistole. E le cose si incasineranno.

Vince Brusio: “Aliens: Resistance” è presentato come il seguito di “Alien Isolation“, pubblicato nel 2014 come un lancio del videogioco omonimo. Cos’hai preso dal fumetto di Dan Abnett e Dion Lay (entrambi autori anche del gioco) per giustificare questo “seguito”?

Brian Wood: Be’, la cosa è un po’ più complicata di così. Ho scritto Aliens: Defiance nel 2015, ed inizialmente quel fumetto doveva parlare di Amanda Ripley: per varie ragioni, così non è stato ed insieme a Tristan Jones ho creato il personaggio di Zula Hendricks. Ma Amanda fa un paio di apparizioni cameo nella saga, a dimostrazione che il personaggio è sopravvissuto alla vicenda di Isolation.

Così quando è arrivato il momento di iniziare a parlare di ciò che poi è diventato Resistance, dall’alto è arrivato il via libera per usare Amanda a fumetti, ma volevano anche qualcos’altro con Zula: sembrava logico usarle insieme in una nuova storia, visto che si era già stabilito fossero amiche. Così Resistance è sia la continuazione della vita di Amanda Ripley che di quella di Zula. È però un po’ una forzatura definirlo il seguito di Isolation, visto che non abbiamo preso alcuno spunto narrativo da quel gioco.

Chiaro? È un po’ complicato, ma è tutta roba dietro le quinte. Posso riassumere dicendo che Resistance è importante perché rappresenta l’entrata di Amanda nel mondo dei fumetti, e ci racconta anche che Zula non è stato solo un personaggio a fumetti una tantum, ma un’aggiunta ufficiale e significativa al canone di Aliens.

Quindi Zula Hendricks è un nuovo personaggio? Cosa puoi dirci di ciò che l’ha spinta a diventare un Colonial Marine?

Sì, Zula è un nuovo personaggio… Defiance verte tutto su di lei e sulla sua storia. [Non è chiaro il senso di “new-ish” ma sembra che l’intervistatore non abbia idea dei fumetti che sta citando, e Wood cerca di dargli corda. Nota etrusca] Quando ho scritto di lei la prima volta volevo un personaggio che riequilibrasse ciò che avevamo visto dei Colonial Marine nel passato, in particolare in Aliens [1986], dov’erano stereotipi degli anni Ottanta, con un sigaro in bocca e la battuta pronta. Nella vita reale conosco alcuni Marine e volevo rendere il personaggio più simile a loro, con i loro problemi e la loro visione del mondo.

Amanda Ripley è diventato un personaggio iconico. La sua popolarità l’ha fatta apparire in romanzi [ma quando mai? Nota etrusca], in fumetti [ma dove? Nota etrusca] e in videogiochi [perché al plurale? Nota etrusca] sempre rispettando la sua caratteristica: non è mai truccata, è aggressiva, rabbiosa, in gamba ed empatica. Ha più livelli di lettura: ma li abbiamo visti tutti? Ci mostrerai altri aspetti della sua psicologia? Questa nuova storia ce la mostrerà come non l’abbiamo mai vista?

Se c’è una cosa che apprezzo di Amanda è che è come sua madre, l’immagine di una donna che lavora duro… una protagonista che non era proprio la norma nel cinema degli anni Settanta, così come nel mondo dei videogiochi da tripla A. Scaltra, piena di risorse e tosta, ma non nel senso che nulla la scalfisce o la spaventa. Le donne come lei ce la fanno e sopravvivono malgrado siano spaventate a morte. Le loro storie non parlano di potenza ma di sopravvivenza, il che le rende un po’ più realistiche.

Amanda Ripley secondo Robert Carey

In Resistance, senza rivelare troppo, ad Amanda viene data la possibilità di confrontarsi con alcuni ricordi traumatici di ciò che si porta dietro da Isolation. Sia lei che Zula combattono duramente contro gli alieni, e sebbene siano sopravvissute le loro storie sono in qualche modo tragiche. Ora avranno la possibilità di fare i conti e magari trovare un po’ di pace.

Cosa rende speciale questa storia? Cosa ce la fa sentire come “scottante”?

Presentiamo un sacco di roba nuova, qui. Defiance è stata una storia voluta espressamente più simile allo stampo del film originale: con Resistance abbiamo avuto mano libera per sviluppare e mostrare cose mai viste nell’universo alieno. Sai, in tanti hanno parlato dell’interesse della Weyland-Yutani di utilizzare la biologia degli xenomorfi per costruire armi: lo sappiamo, ci è stato detto. Ma abbiamo mai visto cosa voglia dire? Non parlo dei laboratori, ma dei test sul campo, di applicazioni specifiche. È di questo che parlerà Resistance.

Com’è stato lavorare con un artista come Robert Carey? Come interpreta le tue visioni? Ci sono state sorprese durante la produzione?

Illustrazione di Tristan Jones

È un grande, così come il nostro colorista Dan Jackson e i nostri copertinisti Tristan Jones e Roberto De La Torre. Ma quando lavori a qualcosa del genere, cioè a un prodotto di cui non sei il creatore originale, tutti hanno la propria personale esperienza con il materiale. Tutti abbiamo visto i film e ci siamo fatti le nostre opinioni su ciò che ci è piaciuto, perciò ho dovuto fare un passo indietro, scrivere un copione pulito e permettere agli artisti di esprimersi e portare la loro personale prospettiva sul lavoro. Tutti hanno fatto un grande lavoro, e penso che tutti saranno contenti.

Detto questo, devo aggiungere che vedere il mio personaggio Zula prendere vita sotto la penna di un altro artista, in una nuova storia, e sapere che la 20th Century Fox la considera un personaggio canonico [canon character] insieme a tutti gli altri… è davvero grandioso. È un onore.


L.

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Aliens: Rescue (2019) Anteprima

Cover di Roberto De LaTorre

Per il 22 maggio prossimo la Dark Horse Comics ha previsto l’uscita di una nuova saga, che riprenda il racconto dell’orripilante Aliens: Resistance: riuscirà Aliens: Rescue ad essere fra le più brutte serie dell’universo alieno, come la precedente? La presenza di Brian Wood – un tempo ottimo sceneggiatore – ce lo fa supporre…

I disegni sono affidati a Kieran McKeown, che dev’essere un giovane esordiente visto che non ho trovato altro, oltre a questo Rescue, se non Halo: Lone Wolf, che sto aspettando di leggere.

Intanto ci gustiamo l’anteprima della copertina firmata da Roberto De LaTorre, in alto, ma anche qui in basso la variante di

Variant Cover di Mack Chater

L.

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[2019-01] Aliens: Resistance

Cover di Roberto De La Torre

Finalmente è arrivato il 23 gennaio 2019 ed è uscito il primo numero di Aliens: Resistance, l’ennesimo tentativo della Dark Horse Comics di risollevare dal fango il franchise alieno, che dalla fine del ciclo Life and Death non è più riuscito a raggiungere neanche la sufficienza.
Il primo numero lo trovate anche in digitale su Amazon.

Ogni mese aggiornerò questo post con le nuove uscite del fumetto: tornate a leggermi!

Ai testi troviamo Brian Wood, autore di Aliens: Defiance (2016) ma anche chiamato a risollevare altri franchise morti: il suo ottimo Robocop: Citizens Arrest (2018) e il suo ancora incompleto Terminator: Sector War (2018) denotano una sua conoscenza degli universi narrativi tratti da film, mentre secondo me rende maluccio con le storie originali, come Mara (2013) e Sword Daughter (2018).
La particolarità dell’autore – anche nelle sue storie migliori come John Carter: The End (2017) – è che presenta primi numeri stupendi, spinge il lettore a credere di star assistendo a qualcosa di grande, poi si perde per strada e tutto finisce in un niente totale, fatto di noia e sbadigli.

Amanda Ripley secondo Robert Carey

I disegni sono di Robert Carey, che trasforma completamente entrambi i personaggi: ora sembrano due attricette di Hollywood…

Zula Hendricks secondo Robert Carey

Una scritta ci informa che dopo gli eventi di Alien: Isolation (2014) la protagonista Amanda Ripley è finita nella lista nera della Weyland-Yutani, mentre dopo Aliens: Defiance (2016) Zula Hendricks deve tenere un bassissimo profilo, tenendo però sempre d’occhio i movimenti della Compagnia.
A proposito di cronologia aliena, ricordo che Isolation si svolge dichiaratamente nel 2137 e Defiance racconta eventi sovrapponibili: questa storia si apre tre anni dopo, quindi siamo nel 2140.

Con grande velocità e particolare carenza di spiegazioni, le due vecchie amiche – che si erano viste in una vignetta ambientata sulla Luna del primo numero di Defiance – si ritrovano, fanno fuori dei sintetici e fuggono dal pianeta per andare… boh. Ma da quale pianeta fuggono? Da chi fuggono? Dove trovano la nave per scappare? Dove stanno andando? E a fare cosa? Magari due righe Wood le poteva pure sprecare per spiegarcelo, ma no, probabilmente ci sarà tempo più avanti per farlo…

The Celestial secondo Robert Carey

A bordo della nave Celestial – che va ad arricchire l’Enciclopedia delle Astronavi – Zula ed Amanda viaggiano insieme ad un computer al cui interno è conservata la coscienza del sintetico Davis, un po’ come il sintetico Ash si era “nascosto” nel computer di bordo della Narcissus nel romanzo Alien: Out of Shadows (2014) di Tim Lebbon.

Nave coloniale Gaspar

Intanto la nave coloniale Gaspar, con a bordo Alec Brand, viene aggredita dagli alieni, che entrano dai finestrini. Quindi ora gli xenomorfi volano? Se no da dove sono arrivati? E chi accidenti è Alec Brand? E perché Amanda e Zula parlano come se tutti noi sapessimo cos’è la Gaspar? E in quale colonia sono arrivate?
Di nuovo, nessuna risposta, a dimostrazione che Brian Wood non riesce più neanche ad iniziare bene i primi numeri: parte direttamente con il nulla…

Un luogo oscuro ancora non spiegato

Difficile per ora stabilire se Weyland-Yutani Blacksite sia il nome della stazione orbitante segreta dove vengono portati i prigionieri o se è il nome generico – scopro infatti che “black site” è l’espressione usata proprio per le basi segrete – comunque in questo luogo dei sintetici diversi da tutti quelli visti finora hanno portato degli umani chiaramente prigionieri, costringendoli a respirare. Perché? Non si sa.

Da quando Amanda ha un addestramento militare?

Intanto le due fotomodelle Zula e Amanda fanno cose, vanno qua e là, parlano con Davis e tutto il resto dell’albo è all’insegna di un’unica grande domanda: ma di che cazzo parla ’sta storia? C’è una trama?
Sappiamo che la Gaspar arriva, poi va, Zula e Amanda arrivano poi vanno, poi sparano, poi sono nello spazio ad inseguire la Gaspar… ma perché? Sempre senza spiegarci nulla, le due tizie si mettono in coda gravitazionale alla Gaspar che cade su un pianeta: perché cade? Non me lo chiedete…

Comincio seriamente a perdermi, in questa storia…

All’ultimo secondo le due ragazze azionano qualcosa e qualcosa esce dalle loro tute a proteggerle: ma cos’è? Non viene spiegato.
Atterrate sul pianeta… Ma come hanno fatto? Andavano a duemila all’ora, si saranno spiaccicate: non fate domande. Atterrate, si avvicinano alla Gaspar caduta armate di pistola. Dove avevano infilate le pistole, mentre cadevano dallo spazio? Un’idea ce l’avrei… Comunque non è spiegato.
La vignetta dopo sono vestite di tutto punto ed armate stavolta di pulse rifle: ma dove l’hanno presa ’sta roba? Ah, ma ancora fate domande?

Ma cos’ha fumato Brian Wood per scrivere ’sta roba?

Sembra di capire che la Gasper sia solo una delle tante navi che sono state mandate volutamente ad atterrare su pianeti infestati da alieni, così che la Weyland-Yutani possa dar da mangiare ai suoi “cuccioli”, ma vediamo poi degli esseri mezzo invisibili che non si sa chi siano, e nel dubbio Zula spara loro: chiamarli, prima, no? E perché sono mezzo invisibili? Non ci viene spiegato.

Nel dubbio, Zula spara!

Dalla Celestial dov’è installato, il software dell’ex sintetico Davis1 dice alle due ragazze che hanno appena trovato la prova dei crimini della Weyland-Yutani – quindi era questa la trama del fumetto? – e ora possono tornare a bordo così lui poi nuclearizza il pianeta. E come tornano a bordo, se sono cadute dallo spazio? Allora non ci siamo capiti: questa cagata di fumetto non ammette domande!

Nel quarto ed ultimo numero arriva pure la “novità”. Sul pianeta dove la Weiland-Yutani sta usando vittime umane per fare esperimenti sugli alieni assistiamo per la prima volta ad un parto pluri-gemellare: tre chestburster escono dallo stesso corpo umano, e ne approfittano per aggredirsi a vicenda. Si sentiva davvero il bisogno di novità, nel vasto universo alieno, soprattutto da sceneggiatori che sembrano sparare a casaccio.

Si vede proprio che Brian Wood non sa più cosa inventarsi

Intanto Amanda e Zula vanno non si sa dove, completamente perse nel nulla da tre numeri.

Due personaggi allo sbando

Finalmente arrivano al punto di estrazione dove la Celestial, con montata a bordo l’intelligenza artificiale di Davis1, deve estrarre le due donne e il giovane superstite Alec Brand che hanno trovato sul pianeta: finalmente capiamo a cosa serviva citare questo personaggio tre numeri prima, dimostrando una volta di più che Wood ha avuto un tracollo totale nella sua capacità di sceneggiatura.
Comunque gli xenomorfi attaccano in massa come fossero Vietcong in Rambo 2 (1985) e infatti la scena sembrerebbe proprio quella del salvataggio in extremis dei soldati in territorio nemico. Senza però avere la benché minima carica emotiva.

Le eroine tra elicotteri e Vietcong…

Proprio nel tentativo disperato di creare un minimo di pathos in questa ridicola storia raccontata malissimo, Wood cala la facile carta delle due eroine che si sacrificano per salvare la prova degli esperimenti illegali della Weyland-Yutani: bella idea, ma non si capisce perché quando la Celestial è atterrata e Alec è salito… non siano salite pure loro. Che senso ha? L’inspiegabile mossa quindi distrugge ogni possibile emotività nella fintissima scena in cui vorrebbero farci credere che Amanda e Zula sono arrivate alla fine della loro corsa.

Un trucchetto indegno di un bravo sceneggiatore

Scoppia la bomba nucleare e teoricamente tutta la parte di pianeta usata per gli esperimenti si volatilizza: alieni ed umani compresi. Quindi ora dovremmo essere in pensiero per Amanda e Zula? Ma per favore: semmai spero siano morte così finisce questa sequela di storie da schifo!
L’imminente uscita della nuova saga di Wood, Aliens: Rescue, mi sembra già una risposta chiara al destino delle due donne.

È sconfortante l’abisso di fastidiosa cialtronaggine in cui è caduta la Dark Horse e un autore come Brian Wood, altrove decisamente migliore. Una saga odiosa in ogni vignetta, con una trama che non basterebbe per una sola pagina – figurarsi per quattro numeri – e un allungare il brodo con roba strana e incomprensibile che mette addosso solo tanta rabbia.
Prego la Disney di togliere i diritti alieni alla Dark Horse ed affidarli a una casa a fumetti più serie, cioè ad una qualunque.

Chiudo con la cover gallery:

L.

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Le note ad inizio e fine albo sono particolarmente fastidiose quindi preferisco sbrigarmi a dimenticarle…

L.

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Le note ad inizio e fine albo sono particolarmente fastidiose quindi preferisco sbrigarmi a dimenticarle…

L.

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Le note ad inizio e fine albo sono particolarmente fastidiose quindi preferisco sbrigarmi a dimenticarle…

L.

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