Citazioni aliene. Elvira (1988)

Questa in realtà non è proprio una citazione manifesta, ma mi risulta davvero difficile vedere la protagonista di Una strega chiamata Elvira (Elvira: Mistress of the Dark, 1988) affrontare il cattivo finale armata di fucilone, a due anni dall’uscita di Aliens (1986), e non pensare ad una strizzata d’occhio alla Ripley furiosa che scende nell’alveare.

Ringrazio il post di Evit per avermi fatto ricordare questa scena.

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[1982-02] Uchu Yusosen Nostromo (guest post)

Condivido una splendida “indagine” compiuta da redbavon del blog Pictures of You, che ci racconta la prima forma videoludica del film “Alien” (1979).


Quale è il primo videogioco “survival horror”?

Resident Evil della giapponese Capcom per PlayStation nel 1996?
Sbagliato.

Clock Tower della giapponese Human Entertainment per Super Famicom nel 1995?
Sbagliato.

Alone in the Dark della francese Infogrames per MS DOS nel 1992?
Sbagliato.

Sweet Home, ancora di Capcom, per Nintendo Famicom nel 1989?
Sbagliato.

Il primo “survival horror” è 宇宙輸送船ノストロモUchū yusō-sen Nosutoromo. Ascoltandone la pronuncia si comprende anche perché sui motori di ricerca si trova Uchu Yusosen Nostromo.

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Citazioni aliene. Piccolo ranger (1981)

Cover di Francesco Gamba

La nostra gloria nazionale Gian Luigi Bonelli ne sfornava di eroi del West, negli anni Cinquanta, e con l’esplosione fanta-horror degli anni Settanta tutti questi eroi hanno avuto a che fare con il paranormale: quando nell’ottobre 1979 è uscito Alien, l’argomento non poteva certo sfuggire all’attenzione degli autori bonelliani.

Se Guido Nolitta subito scrive di Zagor contro alieni invasori ne Il raggio della morte (n. 180, luglio 1980), per la serie di inediti della testata “Il piccolo ranger” lo Staff di If (gruppo di autori fondato nel 1971 da Gianni Bono) si appropria dello xenomorfo cercando però un modo per adattarlo al pubblico giovane a cui è rivolto il fumetto.
Dal numero 213 (agosto 1981) al n. 215 (ottobre 1981) della testata esce la storia Orrore dall’ignoto.

Giger sbarca nel Far West!

Un’astronave cade nella prateria e ne esce un alieno palesemente ispirato a quello di H.R. Giger per il film di Scott, però modificato in più punti per ovvi motivi. Per esempio ha gli occhi, non ha doppia lingua e agisce principalmente con la forza del pensiero.

La forma della testa non mi sembra lasci spazio a dubbi sull’ispirazione

La storia segue lo stile weird western bonelliano, ma curiosamente sceglie la strada che Zagor percorrerà anni dopo: quella del mostro alieno che però in realtà è buono e vuole dare solo tanti bacetti agli umani.

Sembra cattivo, è ma è che lo disegnano così

Imparata la nostra lingua grazie al medaglione che porta appeso al collo, tramite forza del pensiero la creatura racconta al protagonista la sua storia e spiega che sta solo cercando di ripartire dalla Terra: non ha intenzioni cattive, vuole bene a tutti e  volèmosene bbene.

Tie’, pure la capoccia chiara come lo xenomorfo del ’79!

Non una storia memorabile, ma è delizioso scoprire come oltre alla voglia di paranormale degli anni Settanta anche il nostro alieno preferito abbia influenzato la scuderia Bonelli sin da subito.

L.

– Ultime citazioni aliene:

Star Trek Alien: Arsenal of Freedom (1988)

Il venditore d’armi che citava Aliens

L’amico Evit del blog Doppiaggi italioti colpisce ancora, ma soprattutto colpisce ancora “Star Trek: The Next Generation“, la serie TV che sembra parecchio interessata a piccole ma intriganti contaminazioni aliene.

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Star Trek Alien: Datalore (1988)

Per citare là, dove è giusto citare

Gli scienziati del futuro dovranno studiare quale componente del COVID-19 ha risvegliato così tanto interesse per Star Trek, comunque dopo aver spinto il sottoscritto, storico odiatore di qualsiasi cosa non avesse Kirk protagonista, ad iniziare a recuperare tutte “le piste delle stelle” (come traduceva la Mondadori degli anni Settanta), e poi ad andare a riempire di commenti Sam Simon con il suo viaggio in “The Original Series” e “Voyager“, ora anche Evit del blog Doppiaggi italioti ha iniziato il suo recupero, partendo da “Star Trek: The Next Generation“.

Io ho completato il mese scorso il mio viaggio in TNG (dopo quello in DS9), quindi mi mangio le mani per non aver colto la deliziosa piccola citazione aliena nell’episodio Datalore (1×13, 18 gennaio 1988, in Italia dal 3 agosto 1992), diretto da Rob Bowman e sceneggiato da Robert Lewin e Gene Roddenberry.

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[1986-07] Lance Henriksen su “Fangoria” 55

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialistica “Fangoria” numero 55 (luglio 1986).


Gunning for Aliens

di Adam Pirani

da “Fangoria”
numero 55 (luglio 1986)

L’attore Lance “Omen II” Henriksen sbarca
su un pianeta di facehugger e chestburster
nell’esplosivo seguito di James Cameron

«Seguiamo tutti la nostra tabella di marcia», dice Lance Henriksen, meglio noto per La maledizione di Damien (Omen II, 1978) e Uomini veri (The Right Stuff, 1983), il cui tempo è arrivato. Con il ruolo dell’androide Bishop in Aliens la carriera di Henriksen sta facendo un passo in avanti da ruoli da caratterista, e dal recitare in scene che poi finiscono sul pavimento della sala di montaggio.

Henriksen si è presentato ai Pinewood Studios di Londra anche se è il suo giorno libero, giusto per guardare le riprese della scena della dropship. Ha adorato lavorare ad Aliens ed è qui per vedere come finiranno le riprese iniziate ieri.

Il coinvolgimento dell’attore nel seguito di Alien è iniziato con la sua amicizia con il regista e sceneggiatore James Cameron, i cui precedenti film Terminator (1984) e Piraña Paura (Piranha Part Two: The Spawning, 1981) vedono anch’essi la partecipazione dell’attore. «Siamo amici anche fuori dal lavoro», spiega Henriksen. «Ci siamo incontrati in un ristorante cinese e Jim mi ha dato la prima stesura di Aliens: era assolutamente sorprendente, così buono che era già pronto per essere girato. E poi iniziammo a parlare dei vari personaggi.»

Henriksen ricorda una curiosità dal passato, che prova come mai lui fosse perfetto per il ruolo dell’androide. «Originariamente dovevo fare io Terminator, cioè dovevo essere il robot», rivela. «Anche lì c’era una grande storia. Andai alla [casa produttrice] Hemdale e Jim fece in modo che arrivassi una mezzoretta prima, presentandomi vestito come un Terminator.»

«Mi misi sui denti della carta dorata, mi impomatai i capelli tutti all’indietro e indossai una maglietta da punk, con giacchetto di pelle e stivali alti fino alle ginocchia. Facevo davvero la mia figura: ero davvero una persona spaventosa da vedere in una stanza.»

«Aprii la porta con un calcio, al mio arrivo, e la segretaria si chinò dietro la macchina da scrivere. Poi entrai nella stanza del produttore.»

Mi sedetti davanti a lui senza dire una parola, limitandomi a fissarlo: era pronto a gettarsi dalla finestra! Disse qualcosa e dissi qualcosa anch’io, ma tutto ciò che usciva dalla mia bocca sembrava spaventarlo ancora di più.»

«Be’, la Orion voleva un nome famoso e volevano Arnold Schwarzenegger. Non mi sono sentito scalzato neanche un momento, perché negli anni ho imparato a conoscere questo mondo, e volevo vedere Jim fare quel film tanto quanto volevo parteciparvi. Così nessun rancore. Poi uscì un altro ruolo nel film e Jim disse: “Vuoi interpretare uno dei poliziotti?” e io: “Puoi scommetterci”.»

«Quando è uscito fuori questo androide in Aliens, io e Jim avevamo un debito karmico e io volevo davvero interpretare questo genere di personaggio, perché avevo delle idee su cosa pensasse un tipo simile.»

«Se avessi fatto Terminator sarebbe stata una parte completamente diversa. Non sarebbe stato un personaggio fisico ma più mentale: forte e potente, ma non così gigante. Potente perché sai quanto possa essere potente un sistema idraulico.»

La perdita del ruolo da protagonista in Terminator non ha smorzato l’entusiasmo di Henriksen nell’affrontare la sfida di Aliens. Bishop è parte del gruppo – comprendente undici Colonial Marines – che accompagna Ripley (Sigourney Weaver) nel suo ritorno sul pianeta alieno, dove una nuova colonia umana ha interrotto i contatti con la Terra. Al contrario dell’androide Ash (Ian Holm) in Alien, limitato secondo Henriksen perché minacciava senza fare molto altro, Bishop è un modello più avanzato, un personaggio più sfaccettato.

«L’ho presa a livello personale: con Bishop è stata la prima volta in cui avevo un ruolo per cui sapevo perfettamente fin dove potessi spingermi», spiega l’attore. «Non mi è mai capitato prima di interpretare un innocente, pur se io un po’ mi ci sento. È stata una grande sfida perché non mi piace essere considerato un caratterista: è successo negli ultimi film e ho subito cambiato direzione.»

«In Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975) e ne La maledizione di Damien (Omen II, 1978) interpreto degli assassini o comunque qualcuno di tosto: in me sento di avere una parte di innocenza che non mi fa amare questi ruoli. Non sto parlando di qualcosa come Pollyanna, ma innocente nella visione della vita.»

Henriksen aggiunge che Cameron aveva in mente una visione più meccanica. «Jim ha sempre avuto una passione per gli androidi. Se non fosse un regista così attivo sarebbe diventato sicuramente un attore», dice Henriksen. «All’epoca non era molto espressivo, non come un attore: lui ama gli attori perché loro sanno esserlo. Nella sua vita lui agisce in altri modi. Quindi ha questa passione per gli androidi e i robot perché è una parte di lui che ama studiare.»

Il rapporto che ha con Cameron ha convinto l’attore che «ci siamo incontrati nel momento giusto. Io avevo bisogno di fare questo ruolo, proprio ora. Ero contento che mi si vedesse – anche se sotto forma di androide – come qualcosa di più umano rispetto ai personaggi che mi è stato chiesto di interpretare in passato. Non è paradossale?

«Perciò ho molto apprezzato la possibilità e ho lavorato duramente. Ho ricevuto il copione tre mesi prima che iniziassero le riprese ed ho iniziato a lavorarci, impiegando tutto quel tempo. Sono andato da Jim con delle idee a raffica così da capire in quale direzione andare: non rimpiango nessuna delle idee poi scartate.»

Henriksen non è l’unico attore da Terminator che appare anche in Aliens. Michael Biehn è il caporale Hicks e Bill Paxton, che era un punk all’inizio del film di Cameron, interpreta Hudson.

Recitare al fianco di Sigourney Weaver, l’unico attore a tornare da Alien, si è rivelato essere un’esperienza gratificante.

«Io e Sigourney siamo stati davvero contenti», osserva Henriksen. «Lei ha iniziato a capire di più Ripley, con questo film. È molto interessante il modo in cui parla di questo film come se Alien non fosse mai esistito.»

«Sta scoprendo nuovi aspetti di Ripley che il precedente film le aveva negato, il che è incredibile. È davvero un tributo alla capacità di scrivere di Cameron.»

Ripley (Sigourney Weaver) e Bishop (Lance Henriksen), due dei pilastri di Aliens

«Credo che la cosa migliore di tutto questo», dice Henriksen riguardo ad Aliens, «è che non sarò tagliato via dal montaggio finale. Ho fatto molti film negli ultimi dieci anni dove il montaggio ha semplicemente tagliato via le mie parti. Certo, non erano personaggi centrali, quindi se qualcosa doveva essere tagliato erano i primi ad esserlo. Aliens è di enorme beneficio per un attore come: sono conosciuto solo se mi si vede in giro, e questa sarà una possibilità che voglio godermi.»

«Questo è il mio terzo film con Jim. Ho dovuto fare un’audizione per tutti, non è che mi ha chiamato e basta. Mi sono dovuto presentare con qualcosa che davvero servisse al film: altrimenti non avrei voluto farli, e lui non mi avrebbe voluto. Quindi è stato un grande rapporto.»

La loro collaborazione è iniziata essenzialmente per caso, quando Cameron stava preparando il suo primo film, il piccolo Piraña Paura. «Jim aveva un produttore con cui io avevo già lavorato in Italia», spiega Henriksen. «Ero il protagonista di uno dei suoi film horror, Stridulum (The Visitor, 1979), e mi ha proposto a Jim. Così Jim ha visto quel film e ha deciso che sarei stato perfetto per la sua pellicola.»

Attori e tecnici sono scesi in Giamaica per girare il veloce seguito del film di Joe Dante, un successo della New World Pictures. Henriksen non ha incontrato Cameron finché non si sono visti sulla location tropicale.

«Era il primo film di Jim e a quell’epoca era già in pratica com’è ora», ricorda l’attore. «Cambiò il copione e lo migliorò, ideò tutti gli effetti speciali del pesci dormendo solo tre ore per notte: era ossessionato dal suo lavoro, non ho mai visto qualcuno come lui.»

In quello che è indubitabilmente il più grande film di piraña volanti mai girato, Henriksen ha il ruolo di Steve, capo della polizia dell’isola caraibica che finisce preda dei pesci carnivori ideati da Cameron. Sebbene i pesci non fossero reali, alcune riprese sono state rischiose. «Mi sono rotto una mano saltando da un elicottero», ricorda Henriksen. «Ho fatto un salto di circa un metro nell’oceano per salvare i miei figli nel film. Non c’erano controfigure quindi saltai da questo elicottero: una delle mie mani sbatté contro una delle ginocchia e si ruppe: ho finito il film con una mano ingessata.»

Altri aspetti della produzione di Piraña Paura sono stati meno fisicamente dannosi ma più artistici. I produttori, dice Henriksen, continuavano a creare nuovi problemi. «Poteva capitare che si presentassero sul set con due nuove pagine piene di dialoghi, monologhi e roba varia quindici minuti prima di girare una scena. Non era colpa di Jim, semplicemente i produttori lo stavano strizzando ricattandolo: “Ti daremo altri cinque pesci volanti se farai dire agli attori questo…” Era tutto così.»

«Quando lo montarono a Roma, chiusero fuori Jim e lui dovette intrufolarsi di notte, rimontare tutto e sperare che non si accorgessero delle modifiche. È successo davvero! Si accorsero di qualcosa ma non di tutto. Jim è così: tenace.»

Prima di questi racconti di pesci, Henriksen è nato a New York City e ha vissuto un’infanzia piena. All’età di 13 anni ha vissuto per tre anni con dei parenti in Borneo, un’isola fra le Fiji e la Malesia, e ha girato l’America in autostop.

L’Henriksen adulto ha iniziato la carriera hollywoodiana nei primi anni Settanta. Sono seguiti piccoli ruoli in Quinto potere (Network, 1976) e Il principe della città (Prince of the City, 1981). Ne La maledizione di Damien interpreta il diabolico sergente Neff, un parente satanico che aiuta a crescere il giovane Anti-Cristo (Jonathan Scott-Taylor). Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) è un altro film in cui la parte di Henriksen è stata pesantemente tagliata. Ma una delle sue prove attoriali sopravvissute in post-produzione è stata nel film horror ad episodi Nightmares. Incubi (1983), dove nell’episodio “The Benediction” interpreta un prete in crisi di fede.

«Per me Nightmares è stato un film speciale da fare», confessa l’attore, «perché era una delle prime volte che non interpretavo un cattivo. È stato qualche tempo fa, e da allora ho ottenuto di lavorare in film dove non faccio il cattivo, come Doppio taglio (Jagged Edge, 1985), e ne sono davvero contento. Ho avuto la possibilità di dare di più rispetto al solito cattivo.»

I produttori di Nightmares originariamente avevamo immaginato la loro antologia come una serie televisiva, finché poi la Universal ha deciso di portare il film al cinema: malgrado la stroncatura della critica e l’insuccesso al botteghino, Henriksen comunque sente che il regista meritava di più.

«L’ironia della cosa è stata che Joe Sargent, che è davvero un bravo regista televisivo, non ha mai avuto la possibilità di fare un film: ogni volta che faceva un prodotto televisivo, lo distribuivano in sala, sebbene le due realtà abbiano linguaggi differenti. È un ragazzo con cui è un piacere lavorare ed è stato il mio primo ruolo da protagonista in una produzione televisiva. L’abbiamo girato in sedici giorni.»

Oggi, con un ruolo importante in Aliens, la carriera di Lance Henriksen sta salendo di livello. «Mi sento come un musicista la cui musica inizia a sfondare, è tutto ciò che posso dire. Ne sono davvero felice.»


L.

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[1986-06] Gale Anne Hurd su “Starlog” 107

Traduco questa intervista a Gale Anne Hurd apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 107 (giugno 1986).


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[1983-06] Dan O’Bannon sul “Starlog” 71

Traduco questa intervista a Dan O’Bannon apparsa sulla rivista specialistica “Starlog” n. 71 (giugno 1983).

Fa sempre piacere trovare le dichiarazioni astiose e rancorose di Dan, con i suoi giudizi sferzanti e l’abitudine – mai persa – di denigrare chiunque l’abbia circondato.

Scopriamo altri progetti naufragati in cui il nostro era coinvolto, che vanno a sommarsi al numero già alto dei film che non ha mai fatto: malgrado l’universo non fosse abbastanza grande per l’ego di Dan, la sua carriera è stata straordinariamente minuscola, rispetto ai progetti in cui è stato coinvolto.


Dan O’Bannon
Mio figlio, l’assassino

di Lee Goldberg

da “Starlog Magazine”
numero 71 (giugno 1983)

Ha firmato i copioni di due grandi successi, “Alien” e “Blue Thunder”.
Ma non è molto felice: ecco perché

Se lo sceneggiatore Dan O’Bannon potesse mettere le mani sull’elicottero che ha creato per Blue Thunder allora probabilmente userebbe la sua artiglieria per radere al suolo ogni studio cinematografico della California del sud.

E poi passerebbe a dare la caccia al regista di Blue Thunder John Badham e agli scrittori di Alien Walter Hill e David Giler per un’altra sventagliata di artiglieria.

O’Bannon, senza mezzi termini, è infuriato.

«Hollywood è un pessimo affare. Sono stufo», dice. «Se non ottengo presto qualcosa da dirigere, me ne vado da questo mondo e divento un romanziere, o qualcos’altro.»

Ciò che O’Bannon vuole è il controllo, il potere di assicurarsi che ciò che scrive è ciò che alla fine apparirà su schermo. I suoi copioni per Alien (con Ronald Shusett) e Blue Thunder (con Don Jakoby) sono stati in qualche modo riscritti, in modo che a lui non è piaciuto.

E nel caso di Blue Thunder, in uscita il prossimo 13 maggio, non è stato proprio intrigato dalla regia.

Dan O’Bannon fra gli unici due film scritti all’epoca

Secondo O’Bannon, «John Badham ha una visione cinematografica davvero ristretta: ha diretto una pellicola da venti milioni di dollari come se fosse un episodio televisivo. Quando lo vedi sul set, ti rendi conto di quanto sia fuori posto.»

O’Bannon dice che era a portata di mano quel giorno delle riprese in cui Roy Scheider – che interpreta l’eroico Murphy, pilota della polizia che guida un nuovo elicottero sviluppato dal Governo federale – dimenticò una delle sue battute.

«Badham disse: “Non importa, è solo dialogo: di’ qualcosa e mettici la parola merda“», ricorda O’Bannon. «Badham segue la teoria per cui il pubblico non capisce i dialoghi.»

D’altronde neanche il regista è affezionato ad O’Bannon, secondo quanto ha raccontato a “Starlog” (n. 70). «Non credo che Badham creda a ciò che ha detto a “Starlog”», risponde lo sceneggiatore.

Badham ha spiegato a “Starlog” che Dean Reisner [sceneggiatore di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976)] è stato chiamato ad arricchire i personaggi della sceneggiatura di O’Bannon-Jakoby.

«Dopo che noi abbiamo supinamente e obbedientemente attuato tutte le modifiche richieste per il copione, d’un tratto ha chiamato Reisner, che è arrivato e ha giocato con la punteggiatura», accusa O’Bannon.

Ma O’Bannon si aspettava che il suo copione venisse riscritto: è parte integrante del modo di fare cinema.

«Hollywood è una macchina e si basa su processi. C’è questa convinzione fra i produttori e gli studio per cui nessun copione è buono, ognuno di quelli che comprano o che hanno fatto scrivere va riscritto da altri autori prima che si inizino le riprese», dice O’Bannon. «Il problema è che molti produttori non sanno giudicare, perciò se una revisione del copione è eccellente e si può girare, non sanno capirlo né stabilirlo: lo fanno riscrivere, in automatico. Visto che molti copioni di Hollywood sono davvero pessimi, questo processo ha un effetto omologante che li migliora, ma se il testo è davvero buono, allora il processo ne abbassa la qualità.»

Indovinate cosa fa questo processo al copione di Blue Thunder, secondo O’Bannon.

«L’impatto politico – e ce n’era davvero poco – è stato ammorbidito. Nel copione originale, tutti gli atti criminosi erano compiuti dalla polizia, dal distretto di Los Angeles: al momento di iniziare la produzione, quelle persone coraggiose [Badham e la Columbia Pictures] hanno trasformato i poliziotti in eroi e i crimini commessi sono tutti colpa del Governo federale», afferma O’Bannon, ovviamente seccato. «L’idea di ritrarre i poliziotti di Los Angeles come campioni delle libertà contro il Governo federale è davvero strana.»

C’erano anche altre discrepanze su come dovesse apparire il Blue Thunder. «Loro lo vedevano come un coso enorme con roba a penzoloni, mentre per noi era una vespa nera, veloce e letale.»

Blue Thunder è un figlio della rabbia di O’Bannon. Viveva ad Hollywood, nel 1979, e non poteva dormire di notte perché gli elicotteri della polizia passavano costantemente e illuminavano casa sua con i fari.

«Mi stavano facendo impazzire. Una notte ero con Don Jakoby a casa mia e passò uno di quegli elicotteri. Mi seccai sul serio e disse che avremmo dovuto farci un film, su questa cosa», ricorda lo scrittore. «Don fu d’accordo e anche emozionato all’idea: è così che tutto è iniziato.»

Cosa si può dire sugli elicotteri della polizia? Se decidi di usare quell’agile macchina per simboleggiare le intrusioni governative nella vita privata, allora c’è parecchio da dire.

«Mi piacciono gli elicotteri, di per sé. Non mi piace che vadano in giro a guardare tutto ciò che facciamo. La polizia dice che lo fa per prevenire il crimine. Sono apparecchi molto maneggevoli», dice O’Bannon. «Il problema è che la polizia non si cura particolarmente se questi fanno uscire di testa la popolazione o violano i diritti di tutti per dare la caccia ad un criminale. Non si preoccupano di prevenire il crimine, ma solo di acchiappare i criminali. E per questo farebbero di tutto ai cittadini, fregandosene. È di questo che doveva parlare il film.»

Il Blue Thunder è completamente computerizzato, corazzato ed equipaggiato di ogni sorta di arma. «Non c’è niente di fantasioso in quell’elicottero: può sembrarlo se non avete dimestichezza con l’argomento. Non c’è niente di particolarmente innovativo nel film, non quando ci sono satelliti che possono fotografarti il buco della cintura.»

Sebbene non ci sia nulla di inusuale nel super elicottero, alcuni sviluppi di sceneggiatura ed un rutilante inseguimento d’auto sono pronti a sconvolgere il pubblico.

Dozzine di auto della polizia inseguono Candy Clark, la ragazza di Scheider nel film, mentre lei le guida in una corsa attraverso i bassifondi di Los Angeles. Badham alla fine ha molto accorciato la scena, perché ad una proiezione di prova a Seattle il pubblico l’aveva trovata particolarmente poco credibile.

«L’idea di avere un inseguimento d’auto ha un suo perché ma come diavolo è possibile che la stupida ragazza di Murphy abbia così eccelse doti di guida spericolata?», si chiede O’Bannon. «Badham ha inteso il film come un cartone animato, e quello che cercava con Candy Clark era di rifare qualcosa alla Hazzard

Problemi con “Alien”

John Badham sembra comunque un angelo in confronto al ritratto che O’Bannon fa degli sceneggiatori di Alien Walter Hill e David Giler.

«Quando hanno comprato il copione e me l’hanno portato via per farlo loro [took it away from me to make it themselves] hanno cercato di gonfiarlo ben oltre ciò che era», dice O’Bannon. «Hill e Giler hanno fatto nove riscritture, ognuna peggiore della precedente. Dicono che se hai un’astronave allora dev’essere la più grande astronave dell’universo: così hanno cambiato quell’aspetto, volevano una flotta di astronavi. «Io ho detto “solo un mostro”? E loro dicono “Non solo un mostro, ne avremo 50!”. Alla fine si è arrivati al punto che Alien era messo così male che non si poteva portare su schermo.»

O’Bannon dice che allora Giler ha lasciato il progetto. «Ridley Scott, che è stato ingaggiato all’ultimo momento, mi ha chiesto di venire e cercare di riportare il progetto sui binari. Ho fatto alcuni cambiamenti per farlo tornare simile all’originale.»

Ciò che distingue Alien dagli altri film “mostro-a-bordo” è l’inquietante creatività artistica di H.R. Giger: è stato il suo lavoro ad ispirare O’Bannon, per ciò è particolarmente seccato che la 20th Century Fox abbia chiamato altri a gestire la creatura e i set.

«Ho lottato per un anno con la Fox per ingaggiare Giger. Ho scritto il copione così che Giger potesse disegnare quelle cose. E quando hanno preso il copione hanno detto: “Naaah, non vogliamo quel tizio: non ha mai lavorato nel cinema”. Volevano qualcun altro che fosse un professionista già affermato», racconta O’Bannon. «Hanno assunto così Carlo Rambaldi per disegnare il tutto. Se ne uscì con qualcosa che sembrava un marshmallow squagliato con una serie di occhi blu. Per un anno continuai a piazzare davanti ai loro occhi il lavoro di Giger, e loro continuavano a dire: “Questo tizio vive in Europa: a quale film ha mai lavorato?” Alla fine Giger fu ingaggiato solo perché fu ingaggiato Ridley, che ha dato un’occhiata al lavoro dello svizzero. Senza Giger non credo che avremmo un gran che di film.»

O un film realistico.

«Quei set di Alien sembrano così reali: non come se avessero cercato di fare qualcosa di bello, ma qualcosa che potesse essere sopravvissuto alle piramidi e volare nello spazio. Era straordinario.»

Straordinario è anche, in questo periodo di sequel-mania, l’impossibilità di un Alien 2, Return of Alien o Revenge of the Alien o qualsiasi altro ritorno in scena per la creatura mangia-astronauti. «I diritti sono stati interamente divisi fra persone che non possono andare d’accordo. Che io ne sappia, non c’è mai stata alcuna intenzione di fare un seguito», spiega lo scrittore. [In realtà in questo 1983 James Cameron, su spinta di Walter Hill, ha già scritto la prima bozza del seguito! Nota etrusca.]

A sorpresa, O’Bannon non ama particolarmente la scrittura: la trova un’attività troppo “solitaria” e sente che si corre il pericolo di «diventare nevrotici e fumare troppo». Ciò a cui sta lavorando è raggiungere la sedia del regista, come il suo amico e collaboratore di Dark Star John Carpenter: «l’unica alternativa a quell’obiettivo è diventare scrittore. Dopo aver lavorato a questi due grandi film», dice, «mi è assolutamente chiaro che il controllo del regista sul copione è immenso.»

Progetti futuri e passati

Sebbene di solito prima scrive un copione e poi cerca di venderlo, O’Bannon ha sviluppato un progetto per la MGM intitolato The Sorcerer’s Apprentice, scritto espressamente con in testa la sedia del regista.

Il progetto è naufragato.

«Ho ancora buone speranze, ma è con quel progetto che ho scoperto l’orrore dello scrivere a progetto, il che significa che ti ingaggiano. Ti presenti e loro ti dicono: “Ecco tot soldi, scrivi un copione”. In questo caso si trattava di un accordo in cui dovevo scrivere e anche dirigere il film. Appena siglato il contratto la MGM, il leone che ruggisce, ha iniziato a piagnucolare per poi semplicemente cancellare il progetto, senza ragione apparente», racconta. «Magari può non essere piaciuto il copione che ho scritto, ma la loro decisione potrebbe essere stata influenzata dalla loro pessima gestione.»

Ora The Sorcerer’s Apprentice giace in una qualche cantina della MGM, dove sarà dura per O’Bannon recuperarlo.

«È questo che mi rende infelice del progetto», dice. «Ora è legato alla MGM: non è che posso andare in giro a proporlo, dicendo “Ehi, ragazzi, volete fare questo film?” È proprietà della MGM. Ora dobbiamo trovare un modo per riaverlo o per farlo in altri modo.»

E lui vuole farlo, questo film. Gli piace la storia e lo considera uno dei suoi lavori migliori. «The Sorcerer’s Apprentice era qualcosa che volevo davvero fare. È una storia fantastica su un giovane che vuole diventare un mago», fa notare.

Più di qualsiasi altro mago, il protagonista vuole diventare un illusionista alla Houdini. Quando è avvicinato da un vecchio mago che gli chiede se voglia imparare la magia, il ragazzo accetta subito. Ma la magia che il vecchio ha in mente non consiste in trucchi di carte e conigli fatti sparire. È vera magia. [L’unico film noto con quel titolo è la produzione omonima della Walt Disney del 2010, da cui è assente ogni riferimento a O’Bannon. Nota etrusca.]

Un altro progetto che O’Bannon vedeva come possibile debutto registico è Bloody Noses, scritto da Bob Greenfield e basato sulla vera storia dell’assassino seriale Ed Gein, i cui crimini hanno ispirato già storie di finzione come Psycho e Non aprite quella porta.

«Semplicemente non è successo. Continuavo a proporre il progetto con me come regista ma non è successo», racconta. «Poi, all’improvviso, c’è stata l’esplosione dei film sugli assassini psicopatici, e io ho detto: “No, è troppo tardi, ora”. Era una straordinaria storia di un assassino seriale ma funzionava solo in assenza di tutti questi film simili. Ora abbiamo Venerdì 13, parte 300 e I Eat Your Eyeball: sono disgustato da questi film. Finché non scompariranno e tutti li avranno dimenticati, non posso toccare Bloody Noses. Credo che ormai sia un progetto morto.» [Non esistono film con quel titolo. Nota etrusca.]

Più “vivi” sembrano due adattamenti da racconti dell’ultimo Philip K. Dick (il cui romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è diventato Blade Runner). La versione di O’Bannon di Chi se lo ricorda sta per essere prodotta da Ronald Shusett – suo collaboratore in Alien e Sepolti vivi – per Dino De Laurentiis [dieci anni dopo diventerà Atto di forza. Nota etrusca.], mentre il racconto Modello due è stato opzionato dal curatore degli effetti speciali di Atmosfera Zero Tom Naud per un film che potrebbe intitolarsi Screamers [Che vedrà la luce più di quindici anni dopo. Nota etrusca].

«Ho appena stretto un accordo per scrivere un film indipendente per Tobe Hooper», annuncia O’Bannon, «un seguito de La notte dei morti viventi. Vedete, Zombi non era legalmente un seguito del primo film, ma tutti l’hanno pensato. Dopo la pellicola del 1969 George Romero ha avuto un dissidio con i suoi soci così ha lasciato loro i diritti del nome “Living Dead” e ha detto. “Continuerò a fare film senza di voi”. Alla fine un finanziatore di nome Tom Fox ha comprato i diritti dagli ex soci di Romero, poi è andato da Tobe e Tobe è venuto da me.»

I due cineasti si erano già incontrati in passato alla MGM, mentre lavoravano a progetti in seguito naufragati. Inoltre condividono lo stesso avvocato. «Quindi mi è stato affidato il difficile compito di fare un seguito di un film che ne ha già uno.»

E perché Dan O’Bannon lo sta scrivendo?

«Perché sono al verde e loro offrono bei soldi: scriverò il film e poi tornerò ai miei affari. Avrà un approccio New Wave, useremo musica New Wave e un cast di punk: e sarà una storia molto lontana dall’originale.»

In più il seguito – intitolato Return of the Living Dead – sarà girato in 3-D. «Ma non del tipo “vi tiro roba in faccia”», specifica O’Bannon. «Sarà un film di exploitation molto visiva, ma tutti sembrano d’accordo di non fare primi piani delle ferite. Ci saranno cadaveri strani e truculenti.»

«Credo che stiano nuotando controcorrente verso il botteghino, affrontando questo tema, ma che posso farci? Sto facendo del mio meglio per tirare fuori una buona storia.»

Return non sarà un seguito né della Notte né di Zombi né, se per questo, de Il giorno degli zombi, che George Romero scriverà e dirigerà prima del 1985, completando la trilogia. O’Bannon dice che il progetto di Hooper non ignora gli altri film, ma condividerà solo una parte degli elementi con loro.

«Servirà una spremuta di meningi [brain twist] perché gli spettatori di entrambi i film possano seguire il nuovo e apprezzarlo come pure i nuovi spettatori.»

Nuove decisioni

Questo è anche un anno di grandi decisioni per O’Bannon. «Sapete, ho 36 anni, comincio a farmi vecchio, non sono più un ragazzo: corpo e mente sono ormai diverse. Si suppone che la mezza età sia sui 50 anni, ma quant’è lunga la vita? Se fosse 70 anni, allora 36 è la mezza età. E la mia mente si sente più vecchia del mio corpo», dice. «Jack Sowards, che ha scritto Star Trek II, un bel ragazzo, ha dichiarato su “Starlog” che si sente un diciannovenne: be’, magari lui sì, ma io mi sento un settantenne.»

O’Bannon è già stato attivo nella fantascienza ed è orgoglioso di mostrare la sua biblioteca nella casa di Santa Monica. «Guarda, qui c’è Nell’inferno di neve [Snow Fury, 1955; “Urania” n. 117, 1956], il primo libro di fantascienza che ho comprato, ce l’ho ancora. Parla di neve che diventa vita e mangia la gente. Scritto nel 1956, quando avevo dieci anni e passai dai fumetti ai romanzi tascabili. Non è un romanzo famoso.»

Mette poi subito in chiaro che non è più un appassionato di fantascienza.

«Lo sono stato, ma ora sono un cineasta di fantascienza. Credo ci sia una differenza», spiega. «Ha a che vedere con il lavoro in gruppo e la socialità. Sin da quando sono entrato nel cinema ho dovuto avere uno sguardo freddo sul materiale. Credo sia un vero rischio amare i soggetti che stai gestendo: è pericoloso.»

Il passaggio da appassionato a professionista non è stato facile.

«Ho frequentato quattro college, cambiando continuamente materie senza sapere cosa volevo fare. Quando avevo 21 anni ho scoperto di stare per laurearmi in psicologia… e non volevo essere uno psicologo. Così dopo un’analisi interiore mi sono detto: voglio fare film.»

«Signor O’Bannon, da quanto si sente alienato

«Ero spaventato perché sapevo che era impossibile. Ma sapevo anche che era l’unica cosa che volevo fare per vivere. Sedevo in un dormitorio, nel 1968, e stanco delle foto di “Playboy” iniziai a leggerne i testi. Qualcuno aveva scritto una lettera chiedendo quale fosse la migliore scuola di cinema: lessi il consiglio della rivista e lo seguii.»

Finì alla University of Southern California e cominciò la sua educazione cinematografica guardando Quarto potere e Dottor Strangelove.

«L’esperienza che ho avuto all’epoca è stata trascurabile, non ho avuto alcun incoraggiamento dalla facoltà, gli studenti erano tutti strani, tutti individualisti estremamente competitivi. Nessuno voleva lavorare con gli altri», racconta. «C’è un detto ad Hollywood: “non basta aver successo, il tuo miglior amico deve fallire”. Questa attitudine inizia proprio alla scuola di cinema.»

Come hanno reagito i genitori alla sua scelta di carriera? Dopotutto, il cineasta è l’ultimo dei mestieri che una coppia della bassa borghesia americana consiglierebbe al figlio.

«Mio padre non è un uomo che parli molto: è geniale e divertente, ma in pratica muto. Gliene ho parlato e si è limitato a grattarsi la testa. Va a vedere tutti i miei film speranzoso e raccoglie memorabilia, così sono abbastanza sicuro che sia fiero di quel che faccio e gli piacciano i miei film, ma non sa come esprimerlo», spiega O’Bannon. «Mia madre ha sempre pensato, sin da quando avevo otto anni, che io fossi un criminale. Ha sempre pensato che la fantascienza non fosse una forma d’arte o letteraria. Se a scuola prendevo un libro di fantascienza, me lo portava via dicendomi: “Non portare la fantascienza con te!” Come se fosse una sorta di colla.»

«Quando avevo 20 o 21 anni mi ha fatto mettere in prigione per aver fumato erba e ha cercato di impedirmi di andare al college. Per i primi due anni ha cercato di farmi diventare ingegnere civile. Aveva un unico criterio per stabilire il successo: fare soldi. Così quando ha visto Alien distribuito in tutti gli Stati Uniti, è rimasta interdetta: non sapeva come valutare la cosa.»

Dan O’Bannon si prende una pausa poi sorride.

«Le sembrava una perversione che qualcuno facesse dei soldi con la fantascienza e i film. Credo che mi vedesse come un assassino di successo.»

Ci sono alcuni cineasti che possono vederla in modo simile a Dan O’Bannon.


L.

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L.

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