ALIEN / Starbeast (1976) La sceneggiatura originale (5) FINE

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco Starbeast (1976), la sceneggiatura originale di Dan O’Bannon, su soggetto suo e di Ronald Shusett, prima delle manomissioni di Walter Hill (avendola comprata con la sua Brandywine) e relativi cambiamenti che avrebbero infine portato anni dopo al film Alien (1979).


Alien
precedentemente noto come
Starbeast (1976)

Sceneggiatura di Dan O’Bannon
Su soggetto di Dan O’Bannon e Ronald Shusett

(quinta ed ultima parte)


Roby comincia a premere pulsanti, e le foto dei geroglifici appaiono sugli schermi.

ROBY: Riuscite a scorgere un motivo in quei disegni?

STANDARD: Be’… sì… c’è un disegno… ma è senza senso per me.

ROBY: Lo so che sembra un guazzabuglio di forme, ma se guardate meglio riuscirete a distinguere delle forme.

HUNTER: Forme? Quali forme?

ROBY: Forme simboliche, molto stilizzate. Se ci fate caso vedrete le creature con cui abbiamo avuto a che fare.

HUNTER: Be’, immagino che la cosa a stella possa essere il parassita che ha preso Broussard. È questo che intendi?

ROBY: E subito vicino a questo, il disegno ovale rappresenta le giare nella piramide.

STANDARD: La cosa vicino, con sei gambe o tentacoli, è quella che abbiamo visto durante il pranzo.

ROBY: E quella dopo ancora dovrebbe essere…

HUNTER: … quello grosso. Ed infatti era quello.

In mezzo ai geroglifici sulla parete è diventato possibile riconoscere il ciclo vitale dell’alieno.

ROBY: È sempre la stessa creatura. Abbiamo visto i differenti stadi del suo ciclo vitale.

STANDARD: Allora la tomba… è una specie di tempio della fertilità, dove hanno riposto le uova, e forse svolto dei rituali…

HUNTER: … E Broussard è finito nel ciclo riproduttivo.

ROBY: Noterete, spero, che non ci sono altre fasi, ci sono solo quattro forme. Dopodiché il disegno ricomincia.

STANDARD: Il che probabilmente significa…

ROBY: … Altre spore stanno per arrivare.

Interno corridoi.

Faust gira un angolo velocemente, poi si ferma di colpo notando la porta d’accesso al livello superiore distrutta.
Esita, incerto sul da farsi, poi si sente un rumore in direzione del condotto d’areazione.
Faust esita poi si avvicina al portello.

Interno condotto.

La creatura è acquattata al centro, sgranocchiando un osso insanguinato. Non ha visto Faust.

Interno corridoi.

Scansandosi e nascondendosi Faust preme il pulsante dell’interfono, e parla.

FAUST (bisbigliando): È nel condotto principale… bloccate i condotti.

Interno ponte comandi.

Standard, Roby ed Hunter stanno fissando le foto. La chiamata di Faust sorprende Standard.

STANDARD (nella radio): Cosa?

FAUST (per radio): È nel condotto principale. Bloccate tutto.

Standard esita, sta per rispondere, ma poi cambia idea e corre alla console a premere dei comandi.

Interno condotto.

Con un rumore metallico il portello interno si chiude. La creature se ne accorge ed istantaneamente esce fuori dal condotto.

Interno corridoi.

La creatura atterra sul pavimento e dà un forte colpo a Faust, facendolo volare via. L’uomo grida dal dolore, mentre il portello del condotto si chiude sul suo corpo, tagliandolo a metà.
Sulla parete una luce verde si accende: “Porte interne chiuse”.

Interno condotto.

Malgrado il fatto che il portello non sia completamente chiuso, visto che il corpo di Faust lascia uno spazio di pochi centimetri, la porta esterna della nave si apre. Subito c’è un fortissimo sibilo di aria che fuoriesce.

Esterno nave.

Nel silenzio dello spazio c’è una fuoriuscita di materiale proveniente dalla nave. Ma tutto viene distrutto dallo sbalzo di pressione a contatto col vuoto assoluto.

Interno ponte comandi.

Inizia subito una violenta bufera, provocata dallo sbalzo di pressione, mentre l’aria della nave fugge nello spazio.
Una sirena comincia a suonare e le luci rosse lampeggiano: “Depressurizzazione critica”.
Dopo il primo momento di panico e confusione, Roby esce dalla sala.

Interno corridoi.

Fogli di carta e altra roba vola via con un tremendo rumore. Arriva Roby, un po’ correndo un po’ trascinato dal violento turbinio.

Esterno nave.

La fuoriuscita di materiale continua imperterrita.

Interno corridoi.

Preso dal risucchio, Roby riesce a fermarsi addosso ad una parete. Esita un attimo, cercando di ritrovare l’equilibrio, quando vede la creatura trascinata via da un altro corridoio.
Ignorando il mostro, Roby ricomincia a correre. Si ferma afferrando lo stipite di una porta, alla fine del corridoio, davanti al portello aperto. Qui la violenza del risucchio è fortissima, i suoi vestiti si cominciano a strappare di dosso, ed il rumore è assordante.
L’uomo comincia a muovere una leva, la quale aziona la chiusura del portello. Una volta chiuso tutto quello che era in aria, compreso Roby, cade a terra. L’uomo è ansimante e respira a fatica.
Massaggiandosi la gola torna dagli altri, Standard ed Hunter, anche loro senza fiato. Cercano di parlarsi, ma la voce esce a stento. Standard mugugna qualcosa e gli altri lo seguono.

Interno sala serbatoio d’aria.

La porta si apre e Standard entra. Ci sono diverse grandi taniche di ossigeno, tutte connesse ad alcuni bocchettoni.
Standard le apre e si sente un sibilo di aria che fuoriesce: tutti si avvicinano per respirare.
Una volta ripreso fiato si siedono a terra.

ROBY: Quanto ossigeno abbiamo perso?

Standard si alza e guarda i contatori.

STANDARD: Abbiamo ancora sei ore di autonomia.

HUNTER: O mio Dio!

STANDARD: Qualcuno sa cos’è successo?

ROBY: Ho visto Faust incastrato sotto il portello principale: il suo corpo ne ha impedito la chiusura.

STANDARD: Possiamo raggiungerlo?

ROBY: No, ho sigillato l’intero settore. Perderemo ancora più aria se proviamo ad aprirlo.

Interno portello principale.

Il corpo di Faust galleggia nell’aria senza peso, con la faccia piena di sangue rappreso.

Interno ponte comandi.

I tre sopravvissuti – Standard, Roby ed Hunter – si siedono ai loro posti. Il gatto arriva dal suo nascondiglio, pieno di paura.

ROBY (prendendo il gatto): Povero micio, puss puss puss.

STANDARD: Almeno abbiamo bloccato il mostro: dovrebbe essere stata la prima cosa risucchiata via dalla nave.

ROBY: Non siamo così fortunati. L’ho visto correr via per uno dei corridoi.

HUNTER: O, no! Non possiamo combattere con quella cosa. Ci sono solo sei ore di aria… siamo morti.

STANDARD: Non mi do per vinto, c’è ancora tempo per distruggerlo e metterci nell’ipersonno.

HUNTER: Come?

STANDARD: È il momento delle drastiche misure.

ROBY: Per quello era tempo qualche giorno fa.

STANDARD: È inutile parlarne adesso. Voglio sentire qualsiasi tipo di idea, anche la più assurda.

HUNTER: Non possiamo ucciderlo a bordo: potrebbe avere quantità incredibili di acido in corpo.

ROBY: Ho un’idea, ma non vi piacerà.

STANDARD: Sentiamo.

ROBY: Va bene. Per prima cosa smorziamo tutti i sistemi vitali della nave.

STANDARD: Ma così la nave esploderà!

ROBY: Esatto, ma ci vorranno alcuni minuti prima del collasso, durante i quali potremo andare nella scialuppa di salvataggio e lasciare la nave.

HUNTER: Far esplodere la nave?

ROBY: E la creatura con lei. Potremo raggiungere Irth nella scialuppa di salvataggio.

STANDARD: Ma la scialuppa non può raggiungere la velocità necessaria.

ROBY: Non importa, siamo già a quella velocità. Una volta staccati dalla nave continueremo ad esserlo, e starà poi alla Colonia recuperarci.

HUNTER: E che sarà di tutte le prove prese dalla nave aliena? Senza quelle sarà stato tutto inutile.

ROBY: Le nostre vite sono più importanti. Comunque potremmo portarne un po’ nella scialuppa.

STANDARD: No, non funzionerà e ti dico il perché. C’è solo una capsula per l’ipersonno nella scialuppa: solo uno di noi potrebbe sopravvivere.

ROBY: Già… dimenticavo.

STANDARD: Ma l’idea è buona, se potessimo aggirare il problema. Potremo invece portare l’alieno nella scialuppa, riempirla di esplosivi e azionarli a distanza, una volta che è dentro.

ROBY: Credo che sia quasi impossibile portarlo nella scialuppa.

HUNTER: Potremmo usare il lanciafiamme.

ROBY: Non funzionerà.

STANDARD: Non puoi dirlo. Io credo sia un buon piano.

HUNTER: Il lanciafiamme ha bisogno di carburante.

STANDARD: Giusto. Abbiamo del lavoro da fare, muoviamoci.

Interno magazzino.

I tre uomini scendono dalle scale nella parte più sporca della nave, piena di attrezzatura di ogni genere.

HUNTER: Quale esplosivo dovremmo usare?

STANDARD: Io suggerirei l’N-13: è facilmente trasportabile ed ha un detonatore radio.

Hunter comincia a raccogliere dell’esplosivo. Intanto Roby guarda i raccoglitori, toccandone uno.

ROBY: È strano, sai? Questa roba che abbiamo faticato tanto per trasportare, arriverà lo stesso su Irth, ma in un altro modo… e senza di noi!

STANDARD: Qui, prendi questo.

Hunter prende dell’altra attrezzatura.

ROBY (afferrandolo): Ehi, attento!

STANDARD: È stabile, non c’è pericolo.

Cominciano a trasportare l’esplosivo per le scale.

Interno corridoi.

Mentre portano l’esplosivo il rilevatore di movimento lancia un segnale.

HUNTER: È lui!

Si fermano, mentre il suono continua. Hunter posa a terra l’attrezzatura e muove il rilevatore.

HUNTER: Lassù.

Tutti si guardano, poi Standard posa l’esplosivo ed afferra il lanciafiamme.

ROBY: Ed ora che facciamo? Lo ignoriamo e continuiamo a caricare l’esplosivo nella scialuppa, o lo cominciamo a spingere da adesso?

STANDARD: Adesso. Se riusciamo a farlo entrare nella scialuppa non avremo bisogno di farla esplodere: semplicemente lo lanciamo nello spazio.

Standard stringe il lanciafiamme e comincia a salire le scale.

Interno scalinata.

Il volto di Standard è teso mentre avanza. D’improvviso si sente un rumore metallico: l’uomo si immobilizza.
Poi prosegue. Si guarda intorno, poi vede da un oblò il corpo di Broussard che galleggia nello spazio.

STANDARD: Potete venire, è sicuro.

Gli altri arrivano.

ROBY (guardando il corpo): O… Gesù…

Il corpo di Broussard è blu e malconcio. Sbattendo sul vetro dell’oblò sembra che voglia entrare.

STANDARD: L’attrazione gravitazionale della nave deve averlo catturato.

HUNTER: Dovremmo andare a prenderlo?

STANDARD: No, è troppo rischioso. Forse dopo aver distrutto la cosa.

Si allontanano dall’oblò.
Arrivano davanti al corridoio che connette alla scialuppa di salvataggio. I tre uomini si avviano trasportando l’esplosivo. Arrivano a poca distanza dalla scialuppa.

Interno scialuppa.

La navetta è un veicolo molto semplice.

STANDARD (puntando): Lungo tutta la base.

Cominciano a posizionare l’esplosivo contro le pareti della scialuppa.

HUNTER: Questo dovrebbe andare.

ROBY: Lo spero! E faremo meglio ad essere ben distanti dalla scialuppa quando esploderà.

STANDARD: Lo saremo.

HUNTER: Quello che ci serve è un po’ di carne per l’esca.

ROBY: Be’, se ci fosse me la mangerei: comincio ad aver fame.

Una volta finito, escono.

STANDARD: Bene, ora dobbiamo attirare qui la creatura.

HUNTER (nervoso): Ho paura che qualcuno dovrà rimanere qui per chiudere la porta una volta che la cosa è entrata, e fungere così da… da…

ROBY: “Esca”?

HUNTER: Senti, qualcuno dovrà avere le mani libere per chiudere dentro la creatura.

STANDARD: Sì, e magari lanciare e distruggere la scialuppa… se gli altri sono feriti.

ROBY: A chi toccherà il privilegio?

Usano di nuovo il metodo dei pezzi di carta: ne estraggono tre a sorte.
Roby apre il suo… e vi trova la X sopra.

Più tardi, Hunter mostra il piccolo detonatore a Roby.

HUNTER: Basta che premi questo pulsante quando la scialuppa sarà lontana dalla nave, nient’altro.

ROBY: È già attivo?

HUNTER: Se premi adesso il pulsante salterà l’intera nave!

ROBY: Grazie della notizia! (si infila il detonatore in tasca).

STANDARD: Bene, Martin, rimarremo in contatto con te tramite radio.

ROBY: E mi farete sapere quando lo state trascinando qui…

STANDARD: Tienti in disparte quando arriviamo, e poi chiudi il portello, lancia la scialuppa e…

ROBY: Boom!

Il volto di Hunter si contrae nervosamente.

STANDARD: Andiamo, non abbiamo molto tempo… né aria.

Lasciano il settore. Standard porta il lanciafiamme, Hunter il rilevatore di movimento.
Roby si posiziona ai comandi, familiarizzandoci: prepara il lancio della scialuppa.
Si sente la voce di Standard per radio.

STANDARD (per radio): Abbiamo rilevato del movimento, dovrebbe essere lui: è troppo grosso perché sia il gatto.

HUNTER (per radio): Arriva da lassù.

Roby sente alcuni rumori strani.

Interno corridoi.

Standard tiene pronto il lanciafiamme mentre Hunter osserva il rilevatore.

HUNTER: Deve essersi fermato: non rilevo più niente.

STANDARD: Vado per primo, stammi dietro.

Lentamente Standard avanza per il corridoio. Poi all’improvviso sbuca fuori la creatura davanti ad Hunter, e lo colpisce. Hunter grida.
Standard si gira e vede la cosa afferrare Hunter: fissa la scena senza sapere cosa fare.

HUNTER: Il lanciafiamme!

STANDARD: Non posso… spruzzerà acido!

La creatura stacca via a morsi un pezzo di Hunter, il quale grida più forte.
Standard non resiste più: punta il lanciafiamme e spara. Ma la creatura si fa scudo col corpo di Hunter, il quale si prende tutta la carica di fuoco.
Standard cessa di sparare, ma adesso Hunter è una palla di fuoco e fiamme.
Roby intanto sta ascoltando ciò che accade, finché la radio rimane muta.

ROBY: Ehi? Standard? Hunter?

Aspetta una risposta, ma sembra che non ne verranno. Si prende la faccia fra le mani: ha un problema da risolvere, ora.
Comincia a ripercorrere la strada fatta dai suoi compagni, tenendo fra le mani il rilevatore di movimento. Vede in terra il lanciafiamme di Standard, lo prende e lo imbraccia, al posto della sua piccola pistola.
Continua a procedere seguendo il rilevatore di movimento, che gli indica qualcosa in movimento giù per le scale.
Arriva al magazzino, dove il rilevatore indica che il segnale in movimento proviene da sotto i suoi piedi. Guarda giù e vede che si trova su una lastra di metallo. Si inchina a terra e toglie la lastra, rivelando un’apertura scura. Usando il rilevatore come torcia, Roby scende tenendo sempre pronto il lanciafiamme.

L’interno è molto buio, ma con la debole luce riesce a vedere un ambiente terribile: ossa, capelli, pezzi di carne e di vestiti. Qualcosa si muove nel buio, Roby illumina tutto intorno.
Pendente dal soffitto c’è un bozzolo, di un materiale strano, che dondola. Col lanciafiamme pronto, Roby si avvicina al bozzolo, ed appena è abbastanza vicino vede che il bozzolo è trasparente, ed dentro questo si vede il corpo di Standard.
All’improvviso Standard apre gli occhi e fissa Roby, che salta indietro violentemente.

STANDARD (sussurrando): Uccidimi…

ROBY (impaurito): Che ti ha fatto?

STANDARD: Guarda…

Roby muove la torcia dove Standard indica. Un altro bozzolo dal soffitto, ma è diverso. È più piccolo e scuro… ed è identico alle giare trovate nella tomba nella piramide.

STANDARD (sussurrando): Quello era Melkonis… ha mangiato Hunter…

ROBY (cercando qualcosa in giro): Riuscirò a liberarti.

STANDARD: No… ha mangiato troppo di me…

ROBY (con l’orrore sul volto): Cosa posso fare?

STANDARD: Uccidimi…

Roby lo guarda con orrore, poi si fa indietro e spara col lanciafiamme. Quando tutta la stanza è divorata dal fuoco, si gira e sale le scale.
Si ferma un attimo a riprendere fiato, poi prosegue.

Sul ponte comandi trova il gatto vicino alla cuccetta, la quale è attrezzata per il sonno criogenico. Prende il gatto, lo chiude dentro, lo saluta ed aziona la cuccetta. In pochi secondi l’animale dorme. Presa la cuccetta, Roby continua a camminare.
Arriva vicino ad un canestro di metallo. Legge sull’etichetta.

ROBY: Che cosa sarà, Kitty? Ecco, Tacitum-35, dieci chili. Con questo potrei comprarmi un’isoletta o un simpatico pianetino.

Infila il canestro nella borsa e torna alle scale.
Con la cuccetta del gatto, il lanciafiamme ed il canestro, Roby entra nella sala comandi.
Si avvicina al pannello principale, poggia a terra il suo “bagaglio”, e studia i nomi dei pulsanti.
Una sirena comincia a suonare.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 4 minuti e 50 secondi. Attenzione…

Finalmente Roby chiude l’ultimo contatto. Nervosamente afferra tutta la sua roba e corre via.
La sirena continua a farsi sentire.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 4 minuti e 30 secondi. Attenzione…

Arriva alla scialuppa di salvataggio… e trova la creatura ad aspettarlo, dentro la scialuppa. Il mostro sibila davanti a lui.
Roby scatta sui comandi e preme il pulsante per far abbassare il portello della scialuppa, intrappolando il mostro dentro.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 4 minuti.

Indeciso, Roby fissa il pulsante di lancio della scialuppa. Si può sentire il mostro che si agita dentro.
Finalmente si decide e torna indietro correndo nella sala comandi. Come un pazzo corre fra i corridoi, livello dopo livello.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 3 minuti e 30 secondi.

Roby entra nella sala comandi quasi sfondando la porta. La stanza è piena di fumo ed i circuiti sono danneggiati, mentre la temperatura è altissima. Corre ai controlli e comincia a disattivare il dispositivo di autodistruzione.
Ma la sirena continua a suonare.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 3 minuti.

Roby preme un pulsante e parla in un microfono.

ROBY: Computer, ho annullato la sequenza di autodistruzione: cosa c’è che non va?

COMPUTER: Il processo ha superato il punto di non ritorno. Il processo di autodistruzione sarà completo in 2 minuti e 35 secondi.

Sul viso di Roby si forma uno sguardo di terrore. Si gira e ricomincia a correre fuori dalla stanza. Di nuovo attraversa i corridoi della nave, mentre il computer continua l’autodistruzione.
Senza fiato si ritrova davanti alla scialuppa di salvataggio. Si accorge che questa è aperta: afferra il lanciafiamme ed entra. Si guarda velocemente intorno per cercare di scovare la creatura.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 90 secondi.

Dopo aver ispezionato la scialuppa, Roby stabilisce che il mostro dev’essere uscito in sua assenza. Porta a bordo la cuccetta del gatto e la borsa.

COMPUTER: Attenzione. Il processo di autodistruzione sarà completo in 60 secondi.

Roby si avventa sul pulsante di lancio, e lo aziona. La scialuppa di salvataggio viene lanciata lontano dalla nave madre. Durante l’accelerazione Roby si lascia andare sulla poltrona. Si sfila la tuta e sistema la cuccetta del gatto.
La Snark ormai è un puntino lontano nello spazio… poi c’è l’esplosione. Una palla di fuoco arancione si espande in lontananza. L’onda d’urto si infrange sulla scialuppa, facendo tremare tutto. Poi torna la quiete.

Roby guarda la scena dall’oblò, ed il suo viso è illuminato di arancione, con una strana espressione, dovuta al fatto che ha perso tutto: la propria nave ed i propri amici.
Il gatto all’improvviso soffia… e la creature esce fuori dal suo nascondiglio, dov’era sempre stata.
Roby si lancia violentemente all’indietro, mentre il mostro tira fuori un suo trofeo: un braccio umano. Comincia a mangiarlo guardando l’uomo terrorizzato.

Il primo pensiero di Roby va al lanciafiamme, ma sfortunatamente questo giace proprio davanti al mostro. Poi si guarda in giro cercando un posto dove nascondersi, ed i suoi occhi incontrano un piccolo ripostiglio contenente le tute spaziali, la cui porta è rimasta aperta.
Comincia a muoversi in quella direzione, ma si immobilizza quando la creatura sibila e mette giù il braccio umano. Roby scatta e si infila nel ripostiglio, chiudendosi dietro di sé la porta.
L’alieno scatta anche lui, ma viene fermato dal pannello di vetro del ripostiglio, attraverso il quale Roby fissa la creatura a distanza ravvicinata. Poi il gatto distrae l’alieno. La creatura si avvicina alla cuccetta dentro la quale il gatto le soffia contro. La afferra coi suoi tentacoli.
Cercando di distogliere il mostro dal gatto, Roby batte sul vetro, ma l’alieno reagisce così velocemente che in un attimo è di nuovo davanti al volto di Roby. L’uomo si immobilizza, e la creatura torna alla cuccetta.

Roby si guarda intorno e la sua attenzione cade su una tuta spaziale. Velocemente comincia ad indossarla.
L’alieno afferra la cuccetta fra i tentacoli, mentre il gatto si agita e mentre Roby indossa la tuta. Il mostro getta la cuccetta a terra, aprendola e cercando con un tentacolo di afferrare il gatto all’interno.
Roby intanto indossa il casco della tuta e il respiratore. Su uno scaffale vede una pistola langia-ganci. Batte di nuovo sul vetro, la creatura si volta e torna davanti a lui.

ROBY: Prova un po’ questo, fottuto bastardo.

Apre la porta con un calcio. La creatura fa per scattare in avanti, ma viene colpita dal proiettile della lancia-ganci.
Si sente un rumore orribile, mentre del sangue acido schizza via dalla ferita.
Prima che l’acido tocchi il pavimento, Roby apre di scatto il portello principale, il che provoca una rapida fuoriuscita di aria, e della creatura sanguinante, nello spazio. Roby si regge ad una sbarra d’acciaio per non essere risucchiato via, ma appena la creatura passa davanti a lui, venendo risucchiata, questa si aggancia con un tentacolo alla sua caviglia.

Roby viene trascinato fino quasi fuori la scialuppa dalla creatura. La colpisce con un calcio, ma non serve. Riesce ad afferrare la leva del portello e la tira. Il portello si chiude, lasciando l’uomo dentro la scialuppa, ma tranciando un tentacolo della creatura. Roby riesce a liberarsi dalla presa del tentacolo.
La creatura ora galleggia nello spazio, tenuta alla scialuppa dal tentacolo incastrato nel portello, il quale comincia a sanguinare e a colare acido, mangiando il metallo.
Roby corre ai comandi e preme il pulsante con su scritto “Reattori di accelerazione”. I reattori si trovano proprio davanti all’alieno: questi si accendono solo per pochi secondi, ma bastano per incenerire la creatura e spargerne i resti nello spazio.
Roby guarda il mostro allontanarsi attraverso l’oblò della scialuppa.

Nella scialuppa ripressurizzata Roby, senza tuta, si siede sulla poltrona di comando, con il gatto sulle gambe.

ROBY (dettando): … Così sembra che tornerò alle Colonie come previsto, dopotutto. Dovrei essere a destinazione nel giro di 250 anni circa, ed allora, con un po’ di fortuna, la rete di controllo mi verrà a prendere. Non sono più così ricco come lo ero giorni fa, ma almeno sono vivo. Accidentalmente sono riuscito a salvare un piccolo souvenir di tutta questa faccenda.

Fruga nella borsa e ne tira fuori il teschio alieno.

ROBY: Il povero Yorick, qui, proverà che non sono pazzo. Mi chiedo se avessimo incontrato lui invece di quel mostro… magari le cose sarebbero andate in modo diverso.

Ripone il teschio in una teca.

ROBY: Qui parla Martin Roby, ufficiale esecutivo, unico sopravvissuto del vascello mercantile Snark. Passo e chiudo. Andiamo, gatto, è ora di dormire.

Roby spegne il registratore e, con il gatto, entra nella capsula per l’ipersonno.
Il teschio alieno gli fa da sentinella.

Esterno spazio.

La scialuppa di salvataggio procede lenta nel suo viaggio di 250 anni verso Irth.

Appena la nave è passata, si vede un’urna di spore aliene attaccata allo scafo…

FINE


L.

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Alien
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Starbeast (1976)

Sceneggiatura di Dan O’Bannon
Su soggetto di Dan O’Bannon e Ronald Shusett

(quarta parte)


Esterno nave.

Si apre un boccaporto, ed il corpo fasciato di Broussard viene sparato silenziosamente fuori.

Interno corridoi.

L’equipaggio sta tornando al ponte comandi.

MELKONIS: Non possiamo entrare nell’ipersonno con quella cosa che gira libera per la nave.

ROBY: Ma non possiamo ucciderla, altrimenti spruzza quell’acido che potrebbe forare lo scafo.

FAUST: Merda…

STANDARD: Dobbiamo catturarla ed espellerla dalla nave.

MELKONIS (sospirando): Già, ma questo prevede l’utilizzo di parecchio tempo, cosa che, come sapete, non abbiamo.

STANDARD: Abbiamo circa una settimana, giusto?

HUNTER: E poi finirà il cibo e l’ossigeno.

FAUST: L’acqua però continuerà a riciclarsi.

ROBY: Ma non ne avremo più bisogno.

STANDARD: Va bene, questo è quello che abbiamo: una settimana. È un sacco di tempo.

ROBY: Ma se non lo prendiamo nel giro di una settimana, allora dovremmo andare nell’ipersonno lo stesso.

Entrano nel ponte.

STANDARD: Qualcuno ha qualche consiglio?

FAUST: Potremmo infilarci le tute e buttare tutta l’aria fuori dalla nave. Questo lo ucciderà.

STANDARD: Ma non possiamo togliere tutta l’aria in una volta sola. Dovremo farlo in varie tappe.

MELKONIS: Come?

STANDARD: Stanza per stanza, corridoio per corridoio.

A nessuno piace l’idea.

MELKONIS: E cosa facciamo quando lo troviamo?

STANDARD: Dobbiamo intrappolarlo in qualche modo. Se abbiamo una qualche tipo di rete potremmo legarlo.

FAUST: Potremo usare un pezzo di quella rete metallica: non reggerà all’acido, ma a parte quello è molto resistente.

ROBY: Dobbiamo evitare di ferirlo. Quello che veramente ci serve è un bastone elettrico per animali.

HUNTER: Penso di poterne costruirne qualcuno. Un lungo bastone di metallo con un batteria legata: potrebbe dare una bella botta di corrente.

STANDARD: Bene, fallo. Ma prima devo dare un ordine: da questo momento in poi ognuno di noi deve indossare delle protezioni, compreso il casco. Andiamo a cambiarci.

Tutti escono.

Esterno spazio.

Lo Snark continua sulla sua rotta attraverso l’iperspazio.

Interno corridoi nave.

Standard cammina velocemente per il corridoio, da solo. Indossa una divisa insolita, che lo fa assomigliare ad un poliziotto, compreso l’elmetto.
Con delle contorsioni che solo in assenza di gravità sono possibili, entra nella cupola dell’osservatorio spaziale.
Melkonis è seduto lì dentro, ed anche lui indossa la strana tuta.
Intorno c’è il buio dello spazio interstellare, e l’unica illuminazione viene da delle lampade nella cupola.

STANDARD: Sapevo che ti avrei trovato qui.

MELKONIS: Pensavo a quella vecchia frase: «Acqua, acqua dappertutto, ma neanche un goccio da bere». Tutto quello spazio là fuori e noi siamo intrappolati in questa nave.

STANDARD: È quella poesia sull’albatross, no? [Riferimento a La ballata del vecchio marinaio (1798), di cui Melkonis ha citato due versi. Nota etrusca.]

MELKONIS: Non possiamo usare la radio per chiedere aiuto: le onde arriverebbero a destinazione quando noi saremmo già morti e trasformati in cenere. Siamo completamente soli. Si può veramente comprendere la distanza a cui siamo? A metà strada fra la Creazione…

STANDARD: Siamo arrivati qui e torneremo indietro. Un tempo lunghissimo per l’orologio, ma non per noi.

MELKONIS: Il tempo e lo spazio non hanno senso qui. Viviamo in un’equazione einsteiniana.

STANDARD: Vedo che però usi il tuo tempo rimasto con profitto. (gli dà una pacca sul ginocchio) Lasciami dire una cosa: fissa ancora l’iperspazio e finirai per fissare una parete d’ospedale; è già successo.

MELKONIS (sorridendo): Siamo i nuovi pionieri, Chaz: siamo soggetti a nuove malattie.

STANDARD: Andiamo, torniamo giù e vediamo com’è la situazione.

Interno ponte di comando.

L’intero equipaggio è riunito. Faust sta sbrogliando dei metri di rete metallica. Hunter sta preparando dei lunghi bastoni metallici.

HUNTER: Hanno una batteria portatile dentro. State attenti a non toccare la punta.

Fa una dimostrazione toccando un oggetto metallico, e un lampo blu fuoriesce dal bastone.

FAUST: Dovrebbe incenerire quella fottuta cosa.

STANDARD: Spero proprio di no.

HUNTER: Non preoccuparti, non lo ferirà: gli darà solo un piccolo avvertimento.

STANDARD: Come localizziamo la creatura?

FAUST: Con queste.

Tira fuori un piccolo apparecchietto.

FAUST: Rilevatori di posizione. Si regolano sulla ricerca di oggetti in movimento; non hanno un grande raggio d’azione, ma rilevano tutto ciò che si muove in quel raggio.

Standard ne afferra uno e lo studia.

STANDARD: Ci torneranno molto utili. Almeno non dovremo andare a frugare le stanze di persona. Bene, ecco il piano: ci dividiamo in due gruppi e cominciamo a setacciare sistematicamente la nave. Il primo che trova la creatura la afferra con la rete e la espelle dalla nave dal primo boccaporto. Tutto chiaro?

ROBY: Semplicissimo.

Standard gli lancia un’occhiata, poi continua.

STANDARD: Per cominciare controlliamo se il ponte comandi è sicuro.

Faust prende il rilevatore e comincia ad avanzare, mentre scansiona la stanza.

FAUST: È pulita.

STANDARD: Bene. Roby e Melkonis, andate con Faust. Hunter ed io saremo il secondo gruppo.

Tutti partono.

STANDARD: Staremo in costante contatto radio.

Interno corridoi della nave.

Melkonis e Roby portano la rete mentre Faust cammina dritto davanti a sé con il rilevatore. Scansiona continuamente lo spazio intorno a sé.

FAUST: Ancora niente… niente… potremmo aumentare la velocità finché non c’è un segnale.

Interno altri corridoi.

Standard ed Hunter si muovo silenziosamente. Standard deve fare due cose insieme: portare un bordo della rete ed usare il rilevatore.

Il gruppo di Roby si muove rapidamente, quando:

FAUST: Ce l’ho!

Il rilevatore di Faust lancia un segnale ed un piccola lucetta lampeggia.

FAUST: Rilevo qualcosa.

Immediatamente si guardano in giro in apprensione.

ROBY: Da dove viene?

FAUST (muovendo il rilevatore): Non so, l’apparecchio non è preciso.

MELKONIS: Non funziona?

Faust gira ancora il rilevatore, finché il segnale non si stabilizza.

FAUST: No, è solo impreciso. Il segnale sembra arrivare da sotto di noi.

Tutti guardano a terra.

Interno sala macchine.

Roby, Melkonis e Faust scendono le scale lentamente. I corridoi del livello sono male illuminati.
Si fermano e si mettono in posizione con la rete.

ROBY: Okay.

FAUST (guardando il rilevatore): Da quella parte.

Cominciano a camminare, con un forte rumore quando i piedi passano sul nudo metallo. È molto buio.

ROBY: Che è successo alle luci?

FAUST: Le lampade sono fulminate e nessuno si è curato di ripararle.

Accendono le luci degli elmetti.

FAUST: Ce l’ho!

Si fermano di colpo, quasi cadendo.

FAUST (sussurrando): È qui a quattro metri.

Roby e Melkonis stringono la rete. Faust ha l’ingrato compito di avvicinarsi all’origine del segnale. Si muove con molta cura, mezzo piegato, pronto a scattare all’indietro, con il bastone di metallo proteso e fissando il rilevatore.
Quest’ultimo indica che la sorgente è dietro un portello sulla parete. Faust appoggia il rilevatore a terra e si allunga verso il portello. Lo apre ed infila il bastone metallico all’interno.
Con un grido lancinante una piccola creatura vola via dall’interno, coi denti in mostra. Gli gettano subito la rete, ma:

ROBY (urlando): Preso! Preso!

Aprono la rete e… trovano il gatto, che soffia e scappa via.

MELKONIS: Stiamo diventando pazzi!

La radio di Roby manda un segnale.

ROBY (nella radio): Sì?

STANDARD (per radio): L’abbiamo preso: è in trappola! Venite subito qui.

ROBY: Dove siete?

STANDARD (per radio): Nella dispensa.

ROBY: Arriviamo!

Si precipitano per le scale.

Interno corridoi nave.

Roby, Faust e Melkonis arrivano alla dispensa.
Standard ed Hunter li stanno aspettando, isterici.

HUNTER: L’abbiamo visto entrare ed abbiamo chiuso la porta: è dentro, ora.

Dall’altra parte della porta si sentono dei rumori.

ROBY: Che sta facendo là dentro?

STANDARD: Appena l’abbiamo rinchiuso ha cominciato ad agitarsi.

ROBY: Ed adesso?

STANDARD: Adesso apriamo e lo catturiamo con la rete.

HUNTER: Odio dover aprire quella porta.

Si sentono altri rumori.

STANDARD: È completamente diverso dalla prima creatura, è più simile ad un verme con le zampe… e tentacoli.

FAUST: Sarà meglio fare qualcosa.

HUNTER: Magari invece no: è in trappola adesso. Potremmo lasciarlo lì finché non torniamo su Irth.

STANDARD (sbuffando): Non essere stupido.

FAUST: So cosa possiamo fare. Potremmo mandare del veleno nella stanza ed ucciderlo. Magari attraverso quei ventilatori lì.

Indica alcuni ventilatori ammassati da una parte.

ROBY: Ehi, aspetta un momento! Lì ci sono tutte le nostre provviste di cibo, e quindi non se ne parla di veleno.

STANDARD: Una volta ucciso non avremo più bisogno di cibo: possiamo andarcene dritti nell’ipersonno. Inoltre sembra che quella creaturina stia già facendo un buon lavoro con le nostre provviste: probabilmente le ha già distrutte.

ROBY: Hai vinto.

FAUST: Qualcuno mi dia una mano per prendere il veleno.

Interno corridoio – più tardi.

Gli uomini sono indaffarati coi ventilatori davanti alla porta, mentre infilano dentro un tubo collegato ad una tanica.

STANDARD: Mettete le maschere.

Si infilano le maschere anti-gas.

ROBY: Questa roba è mortale: speriamo di non fare una stupidaggine.

STANDARD: Non pensarci, Jay.

Faust accende la macchina che comincia a pompare il gas attraverso il tubo direttamente nella dispensa.
Subito si sentono delle grida fortissime dall’interno, poi scende il silenzio.

STANDARD: Spengi la macchina.

Faust esegue.

ROBY: Ed ora?

STANDARD: Entriamo, no?

Standard apre la porta, ed una nube di gas ne fuoriesce.

Interno dispensa.

La stanza è piena di gas. Gli uomini sembrano degli insetti con le loro maschere anti-gas. Le scatole di cibo sono tutte a terra o distrutte.

FAUST: Che disastro.

Con attenzione gli uomini scansano le scatole, con le reti pronte all’uso. Poi Hunter indica qualcosa.

HUNTER: Santo Dio!

Tutti guardano dove punta l’uomo: sulla parete di fronte una griglia dell’impianto d’areazione è stata aperta.

HUNTER: È scappato.

Si avvicinano al buco sulla parete e puntano dentro le loro luci.

ROBY: Quanto è lungo?

FAUST: Attraversa tutta la nave, ma dovremmo guardare la piantina per esserne sicuri.

STANDARD: Allora facciamolo.

Escono tutti.

HUNTER: C’è rimasto del cibo nella nave?

Chiudono la porta e la sigillano.

Interno sala comandi.

I monitor mostrano lo schema dell’impianto di condizionamento.

FAUST: Quella parte dell’impianto ha solo due uscite, vedete? La dispensa da una parte…

HUNTER: … E la cella frigorifera dall’altra.

STANDARD: Allora è in trappola. Non ci resta che stanarlo.

FAUST: Il gas…

HUNTER: Non possiamo pompare gas nella cella frigorifera: si propagherà per tutta la nave.

STANDARD: L’unica altra cosa da fare è che qualcuno si infili nel condotto e lo vada a prendere.

ROBY: Ma sei matto?

STANDARD: Ovviamente il prescelto dovrà avere delle armi per difendersi.

FAUST: Che ne dici di un lanciafiamme? Quello almeno non avvelenerà l’aria.

MELKONIS: Quindi uno di noi va nel condotto e spinge la cosa lungo…

STANDARD: Mentre il resto di noi aspetta nella cella frigorifera con la rete.

HUNTER: Non sembra una cosa facile.

STANDARD: Qualche idea migliore?

Hunter scuote la testa.

ROBY: L’unica domanda è: chi va nel condotto?

STANDARD: Siamo democratici.

Tira fuori cinque piccole strisce di carta dal taschino. Su una scrive una X, poi mischia il tutto e lo nasconde nella mano. Poi porge la mano all’uomo più vicino.

STANDARD: Martin, prendine una.

Roby prende una striscia di carta e la apre: è bianca. Melkonis ne prende un’altra ed anche questa è bianca.
Faust e Standard ne prendono una bianca anche loro. Tutti guardano Hunter, che ancora non ha preso niente.

STANDARD: Prendine una, Cleave.

Interno dispensa.

Hunter sta indossando la maschera ad ossigeno e prende un lanciafiamme, mentre Faust lo aiuta, per poi passargli il rilevatore di movimento.

FAUST: Be’… buona fortuna. Spero non avrai bisogno di me, ma in caso contrario… io sono qui.

HUNTER (deglutendo): Va bene.

Hunter si volta e comincia ad arrampicarsi nel condotto. Questo è completamente buio, così che Hunter accende la sua torcia da elmetto. Poi accende la radio.

HUNTER: Ehi, ragazzi, mi sentite laggiù?

Interno cella frigorifera.

Standard, Melkonis e Roby stanno aprendo la rete.

STANDARD: Sì, ci stiamo mettendo in posizione.

Interno condotto.

HUNTER: Okay, comincio ad avanzare.

Comincia a strisciare in avanti nel tunnel, poi gira un angolo. Dopo un’altra curva all’improvviso il rilevatore emette un suono. Hunter sussulta, punta il lanciafiamme ed apre il fuoco nell’oscurità. L’arma emette una grande fiammata che riscalda tutta l’aria nei dintorni, ed alzando un gran fumo. Hunter tossisce.

Interno cella frigorifera.

Roby indica un punto nella parete.

ROBY: Ecco da dove verrà fuori.

Aziona un comando ed un grande pannello si chiude ermeticamente.

MELKONIS: Riesco a vedere Hunter sul rivelatore di movimento… ma c’è anche qualcos’altro davanti a lui.

STANDARD: Sono vicini?

MELKONIS: Sono al livello superiore.

STANDARD: Muoviamoci con questa rete.

Sistemano la rete proprio davanti l’uscita del condotto.

Interno condotto.

Hunter sta strisciando con le mani e le ginocchia, a testa alta, e vede che più avanti il condotto si piega verso il basso.
Una volta davanti alla discesa, spara un’altra fiammata, poi comincia a scendere.
Quando è quasi a testa in giù il condotto ha un’altra curva che lo mette in una posizione impossibile, quasi immobilizzato. Ed il rilevatore di movimento manda un segnale più forte.
Freneticamente agita il lanciafiamme intorno a sé, ma lo spazio è stretto ed è difficile girarsi. Sente un sibilo sopra di lui, e rumore di passi sul metallo.
Appena si trova l’arma in posizione, Hunter spara un altro colpo.

Interno sala frigorifera.

Melkonis fissa lo schermo.

MELKONIS: Sono molto vicini adesso.

STANDARD: Va bene, allora. Appena esce chiudi subito la porta.

MELKONIS: Okay.

STANDARD (a Roby): Tu ed io lo impacchetteremo e lo porteremo subito al boccaporto centrale, capito?

ROBY (molto teso): Uh-huh.

Interno condotto.

Hunter è spinto contro una parete.

HUNTER (bisbigliando): Ehi, ragazzi.

STANDARD (per radio): Sì.

HUNTER (bisbigliando): Non credo che il condotto continui ancora per molto. In compenso qui fa parecchio caldo.

STANDARD (per radio): I nostri rivelatori dicono che sei vicino all’apertura, non ti manca molto.

HUNTER: Bene.

Carica il lanciafiamme.

Interno cella frigorifera.

STANDARD: Okay, pronti.

Lui e Roby si avvicinano con la rete all’apertura per prendere la creatura. Melkonis prepara il suo bastone elettrico.

STANDARD: Apri il portello, Sandy.

Melkonis aziona un comando, ed il grosso portello si apre.
Un mostro di quasi due metri è davanti al portello. Squamoso, coperto di tentacoli, salta giù come un grosso uccello ed afferra Melkonis con un tentacolo.
Melkonis lancia un grido spaventoso, poi il mostro gli afferra la testa con la coda e la tira via come ad un pollo.
Stringendo il cadavere di Melkonis a sé, la cosa si gira e si infila in un altro condotto d’areazione.
Standard e Roby sono sotto shock. Dopo un momento, Hunter esce dal condotto.

HUNTER: Che è successo? Dov’è?

Si smuovono dalla paralisi e cominciano a correre verso il condotto dov’è entrato l’alieno.

STANDARD (allibito): Come ha fatto a diventare così grosso?

ROBY: Mangiandosi le nostre provviste.

HUNTER: Dov’è Melkonis?

Interno dispensa.

Faust sta ancora aspettando.

FAUST (nella radio): Ehi, ragazzi, siete ancora lì? Come va?

STANDARD (per radio): Incontriamoci sul ponte comandi. Attento, la situazione ora è molto pericolosa.

FAUST: Bene.

Faust esce dalla dispensa e si guarda intorno.

Interno corridoi.

Standard, Roby ed Hunter si dirigono vero il ponte comandi.

HUNTER: Volete dire che il suo corpo stava ancora scalciando quando il mostro l’ha portato via?

ROBY: È stato orribile… orribile. Come un pollo…

Interno ponte comandi.

Standard, Roby ed Hunter entrano e si siedono. Faust arriva poco dopo. Tutti sono impauriti.

FAUST: Che è successo? Dov’è Sandy?

ROBY: Morto.

FAUST: Morto!?!

ROBY: È mostruoso… è cresciuto…. Eravamo completamente impreparati.

FAUST: È ancora sulla nave?

STANDARD: Faremo meglio a sigillare il livello inferiore, almeno lo intrappoleremo lì. (aziona dei circuiti)

HUNTER: Almeno non può salire, per adesso.

ROBY: Due a terra… quattro ancora in piedi.

STANDARD (rabbioso): Cosa vorresti dire?

ROBY: Niente.

HUNTER: Ascoltate, è sicuro che non gli piace il lanciafiamme.

STANDARD: Giusto, possiamo ucciderlo sulla nave, ma dobbiamo tirarlo fuori.

HUNTER: Solo che il lanciafiamme è scarico.

FAUST: C’è del combustibile nel magazzino. (si alza) Vado a prenderlo.

STANDARD: No, non voglio che ci separiamo.

FAUST: Avete sigillato il livello, non può salire.

ROBY: Non ci contare.

HUNTER: Di sicuro ci serve il lanciafiamme.

STANDARD: Va bene, ma non scendere ai ponti inferiori.

FAUST: Va bene. (esce)

STANDARD: E torna subito.

Faust esce.

ROBY: Penso che sia il momento di guardare meglio quei geroglifici.

(continua)


L.

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ALIEN / Starbeast (1976) La sceneggiatura originale (3)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco Starbeast (1976), la sceneggiatura originale di Dan O’Bannon, su soggetto suo e di Ronald Shusett, prima delle manomissioni di Walter Hill (avendola comprata con la sua Brandywine) e relativi cambiamenti che avrebbero infine portato anni dopo al film Alien (1979).


Alien
precedentemente noto come
Starbeast (1976)

Sceneggiatura di Dan O’Bannon
Su soggetto di Dan O’Bannon e Ronald Shusett

(terza parte)


Interno infermeria.

Entrano tutti, trascinando Broussard.

STANDARD: Aiutatemi a metterlo sul lettino.

Adagiano il compagno sul lettino medico.

HUNTER: Santo Dio, non avete provato a togliere quella cosa?

STANDARD: Sì, ma senza riuscirci.

Standard si toglie la tuta.

STANDARD: Infilatevi tutti il camice sterile.

Tirano fuori una tuta di plastica da un armadietto alla parete e se l’infilano, poi lentamente si avvicinano a Broussard.
Standard afferra la creatura che sta pulsando sopra il volto di Broussard, tentando di allargare i tentacoli.

STANDARD: È stretto ermeticamente.

FAUST: Lasciami provare.

Faust prende un paio di pinze dalla sua tuta e delicatamente afferra uno dei tentacoli, il quale si ritrae con un sibilo.

STANDARD (afferrando le mani di Faust): Fermo, gli porterai via la faccia così.

Una goccia di sangue comincia a colare dalla guancia di Broussard.

MELKONIS: Non verrà via, non senza portarsi appresso l’intera faccia.

STANDARD: Lasciamo che siano le macchine a provarci.

Denudano Broussard e, premendo dei pulsanti, fanno rientrare il lettino nella parete trasparente. Lì dentro il macchinario medico sterilizza l’uomo e lo scansiona ai raggi X
Arriva intanto Roby. Standard si gira a guardarlo e per un lungo momento i due si fissano, poi Standard si avvicina e dà uno schiaffo a Roby. Gli altri sono allibiti.

HUNTER: Ehi, ma che fate?

STANDARD: Chiedilo a lui.

ROBY (massaggiandosi la guancia): Capisco perché l’hai fatto.

STANDARD: Bene.

MELKONIS: Non voleva aprirci il portello. Voleva lasciarci là fuori.

HUNTER: Già… be’, forse aveva ragione. Insomma, avete portato a bordo quella dannata cosa. Forse sareste voi che meritereste uno schiaffo.

FAUST (imbarazzato): Scusatemi: ho del lavoro da fare.

Faust esce.

HUNTER: Tengo la bocca chiusa, va bene, ma non mi piace la violenza.

ROBY (a Standard): Penso di essermelo meritato: diciamo che siamo pari.

Dopo un lungo sguardo a Roby, Standard gli dà una pacca sulla spalla e torna a concentrarsi sulla macchina.

ROBY (lentamente): Qualcuno può aggiornarmi?

STANDARD: È sceso da solo nella piramide. Abbiamo perso il contatto radio e quando l’abbiamo tirato fuori aveva quella cosa sulla faccia. Non siamo riusciti a toglierla, non senza ferire Broussard.

HUNTER: Da dove viene?

MELKONIS: Broussard è l’unico che lo sappia.

HUNTER: Ma come fa a respirare?

Studiano i monitor.

MELKONIS: La creatura pompa del sangue ossigenato.

HUNTER: Già, ma come? Il naso e la bocca sono bloccati.

STANDARD: Guardiamo nella testa.

Standard preme dei pulsanti e i raggi X scansionano la testa ed il torso di Broussard.
Il parassita è chiaramente visibile sul volto dell’uomo, ma la cosa scioccante è che la bocca di Broussard risulta essere aperta, mentre la creatura gli ha infilato dentro un lungo tubo che finisce nello stomaco.

ROBY: Guardate là.

HUNTER: Non so che dire… ma che diavolo è?

ROBY: Una specie di organo. Gli ha inserito una specie di tubo nella gola.

HUNTER: O… Dio…

Hunter si volta e vomita.

ROBY: Penso che sia questo il modo che usa per pompare ossigeno.

HUNTER: Non sembra avere senso. Lo paralizza, lo mette in coma… e poi lo mantiene in vita.

MELKONIS: Non possiamo aspettarci di capire una forma di vita del genere. Qui le cose sono differenti.

HUNTER: Bene, come la uccidiamo? Voglio dire, non possiamo lasciargli quella cosa addosso.

MELKONIS: Non sappiamo che cosa succederebbe se provassimo ad ucciderla. Almeno per adesso lo sta tenendo in vita.

HUNTER: Che ne dite di tagliarla via? Magari potremmo lasciare la parte superiore che pompa ossigeno…

STANDARD: Hai ragione, non possiamo stare qui a non far niente.

Standard si infila una mascherina sulla bocca mentre il lettino di Broussard torna al posto di prima.

STANDARD (attraverso la mascherina): Datemi un bisturi.

Melkonis passa un bisturi a Stardard. Impacciato per colpa della tuta, Standard si avvicina alla creatura con lo strumento, mentre gli altri si allontanano innervositi. Roby afferra una grossa lama per sicurezza.
Standard, sopra il parassita, poggia delicatamente il bisturi sull’estremità di un tentacolo, ma appena la lama incide la pelle dell’alieno, un fluido comincia a fuoriuscire dalla ferita.

STANDARD: Ho fatto l’incisione: non ha reagito ma sta fuoriuscendo una specie di liquido giallastro dalla ferita.

Il liquido cola sul lettino vicino alla testa di Broussard. All’improvviso si sente un sibilo ed si vede una piccola nube di fumo.

STANDARD: Attenzione, questa roba fuma!

Gli altri sono sempre più nervosi.
Il liquido ha forato il lettino ed è colato sul pavimento. Il metallo comincia a ribollire ed esce altro fumo.
Gli uomini cominciano a tossire.

MELKONIS: O Dio, quel fumo è velenoso!

HUNTER (puntando il dito): Sta facendo un buco nel pavimento!

Tutti si lanciano fuori della stanza nel corridoio, tossendo.
Standard, che ha la mascherina, rimane. Cerca di bendare la ferita, ma il fluido corrode subito le bende, ed un po’ finisce sulla sua tuta. Tutto comincia a fumare.
Standard si toglie velocemente la tuta, per poi correre fuori togliendosi la mascherina.

Interno corridoio fuori dell’infermeria.

STANDARD: Quella roba mangia il metallo! Passerà per i vari livelli fino a raggiungere lo scafo!

Detto questo comincia a correre per le scale.

Interno corridoi della nave.

Seguito dagli altri, Standard scende velocemente i livelli verso il basso.

STANDARD: Lì, guardate!

Un po’ del liquido ha passato il soffitto e sta colando sul pavimento.

MELKONIS: Gesù, che possiamo metterci sotto?

Standard ed Hunter scendono al livello sottostante.

Interno livello sottostante.

I due uomini si muovono con cautela nel corridoio, guardando il soffitto.

STANDARD (puntando): Lì, dovrebbe colare da lì.

HUNTER: Piano, non metterti sotto.

Interno livello superiore.

MELKONIS: Cristo, quanto puzza.

Roby tira fuori una penna e la infila nel buco.

ROBY: Sembra che abbia smesso di corrodere.

Hunter torna su dal livello inferiore.

HUNTER: Che succede quassù?

ROBY: Penso sia finita.

Hunter si avvicina a guardare a il buco. Roby sta per rimettersi la penna in tasca, ma cambia idea.

MELKONIS: Non ho mai visto niente del genere in vita mia… a parte l’acido molecolare.

HUNTER: Ma queste creature lo usano come sangue.

MELKONIS: Che diavolo di organismo. Non credo che riusciremo ad ucciderlo.

Standard arriva dalle scale.

STANDARD: Si è fermato?

MELKONIS: Sì, grazie al Cielo.

STANDARD: Siamo stati fortunati: poteva raggiungere lo scafo e ci sarebbero volute settimane per ripararlo.

MELKONIS: Mi ricordo di quand’ero piccolo ed il tetto perdeva: tutti che correvano a prendere dei contenitori…

ROBY: Mio Dio, che ne è di Broussard?

Tutti corrono per le scale e tornano in infermeria.

Interno infermeria.

Tutti entrano, mentre Broussard è rimasto come l’avevano lasciato.

ROBY: L’acido l’ha colpito?

Standard si avvicina alla testa di Broussard.

STANDARD: No, grazie a Dio: l’ha mancato.

MELKONIS: Sta ancora perdendo sangue?

STANDARD: Sembra che la ferita si sia cicatrizzata.

HUNTER: Non posso vederlo così…

MELKONIS: Possibile che non ci sia il modo di portargli via quella cosa?

STANDARD: Non ne vedo alcuno, ma faremo il possibile.

Standard preme un pulsante ed il lettino di Broussard torna nella parete in osservazione.

STANDARD: Penso faremo meglio a nutrirlo per endovenosa: Dio solo sa cosa gli sta facendo quel mostro.

Standard armeggia ai controlli e la macchina invade il corpo di Broussard.

ROBY (guardando il monitor): Guardate lì, cos’è quella macchia sul polmone?

I raggi X rivelano una macchia scura nel petto di Broussard.

MELKONIS: Sembra essere un fluido di qualche tipo, che blocca i raggi X.

ROBY: Deve averlo depositato il tubo della creatura.

MELKONIS: Potrebbe essere una specie di veleno…

HUNTER: È terribile.

ROBY: Ehi, che ne è delle foto?

STANDARD: Che foto?

ROBY: Broussard aveva la torcia con funzioni fotografiche, no? Potremmo vedere cos’è successo.

Interno stanza multimediale.

Nella stanza buia gli uomini guardano scorrere sullo schermo le foto che Broussard ha scattato nella tomba della piramide. Si vedono le urne e la creatura che esce da una di queste e si avventa verso l’obiettivo, poi ci sono dei disturbi e tutto è finito.

HUNTER: Dev’essersi spenta la torcia quando è stato attaccato.

ROBY: La stessa cosa dev’essere successa alla creatura nell’astronave aliena. Solo che in quel caso una delle urne era stata portata a bordo ed aperta.

MELKONIS (tornando ad una foto delle urne): Prima pensavo fossero giare, o comunque dei manufatti. Ma non lo sono: sono uova, o spore. Torniamo ai geroglifici.

Melkonis scorre le diapositive, trova quella che cercava e la proietta sulla parete: si vedono i geroglifici sulle pareti della tomba.

STANDARD: Personalmente non ci vedo alcun significato.

Melkonis cambia diapositiva mentre parlano, mostrando differenti angolature.

MELKONIS: È un linguaggio meramente simbolico, quasi primitivo.

HUNTER: Non puoi dirlo: quella roba potrebbe anche rappresentare dei circuiti stampati.

STANDARD: È molto improbabile.

MELKONIS: I linguaggi pittorici primitivi sono basati su semplici oggetti dell’ambiente circostante, e questo potrebbe essere un primo passo per la traduzione.

ROBY: Quali oggetti dell’ambiente?

HUNTER: Ascoltate, qualcuno ha fatto esami approfonditi su Broussard?

STANDARD (alzandosi): Lo farò io, voi continuate pure.

HUNTER (alzandosi): Vengo con te.

Interno corridoio davanti all’infermeria.

Standard ed Hunter arrivano.

STANDARD: È incredibile, la razza umana ha vissuto finora senza incontrare altra razza intelligente, ed ora noi ci ritroviamo in un vero e proprio zoo.

HUNTER: Cosa intendi?

STANDARD: Be’, quelle cose là fuori non sono le stesse dell’astronave aliena. Capisci, sono di culture differenti. L’astronave è semplicemente atterrata qui come abbiamo fatto noi. La piramide e gli esseri all’interno sono invece di qui.

HUNTER: Come possono essere originari di quest’asteroide? È solo una roccia.

STANDARD: Forse non lo è sempre stato.

Interno infermeria.

Appena entrano, Hunter aziona il meccanismo per far uscire il lettino di Broussard.
C’è un momento terribile di silenzio.

HUNTER: Se n’è andato.

Guardano allibiti il corpo di Broussard: il parassita non c’è più. L’uomo è ancora fuori conoscenza, ma respira normalmente ed ha dei segni sulla faccia.

HUNTER: Adesso siamo alla sua mercé.

STANDARD: La porta era chiusa: dev’essere ancora qui.

La tensione sale, e Hunter si dirige verso la porta.

STANDARD: No, non aprire la porta: non dobbiamo farlo scappare.

HUNTER (molto teso): Be’, ma che diavolo facciamo qui? Non possiamo prenderlo e potrebbe saltarci addosso.

STANDARD: Forse possiamo bloccarlo.

Standard afferra una sbarra di ferro.

STANDARD: Dobbiamo stare attenti a non ferirlo…

Standard comincia a muoversi lentamente intorno alla stanza: ci sono molti angoli bui dove nascondersi. Si inchina e guarda sotto il letto. Mentre è giù si vede un tentacolo muoversi proprio sopra di lui; si alza e struscia il tentacolo, ed il parassita cade sul pavimento.

STANDARD (scattando indietro): Merda!

Ma la cosa non si muove: giace a terra raggrinzita fra i tentacoli, ed il suo colore è cambiato in grigio sbiadito.
Senza toglierle gli occhi di dosso, Standard prova a toccare con la sbarra di ferro la creatura, che sembra non reagire.

STANDARD: Credo sia morta.

Con molta cura posa il parassita sul lettino e lo chiude in un recipiente.

Interno laboratorio.

Standard, Roby e Melkonis stanno studiando il parassita, steso sulla schiena sul lettino.
Standard indossa una tuta sterile e si avvicina alla cosa con un strumento.

STANDARD: Guardate queste ventose: non mi stupisce che non siamo riusciti a staccarlo via.

ROBY: È quella la sua bocca?

MELKONIS: Sembra un tubo.

Con un paio di pinze Standard apre le carni ed estrae l’organo a tubo.

ROBY: Ugh.

All’improvviso si affloscia fra le pinze.

STANDARD: È in decomposizione: svelti, portiamolo via di qui.

Infila il parassita nel contenitore ed esce, seguito da tutti gli altri. Corrono per i corridoi, mentre il parassita lascia delle gocce del suo sangue acido sul pavimento.
Arrivano al boccaporto principale. Roby preme il pulsante ed apre le porte e, mentre Standard entra, aziona l’interfono.

ROBY (nell’interfono): Per Dio, apri il boccaporto principale!

Con un rumore assordante si aprono le porte del boccaporto, ed entra un po’ della nebbia arancione esterna. Standard lancia la carcassa del parassita sulla superficie del pianeta, dove questo continua a decomporsi.
Le porte del boccaporto si chiudono.

ROBY: Mio Dio, è letale anche quand’è morto!

Melkonis si mette in ginocchio ed osserva i piccoli buchi nel pavimento, lasciati dal sangue del parassita, mentre Standard corre all’interfono.

HUNTER (nell’interfono): Sì?

STANDARD: Come sta Broussard?

HUNTER (nell’interfono): Gli sta salendo la febbre.

STANDARD: È ancora privo di conoscenza?

HUNTER (nell’interfono): Sì.

STANDARD: Puoi fare qualcosa per lui?

HUNTER (nell’interfono): Il macchinario medico gli abbasserà la temperatura. I suoi flussi vitali sono forti.

STANDARD: Bene.

Chiude l’interfono.

STANDARD (esausto): Ho bisogno di un caffè.

Si gira e se ne va.

Interno sala multimediale.

Il gatto sta trotterellando in giro mentre Roby e Melkonis entrano e si siedono; Standard prende un caffè dal distributore.

MELKONIS: Questi cicli di notte e giorno sono disorientanti. Mi sento come se fossimo qui da giorni, ma da quant’è invece che siamo qui?

ROBY (giocando con il gatto): Circa quattro ore.

STANDARD (fissando il suo caffè): Mi dispiace ammettere che avevi ragione fin dall’inizio, Martin: non avremmo mai dovuto atterrare qui.

ROBY: Non importa adesso; quello che importa è andarcene di qui il più velocemente possibile.

STANDARD: Non posso premere di più su Faust: sta lavorando senza sosta.

ROBY: Se sapessimo esattamente cos’è successo ai membri dell’altra nave…

MELKONIS: Ma lo sappiamo.

ROBY: Davvero?

MELKONIS: Non sono mai riusciti a partire dal pianeta: i parassiti hanno vinto.

Cade un silenzio pesante.

ROBY: Da dove vengono i parassiti?

STANDARD: Sembrano nativi del pianeta, che ha una gravità ed un’atmosfera. Ora è morto, ma magari un tempo è stato fertile.

MELKONIS: No, è troppo piccolo per sostenere una fauna di esseri così grossi. Se c’era un’ecologia qui sarebbe dovuta essere molto piccola.

ROBY: La piramide non potrebbe essere stata costruita da viaggiatori spaziali?

STANDARD: Troppo primitiva: è una costruzione pre-tecnologica. Quella roba è stata concepita da una cultura al massimo dell’età del ferro.

MELKONIS: Vengono da una civiltà morta e sono sepolti in una tomba: chissà da quanto tempo sono lì.

ROBY: Credo che dovremmo dare un’altra occhiata ai geroglifici.

All’improvviso la porta si apre e Faust si affaccia.

FAUST: Ehi, sapete cosa?

STANDARD: Cosa?

FAUST: I motori sono riparati.

Esterno pianeta.

I motori si azionano con un grande rumore, fendendo la nebbia. La nave ondeggia e si muove.

Interno nave.

Tutti sono ai loro posti, mentre Standard lancia i suoi comandi.
Con molto sforzo la nave riesce ad alzarsi da terra, e finalmente prende il volo. Una volta fuori dall’atmosfera Standard fa azionare la gravità artificiale.

STANDARD: Portiamoci in un’orbita di fuga.

Gli uomini azionano dei comandi.

ROBY: Dovremmo iniziare ora al massimo della velocità di fuga.

Si sente un fortissimo rumore.

ROBY E MELKONIS: Che diavolo era quello?

In risposta arriva una chiamata all’interfono.

FAUST (nell’interfono): La nebbia ha intasato di nuovo i motori.

STANDARD: Tieni insieme i pezzi mentre siamo nello spazio, ti chiedo solo questo.

L’interfono si chiude.
Dopo vari sforzi, finalmente la nave esce dall’orbita del pianeta sana e salva. Tutti esultano.

ROBY (puntando il monitor): Ce l’abbiamo fatta… Dannazione, ce l’abbiamo fatta!

STANDARD: Puoi scommetterci, Martin; traccia la rotta per Irth ed accelera.

ROBY: Con molto piacere.

Roby comincia a premere pulsanti.

MELKONIS: Mi sembra di scappare dall’Inferno.

La nave pare in super-accelerazione, facendo tremare tutto.

ROBY: Questa è la parte che mi fa sempre stare peggio.

STANDARD: Terminare accelerazione: siamo nello spazio profondo.

Gli uomini escono dal ponte comandi.

STANDARD: Credo che la cosa migliore da fare sia congelare Broussard così com’è. Questo fermerà l’avanzare della sua malattia e potrà così essere visto dai medici esperti una volta a casa.

ROBY: Saremo messi in quarantena, forse per un bel po’.

STANDARD: Va bene, rimarremo nell’ipersonno finché non ci vorranno accogliere.

Entrano nell’infermeria.

Appena entrati rimangono tutti allibiti nel vedere Broussard seduto sul letto… sveglio.

BROUSSARD (rauco): … Ho la bocca secca… Potrei avere un po’ d’acqua?

Subito Roby gli porge un bicchiere d’acqua. Broussard lo butta giù in un sorso.

BROUSSARD: Un altro.

Roby stavolta gliene porta uno più grosso, che lo beve comunque d’un sol fiato.

STANDARD: Come ti senti, Dell?

BROUSSARD (debole): A pezzi: che mi è successo?

STANDARD: Non ricordi niente?

BROUSSARD: No, niente. A malapena mi ricordo come mi chiamo.

ROBY: Senti dolore?

BROUSSARD: Non esattamente, è come se qualcuno mi avesse picchiato per sei anni di fila.

Melkonis ride e Broussard gli sorride di risposta.

STANDARD: Diavolo, se ti è tornato il senso dell’umorismo allora stai guarendo.

BROUSSARD: Dio, che fame!

ROBY: Dell, qual è l’ultima cosa che ricordi?

BROUSSARD: … Non so…

ROBY: Ricordi la piramide?

BROUSSARD: No… è come un incubo. Dove siamo?

STANDARD: Stiamo tornando a casa: siamo nell’iperspazio.

MELKONIS: Stiamo per metterci nell’ipersonno.

BROUSSARD: Sto morendo di fame: possiamo mangiare qualcosa prima di andare a dormire?

STANDARD (sorridendo): Credo che sia una richiesta ragionevole.

Interno sala multimediale.

L’equipaggio al completo è attorno ad un tavolo, mangiando con avidità. Il gatto mangia nella sua scodella.

HUNTER: Ragazzi, mi sento meglio. Ora dritti alle Colonie, così potremo ritirare la paga. Scommesse sulla paga più alta?

FAUST (masticando): Be’, come minimo dovremmo poterci comprare l’intero pianeta!

Tutti sghignazzano.

MELKONIS: Scriverò un libro su quest’avventura; lo chiamerò The Snark Log.

STANDARD: Di solito è il comandante ad avere i diritti di pubblicazione.

MELKONIS: Allora potremmo scriverlo insieme.

ROBY: La prima cosa che farò al nostro ritorno sarà mangiare un po’ di cibo vero.

MELKONIS: Che vorresti dire: non ti piace questa roba?

ROBY: Sa di qualcosa che viene dato alle galline per fare più uova.

STANDARD: Allora va bene. Ho assaggiato di meglio, ma anche di peggio, se capisci cosa intendo.

FAUST: Una specie.

ROBY: Ti piace questa merda?

FAUST: Cresce dentro di te.

ROBY: Lo sai con che cosa fanno questa roba?

FAUST (annoiato): Sì, lo so, e allora? Adesso è cibo e lo stai mangiando.

ROBY: Non dico che non vada bene, ma solo che non mi piace.

HUNTER: Ma dobbiamo parlare di questo a tavola?

All’improvviso, inaspettatamente, Broussard si accascia e rantola.

STANDARD: Che ti prende?

BROUSSARD (con una voce tenue): Non lo so… ho… dei crampi.

Gli altri lo fissano allarmati. Un altro rantolo e si tiene al tavolo.

STANDARD: Respira a fondo.

BROUSSARD (urlando): O Dio che dolore!

ROBY: Dell, che..

Il viso di Broussard è contratto da dolore ed il suo corpo è scosso dai tremiti.

BROUSSARD: AAAAAAAAAAAHHH!

Un fiotto di sangue gli scoppia dal petto. Gli occhi di tutti sono puntati sulla tuta dell’uomo, aperta sul petto, dalla quale fuoriesce un’orribile piccola testa della dimensione di un pugno umano.
Tutti gridano e si allontanano dal tavolo. La piccola testa disgustosa esce dal petto di Broussard, muovendo il corpo vermiforme e correndo via dagli uomini.
Quando tutti riacquistano il controllo, la cosa è andata via. Broussard giace sulla sua sedia, con un grosso buco in petto, col sangue che cola a fiotti. I piatti sono tutti sporchi di sangue e muco.

HUNTER: O no, o no.

FAUST: Che cos’era? Che Cristo era quello?

MELKONIS: Gli è cresciuto dentro, e non se n’era accorto.

Lentamente circondano il corpo di Broussard.

ROBY: Quella cosa lo ha usato come incubatrice.

(continua)


L.

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ALIEN / Starbeast (1976) La sceneggiatura originale (2)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco Starbeast (1976), la sceneggiatura originale di Dan O’Bannon, su soggetto suo e di Ronald Shusett, prima delle manomissioni di Walter Hill (avendola comprata con la sua Brandywine) e relativi cambiamenti che avrebbero infine portato anni dopo al film Alien (1979).


Alien
precedentemente noto come
Starbeast (1976)

Sceneggiatura di Dan O’Bannon
Su soggetto di Dan O’Bannon e Ronald Shusett

(seconda parte)


Esterno del pianeta – La nave.

Il tramonto ha trasformato il colore della nebbia in rosso sangue, e man mano che cala lascia spazio all’oscurità.
Si accendono automaticamente le luci interne della nave aliena.
All’interno l’equipaggio è seduto al tavolo delle conferenze e guarda il grande schermo su cui sono proiettate le foto scattate all’interno dell’astronave aliena, mentre Standard commenta.

STANDARD: … E questa è la sala operativa…

Scorrono due o tre foto sullo schermo, mostrando i tre uomini nella stanza.

STANDARD: … Alcuni dettagli della stanza…

Lo scheletro appare sullo schermo, agitando tutti.

STANDARD: … Questo è lo scheletro. Un’altra inquadratura… ed ecco la sorgente trasmettente.

Appare il triangolo che l’alieno ha inciso sulla console.

STANDARD: Particolare del triangolo che abbiamo trovato inciso sulla console davanti allo scheletro.

Lo schermo diventa bianco.

STANDARD: … E questo è tutto.

Spenge l’apparecchiatura ed accende le luci.

HUNTER: Fenomenale!

BROUSSARD: Dobbiamo tornare lì e fare altre foto: dobbiamo documentare tutto.

MELKONIS: E prendere più prove possibili: il resto dello scheletro, qualche macchinario, registrazioni se ce ne sono.

Roby è agitato sulla sua sedia: ancora non ha detto niente.

STANDARD: Martin?

ROBY: Sono d’accordo: questa è la più importante scoperta della storia.

STANDARD: Ma…?

ROBY: … Cosa l’ha ucciso?

BROUSSARD: Diavolo, quella cosa può essere morta magari da cent’anni: l’intero pianeta è morto.

FAUST: Per come la vedo io la nave è atterrata qui per delle riparazioni, ma non sono mai ripartiti. Forse la nebbia ha rovinato le loro apparecchiature. Hanno lanciato un S.O.S. ma non è venuto nessuno, e così sono morti.

ROBY: “È” morto.

FAUST: Cosa?

ROBY: Non “sono”… “è”.

Tutti si girano a guardare Roby, mentre la camera inquadra la testa dell’alieno su un tavolo.

ROBY: C’è solo uno scheletro.

C’è un momento di silenzio.

STANDARD: Jay, come va con le riparazioni?

FAUST: Bene, sto per riattivare le strumentazioni.

STANDARD: E quando sarai pronto per farlo?

FAUST: Non sono ancora pronto.

STANDARD: E allora perché stai qui seduto?

FAUST: Giusto.

Gli uomini si dirigono alla cucina, ma Roby rimane seduto, pensieroso, a guardare il teschio. Melkonis rimane in stanza con lui.

MELKONIS: E qui vediamo il primo contatto umano con un’altra forma di vita intelligente nell’universo.

Esterno della nave illuminata nella notte.

Interno sala macchine.

Faust, con addosso la tuta da lavoro, sta armeggiando davanti ad un macchinario.

FAUST: Siete pronti lassù?

Interno ponte comandi.

Broussard e Melkonis sono seduti alle loro console. Parlano con Faust e controllano gli strumenti.

BROUSSARD: Sì, siamo pronti.

Sala macchine.

FAUST: Okay. Inizio la procedura di decollo.

Sala conferenze.

Roby è da solo nella stanza a guardare le foto sullo schermo. Fissa una foto dello scheletro.
Il teschio dell’essere è davanti a lui sul tavolo. Lo prende e lo studia.
Arriva Standard.

STANDARD: «Povero Yorick…» [citazione dall’“Amleto”. Nota Etrusca]

Roby posa il teschio mentre Standard si siede.

STANDARD (guardando lo schermo): Trovato qualcosa che ci era sfuggito?

ROBY (scuotendo la testa): Non so cosa stia cercando.

STANDARD: Sei ancora nervoso?

ROBY: Oh, be’… sai come sono fatto.

STANDARD: Ho sempre rispettato le tue opinioni, Martin. Se qualcosa ti innervosisce, innervosisce anche me.

Roby cambia la foto sullo schermo, ed ora fissa il triangolo rosso inciso dall’alieno.

ROBY: Quale pensi sia il suo significato?

STANDARD: Be’, è ovviamente intenzionale, una specie di tentativo di comunicare. Forse è un simbolo che ha qualche significato per loro…

ROBY: Ma perché inciderlo sulla console?

Roby spenge il proiettore e si stropiccia gli occhi. Poi va alla macchina del caffè.

ROBY (togliendo un pelo dal caffè): Questa nave è piena di peli di gatto.

STANDARD: Ti dico una cosa, Martin: appena i motori sono a posto…

Un beep interrompe Standard, il quale preme il bottone delle comunicazioni.

STANDARD: Qui Chaz.

BROUSSARD (per radio): Chaz, qui è Dell. Puoi venire su un minuto?

STANDARD: Che succede?

BROUSSARD (per radio): Be’, il sole sta sorgendo e sembra che il vento stia calando. La visibilità ora è ottima, e c’è qualcosa che penso dovresti vedere.

STANDARD: Sto arrivando.

Lui e Roby escono.

Interno ponte comandi.

Broussard è solo ai comandi quando entrano Standard e Roby.

STANDARD: Che c’è?

BROUSSARD: Guarda un po’…

Esterno nave.

La nebbia è svanita ed il giorno sta nascendo fra l’aria fresca e silenziosa.

Interno nave.

BROUSSARD: Stavo controllando l’orizzonte quando ho visto quello sullo schermo…

STANDARD: Che cos’è? Non riesco…

Broussard ingrandisce l’immagine sul monitor, il quale ora mostra una piramide di pietra all’orizzonte.
Tutti guardano l’immagine: la sagoma della piramide richiama chiaramente il triangolo che l’alieno ha inciso nella sua nave.
Standard parla nel comunicatore.

STANDARD: Qui è Chaz: tutti a rapporto sul ponte di comando. Subito!

Tutti arrivano e guardano la piramide.

STANDARD: Non mi sembra ci siano dubbi, no?

MELKONIS: Quell’essere doveva considerarla importante, visto che ha usato le sue ultime forze per disegnarla.

BROUSSARD: Forse l’ha costruita la sua gente.

FAUST: Per farne che?

BROUSSARD: Un avamposto? Tipo stazione di servizio?

HUNTER: O un mausoleo.

BROUSSARD: Forse il resto dell’equipaggio alieno è là dentro, in una sorta di animazione sospesa, aspettando di risvegliarsi.

MELKONIS: Non è detto che sia stata costruita da loro.

Sullo schermo si comincia a vedere la nebbia avanzare.

ROBY: Sta tornando la nebbia.

Esterno nave.

La nebbia torna ad oscurare completamente la zona.

Interno nave.

STANDARD: Bene, c’è qualcun altro che è d’accordo con Martin che non dovremmo andare lì?

Tutti si guardano intorno, ma nessuno si offre volontario.

STANDARD: Allora è meglio che ci muoviamo, e alla svelta!

Esterno del pianeta.

La piramide, un edificio antichissimo di roccia grigia, è circondata dalla nebbia.
Standard, Broussard e Melkonis indossano le tute protettive e si avvicinano alla piramide. Una volta davanti all’edificio si rendono conto che è alto più di mille metri.

STANDARD: Anche se non si vedono disegni o figure, sicuramente non è una formazione naturale.

Interno nave.

Roby ed Hunter stanno ascoltando la voce di Standard alla radio.

STANDARD (per radio): C’è solo una cosa che posso dire con sicurezza…

La voce di Standard svanisce, coperta dai disturbi elettrostatici.

ROBY: Che succede adesso?

HUNTER: Ho perso del tutto il loro segnale.

ROBY: Puoi riprenderlo?

HUNTER: Sto provando.

Esterno piramide.

I tre uomini raggiungono la base della struttura. Il vento e la sabbia hanno formato dei cumuli.

MELKONIS: Sembra roba antica.

STANDARD: Non si può dire: queste condizioni meteorologiche eroderebbero qualsiasi cosa velocemente.

Camminano intorno alla base.

BROUSSARD: Non ci sono entrate.

MELKONIS: Forse ci sono ma sono ostruite: potrebbero trovarsi sotto questa sabbia.

STANDARD: Forse invece non ci sono affatto: potrebbe essere un blocco unico.

Interno nave.

ROBY: Bene, dovrebbero esserci diversi modi per raggiungerli…

L’interfono suona e si sente la voce di Faust.

FAUST (per radio): Scusate se interrompo, ma devo caricare le macchine per un minuto, okay?

ROBY: Va bene, vai pure.

Inizia un rumore assordante che copre tutto il resto. Una luce su un pannello lampeggia: è l’allarme del computer.
Irritato Roby risponde.

ROBY: Sì!

COMPUTER: Ho una sequenza temporanea sul monitor.

ROBY: Attendi, con questo rumore non sento niente.

Si infila una cuffia sulle orecchie per sentire la voce del computer.

ROBY: Vai pure.

C’è una pausa mentre Roby ascolta il computer: i suoi occhi strabuzzano.

ROBY: Vuoi dire… che l’hai tradotto?

Un’altra pausa mentre ascolta nelle cuffie.

ROBY: Andiamo, andiamo: cosa dice?

Un’altra pausa, poi il viso di Roby cambia espressione, spalancando la bocca.
All’improvviso il rumore finisce e torna il silenzio.

HUNTER (guardando Roby): Che c’è?

ROBY: Il computer ha appena tradotto la trasmissione: non è un S.O.S., ma un messaggio di allerta!

Esterno piramide.

BROUSSARD: Forse possiamo entrare dall’alto.

STANDARD: Vuoi provare?

BROUSSARD: Sicuro.

Broussard tira fuori il fucile speciale e lancia un gancio proprio sopra la piramide. Una volta agganciato il cavo alla propria tuta.

BROUSSARD: Voi ragazzi aspettatemi qui finché non do il via libera.

Broussard comincia ad arrampicarsi sulla piramide, e mentre il vento e la nebbia aumentano arriva in cima.

BROUSSARD: C’è un buco qua sopra.

STANDARD: Possiamo salire?

BROUSSARD: No, il buco è largo abbastanza per una persona sola.

STANDARD: Vedi qualcosa dentro?

Broussard si affaccia e guarda nel buco, ma c’è solo oscurità. Afferra la sua torcia ed illumina davanti a sé.

BROUSSARD: Le pareti sono lisce, e vanno giù dritte. Non riesco a vedere fino al pavimento.

Interno nave.

Faust arriva sul ponte, con una domanda stampata sulla faccia.

FAUST: Che succede?

ROBY: Jay, abbiamo un problema. Mi chiedevo se ci fosse il modo per riparare velocemente i motori e lasciare immediatamente questo posto.

FAUST: Perché, qual è il problema?

ROBY: Il computer ha tradotto la trasmissione aliena, ed è un messaggio d’allarme.

FAUST: Cosa intendi?

ROBY: Non ha tradotto tutto, solo tre frasi. Te le leggo come me le ha dette il computer: «Ostile… sopravvivenza… avvertire di non atterrare…». E questo è quanto.

Esterno della piramide.

Broussard comincia a calarsi nel buco.

STANDARD (per radio): Dell, vuoi tornare indietro, per favore?

BROUSSARD: No, voglio scendere dentro.

Standard e Melkonis si scambiano un’occhiata.

STANDARD: Okay, Dell, ma solo per un’occhiata preliminare. Non staccarti dal cavo e non stare più di dieci minuti.

BROUSSARD (per radio): Okay.

Broussard ha allestito un treppiedi sopra il buco, dal quale si cala legandosi alla tuta un cavo.

BROUSSARD: Sono nel buco, e comincio a scendere.

STANDARD (per radio): Stai attento.

Broussard aziona il meccanismo della tuta e comincia a scendere.

Interno piramide.

Mentre penzola nel vuoto, Broussard punta la torcia verso il basso, ma non si vede nulla.

BROUSSARD: Fa parecchio caldo qui, e sembra che l’aria calda venga dal basso.

Il suo respiro si fa più affannoso nel casco, mentre scende. La voce di Standard gli arriva dalle cuffie.

STANDARD (per radio): Stai bene lì?

BROUSSARD (ansimando): Sì, tutto bene. Non ho ancora toccato terra. La corrente d’aria calda tiene lontana la nebbia.

STANDARD (per radio): Cos’hai detto, Dell? Non ti sento, tu mi senti?

BROUSSARD: Sì, ma è dura: non posso parlare ora.

Continua a scendere, e a scendere. Riprende fiato un attimo e controlla gli strumenti.

BROUSSARD: Sono quasi a livello del suolo.

Esterno piramide.

STANDARD: Cos’ha detto?

MELKONIS: Non sono riuscito a sentire, c’è troppa interferenza.

Interno nave.

HUNTER: Non riesco a captare le loro trasmissioni, l’area intorno alla piramide è troppo disturbata: penso che dovremmo raggiungerli.

ROBY: No.

HUNTER: Che vuol dire “no”?

ROBY: Che non andiamo da nessuna parte.

HUNTER: Ma loro non sanno niente del messaggio, e potrebbero essere in pericolo proprio ora.

ROBY: Non possiamo perdere altro personale. Già adesso siamo a malapena sufficienti per partire.

HUNTER: Maledetto bastardo…

ROBY: Basta così! Sono io al comando finché non torna Chaz, e nessuno lascia la nave.

Interno piramide.

Broussard finalmente tocca con il piede il pavimento. Si trova in una stanza gigantesca.

BROUSSARD (ansimando): Sono arrivato in una specie di cava. Sembra di stare ai tropici qui, l’aria è calda ed umida (consulta gli strumenti). Alta percentuale di ossigeno: atmosfera respirabile!

Broussard è in piedi sulla nuda roccia, con una colonna di luce che arriva dal buco sul soffitto.
Muove la torcia intorno a sé e la luce rivela degli strani geroglifici sulle pareti, che sembrano appartenere ad una strana religione antica. I giganteschi affreschi sembrano raccontare una storia epica in una lingua sconosciuta e con simboli religiosi.
Ad intervalli regolari ci sono statue di roccia che raffigurano orribili mostri, metà umani e metà tentacolari.

BROUSSARD: È incredibile! È una specie di tomba appartenente… ad un’antica religione. Ehi, c’è qualcuno? Mi senti, Standard?

Stanco, Broussard si toglie il casco ed il respiratore, e prende una profonda boccata d’aria, calda e umida.

Esterno piramide.

Standard e Melkonis sono nervosi.

STANDARD: Se non riusciamo a comunicare con lui faremo meglio ad andare a prenderlo.

MELKONIS: Il sole tramonterà fra un minuto.

Interno piramide.

Broussard ha raggiunto il centro della stanza, dominato da una gigantesca ara, sulla quale ci sono moltissime urne, o giare, come quella che avevano trovato vuota nella sala comandi dell’alieno, solo che queste sono tutte sigillate.
L’uomo gira intorno all’ara e studia le urne, illuminandole con la torcia e alla fine ponendoci la propria mano sopra.
Si porta poi la radio alla bocca.

BROUSSARD: Non so se riuscite a sentirmi, ma questo posto è pieno di grandi vasi, o giare, come quella che abbiamo trovato nella nave aliena. Sono morbide al tatto.

Si avvicina ancora di più ad un’urna.

BROUSSARD: Un’altra cosa strana: ci ho messo la mano sopra ed ora ci sono delle aree rialzate dov’erano le mie dita.

Esterno piramide.

Il sole cala dietro l’orizzonte, facendo tornare l’oscurità. Standard e Melkonis accendono le proprie torce.

STANDARD: Andiamo.

Attacca il cavo traente alla propria tuta e comincia a salire.

Interno piramide.

Broussard sta scorrendo con la torcia, che funge anche da macchina fotografica, i geroglifici alle pareti, i quali raffigurano delle strane creature stilizzate.
Si ferma per cambiare il rullino della torcia, poi si gira verso l’urna che aveva toccato… e si accorge che questa è aperta e vuota!
Illumina il foro sopra l’urna e poi l’interno. Le pareti sembrano più organiche che artificiali, e la loro superficie è irregolare. Torna ad illuminare l’interno dell’urna… e con una violenza inimmaginabile una piccola cosa con otto zampe, simile ad un polipo, con un balzo gli si attacca alla faccia, stringendogli le sue zampe attorno alla testa.
Con un grido soffocato si lancia all’indietro, cercando di togliersi la cosa da dosso con le mani.

Esterno piramide.

La nebbia torna a farsi invadente quando Standard e Melkonis raggiungono il vertice della piramide.

STANDARD (indicando il treppiede): Questo è il suo cavo: possiamo tirarlo a forza, se servirà.

MELKONIS: Se non se l’aspetta potremmo ferirlo: magari il cavo si è annodato da qualche parte.

STANDARD: Ma cosa possiamo fare allora? Ormai è fuori dal contatto radio.

MELKONIS: Forse potremmo aspettare qualche altro minuto.

Standard esita, affacciandosi dal buco.

STANDARD: No, gli ho detto di uscire nel giro di dieci minuti ed è passato molto di più: tiriamolo fuori.

Standard comincia ad armeggiare con il meccanismo del treppiede.

STANDARD: Il cavo è allentato. Cristo, pensi che quell’idiota si sia sciolto?

Il cavo si arrotola lentamente, ma dopo qualche istante il cavo si tende ed il motore si affatica.

STANDARD: Ecco, l’abbiamo!

MELKONIS: Sta continuando a salire o si è incagliato?

STANDARD: No, sta arrivando.

MELKONIS: Vedi niente?

Standard punta la luce nel buco.

STANDARD: No, non si vede niente. Comunque il cavo sta salendo.

I due uomini attendono pazientemente, poi Standard punta il fascio di luce nella fessura.

STANDARD: Lo vedo: sta arrivando!

Il meccanismo del treppiede fatica sempre di più ad avvolgere il cavo.

STANDARD: Preparati ad afferrarlo.

Broussard appare all’apertura della piramide, penzolando appeso al cavo. Standard lo afferra per poi arretrare improvvisamente.

STANDARD: Attento! Ha qualcosa sulla faccia!

Melknois arriva in soccorso.

MELKONIS: Che c’è?

STANDARD: Non toccarlo: guarda!

Fra il panico e la confusione, i due uomini esitano un momento, per poi ritrovare l’equilibrio. Illuminano allora Broussard, che appare privo di conoscenza, con ancora la specie di polpo attaccata alla faccia, immobile.

MELKONIS: O Dio! O Dio, no!

STANDARD: Aiutami, voglio provare a staccarglielo.

Standard afferra con le mani i tentacoli della cosa e prova a toglierla dal viso di Broussard.

STANDARD: Non viene via, è attaccato.

MELKONIS: Ma che cos’è?

STANDARD: Che diavolo ne so? Andiamo, dammi una mano e tiriamolo fuori!

I due uomini trascinano il corpo di Broussard fuori dal buco.

Interno nave.

Roby ed Hunter sono di malumore e silenziosi. Per un lungo momento nessuno parla.

HUNTER: Eccoli! Ce li ho di nuovo sugli schermi!

ROBY (scattando in piedi): Quanti sono?

HUNTER: Tre segnali, e stanno venendo qui.

Roby afferra un microfono.

ROBY: Ehi, ragazzi, mi sentite?

STANDARD (per radio): Sì, ti sentiamo. Stiamo tornando indietro.

ROBY: Grazie a Dio! Vi avevamo perso. Sentite, ci sono nuovi sviluppi…

STANDARD (per radio): Non ora: Broussard è ferito. Abbiamo bisogno d’aiuto per portarlo a bordo.

Roby si lascia cadere sulla poltrona, d’improvviso preoccupato. Ha sempre temuto una cosa del genere, ed adesso è successo.

ROBY (a se stesso): Oh no.

HUNTER (nel microfono): Jay, qui è Cleave! Incontriamoci all’entrata principale.

Hunter esce dalla sala. Roby invece rimane dov’è, alla console: è stordito e la sua mente corre veloce.

Interno corridoio davanti all’entrata principale.

Hunter arriva correndo e si ferma davanti al portello, premendo il pulsante dell’interfono.

HUNTER (nel microfono): Martin, sono davanti all’entrata: aspetterò qui che loro entrino.

Interno sala comandi.

ROBY (stranamente tranquillo): Va bene.

Interno corridoio davanti all’entrata principale.

Arriva Faust.

FAUST: Che diavolo sta succedendo?

HUNTER: Non lo so, ma Broussard è stato ferito in qualche modo.

FAUST: Ferito! E come?

HUNTER: Non lo so, ma se siamo fortunati si è rotto il collo! Non avremmo dovuto mai atterrare.

Interno sala comandi.

Roby è seduto da solo nella stanza ed ascolta le comunicazioni radio fra Standard e Melkonis.

STANDARD (per radio): Martin, sei lì?

Roby si allunga a parlare nel microfono.

ROBY: Sono qui, Chaz.

STANDARD (per radio): Siamo davanti all’entrata: apri il portello.

ROBY: Chaz… cos’è successo a Broussard?

STANDARD (per radio): Una specie di animale gli si è attaccato al volto. Facci entrare.

Roby non risponde.

STANDARD (per radio): Mi senti, Martin? Apri il portello principale.

ROBY: Chaz, se è un organismo alieno e lo facciamo entrare, la nave sarà contaminata.

STANDARD (per radio): Non possiamo lasciarlo qui, apri il portello.

ROBY (insistente): Chaz, ascoltami. Abbiamo violato ogni regola di quarantena, e se facciamo salire a bordo un organismo alieno non avremo più alcuna scusante.

STANDARD (per radio): Martin, questo è un ordine: apri il portello.

Infastidito Roby si tira indietro e spegne la radio.

Interno corridoio davanti all’entrata principale.
Una luce rossa lampeggia, mentre si sente un forte rumore metallico.

HUNTER: Portello esterno aperto.

Si sente il motore azionarsi, seguito da un altro rumore. Il portello si è richiuso e la luce si smorza.
La porta interna scorre via aprendosi, e Standard e Melkonis entrano trascinando il corpo di Broussard. Una nube di nebbia entra insieme a loro.

STANDARD (togliendosi il casco): State attenti tutti, c’è un parassita.

Hunter e Faust indietreggiano.

HUNTER: O Dio…

FAUST: È vivo?

STANDARD: Non lo so, ma è meglio non toccarlo. Dateci una mano e portiamolo in infermeria.

Hunter e Faust si muovono con cautela aiutando i compagni.

(continua)


L.

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ALIEN / Starbeast (1976) La sceneggiatura originale (1)

Dan O’Bannon durante la lavorazione di Alien

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco Starbeast (1976), la sceneggiatura originale di Dan O’Bannon, su soggetto suo e di Ronald Shusett, prima delle manomissioni di Walter Hill (avendola comprata con la sua Brandywine) e relativi cambiamenti che avrebbero infine portato anni dopo al film Alien (1979).

Non c’è ancora Ripley, personaggio inventato da Walter Hill e sostituito al personaggio di Roby, così come è pieno idee irrealizzabili a meno di non avere un miliardo di dollari di budget.
Da notare come molta dell’iconografia aliena originale sia stata presa di netto da Ridley Scott per Prometheus (2012): usare materiale scartato per un prequel è l’ennesimo segnale della sua totale follia.


Alien
precedentemente noto come
Starbeast (1976)

Sceneggiatura di Dan O’Bannon
Su soggetto di Dan O’Bannon e Ronald Shusett

(prima parte)


Personaggi

  • Chaz Standard = Capitano, un leader ed un politico: crede che qualsiasi azione sia meglio di nessuna azione.
  • Martin Roby = Ufficiale esecutivo, cauto ed intelligente: un sopravvissuto.
  • Dell Broussard = Navigatore, avventuriero e cacciatore di gloria.
  • Sandy Melkonis = Addetto alle comunicazioni, tecnico intellettuale: un romantico.
  • Cleave Hunter = Ingegnere minerario in cerca di fortuna.
  • Jay Faust = Ingegnere tecnico, un lavoratore senza immaginazione.

L’equipaggio è unisex e tutte le parti sono intercambiabili per uomini e donne.


Dissolvenza.

Varie inquadrature dell’interno dell’astronave e dei suoi macchinari: tecnologia futuristica. Un suono e le macchine cominciano a svegliarsi e le luci ad accendersi.
Nella stanza senza finestre dell’ipersonno le luci si accendono nell’aria gelida. Lo spazio è occupato da capsule per l’ipersonno.
Con rumori sordi provocati dalla fuoriuscita dei gas i coperchi delle capsule si aprono. Lentamente e faticosamente sei uomini nudi si alzano.

ROBY: Oh… Dio… sono gelato…

BROUSSARD: Sei tu, Roby?

ROBY: Mi sento proprio di schifo…

BROUSSARD: Già, sei proprio tu.

Sbadigliando e stirandosi si vestono.

FAUST (sbadigliando): Oh… devo essere ancora vivo se mi sento così morto!

BROUSSARD: Infatti sembri proprio morto.

MELKONIS: I vampiri si alzano dai loro giacigli…

La frase provoca delle risatine.

BROUSSARD (agitando il suo pugno in aria trionfalmente): Ce l’abbiamo fatta!

HUNTER (non ancora sveglio): È finita?

STANDARD: È proprio finita, Hunter.

HUNTER (sbadigliando): Ragazzi, è bellissimo.

STANDARD (guardandosi in giro): Bene, come ci si sente ad essere ricchi?

FAUST: Freddi!

Tutti ridono.

STANDARD: Va bene, tutti in piedi: infiliamoci i pantaloni e tutti ai loro posti!

Gli uomini man mano escono dalle loro capsule.

MELKONIS: Qualcuno prenda il gatto.

Roby prende un gatto da una capsula.

Nell’interno della sala comandi c’è un posto per quattro uomini ed ogni postazione è di fronte ad una console circondata da strumentazione tecnologica.
Standard, Roby, Broussard e Melkonis entrano e si siedono.

BROUSSARD: Io mi farò un bel ranch.

ROBY (posando il gatto): Un ranch!

BROUSSARD: Non sto scherzando: puoi comprartene uno se hai abbastanza crediti. Con delle vere mucche!

STANDARD: Va bene, ricconi, basta spendere crediti e cominciamo a preoccuparci di quello che abbiamo fra le mani.

ROBY: Giusto. Tutti i sistemi in azione.

Cominciano ad azionare leve e a premere pulsanti: luci si accendono dappertutto.

STANDARD: Sandy, che ne dici di farci vedere qualcosa?

MELKONIS: Rifatevi gli occhi.

Melkonis preme una serie di pulsanti sulla sua console e lo schermo principale prende vita, ma non appare altro che lo spazio buio con delle stelle sparse.

BROUSSARD (dopo una pausa): Dov’è la Terra?

STANDARD: Sandy, scansiona tutta la zona.

Melkonis lavora alla sua console e sullo schermo appare una panoramica circolare.

Inquadratura della Snark che naviga nella profondità stellare… senza traccia della Terra.

ROBY: Dove diavolo siamo?

STANDARD: Sandy, contatta il controllo traffico.

Melkonis aziona la sua unità radio.

MELKONIS: Qui è il vascello mercantile Snark, numero id E180246, che chiama il controllo traffico Antartica: mi sentite? Passo.

Si sente solo il rumore dei disturbi della radio.

BROUSSARD (fissando lo schermo): Non riconosco la costellazione.

STANDARD: Dell, identifichi la nostra posizione.

Broussard si aziona usando la propria strumentazione.

BROUSSARD: Ci sono… Oh, ragazzi…

STANDARD: Dove accidenti siamo finiti?

BROUSSARD: Proprio vicino a Zeta II Reticuli: non abbiamo neanche raggiunto l’esterno del sistema solare.

ROBY: Ma che diavolo…?

Standard alza il microfono.

STANDARD: Qui parla Chaz. Mi spiace ma non siamo a casa. La nostra attuale posizione sembra essere solo a metà strada dalla Terra. Rimanete ai vostri posti ed aspettate: questo è tutto.

ROBY: Chaz, c’è un avviso sul mio terminale: una priorità 3 dal computer…

STANDARD: Sentiamo.

ROBY (premendo un pulsante): Computer, ci hai segnalato un messaggio di priorità 4: qual è il messaggio?

COMPUTER (una voce meccanica): Ho interrotto io il viaggio di ritorno.

ROBY: Cosa? Ma perché?

COMPUTER: Sono stato programmato per farlo se si fossero verificate alcune circostanze.

STANDARD: Computer, qui è il Capitano Standard: di che tipo di condizioni stai parlando?

COMPUTER: Ho intercettato una trasmissione di origine sconosciuta.

STANDARD: Una trasmissione?

COMPUTER: Una trasmissione vocale.

MELKONIS: Qui fuori?

Gli uomini si scambiano degli sguardi.

COMPUTER: Ho registrato la trasmissione.

STANDARD: Riproducila, prego.

Dagli altoparlanti si sente un forte rumore statico… poi all’improvviso una strana lingua aliena riempie la stanza con un lungo messaggio, poi torna il silenzio.
Gli uomini si guardano stupiti.

STANDARD: Computer, di che di tipo di linguaggio si tratta?

COMPUTER: Sconosciuto.

ROBY: Sconosciuto! Cosa intendi?

COMPUTER: Non corrisponde a nessuno dei 678 dialetti parlati dalla razza umana.

C’è una pausa, poi tutti parlano insieme.

STANDARD (zittendo gli altri): Calmatevi! Computer, hai analizzato la trasmissione?

COMPUTER: Sì. Ci sono due punti degni di interesse. Il primo è che il messaggio è sistematizzato, e quindi il prodotto di una cultura intelligente. Il secondo punto è che alcuni suoni non possono venir prodotti da un palato umano.

ROBY: Oh mio Dio!

STANDARD: Bene, finalmente è successo.

MELKONIS: Un primo contatto…

STANDARD: Sandy, puoi tracciare l’origine di quel segnale?

MELKONIS: Qual è la frequenza?

STANDARD: Computer, qual è la frequenza della trasmissione?

COMPUTER: 65330-99.

Melkonis preme dei pulsanti.

MELKONIS: Ce l’ho: è a 6 minuti e 32 secondi da qui, con un’inclinazione di 39 gradi e 2 secondi.

STANDARD: Dell, mostramelo sullo schermo.

BROUSSARD: Lo invio sullo schermo 4.

Broussard preme dei pulsanti e sullo schermo appare una piccola luce.

BROUSSARD (continuando): Eccolo. Ora provo a centrarlo.

La lucetta si centra nello schermo.

STANDARD: Puoi avvicinarti di più?

BROUSSARD: È quello che sto cercando di fare.

Finalmente sullo schermo appare il pianeta.

BROUSSARD (continuando): Un planetoide: 120 chilometri circa di diametro.

MELKONIS: È piccolissimo!

STANDARD: Che frequenza di rotazione?

BROUSSARD: Ogni due ore.

STANDARD: Gravità?

BROUSSARD: 6.5: potremmo camminarci sopra.

STANDARD: Martin, riunisci gli altri nella sala principale.

Nella sala principale l’intero equipaggio siede intorno ad un grande tavolo, con Standard a capo tavola.

MELKONIS: Se è un S.O.S. siamo moralmente obbligati ad investigare.

BROUSSARD: Giusto.

HUNTER: Non lo so. Abbiamo organizzato questo viaggio per accumulare crediti, non per incontri ravvicinati.

BROUSSARD (eccitato): Dimenticate i crediti, quello che abbiamo qui è la possibilità di essere i primi uomini ad incontrare una intelligenza non umana.

ROBY: Se c’è qualche sorta di intelligenza aliena sul planetoide, sarebbe un grave errore per noi presentarci impreparati.

BROUSSARD: Diavolo, ma siamo preparati…

ROBY: Diavolo, no! Non sappiamo cosa c’è su quel pezzo di roccia: potrebbe anche essere pericoloso. Quello che dovremmo fare è contattare le autorità e lasciare a loro il problema.

STANDARD: Certo, ed aspettare 75 anni la risposta! Non dimenticare quanto siamo lontani dalle colonie, Martin.

BROUSSARD: Non ci sono rotte commerciali qui. Ammettilo, siamo fuori portata.

MELKONIS: Gli uomini per secoli hanno sperato di poter contattare una forma di intelligenza nell’universo: ci troviamo di fronte ad una possibilità che forse non si ripeterà mai più.

ROBY: Senti…

STANDARD: Sei in minoranza, Martin: signori, andiamo…

Gli uomini tornano alle loro postazioni.

STANDARD: Dell, voglio più informazioni e dettagli di superficie del pianeta.

BROUSSARD: Vedrò cosa posso fare.

Armeggia coi comandi e l’immagine del pianeta sullo schermo si avvicina ancora di più, per poi diventare troppo sfocato.

STANDARD: È fuori fuoco.

ROBY: No, è l’atmosfera: un sostanzioso strato di nubi.

MELKONIS: Mio Dio, c’è parecchio brutto tempo per essere un pezzo di roccia.

ROBY: Solo un secondo. (preme dei pulsanti) Non sono nuvole di vapore acqueo.

STANDARD: Porta la nave in orbita atmosferica.

Molte parti della Snark si muovono finché la nave non assume una forma aerodinamica.

STANDARD: Dell, traccia una rotta e portaci sul pianeta.

L’inquadratura si avvicina al planetoide ricoperto di nuvole. La Snark si avvicina alla superficie.

BROUSSARD: Correzione rotta: siamo nell’orbita del pianeta. (pausa mentre studia la strumentazione) Stiamo entrando nella parte notturna.

ROBY: Atmosfera turbolenta: c’è una tempesta.

STANDARD: Accendete le luci di navigazione.

Una serie di luci si accende sullo scafo della nave.

BROUSSARD: Ci stiamo avvicinando al punto d’origine: siamo a circa 20 chilometri, 15, 10, 5… Signori, siamo esattamente sopra l’origine della trasmissione.

STANDARD: Com’è il terreno là sotto?

BROUSSARD: Be’, la visibilità è praticamente nulla. Il radar dà solo disturbi. Il sonar mi dà solo disturbi. L’infrarossi… solo disturbi. Proviamo con l’ultravioletto. Ecco: è tutto pianeggiante là sotto.

STANDARD: È solido?

BROUSSARD: È… basalto: è tutto roccia.

STANDARD: Scendiamo, allora.

BROUSSARD: La discesa comincia… ora!

C’è un rumore per tutta la nave.

ROBY: Atterrati.

BROUSSARD: Spegni i motori.

I motori silenziosamente si smorzano.

ROBY: Motori spenti.

BROUSSARD: Siamo a terra, signori.

L’astronave è ferma davanti ad un panorama squassato dai forti venti.
Durante l’atterraggio c’è stato un brusco movimento della nave e le luci si smorzano per pochi secondi.

STANDARD: Che diavolo è successo?

ROBY (aziona una leva): Sala motori, cos’è successo?

FAUST (dalla radio): Solo un minuto, sto controllando.

ROBY: Lo scafo è stato danneggiato?

BROUSSARD: No… non vedo niente: siamo ancora sotto pressione.

Da una console si sente un segnale sonoro.

FAUST (dalla radio): Martin, qui è Jay. Siamo andati su di giri e si è bruciato un motore.

STANDARD: Dannazione. Quanto ci vorrà per ripararlo?

FAUST (dalla radio): Difficile dirlo.

STANDARD: Be’, cominciate.

FAUST (dalla radio): Va bene. Passo.

STANDARD: Diamo un’occhiata là fuori: accendete gli schermi.

Melkonis preme dei pulsanti e gli schermi si accendono, rimanendo però neri.

BROUSSARD: Non si vede un accidente.

Sulla superficie del pianeta la nave è quasi completamente al buio, mentre i venti spazzano via tutto.

STANDARD: Accendere le luci della nave.

Una schiera di luci fende il buio della notte, anche se non c’è niente nelle vicinanze da illuminare.

ROBY: Non è di grande aiuto.

Standard fissa lo schermo scuro.

STANDARD: Di sicuro non possiamo andare da nessuna parte con questo buio. Quanto manca all’alba?

MELKONIS (consultando la strumentazione): Questo pianeta ruota ogni due ore, quindi il sole dovrebbe sorgere fra circa venti minuti.

BROUSSARD: Bene: forse allora saremo in grado di vedere qualcosa.

ROBY: O qualcosa sarà in grado di vedere noi.

Tutti si voltano a guardarlo.

Dissolvenza. Inizia una musica di sottofondo e poi i titoli di coda.

Appare il titolo:

ALIEN.

Lentamente lo schermo comincia ad illuminarsi mentre il sole sorge. La sagoma della navetta diventa visibile. Le dense nuvole rendono l’alba di un denso arancione.
Il monitor sul ponte dell’astronave non mostra altro che nuvole arancioni.
Gli uomini sono intorno, bevendo caffè e fissando lo schermo.

ROBY: Potrebbe esserci una città intera là fuori e noi non la vedremmo mai.

BROUSSARD: Di certo non rimanendocene seduti qui.

STANDARD: Andiamoci piano. Sandy, ricevi qualche risposta?

MELKONIS (togliendosi le cuffie): Spiacente: nient’altro che la solita maledetta trasmissione ogni 32 secondi. Ho provato tutte le frequenze dello spettro.

BROUSSARD: Cosa stiamo aspettando, un invito scritto?

Roby dà un’occhiataccia a Broussard, poi afferra il microfono.

ROBY (nel microfono): Faust, mi senti?

FAUST (dalla radio): Forte e chiaro.

ROBY: Come va là sotto?

FAUST (dalla radio): Non ho mai visto un danno del genere… Le celle sono state danneggiate a livello microscopico, così ci vorrà un bel po’ per rimettere tutto a posto.

ROBY: Va bene (posa il microfono).

STANDARD: Sandy, quanto siamo distanti dall’origine della trasmissione?

MELKONIS: Siamo a circa 300 metri Nord-Est.

ROBY: Vicinissimo…

BROUSSARD: Abbastanza vicini da andarci a piedi!

STANDARD: Martin, qual è la costituzione dell’atmosfera?

ROBY (controllando la strumentazione): 10% argo, 85 nitrogeno, 5% neon… e qualche altro elemento.

STANDARD: Non tossica ma irrespirabile. Ci sono microrganismi?

ROBY: Niente: solo roccia.

STANDARD: Bene, non avremo bisogno delle tute a pressione, ma solo delle maschere d’ossigeno. Sandy, puoi fornirci di una qualche apparecchiatura per seguire la trasmissione fino all’origine?

MELKONIS: Nessun problema.

BROUSSARD: Mi offro volontario per l’esplorazione.

STANDARD: Lo immaginavo: vuoi sgranchirti un po’, eh?

Standard, Broussard e Melkonis entrano nella camera di pressurizzazione. Vestono tutti la divisa della nave ed hanno una pistola.
Broussard preme un pulsante e la porta interna silenziosamente si chiude, sigillandoli nella camera.
Si mettono le maschere di ossigeno.

STANDARD (aggiustandosi la radio): Mi sentite?

BROUSSARD: Affermativo.

MELKONIS: Affermativo.

STANDARD: Perfetto. Ricordate: niente armi se non dietro mio ordine. Martin, mi senti?

ROBY (dalla radio): Affermativo, Chaz.

STANDARD: Apri la porta esterna.

Lentamente la porta si alza, facendo entrare nella stanza dei riflessi arancioni. Dall’esterno si sente il forte rumore del vento. Una scaletta mobile parte dalla nave e arriva fino al terreno. Standard esce, seguito dagli altri.
I tre uomini mettono piede a terra, fra le rocce. Si guardano in giro, mentre il vento e le nuvole riempiono l’aria: sembra non ci sia niente in giro.

STANDARD: Da quale parte, Sandy?

Melkonis consulta l’apparecchio.

MELKONIS (indicando una direzione): Da quella parte.

STANDARD: Fai strada.

Melkonis si avventura nella foschia arancione, seguito dagli altri.

STANDARD: Okay, Martin, ti siamo dietro.

Roby è rimasto solo sul ponte a guardare i tre uomini in marcia, mentre si fuma una sigaretta.

ROBY: Vi ho tutti sullo schermo, ragazzi.

STANDARD (per radio): Bene: lascia le linee aperte.

I tre uomini si spingono nella foschia gialla e attraverso il vento sferzante. Si muovono con lentezza come se fossero immersi nell’acqua. Melkonis è a capo della fila.

STANDARD: Non riesco a vedere a più di tre metri in qualsiasi direzione. Andremmo alla cieca se non fosse per la strumentazione.

Proseguono seguendo Melkonis, quando ad un certo punto l’uomo si ferma bruscamente.

STANDARD: Che succede?

MELKONIS: Il mio segnale sta scomparendo.

Studia la propria strumentazione.

Interno del ponte di comando dell’astronave.
Roby sta ascoltando il dialogo attraverso la radio.

MELKONIS (per radio): È la foschia che crea disturbi…

Roby è così concentrato sugli strumenti che non si accorge che Hunter gli si sta avvicinando.

MELKONIS (per radio): … Ecco, ho di nuovo il segnale: da quella parte.

Stando proprio davanti a Roby, Hunter gli parla.

HUNTER: Che succede?

Roby sussulta e guarda Hunter.

ROBY (agitato): Che diavolo!

Hunter lo fissa mentre lo spavento si trasforma in imbarazzo.

Esterno del pianeta.

I tre uomini proseguono attraverso la tormenta. Melkonis si ferma di nuovo per analizzare gli strumenti.

MELKONIS: È vicino, molto vicino.

STANDARD: A che distanza?

MELKONIS: Dovremmo essergli quasi addosso. Eppure non riesco…

All’improvviso, Broussard afferra un braccio di Standard e punta qualcosa: gli altri guardano in quella direzione.

Inquadratura sul loro punto di vista.

Attraverso la densa nebbia si intravede un’ombra. Man mano la foschia si dirada si distingue una stranissima astronave di creazione palesemente non umana.
I tre uomini rimangono stupiti a guardare l’astronave, finché Standard non trova la voce.

STANDARD: Martin… l’abbiamo trovato.

Interno del ponte di comando dell’astronave.

ROBY (per radio): Trovato cosa?

STANDARD: Sembra una specie di astronave. Ci avviciniamo.

Riprendono il loro cammino verso la nave aliena.

Interno del ponte di comando dell’astronave.

STANDARD (per radio): Non ci sono segni di vita, nessun movimento…

Roby ed Hunter ascoltando come sotto ipnosi.

STANDARD (per radio): Siamo arrivati davanti allo scafo.

Esterno della nave aliena.

Una strana porta si apre, risucchiando la nebbia intorno. Con molta cautela gli uomini si avvicinano all’entrata.

STANDARD: Sembra una porta aperta, ma è molto rovinata.

BROUSSARD: Pare un relitto.

STANDARD: Martin, stiamo per entrare: ridurremo i contatti radio al minimo da adesso in poi.

Interno nave aliena.

L’interno è buio e si intravedono forme strane. Standard, Broussard e Melkonis sono come silhouette contro la luce che entra dalla porta aperta. Accendono le torce ed entrano, facendosi strada nell’oscurità. Vedono qualcosa di strano.

MELKONIS: Bocchettoni per l’aria?

STANDARD: Chi lo sa?

BROUSSARD: Cerchiamo la camera di controllo.

Muovendo le torce illuminano le pareti, e così vedono che sono piene di buchi irregolari.

MELKONIS: Guardate quei buchi: questo posto sembra un groviera!

Broussard punta la propria torcia dentro uno dei buchi alla parete.

BROUSSARD: Questo buco va su per diversi piani. Sembra che qualcuno abbia sparato un disintegratore militare qui.

Tutti fissano il buco nell’oscurità.

STANDARD: È il momento di usare l’attrezzatura da scalatore.

Tira fuori un fucile lanchia-chiodi e spara dentro il buco. Il chiodo ad uncino si incastra nell’oscurità del buco.

BROUSSARD: Vado per primo.

STANDARD: No, segui me.

Standard attacca il cavo alla propria tuta e preme un pulsante: un meccanismo trainante lo spinge nel buco.
Broussard attacca anche il lui il cavo alla tuta e lo segue.

Interno camera di controllo della nave aliena.

La stanza è nell’oscurità più completa quando arriva Broussard. Standard è in piedi con la sua torcia che studia la stanza. Broussard esce dal buco, stacca il cavo dalla propria tuta, ed accende la torcia. In quel momento arriva Melkonis.
Broussard inciampa su qualcosa, e punta in basso la propria torcia. Si tratta di un’urna con strani disegni sui lati: è senza coperchio ed è vuota.
All’improvviso Melkonis grida di sorpresa. Le torce degli uomini illuminano qualcosa di incredibile: uno scheletro alieno seduto ai comandi. Si avvicinano allo scheletro dell’essere che non ha niente di umano.

MELKONIS: Gesù Cristo…

Standard illumina la console davanti allo scheletro.

STANDARD: Guardate qui.

Tutti si avvicinano.

STANDARD: C’è qualcosa inciso qui, sulla vernice. Lo vedete?

Sulla superficie della console c’è infatti un piccolo triangolo.
Broussard sente un rumore e si gira ad illuminare la stanza: il fascio di luce coglie di sfuggita un movimento.
Melkonis mette mano velocemente alla sua pistola.

MELKONIS: Guardate là, c’è qualcosa…

Standard gli ferma la mano.

STANDARD: Metti via quella pistola!

Standard si mette davanti agli altri per poi muoversi lentamente verso l’altra parete della stanza. Si avvicinano ad una console alla parete, puntandole le torce. C’è un macchina con un segnale luminoso che si muove.

STANDARD: È solo una macchina.

BROUSSARD: Ma funzionante.

MELKONIS: È da qui che proviene la trasmissione.

Sfiora la console ed un rumore riempie la stanza.

BROUSSARD: Una registrazione… una dannata registrazione automatica.

(continua)


L.

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ALIEN 3 by John Fasano (5) FINE

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco la versione di un altro dei “padri mancati” del progetto Alien III: John Fasano, su soggetto di Vincent Ward e John Fasano.


ALIEN III

by John Fasano

(quinta ed ultima parte)


L’oceano sotterraneo – Sul finire del giorno.

L’imbarcazione sta percorrendo il mare. John rema mentre Ripley tiene alta la torcia. L’oceano è calmo.

John muove le sue dita ferite.

RIPLEY: Sta bene la tua mano?

JOHN: Andrà bene. Sei già stata su una barca?

RIPLEY: Ero un ufficiale su una nave, ma tutta la mia navigazione si è svolta nello spazio.

JOHN: Padre Anselmo mi portava sulla sua barca quand’ero piccolo.

Ripley lo guarda fisso.

RIPLEY: Quanti anni avevi quando sei arrivato qui?

JOHN: Cinque. L’abate disse che ci misero in ipersonno per i trent’anni che servono per arrivare qui. Dovremmo averne più di quaranta.

RIPLEY: Cos’è successo a tua madre?

JOHN: Non ne ho mai avuta una. Nel senso che non l’ho mai conosciuta… o almeno non ricordo. Lasciò mio padre quando lui si unì al movimento. Se non l’avesse fatto io non sarei qui. Gli altri bambini rima­sero insieme alle donne, sulla Terra. È tutto così lontano… quasi un sogno.

Il volto di Ripley si fa scuro. Si gira a guardare l’acqua.

RIPLEY: Sai che anch’io sono stata madre?

JOHN: La bambina con cui eri nella navetta?

RIPLEY: No. Sulla Terra. Non ho mai nominato mia figlia. Mia figlia. Ho avuto una figlia sulla Terra. Kathy. Aveva nove anni quando firmai per l’ingaggio sulla Nostromo. La mamma sarà a casa prima di quel che pensi, le dissi. Poi rimasi quasi sessant’anni a fluttuare nello spazio in una navicella d’emer­genza. Grazie all’alieno. Tornai a casa solo quando leri era una donna di 70 anni. Mia figlia. Una bambina la cui mamma non tornò mai…

JOHN: Gesù…

RIPLEY: Dissero che dovevo considerarmi fortunata ad essere viva. Divertente, no? È per questo che tornai la seconda volta. Non posso combatterlo – nessuno può – ma posso lasciare che mi uccida.

Si strofina il petto.

JOHN: Non hai scelto di perderti nello spazio.

RIPLEY: Grazie per averci provato, padre…

JOHN: Fratello.

RIPLEY: Fratello, ma non cerco assoluzione. Non sarei potuta essere una buona madre per mia figlia, così come per Newt. Ma potrei esserlo per te: potrei fare in modo che tu sopravviva.

All’improvviso sentono cadere la pioggia. Ripley stende una mano ed inorridisce per quello che vede. John prende i remi mentre mentre lei alza la torcia: il mare è diventato rosso di sangue. Sangue che scende dal soffit­to soprastante.

RIPLEY: Sangue.

John guarda in alto.

JOHN: Viene dal livello superiore. (Il suo viso diventa bianco.) L’alieno deve aver fatto un massacro…

RIPLEY: Non pensarci. Pensa solo a remare.

Appena Ripley abbassa la torcia qualcosa si muove sulla superficie dell’acqua, ma lei non se ne accorge.

Qualcosa passa davanti alla barca: una creatura che nuota, l’alieno.

Interno Stanza della Tecnologia – Notte.

Tutti i mulini stanno bruciando. Anthony non si vede.

Intanto Ripley e John arrivano ad una costa, scendono dalla barca e si muovono. Si fermano davanti ad una scalata di centinaia di piedi. Il legno è sconnesso e, in certe parti, addirittura assente. Cominciano ad arrampi­carsi. Appena giunti al primo livello…

RIPLEY: Merda!

Arriva anche John, e vede un’altra testimonianza della terribile battaglia incorsa con l’alieno: le tutto il livel­lo è ricoperto da cadaveri. Ripley ha dei conati di vomito.

JOHN: C’è Andrew, e Raphael, Peter…

RIPLEY: Basta. Quando manca?

JOHN: Siamo esattamente sotto l’abbazia adesso.

Attraversano quella zona ed entrano nel monastero. Tutto è annerito dalle fiamme che si trovano ovunque.

L’aria è densa di fumo. Ci sono morti dappertutto. Entrano nella fabbrica di vetro. La temperatura è altissima.

JOHN: Qui ci sono degli attrezzi. Kyle…

Comincia a correre. Fratello Kyle siede calmo vicino ad un tavolo, da solo. Canta…

KYLE (sottovoce): Non riesco a vedere la mia bambina, non la vedo

John lo afferra e lo fa alzare: gli cadono a terra delle carte da gioco, ma John non le vede.

JOHN: Kyle, fratello Kyle.

KYLE: Le carte sono per terra. Re nero su regina rossa, alza l’asso…

John lo scuote.

JOHN: Kyle, maledizione!

Ripley si avvicina.

RIPLEY: John, è troppo tardi…

Kyle comincia a cantare più forte. Più forte.

KYLE: Alza l’asso, alzalololololololololololololo.

Ripley e John si guardano l’un l’altra: sanno questo che vuol dire. John guarda fisso negli occhi vitrei di Kyle: una lacrima riga la sua guancia.

JOHN: Continua a cantare, amico mio.

John fa scorrere una corda attorno al collo di Kyle… strangolandolo. Abbandona il corpo senza vita sul pavi­mento. Lo fissa.

Ripley intanto afferra una sbarra di metallo, soppesandola: un’arma discreta. Si avvicina a John.

JOHN: L’ho ucciso. Sono un dottore e l’ho ucciso.

RIPLEY: Dovevi farlo: hai messo fine alla sua sofferenza. (Gli passa una sbarra di metallo.) Andiamocene da qui.

Ripley e John salgono le scale piene di fumo. Arrivano alla biblioteca ed entrano guardandosi intorno. La stanza è esattamente come John l’ha lasciata. John usa la sbarra per aprire i lucchetti.

JOHN: Qui, “filosofia”, cominceremo da qui. (Un’ombra scatta verso il volto di John.) Mattias! (Il cagnolino scodinzola intoro al padrone.) Mi ha aspettato. Ripley, questo è Mattias, il mio cane. Un buon amico.

Ripley li raggiunge.

RIPLEY: Onorata, veramente. Ma probabilmente abbiamo solo pochi minuti prima che questo posto cada in fiamme. Prendi i libri che vuoi e …

Ripley si avvicina a Mattias, ma lui si ritira, guardando sopra la sua spalla. Lei si gira lentamente…

L’alieno è sulla porta. Ha perso un piede per colpa della trappola. La sua lingua penzola senza vita.

Getta a terra il corpo di Anthony.

Ripley e John indietreggiano verso gli scaffali. John afferra Mattias per il collare. Il cane righia verso l’alieno.

JOHN: Sta’ calmo, amico…

RIPLEY: C’è qualche altra via d’uscita?

JOHN: Nessuna che possa andare bene per noi.

L’alieno zoppica per la stanza. Respira con fatica ed il suo sangue acido forma una scia di fuoco.

JOHN: L’abbiamo ferito.

Ma anche ferito l’alieno è sempre pericoloso.

RIPLEY: Vuoi medicarlo? Dov’è la mia navetta rispetto a dove siamo?

JOHN: Sul tetto, direttamente sopra questa stanza.

RIPLEY: Ecco il piano…

JOHN: Ma i libri…

RIPLEY: Scordati i libri!

Mattias si libera dalla presa di John e corre verso l’alieno.

RIPLEY: Merda!

Mattias abbaia all’alieno e attira la sua attenzione.

Ripley e John si gettano verso l’alieno, il quale sta cercando di colpire il cane con la sua coda. John colpisce la creatura con la sua sbarra di metallo: questa si gira verso di lui, mentre Ripley lo trafigge nel petto.

Il sangue acido schizza sulla casacca di Ripley, che se la toglie subito. John afferra Mattias e lo manda lonta­no. L’alieno si muove in cirolo spruzzando sangue acido e bruciando i libri.

JOHN: No! I LIBRI!!

RIPLEY: Non…

John scatta in avanti, seguito da Ripley. L’acido ha corroso il legno del pavimento, il quale cede crollando.

L’alieno, John e Ripley cadono giù nel livello sottostante: la fabbrica di vetro. L’alieno cade nella vasca del vetro fuso. Grida al contatto col liquido ad altissima temperatura. John si ritrova a penzolare dalla corda. Alza lo sguardo e vede Ripley ancora attaccata al bordo del piano superiore.

JOHN: Stai bene?

Ripley grugnisce affermativamente. John comincia ad arrampicarsi sulla corda. Ripley cerca di sollevarsi, e ci riesce dopo varie prove.

John ha raggiunto il bordo del pavimento e vede Ripley avvicinarsi lentamente.

JOHN: Ripley!

Ripley tremante si getta in ginocchio.

RIPLEY: Aargh. Sto bene. Andiamocene da…

All’improvviso la testa dell’alieno esce dalla superficie del vetro fuso.

Urla e si agita. Una zampa afferra la corda di John, e cerca di arrampicarsi. Ripley tenta di correre, ma la cavi­glia ferita glielo impedisce. L’alieno sta per uscire dal liquido. Lei grida. John grida a Ripley.

JOHN: Ripley: la leva!

Ripley guarda vicino a sé: una leva di legno.

L’alieno è uscito di qualche metro dalla fornace. Ripley aziona la leva, facendo aprire una botola da cui si riversano migliaia di galloni d’acqua fredda sull’alieno. Il vetro fuso si irrigidisce di colpo, e lo sbalzo di tempe­ratura fa esplodere l’alieno in mille pezzi.

Ripley aiuta John a salire sul pavimento: sono stremati e sanguinan­ti. La stanza inferiore è piena di pezzi d’alieno.

RIPLEY (ansimante): Colpito… l’abbiamo colpito…

Si tiene lo stomaco mentre si alza. John l’aiuta.

JOHN: Dobbiamo andare nella biblioteca.

RIPLEY: Non ci pensare. La navetta…

Interno Biblioteca – Notte.

Un inferno di libri bruciati. Ripley e John sono sulla porta, tenuti lontano dal calore. John cerca di entrare ma Ripley lo trattiene.

RIPLEY: Non essere stupido.

JOHN: Almeno qualcuno, devo salvarne almeno qualcuno… Mattias!

Mattias abbaia in risposta. Ripley lo obbliga a guardarlo, con le lacrime agli occhi.

RIPLEY: Sono andati ormai, hai fatto del tuo meglio. Se ce ne andiamo non saranno bruciati invano: dob­biamo rimanere vivi.

Lo trascina verso l’uscita.

Arrivano sul tetto del monastero. Ripley butta giù a pedate le tavole che ricoprono la Narcissus. John e Mattias rimangono a guardare mentre lei si arrampica nella navicella.

John si guarda attorno. L’abbazia è deva­stata. L’aria è densa di fumo… e la biblioteca è bruciata. John guarda la sua borsa da medico: bruciata, insan­guinata, strappata. Dentro c’è ancora quell’unico libro rimasto.

RIPLEY (fuori campo): Vieni dentro!

John e Mattias si arrampicano.

Interno Narcissus.

Ripley accende le luci.

JOHN: La biblioteca…

RIPLEY: Te l’ho detto: la Terra è ancora lì…

Ripley prova gli strumenti: il contatore del tempo di viaggio. Aggrotta la fronte.

RIPLEY: Non funziona.

JOHN: Che vuol dire?

RIPLEY: Vuol dire che non posso sapere per quanto tempo sono stata nel sonno criogenico.

JOHN: E quindi che l’abate potrebbe aver avuto ragione…

RIPLEY: Significa solo che il contatore non funziona. E quand’anche avesse avuto ragione, questo computer di bordo è pieno di conoscenza umana.

JOHN: Non tutta la conoscenza: molte cose saranno andate perse per sempre.

RIPLEY: Così l’umanità ripartirà daccapo: l’ha già fatto altre volte. (Preme alcuni pulsanti. Da qualche parte un motore si mette in moto.) Okay. I sigilli non erano infranti, per cui dovremmo essere puliti. Ma quei monaci morti là fuori stan­no per dare alla luce altri alieni: dobbiamo andarcene subito.

JOHN: Che posso fare?

RIPLEY: Mi serve un compressore in quel compartimento.

Lei entra in una porta aperta. John la segue nel compartimento, ma all’improvviso la porta si chiude davanti a lui.

JOHN: Ehi! Ma cosa…?

Guarda fuori dal finestrino della porta. Ripley lo sta fissando, premendo dei pulsati su una tastierina.

JOHN: Ehi! Sono bloccato…

Mattias gratta la porta.

RIPLEY: Lo so: ti ho bloccato io.

JOHN: Cosa?

RIPLEY: Non vengo con te. Ne ho uno dentro di me.

JOHN: Cosa? Non puoi…

Lei si mette una mano sul petto.

RIPLEY: Ho capito perché l’alieno non mi ha ucciso nella navetta: deve avermi inseminato mentre ero nell’ipersonno. Non è ancora venuto fuori da me perché non ho mangiato: è ancora dormiente. Così se mangio lui mi ucciderà, altrimenti morirò di fame: in ogni caso sono fottuta.

John tira fuori il suo libro medievale dalla borsa.

JOHN: Il mio libro… so cosa fare.

RIPLEY: Cosa, un esorcismo? No, grazie.

JOHN: Non puoi farlo, Ripley, ascoltami. Sei confusa e ti senti colpevole, ma io posso aiutarti…

RIPLEY (ignorandolo): Ho impostato un timer: quando la Narcissus sarà in orbita la porta si aprirà. L’unica cosa che dovrai fare sarà entrare nel tubo di stasi con Mattias e premere il pulsante blu. Con un po’ di fortuna qualche nave di soccorso vi troverà: buon viaggio.

Lui colpisce coi pugni la porta.

JOHN: NO! No, dannazione, non puoi farlo, non puoi lasciarlo vincere.

Lei si scosta dalla porta.

RIPLEY: Ha già vinto. L’abbiamo ucciso, ma è ancora dentro di me. Tu sei la mia ultima chance. Se riesco a farti sopravvivere, varrà per tutti quelli che ho perso.

JOHN: Ascoltami, devi lasciarmi provare, Ripley. Tu sei la mia ultima chance! (Lei sta ascoltando.)Ti ho detto che padre Anselmo mi ha cresciuto. Mi ha cresciuto e quando è morto non ho potuto fare niente per salvarlo: non sapevo abbastanza, e così per colpa mia è morto. Se tu non mi permetti di provare a salvarti il mio corpo si salverà, ma non la mia anima. (Ripley si gira a fissarlo.) Ti prego.

Stacco sulla pagina del libro medievale.

Un monaco che vomita un dèmone. John chiude il libro e adagia Ripley sul pavimento.

Prende un bricco d’acqua ed un pugno di erbe maleodoranti.

RIPLEY: Che roba è?

JOHN: Qualcosa che ti farà stare bene… e male…

RIPLEY: Io non…

JOHN: Non parlare e bevi.

Mette una mano sotto la nuca e la spinge a bere. Poi si mette a cavalcioni sul suo petto, premendo le sue mani in preghiera… per poi chiuderle in pugno. Prende un repiro profondo… Ripley comincia a tossire, mentre il suo corpo si agita. John cala il suo pugno con violenza sul suo stomaco.

Ripley è in convulsioni, mentre John le col­pisce il diaframma. Lei sputa, vomita una sostanza mucosa, mentre il suo petto si contorce al passaggio verso l’alto della creatu­ra. John continua a premerla e a colpirla, spingendo il chestburster su per la sua gola.

Ripley sente mancare l’aria quando l’alieno si ferma a metà del suo esofago. John prende un altro profondo respiro, avvicina le sue labbra a quelle di lei, inspira ed espira violentemente.

Il chestburster sguiscia fuori dalla bocca di Ripley… in quella di John.

La coda del piccolo alieno si agita prima di scomparire nella bocca di John, il quale cade indietro contro un computer, lottando per parlare. Ripley si alza, sconvolta e sporca di mucosa aliena.

RIPLEY: Perché?

JOHN: Soffocandoti: era l’unico modo. (Le mostra il libro ed il disegno.) Loro sapevano.

RIPLEY: Ma tu…! (Ripley cerca di stare in piedi ma non ci riesce: è a pezzi.) Morirai.

JOHN: Questa è l’idea. Mi unirò… ai miei fratelli. In Paradiso, se avevamo ragione. Se sbagliavamo… in ogni caso un posto che ci apparterrà. Un mondo di libri… di pagine. (Tira fuori la pergamena fuori dalla borsa e la lascia sul pavimento.) Tu… vieni dal mondo reale. (Cerca di attraversare la porta. Mattias lo segue.) Rimanete… entrambi.

Lui esce dalla navicella. Ripley lo segue.

RIPLEY: No, aspetta John!

Guarda fuori dalla porta: i primi raggi dell’alba illuminano l’abbazia in fiamme. Ripley guarda mentre fratello John e l’orrore alieno dentro di sé sono inceneriti dalle fiamme. Il caldo cresce, e lei deve andarsene. Chiude la porta. Si siede e piange, per la prima volta da tanti anni: è assolta.

La Narcissus si inclina con un rumore strano: lei spalanca gli occhi. Il tetto sta crollando. Ripley si mette al posto-pilota. Accende i motori e parte, lasciando il pianeta.

Interno Narcissus – Giorno.

Ripley mette Mattias nel tubo di stasi. Sta per entrarci anche lei quando vede sul pavimento la pergamena di John. La prende, la srotola ed è come se sentisse la voce di John.

JOHN (fuori campo): Io, fratello John Goldman dell’orbitante Arceon, so che l’abate aveva torto. C’è un gran male qui: l’ho visto. Per paura di questa peste ho messo per iscritto queste parole. Sono sceso sia per avvertire gli altri sia per aiutare la donna – Ripley – a combattere il male o per lo meno ad averci provato. Lei crede ci sia ancora la Terra ed io spero che abbia ragione. Spero saprà trovarla e che trovi qualcuno che potrà curarle il male che la tormenta.

Ripley guarda il contatore del tempo di viaggio.

RIPLEY (fuori campo): Sia che la Terra esista ancora o meno, sia che finiremo in Paradiso o all’Inferno, o nel freddo vacuum spaziale…

Entra nel tubo e chiude la serratura.

Dissolvenza sulla Narcissus che scompare nello spazio profondo.

I ragazzi nel cinema urlano: «È nel cane!»

FINE


L.

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ALIEN 3 by John Fasano (4)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco la versione di un altro dei “padri mancati” del progetto Alien III: John Fasano, su soggetto di Vincent Ward e John Fasano.


ALIEN III

by John Fasano

(quarta parte)


Stacco sul monastero – Notte.

L’immagine idilliaca del monastero si è trasformata in un campo di battaglia. Trincee di legno sono state costruite. Piccoli fuochi illuminano l’ambiente. L’aria è densa di fumo.

Dozzine di monaci percorrono velocemente i corridoi come delle formiche sullo zucchero. In una mano la torcia tenuta alta, nell’altra la loro arma: falci, forbici, zappe, e tutto quello che sono riusciti a trovare. Alcuni piantano paletti, altri rinforzano le barricate.

Un “plotone” di monaci sistema in giro porte-trappola aperte sul bosco sottostante. Altri scendono le sca­linate fino ad un campo di grano sotterraneo, proprio sotto il livello del monastero. Spighe dorate coprono miglia intere, in mezzo alle quali si innalzano le travi che costituiscono le fondamenta dell’abbazia cinquanta piedi più in alto.

I monaci scendono le scale in fila per uno. La paura è dipinta su tutti i loro volti anche se molti hanno paura solo per aver sentito delle storie. Si muovono con cautela in mezzo al grano, separandosi attraverso il campo.

L’abate ha ancora il sangue di uno dei membri del Tribunale sulla casacca. Si trova su una posizione rialzata dalla quale controlla i monaci nel campo, i quali corrono lasciando segni nel grano del loro passaggio. Anche se partono ordinatamente, in mezzo al campo si frastagliano.

ABATE (sottovoce): State uniti, uniti…

Poi un altro movimento cattura lo sguardo dell’abate: le spighe di grano si stanno movendo in modo stra­no… Qualcosa si sta muovendo nel campo, e si sta dirigendo dritto verso un monaco… velocemente.

L’abate apre la bocca per lanciare l’allarme, ma quel monaco è troppo lontano per sentirlo. Ma prima che l’abate possa emettere un suono l’alieno è già sul monaco. L’abate può soltanto guardare impotente.

Il monaco lancia un urlo prima di scomparire sotto la superficie del grano. La sua torcia cade nel terreno, cominciando ad emettere un denso fumo…

L’abate riesce a vedere la forma nel grano muoversi verso i suoi uomini. Finalmente riesce a trovare la voce:

ABATE: Correte! CORRETE!

I monaci nel campo si girano verso il punto in cui il monaco aveva urlato prima. Così facendo voltano la schie­na alla creatura che li sta raggiungendo.

ABATE: No… NO…

L’alieno si avventa contro un gruppo di cinque monaci, falciandoli come spighe di grano e spezzando in un attimo la loro spina dorsale. Le torce nelle mani dei monaci cadono sul terreno, ed incendiano il grano…

Il campo si riempie di fiamme che bruciano l’aria.

Nella confusione i monaci cominciano a correre scompostamente, agitando in aria le loro armi. Urlando, piangendo, morendo. Un monaco impaurito corre verso un altro con le forbici. Questo sente qualcosa nel grano davanti a lui e sferra un colpo con la zappa, colpendo in pieno petto il suo migliore amico…

Ed in mezzo al caos l’alieno sembra essere dappertutto, usando il denso fumo come copertura per correre attraverso il campo.

L’abate è paralizzato dal terrore. Cerca di vedere attraverso il fumo cosa sia successo ai suoi fedeli. Sente dei rumori di lotta nell’aria, e intravvede l’alieno farsi strada nel grano verso di lui.

Riesce a riprendere il controllo e scende dal suo posto rialzato. Ma appena mette piede sul grano sente un’om­bra sovrastarlo. I peli dietro il suo collo si drizzano. Si volta lentamente… L’alieno è uscito dal grano e si erge davanti al sant’uomo, con i suoi tre metri d’altezza. Il suo corpo allungato non è più nero: è dorato! Si è adatta­to all’ambiente del campo di grano. La sua bocca si muove come per abbozzare un sorriso.

L’abate grida e comincia a correre.

JOHN (fuori campo): Non è colpa tua, lo sai.

I tre si muovo attraverso una stanza enorme… Anthony davanti agli altri di un paio di passi. Le loro candele riescono ad illuminare solo pochi metri davanti a loro. Il vento soffia forte nello stanzone, facendo molto rumore.

RIPLEY: Cosa?

JOHN: Quelle cose che hai detto prima…

Ripley ricorda la sua “confessione”.

JOHN: L’ho letto su dei libri di psicologia. A volte quando la gente sopravvive a qualcuno che si amava tende a trasferire la colpa per la perdita su se stessa.

RIPLEY: Ne ho fin sopra I capelli di profili psicologici sin da quando ero sulla Terra. Già, la “sindrome del sopravvissuto”, o qualcosa del genere. Ma non era questo che pensavo: pensavo al mio “amico” lassù. (Alza gli occhi.) Era sulla nave. Ha ucciso Newt ma non me: perché? È come se stesse giocando con me. Forse la sua specie ha una sorta di memoria di razza, forse lui sa cosa ho fatto a sua “madre”! Forse è per questo che non mi ha ucciso: sarebbe stato troppo facile. Vuole tormentarmi.

JOHN: Lo fai sembrare umano.

RIPLEY: Diavolo, non so che cosa sia veramente.

John tocca involontariamente il suo libro.

JOHN: Io penso di saperlo.

Alla fine della grande stanza c’è una scalinata che porta al quarto livello. La scala è rovinata dal tempo. Ripley inizia a salire con la torcia nella mano sinistra. Tutti la seguono…

Il quarto livello è buio. Ripley è la prima ad arrivare. Con la torcia esplora da sola il nuovo corridoio. Le celle non hanno porte. Un vecchio scheletro siede in quieta contemplazione. Intanto arriva John dalle scale. Anthony chiede una mano per l’ultimo gradino. John si gira e vede che Ripley si è incamminata senza di loro, poi aiuta Anthony prendendogli una mano… Anthony ha una “visione”…

Sembra che lui sia in piedi in un campo aperto, pascolando in tutta tranquillità. Improvvisamente è attacca­to da orde di dèmoni medievali. Dèmoni dalla faccia di pesce. Dèmoni come uccelli dalla testa d’uomo. Gli vola­no intorno, afferrandogli le braccia. La pecora più vicina a lui apre la sua bocca e mostra una schiera di zanne affilate, affondandole nella sua caviglia. Anthony grida…

Ripley dal fondo del corridoio sente il grido e si gira. Vende Anthony che si agita, cercando di divincolarsi dalla presa di John. Anthony, in equilibrio precario sull’ultimo gradino, sta lottando con i dèmoni della sua mente da androide. Sposta la caviglia indietro per proteggersi dall’attacco della pecora, ma così facendo la mette fuori dal gradino… John lo afferra per la mano, evitandogli di cadere per quaranta piedi giù per le scale.

JOHN: Gesù Cristo! Ripleyyyyyyy!

Mentre John lo regge con tutte le sue forze, Anthony vede un dèmone volante afferrargli la mano. D’istinto lo colpisce con la mano… Un colpo fortissimo cade sulla mano di John, il quale lascia la presa e si inchina per il dolore. Anthony indietreggia, agitando le braccia in aria, e cominciando a cadere.

Appaiono le mani di Ripley, che afferrano la casacca di Anthony e gli evitano la rovinosa caduta.

Gli occhi di Anthony si spalancano alla vista di quel nuovo orrore. Una terribile creatura nera lo sta affer­rando per la casacca. La sua testa è secca e lunga: Ripley è diventata l’alieno. Anthony colpisce Ripley in testa, e ancora in faccia.

John cerca di tenere ferme le braccia di Anthony, ma viene colpito in testa con forza e sbattuto indietro.

Ripley apre la bocca e grida. Anthony vede il terribile alieno aprire le fauci per divorarlo. Colpisce Ripley sul naso. Lei vede un flash di luce e perde l’equilibrio, cascando addosso ad Anthony.

John li afferra entrambi e, tenendoli stretti, li trascina via dalla scalinata nel corridoio.

Stramazzano sul pavimento, mentre Anthony è ancora in delirio. John e Ripley lo tengono fermo, mentre final­mente la visione lo abbandona e perde conoscenza.

John respira forte e guarda Ripley in faccia, mentre anche lei respira affannosamente. Un lungo, intermina­bile momento.

RIPLEY: Grazie.

JOHN: Di niente.

Le mani di Ripley vanno subito al suo naso. Sangue.

RIPLEY: Sto bene.

John prende qualcosa dalla sua borsa.

JOHN: Premi questo sul naso: fermerà il flusso di sangue.

Lei lo guarda dubbiosa.

JOHN: Sono un dottore.

Segue le istruzioni di John ed il sangue si ferma. Cercano di far rimettere in piedi Anthony, ma lui si rifiuta.

ANTHONY: No, vi prego. Lasciatemi per un po’ qui seduto. (Si tiene le tempie mentre un liquido bianchiccio scorre dal suo collo.) Dannazione.

RIPLEY: Che cosa ti è successo?

ANTHONY: Quello che mi è costata la reclusione qui.

John indica i propri occhi.

JOHN: Visioni.

ANTHONY: Sogni.

RIPLEY: Gli androidi non possono sognare…

ANTHONY: Questo probabilmente è quello che pensavano quando mi hanno costruito. Ma il mio cervello è biomeccanico e funziona come quello di un umano. Accumula immagini e sensazioni duran­te le ore di veglia, ma diversamente dal cervello umano non le libera durante il sonno.

RIPLEY: Gli androidi non dormono.

ANTHONY: Giusto. Forse hanno modificato i nuovi modelli, ma non me. Sai cosa succede ad un cervello umano quando è privato del sonno? Comincia a liberare i sogni durante la veglia sotto forma di allucinazioni. La stessa cosa accade a me. Per vent’anni ho assorbito dati su questo pianeta. Poco dopo aver perso i contatti con la Terra sono cominciate le visioni. Pensarono che fossi un pazzo, così ho dovuto spiegare che succedeva perché ero un androide: questo gli piacque anche meno.

RIPLEY: Che cosa hai visto?

ANTHONY: Quello che vedo sempre. Visioni di mostri, dèmoni.

JOHN: Sono portenti. Annunciano un male che deve ancora venire.

ANTHONY: Sono solo immagini che ho memorizzato da tutti quei vecchi libri e non ho modo di liberar­mene.

RIPLEY: Ho visto l’interno della tua cella.

ANTHONY: La mia mente è piena di questi dèmoni: cerco solo di tirarli fuori in un modo o nell’altro.

Le sue palpebre si chiudono.

JOHN: Tu hai bisogno di dormire.

ANTHONY: Lo so questo.

Chiude gli occhi. Ripley recupera la torcia.

RIPLEY: Rimani con lui.

Ripley prova ad alzarsi. John la prende per un braccio tirandola giù.

JOHN: No. Abbiamo tutti bisogno di riposo, specialmente tu. (Ripley lo guarda.) Ordine del dottore! (Lei sorride e si siede.) E comunque hai visto cosa succede quando ci anticipi: dobbiamo stare uniti.

RIPLEY: Va bene. Comunque lui starà sopra di noi.

JOHN: Che intendi dire?

RIPLEY: Mi sono imbattuto in questo orrore già due volte: credo di aver sviluppato un sesto senso! Sei vera­mente un dottore?

John tocca la sua borsa.

JOHN: Vedi la borsa da dottore?

RIPLEY: Cos’è quel libro?

JOHN: Solo un libro.

RIPLEY: Non mi basta “solo un libro” da un tizio che dice di non poter abbandonare il pianeta senza la biblioteca.

JOHN: È solo… un libro di medicina: potrei averne bisogno.

RIPLEY: Non hai niente da mangiare lì dentro, no?

JOHN: Solo se riesci a mangiare le bende.

Ripley si preme lo stomaco.

RIPLEY: Fra un po’ non sarà male come idea. Svegliarsi e riaddormentarsi criogenicamente… Cristo, proba­bilmente non mangio da un anno.

ANTHONY (senza aprire gli occhi): Avresti dovuto mangiare il pane che ti offrivo.

RIPLEY e JOHN: Riposa!

Ripley appoggia la sua testa contro la parete e chiude gli occhi. Il tempo passa. La sua fronte di aggrotta. Johnse ne accorge.

JOHN: Tutto bene?

RIPLEY: Una specie.

JOHN: Ti sei ferita quando sono atterrato su di te? Ti ho forse incrinato qualche costola?

Si alza ed infila le mani sotto la casacca di Ripley, tastandole il petto. Le sue mani sono calde.

RIPLEY: Sei sicuro di essere un dottore?

Lui ritira le mani.

JOHN: Una specie. Mio padre morì prima che io nascessi. Il medico dell’abbazia, Padre Anselmo, mi prese con lui. È lui che mi ha cresciuto. (Pausa.) Mi insegnò quello che sapeva prima di morire. Aveva stu­diato sulla Terra.

RIPLEY: Bene, sono un po’ affamata.

JOHN: Non hai mangiato niente da quando ti ho tirato fuori dalla nave.

RIPLEY: Sei stato tu… (Gli afferra le mani e gliele stringe, poi le rigira.) Ti sei ustionato sulla navetta. (Le mani di lei sulle sue lo fanno sentire… scomodo.) Ti rinrazio.

Si guardano negli occhi.

ANTHONY (fuori campo): Avresti dovuto mangiare il pane.

Ripley, imbarazzata, lascia le sue mani. Guarda Anthony che sta cercando di alzarsi.

ANTHONY: Ho riposato abbastanza.

Partono per il lungo corridoio. Ripley si sforza di non camminare più veloce dei due monaci. Arrivano ad una scalinata a chiocciola che sale su per almeno un miglio: cominciano a salire. Arrivano ad un lungo corridoio. Gocce d’acqua colano dal soffitto formando delle pozzanghere. John si inchi­na ad esaminarne una…

JOHN: È sangue (l’annusa), mischiato ad acqua marina.

ANTHONY: Ci stiamo avvicinando al centro del pianeta, vicino al mare.

RIPLEY: Sangue.

JOHN: Ci stiamo avvicinando…

John sente qualcosa. Alza la mano per far fermare gli altri, e tutti si schiacciano contro il muro. John afferra Anthony e lo spinge facendosene scudo.

Girano un angolo e si scontrano contro qualcosa. Ripley accorre con la fiaccola, la quale rivela:

RIPLEY: L’abate!

La casacca è sporca e lacera. Gli occhi spiritati. John si fa indietro.

JOHN: Padre…

RIPLEY (sarcastica): Cosa sta facendo qui, padre? Sembra che abbia visto qualcosa che non esiste!

L’abate agita le mani in aria.

ABATE: Ero il loro capo spirituale, non ero pronto a guidarli in una guerra. Non contro quella cosa.

JOHN: Nessuno avrebbe potuto.

RIPLEY: Credevo avesse detto che il male è dentro di me. Che togliermi di mezzo fosse la soluzione a tutti i problemi.

ABATE: Distruzione: questo ci hai portato, distruzione!

RIPLEY: Ho solo cercato di avvertirvi.

ABATE: Cosa state facendo con questa donna…?

JOHN: Stiamo andando nella Stanza Tecnologica per cercare un qualcosa con cui combattere…

ABATE: Non ci si unisce al Diavolo per combattere il Diavolo!

ANTHONY: Lei ci sta aiutando…

ABATE: Guarda chi la difende, uno che non è umano. John, ti accorgi di quello che sta succedendo? Sulla vecchia Terra, durante la Peste Nera, molti credettero che Dio li avesse abbandonati, così si rivol­sero al Maligno perché salvasse i loro corpi, perdendo così le loro anime.

RIPLEY: Padre, stiamo tutti fuggendo dallo stesso mostro per cui è inutile perderci in chiacchiere. Sono stata “illuminata” riguardo al vostro comportamento: è divertente essere accusata di eresia in un mondo di eretici.

JOHN: Ti prego. È passato il tempo per le falsità.

ABATE: Va bene. Stavo solo cercando di farla tacere.

JOHN: Prego…?

ABATE: Faccio quel che devo fare per mantere unita la Fratellanza. Siamo tutti cresciuti credendo nella Terra, anni fa. Come credi che si sentirebbe questa gente se sapessero di essere stati esiliati invano? Che l’olocausto che cercarono di evitare non è mai successo? Quegli uomini là fuori sono riusciti a convivere con questa perdita.

RIPLEY: E con lei come loro capo.

L’abate sorride. Ripley è mordace.

ABATE: Tu hai messo in crisi lo status quo.

RIPLEY: Così lei, protettore della conoscenza e della verità, ha mentito loro.

ABATE: Solo sul tuo conto. Nel resto credo fermamente. Se la Terra orbita ancora attorno al suo sole gli even­tuali superstiti non possono che essere ridotti alla barbarie.

RIPLEY: Siete malvagio come la Compagnia.

JOHN: Ripley…!

RIPLEY: È per questo che è scappato via. Dopo tutti quei discorsi quando la morte lo ha guardato in faccia ha avuto una paura fottuta.

ABATE: Non sono spaventato dalla morte.

RIPLEY: Dall’alieno?

ANTHONY: Da quell’organismo?

ABATE: Dal Diavolo!

Interno corridoio della Stanza della Tecnologia.

I quattro fuggiaschi camminano lungo il corridoio buio. Girano l’angolo e si ritrovano in un vicolo cieco. Il terreno è sconnesso, rovinato da anni di infiltrazioni di acqua dall’alto. I quattro si muovo con cautela, con le candele alte per illuminare la strada. Anthony chiude la fila, camminando col bastone.

Tutti si girano dopo un forte rumore.

ABATE: Cosa è stato?

Anthony sta tirando via il bastone dalla morsa di…

ANTHONY: Una trappola per uomini!

Abbassano tutti le loro candele verso il pavimento. Incastonate fra il legno del pavimento ci sono decine di trappole a tagliola.

ANTHONY: In caso che qualcuno avesse provato ad entrare ed armeggiare con la tecnologia.

I quattro si ritrovano al centro di un campo minato di trappole. Nessuno si muove.

ABATE: Che facciamo?

RIPLEY: Non muovetevi. E non respirate.

ABATE: Non possiamo rimanere qui ed aspettare?

RIPLEY: Il pavimento è troppo instabile per poterci camminare intorno.

John stacca una tavola di legno dalla parete, si inginocchia e con la punta fa scattare una trappola proprio di fronte a lui. Gli altri sussultano al rumore.

ABATE: John, che stai facendo?

John libera la tavola e la usa per un’altra trappola.

RIPLEY: Sta pensando come un leader. Facciamo tutti come lui: prendiamo una tavola e facciamo saltare le trappole. Buon lavoro, Padre John.

JOHN: Fratello, non padre.

RIPLEY: Fratello, va bene.

Ripley toglie una tavola dalla parete, lasciando esposta una superficie di metallo. Tocca il freddo metallo e sorride: ora sa che non è un sogno. Si volta e fa scattare una trappola.

I quattro lentamente si avviano per il corridoio, tenendo con una mano alta la torcia e con l’altra fanno scat­tare le trappole davanti a loro.

La porta della Stanza della Tecnologia.

Una grande porta di legno senza maniglie: sembra far parte della parete. John e Ripley sono i primi ad arri­vare. Posano le tavole di legno e cominciano a tastare i bordi della porta. L’abate li raggiunge.

Anthony rimane dietro perché sente una presenza nel corridoio. Sente un suono dietro di loro: si gira ma non vede niente. Comincia a camminare con l’orecchio teso indietro… SNAP!

Alla porta Ripley, John e l’abate tastano la porta. Ripley posa la testa contro il muro frustrata ed esausta. Ha i cram­pi allo stomaco: da quant’è che non mangia? Si volta a guardare John. Si accorge che anche lui la guarda fisso. Arrossiscono.

JOHN: Io… ti senti bene?

RIPLEY: Senza dormire e senza mangiare… sento giusto la mia età! (Sorride.) Calcolando il sonno criogenico ho almeno un centinaio d’anni!

Fa calare un pugno sulla porta.

JOHN: C’è nessuno?

Il muro suona cavo sotto i pugni. Le sue dita trovano il punto di unione fra metallo e legno. Un pannello scor­re lasciando apparire una tastiera del ventunesimo secolo.

JOHN: Penso che abbiamo trovato qualcosa.

Ripley e l’abate si avvicinano per vedere.

ABATE: Tecnologia.

RIPLEY: Già, di un centinaio d’anni fa. Antiquariato.

ABATE (rivolto a Ripley): Esegui.

RIPLEY: Eseguire cosa?

ABATE: Apri la porta, donna.

RIPLEY: Lo faccio ma ascolta: tu puoi anche vestirti come se vivessi nel Medioevo, ma non puoi trattarmi come una sguattera.

Nel corridoio intanto Anthony sente un altro suono. Si gira e non vede ancora niente. Si gira lentamente. La parete di legno sembra muoversi in avanti: è l’alieno che si è mimetizzato col legno.

Il suo corpo cambia, si trasforma e riprende la sua classica forma… L’androide vede l’alieno come un insieme delle sue molte raffigurazioni demoniache medievali. Sente il suo pesante respiro. Sente che si avvicina a lui…

Anthony fa un passo indietro, direttamente dentro una trappola mentre la sua mente va in tilt. Le tagliole della trappola si chiudono sulla sua caviglia sinistra. Sangue liquido color bianco comincia a sgorgare.

Si ritrova nella sua allucinazione, con l’alieno che lo attacca. Grida.

Alla porta Ripley sta cercando di lavorare. Digita dei numeri sulla tastiera. È troppo esausta per vedere bene. Sente il grido, mentre John si volta indietro velocemente, circondato da un rumore di trappole che scattano. Ripley si volta verso il suono, ma l’abate la rispinge sulla tastiera.

ABATE: Aprila!

Ripley si sforza di mettere a fuoco la tastiera mentre le sue dita premono dei tasti.

L’alieno si avvicina ad Anthony mentre le trappole scattano sulle sue zampe.

John sta correndo in soccorso, ma una trappola gli blocca la casacca. La tira e continua ad avanzare.

Anthony è nella morsa dell’alieno. Cerca di colpire la creatura ma la manca. Grida quando dà uno strattone al piede intrappolato, mentre il sangue bianco esce copioso. Afferra le braccia dell’alieno con le sue mani dalla forza sovrumana.

L’alieno sibila. Spruzza gli occhi di Anthony con la sua saliva acida: la pelle artificiale di Anthony comincia a bollire. John arriva e cerca di scacciare la creatura.

Alla porta Ripley non sta avendo alcuna risposta dalla tastiera.

ABATE: Cosa c’è che non va?

Ripley tira via la tastiera dalla sua sede: i cavi sono così vecchi che si rompono.

RIPLEY: Merda!

Unisce le estremità dei cavi e toglie l’isolante mentre il sudore le cade sugli occhi.

John intanto colpisce l’alieno con le braccia di Anthony. Ancora ed ancora, ma la creatura non lascia l’an­droide, la cui faccia ormai è una maschera orribile. Gli occhi, poi, non ci sono più.

Ripley finisce di armeggiare coi cavi e la tastiera torna alla vita. Le sue dita tornano a volare sui tasti.

L’alieno intanto afferra John e lo scuote in alto e in basso e poi lo fa cadere da una parte.

Una luce sulla tastiera si accende: “Codice accettato”.

Ripley si volta verso il corridoio.

John afferra con una mano una trappola, e la fa scattare proprio sulla lingua dell’alieno: la creatura urla ed agita la testa non riuscendo a liberarsi dalle tagliole. Sangue acido sprizza fuori e corrode il legno circostante.

La porta si apre in una nuvola di polvere. L’abate salta dentro.

RIPLEY: È aperto!

John libera la caviglia di Anthony dalla trappola, afferra l’androide e corre indietro nel corridoio.

Ripley rimane ferma davanti alla porta aperta della Stanza della Tecnologia.

ABATE: Chiudi, chiudi sta arrivando!

RIPLEY: Aspettiamo John.

John ed Anthony escono fuori dall’ombra e si dirigono verso la porta. Intanto il sangue acido dell’alieno ha dissolto le tagliole della trappola. La sua testa punta i due monaci in fuga e comincia a correre.

Ripley segue John ed Anthony nella Stanza della Tecnologia. Dall’altra parte c’è un’altra tastiera. Lei preme dei tasti.

ABATE: Presto…

JOHN: Presto!

L’alieno sta arrivando, fumante ed infuriato. La tastiera emette dei rumori e la porta comincia ad abbassarsi.

L’alieno è a pochi passi… La porta si chiude con un rumore sordo.

Ripley, ansimante, rimane ad occhi chiusi contro il legno della porta.

Si volta verso l’interno della stanza per la prima volta e vede dei mulini a vento. Enormi mulini a vento che muovono enormi quantità di aria attraverso i tunnel di areazione. Ma niente di elettronico: nessuna radio, nes­sun’arma. Questa è la Stanza della Tecnologia.

Ripley collassa a terra e perde i sensi.

Dissolvenza sull’interno della Narcissus.

Un sogno. Una luce gialla che lampeggia. Ripley respira pesantemente, mentre i suoi occhi schizzano da una parte all’altra. Imbraccia il fucile e si muove attraverso la Narcissus e si avvicina lentamente al tubo criogenico di Newt. Quest’ultima sta dormendo in pace. Ripley si lascia andare ad un sorriso materno. Regola il lanciafiamme sul livello massimo e gira intorno al tubo. Sente un rumore alla sua sinistra e si gira. Preme il grilletto… niente.

Prova ancora, ma niente fiamma. Arriva il panico. Sente la presenza dell’alieno. Guarda a sinistra, a destra, su… nessun alieno. Guarda giù… e vede la coda dell’alieno scorrere fra le sue gambe. Si gira di scatto.

RIPLEY: No. NO! Ti ammazzo, bastardo!

L’alieno la spinge via. Ripley guarda nel tubo e vede che Newt è sparita. La testa della sua bambola galleggia in una pozza di sangue. L’alieno la circonda con le sue lunghe braccia, mentre le avvicina la bocca. Lei urla.

Interno Stanza della Tecnologia – Realtà – Giorno.

Ripley apre gli occhi. È ancora nella stanza dei mulini a vento. In qualche modo il posto le sembra meno reale del suo sogno. Si guarda intorno. John è seduto accanto a lei, intento a scrivere su una pergamena. Le sorride.

JOHN: Credevo di averti perso.

RIPLEY: Cosa stai scrivendo?

JOHN: Le mie ultime volontà ed il testamento. (Pausa.) Giusto per scherzare.

Lei guarda alla sua sinistra: Anthony è sdraiato sulla schiena, con gli occhi bendati. La sua caviglia è quasi distrutta, con i cavi che escono fuori.

RIPLEY: È…?

JOHN: Sta riposando. (Scuote la testa.) Starà bene.

ANTHONY: No, non è vero: sta mentendo.

RIPLEY: Mi dispiace.

ANTHONY: Che ironia: le mie visioni sono state profetiche. Come la metto ora con la mia coscienza artificiale?

Un rumore alla destra di Ripley richiama al sua attenzione: l’abate sta girando intorno.

ABATE: Capisci in che guaio ci hai cacciato?

RIPLEY: Già. Non indurmi nella tentazione di prenderti a calci nel… ah!

Cerca di alzarsi ma le gira la testa.

RIPLEY: Oh merda! (La stanza le gira attorno.) Dov’è il ragazzone?

L’abate indica la porta.

ABATE: Al di là della porta che ci aspetta…

Ripley si avvicina alla porta e tasta la sua fredda superficie.

RIPLEY: Sta giocando con noi. Potrebbe entrare quando vuole.

ABATE: Perché dovrebbe entrare? Sa che c’è un suo complice qui dentro.

JOHN: Signore, siamo tutti nella stesa situazione.

ABATE: Forse più di uno.

RIPLEY: Atteniamoci ai fatti, signor abate. (Guarda i mulini a vento.) Così è questa la vostra tecnologia?

ABATE: Almeno quella dimenticata da noi.

RIPLEY: Bene allora, i fatti sono che siamo fottuti! (Gira nella stanza ed intorno ad un mulino.) Un ecosistema: non c’è niente che ricicli la vostra aria se non le piante. I venti sono generati da qui (indica il pavimento) e vengono amplificati e distribuiti dai mulini.

ANTHONY: È più di questo. Ci sono pompe sotto terra: riesco a sentire la loro vibrazione.

RIPLEY: Probabilmente pompano quest’aria attraverso dei filtri. Fa sempre così freddo qui, giusto?

John la guarda con fare interrogativo.

JOHN: Sì…

RIPLEY: La legna che bruciate crea vapore che sale nell’atmosfera formando le nuvole e nascondendo i raggi solari, così da costringervi a bruciare altra legna.

ANTHONY: L’effetto serra. È così che la Terra si è quasi distrutta nel lontano ventesimo secolo.

RIPLEY: Non vedete? Questo è un pianeta programmato per autodistruggersi. Non in dieci minuti o due ore ma presto. La vostra atmosfera ha un tempo finito. Se le piante muoiono le fiamme bruceranno tutto l’ossigeno e questo planetoide morirà. Tutti moriranno.

L’abate ha lo sguardo atterrito.

ABATE: Speravo di essere già morto prima di arrivare a questo.

JOHN: A questo cosa?

ABATE: Probabilmente moriremo qui: questo è il punto.

RIPLEY: Aspetti un momento, voi siete stati esiliati…

ABATE: La punizione per i nostri crimini è decaduta.

Anthony si alza.

ANTHONY: Questo pianeta è il supremo trionfo dell’obsolescenza pianificata. Un certo numero di materia­li primitivi con un sistema atmosferico artificiale tanto fragile quanto uno vero.

L’abate ha gli occhi spiritati.

ABATE: Una Mecca per i nemici della tecnologia. Il miglior lavoro della Compagnia. Sapete, io ero un ese­cutivo della Compagnia. Poi mia moglie morì in un incidente dovuto alla tecnologia, così abbando­nai tutto, mi unii all’Ordine e diventai un monaco. Com’è strano il mondo…

RIPLEY: Adesso capisco perché sono atterrata qui: per aiutare voi lunatici a morire.

Ripley fa per andarsene, ma John la raggiunge.

JOHN: Ripley, aspetta…

L’abate le blocca la strada.

ABATE: Dove può andare? È in trappola nella sua stessa prigione. Una prigione mentale, una prigione che e­sistesolonellasuamentedfdfd…

John e Ripley si voltano a guardare l’abate, che comincia a parlare velocemente. Sempre più veloce. Si agita, vibra. Un rivolo di sangue esce dal suo orecchio…

ABATE: NoncèviadifugadaquestopostoilDiavolociprenderàtutti…

La testa dell’abate esplode!

Sangue e pezzi di cervello colpiscono John, che comincia ad urlare. Un orribile headburster alieno appare, mentre il corpo dell’abate continua ad agitarsi freneticamente sotto gli impulsi nervosi.

Ripley urla. Vedendo che il neonato alieno si dirige verso di lei raccoglie da terra il bastone di Anthony e col­pisce violentemente la creatura, che vola via attraverso la stanza. L’alieno va a finire proprio alla base di uno dei mulini a vento, scomparendo.

RIPLEY: Bastardo! È venuto fuori dalla sua fottuta testa!

ANTHONY: Non ho avuto bisogno di vederlo per potermelo immaginare!

RIPLEY: Lo ha mandato fra di noi, quel bastardo là fuori. Non riuscirò mai a liberarmene. Sta fottendo la mia mente: questa è la mia punizione!

ANTHONY: Sono confuso. Prima hai detto che vengono fuori dal petto, non dalla testa…

RIPLEY: Non mi sento di discutere della biologia aliena.

John le si avvicina.

JOHN: Ripley, non…

Lei lo scansa e si inchina per terra.

RIPLEY: Forse farei meglio a fermarmi e ad aspettarlo…

JOHN: Credo… penso che possiamo vincere. C’è una risposta nei nostri libri.

RIPLEY: I vostri libri? I vostri libri sono andati, fratello! Il vostro mondo è andato. Una volta che quella cosa avrà deposto le sue uova tutti tuoi fratelli moriranno – se già non lo sono.

JOHN: Se questo è vero allora tutti noi ed i libri siamo destinati alla cenere.

Si toglie un po’ del sangue dell’abate di dosso.

Ripley ha un’altra forte fitta allo stomaco e si contorce.

ANTHONY (fuori campo): Ripley?

RIPLEY: Cosa?

ANTHONY: Ci sono molte discrepanze fra questo e gli alieni che tu hai descritto.

RIPLEY: Lo so.

ANTHONY: Credo sia importante: magari può aiutarci a combatterlo. La creatura che ho affrontato nel cor­ridoio – quando alla fine l’ho vista – si era mimetizzata perfettamente con il legno.

Ripley guarda in alto.

RIPLEY: Legno? Quando l’ho visto prima era come me lo ricordavo, nero e lucido – a meno che non stessi sognando…

ANTHONY: Non credo. Credo che questa creatura, se è quel predatore eccellente che tu dici, abbia l’abilità di adattarsi all’ambiente.

RIPLEY: Allora la ragione per cui li ho sempre visti in quel modo è perché li ho sempre visti nello stesso ambiente.

ANTHONY: O potrebbe essere uno stadio ancora sconosciuto del suo sviluppo. Hai visto la Regina, questo potrebbe essere il Re, più avanzato di un semplice alieno, nato per sopravvivere.

JOHN: Ma questo come spiega quella cosa venuta fuori dal petto della pecora e dalla testa dell’abate?

RIPLEY: Forse vengono deposte uova differenti. Il chestburster probabilmente è dormiente finché l’ospite non mangia: il primo che ho visto uscì da Kane dopo che lui cominciò a mangiare…

Ed in un orribile momento realizzò che lei non aveva ancora mangiato. Il panico l’assalì…

RIPLEY: No…

Anthony si volta dalla sua parte: ha capito anche lui?

JOHN: No cosa?

RIPLEY: Non siamo ancora sconfitti, padre…

JOHN: Fratello.

Ripley si alza.

RIPLEY: Fratello. Non ancora. Se sta giocando con me forse allora possiamo usare questo fatto contro di lui. Possiamo colpire il bastardo, andare all’astronave: vivere!

Stacco sull’interno della Stanza della Tecnologia.

John è davanti ad una tavola che corre su fino ad una porta vicino al soffitto. Tiene stretta la torcia.

Ripley è a terra con Anthony, ormai pallidissimo.

ANTHONY: Non avere ripensamenti: cieco e storpio vi rallenterei solamente. E poi l’alieno avrebbe il tempo di capire cosa state facendo. No, è meglio che mi lasciate qua.

RIPLEY: Va bene. Buona fortuna.

Gli stringe la mano mentre lui se l’avvicina con gli occhi lucidi.

ANTHONY: Ripley, io so… Buona fortuna.

RIPLEY: Rimani seduto. (Ripley raggiunge John sulla tavola vicino al soffitto.) Potrebbe star aspettando dall’altra parte della porta.

Lui scuote la testa.

JOHN: È meglio andare, allora.

Sorride. Lei sorride di rimando.

La tavola li porta ad un porto sotterraneo. Scendono dalla struttura e si ritrovano davanti al mare sotterraneo che si estende per cinque miglia. La superficie dell’acqua ha riflessi d’oro.

JOHN: Dev’essere giorno in superficie.

RIPLEY: Da dove viene la luce?

JOHN: Specchi. Riflettono la luce esterna attraverso le lenti. Questo è quello che fanno nella fabbrica di sopra: lenti. Guarda… (Lei si volta e vede una cascata che si riversa proprio vicino a loro.) Lassù c’è un’apertura verso la superficie da cui l’acqua entra.

RIPLEY: Che facciamo?

John punta tre piccole barche che ondeggiano legate ad una corda.

JOHN: Navighiamo!

Interno Stanza della Tecnologia – Giorno.

Anthony si è messo seduto con le spalle ad un mulino. Si sente bene. Si agita davanti agli occhi la sua mano.

ANTHONY: Ora posso vedere solo quello che Dio vorrà. Quarant’anni su un pianeta di monaci e finalmen­te ho trovato la fede.

Sente un rumore. Si gira per ascoltare.

ANTHONY: John? Ripley?

Ma sa che non sono loro.

ANTHONY: Benvenuto, allora.

Un’ombra si staglia davanti alla sua faccia: riesce a sentirlo, non ha bisogno di vedere…

(continua)


L.

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ALIEN III

by John Fasano

(terza parte)


Interno della cella di Ripley – Notte.

Oscurità. Da qualche parte l’acqua sta filtrando e creando una pozzanghera.

Ripley giace con la testa vicino al buco sul pavimento, con gli occhi chiusi.

RIPLEY: Dovunque vado…

Una mano passa un tozzo di pane attraverso il buco. Lei apre gli occhi e guarda il cibo. Appare la testa dell’uomo dai capelli bianchi.

UOMO DAI CAPELLI BIANCHI: Prendi.

RIPLEY: No, ti ringrazio Anthony.

Lei sa il suo nome.

ANTHONY: Aspetti forse il pranzo? Loro non mi portano da mangiare perché sanno che sono un androide, e quindi non ne ho bisogno. Il pane è sicuramente meglio per te: è difficile da digerire, così ti sentirai più piena di quello che sei.

RIPLEY: Non ho fame.

Anthony ne prende un morso.

ANTHONY: Mmm. Veramente delizioso.

Ripley si rigira e fissa il soffitto.

RIPLEY: Stai sprecando tempo.

ANTHONY: Se non mangi morirai, ragazza.

RIPLEY: Era questo il piano quando mi hanno sbattuto qui. Perché ti interessa?

ANTHONY: Solo perché sono una persona sintetica allora pensi che non mi possa interessare?

RIPLEY: Credimi, questa non è una discussione che puoi fare con me.

ANTHONY: Mi hai detto che hai avuto una brutta esperienza con un androide, ma anche una buona…

RIPLEY: Questo vuol dire che puoi comportarti in uno o nell’altro modo. Sono stufa di parlare di questo.

Lui spinge di nuovo fuori il pane verso di lei.

ANTHONY: Devi comunque mangiare. Devi combattere quei bastardi.

RIPLEY: Sono stanca di combattere. Magari sarò morta prima che lui mi trovi. Magari non avrà que­sta soddisfazione.

ANTHONY: Lui? Parli come se questo alieno abbia un conto personale aperto con te. La biologia che hai descritto – una Regina che depone le uove, le larve, i droni – è molto simile agli insettoidi. Gli insetti di solito non portano rancore.

RIPLEY: E gli androidi di solito non sono prigionieri di folli che si credono degli antichi Greci!

ANTHONY: Monaci medievali.

RIPLEY: Quello che è.

ANTHONY: Hanno soltanto scelto uno stile di vita, non credono di essere… (Sente qualcosa.) Cos’è stato?

Ripley si concentra ad ascoltare. In lontananza sente bussare sulle pareti. Una voce che chiama…

Interno corridoio del livello prigione – Notte.

JOHN: Ripley!

Percorre l’androne battendo con i pugni sul muro ogni pochi passi. Aspetta un attimo per cercare di sentire una risposta, poi continua.

Interno cella di Anthony.

Anthony si muove dalla fessura, così Ripley riesce a vedere nella cella. Le pareti della cella di Anthony sono ricoperte da schizzi di carbone. Differenti versioni di dèmoni e diavo­li. Lei gira gli occhi: questo tipo è un androide!

Anthony si avvicina alla porta della sua cella e guarda fuori. Vede John dirigersi verso di lui, bussando sulle porte delle celle.

ANTHONY: Ehi! Tu che stai bussando. Smettila: sveglierai tutti.

John si avvicina alla porta di Anthony e lo guarda attraverso la fessura. Anthony lo riconosce.

ANTHONY: Fratello John?

John apre la porta e afferra Anthony per la casacca.

JOHN: Anthony? Credevo fossi morto quindici anni fa!

ANTHONY: Sono stato fatto troppo bene. Che stai facendo qui?

JOHN: Sto cercando… l’abate…

ANTHONY: Cosa? Ehi, sembra che tu abbia visto il Diavolo!

RIPLEY (fuori campo): L’ha visto, infatti.

Anthony si sposta per guardare Ripley, così facendo permette anche a John di vederla attraverso il buco nella parete.

ANTHONY: Vuoi dire che lui…

Anthony si gira ma John se ne è andato. Ora sta cercando di staccare via le tavole di legno dalla cella di Ripley.

RIPLEY: Avevo ragione, vero? Tu l’hai visto: hai visto l’alieno. (John si ferma un attimo.) Penso proprio di averci azzeccato. È venuto con me. Vai via! (John guarda la parete. La voce di Ripley esce chiara dalla parete di legno.) Ascolta, prete, o chiunque tu sia: so cosa vuoi e non posso aiutarti. Non posso aiutare nessuno. Smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo e vattene. Hai capito?

John ha aperto una fessura che lascia intravvedere gli occhi di Ripley. Lui la guarda fisso e cerca di trovare un argomento per rispondere. Continua a lavorare mentre lei parla…

RIPLEY: Hai intenzione di restare, padre? Ma non hai intenzione di parlare, però. Va bene, allora ascolterai. Il tuo abate aveva ragione: sono colpevole. Ma non di eresia: di omicidio! (John si ferma di nuovo per fissarla negli occhi.) L’omicidio dell’equipaggio della Nostromo. Fu quando incontrai per la prima volta l’alieno.

Questo ricorda a John il motivo del perché lui si trovi in quel posto. Aumenta lo sforzo sulle tavole…

RIPLEY: No, non lo stesso alieno che è qui ora. O forse sì. Magari sono tutti lo stesso alieno! Non potei sal­vare il mio equipaggio allora, eppure avrei dovuto esserne capace… ma non ci riuscii. Quando par­tii la seconda volta… (i suoi occhi si ammorbidiscono) … incontrai Newt. Newt. Riuscii a rimanere viva per mantenere lei in vita. Credevo… speravo… (Il muro di legno comincia a cadere.) E poi l’alieno alla fine l’ha presa. Qual è il punto? Vattene e basta, lasciami qui. Se mi fai uscire vor­rai che io ti aiuti e tutto ricomincerà di nuovo. Lascia invece che finisca. (John finalmente entra nella cella, accendendo una torcia. Ripley lo guarda.) Non posso aiutarti.

John ansima per l’agitazione. Inghiotte…

JOHN (ansimando): Ti prego.

RIPLEY: Non finirà mai.

Interno corridoio del livello prigione – Notte.

Un lungo corridoio con una torcia ogni venti piedi. C’è movimento in lontananza, un movimento che si avvi­cina all’inquadratura. Sono Ripley, John ed Anthony che corrono insieme.

RIPLEY (fuori campo): Una pecora?

Anthony porta una lunga tavola di legno sottile. John ha la sua borsa e Ripley porta la torcia.

ANTHONY: Dev’essere in grado di assumere alcune delle caratteristiche dell’animale dentro il quale cresce. Devono far parte di qualche sorta di razza guerriera aggressiva, che deposita le uova in piane­ti ostili.

RIPLEY: Ed oltre a prenderne le caratteristiche credono che quell’animale sia la forma dominante del pia­neta. Così quando crescono in un uomo…

Ripley torna indietro con la memoria.

ANTHONY: È un bipede. In una pecora o bue diventa un quadrupede.

RIPLEY: Merda. Non credevo potesse farlo anche agli animali.

JOHN: Aspetta un momento: io credevo che tu fossi l’esperta su questo mostro.

RIPLEY: È solo per questo che sei venuto a salvarmi? Perché io conosco questa creatura?

JOHN: Sì… cioè, no! Voglio dire, in parte. Senti, non ho mai creduto che tu avessi torto. Io ho avuto torto a non dire niente: avevo paura di parlare. Sai, è difficile essere un monaco.

Ripley si ferma e lo guarda.

RIPLEY: Grazie. Se non altro sei onesto.

JOHN: Lo siamo tutti. Abbiamo preso dei voti.

RIPLEY: Non sono sicura nel caso dell’abate.

JOHN: Io sono sicuro che lui pensi di aver agito correttamente.

RIPLEY: Lo stai difendendo?

JOHN: No, è solo carità.

Lei sorride, poi girano un angolo. Entrano in un salone con una marcata pendenza: devono attendere un atti­mo prima di ritrovare l’equilibrio.

RIPLEY: Va bene, dimentichiamo il passato e cerchiamo di sopravvivere. Ci sono altri prigionieri dietro di noi?

ANTHONY: No, da molti anni.

RIPLEY: Perfetto. Se l’alieno impiega alcuni giorni per deporre le uova la nostra sola speranza è di andarce­ne via da… come si chiama questo posto?

JOHN: Arceon.

ANTHONY: Satellite.

RIPLEY: … prendere la navetta e andarcene via da questo satellite.

JOHN: Non possiamo.

RIPLEY: Non possiamo cosa?

JOHN: Lasciare Arceon. Non possiamo abbandonare la biblioteca…

RIPLEY: Cosa?

JOHN: La ragione per cui siamo tutti qui. Come i monaci che custodivano le biblioteche nelle remote isole inglesi durante la Peste Nera…

RIPLEY: Devono esserci libri anche nelle altre colonie.

JOHN: Alcuni di questi libri sono sopravvissuti all’incendio della Biblioteca di Alessandria. Contengono una conoscenza introvabile altrove: il loro valore è inestimabile. (La sua mano corre sulla costa del libro nella sua borsa.) Noi dobbiamo proteggerli.

RIPLEY (rivolta ad Anthony): Ed un androide che cosa c’entra con tutto questo?

JOHN: È una spia.

ANTHONY: La Compagnia mi ha impiantato qui.

RIPLEY: La Compagnia? Cosa ha a che fare la Compagnia con tutto questo?

ANTHONY: Hanno costruito loro questa prigione.

RIPLEY: Prigione?

JOHN: Colonia.

ANTHONY: Prigione. Sono tutti dissidenti politici.

Ripley guarda John.

RIPLEY: Hai omesso questa parte.

JOHN: L’Ordine era qualcosa di più di una cultura d’opposizione, una reazione alla tecnologia che stava iniziando a sovrastare le vite di tutti. L’idea era semplice: lèggi, non guardare i dischi; cammina, non inquinare di più l’aria. I membri più giovani hanno rinunciato alla tecnologia, cominciando a col­lezionare i libri rimasti. Nessuno se ne sarebbe accorto se non fosse stato per il Virus.

RIPLEY: Il tuo abate ne ha parlato: la Nuova Peste.

ANTHONY: Un virus informatico. A quell’epoca c’era una rete globale che collegava tutti i computer e tutti gli archivi di dati. Il virus attraversò due continenti prima di poter essere fermato.

JOHN: Dopo una paura simile la gente volle tornare alle informazioni scritte. I nostri libri. E così abbandonò gli usi moderni.

RIPLEY: Credo di poter immaginare come sia finita. Rinunciarono a quello che possedevano…

ANTHONY: Era diventata una minaccia!

RIPLEY: … restituendo tutto alla Compagnia.

JOHN: Rifiutarono la tecnologia. Ma un movimento inneggiante alla vita semplice venne subito scambiato dagli agenti federali per un movimento politico di rivolta verso il Governo controllato dalla Compagnia. Troppi interessi in gioco.

RIPLEY: Troppo profitto.

JOHN: Siamo stati etichettati come dissidenti politici, e questo pianeta è la nostra prigione. Tutti gli “ereti­ci” vennero impacchettati coi loro libri e spediti nello spazio. Diecimila uomini. I più vecchi moriro­no velocemente.

RIPLEY: La Compagnia ha un gran senso dell’umorismo, mandandovi in questo posto pieno di legna.

ANTHONY: Io fui mandato con loro per controllare i loro movimenti.

RIPLEY: E come ti hanno scoperto?

ANTHONY: Gliel’ho detto io. Dopo che le navi di supporto smisero di arrivare non vidi il motivo per con­tinuare questa mascherata. Siccome ero un simbolo vivente della tecnologia, mi sbatterono in prigione.

RIPLEY: Benvenuto al club. (Si rivolge a John.) Immagino che non era previsto. Non dovevate essere dei geni per vedere che non era possibile cercare di conservare i lavori scritti dagli uomini per generazioni… senza donne! (John la guarda imbarazzata.) Non so niente di questa Nuova Peste, ma io ero sulla Terra poco tempo fa, e tutto era a posto. (John ha uno sguardo pieno di dubbi.) Non avevo ragione riguardo all’alieno? Potrei aver ragione anche sulla Terra.

La sua logica era inattaccabile.

JOHN: Forse…

RIPLEY: È meglio di niente. Andiamo.

Raggiungono la fine del corridoio. Entrano in un ambiente molto più grande, con grande spazio fra i bloc­chi-celle. Il muro dietro di loro è a nido d’api con corridoi che si aprono.

La stanza è gigantesca e buia. Rimangono fermi ed in silenzio per un momento, stupiti dalla dimensione della stanza. Finalmente:

RIPLEY: Comunque lasciamo perdere per il momento la Terra: chiunque abbia ragione l’importante è usci­re da questo posto. Dov’è la mia navicella?

John indica il soffitto.

ANTHONY: In Paradiso!

RIPLEY: Va bene, e dov’è…?

Anthony e John inchinano la testa.

ANTHONY: Questo pianeta è stato concepito con un concetto medievale dell’universo. Chiamano “Paradi­so” la parte superiore…

JOHN: L’abbazia, i campi…

ANTHONY: La parte inferiore è l’Inferno, dove siamo ora.

RIPLEY: Nome appropriato. E cosa c’è nel mezzo?

JOHN: Il mare.

ANTHONY: Esatto.

RIPLEY: Quanto dista allora la superficie del pianeta?

JOHN: Cinque miglia dal centro.

RIPLEY: Si può usare l’ascensore, o quello che è quell’affare che hanno usato per portarmi giù?

JOHN: No: le corde sono state tagliate.

ANTHONY: È perfetto: prima il mostro blocca le vie d’uscita delle sue vittime, per poi procedere con cura all’eliminazione… Interessante.

RIPLEY: Bene, vedo che cominci ad apprezzarlo più di me, Anthony. Come possiamo salire in superficie?

JOHN: Ci sono delle scale.

Lei si ferma. John ed Anthony fanno ancora alcuni passi poi si fermano e si girano a guardarla.

RIPLEY: Cinque miglia con l’alieno fra noi e la superficie? Buona fortuna, ragazzi!

Si gira e fa per tornare alla sua cella. John l’afferra per un braccio.

JOHN: Tu non puoi…

RIPLEY: Non posso cosa? Evitare di aiutarti ad andare a morire? Ne ho avute già troppe di esperienze simili.

JOHN: Ho bisogno di te: non posso farcela da solo.

RIPLEY: Ho già combattuto queste creature, due volte: è impegnativo lottare contro di loro, ci vorrebbe dell’artiglieria pesante.

ANTHONY: Non abbiamo armi qui.

RIPLEY: Neanche qualcosa da trasformare in arma? Avete niente del genere: qualcosa di moderno qui?

John scuote la testa rassegnato.

JOHN: Abbiamo rinunciato alla tecnologia: sono state proprio quel genere di cose che hanno causato la Peste.

RIPLEY: Questo è un pianeta artificiale, ci dev’essere qualcosa che ricicli l’aria, l’acqua…

JOHN: Dio?

RIPLEY: Ma per favore!

JOHN: Non lo so. Ho dato tutto per scontato.

RIPLEY: Molta gente lo fa. Senza una qualche tecnologia non abbiamo possibilità.

ANTHONY (da dietro di loro): C’è una tecnologia. (John e Ripley si voltano a guardarlo.) Una stanza, una Stanza della Tecnologia, da cui fuoriescono aria ed acqua fresche.

RIPLEY: Un impianto di produzione atmosferico…

ANTHONY: Il cuore ed i polmoni di Arceon.

RIPLEY: E dov’è?

ANTHONY: Un livello sotto il mare sotterraneo.

JOHN: Quindi cinque livelli sopra a questo.

ANTHONY: Dall’altra parte del pianeta.

John guarda Ripley

JOHN: Una possibilità.

Ripley scorre lo sguardo dal volto di John all’oscurità.

RIPLEY: Va bene, mi hai convinto. Ma ad un patto: non so quanti dei tuoi fratelli saranno ancora vivi quan­do saliremo in superficie, ma se raggiungeremo la navicella verrete tutti con me. Porteremo via quanti più libri sarà possibile, ma partiremo. Non combatterò ancora contro questa creatura da sola, capito? (John fa segno di accettare.) Comunque siamo tutti morti in ogni caso. Faremo il possibile per…

Sente una fitta allo stomaco e sembra cadere. Anthony e John la soccorrono.

RIPLEY: Sto bene, sto bene. (Prende un respiro profondo.) Mi sto ancora scongelando. Odio il sonno criogenico… Andiamo.

(continua)


L.

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ALIEN III

by John Fasano

(seconda parte)


Interno dell’abbazia – La stanza di Ripley.

Lampi di luce si muovono attraverso le tenebre. Forme luminose e scure contro le pareti di legno. Il silenzio viene rotto dai rumori lontani dell’abbazia. Legna segata, martellamenti, preghiere bisbigliate, voci cantilenan­ti. L’inquadratura si sposta su un letto di legno fatto a mano. Ripley è in un sonno profondo.

Esterno del mare di Arceon – Alba.

Le acque si fanno più scure con l’arrivo della notte. Folate di vento corrono sulle onde – che spruzzano la dozzina di monaci che legano insieme le loro barche alla nave di Ripley con le loro spesse corde, e cominciano a trascinarla a riva.

Interno stanza di Ripley – Notte.

Ripley sta dormendo – ma anche lottando contro un nemico invisibile. Prova a mettersi seduta, ma non ci riesce. Prova a scrollarsi di dosso gli effetti dell’incoscienza… si guarda intorno attraverso gli occhi semi­chiusi.

John è seduto vicino a lei, addormentato. Le mani avvolte in bende bianche.

Lei si sforza di mettere a fuoco quella figura davanti a lei, immersa nelle ombre che si agitano nella stanza.

L’alieno, grande, con la testa nera lucida si muove nella luce verso di lei, con le braccia tese che si agitano fuori sintonia con le gambe. Ripley cerca di muoversi, di gridare, ma non può.

Riesce solo a muovere gli occhi. Guarda al di là di John che sta dormendo tranquillamente. Non si è accorto dell’alieno. La creatura si fa più vicina. Lei può sentire il suo respiro, emette il suo vapore sulla sua testa, viene attraversta da un brivido freddo ma continua a non potersi muovere.

L’alieno è davanti al suo letto. Estende la sua mano a sei dita fino alla sua testa…

Ripley ritrova la sua voce.

RIPLEY: AAAAAAAAAAAARGH!

I suoi occhi sono spalancati. Si ritrova seduta sul letto.

Una mano si posa sulla sua testa, spingendola gentilmente sul cuscino. È quella di John.

JOHN: È finita, è tutto a posto.

Ripley ricade all’indietro, con gli occhi fissi dove era apparso l’alieno. John nota la direzione del suo sguardo, e si gira a guardare anche lui: niente. Ripley volge lo sguardo, cerca di parlare. Era lì. La sua mano si chiude in un pugno. John chiude le sue mani su quelle di Ripley, la quale sente il contatto con le bende.

Lui comincia a leggere pacatamente le Confessioni di Sant’Agostino. Lei comincia ad addormentarsi al suono della dolce voce di lui.

Esterno superficie di Arceon – Giorno.

Una violenta tempesta è scoppiata. I monaci indossano piccoli occhialetti rotondi e fazzoletti che avvolgono bocca e naso mentre lavorano all’enorme blocco. Centinaia di corde si tendono, il legname geme. Sollevano la nave di Ripley e la fanno scivolare attraverso un grande portale.

Interno stanza di Ripley – Giorno.

Ripley giace con gli occhi chiusi. Voci confuse fuori la porta.

ABATE: Come sta la donna, John?

JOHN: Non credo sia ancora pienamente cosciente.

Al suono della voce di John un piccolo sorriso appare sulle labbra di Ripley addormentata.

JOHN: Comunque manca poco.

Mentre loro continuano a parlare, Ripley si sveglia. Apre gli occhi. Scende dal letto e vede una finestra vici­no al letto: si avvicina e guarda fuori.

Un giardino meraviglioso… Monaci che lavorano sotto uno stupendo cielo azzurro, seminando mele, pescan­do in un laghetto. Lavorando con martello e seghe su pile di legna. Questo la fa stare bene.

All’orizzonte vede degli operai su un’impalcatura con rozzi pennelli: stanno dipingendo il cielo! La volta superiore dipinta per assomigliare ad un cielo con un’enorme apertura di vetro per far entrare la luce del sole.

Ripley guarda di nuovo i monaci a terra: invece di ripararle stanno togliendo le capanne, accatastando il legname su dei carri.

RIPLEY: Ma che diavolo…?

Subito la scialuppa della Sulaco appare proprio di fronte a lei. Passa proprio davanti alla sua finestra trasci­nata da delle funi, per poi scomparire alla sua vista. Ripley si tasta il polso.

RIPLEY: Dev’essere un sogno. Anzi, un incubo.

Ritorna a letto a fissare il soffitto.

Sopra di lei – Il tetto dell’abbazia.

I monaci si affrettano intorno alla nave, dopo averla posata con gran fragore sul tetto della biblioteca.

Ripley sente il rumore, poi un altro. La porta si apre. Si gira e vede l’abate e John fermi sulla porta. John rimane fermo mentre l’abate entra e si siede sul bordo del letto.

RIPLEY: Chi siete?

ABATE: Io sono l’abate, guida di questa colonia. E tu?

Sorride apertamente, in modo amichevole.

RIPLEY: Ripley. Come sono capitata qui?

ABATE: Il tuo veicolo è precipitato. (Indicando John.) Fratello John ti ha trovata e portata qui.

RIPLEY: Qui dove?

ABATE: Questa è l’Abbazia Minore del satellite artificiale Arceon.

RIPLEY: Posso usare la radio per…

ABATE: Non abbiamo radio qui: siamo un ordine monastico che ha rinunciato a tutta la moderna tecnolo­gia. Viviamo alla vecchia maniera: quella pura.

Lei scuote la testa.

RIPLEY: Oh. Io… io non mi sento al massimo delle forze. Chiunque mi abbia tirato fuori dal tubo criogeni­co non ha eseguito l’intero programma D-F. Dov’è Newt?

L’abate la guarda stupito.

RIPLEY: C’era una bambina con me…

ABATE: Eri da sola.

RIPLEY: No, era con me. L’ho messa nel tubo criogenico. Siamo partiti quando…

ABATE: Eri l’unica cosa viva trovata a bordo del vascello.

L’abate guarda Ripley mentre la terribile verità la sovrasta.

RIPLEY (lentamente): Oh mio Dio, Newt… (Si interrompe, sente un brivido lungo la schiena quando realizza che Newt deve aver portato un alieno den­tro di sé.) È venuto con noi…

ABATE: Chi è venuto con voi?

RIPLEY: Senta: c’è un pericolo che è venuto con me! Da quanto tempo sono qui?

ABATE: Quasi due giorni.

RIPLEY (calcolando): Libero da due giorni. Questo pianeta potrebbe essere percorso tutto in una settimana. (Agguanta l’abate per la casacca.) Senta, c’è uno xenomorfo… (Vede la confusione sul volto dell’abate.) Una creatura aliena, un feroce assassino, un mostro. E adesso è qui! (L’abate la guarda come guarderebbe un folle. Lei lo capisce e cerca di essere più convincente.) Okay, calma. Ero con un gruppo di marine coloniali in missione sul pianeta LV-426. Abbiamo lasciato la Terra sei mesi fa, forse un anno…

ABATE (interrompendola): Aspetti un momento. (L’abate si accorge della presenza di John sulla porta. Si gira e gli fa un segno con il braccio.) Lasciaci. (John tentenna un attimo, poi esce e chiude la porta.) Continua pure.

RIPLEY: Siamo partiti a bordo dell’incrociatore Sulaco dalla Stazione Spaziale Gateway.

ABATE: Non è possibile.

RIPLEY: Che vuol dire?

ABATE: Quando noi abbiamo lasciato la Terra, settant’anni fa, questa era sull’orlo di una nuova Età Buia. La tecnologia era sul punto di distruggere il pianeta. Un virus informatico stava cancellando tutto il sapere acquisi­to e sembrava non esserci modo di fermarlo. Nei quasi quarant’anni di viaggio in cui siamo stati addormentati, le notizie provenienti da navi di passaggio erano sempre peggiori. Finalmente le navi smisero di passare. Noi dovemmo rassegnarci agli avvenimenti accaduti, e che la Terra non esisteva più…

Adesso era Ripley a guardare l’abate come se fosse un folle.

RIPLEY (lentamente): Va bene… Dimentichiamo la Terra. Quante persone ci sono qui? Dovreste preoccu­parvi di avvertirle…

Un’espressione diversa appare ora sul volto dell’abate: un’espressione impaurita.

ABATE: La tua mente è agitata: riposati un altro po’.

RIPLEY: Non ho bisogno di riposo, ho bisogno di andare dalla sua gente, e lei mi ci deve portare: bisogna raccontare loro dell’alieno…

L’abate fa per alzarsi.

ABATE: Ne ho abbastanza per adesso.

RIPLEY: Abbastanza? Ma ha sentito quello che ho detto? L’alieno potrebbe spazzar via l’intera popolazione di questo pianeta. Potrebbe anzi aver già iniziato. Ci sono stati morti strane da quando sono arrivato?

L’abate si ferma davanti alla porta.

ABATE: No. E non ci saranno.

L’abate sbatte la porta dietro di sé. John è nel corridoio vicino alla porta mentre l’abate ri rivolge a due monaci.

ABATE: Sprangate la porta.

Le guardie si attivano.

JOHN: Che succede? Cosa c’è che non va?

ABATE: La tua paziente è in uno stato mentale pericoloso. Nessuno deve entrare od uscire finché non lo dirò io.

JOHN: Ma io… Devo darle da mangiare…

ABATE: Nessuno!

JOHN: Padre, non capisco…

L’abate si volta e se ne va. John volta lo sguardo alle due guardie-monaci.

Biblioteca – Notte.

John si tiene la testa fra le mani, addormentato. Mattias è accovacciato ai suoi piedi, anche lui addormenta­to. La porta della biblioteca si spalanca con un grande fragore. John scatta in piedi mentre un monaco isterico si scaraventa dentro e si dirige velocemente al tavolo di John.

MONACO ISTERICO: Fratello John, sei qui! L’abate ha detto che… sì insomma, tu sei il medico…

JOHN: Cosa..?

MONACO ISTERICO: La mia Sandy, è malata!

John cerca di far sparire il sonno dai suoi occhi.

JOHN: Huh? Una donna?

MONACO ISTERICO: Sandy, la mia pecora!

John si risiede.

JOHN: Una delle tue pecore? Gesù Cristo, chiama un veterinario.

MONACO ISTERICO: Padre Anselmo era il veterinario.

John guarda Mattias in basso, ed il cane ricambia lo sguardo.

JOHN: Va bene, fammi prendere la borsa. «Tutte le creature, grandi o piccole…».

Interno granaio del monaco isterico – Notte.

Una piccola struttura fa da casa ad una bellissima pecora e a qualche pollo in gabbia.

Il monaco isterico regge una torcia per illuminare la scena. Una delle sue pecore è riversa su un fianco…

MONACO ISTERICO: Le ho dato da mangiare come al solito, e poi è crollata.

JOHN: Crollerei anch’io: si congela qui.

MONACO ISTERICO: Ho usato il legno delle pareti per accendere il fuoco nella mia cella.

JOHN: Lo abbiamo fatto tutti…

John si inginocchia davanti alla pecora, la quale respira pesantemente e rapidamente. Mentre John la tasta per controllare la sua situazione, la pecora mette un debole “Baa-ah”.

JOHN: Potrebbe essere pneumonia. Mettile un po’ di fieno intorno: bisogna cercare di farle passare un po’ di questo dannato freddo.

Il monaco isterico posa la torcia e con un forcone comincia ad accumulare fieno intorno all’animale a terra.

JOHN: Prima di tutto io…

Si ferma quando vede cosa gli è rimasto sulle mani: una sostanza densa simile a muco.

JOHN: Aspetta un momento…

Il monaco isterico si ferma. John si passa il materiale fra le dita, poi se lo avvicina al naso e l’odora.

MONACO ISTERICO: Cos’è?

JOHN: Non lo so. È dappertutto qui per terra. Una specie di…

La pecora comincia ad agitarsi violentemente, strillando. John cerca di tenerla ferma, mentre il monaco perde completamente la testa.

MONACO ISTERICO: Che cos’ha? Che cos’ha?

JOHN: Gesù! Aiutami…

La pecora si agita così violentemente che John è sbattuto indietro, intruppa sulla torcia che cade nel fieno. La luce svanisce con lo spegnimento della torcia, poi il fieno comincia a bruciare con una debole piccola fiammel­la, la quale lascia intravvedere la pecora.

Fra le contorsioni la pecora esplode, riversando sui due monaci sangue ed interiora. I due urlano.

Mentre il fuoco divampa si vede un terribile chestburster alieno uscire dalla carcassa della pecora. Questo mostra le caratteristiche dell’animale nel quale è cresciuto: piccoli denti affilati e grandi occhi neri luccicanti sul davanti della sua testa allungata. Un quadrupede. Agita le gambe per liberarsi degli intestini della pecora.

John può solo gridare mentre il mostro da incubo si libera dell’animale morto.

Il monaco isterico, a cui ormai la paura si è mischiata con la rabbia per la perdita della sua amata Sandy, si alza di fronte al medico immobilizzato ed istintivamente colpisce col forcone la creatura. Quest’ul­tima emette un forte grido, metà alieno metà ovino. Il suo sangue acido viene spruzzato ovunque nel fienile, creando pozze infuocate dove cade.

Il monaco isterico si gira e vede l’intero angolo del fienile sta bruciando, così getta l’alieno, ancora attaccato al suo forcone, in mezzo alle fiamme.

La creatura muore. Le sue grida sono l’unico suono udito nel fienile. Il monaco isterico mantiene il suo forcone nelle fiam­me mentre si gira.

John è paralizzato mentre osserva la creatura bruciare, come se avesse visto il demonio.

Esterno fienile del monaco isterico – Notte.

Le mura di legno collassano ed il fienile diventa una grande pira.

L’inquadratura indietreggia fino a vedere la scena da una finestra. La finestra dentro la stanza di Ripley.

Lei vede la struttura bruciare. Frustrata scende dal letto sulle gambe ancora incerte, veste una casacca trova­ta su una sedia e si lega la cintura.

RIPLEY: Idioti… (La porta si spalanca all’improvviso.) Ma che…?

Quattro grossi monaci piombano dentro e l’afferrano, portandola via. Passando per il salone raggiungono la sala del Tribunale.

ABATE (voce fuori scena): Il male è arrivato su Arceon… (Mentre lui parla si vedono monaci con facce impaurite.) Avete sentito il racconto di Fratello Graham sul Diavolo dentro l’addome di una pecora. (Passa davanti ai monaci e si siede su una specie di trono.) Un male portato da questa donna nel suo vascello tecnologico.

Il salone è molto grande, con pareti di legno altissime. Le luci scaturiscono deboli da delle lampade di vetro.

Centinaia di monaci sono in piedi davanti al Tribunale, il quale è costituito da un piano rialzato con su l’abate ed i cinque monaci più anziani seduti ad un grande tavolo. Davanti al tavolo c’è Ripley, la quale sta valutando i volti che la circondano: paura, odio…

RIPLEY: Questo non può essere successo.

TRIBUNALE: Tu non hai voce in questo Tribunale.

RIPLEY: Dovete ascoltarmi, siete tutti in grave pericolo! È venuto con me nella nave…

ABATE: Lo sappiamo. All’inizio pensammo che il tuo arrivo fosse un buon presagio. Invece ha portato la pestilenza: una pecora ed i pesci sono morti.

VOCI DEL TRIBUNALE: Male.

Ripley si rivolge all’abate.

RIPLEY: Sì, la nave lo ha portato. Ma non il male: ha portato l’alieno. Ve l’ho detto, c’è un alieno qui.

ABATE: Conosciamo il nome del male che hai portato: hai portato tecnologia. Tecnologia per distruggere il nostro pianeta, così come certamente ha già distrutto la Terra.

VOCI DEL TRIBUNALE: Distruzione!

RIPLEY: Ero sulla Terra meno di un anno fa: è ancora lì. Popoli, città, tutto è ancora lì!

Un mormorio attraversa la folla. L’abate si guarda intorno: qualcuno la sta ascoltando! Deve rimanere al comando.

ABATE: Tutti morti!

RIPLEY (urlando): È ancora tutto lì!

L’abate sorride a se stesso per averla fatta crollare. Si alza.

ABATE: Non puoi essere stata sulla Terra un anno fa, perché non c’è più nessuna Terra, da almeno vent’anni.

RIPLEY: Non sono rimasta nello spazio per vent’anni. Lasciatemi entrare nella navicella e ve lo proverò.

TRIBUNALE: No. Immaginiamo quali nuovi mali rilascerà se rimetterà piede in quella macchina infernale!

VOCI NELLA FOLLA: No! Non lasciateglielo fare!

TRIBUNALE: Questa donna è un pericolo. Nega la Nuova Era Oscura. Nega la raeltà!

RIPLEY: Questa è la realtà: c’è uno xenomorfo libero su questo pianetoide. Un alieno. Deve essersi nasco­sto nella mia navicella… deve aver ucciso… (inghiottisce con fatica) Newt. Ha ucciso la bambina che portavo con me. Non potete fermarlo, si insinuerà dentro di voi con un uovo… che crescerà… (mima l’azione) per poi esplodere fuori da voi e svilupparsi in una specie di mostro. Vi ucci­derà… vi ucciderà tutti… (Mentre parla osserva quella gente medievale che la circonda. Sono completamente confusi. A loro deve sem­brare una matta.) Chi siete voi? Guardatevi… il modo in cui vestite. Non siamo nel Medioevo. Siete nello spazio… su un pianeta artificiale. Che state combinando qui? (Mentre parla incontra lo sguardo di John che si trova sul piano rialzato.) C’è qualcuno qui che mi sta ascoltando?

John volge lo sguardo da Ripley all’abate, il quale lo sta guardando fisso. John volge altrove lo sguardo.

RIPLEY (arrendendosi): No, credo di no. È incredibile…

L’abate prende una pausa di contemplazione.

ABATE: Perciò non c’è scelta.

Quattro monaci afferrano Ripley duramente, immobiliz­zandole le braccia.

ABATE (a Ripley): Il male è dentro di te, ed io ti purifi­cherò per scacciarlo via. E che Dio abbia pietà della tua anima.

Stacco su: stanza dell’elevatore.

L’“elevatore” è una gabbia di legno sollevata da delle rozze corde. Mentre Ripley viene trascinata verso l’elevato­re si volta a guardare i monaci.

RIPLEY: Non riuscirete a combatterlo… Voi non sape­te cosa sia!

Viene gettata nella gabbia e viene chiusa la porta. Due monaci cominciano a tirare le corde ed a sollevare la gab­bia, portandola sopra l’“abisso”, una grotta molto grande.

Gli altri monaci si fanno più vicini intorno al limite della grotta. John si fa spazio fra di loro: guarda la gabbia e poi lentamente in basso… Ripley guarda John.

RIPLEY: Vi state condannando a morte!

John guarda mentre scompare nell’oscurità… Poi si volta e si dirige fra la folla verso il Tribunale.

Stanza del Tribunale.

La stanza è vuota ora, eccetto per l’abate ed i membri del Tribunale. Stanno parlando a bassa voce. Appena John entra si ferma, cercando di capire cosa stiano dicendo.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: … avranno cominciato prima che lei sia scesa al livello Hermitage.

ABATE: Nessun problema?

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Solo nel trovare la legna per la nave. Ma il ripostiglio di Anderson è molto grosso e lui è morto ormai da tre mesi.

ABATE: Avevo destinato quella legna per la clausura, il prossimo inverno. Bene, dovremo occuparcene prima dell’arrivo dell’inverno. Vorrà dire che cominceremo a prendere le celle dei penitenti: non c’è più nessuno ormai.

ALTRO MONACO DEL TRIBUNALE: La legna non durerà per sempre.

ABATE: Così come noi…

Si accorge della presenza di John, e congeda i membri del Tribunale. John si avvicina all’abate, il quale sa bene cosa vuole dirgli.

ABATE: Non ci pensare.

JOHN: Questa donna, Ripley… io mi sono occupato di lei…

ABATE: Sì, ed hai fatto un ottimo lavoro. Non dovresti sentirti responsabile: non potevi sapere…

JOHN: Vi prego, padre, lasciatemi finire. Io credo che ci sia qualcosa di vero in ciò ha detto.

ABATE: No, non c’è.

L’abate si dirige verso il suo tavolo, cominciando a prendere appunti su un blocco. John o segue.

JOHN: Io non capisco cosa stiate facendo.

ABATE: Questa colonia è sotto la mia responsabilità: la sto proteggendo.

JOHN: Da cosa? Da questa donna? Non le ha dato neanche una possibilità: come può essere così sicuro di aver ragione?

ABATE: Una domanda migliore è come puoi essere tu sicuro che io mi sbagli.

JOHN: Lei non l’ha vista quella cosa, quel demonio. Fratello Graham ed io l’abbiamo visto entrambi.

ABATE: Va bene, entrambi l’avete visto. E che cos’era?

JOHN: Io… io non so che cosa fosse. Ma non credo che Ripley ne faccia parte.

ABATE: Lei ha ammesso di averlo portato con sé.

JOHN: Ma ha cercato di avvertirci…

ABATE: Tu sai bene come lavora il Diavolo: con l’inganno.

JOHN: Ma io le credo. Non so come descriverlo: è una sensazione.

ABATE: Non hai visto una sola donna negli ultimi trent’anni: da dove è originata questa sensazione, John?

JOHN (indicando la propria testa): Da qui.

Una pausa.

ABATE: Io ti credo. Ma i tuoi sentimenti ti stanno confondendo.

JOHN: Questa è la convinzione di Ripley. Io invece penso…

L’abate lo interrompe fermamente.

ABATE: Non pensare.

John fa un passo indietro sentendo il tono dell’abate. Un tono che non aveva mai sentito prima d’ora. L’Abate si fa scorrere una mano attraverso i radi capelli. Abbozza un sorriso.

ABATE: È stata una lunga notte, per tutti noi. Decisamente tu non sai con che cosa hai a che fare.

JOHN: È proprio quello che dice Ripley.

L’abate si irrita.

ABATE: Ci sono idee che mettono in pericolo il sistema in cui viviamo. La creatura è morta e la donna è andata. Dimenticatene. Leggi, pesca, vai dove vuoi, ma dimenticati di questa storia.

JOHN: Ma io…

ABATE: Dimenticatene. Farò in modo che Philip lasci entrare il tuo cane nella biblioteca, va bene? Per il tuo stesso bene, lascia stare tutta questa storia. (John fa per protestare.) Hai capito?

JOHN (lentamente): Sì, Padre.

John si volta e lascia la stanza, sotto gli occhi dall’Abate.

Interno livello prigione – Notte.

Buio. È molto buio. Un chiodo viene piantato in una tavola. Poi un altro. La tavola è vecchia, piegata. Un’altra tavola viene posta e ed altri chiodi piantati. Due vecchi operai, tetri, vestiti di grigio. Martellano le tavole per coprire il foro nella parete. Lavorano con metodo. Ripley li guarda lavorare, rassegnata, mentre loro stanno chiu­dendo l’unico accesso alla grotta dove si trova…

Sul tetto dell’Abbazia.

Una dozzina di monaci sta unendo insieme delle tavole di legno attorno alla Narcissus, circondandola tutta.

Livello prigione.

I due operai anziani continuano a lavorare. Le tavole stanno coprendo sempre di più l’entrata, e chiudendo sempre più Ripley.

Sul tetto dell’Abbazia.

Le tavole di legno hanno circondato completamente la nave.

Nella biblioteca.

John e Mattias si siedono prima di aprire il libro. Lui non legge: riesce a sentire il rumore delle martellate. Sembra riecheggiare per tutto il pianeta. E dentro la sua testa. Chiude gli occhi sofferenti.

Livello prigione.

Ora solo il volto di Ripley è visibile. Un’altra tavola. Ora si vedono solo gli occhi. Appena prima che l’ultima tavola venga fissata:

OPERAIO: Resterai qui, donna. Eccoti qualcosa preso dalla navetta, qualcosa che ti terrà compagnia.

Le getta qualcosa nella cella. Ripley lo prende e lo guarda mentre l’ultimo raggio di luce svanisce su di lei.

Lei continua ad avere lo sguardo fisso alla parete una volta aperta, mentre i suoi occhi si abituano alla luce. Le piccole luci che filtrano attraverso le tavole le bastano per vedere cosa gli è stato gettato: la testa della bam­bola di Newt.

Ripley si guarda intorno nella cella angusta. Poi guarda la testa della bambola nella sua mano. Scoppia:

RIPLEY: Maledetti idioti! Siete morti: siete tutti morti!

Prende a calci e a pugni il muro. Sempre più forte. Colpisce anche con la sua testa, e comincia a sanguinarle il naso: ne sente il sapore anche in bocca. La morte è con lei di nuovo.

RIPLEY (sottovoce): Morti… (Si siede su una sporgenza rocciosa.) Cristo. Gesù Cristo. È qui, qui! Merda, è qui: non riesco a liberarmene… (Guarda la testa della bambola.) Newt. Non è questo che volevo…

Getta via la bambola. Questa sbatte contro la parete e si ferma su una rientranza: come si è messa sembra che la guardi.

RIPLEY (infuriata): Non fissarmi!

VOCE (fuori campo): Scusa.

Ripley guarda in basso alla base della parete davanti a lei, dove intravede un buco. Dentro questo vede il volto di un uomo… che la sta fissando.

Sul tetto del Monastero – Notte.

Il vascello d’emergenza n. 4 della Sulaco è ormai solo un ricordo, dopo che i monaci hanno finito di murar­lo: adesso è solo un’altra parte dell’abbazia.

Attraverso una finestra l’inquadratura si sposta nell’interno della biblioteca, nella sezione medievale. Troviamo John, con Mattias addormentato ai suoi piedi.

I tavoli, gli sgabelli, tutto il piano è riempito da centinaia di libri, con le catenine tirate e tutti aperti su figu­re di dèmoni. Rappresentazioni differenti del Male attraverso le ere – Lucifero, Ahriman, Asmodeo, Satana. La tentazione di Cristo del Maestro di Schloss Lichtenstein. Satana che arrostisce un enorme griglia da Tres riches heu­res du Duc de Berry. Il Diavolo come serpente, come semi-uomo. Un miasma di mostri medievali.

Come un posseduto John passa freneticamente da un libro all’altro.

I primi raggi dell’alba filtrano attraverso le finestre, mentre John sfoglia un tomo medievale – passa un’illu­strazione di Satana dipinto con la sua faccia sul suo posteriore – e poi si ferma: eccolo!

Non si vede l’illustrazione, ma la reazione di John: i suoi occhi sono spalancati. Chiude con forza il libro come se l’immagine potesse renderlo cieco. Si volta verso Mattias come se volesse dirgli qualcosa, poi decide di non svegliare il cane. John arrotola la catena intorno alla sua mano e tira con forza: la vecchia catena cede subito.

Prende la sua borsa da medico, si infila il libro nella casacca, prende il suo cane addormentato e se ne va…

Interno salone fuori dall’ufficio dell’abate – Giorno.

John attraversa velocemente il corridoio, ma si ferma e si appiattisce contro una parete quando la porta dell’ufficio dell’abate si apre all’improvviso.

Fratello Graham (il monaco isterico) viene trasportato con la forza da due grossi monaci, trascinato per il cor­ridoio nella direzione opposta. È imbavagliato. Un terzo grosso monaco esce dall’ufficio con l’abate.

ABATE: Adesso trovate John e portatelo da me immediatamente.

TERZO GROSSO MONACO: Sì, padre.

ABATE: Cominciate dalla biblioteca. E fatelo silenziosamente.

Il terzo grosso monaco si inchina e se ne va. L’abate lo guarda andar via, per poi rientrare e chiudere la porta. John fissa la porta chiusa, poi cerca di pensare. Si volta e corre indietro attraverso il corridoio.

Interno fabbrica di vetro – Giorno.

I primi monaci arrivano per il turno di mattina. Kyle è fra loro. Si avvicina alla fornace di vetro mentre altri due monaci cominciano ad accendere il fuoco.

John entra, si guarda intorno nella stanza e per un disperato momento non riesce a trovare Kyle, per poi vederlo alla fornace. John corre verso di lui e gli mette una mano con forza sulla spalla, facendolo quasi cadere.

KYLE: Ehi! Attento! (Vede che John è agitato.) Cos’hai? Che c’è?

Gli altri monaci vedono l’agitazione, e cominciano ad avvicinarsi.

JOHN: Io… l’abate… devi…

John cerca di farsi passare il fiatone: gesticola con forza. Kyle posa i suoi strumenti.

KYLE: John, rilassati. Fai un respiro profondo. Cristo, ora parlo come te! (Vede il libro il libro infilato nella casacca di John.) È quello, John? È il libro…?

JOHN (senza fiato): Sì. Il Diavolo.

Kyle gli si avvicina con cautela. John vede gli altri monaci avvicinarsi, e sente sussurrare:

MONACO CHE SUSSURRA: Lo ha preso…

SECONDO MONACO CHE SUSSURRA: Come la donna delle stelle…

TERZO MONACO CHE SUSSURRA: È stato lui infatti a trovarla…

MONACO CHE SUSSURRA: È infetto…

John scorge un monaco uscire fuori di corsa, senza dubbio per andare ad avvertire l’abate. Si volta e guar­da negli occhi del suo amico Kyle: paura!

KYLE: Andrà tutto bene. Adesso vediamo il…

JOHN: Non assecondarmi… Io sono…

KYLE: Certo, certo. Tutto andrà bene…

Se solo avesse potuto spiegare… ma non poteva. Comincia a far roteare il libro, facendosi spazio fra la folla.

KYLE: Aspetta, John!

Interno stanza dell’elevatore.

La gabbia è ancora giù, con le corde tese verso l’abisso. John entra correndo e si dirige verso le corde. Posa a terra il libro e stringe le sue mani ferite sulla corda. La sua mente corre: la donna sa che cos’è, come combat­terlo. Comincia a tirare ma perde l’equilibrio e cade perché le corde non sono tese. La corda comincia a scorre­re sulla carrucola e si arrotola sul pavimetno. John solleva l’altra estremità della cora, che avrebbe dovuto sor­reggere la gabbia, e la fissa allibito.

Stacco su varie inquadrature del Monastero.

John corre attraverso l’edificio, attraverso i piani, passando davanti a monaci ignari degli avvenimenti della notte precedente e del pericolo che corrono. Monaci a lavoro in vari settori. Li supera tutti ed entra nella stan­za di servizio dell’abbazia: ci sono stracci e scope dappertutto.

I capelli di John sono spettinati, il suo respiro è pesante. Infila il libro nella sua borsa da medico. Sposta una grossa scatola, rivelando una porta di legno. La apre, rivelando una scala che si estende fino al piano superiore. Passa un vasto viadotto pieno di travi di legno. Oltre questo un grande mare sotterraneo che rappresenta il cen­tro del pianeta, ma prima le celle. E Ripley.

John riesce a sentire l’odore pesante dei tunnel sotterranei, ma deve scendere, anche se è la strada più diffi­cile. Comincia a scendere nelle tenebre.

Interno bagni dell’abbazia – Notte.

Una stanza enorme come un campo di calcio, formata da al massimo un centinaio di bagni, di cui solo una ventina sono ancora funzionanti, anche perché erano un lusso costruito per un più grande numero di coloni.

Un monaco molto magro si sta lavando le mani.

Nel penultimo bagno della fila c’è seduto l’abate.

ABATE: Fa freddo stanotte.

Continuando alla fine c’è un membro del Tribunale.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Fa sempre più freddo, ogni notte che passa.

ABATE: Ed ogni giorno. Mai stato così. Avendo preso così tanto legno dalla struttura ora il vento soffia pro­prio dentro la colonia. Giusto sotto il pavimento.

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Proprio sotto i nostri sederi. Notti come queste mi fanno perdere la ragio­ne… Ehi!

Si sente toccare in basso.

ABATE (fuori campo): Cosa c’è?

MEMBRO DEL TRIBUNALE: Non so… AAAAAAAAHHHHH!

Il membro del Tribunale grida quando qualcosa lo colpisce dal basso della latrina. Qualcosa si intrufola nel suo retto e si aggancia ai suoi intestini! Lui si agita in spasmi convulsi di dolo­re. Si sente un tremendo rumore di lacerazione quando il monaco viene violentemente strattonato verso il basso.

Una panoramica indietro sulla faccia dei monaci mostra la loro reazione piena di orrore al rumore dell’alie­no che trascina il monaco sotto di loro. L’abate batte sulle pareti.

ABATE: Matthew, Matthew! Gesù, cos’è successo?

Il monaco magro che si stava lavando le mani vede tutto, e perde completamente il controllo quando vede il sangue spruzzare fuori dal rubinetto. Gli altri monaci vedono uscire dai loro bagni un getto di liquame. Sangue e viscere imbratatno i muri, trasformando l’abate in un macellaio!

[Gioco di parole intraducibile fra abbot, “abate”, ed abattoir, “mattatoio”. N.d.R.]

Stacco sullo spazio profondo.

Vista di Arceon.

VOCE DI RIPLEY: Morti…

(continua)


L.

– Ultimi post simili:

ALIEN 3 by John Fasano (1)

Dalle mie traduzioni del 2003 ripesco la versione di un altro dei “padri mancati” del progetto Alien III: John Fasano (scomparso nel 2014 per un attacco di cuore), su soggetto di Vincent Ward e John Fasano.

John Fasano (1961–2014)

Questa è in assoluto la migliore delle sceneggiature scritte per il film, di molto superiore a quel pastrocchio visto al cinema: anche perché il film diretto da David Fincher attinge a piene mani a questa storia, utilizzando elementi presi anche dalle altre sceneggiature rigettate.

Nel sesto disco del cofanetto “Alien Quadrilogy” c’è un breve documentario in cui Vincent Ward racconta l’intera vicenda del soggetto che ha scritto, senza mai citare Fasano. Da quanto raccontato da Ward – che presenterò la settimana prossima – si può capire l’intervento di Fasano nel cercare di dare ordine al soggetto originale, con idee molto nuove e coraggiose nel concepire il “nuovo alieno”.

E finalmente… abbiamo Ripley!


ALIEN III

by John Fasano

(prima parte)


«Ma come potrai morire quando verrà il tuo tempo,
Narciso, se tu non hai una madre?
Senza una madre non si può amare.
Senza una madre non si può morire».

Herman Hesse


Lo schermo è nero.

Appare un punto di luce. Rossa. Una brace. Una fornace per il vetro. Le braci scoppiettano. Fiamme. Il fuoco arde. Un fiume di vetro fuso riscaldato dalla fornace ad oltre 700 gradi. Un intenso calore.

Una fabbrica di vetro.

La fiamma tremolante crea ombre danzanti sulle pareti di legno grezzo, rovinato da anni di caldo intenso. Fumo che crea una nuvola oscura .

Un uomo su una stretta sporgenza, a circa venti piedi dal piano di lavoro del vetro. I suoi vestiti sono medievali. Una casacca di tessuto ruvido: è un monaco. Tiene le tende della finestra aperte, per far uscire il fumo.

Il monaco si gira, e scende dalla sua postazione con l’aiuto della “Volpe mobile”, una primitiva carrucola fatta a mano. Atterra nelle vicinanze della fornace del vetro, circondata da altri monaci.

Con delle aste di ferro soffiano e danno forma al vetro fuso e staccano i pezzi finiti: vecchia scuola.

Un particolare monaco dalla pelle scura, quasi cinquantenne. Agita la sua asta di ferro lunga un metro e mezzo nel vetro fuso, ma sta guardando qualcos’altro, che gli ricorda una canzone. Una voce da tenore si solleva alta nell’aria. Questo è fratello Kyle.

FRATELLO KYLE:

Lui spera nella discesa di una stella,
dov’è la sua paziente fortuna.
Lui conosceva il corso di ogni malattia,
fosse questa fredda o calda, umida o secca.
Fratello John, vorrebbe essere un dottore.

[In originale è «physick», gioco di parole intraducibile tra physic, “medico”, e sick, malato. N.d.R.]

Si vede l’oggetto della canzone: fratello John. [Al cinema diventerà il personaggio interpretato da Charles Dance. N.d.R.]

Non ancora quarantenne. Di aspetto forte, ma con gli occhi impauriti. Paura che nasce dalla mancanza di una fiducia in se stesso. Una bella faccia, se non altro.

Sta impastando una densa mistura in un contenitore. Vicino a lui c’è un altro monaco seduto, tenendosi le mani e con la casacca tirata su, rivelando una brutta ustione.

FRATELLO KYLE:

Si prenderà cura di te velocemente,
con delle bottiglie dal suo scaffale.
Ma non riesce a curare così facilmente
il devastante suo privato male.

Fratello John smette di impastare.

FRATELLO JOHN (rivolto a Kyle): Può bastare.

Prende un po’ della densa mistura con le dita e la applica all’ustione sul braccio del monaco. Il monaco ferito sussulta al contatto con la sostanza.

JOHN (al monaco ferito): Rilassati. (Rivolto poi a Kyle) Conserva i tuoi polmoni per usi migliori.

KYLE: Sì, dottore.

Kyle sorride, toglie l’asta dal vetro fuso – una polti­glia bianca di vetro bollente rimane appesa all’asta. La spalma su un pezzo di ferro levigato, poi comincia a soffiare un contenitore a forma di bottiglia. John applica un bendaggio alla ferita.

JOHN: Stai attento a non bagnarla. Vai a casa al massimo per l’ora di cena e non venire a lavorare domani.

MONACO FERITO: Ma, John…

JOHN: Lo dirò io all’abate. Per oggi puoi restare. Sei stato fortunato ad esserti bruciato solo contro la fiancata della fornace. Se anche solo un po’ di quel vetro avesse toccato il tuo braccio… (Si indica l’estremità dell’avambraccio) Ti avrebbe trapassato da parte a parte.

Il monaco trema al pensiero. Suonano le campane.

JOHN: È già pomeriggio avanzato. Ora vai.

MONACO FERITO: Grazie, John. Io…

JOHN: Non ti preoccupare. Vai!

Il monaco ferito se ne va, con il braccio bruciato attaccato al petto. John raccoglie la sua roba. Arriva Kyle.

KYLE: Ottimo lavoro.

JOHN: Grazie, ma io non sono Padre Anselmo.

KYLE: Tu sei tu, che è anche meglio…

Kyle lo spinge attraverso la porta nel salone pieno di monaci in casacca. I loro canti riecheggiano per tutto l’edificio. I pavimenti di legno scricchiolano sotto i loro pesi. Ovviamente questo è un monastero medievale…

KYLE: L’abate sarà contento.

JOHN: Ti prego.

KYLE: Ti prego cosa?

JOHN: Ti prego di non dirglielo. Almeno finché non saprò se ci sarà stata infezione.

KYLE: Tu vuoi essere il medico dell’Abbazia e ancora non hai imparato la prima regola: non ti preoccupare dei pazienti.

John si fa scuro in volto.

KYLE: Scusa, non avrei dovuto. Guarda, io so come dovresti…

JOHN: No, non lo sai. Ma grazie ugualmente.

Alla fine del salone c’è una larga scala. Un flusso costante di monaci che scendono i gradini, provenienti dai piani alti, e tutti diretti al refettorio. Kyle comincia a scendere, John invece a salire.

KYLE: Non vieni giù?

JOHN: Ho qualcuno che mi aspetta.

Kyle svanisce nella folla. John sale. La scala è un fiume di casacche marroni che si affrettano a scendere. John è l’unico che si muove in direzione opposta. Esce dalla scala.

Al piano di sopra c’è un corridoio dritto con delle porte. John si dirige verso una in particolare. Apre la porta della sua camera: un vecchio cane giace in attesa, sdraiato su quello che una volta era stata una casacca e che ora è il suo letto. Alla vista di John si alza.

JOHN: Vieni qui, Mattias.

Mattias, il cane, gli corre incontro. Monaco e cane svaniscono, riprendono le scale facendosi largo fra una dozzina di monaci che scendono.

La biblioteca è un’ampia stanza piena di tavoli di legno con basse panche lungo le navate laterali completa­mente piene di libri, di tutte le dimensioni e forme. Migliaia di libri, a colpo d’occhio. Da ogni libro pende una lunga catena, lunga abbastanza da permettere di portare il libro solo fino al tavolo più vicino.

Un monaco corpulento: fratello Philip. Sulla cinquantina, con una grossa chiave appesa alla sua cintura. Guarda i pochi ritardatari rimettere a posto i libri sugli scaffali per poi andarsene, così da unirsi a loro…

Nel corridoio appena fuori la Biblioteca John si appoggia al muro appena Philip esce. Mattias è fuori vista.

PHILIP: Fratello John.

JOHN: Fratello Philip.

PHILIP: Vuoi ancora nutrire la mente invece del corpo?

JOHN: Le mie regole mi impongono di nutrire chi ha fame.

Philip si dà una pacca sullo stomaco e si allontana.

PHILIP: Anche le mie. Divertiti finché sei solo, e ricorda: nessun libro lascia la biblioteca.

JOHN: Come potrei dimenticarlo? Buon pranzo…

John osserva il corpulento bibliotecario scendere le scale. Quando se n’è andato John scioglie un bottone della sua casacca e fa uscire Mattias.

JOHN: Perfetto.

Entrano in Biblioteca.

La sezione medievale: i libri più antichi. John si dirige verso questa sezione. Mattias si siede in un angolo: il suo posto abituale. John si alza sulle dita dei piedi sugli scaffali per recuperare un vecchio tomo, con un accen­no di sorriso sulle labbra. Prende il libro e lo porta sul tavolo più vicino. Si siede vicino al cane. Si schiarisce la voce, apre il libro, e comincia a leggere…

JOHN: «Nell’anno del Signore 1348 io, fratello Gerhado dell’abbazia di Minorite ho aiutato a seppellire l’abate ed i miei sessanta compagni monaci…»

(VOCE FUORI CAMPO): A volte credo che ti piacerebbe.

John si gira di scatto.

L’abate, capo del monastero. Pare giovane con i suoi settant’anni. La sua casacca è circondata da una cate­na di legno intarsiata al posto della cintura. Si avvicina al tavolo.

John chiude il libro e si alza, con il capo chino in segno di rispetto.

JOHN: Abate, io… io credevo che nessuno…

ABATE: Che nessuno sapesse? Giusto Philip, forse. L’ho incontrato venendo su. Mi ha detto che eri venuto solo, ma io lo sapevo meglio di lui. (Gratta il collo di Mattias.) Ciao, Mattias. Come stai, ragazzo? (Il cane gongola in risposta.) Sai cosa ne pensa Philip del pelo e del respiro di Mattias. Devi tenerlo fuori da qui.

JOHN: Gli piace quando gli leggo… io non posso…

John guarda in basso affranto. Benché sia un quarantenne si sente come un adolescente alla presenza dell’abate. Questi prende una grossa chiave dalla sua tasca.

ABATE (sorridendo): Qualcuno deve aver lasciato questa questa catena aperta. Prendi con te il libro.

Porge la chiave a John, che rimane scioccato – questo è un grande onore.

JOHN: Padre, io…?

ABATE: Kyle mi ha detto che hai fatto un ottimo lavoro alla fornace oggi.

JOHN: Mi riservavo il giudizio finché il paziente vive.

John prende la catena e libera il libro. Restituisce la chiave.

ABATE: Andrà tutto bene. Padre Anselmo è stata… una perdita inaspettata. Ma tu sarai all’altezza. (L’abate s’incammina verso la porta.) Riporta il libro prima della fine della cena. Oh, e ovviamente io non vi ho visto.

JOHN: Grazie. (Rivolto poi a Mattias.) Andiamo via, ragazzo.

John prende il suo libro, si dirige alla scala a spirale, con Mattias al suo seguito, e sale.

Fra i meccanismi del campanile una porta si apre sul tetto dell’abbazia. L’inquadratura si allar­ga e rivela che il tetto dell’abbazia altro non è che la superficie di Arceon. Notte.

La porta si è aperta sulla superficie di un pla­netoide! L’orizzonte incurvato è interrotto solo dall’altezza del campanile dell’abbazia. Il fumo fuoriesce dalle ventole installate sulla superficie. La maggior parte del resto della superficie del pia­neta è composta da acqua.

Questo è Arceon. Una costruzione umana orbitan­te di cinque miglia di diametro. Costruito dalla Compagnia dell’Ordine Speciale. L’orbitante, per ragioni che si scopriranno più avanti, è stato rico­perto da legno.

John cammina sulla spiaggia di un grande mare. Siede su un tronco e guarda in alto. I suoi occhi si concentrano sul cielo notturno. Stelle sfrecciano sulla navata celeste.

John sorride a Mattias, respirando profondamente. L’atmosfera in superficie è più rarefatta ma più fresca. Apre il libro e ricomincia a leggere.

JOHN: «Nell’anno del Signore 1348 io, fratello Gerhado dell’abbazia di Minorite ho aiutato a seppellire l’abate ed i miei sessanta compagni monaci, giorno dopo giorno, uno per uno, finché non rimasi solo io. Rimasi finché potei, poi col mio cane…»

Mattias rizza le sue orecchie in una direzione: la sua direzione preferita.

JOHN: «… fuggii. Ho messo questo su pergamena per paura che questa pestilenza – questa Morte Nera – pos­sa colpire la mia mano. (interruzione) Questo fu finito da un’altra mano…»

John chiude il libro. Qualcosa ha catturato la sua attenzione, qualcosa fra le miriadi di puntini luminosi nel cielo. Milioni di miglia lontano… Una delle stelle, la più brillante di tutte… si sta muovendo abbastanza veloce­mente da lasciare una coda nel cielo. Una cometa.

John rimane fermo a guardare la stella che diventa sempre più luminosa, sempre più vicina. John è raggiun­to da altri tre monaci più vecchi di lui. I quattro uomini osservano il cielo. La stella è sempre più vicina.

Arrivano altri monaci, una dozzina, un centinaio. Escono sulla superficie del pianeta, fuori dalle porte di legno. Ora sono trecento, con le teste inclinate verso il cielo e le bocche spalancate.

Un sottotitolo specifica:

COLONIA RELIGIOSA DI ARCEON
POPOLAZIONE: 350 esiliati
CRIMINI: Eresia politica

La stella sembra incendiarsi toccando l’atmosfera del planetoide. Centinaia di monaci sgranano gli occhi quando la nave – la stella – passa proprio sopra le loro teste, con la sua coda di fuoco.

John leva le mani al cielo – per toccare la stella. La sua pelle sembra infuocarsi al passaggio della nave, che cade in mare con un grande sibilo. Getti di vapore si innalzano nell’aria. L’acqua ribolle, facendo affiorare a galla i pesci morti nell’impatto. John è il primo a raggiungere la spiaggia, dove delle piccole barche da pesca sono squassate dalle onde. È il primo ad entrare in acqua, mentre gli altri arrivano in seguito correndo: non ascolta le grida di avvertimento.

Alba sul mare. Il sole si affaccia sull’acqua scura. Le mani di John muovono i remi di legno provocandosi delle ferite sanguinanti alla mani. Strappa coi denti un pezzo della sua casacca e si fascia le mani.

La stella – La nave – La nave stellare.

La Narcissus, la scialuppa di salvataggio n. 4 della Sulaco galleggia fra le onde. Metallo bianco scurito dal calore. John vi sale subito saltando dalla sua imbarcazione. Vicino al portello c’è un pannello i cui simboli deno­tano l’apertura in caso d’emergenza. John apre il portello esitante, rivelando una sottile leva di metallo. L’aziona portandola verso il basso. Il portello si apre con un rumore sordo. L’entrata è buia. John si fa il segno della croce e comincia ad entrare.

KYLE (fuori campo): Attento!

Quasi cade fuori dalla nave. Guarda indietro: gli altri monaci stanno arrivando velocemente. Kyle gesticola animatamente:

KYLE: John! Aspetta, non entrare!

John si volta verso il portello aperto. L’aria sta uscendo fuori dall’interno: lo sente sulla pelle. Aria artificiale. Entra ed è subito avvolto dalle tenebre. La porta si chiude alle sue spalle con grande frastuono.

Buio. Luci rosse lampeggianti. John rimane immobile mentre i suoi occhi si abituano al buio. Vede: il tubo criogenico di Newt. Il vetro è rotto. Una piccola luce rossa lampeggia sopra il tubo – una voce computerizzata gradevole sta ripetendo:

VOCE COMPUTER: Sigilli infranti… sigilli infranti…

John si ritrova a muoversi verso il tubo, sbirciando all’interno.

C’è una chiazza di sangue nell’interno immacolato. Sangue vecchio, coagulato, marrone. Qualsiasi cosa sia successa qui, è successa tempo fa. Le macchie color ruggine portano verso il pavimento.

I suoi occhi seguono le chiazze verso una pozza di sangue proprio davanti al pannello di controllo. C’è la testa di una bambola ma nessun corpo in giro.

John si guarda intorno. Una parte di lui vorrebbe andarsene da quell’inferno ma combatte la sua paura. È un dottore – o almeno cerca di esserlo – e qualcuno qui potrebbe aver bisogno del suo aiuto. Tira fuori la garza.

In giro ci sono tantissime luci: di emergenza, computerizzate, ecc. Centinaia di lucette. Come le stelle nel cielo.

Sono decenni che non vede tanta tecnologia, e mai comunque così da vicino. Continua ad addentrarsi nella nave: la sua paura ora è sostituita dalla curiosità. Segue le luci su un pannello verde.

Un monitor sta trasmettendo un filmato disturbato: una donna con una bambina sono in primo piano. Le braccia della donna sono intorno al corpo della bambina, in un atteggiamento molto protettivo e materno.

La donna sta parlando, ed il suo messaggio viene ripetuto in continuazione.

DONNA: … andando sul ponte quattro. L’equipaggio della S.S. Sulaco e tutti i marine sono morti. I sensori della nave hanno interrotto il ciclo dell’ipersonno. Un uovo alieno nascosto si è aperto. Bishop ed Hicks sono stati uccisi. Lo xenomorfo ha infestato l’incrociatore. Newt ed io stiamo andando sul ponte quattro. L’equipaggio della…

Il tono allarmato del messaggio riaccende le paure di John. Si muove con più esitazione lungo le pareti della nave, seguendo il percorso degli strumenti luminosi… finché non trova un pulsante. Lo preme. Qualcosa con dei tentacoli cade sulle sue braccia… ma è solo una maschera ad ossigeno.

John sente il cuore in gola mentre continua a camminare. La sua mano incontra un sensore che risponde accendendo una luce ed emettendo un sibilo. Un neon si accende lentamente, rivelando un altro tubo criogeni­co vicino a quello vuoto di Newt. Ancora funzionante. John ci si avvicina con cautela. Riesce a distinguere l’oc­cupante attraverso il vestro… una donna. La donna del filmato sullo schermo di prima. È Ripley.

Immersa nell’ipersonno, indossa un top e un intimo bianco. Cristo, è bellissima. John passa lo sguardo dalla Ripley sul monitor a quella in carne e ossa. Si mette in ginocchio: il fascino ha sostituito la paura di nuovo. Avvicina il volto al vetro… più vicino a lei. Una luce si accende. John si gira all’improvviso verso la sorgente di luce: la porta aperta. Kyle ed altri monaci.

KYLE: John, che roba è questa? Una nave per l’approvvigionamento?

JOHN: No, Kyle: c’è qualcuno dentro…

Il secondo monaco guarda Kyle.

SECONDO MONACO: Questo è proibito.

KYLE: John, vieni via da lì.

JOHN: Non voglio certo rimanere qui. Ma devo portare fuori la donna prima che tutto coli a picco. Venite, datemi una mano…

KYLE: Donna? Senti, non è una nave di approvvigionamento, quindi questa è tecnologia proibita per noi. Vieni fuori subito!

John volge lo sguardo a Ripley. Una tastiera è montata davanti al tubo criogenico. Un pulsante rosso: “Apertu­ra d’emergenza”.

JOHN: Va bene…

Preme il pulsante. Il tubo si apre con un rumore di aria compressa. I monaci sulla porta sussultano al rumore.

Stacco su: esterno giorno. La nave immersa nel mare. Ripley, priva di sensi, è stata caricata su una barca, sorretta da John. La testa di lei si muove con l’ondeggiare della barca.

PRIMO MONACO (reverente): Una nave spaziale…

SECONDO MONACO (più reverente): Una donna…

KYLE: Non saresti dovuto entrare…

JOHN: Sono un dottore, se non sbaglio. (Scosta i capelli di Ripley dalla sua faccia.) Potrebbe essersi persa.

PRIMO MONACO: È passato tanto tempo dall’ultima volta che ho visto entrambi.

SECONDO MONACO: La nave non è ancora affondata, guardate! Che cosa ne facciamo?

KYLE: Che cosa c’era dentro?

JOHN: Luci. Tante luci…

TERZO MONACO: Rimorchiamola, portiamola a riva.

SECONDO MONACO: È male.

PRIMO MONACO: È solo roba tecnologica.

SECONDO MONACO: Tecnologia malvagia. Guardate quei poveri pesci.

TERZO MONACO: L’abate saprà cosa fare…

KYLE: Solo luci?

JOHN: Macchinari. Pulsanti. Metallo.

SECONDO MONACO: Vedete? Guardate i pesci!

TERZO MONACO: L’abate saprà…

SECONDO MONACO: Sono cotti! Questi pesci si sono cotti!

JOHN: Migliaia di luci. Come stelle. Come il Paradiso in Terra!

Ripley si agita fra le braccia di John. Mugugna. Lotta per uscire dal suo stato comatoso… si guarda intorno attraverso gli occhi semichiusi. È circondata da monaci incasaccati. Monaci? Chiude gli occhi. Cerca di cancel­lare l’immagine. Li riapre: sono ancora lì. Guarda le mani insanguinate che la stringono – realizza che è seduta sul grembo di qualcuno. Si gira. John le sorride, amichevolmente.

Ripley scuote la testa. Cerca di parlare, ma le sue labbra non emettono suono. Si sporge e vede la nave sulla superficie dell’acqua. Chiude gli occhi, lottando con le ragnatele nella sua testa. Cerca di mettere a fuoco la nave. Ricorda. Si gira verso John, cerca di parlare…

RIPLEY: Aspettate… Newt…

Poi perde conoscenza.

Dissolvenza in nero

(continua)


L.

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