[2018] Alien Expedition (Jurassic Expedition)

Su Prime Video mi sono gustato un film che “Bizzarro Movies” (Minerva Pictures) ha distribuito in italiano ma per ragioni misteriose ancora non trovo alcuna edizione DVD: appena uscirà sarà mio!

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[1991] Terrore nello spazio (Dead Space)

Ormai lo sanno tutti, nello spazio nessuno può sentirti citare Alien, quindi lo fanno in tanti. Come per esempio Fred Gallo, che oggi produce documentari per bambini ma ha esordito alla regia con un filmaccio di fantascienza che copia tanto e dai migliori: come dargli torto?

Il suo Dead Space è prodotto dalla Concorde Pictures di Roger Corman, che grazie ad un accordo distributivo con la RCA-Columbia permette a questi infimi prodottini di girare tutto il mondo, Italia compresa.
Al momento di portarlo nelle nostre videoteche, però, la Columbia-TriStar ha pensato bene di affibbiargli il titolo Terrore nello spazio, drammaticamente vago per un film: vuoi vedere che hanno pensato di chiamarlo come il film di Mario Bava del 1965 che O’Bannon ha scopiazzato per Alien? Che sia una sorta di contrappasso, visto che questo film del 1991 è palesemente una scopiazzata aliena?
Comunque la Prisma/Fox nel 1998 ha battezzato con lo stesso titolo la VHS italiana di Within the Rock o Terror Mooon (1996), che invece IMDb chiama Dagli abissi dello spazio. Insomma, ’sto terrore nello spazio piace ai distributori italiani.

Scomparso subito nel nulla, il film dal maggio 2020 lo trovate in italiano sul canale YouTube di Cinema ZOO, finché dura.

Un titolo secco, senza fronzoli

L’eroe della vicenda è la classica figura di avventuriero spaziale che negli anni Ottanta la faceva da padrone, e in questo caso è il comandante Steve Krieger, interpretato da quel Marc Singer che per tutta la sua carriera di filmacci ha campato di rendita grazie all’enorme fama riscossa nei panni del mitico Mike Donovan nella serie “Visitors”. Noi ragazzini degli anni Ottanta siamo tutti cresciuti con Donovan come padrino, malgrado i finti anni Ottanta di moda oggi lo ignorino.

Può un figlio di quel “fanta-decennio” girare per la galassia senza un robot “spalla comica” al seguito? Ovviamente no, e qui l’assistente robotico – Tim in originale, che diventa qualcosa come Timba in italiano! – è doppiato da una voce famosa ma non so identificarla.

Steve Krieger, maschio spaziale senza rischio né raschio

Krieger e Tim guidano un’astronave scassata, come si confà ad un avventuriero spaziale, e rispondono contro voglia ad una richiesta di soccorso da Phebon, una stazione di ricerca sul pianeta omonimo: un laboratorio spaziale affetto dal peggiore dei problemi dell’universo. È gestito da Bryan Cranston!

Chi sarà mai il cattivo della storia? Chi sarà il.. breaking bad?

Il miglior attore del mondo (come lo sfotte Cassidy) interpreta Frank Darden, uno degli scienziati che a Phebon cercano una cura contro il virus Delta-5 che sta falcidiando l’umanità, e la sapete tutti la regola per combattere un nemico: trovare un nemico più potente. È la formula americana: vuoi far fuori un dittatore violento? Cerca un dittatore ancora più violento, e poi uno più più violento per far fuori quello più violento, e poi uno più più più violento per far fuori il precedente e così via. È una tecnica che gli Stati Uniti adottano da sempre, e la politica internazionale dimostra che hanno fatto proprio un bel lavoretto di fino…

Nello spazio vige la stessa regola, così Bryan Cranston e gli altri scienziati per combattere il pericoloso virus hanno creato un «mutante metamorfico», che non sconfigge il virus ma in compenso si mangia tutti gli umani che incontra. Esattamente lo stesso risultato della politica estera americana!
Dubito che la sceneggiatrice esordiente Catherine Cyran pensasse a tutto questo, ma mi piace pensare che quella vecchia pellaccia di Roger Corman adorasse il sottotesto sarcastico.

Che bell’ovetto, chissà quale sorpresa conteneva…

Corman avrà tempo con Carnosaur 2 (1995) di ricopiare identico Aliens (1986), qui siamo nello spazio quindi si ricopia Alien (1979). Così uno scienziato curiosone si sporge troppo sul piccolo uovo che covava il virus mutaforma (?), questo ne fuoriesce e gli si infila nel naso (giuro!), e dopo un po’ – da bravo chestburster – ne fuoriesce in versione larvale dal petto. Però per non far proprio capire che si sta copiando il film di Ridley Scott confondiamo un po’ le acque: il mostro fuoriesce dal petto citando palesemente La Cosa (1982) di John Carpenter. Anche per citare i registi giusti.

Rob Bottin, dove sei?

Tornando al copione alieno, l’essere larvale fuoriuscito dal petto fugge e va a nascondersi in attesa di crescere, mentre Krieger e gli altri cominciano a setacciare la stazione, assicurandosi di chiudere man mano i bocchettoni dell’impianto di condizionamento per intrappolare la creatura, anticipando la scena identica vista l’anno dopo in Alien 3 (1992).
Intanto non mancano le frecciatine agli scienziati spietati, che con i loro esperimenti infami mettono a rischio la vita con la scusa di salvarla. Signora mia, chissà che ci mettono nei vaccini. Certo che avere Bryan Cranston occhialuto con un camice da dottore non aiuta la ricerca medica.

Fidatevi degli scienziati, soprattutto se hanno la faccia di Bryan Cranston

Il povero Marc Singer è palesemente fuori ruolo, visto che non serve un avventuriero spaziale dalla battuta pronta e dal fisico forgiato da mille amplessi: siamo in un campo dominato da eroi “ripleyggianti”, cioè donne determinate più che muscolose, quindi l’aitante Singer non può far altro che mettersi in pose plastiche davanti a fonti di luce ingiustificate e assumere la faccia di chi finge di capire dove sia, quando è chiaro che non lo sappia.

Quando cerchi di fingere interesse ma non sai neanche dove sei

Ad un certo punto il nostro baldo eroe ci regala il momento più alto dell’intera vicenda, dove si ride di cuore. Bisogna andare fuori dalla stazione a stanare il mostro, e quindi è necessario indossare la tuta spaziale per camminare sul pianeta alieno. Eh, detta così pare facile, dove li troviamo i soldi per una tuta spaziale? Va be’, Singer: infilati un giacchetto, che vale come tuta pressurizzata!
Non un respiratore, non un casco, solo un giacchetto… e neanche chiuso fino al collo! Mi coprivo di più io quando uscivo di casa in Fase 1!

Cioè… quella sarebbe una tuta spaziale pressurizzata???

Dopo una puntatina alle Vasquez Rocks, la mitologica location dove sono state girate le migliori scene di cinema fantastico di sempre – da “Star Trek” a Bill & Ted che citano “Star Trek” (1991) – si torna in interni che dobbiamo girare l’incontro con la Regina Aliena. Va be’, Regina forse è troppo… diciamo una dama di compagnia inquadrata con tante luci addosso.

Al cospetto della Regina Aliena… o supposta tale!

Mi sembra superfluo specificare che non esiste trama, al di fuori della scopiazzata aliena, e i personaggi vagano abbandonati a sé stessi, ma vi posso assicurare che si ride di gusto, soprattutto quando il mostro pseudo-xenomorfo attacca le sue vittime. Il budget del film permetteva al massimo un “coso” di gomma appeso alla parete, quindi sta agli attori buttarcisi addosso fingendo di esserne afferrati, e agitarsi facendo in modo di muovere gli artigli di gomma come se il mostro fosse vivo.
Siamo in pratica tornati alla celebre piovra di gomma di Ed Wood, cioè agli albori del cinema horror: solo per queste scene vale la pena vedersi questo film.

Lo xeno-coso di gomma

Per un film di fantascienza copiare Alien è cosa buona e giusta, ma bisogna sempre ricordarsi anche di Aliens, perciò non stupisce che dopo una prodezza dell’eroe Krieger, il suo amico robotico Tim se ne esca con questa frase:

«Non male per un semplice essere umano.»

Quando basta una sola frase a venderti un film.

L.

– Ultime citazioni da Alien:

  • Citazioni aliene. Piccolo ranger (1981) - Quasi due anni dopo l'uscita italiana di Alien (1979), la testata a fumetti "Il piccolo ranger" presenta la versione bonelliana del nostro xenomorfo preferito, anche se adattata per i giovani lettori.
  • Star Trek Alien: Datalore (1988) - Anche Evit parte per le stelle e mi segnala una deliziosa cripto-citazione trekiana, a cui aggiungo due perle del male.

[2021] Army of the Dead (Snyder vs Aliens)

Vasquez and the Army of the Dead

Ogni film che omaggia Aliens (1986) di James Cameron fa solo il suo dovere, pagando il tributo al più iconico e archetipico film del genere fanta-horror moderno; ogni film che copia Aliens (1986) di James Cameron fa bene, perché si copia sempre dai migliori: persino Cameron stesso si è auto-copiato, con quella roba che ha chiamato Avatar (2009)!

Ecco perché sebbene sia il vuoto con gli zombie intorno, Army of the Dead (2021) di Zack Snyder va visto: sia per dichiarare la morte cerebrale del cinema, che cerca malamente di riciclare tematiche ormai proprie dei fumetti, sia per dichiarare la sconfitta di trent’anni di fanta-horror, visto che il paraculo Snyder sa bene che l’unico modo di vendere questa roba agli spettatori… è ricopiare Aliens (1986) scena per scena, con battute e personaggi copia-e-incollati di peso. Non sembri una critica: copiare Aliens è cosa buona e giusta!

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[2003] Volo per l’inferno (Flight to Hell)

L’estate scorsa, in piena astinenza da bancarelle – ormai estinte per ragioni pandemiche – comprai su Amazon alcuni DVD con la mitica “S” in locandina: cioè produzioni Stormovie che colleziono da anni. Fra questi ho preso a scatola chiusa, visto il prezzo basso, anche Volo per l’inferno senza sapere cosa fosse. Una volta arrivato, andandolo a catalogare nei miei elenconi mi sono reso conto che era qualcosa da non toccare a mani nude, così con una pinza l’ho riposto in fondo alla collezione.
Grande è stata la mia sorpresa nel trovarlo su Prime Video, perciò mi sono deciso a riprendere la mia copia in DVD.

Non ho trovato tracce di questo film al di fuori dell’edizione Stormovie 2008, quindi il 2003 riportato da IMDb non so da dove venga. La Stormovie attinge agli archivi Mediaset quindi il film potrebbe essere stato trasmesso di nascosto su qualcuno dei suoi canali, ma capisco perfettamente le guide TV che non hanno riportato l’evento.

Il viaggio all’inferno è quello dello spettatore

L’aereo Roulette One parte da Las Vegas con il compito di far sollazzare un riccone, che per motivi misteriosi preferisce fare in volo ciò che potrebbe fare comodamente a terra, cioè giocare alla roulette.

Perché questa roulette ha una testiera accanto?

È una notte buia e tempestosa e il pilota ha avuto un incubo che sembrava un film horror, sicuramente succederà qualcosa di brutto: per esempio questo film.

Gli effetti speciali delle grandi occasioni

Un fulmine colpisce l’aereo e distrugge la radio, proprio mentre avevano intercettato uno strano messaggio di soccorso. I tecnici dell’aereo dalla stiva fanno sapere che il loro contratto non prevede ci si fermi per rispondere a messaggi di soccorso, ma il capitano fa sapere che, al contrario, esiste una clausola nel caso di omesso soccorso che bloccherebbe la loro Paga. Mmmm io ’sta cosa l’ho già sentita da qualche parte…

Da solo in cabina è un buon momento per dormire

Non è chiaro perché e per come, comunque l’aereo intercetta del muco alieno che inizia a infilarsi ovunque, depositando uova: è il classico comportamento del muco, deporre uova…

Tipiche uova deposte dal muco alieno

… ma mica uova normali, no: uova palesemente prese da una produzione Fox!

A me ’ste uova sembrano familiari…

Degli strani esserini aracniformi cominciano a girare per l’aereo, e tutti se la ridono: sai quanti soldi ci faremo con questa scoperta? Ho smesso di cercare una qualsiasi logica nella sceneggiatura di questo film. ahahahha “sceneggiatura” ahahahha!

Che carino, chiamiamolo “stringi-faccia”

Voi non ci crederete, ma un membro dell’equipaggio ficca troppo il naso… tanto che un mostriciattolo se ne fa tana!

Vi prego, date il Premio Nobel a questa scena!

Potete continuare a non crederci, ma quando sembra tutto passato quello stesso membro dell’equipaggio va a pranzo… e l’esserino gli fuoriesce. Non dal petto, ma dall’occhio, perché l’originalità è il forte di questo film.

La versione Z di Kane a pranzo

L’esserino poi cresce e diventa mostrone bruttone…

Nel buio nessuno può sentirti copiare Alien

… con zanne affilate e vari accorgimenti perché non sembri troppo xenomorfo.

Quando lo xenomorfo si scrive con la Z

Cosa dire di questo grande film diretto da Alvaro “Al” Passeri? Niente, se non che le immagini che riporto non riescono a rendere la vera qualità Z del prodotto. Non so cosa abbia spinto un essere umano a creare quest’opera, ma approvo la voglia di copiare Alien (1979), che è sempre cosa buona e giusta.

In quanto Alien-clone questo Volo per l’inferno è un gioiello oscuro, di un bel marrone corposo, che non può mancare nella collezione di un pazzo come me, che oltre ai film alieni ufficiali conserva pure le scopiazzate di serie Z.

L.

amazon

– Ultime citazioni aliene:

[2012] Alien Origin

Grazie a Prime Video mi sono visto un filmaccio a tema alieno che mi era sfuggito, quando la Minerva Pictures l’ha portato in DVD italiano nel maggio 2015, con la targa “Bizzarro Movies”.

Il regista Mark Atkins è un professionista della Z, con film divertenti come Sand Sharks (2012) e roba Asylum, come il divertente Android Cop (2014) o il tristissimo Planet of the Sharks (2016). Tutte opere decisamente superiori a questo vuoto Alien Origin (2012).

Il vuoto con un alieno intorno

Il film è puro letame, ma è irresistibile la prima parte, dove viene ricreato l’inizio di Predator (1987) ma in salsa found footage.

«Nell’ottobre 2011 un’unità delle Forze Speciali è stata mandata in missione nella giungla del Belize insieme alla giornalista Julia Evans e alla sua troupe televisiva: l’intero gruppo è sparito senza lasciar traccia.»

Quindi la fantomatica località del Centro America di Predator diventa il Belize, che affaccia sul mare, e le Forze Speciali anni Ottanta di Schwarzy si ammodernizzano: oggi tutti i soldati girano con una videocamera addosso, quindi è plausibile la quantità di tecnologia che si portano appresso i protagonisti di questo film. Purtroppo l’idea è di sfruttare per la milionesima volta l’idea del “filmato ritrovato” come ricostruzione degli eventi, e onestamente dopo vent’anni è un’idea che ci ha abbondantemente sfondato gli zebedei.

L’astronave ritrovata nel Belize ha una forma davvero aliena…

Degli attori improvvisati vengono lasciati senza alcun copione a girare tra le fresche frasche, parlando del più e del meno, poi a un certo punto trovano un teschio che è proprio plausibile: non sembra affatto una roba fatta con la stampante 3D…

Un autenticissimo teschio alieno

Niente viene spiegato, pare di capire che in quella zona ci sono alieni che rapiscono la gente, ma è chiaro che non esiste trama: solo una divertente versione cialtrona di alcune atmosfere di Predator.

Assolutamente deliziosa la scena in cui un soldato monta sulla spalla di un altro una… «pistola laser» alla Predator, ma tranquilli sta scherzando, è solo un sensore. È però chiaro che la battuta strizza l’occhio al cannone da spalla del Predator.

Cannoni da spalla modello Predator montati

Malgrado il disprezzo che genera la visione del film, il DVD è già entrato nella mia collezione dei “Finti Alien” scopiazzoni.

L.

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[2007] AVH: Alien vs. Hunter

Se l’uscita del The Predator (settembre 2018) di Shane Black ha generato Alien Predator (settembre 2018), scopro che la famigerata The Asylum non era certo nuova all’operazione: l’uscita di Aliens vs Predator 2: Requiem (dicembre 2007) ha infatti generato AVH: Alien vs. Hunter (dicembre 2007). Anche in questo caso il film è inedito in Italia, o almeno non ho trovato tracce di distribuzione.

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[1988] Alien Transformations (guest post)

Dal blog “Malastrana VHS” di Andrea Lanza ri-bloggo questa recensione di un film incredibile, che avevo dimenticato per decenni:


In viaggio nello spazio, Wolfgang Shadduck scopre di avere a bordo un passeggero clandestino: una donna bellissima e sensuale, al fascino della quale l’uomo non riesce a resistere. Ma al termine dell’amplesso, davanti agli occhi di un inorridito Shadduck, la creatura si trasforma in un mostro repellente e poi scompare. Convinto di aver avuto un incubo – della donna non rimane alcuna traccia – Wolfgang prosegue il suo viaggio fino a quando un’avaria lo costringe ad un atterraggio forzato su un pianeta che ospita una colonia penale. Qui il pilota conosce Miranda e se innamora, ma viene sequestrato assieme a lei da un gruppo di detenuti evasi che vuole usare la sua nave per fuggire, ed è costretto a decollare dall’asteroide. Durante il volo, il mostro si materializza nuovamente e dà inizio alla strage. 

Ah, l‘Empire di Charles Band! Solo a nominarla mi ritornano alla memoria, come madeleine proustiane, vecchie VHS, film improponibili trasmessi nella notte più fonda da tv private, riflesso anarchico di un cinema potentissimo e miserabile che tutto poteva anche senza nulla avere!

Per tutti l’Empire è stata Re-Animator, Ghoulies, From Beyond, Dolls, low budget di un certo culto, ma in pochi si dimenticano, o non sanno, dell’esistenza dei figli minori dell’impero di Charles Band.

Scriveva Fabrizio De André alla fine della meravigliosa La città vecchia:

Se ti inoltrerai lungo le calate
dei vecchi moli
in quell’aria spessa
carica di sale gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini
e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire
sua madre a un nano“.

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Mai strofe calzano più a pennello per un sottomondo, un po’ alla Underworld di Clive Barker/ George Pavlou, nauseabondo e poco invitante, nel quale, più che imbatterci in belle pellicole, ci troviamo davanti a veri mostri, sgraziati, arrabbiati e incattiviti. E, sempre come per De Andrè, la soluzione è, più o meno, la stessa: o liquidi questi film per quello che sono, merda, schifo, a morte il regista, o, amico mio, apri la tua bella birra, liberi la pancia dai pantaloni, via le scarpe, sciallato sulla tua poltrona, ti fai avvolgere da quei liquami, da quella trama improponibile, rischiando pure di divertirti.

L’Empire sfornò, nella sua folle corsa di appena 6 anni, un sacco di brutte pellicole fighissime come Breeders di Tim Kinkaid con alieni arrapati e ballerine nude, Creepozoids di David Decoteau con la Linnea Quigley del nostro cuore e dei topastri mossi a mano dagli attori, momenti teneri e irripetibili, Terror Vision di Ted Nicolau con la recitazione dell’intero cast oltre l’overacting, e naturalmente questo Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi, con un titolo così brutto, poco accattivante che non poteva essere altro che un capolavoro dell’infimo.

Quindi l’Empire non era solo buone pellicole strane e folli, tipo Troll o Ork di John Carl Buechler, ma anche, e soprattutto, filmacci da cestone del supermercato, film dalle copertine orribili che sembravano urlare l’eutanasia piuttosto che una visione.

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Questi film, americani nel cuore ma girati in italia nei capannoni di proprietà dello stesso Charles Band, erano successi sicuri, venduti in tutto il mondo e dal budget così misero che anche la vendita di una VHS poteva garantire un’entrata, anche perché la maggior parte di loro non avrebbe mai visto la luce della sala cinematografica.

Con Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi siamo in territorio sci-fi horror, in un’ambientazione quasi tutta in interni per sfruttare al massimo gli scenari riciclati da una produzione più ricca, Arena, uno dei costosi fallimenti, con Robojox di Stuart Gordon, del periodo finale Empire.

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Loredana Romito in tette e ossa

Inutile dire che la trama scritta da Mitch Brian, più a suo agio come sceneggiatore per il magnifico Batman: The Animated Series, sia un guazzabuglio inenarrabile composto da dialoghi deliranti, scene che sembrano improvvisate, e tante tette e sesso a cazzum per intontire lo spettatore beota. Per esempio ad un certo punto una dottoressa, interpretata dalla Lisa Langlois di Classe 1984 e Occhi della notte, dice al nostro eroe, il pilota spaziale Wolf, “Devo fare una cosa importantissima. Aspettami qui” e poi la vediamo fermarsi per lunghi minuti con fare pensieroso in una stanza vuota, non facendo nulla, giuro nulla, per poi tornare indietro. Cioè cosa diavolo doveva fare di importante????

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Alieni e sesso prima di Species

Non aiuta neppure la regia di Jay Kamen, tecnico del suono per produzioni di un certo livello come Robocop 3 o Caccia a Ottobre Rosso, impacciatissimo al suo debutto (unico) dietro la macchina da presa. Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi stilisticamente è vicino al linguaggio del telefilm (sciatto) degli anni ’80, un valore, per assurdo, aggiunto ad una visione ignorante da filmaccio uscito dalle VHS.

C’è da dire che la pellicola ha almeno due buoni attori, la già citata Langlois e il Patrick Macnee di Battlestar galactica, che però vengono mal sfruttati in una storia che li vede spauriti e visibilmente impacciati. Il resto del cast è miserabile, a partire da un protagonista legnosissimo, il cantante Rex Smith, lontano dai fasti del suo serial TV “Il falco della notte“. Per non contare poi le presenze inenarrabili delle nostre starlettes Pamela Prati e Loredana Romito, nudissime ovviamente. La prima, la Pamelona del tormentone trash TV Mark Caltagirone, interpreta l’aliena che contamina il protagonista all’inizio del film, la seconda è invece una prostituta rimorchiata da nostro Wolf in piena mutazione genetica che, prima di Species, spinge, gli extraterresti a ciulare il più possibile.

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Pamela Prati prima della D’Urso e di Caltagirone

Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi tenta un discorso anche interessante sull’AIDS e sul contagio sessuale, ma ogni buona intenzione, si sa, se la deve vedere con le vie distorte del diavolo delle brutte sceneggiature. Quindi inutile vederci significati reconditi: la pellicola di Jay Kamen è exploitation al più basso livello che prosegue a forza di sgnacchera e sangue.

Sia dato atto però che la trama anticipa pericolosamente quella di Alien 3: un’astronave con  l’infezione, il mostro, che precipita in una colonia penale. C’è pure un prete, Patrick Macnee, a sancire l’elemento fortemente religioso dell’opera. Ovviamente le due pellicole stanno agli antipodi, inconciliabili e con un’idea diversa di cinema: il film di Kamen divertimento rozzo senza pretese, quello di Fincher un’ambiziosa opera sci-fi molto stilosa. Però è bello sognare che, una notte insonne, facendo zapping sulla TV, uno degli artefici della travagliatissima stesura di Alien 3, magari il non accreditato David Twohy di Pitch Black, sia stato folgorato dalla visione di Transformations. Sua fu d’altronde l’idea di trasformare il pianeta, sul quale l’astronave di Ripley/Sigourney Weaver atterra, in una colonia penale.

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Per il resto abbiamo davvero davanti un filmaccio di bassa lega, pregno di momenti involontariamente comici, a partire dai primi minuti di film quando il nostro Wolf non si chiede che diavolo ci fa su un’astronave, fino ad un secondo prima deserta, la nostra Pamelona arrapatissima. Il suo pensiero probabilmente è che sia stata nascosta, senza mangiare né bere per giorni, in attesa di fargli una sorpresona per il suo compleanno. “Quei mattacchioni dei miei amici” esordisce il non proprio intelligentissimo protagonista prendendosi una sifilide aliena che gli procurerà bolle su tutto il corpo abbastanza schifose che esploderanno in pus.

Transformations ci insegna che nel futuro le lauree non serviranno più: l’unica dottoressa della prigione, interpretata dalla bellissima e assente Langlois, non ha nessun titolo accademico come ci conferma lei stessa in uno dei tanti dialoghi surreali. Fa il medico e agisce da medico semplicemente perché la chiamano “Dottore” e indossa un camice. D’altronde tutto il suo apporto scientifico per debellare la mutazione del protagonista è limitato in intensi occhi da cerbiatto e frasi come “Ti amo dal primo momento che ti ho visto“. Va bene che l’amore può vincere tutto, ma insomma…

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Cast di disperati

Aggiungiamo al pasticciaccio una sottotrama senza interesse, e subito liquidata, con tre detenuti che evadono dal carcere, girata così sciattamente nelle scene d’azione da suscitare tenerezza.

Gli effetti speciali sono abbastanza efficaci nella semplicità di uno spettacolo che richiede solo tre elementi: nudi, schifezze varie e un ritmo abbastanza concitato. Chi si accontenta si divertirà e il film si lascia guardare senza danno ferire, di certo meno ributtante di come le recensioni l’hanno sempre accolto.

Dispiace solo che un ottimo direttore della fotografia come Sergio Salvati sia stato coinvolto in uno dei suoi lavori meno efficaci, lontano non solo dai fasti fulciani ma anche dalle buone, precedenti prove Empire come Ghoulies 2, Puppet Master o Striscia ragazza striscia.

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L’Empire, per motivi finanziari, fallirà da lì a poco, trasformandosi in quella che ad oggi è la Full Moon, ma film così belli nella forma miserabile come Transformations non si sono fatti più.

E in fondo ci dispiace.

Andrea Lanza

Transformations… e la bestia sorgerà dagli abissi

Titolo alternativo: Alien transformation

Titolo originale: Transformations

Anno: 1988

Regia: Jay Kamen

Interpreti: Rex Smith, Lisa Langlois, Patrick Macnee, Christopher Neame, Michael Hennessy, Donald Hodson, Ann Margaret Hughes, Pamela Prati, Loredana Romito, Benito Stefanelli, Cec Verrell

Durata: 84 min.


L.

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[2019] I Am Mother

Mi è capitato di vedere un film di Netflix: I am Mother (2019) di Grant Sputore. Parafrasando il nome del regista, il mio “stupore” è stato scoprire quanto la totale follia di Ridley Scott abbia contagiato la fantascienza moderna.

Il giovane Sputore è anche soggettista, oltre che regista e produttore, mentre la sceneggiatura è dell’altrettanto giovane Michael Lloyd Green: giovani mente traviate da un’eccessiva dose di “scottismo”.
I am Mother infatti potrebbe benissimo essere denunciato per plagio dalla Fox: è la versione più economica di quella porcata di Alien: Covenant (2017). No, sono ingiusto, rettifico: è uno splendido film che dimostra come le stupide idee di Alien: Covenant potevano essere meglio veicolate. Se Scott quindi fosse stato anche solo un decimo del regista che tutti credono lui sia, Alien: Covenant sarebbe stato bello come I am Mother, invece di essere una delle peggiori buffonate della storia del cinema.

Siamo in un vago e non meglio specificato futuro. In una base super-tecnologica completamente disabitata, David si aggira solitario e si prende cura di tutti gli embrioni a lui affidati. Solo che non si chiama David, bensì Madre, visto che ha sviluppato e cresciuto l’embrione che poi diventa la giovane Figlia (Clara Rugaard).
David/Mother sente su di sé la responsabilità dell’intera razza umana: che gli sia stata data o se la sia presa, ovviamente lo sapremo nel finale.

Chiamatelo Madre o David, non cambia molto…

Daniels si fida di David… scusate, volevo dire Figlia si fida di Madre e diventano entrambi tutto il mondo, finché non arriva un elemento esterno. Aprendo infatti una parentesi nello “scottismo”, il film si gioca la inflazionatissima carta del bunker come ultimo rifugio contro il mondo esterno distrutto da un virus: se non avessimo già visto miliardi di storie identiche, sarebbe anche un’ottima narrazione.
Dall’esterno arriva una Donna (Hilary Swank) che non sembra stare male, e Figlia comincia a farsi domande: non è che Madre m’ha coglionato?

Girato in location davvero simili a Covenant – Scott ha girato in Australia e Nuova Zelanda, Sputore solo in Australia – il mondo esterno di I am Mother (da quel poco che vediamo) è arido e allo stesso tempo in piena fase evolutiva esattamente come quello degli (ex) Ingegneri dove abita David, così come lo sviluppo della storia si basa sugli stessi dilemmi etici: occhio, che non manca neanche la religione tanto amata da Scott, rappresentata dal crocifisso artigianale stretto fra le mani di Donna.
Ma già che stiamo qui a parlare del rapporto tra umani ed androidi… ce lo vogliamo buttare un animaletto fatto di origami? E lo vogliamo far apparire in una scena di difficile interpretazione così che ognuno possa dire la sua? (Ma il cane c’era o se l’è sognato Figlia?)

No, non è una citazione di Blade Runner: Director’s Cut, no, mica…

Tolta questa smaccata cito-paraculata per far orgasmare i fan di Blade Runner – cioè l’intera popolazione umana tranne me – il resto è tutto per Alien: Covenant, compresi risvolti “personali”.
Con una piccola differenza: I am Mother è un ottimo film, scorre via che è un piacere e ti lascia incollato allo schermo anche se stai assistendo ad uno spettacolo che definire “già visto, già letto, già sentito mille volte” è dire poco.
Quindi il problema di Covenant non è la storia ridicola, perché questo film Netflix dimostra che invece ci si poteva tirar fuori un ottimo film, è proprio la follia di Scott di aggiungere miliardi di elementi inutili amalgamati dalla peggior tecnica narrativa mai vista al cinema ad aver rovinato tutto.

Madre e David che “giocano” con gli embrioni umani

Grant Sputore ha preso Alien: Covenant, l’ha sgrullato per farne cadere tutta la spazzatura, e con quel 10% rimasto ci ha costruito un ottimo film, aiutato dallo splendido design di un robot che… oh, ma vogliamo far godere pure i fan di Star Wars? Ma sì, dài: non chiamiamolo robot, chiamiamolo droide, cioè l’errore grammaticale nato dal ’droid di George Lucas e che da allora contraddistingue i personaggi di quell’universo. Non dev’essere stato facile per la lingua di Sputore raggiungere così tanti deretani, ma il ragazzo è in gamba e c’è riuscito con grande stile.

Grant Sputore e la sua barba alla Ridley Scott! (© 2019 George Pimentel)

Per i prossimi deliranti e sconclusionati filmacci di Scott, perché la Fox non chiama dei giovani talenti come Sputore? Perché non mandiamo Ridley a godersi la sua meritata pensione e lasciamo spazio a veri registi, che sappiano cioè fondere effetti speciali e narrazione? Purtroppo non andrà così, ma spero che Sputore sia lì pronto a “rubare” la prossima porcata di Scott per farne un altro ottimo film come questo.

L.

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[1989] Leviathan

Lo confesso, non è un vero anniversario, perché siamo in anticipo di un mese (il film è del marzo 1989), ma è solo una coincidenza: trovato su Amazon il DVD del film in offerta, acquistato in modo impulsivo e visto per puro piacere personale – anche perché sono diversi mesi che porto in tasca un foglietto con su scritto “Rivedi Leviathan”! – scopro all’ultimo secondo che sto scrivendo ad un mese dal 30° anniversario del film: che faccio, posticipo tutto? Naaaa, ormai siamo in acqua e nuotiamo: magari è un’esca per qualche pescatore che a marzo volesse festeggiare questo anniversario.

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[2018] Alien Predator

L’uscita di settembre di The Predator (2018) di Shane Black ha risvegliato la famigerata The Asylum: oh, si è detto la casa, ma noi siamo famosi per sfornare versioni Z di filmoni del momento. E che facciamo, non diciamo una parola sul nuovo Predator?
In perfetta sincronia, la casa l’11 settembre 2018 – da uno a tre giorni prima del film di Black – presenta Alien Predator, la noiosissima versione ZZZZZZZZZZZZZZZ (e qualche Z in più) del Predator del 1987. Com’è che nessuno si caga mai i Predator venuti dopo?

Con un colpo solo, due citazioni!

Il regista Jared Cohn è autore di “capolavori” come il ridicolo Hold Your Breath (2012) e il divertente Atlantic Rim (2013), oltre che l’assolutamente inutile Evil Nanny (2016) trasmesso il maggio scorso addirittura da Rete4 come fosse il giallo dell’anno. Unendoci Little Dead Rotting Hood (2016), diciamo che lui rappresenta la parte oscura della Asylum, quella noiosa da morire e in cui il nulla permea ogni fotogramma.
Meno male che alla sceneggiatura c’è Bill Hanstock, l’orgolioso – e un po’ orgoglione – autore di Apocalypse Pompeii (2014) e 3-Headed Shark Attack (2015). Siamo davvero in buone mani.

Ammazza che mira: dallo spazio l’astronave casca sull’unica struttura della zona!

Seguendo il copione del film di John McTiernan, il cacciatore spaziale atterra nel centro America – in questo caso nell’Honduras – e comincia a cacciare gli umani per sport. Scomparso un gruppo di black ops, il rude Xavi Israel vuole andare a salvarli ma viene bloccato dalla burocrazia militare: insieme a sette commilitoni che se ne fregano del regolamento, si lancia al salvataggio nella giungla… Va be’, giungla… diciamo prato cespuglioso che addirittura fa rimpiangere le location bulgare.

La terribile giungla di fresche frasche

Appena giunti sul luogo i nostri eroi vengono accolti da pìu pìu, cioè dei raggi laser che fanno pìu pìu sparati da qualcuno senza motivo. Inizia la metà del film ambientata nelle fresche frasche, con gli attori che si comportano come fossero nella giungla mentre in realtà è palese che stanno sotto casa, con tanto di gelataio a portata di mano.

Invece di scuoiare gli umani, qui il predator li annoda…

A metà esatta del film, con precisione matematica, ci si va ad infilare tutti in un tunnel scuro così da poter utilizzare le solite location da interni della Asylum, più comode. Si cammina nel buio così a lungo che lo spettatore perde i sensi, e quando li riacquista dieci ore dopo stanno ancora camminando. Per fortuna si arriva al cospetto del Cacciatore, il Predator in versione Z. Lo Zredator!

Che triste spettacolo…

Tutta la storia ricalca fedelmente lo spunto del 1987, essendo in effetti l’unico film noto sul Predator: vi risulta siano usciti altri quattro film e un ulteriore quinto recentemente al cinema? No, non mi pare: Predator è solo quello del 1987.

Sarebbe questo l’Alien Predator???

Con un makeup degno del Cirque du Soleil il nostro Zredator riesce a dare ben misero spettacolo di sé.

Cioè… questo è il Predator senza maschera?

Come dicevo, Cohn rappresenta la parte oscura della Asylum, quella triste e noiosa, quella dove non succede niente e non fai che guardare l’orologio già dopo un minuto dall’inizio. Siamo lontani dal cazzeggio a cui la casa ci ha abituato e che da tempo non dà più notizie di sé.

Zredator, autodistruggi ’sto film!

Essendo ripartito per il suo pianeta, chissà che Zredator non torni a trovarci in futuro, quando la Asylum sarà tornata a fare film divertenti. Un futuro dunque molto lontano…

L.

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