Citazioni aliene: Teen Titans Go!

Due amici dell’Etrusco – Moreno del blog “Storie da Birreria” e Vasquez, il cui nome è tutto un programma – in momenti diversi mi segnalano ben due citazioni aliene dalla serie animata “Teen Titans Go!“, che sebbene sia un prodotto Warner Bros non resiste a citare entrambe gli alieni Fox, anche se “maschera” il tutto.

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[2008] Cofanetto: AVP Collection (DVD)

Con la data del 2008 stampigliata sulla locandina ma venduto in italiano su Amazon dal 2012, ecco un “cofanetto” che in realtà è un normale plasticone da doppio DVD con al suo interno i film AVP: Alien vs Predator (2004) di Paul W.S. Anderson e Aliens vs. Predator 2: Requiem (2007) dei fratelli Strause: entrambi in versione estesa.

Ho due copie di questo cofanetto, ma nessuna delle due funziona! Ben quattro dischi che il mio lettore non riconosce più: per fortuna sono pieno di copie doppione di entrambi i film.

I due DVD dei film non sono stati ristampati, sono in tutto e per tutto identici ai DVD già usciti singolarmente, con i relativi contenuti speciali, in questo caso due distinti commenti audio per ogni film. (Quello di Anderson, Henriksen e Lathan per il primo AVP l’ho interamente trascritto.)

La Fox dunque non si è sforzata molto, si è limitata a disegnare una nuova copertina per raccogliere due dischi già usciti, senza aggiungere una virgola.

L.

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Alien 3 (1992-2022) – 5. Fincher lo “scarparo”


Annus mirabilis

Il 1990 è un anno ricco d’emozioni per la 20th Century Fox guidata da Joe Roth, che comunque è rimasto produttore e continua a lavorare per conto proprio con la casa cha ha fondato, la celebre Morgan Creek, sfornando titoli leggermente famosi come Young Guns II ma anche madornali errori come L’Esorcista III.

La Fox deve gestire l’ingestibile Seagal di Programmato per uccidere, contare tutti i fantastiliardi che incassa Mamma, ho perso l’aereo di Chris Columbus e fare la figura del “cinema d’autore” con Edward mani di forbice di Tim Burton, senza dimenticare la grande tradizione del thriller classico con A letto con il nemico, quando Julia Roberts era un’attrice specializzata in ruoli drammatici.

A febbraio del 1990, mentre David Giler cerca di spiegare a Vincent Ward che non si può creare un pianeta fatto di legno, iniziano a Los Angeles le riprese di Predator 2, la cui uscita a novembre ha sicuramente delle ripercussioni sul progetto Alien 3: la creatura sorella dello xenomorfo ha avuto una lavorazione istantanea, tutto è andato liscio… ma il risultato ai botteghini è stato drammaticamente deludente. E il cacciatore spaziale non ha avuto i costi vertiginosi che sta avendo l’alieno.


David lo “scarparo”

Il neozelandese Vincent Ward inizia presto a dare segno di non aver capito in che nido di vespe sia finito, e comincia ad inimicarsi tutti nel tentativo di salvare il suo pianeta-monastero: il risultato è che abbandona la barca (o lo costringono a mollare, sembra di leggere fra le righe) e va in Australia a girare Avik e Albertine ( Map of the Human Heart, 1992). Ciao, Vincent, mandaci una cartolina.

Siamo quasi a metà del 1990 (va ricordato che originariamente il film era stato annunciato in uscita per Pasqua del 1990!), sono almeno due anni (forse tre) che la Fox spende soldi per un progetto che in pratica non esiste ancora: di copioni ce ne sono a secchiate ma neanche uno sceneggiatore, per non parlare di un regista che cerchi di dare una forma a qualcosa che sembra destinato a non nascere mai. Non sappiamo come e da chi sia stato scelto, ma è a questo punto che entra in scena David Fincher, giovane talento digiuno di cinema che però aveva anni d’esperienza nel campo pubblicitario e dei videoclip. Cioè spazzatura, agli occhi dei produttori del 1990.

«Una volta David Giler, furioso durante una riunione con la Fox, disse di me: “Perché lo state a sentire? È un venditore di scarpe!”»

Questo aneddoto, che dimostra la “stima” che godeva agli occhi dei produttori, Fincher stesso lo racconta a John H. Richardson della rivista “Premiere” (maggio 1992), e il giornalista capisce subito che l’epiteto di Giler si riferisce al fatto che il giovane regista aveva girato uno spot per la Nike. Che non è proprio il negozio di scarpe all’angolo.

David Fincher sul set di Seven (1995)

Se per questo, però, Fincher aveva firmato anche She’s Like The Wind, il videoclip in cui Patrick Swayze cantava una delle canzoni della spettacolare colonna sonora di Dirty Dancing (1987). Vogliamo parlare di Englishman In New York (1988) di Sting? Vogliamo citare Get Rythm (1988) di Ry Cooder, con Harry Dean Stanton come coro? Potrei andare avanti – Bamboléo (1989) dei Gipsy Kings; Express Yourself (1989) e Vogue (1990) di Madonna; Janie’s Got a Gun (1989) degli Aerosmith – ma il discorso è chiaro: David Fincher è la serie A di un campo che però nel 1990 è vittima di un razzismo sfrenato e becero. La TV è sorella stupida del cinema, quindi non importa se crei pubblicità per la Nike o dirigi Madonna e Sting, rimani un “venditore di scarpe”.

David Fincher lo “scarparo” sul set di The Game (1997)

Sheldon Teitelbaum su “Cinefantastique” (giugno 1992) ci spiega che intanto procede il balletto di sceneggiatori: la Fox richiama John Fasano, che già da prima aveva mollato tutto, e gli chiede di aggiustare la sceneggiatura di Ward per conto suo, compito assegnato solo per il gusto di rigettarglielo indietro; intanto la casa chiama anche Larry Ferguson, che co-sceneggiava grandi film dagli anni Ottanta e di cui era appena uscito al cinema Caccia a Ottobre Rosso (marzo 1990), a cui aveva partecipato sempre in squadra con altri. «Ferguson è un bravo scrittore», spiega il produttore David Giler al giornalista, «ma si è trovato a lavorare sotto pressione, parecchia pressione, dovendo muoversi in fretta, e non era ciò che voleva». Ferguson dura poco, il tempo di aprirgli la porta che già tocca salutarlo, ma in compenso la Fox insiste per dargli un credito come co-sceneggiatore, visto – ci spiega il giornalista – il gran numero di sue idee finite nel film completo.

In realtà Fincher al giornalista Richardson di “Premiere” racconta tutt’altra storia (riportata poi nel saggio-raccolta Interviews):

«Fincher: Nel copione che Larry [Ferguson] stava scrivendo c’era questa donna che cadeva dalle stelle. E alla fine muore, lasciando sette monaci… Sette nani!

Richardson: Stai scherzando.

Fincher: Sono serissimo, giuro su Dio. Alla fine c’erano questi sette nani e c’era questa cazzo di bara tubulare in cui la infilavano, in attesa che il Principe Azzurro arrivasse a svegliarla. Questo era uno dei finali che avevamo per questo film. Riesci ad immaginare cosa disse Joe Roth [capo della Fox] quando lo seppe? “Che cazzo sta succedendo, qui?”»


Il mucchio selvaggio

Per iniziare subito con il piede giusto, appena David Fincher entra nel progetto Alien 3 i produttori esecutivi decidono di prendere in mano la sceneggiatura, per fondere insieme le varie idee lasciate dagli autori che si sono alternati. (In realtà “Premiere” afferma che i due siano stati ingaggiati dalla Fox per una riscrittura d’emergenza dietro compenso di 600 mila dollari.) Il che significa che l’esordiente Fincher, appena entrato nella vasca degli squali di Hollywood, con la consapevolezza che lo considerano un “venditore di scarpe”, si ritrova a dover gestire come sceneggiatori Walter Hill e David Giler, due potenti all’apice della loro carriera e con un carattere leggermente impegnativo. Giler considera spazzatura chiunque abbia mai incontrato nella vita, e quando Walter Hill si sveglia nervoso gli xenomorfi scappano via urlando.

«È una posizione difficile essere sia produttore che sceneggiatore. Per il regista è facile discutere con uno sceneggiatore, non lo è con uno sceneggiatore-produttore. Non puoi cacciare un autore che non ti piace, se è anche produttore.»

La dichiarazione di Giler a Teitelbaum di “Cinefantastique” fa capire che lui stesso era consapevole della difficilissima posizione in cui era finito il povero Fincher al suo primo lavoro cinematografico. I due produttori saranno stati gentili con lui? Direi che possiamo escluderlo.

Giler afferma che insieme a Hill hanno abbandonato l’ambientazione conventuale di Ward e sono tornati al pianeta-prigione di Twohy e, rimaneggiando le varie idee lasciate dai vari autori, per Natale del 1990 mettono sul tavolo della Fox la sceneggiatura completa di Alien 3. Che alla Fox non piace manco per niente! E allora sapete che c’è di nuovo? Che Hill e Giler salutano e lasciano la barca degli sceneggiatori.

Fincher prende il telefono e chiama Rex Pickett, uno sconosciuto del settore, il quale mette mano alla sceneggiatura di Hill e Giler e l’aggiusta. Secondo voi, quando i due produttori hanno letto il copione ne saranno rimasti soddisfatti? Non ci crederete, ma a causa di “divergenze creative” Pickett è accompagnato alla porta. Probabilmente, ipotizzo io, spinto a suon di calcioni nel sedere. «Nessuno sapeva chi fosse», tuona Giler su “Cinefantastique”, «Nessuno aveva mai letto niente di suo. Nessuno sapeva perché fosse stato assunto, a meno che non fosse l’amante di qualcuno. È stata una farsa, ancora oggi non so che diamine sia successo». Teitelbaum ha chiesto a Pickett una replica ma l’autore non ha voluto rilasciare dichiarazioni: probabilmente gli faceva ancora male il sedere per tutti i calci di Hill e Giler. Il giornalista però è riuscito a trovare un suo curriculum dove lo scrittore spiega la questione Alien 3:

«Sono stato ingaggiato dalla 20th Century Fox quattro settimane prima dell’inizio delle riprese di Alien 3. Il mio primo compito era una riscrittura completa della seconda metà della sceneggiatura di Walter Hill e David Giler, per via di alcune scelte narrative di Hill. Subito dopo il mio compito era creare una nuova sceneggiatura che fondesse gli elementi chiave di quella Hill/Giler con scene nuove scritte da me, alcune delle quali però mi sono state imposte, che mi piacessero o meno.»

Chi è che ha imposto a Pickett quelle nuove scene? Visto che Hill e Giler hanno bocciato quel copione, non possono essere stati loro: chi altri in quel progetto aveva così tanto potere? Non lo sapremo mai, perché il tavolo salta di nuovo. È arrivata Ripley e già sta sparando ad altezza uomo!


Il ritorno di Ripley

Stando alle informazioni fin qui fornite dai protagonisti, sappiamo che a Natale del 1990 Hill e Giler depositano una sceneggiatura che la Fox boccia, la casa chiama uno sceneggiatore che durerà solo un mese, quindi ormai siamo all’incirca a quel 14 gennaio 1991 che è la data ufficiale di inizio riprese di un film che non esiste. Ad aumentare esponenzialmente il dramma, nel dicembre 1990 Sigourney Weaver finalmente firma il contratto con la Fox per tornare in Alien 3, e comincia a fare la doccia con i fiumi di dollari che le piovono addosso.

Denis Beauvais ritrae la prima Ripley a fumetti, in Aliens: Book II (1989)

A Jan Doense di “Cinefantastique” l’artista H.R. Giger, che è estraneo ad Hollywood e alla relativa diplomazia omertosa, se ne esce con questa frase esplosiva:

«Sigourney Weaver ha ottenuto qualcosa come 5,5 milioni di dollari per tornare ad interpretare Ripley: ti immagini cosa avremmo potuto fare se quei soldi fossero stati spesi per la creatura?»

Non stupisce che il ricco ingaggio le valga la copertina di “Premiere” del maggio 1992: la rivista racconta il disastro totale che lei stessa ha contribuito a creare, ma l’attrice in copertina appare come la regina di Hollywood, essendo in effetti la più pagata dell’epoca. (Dov’è finita la parità salariale per cui Siggy si batteva? Tutti i suoi colleghi maschi del film prendono meno di lei: quindi la disparità va bene, se però è a vantaggio delle donne?)

“Premiere” (maggio 1992)

Quel contratto che la Weaver firma con la Fox ha così tante clausole che serve un powerloader per sollevarlo dal tavolo. Fra le cose che sappiamo c’è non solo la qualifica di produttrice – Siggy ha smesso di odiare l’alieno e ha capito che da lì arrivano soldoni fruscianti – ma anche che lei dovrà dare l’approvazione finale sulla sceneggiatura. «Hudson Hawk dimostra che raramente questo potere fa bene al risultato finale» insinua Teitelbaum, ricordando il film del maggio 1991 in cui Bruce Willis aveva una visione troppo ottimistica di se stesso. Alien 3 ha guadagnato di più di Hudson Hawk, a quasi parità di budget, ma visto che lo stesso non è stato il successo sperato direi che i dubbi sollevati dal giornalista rimangono validi.

La più fatale delle richieste di Sigourney è quella di scacciar via qualsiasi altro sceneggiatore: lei vuole solo ed esclusivamente i fidati Hill e Giler in questo progetto. Curioso che nel momento esatto in cui la Fox ha accettato questa condizione intanto con l’altra mano rifiutava la sceneggiatura dei due: quando sei sull’ascensore per l’inferno è difficile capire a che piano sei, in ogni momento.

Sigourney, Walter Hill e MIchelle Rodriguez ai tempi di Nemesi (The Assignment, 2016)

La clausola dell’attrice significa che mentre tutti partono per andare a girare un film che non esiste, Hill e Giler nella loro stanzetta cominciano a sfornare revisioni su revisioni di sceneggiature che la Fox boccia con dritti e rovesci che la farebbero vincere a Wimbledon: Teitelbaum ci informa che i copioni del 10 aprile 1991 non riportano più scritte le date delle precedenti revisioni perché… non entrerebbero nella pagina! Cosa sta girando Fincher, se non esiste ancora un copione? «Stavamo costruendo un palazzo senza neanche una planimetria», racconta a “Premiere” Tom Zinneman, dirigente Fox che è stato licenziato prima dell’inizio delle riprese per una colpa gravissima: continuava a dire che quel progetto era un disastro e che si stavano sprecando troppi soldi. Eppure chi lavora in ufficio sa che non si deve mai dire la verità ai capi!

Visto però che i problemi di soldi sono più che evidenti, i geniali dirigenti Fox hanno una bella pensata: tagliamo ventitré giorni di riprese dal programma, e dimezziamo le scene con effetti speciali. È un film di Alien, a chi interessano gli effetti speciali con l’alieno?

È l’ascensore per l’inferno: in discesa!

(continua)

L.

– Ultime indagini:

[1995-10] Wes Craven’s Mind Ripper


Vogliamo continuare i festeggiamenti agostini per il compleanno di Wes Craven? Ma sì, dài, e per l’occasione ripesco una chicca a me ignota fino all’altro giorno: leggendo su “Cinefantastique” un articolo su Darkman 3 scopro che qualche pagina prima c’era la presentazione del nuovo film di Wes Craven. Ma che roba è? Ah, no, non quel Craven, ma suo figlio.

Mi rivolgo a voi, talentuosi autori in una qualche arte di spettacolo e intrattenimento: quando i vostri figli dimostrano di voler seguire le vostre orme, scacciateli via con un giornale arrotolato, perché è davvero raro che i figli degli artisti siano artisti a loro volta. Wes Craven avrebbe dovuto seguire questo consiglio.

Krug (David Hess) è un infame, e per far capire quanto è infame all’inizio de L’ultima casa a sinistra (1972) il regista e sceneggiatore Wes Craven ce lo mostra per strada a far scoppiare il palloncino di un ragazzino con il proprio sigaro acceso. Ma quanto è infame Krug!
Quel ragazzino col pallone scoppiato è Jonathan Craven, figlio settenne di Wes che inizia insieme al padre la carriera cinematografica.

Il debutto cinematografico di Craven junior

Il ragazzo cresce con i giusti valori cinematografici e aiuta il padre in varie funzioni in tutti i suoi film, finché con l’inizio degli anni Novanta cominciano ad arrivare occasioni più concrete, anche se purtroppo tutte senza futuro. Oggi sappiamo che Jonathan non andrà da nessuna parte, ma nei primi Novanta ha ancora la speranza di seguire le orme paterne.

Al celebre Alan Jones, che lo intervista per “Cinefantastique” (ottobre 1995), Jonathan racconta che tutto è iniziato quando Peter Locke – amico di suo padre nonché produttore dei primi due Le colline hanno gli occhi (1977 e 1984) – si dichiara interessato a produrre un lavoro del giovane Craven.

«Gli passai un progetto su una famiglia normale costretta in una situazione molto difficile, dove dovranno affrontare una creatura che fa cose terribili ma contro la propria volontà. Peter disse che, visto il soggetto simile, avrebbe potuto venderlo come Le colline hanno gli occhi 3

Il saggista Brian J. Robb nel suo Screams & Nightmares (1998) racconta la storia in modo un po’ diverso, usando le dichiarazioni di Wes Craven.

Questi infatti sin dall’uscita del secondo Le colline… sentiva una sorta di debito con i fan e prima o poi avrebbe voluto girare un terzo titolo, ambientandolo su un altro pianeta: la famigliola di turno stavolta si sarebbe imbattuta in esseri mostruosi nati da esperimenti andati fuori controllo. A un certo punto, quale che sia stata la spinta, Wes decide di passare al figlio questo soggetto in modo che lo trasformi nel proprio film d’esordio.
Ecco che così anni dopo, alla richiesta del produttore Locke, Jonathan aveva già pronto in tasca un soggetto, adattato sì da lui ma in realtà nato dal padre.

Ottenuto da Locke un budget di cinque milioni di dollari, che non sono pochi per un filmaccio del genere, Jonathan e Phil Mittleman si mettono a scrivere la sceneggiatura e poi si va tutti a girare nell’economica Bulgaria nel settembre 1994 – mentre papone Wes è occupato con le riprese di Vampiro a Brooklyn – con il titolo di lavorazione The Outpost e la regia di tal Joe Gayton.

I colpevoli del misfatto!

Parte delle riprese si sono svolte in un “centro atomico”, dove cioè i bulgari gestiscono particelle radioattive, e dove il regista girava sempre con a fianco un dottore e un contatore Geiger. «Dopo due giorni ero pronto a mollare», rivela il regista a “Cinefantastique”, sopraffatto dalla difficoltà di una troupe internazionale con tutto il lavoro di traduzione che comportava. «Poi però l’entusiasmo, l’orgoglio e l’energia si sono fatti sentire ed è iniziato a venir fuori del buon materiale». Se con “buon materiale” Gayton intendeva “spazzatura dozzinale”, allora concordo: è uscito fuori davvero del gran bel materiale.

Stando al citato Screams & Nightmares, Wes avrebbe fatto i complimenti al figlio per questo suo esordio:

«È venuto fuori abbastanza bene per essere un primo film, a basso budget e girato in un posto infernale. Andiamo, ha reso la Bulgaria simile agli Stati Uniti!»

Visto che il 70% del film si svolge in stanze buie e il resto in una cava desertica, in cosa sarebbe questo “simile agli Stati Uniti”? Nel senso che il giovane Craven ha fatto il solito filmaccio horror da due soldi inguardabile, tipico della serie Z americana? Allora sì, sono d’accordo.

dal saggio Scream & Nightmares (1988)

L’esordio in patria avviene nell’ottobre 1995 quando, mi spiega Robb nel suo citato saggio, questo film va in onda su HBO, all’epoca già un canale di alto profilo, che non meritava un prodotto del genere. Subito dopo, spiega sempre Robb, il film viene distribuito in VHS solo all’estero: dubito che si sia mai parlato di questo Mind Ripper nelle cene di famiglia a casa Craven.
Non ho trovato tracce di distribuzione italiana, ma nel caso fatemi sapere.

Il film di cui non si parla mai a casa Craven

“Cinefantastique” dice che Jonathan Crave aveva conosciuto Lance Henriksen all’epoca de La Casa 7 (1989), ma forse perché passava di lì mentre giravano il film perché il giovane Craven non risulta legato in alcun modo a quella produzione. Comunque pare che Lance sia stato ben felice di partecipare a Mind Ripper, sebbene non sono note occasioni in cui uno dei più prolifici attori della storia del cinema abbia rifiutato dei ruoli.

Un film con Craven? Arrivo subito! Ah… è il figlio? Va be’, vengo uguale

Qui Lance interpreta il dottor Jim Stockton, che all’inizio vediamo agire sul campo e dopo un attimo lo vediamo a casa sua che cerca di recuperare i contatti personali con i propri figli. La moglie o è morta o se ne è andata, e ora l’uomo deve recuperare anni di assenza e conquistare la fiducia dei figli che… Oh, aspetta, aspetta, ma il film non si apre con lui che inietta un virus misterioso in un uomo mezzo morto? Che c’entra ’sta menata del padre assente?
A spiegarci tutto arriva il primo piano del figlio del dottor Stockton, chiaramente creato in laboratorio e non partorito: non può essere “naturale” un ragazzo con la faccia del giovane Giovanni Ribisi.

Incredibile, un eterno giovane come Ribisi è stato più giovane!

Con una sceneggiatura demenziale che alterna totale vuotezza a una complessità inutilmente arzigogolata, solamente a metà film si capisce il rapporto fra i personaggi. Il dottor Stockton ha mollato il progetto perché non credeva più nei suoi valori, e ha lasciato sul campo i suoi colleghi, uno più infame dell’altro: Alex Hunter (John Diehl), Joanne (Claire Stansfield) e altra gente inutile di cui ci frega poco, visto che tanto muoiono tutti.

Due volti noti e, al centro, una comparsa: secondo voi, chi morirà per primo?

Ufficialmente in questo impianto segreto nel mezzo del deserto la Gentec sta studiando un virus che potenzia al massimo il corpo umano così da creare i soliti super soldati, ma lo sappiamo tutti che se funziona lo venderanno al miglior offerente, per questo l’ideatore del virus, Stockton appunto, si è schifato della situazione e se ne è tornato a casa, lasciando quei beoti dei colleghi a fare danni. Infatti l’uomo a cui iniettano il virus ad inizio film dopo sei mesi si sveglia ed è il Super Soldato Che Ti Apre In Due, una macchina di morte immortale che distruggerà il mondo.

Non posso credere che ’sta bojata nasca dalle mani di Craven padre, il cui soggetto credo fosse un po’ più complesso e raffinato del filmaccio dozzinale scritto dal figlio, che si limita a raccontare la storia di un mostro che si aggira per i corridoi bui di un edificio bulgaro.

A questo punto Jonathan dal basso della serie Z in cui sta grufolando con un colpo di reni schizza in alto. Perché a sorpresa e probabilmente all’insaputa del padre… crea la più impressionante sequenza di scopiazzi alieni e anticipazioni di sempre!

Mind Ripper non è altro che una fan fiction aliena che ripercorre tutti i film della saga, citandone i passaggi più caratteristici, e addirittura anticipando il quarto film, di là da venire.

Equa distribuzione delle armi: due con le siringhe e uno col fucile!

Voi potrete dirmi che percorrere lunghi corridoi armati solo di bastoni per stanare un mostro potrebbe essere una citazione da Alien (1979) solo se i nostri eroi avessero delle punte elettriche montate su quei bastoni, non siringhe di calmante come in questo caso, ma vi informo che i nostri sono armati di un rilevatore di movimento che fa ping come in Aliens (1986)…

«Stay frosty, marines» (cit.)

… e il mostro corre per i condotti d’areazione, gridando, come in ogni film alieno.

Ci sono SEMPRE condotti d’areazione…

E quando il rilevatore di posizione ci dice che siamo davanti al mostro ma il mostro non c’è… be’, lo sapete come funziona: vi armate di torcia e date un occhiata sul soffitto, come insegna Hicks.

Mai guardare sul soffitto, se non volete brutte sorprese

Intanto dopo stupide trovate di una stupida sceneggiatura, che ogni Natale Wes legge ad alta voce per umiliare il figlio, Lance Henriksen arriva e capisce subito che qui ci sono citazioni aliene in corso come se non ci fosse un domani, quindi lui è nel suo elemento naturale.

Oh, state citando Aliens e non mi aspettate?

L’ex modella Claire Stansfield fa di tutto per interpretare la Ripley dei poveri, e in effetti in questa cialtronata è l’unico personaggio con un minimo di senso e capace di qualcosa, al contrario degli inetti che la circondano.

Nella Z profonda nessuno può sentirti fare Ripley

Intanto il mostro invincibile per motivi noti solo alla mente bacata del giovane Jonathan Craven inizia a imbozzolare le sue vittime usando cavi elettrici. Ma perché? Che cacchio vuol dire? Ovvio: è per citare i bozzoli alieni.

Noooo, pure i bozzoli alieni noooooo!

Non vi basta? E allora il mostro nella sua mutazione sviluppa… una seconda lingua!

Xenomorfologia, portami via!

È chiaro che il super soldato stia mutando in qualcosa che non ha più nulla di umano, cioè… Marlon Brando in Apocalypse Now (1979)!

«This is the end. My only friend, the end» (cit.)

Come lo fermi un super soldato mutato che si aggira in una enorme struttura fatta di corridoi? Che razza di domande, ma che non l’avete visto Alien 3 (1992)? Si ricopia scena per scena il finale di quel film, con tanto di corse nei corridoi, chiusura di porte, non sempre azzeccate e non sempre in tempo, mentre il Super Soldato guarda caso si accuccia come il dog alien di quel film.

«Who let the alien dogs out?» (semi-cit.)

E se non vi basta, siòri e siòri, abbiamo anche le docce che dovrebbero uccidere l’alieno: non ci manca niente!

Che sia gassosa o liquida, la trovata finale è la stessa

Ma Jonathan Craven non si ferma, vuole lasciare il segno nella storia della citazione aliena, e così va oltre… oltre il tempo! D’un tratto il dottor Hunter e la nuova creatura mettono in scena identica la sequenza del dottor Gediman e la nuova creatura in Alien, la clonazione… con la piccola differenza che quel film uscirà solo due anni dopo. Jonathan Craven, l’uomo che vedeva le citazioni aliene future.

Vedo le citazioni aliene future!

Una volta che i superstiti partono in volo, ricreando identico il finale di Aliens (1987), Lance Henriksen sta per ripetere «Not bad for a human» quando arriva una telefonata di papà Wes: «Oh, e mo’ basta! Queste non sono citazioni, sono plagi!» Solo così mi spiego il fatto che invece l’attore dica «Ehi, good flyer», ma è chiaro che intenda la storica frase aliena.

Non male, per un figlio di Craven

Se visto come film horror, Mind Ripper è una robaccia indegna, con personaggi che si dicono l’un l’altro “Rimani qui!” e nessuno rimane mai lì, con ragazzi che fanno cose oltre ogni definizione di stupidità, con gente che passa ore a girare per corridoi bui con il mostro che grida in continuazione: ma che c’hanno i mostri da gridare?

Se visto invece come fan fiction che copia le scene migliori dai film alieni allora è un capolavoro, avvalendosi peraltro della presenza di Bishop in persona.

Se siete persone di talento, impedite ai vostri figli di seguire le vostre orme: meglio disoccupati che vostri emuli in peggio. Per fortuna Jonathan Craven non ha avuto più modo di fare danni, tranne sceneggiare Le colline hanno gli occhi 2 (2007). Mi piace pensare che a fermarlo sia stato Freddy Krueger, segretamente ingaggiato in sogno da Wes Craven per impedire che il proprio nome finisse troppo in basso.

Se come autore non vale molto, Jonathan Craven è comunque uno di noi, ha tanto sangue acido nel cuore, e nel deserto bulgaro… tutti possono sentirti citare Alien.

Grande figlio di Wes Craven,
ma che amico per me:
uno che ruba da tutti gli “Alien”,
se deve fare un film per te.
(semi-cit.)

L.

P.S.
E ora, tutti da Cassidy per lo Speciale Craven Road.

– Ultimi “film alieni”:

  • [2022-01] Project Gemini - La fantascienza russa scende di livello, ma almeno copia sempre da Alien: bene così!
  • [1995-10] Wes Craven’s Mind Ripper - Il figlio di Wes Craven scrive un'immane porcata ma la riempie di citazioni aliene da applauso!
  • [2022-08] Prey – Predator vs Metaphor - Su Disney+ arriva il film per ragazzine con Predator contro Metaphor: chiunque vinca, noi perdiamo.
  • [1992-04] FernGully – 30 anni del VERO Avatar! - È il momento di festeggiare il film che James Cameron ha fuso con Aliens per il suo successo del 2009.
  • [1980-04] Alien 2 sulla Terra - Sono contento che Ciro si sia sparato tutti i soldi dei fantomatici "Vinzi & Pane" ma a me non ha pagato nessuno per vedere ’sta bojata inutile.
  • [2009] Screamers 2 - Una deliziosa operazione di "scopiazzo alieno": soldati spaziali entrano in una colonia abbandonata ignari del pericolo che si annida nei recessi più bui, e vai con le citazioni aliene senza freni.
  • [1980-07] Contamination - Un film che mette paura per la sua inconsistenza, seguito da un romanzo-novelization che neanche il suo autore ricorda.
  • [2021] Alien Predator Invasion (6 film) - Come può un povero collezionista pazzo, con tanta bava aliena nel cuore, a non comprare subito su Amazon questo cofanetto tedesco contenente sei scopiazzi alieni, per 500 minuti di Z pura?
  • [1981] Il terrore viene dal passato - Un film che scopiazza Alien (1979) e in cui la Ripley di turno... in Italia è doppiata dalla stessa Ada Maria Serra Zanetti di Sigourney Weaver. Come può il cuore di un fan non esplodere come quello del Grinch?
  • [2013] Alien War (Stranded) - L'incredibile film che scopiazzando Alien 4 riesce a dare ispirazione al successivo LIFE, segno che le scopiazzate aliene regnano nella fantascienza.
    Christian Slater gestisce la base lunare quando da un meteorite arriva una forma aliena che copia Alien, Predator e gli ultracorpi baccelloni! Divertimento assicurato.

[2022-08] Predator: Eyes of the Demon

Dopo vari rinvii, finalmente il 9 agosto 2022 appare sul mio Kindle Predator: Eyes of the Dragon a cura di Bryan Thomas Schmidt. Riuscirà questa quarta antologia aliena della Titan Books a ricreare l’incantesimo della prima? Ovviamente NO.

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Alien 3 (1992-2022) – 4. Pianeta-monastero


L’uomo della Fox

Mentre Walter Hill e David Giler proseguono con le proprie carriere e dedicano ben poco tempo al progetto Alien 3, perdendosi per strada registi e sceneggiatori, intanto il 12 luglio 1989 (data fornitaci da “Variety International Film Guide 1990”) sulla poltrona da direttore della Fox Film Corp. si siede Joe Roth, a cui spetterà l’ingrato compito di gestire fra le altre cose anche il terzo film alieno.

Roth è un produttore sin dagli anni Settanta, a volte ha fatto il regista – da citare il suo delizioso Coupe de Ville (1990) con il giovane Patrick Dempsey – e nel 1988 ha fondato la fortunata casa Morgan Creek: esordire con una tripletta da sogno come Young Guns (1988), Inseparabili (1988) e Major League (1989) fa capire come Roth produttore sia uno che ha occhio per i film che funzionano, nei vari generi di riferimento. E infatti non fa in tempo a posare le proprie terga sulla poltrona della Fox che dice a gran voce: «Un terzo film di Alien senza Ripley? C’avete il sangue acido in testa?». Non sono proprio queste le parole utilizzate, ma il concetto è quello.

Mentre iniziano le trattative per capire quante palate di dollaroni fruscianti vuole Sigourney Weaver per tornare sulla Sulaco («Torni a bordo, cazzo!» cit.), intanto ci sarebbe un piccolo problemino da risolvere: il progetto Alien 3 non ha ancora un regista. Ah, e non ha ancora uno sceneggiatore. «Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere», diceva Totò in Fermo con le mani (1937).


Il “navigatore” neozelandese

Presentato al celebre Toronto Film Festival nel settembre 1988 e uscito nelle sale americane nel marzo di quel 1989, proprio mentre la Fox cambia i propri vertici intanto Hill e Giler devono aver avuto un’ottima impressione da Navigator. Un’odissea nel tempo, un piccolo film neozelandese scritto e diretto dal trentenne Vincent Ward: tanto la situazione non può andare peggio di così, perché non chiedere a lui di guidare il progetto Alien 3?

Non sappiamo quando precisamente Ward sia stato chiamato, ma visto che il suo progetto corrisponde esattamente al volere del nuovo direttore Fox, attivo dal luglio 1989, e visto che il giornalista Sheldon Teitelbaum scrive su “Cinefantastique” (giugno 1992) che la sceneggiatura di Ward è pronta nei primi mesi del 1990, direi che siamo nella seconda metà del 1989, quando Ward propone la storia migliore fra quelle abortite di Alien 3, e che in realtà abbiamo quasi visto al cinema.

Per farsi dare una mano, Ward appena nominato regista chiama John Fasano per aiutarlo a trasformare velocemente in sceneggiatura le proprie idee. Guarda a volte la coincidenza, Fasano – prematuramente scomparso nel 2014 appena cinquantenne – nel 1990 co-sceneggia Ancora 48 ore: come abbiamo visto, Walter Hill è uno che se lavori bene ti richiama sempre. Comunque Fasano ha anche macchie nere nel proprio curriculum, come per esempio l’aver scritto Universal Soldier. Il ritorno (1999), ma nessuno è perfetto.

Mentre David Twohy sta ultimando la propria sceneggiatura con il pianeta-prigione – ignaro che sia stato assunto un nuovo regista e un nuovo sceneggiatore – Ward fa scrivere a Fasano una storia completamente diversa ma con uno spirito simile: un pianeta-monastero. Purtroppo non abbiamo dichiarazioni in merito, ma è curioso come tutti i soggetti di Alien 3 prevedano un intero pianeta artificiale.


Il pianeta-monastero

Prendete Clemens, il dottore tormentato con il volto del grande Charles Dance visto in Alien 3, mentre si aggira solo per l’oscura spiaggia del pianeta-prigione dove sta scontando la sua vita. Ora, invece di Clemens chiamatelo John, invece di un medico di prigione pensatelo come a un medico conventuale, agli ordini dello sgradevole abate che nel film diventa Andrews (Brian Glover), e quella passeggiata immaginatela un modo per una carrellata in alto che riveli come invece di Fiorina 161 siamo su un pianeta-monastero fatto di legno.

«’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ’na piuma’» (cit.)

Quando Teitelbaum va ad intervistare il produttore David Giler per “Cinefantastique” (maggio 1992), questi ha ancora il dente avvelenato: perché mai un pianeta fatto di legno? Come lo giustifichiamo agli spettatori? Dobbiamo aprire una parentesi per spiegare come accidenti sia possibile costruire una roba simile nello spazio? E poi (ma questo Giler non lo dice) quanto costa creare tutta ’sta roba? Perciò diciamo subito addio all’idea del pianeta di legno, ma rimane il concetto di un piccolo planetoide costruito intorno ad un monastero, abitato da una sorta di setta di luddisti che rifuggono ogni diavoleria moderna e tecnologica, vivendo come fossero nel Medioevo. (Si badi, il Medioevo come lo concepisce l’americano medio!)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ripley dunque con la navetta d’emergenza Narcissus cade in un ambiente totalmente inadatto ad affrontare i pericoli di uno xenomorfo, non esistendo armi di sorta – così l’attrice attivista contro le armi è contenta – e non essendoci alcun tipo di tecnologia più complessa di una torcia. Tutte idee di Ward che verranno poi riprese pare pare nel film completo.

«Dentro [alla Narcissus] tutto è distrutto. Trovano le capsule con il vetro rotto, trovano macchie di sangue, nessuna traccia di Newt. E trovano Sigourney, addormentata ma con la capsula rotta. Con le barchette e poi le scale la portano giù dove c’è il loro vescovo anziano, che è un gran reazionario e governa col pugno di ferro. La interrogano. Lei ha un alleato, un monaco, John che diventa suo amico. Poi le cose cominciano ad andare male.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A parlare è Vincent Ward stesso, intervistato in occasione del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003), dove finalmente può raccontare l’Alien 3 che ha sognato e che solo in parte è stato rigettato: mi preme infatti sottolineare come il film che abbiamo tutti visto al cinema sia fortemente debitore della sceneggiatura di Ward/Fasano, soprattutto nelle parti meglio riuscite come il rapporto fra Ripley e il dottor Clemens/fratello John.

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

«I monaci si spaventano [dello xenomorfo], credono che sia il diavolo, danno la colpa a Sigourney, che è una donna e quindi una presenza malefica.»

I bravi fraticelli non sono preparati ad affrontare una minaccia mortale come l’alieno, quindi alla fine dovranno per forza scendere a patti con Ripley, che è l’unica che dimostri di sapere cosa fare. Solo che la donna è in pessime condizioni di salute.

«Quello che non sappiamo è che ha le nausee mattutine: è incinta dell’alieno. E tra le nausee mattutine e quelle immagini allucinanti alla Bosch, in un mondo che è comunque quello di Bosch – Bosch ritraeva immagini dell’alto Medioevo – a volte ha dei problemi a stabilire che cosa sia reale e cosa no. Anche se sa che deve avvertire i monaci, sviluppa una strana affinità con l’alieno, perché è il padre di suo figlio. Inizia a credere che forse, in realtà, il male che la accusano di incarnare in qualche modo sia lei stessa. Ma non come lo vedono loro.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ward non lo specifica, ma è forte il sospetto che abbia ricevuto in qualche modo l’indicazione che Sigourney Weaver parteciperà solo se fanno morire Ripley, quindi l’autore – tramite l’ottima scrittura di John Fasano – la rende un personaggio crepuscolare, alla fine del suo viaggio e alle prese con un bilancio spietato della propria vita e dei propri fallimenti. Uno fra tutti, non aver saputo proteggere né la figlia vera (Amanda, ma questo ancora non lo sa nessuno) né quella acquisita (Newt).

«Mettiamola così, se Alien parlava di una [donna] alle prime armi e Aliens di una veterana, Alien 3 parla di una persona più vecchia che si chiede che errori abbia commesso in passato. È una donna che si è lasciata sfuggire la vita di sua figlia, tutti quelli che conosceva sono morti, tutti quelli con cui è entrata in contatto sono morti in modo orribile: lei è l’unica sopravvissuta, e arriva a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. È una storia di redenzione, in un certo senso.»

Viincent Ward intervistato nel 2003

Malgrado Giler nelle interviste trattasse con sufficienza la versione di Ward/Fasano, come fosse una stupidata con un pianeta di legno, in realtà la produzione è andata avanti a lungo visto che il documentario Tales of the Wooden Planet (nel citato cofanetto) ci regala bozzetti e disegni splendidi, tutti legati a questa che secondo me rimane la migliore delle sceneggiature ripleyane di Alien 3. (Potete leggerla qui, interamente tradotta da me.)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A detta di Ward, la Fox in realtà non voleva far morire Ripley perché altrimenti si sarebbe interrotta la saga, così lo sceneggiatore provvede a due finali: in uno la donna muore insieme allo xenomorfo, in un altro viene salvata da fratello John, che però rimane imbozzolato e quindi è lui a morire.

«Portammo le due versioni a Sigourney. Lei disse: “Non voglio fare un altro film della serie, ormai mi fanno venire la nausea: fatemi morire, con la prima versione”. Disse a quelli della casa di produzione: “Se non mi fate morire non lo faccio”. Loro naturalmente obbedirono, e poi l’hanno fatta rivivere. Il succo della mia storia era questo.»

Cantando idealmente Killing me softly with this version, Sigourney decide il destino fatale per Ripley, in un momento in cui ancora non ha capito che il personaggio sarà l’unico a garantirle una pensione.

Fra le scene tagliate di Alien 3

Malgrado Ward nel citato documentario si lamenti che nel film al cinema non è rimasto nulla della sua storia, in realtà basta cambiare ai personaggi la casacca da prigionieri a monaci e un buon 70% del copione Ward/Fasano viene alla luce. Anche in piccoli particolari come una curiosità di cui ho già parlato.

In occasione della messa in onda su Rete4 del 1998, una guida TV scrive nella trametta che Alien 3 si svolge nell’anno 2525, cifra balzana probabilmente frutto di una pessima ricerca in Rete, visto che la canzone a cui si riferisce viene cambiata nell’edizione italiana.

Mentre infatti nella sceneggiatura di Ward/Fasano un confratello adempie ai suoi doveri canticchiando una canzone (che prende in giro fratello John), trasportando la scena nel film completo al detenuto fanno canticchiare In the Year 2525 (1968) di Denny Zager e Rick Evans. Il doppiaggio italiano curato da Tonino Accolla stabilisce invece che il doppiatore Vittorio Amandola dovrà bofonchiare un testo italiano diverso, inventato per l’occasione.

Murphy, un cantante a perdifiato

Lo stesso accade con il fumetto ufficiale del film, dove il detenuto canta Paint it Black (1966) dei Rolling Stones che però, traducendola letteralmente, si perde nella versione italiana. E sì che quella canzone era diventata Tutto nero cantata da Caterina Caselli, potevano usare quel testo!

Molti di questi piccoli particolari di Ward/Fasano sono rimasti nel film completo, quindi il cineasta dovrebbe essere più soddisfatto. Inoltre ha ottenuto il credito da autore del soggetto, il che non è affatto scontato nella saga aliena: Walter Hill ha creato Ripley, eppure non c’è alcun credito autoriale per lui.


Il recupero “postumo”

L’idea di Ward non finisce nel nulla come quella degli altri sceneggiatori, ma viene raccolta dalla Dark Horse Comics: mi immagino la casa indipendente che ogni giorno passava davanti agli studi della 20th Century Fox a raccogliere i copioni rigettati!

Cover di Richard Corben

Due pezzi da novanta come John Arcudi e Richard Corben (disegnatore che personalmente detesto con tutto il cuore, ma pare sia degno di nota) scendono in campo e a settembre del 1997 – due mesi prima che Alien, la clonazione esca nelle sale americane – presentano il fumetto Aliens: Alchemy, portato persino in Italia da “Gazzetta dello Sport” dieci anni dopo.

La storia breve (solo tre albi) sembra ambientata in una comunità monastica invece siamo su un pianeta lontano e i fraticelli sono una “deriva futuristica”, e c’è pure un sintetico a pezzi a ricordarci il mezzo Bishop di Alien 3. L’arrivo di uno xenomorfo avrà ovviamente ripercussioni mortali.

Non c’è Ripley ma c’è Rachel, degna sostituta. E con Arcudi alla sceneggiatura si può star sicuri che vale più questo fumetto che dieci anni di film Fox.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

2022-07 Alien: Linea di sangue (Panini)

Cover di In-Hyuk Lee

La settimana scorsa il corriere di Amazon mi ha consegnato il pacco contenente questo gioiellino: per ragioni di soldi (ma anche di spazio) non compro mai fumetti raccolti in volumi cartonati, ma devo dire che sono una stramaledetta figata.

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[2022-07] Alien: Inferno’s Fall

Il 26 luglio 2022 è arrivato sul mio lettore, avendolo acquistato in prevendita, il nuovo romanzo di Titan Books: Alien: Inferno’s Fall.

Purtroppo è un altro romanzo-spazzatura da leggere mentre si gioca ad Alien: the RPG: curioso come la Titan Books abbia raddoppiato il prezzo di romanzi la cui qualità è più che dimezzata.


Indice:


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Alien 3 (1992-2022) – 3. Pianeta-prigione


Pitch Black

Sia al giornalista John H. Richardson di “Première” (maggio 1992) che a Sheldon Teitelbaum di “Cinefantastique” (giugno 1992) lo sceneggiatore Eric Red ripete il problema che secondo lui era alla base della lavorazione di Alien 3 sin dall’inizio: «Non sapevano quel che volevano e per questo hanno sprecato del talento. […] Semplicemente non erano coinvolti». Sta parlando di Walter Hill e David Giler, i produttori che stavano cercando di dare forma al progetto ma forse non nel migliore dei modi.

Non dobbiamo dimenticare che Wlater Hill non ha mai nascosto la sua scarsa simpatia per la fantascienza, ma soprattutto all’epoca era un cineasta impegnato su parecchi fronti. Mentre si alternavano Gibson e Red alla sceneggiatura di Alien 3, intanto Walter dirigeva il film Johnny il Bello (1989) con Mickey Rourke, che secondo me vale come “legittimo impedimento” per non stare sempre lì a tenere la manina agli sceneggiatori alieni.
Con l’inizio del 1989 poi Walter Hill ha davvero da fare. A giugno esce in TV il suo episodio (scritto e diretto) che dà il via alla celebre serie “Tales from the Crypt“, poi a settembre esce Johnny il Bello da promuovere e con l’inverno via, si va tutti a girare Ancora 48 ore (1990). Non gliene farei una colpa se non aveva costantemente lo xenomorfo in mente.

Intanto David Giler è a bordo del proprio personale ascensore per l’inferno con Felice e vincente (1989), terribile commedia con Richard Dreyfuss costata venti milioni di dollari che alla sua uscita, nell’agosto 1989 per la Paramount, incassa tre schiaffi e due fischi – di lì a poco avrei visto il film in VHS e al risultato finale aggiungerò diverse pernacchie – quindi di nuovo, i due produttori non sembra nella condizione migliore per occuparsi delle lamentele degli autori: forse stanno semplicemente aspettando la storia giusta, che sicuramente riconoscerebbero anche se distratti. E quella di Red non lo è.

«Era un disastro» racconta il sempre schietto Giler a Teitelbaum di “Cinefantastique”. «Assolutamente terribile».

A questo punto, ci spiega il giornalista, Hill e Giler decidono di ripescare il copione di William Gibson e affidarlo a qualcuno che lo sappia adattare alle esigenze: cioè, leggendo tra le righe, togliere tutte le parti costose (cioè tutte!) lasciando l’idea di fondo della Guerra Fredda nello spazio. Chi sarà il disgraziato sceneggiatore che avrà l’ingrato compito di gestire una storia nata morta e peggiorata nel frattempo? Chi dovrà orientarsi nel “buio pesto”? Proprio lui, David Twohy.

Per me Twohy nasce con il suo capolavoro Pitch Black (2000), mio culto personale assoluto (pare abbiano girato due seguiti con il protagonista Riddick ma non è vero, non esistono!), ma in realtà già all’epoca  è attivo nel cinema, essendo uno sceneggiatore esordiente: nell’aprile del 1988 è uscito Critters 2 e di lì a poco, maggio 1989, verrà presentato a Cannes Warlock: Il signore delle tenebre. Fra queste due uscite, lo sceneggiatore rampante Twohy viene ingaggiato da Hill e Giler per rimaneggiare il copione di Gibson per Alien 3.


Pianeta-prigione

Non so se davvero Hill e Giler abbiano passato il copione di Gibson a Twohy, ma è chiaro come il risultato finale non c’entri nulla con quella storia. Non si tratta di “modifiche ai personaggi”, come le definisce Giler nelle interviste, è proprio un’altra storia, anche molto più bella a livello di atmosfera e di “compatibilità” con l’universo alieno.

La vicenda segue un gruppo di pendagli da forca, criminali condannati a pene molto pesanti che vengono trasportati su un pianeta-prigione dove la sicurezza interna ha maglie larghe: tanto non esiste alcuna via di fuga.

«DOMINGO: Ci sono dei fottutissimi topi qui, vero?

BELLHOP: Oh no: non avrete certo problemi di topi!»

È vero, la prigione è infestata ma non da topi. Una particolarità non ufficiale del luogo infatti è che può capitare che qualche detenuto scompaia, vittima del “qualcosa” su cui stanno facendo esperimenti illegali nei piani bassi del pianeta.

David Twohy

In uno dei suoi impianti minerari spaziali la Weyland-Yutani ha trovato un embrione alieno imprigionato nell’ambra – un anno prima che Michael Crichton iniziasse a far girare il suo manoscritto inedito che sfruttava lo stesso spunto, ma per i dinosauri – e da quello ha tirato fuori il solito xenomorfo da laboratorio che cercano di rendere “gestibile” come arma biologica: non sarà una sorpresa per nessuno scoprire che, come al solito, la creatura non sarà affatto gestibile.

Personalmente il copione di Twohy (che trovate qui, interamente tradotto da me) lo considero il migliore fra i non-ripleyani, perché è un “film carcerario” duro e puro, con criminali prettamente cinematografici (dalla battuta sempre pronta e sempre disposti alle imprese più inverosimili) quindi sarebbe stato un ottimo Alien 3, meno costoso ma più divertente. Il problema, per dirla come il Pomata, sta a monte: un monte chiamato Sigourney Weaver.


Quando “no” divenne “ni”

Sbrigata la dolorosa pratica di Aliens, che esce nel luglio del 1986, la Weaver può finalmente scrollarsi di dosso fuciloni e xenomorfi e dedicarsi alla propria carriera in rapida ascesa: quando il successivo settembre esce in America il britannico Mistery, una spy story “di classe” (cioè noiosa) dove recita al fianco di Michael Caine, immagino che i suoi piani comincino a vacillare: con quanto incassa il film di Bob Swaim non ci avrebbero pagato manco i poster di Aliens appesi nei cinema.

Gorilla nella nebbia (ottobre 1988) è un film splendido, stimato e ha donato giusta visibilità all’opera di Dian Fossey, che diceva cose per noi oggi ovvie ma che all’epoca le costarono la vita, parlando però dal mero punto di vista degli incassi… be’, siamo lontanucci dagli standard hollywoodiani. Tutt’altro discorso per Una donna in carriera (dicembre 1988), esplosivo successo sia di pubblico che di botteghino e secchiata di premi… ma la Weaver è solo la “strega cattiva” sullo sfondo, un ruolo minore che le vale sì una nomination all’Oscar ma di nuovo dimostra come l’attrice sia parecchio lontana dall’essere una “stella”.

Tecnicamente Ghostbusters II (giugno 1989) è un successo di botteghino, certo trainato dal primo episodio che era già diventato un culto, ma è chiaro come qualcosa non stia funzionando nella carriera dell’attrice: se il suo ruolo nel primo film era “tipa da conquistare”, qui è “mamma del ragazzino”. Sarebbe questa la grandiosa carriera che la stava aspettando al suo ritorno da Acheron? In realtà a questa data è chiaro che l’obiettivo della Weaver sia il “malloppo”.

Da eroina salva-eroi e spezza-schemi a damigella in pericolo…

Il numero del 2 novembre 1988 del “Los Angeles Herald-Examiner” ci informa che l’attrice non voleva partecipare al secondo Acchiappafantasmi a meno che il suo compenso non fosse stato equiparato a quello di Bill Murray e Dan Aykroyd. Se da una parte questo testimonia una giusta lotta per la parità salariale (anche se l’attrice non aveva neanche la metà della carriera e dell’esperienza dei suoi due colleghi, il cui nome era quello che vendeva il film, non certo quello della donna) dall’altra sembra chiaro che l’attrice non valuti più i film dal loro “valore artistico”, come ai tempi di Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir, ma dal vil denaro.

Non stupisce dunque il fatto che il produttore David Giler, parlando con Teitelbaum di “Cinefantastique”, si lasci scappare che a Sigourney non era piaciuta la sceneggiatura di Eric Red: cosa ne poteva sapere l’attrice? Non era coinvolta in alcun modo nel progetto anzi aveva affermato con forza che non avrebbe partecipato ad Alien 3, perché mai ne ha letto una delle sceneggiature in corso?

Copia autografata di
“Première” (maggio 1992)

L’idea, chiara sin da subito a tutti, è che l’attrice tornerà sicuramente nella saga aliena, bisogna solo capire quanti soldi vorrà per farlo, e quanto la Fox sarà disposta a tirarne fuori. Attrice e major si metteranno sicuramente d’accordo, ma intanto tocca tenere aperte certe variabili, e Giler sottolinea come il copione di Twohy prevedesse in qualsiasi momento l’inserimento di Ripley.

«Il personaggio di Ripley può essere scritto sia come uomo che come donna. In effetti nasce originariamente come uomo, e all’epoca cambiarlo per Sigourney non è stato così difficile.»

Come ricorda giustamente Giler, nel copione originale di Dan O’Bannon era specificato che i personaggi potevano cambiare sesso alla bisogna, e pare addirittura che Twohy – stando al citato giornalista – abbia scritto due copioni paralleli: uno con Ripley, uno senza. Invece Richardson su “Première” scrive che «Twohy si rifiutò di inserire il suo personaggio nel proprio testo»: il giornalista intervista lo scrittore in persona, quindi sembra essere una fonte più attendibile rispetto alle dichiarazioni di Giler sul suo operato.

Quale che sia la verità, di sicuro il copione di Twohy così com’è non va bene, soprattutto all’avvicinarsi del ritorno di Ripley in carreggiata, visto che quel 1989 il “no” secco di Sigourney Weaver è diventato un “ni” incerto.


Addio, Twohy

Al giornalista Richardson di “Première” (maggio 1992) Twohy racconta che un giorno…

«stavo scrivendo come un matto, e due settimane prima di finire ricevo una telefonata da un giornalista del “Los Angeles Times”. Mi dice: “Cos’è questa storia della gara a scrivere Alien 3?” Dico che si sta sbagliando, ma lui: “No, ho sentito che il regista si è portato il proprio sceneggiatore”. Chiamo lo studio e mi dicono: “No, no, hai capito male. Non sta scrivendo Alien 3 ma Alien 4“. A quel punto misi insieme il mio copione come veniva e lo consegnai: è stata l’ultima volta che ho avuto loro notizie. È vero quello che si dice: Hollywood paga bene i suoi scrittori ma li tratta di merda per compensare.»

L’anno dopo questa intervista Twohy riceve un’altra telefonata fatidica: gli andrebbe di partecipare alla scrittura di un kolossal dal titolo Waterworld, diretto da Kevin Costner? Ma questa è un’altra storia e un altro ascensore per l’inferno.

Intanto quel 1989, chiuso il progetto Alien 3, Twohy se ne va a scrivere il proprio debutto registico, Timescape (1991) ma forse ha lasciato una buona impressione in Hill. Nel 1992 infatti le riviste di cinema attribuiscono a Walter Hill la regia del nascente progetto che diventerà il film Il fuggitivo (1994), quando c’era ancora Alec Baldwin nel ruolo che sarà di Harrison Ford, e guarda caso sceneggiatore della pellicola è David Twohy. Mi sa che Hill è uno che si ricorda delle persone con cui lavora bene.

(continua)

L.

– Ultime indagini:

[1996-01] James Cameron su “Starlog” 222

Oggi, 16 agosto 2022, compie 68 primavere James Cameron, uno dei grandi maestri del cinema finché purtroppo non si è perso, ad inseguire relitti e omini blu.

Come ho fatto per Wes Craven, anche in questo caso volevo tradurre un’intervista di Cameron ma non è stato affatto facile: ho dovuto navigare fra la bava giornalistica versata in occasione di Titanic fino ad arrivare in periodi in cui Cameron non era Dio ma un semplice genio del cinema fantastico: l’ultimo suo vero lavoro in questo campo è stato Strange Days (1995), quindi traduco un’intervista intrigante relativa a quel film, che Jim ha creato interamente per poi affidarlo alla fenomenale ex moglie.

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