[2022-09] Prey su “SFX” 356

Traduco la recensione del film Prey (2022) apparsa sulla rivista specialistica “SFX” n. 356 (settembre 2022) a firma di Neil Smith.

Al contrario dei suoi colleghi, Smith usa molta meno saliva nel leccare questo film, incensato esageratamente da tutti: prende atto che in questi pericolosi tempi in cui si perde il lavoro a criticare il genere bisogna amare Prey e tutte le sue sorelle, ma almeno si limita al suo compito di regime senza esagerare in bava.


Prey
(recensione)

di Neil Smith

da “SFX”
n. 356 (settembre 2022)

«Questo è fin dove puoi spingerti. Non di più». Questo, secondo il giovane guerriero Comanche Taabe (Dakota Beavers), è ciò che dovrebbe essere dichiarato con orgoglio ogni volta che ci si trova di fronte a un nemico apparentemente imbattibile. È un sentimento che una cacciatrice come Naru (Amber Midthunder) prende a cuore quando si rende conto che le Grandi Pianure settentrionali che lei e la sua tribù chiamano casa sono state invase da più di un sinistro intruso.

È anche un sentimento che potrebbe provare un fan di Predator che, dopo un seguito, due riavvii e un paio di incroci con Alien, potrebbe aver rinunciato alla speranza di un successore all’altezza dell’originale del 1987 di John McTiernan.

Neanche Prey di Dan Trachtenberg è all’altezza di quel film, ma è almeno un passo nella giusta direzione, uno che si avvicina alla tradizione consolidata del franchise e allo stesso tempo fa un passo deciso in un territorio finora inesplorato. Quel territorio è il passato: l’America del XVIII secolo per l’esattezza, una landa incontaminata tanto amata dai suoi abitanti nativi quanto messa a rischio dai predoni coloniali. Quando un alieno arriva e inizia a farsi strada lungo la catena alimentare, ci vorrà più di un tomahawk per fermarlo.

O un moschetto, se è per questo, viste le armi da fuoco primitive brandite dai feroci cacciatori francesi che prendono Naru prigioniera e che possono offrire ben poca difesa contro l’arsenale extraterrestre del Predator. Una lancia staccabile, una rete auto-restringente e mine volanti sono tra le sue armi preferite.

Come il Dutch di Arnold prima di lei, però, Naru ha l’astuzia e l’intelligenza dalla sua parte, per non parlare della conoscenza della flora locale che si rivela indispensabile. Questo è tutto ciò di cui lei e Trachtenberg hanno bisogno per organizzare un confronto che, se non del tutto alla pari con il primo film, assicura comunque che le cose si concludano in modo soddisfacente.

Che si tratti di sventrare un lupo, massacrare un orso o sminuzzare gli aggressori indigeni ed europei, il Predatore (Dane DiLiegro) si mostra sempre letale. I fan duri e puri rimarranno sconcertati dal suo aspetto, con Trachtenberg che ritiene opportuno adornarlo con un elmo simile a un teschio, mandibole sbadiglianti e occhi infossati che lo privano della personalità.

Anche i dreadlock sono stati rinnovati, così che il Predator abbia meno l’aspetto del rasta spaziale di Kevin Peter Hall e più l’ibrido di Alien Resurrection. Non è la prima volta in questa saga in cui ci si chiede come mai non lascino tutto com’era.

Tuttavia, Prey dovrebbe essere applaudito per la chiarezza del suo concetto e la snellezza della sua esecuzione. Midthunder è un’eroina piena di risorse e dinamica che merita un posto nel pantheon accanto al Billy di Sonny Landham.


L.

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