[2022-10] Prey su “Empire” 406

Traduco la recensione del film Prey (2022) apparsa sulla rivista “Empire” (UK) n. 406, ottobre 2022, a firma di James Dyer.

Non entrerò nel merito di quanto io non condivida una sola lettera scritta dal recensore, ma mi preme ricordare qualcosa che i novelli entusiasti di questo film sembrano aver frainteso: il Predator non ignora la giovane Comanche perché è donna, la ignora perché è disarmata. Se qualcuno degli amanti di Prey avesse mai seguito una qualunque altra storia di Predator degli ultimi trent’anni, avrebbe capito che quello mostrato non è un gesto paternalista di maschilismo anni Ottanta, esattamente come il risparmiare Leona in Predator 2 (1990) non è stato un gesto di sufficienza perché era donna, ma semplicemente uccidere una donna incinta non fa fare al Predator bella figura, né davanti ai suoi compagni di clan né nel suo “codice etico”.

Infine, spernacchiare oggi i muscoli oliati del primo Predator (1987) e invece dare per ottima la “sensibilità” con cui è stato girato Prey la dice lunga sull’orripilante revisionismo che stiamo vivendo.


Prey
(recensione)

di James Dyer

da “Empire” (UK)
n. 406 (ottobre 2022)

Se volete una rappresentazione accurata del machismo anni Ottanta, riguardatevi Predator di John McTiernan. Un gruppo di uomini dai muscoli oliati con bicipiti come capitelli e super-fuciloni freudiani scendono in Centro America come una squadra di wrestler: un Royal Rumble nella giungla. È una grande spremuta di testosterone che fotografa perfettamente l’epoca. Per contrasto, Prey prende lo stesso schema (guerrieri nella natura selvaggia cacciati da un alieno) ma lo spoglia dell’assurdità e adatta l’originale alla sensibilità moderna.

Sei anni dopo il suo debutto registico con il deliziosamente sovversivo 10 Cloverfield Lane, Dan Trachtenberg è tornato nel mercato degli spin-off e il suo seguito si discosta dai film precedenti, tornando indietro di trecento anni nel passato dell’America coloniale. Invece di Arnie e i suoi uomini in Arnie, abbiamo la Naru di Amber Midthunder, una combattente Comanche che rigetta l’idea che la propria cultura ha del posto di una donna in società.

Infiammando ogni scena, Midthunder è una furia, infondendo a Naru una ferrea determinazione e un pragmatismo spietato – l’incontro fra una motosega uncinata e la gamba del colonialista francese è abbastanza esplicativo – eppure l’agile copione di Patrick Aison non la priva mai dell’empatia, né suggerisce la necessità di adottare tratti maschili per superare in astuzia e combattere qualsiasi uomo che si metta sulla sua strada. A Naru potrebbe mancare la muscolatura rigonfia della squadra di Dutch, ma è agile e scattante come un furetto, in grado di affrontare la preda sia a quattro zampe che a due, con arco, coltello e tomahawk legato a una corda (geniale) in una sinfonia di caos coreografato che non sfigurerebbe in John Wick: Chapter 4.

Costantemente sottovalutata, viene persino scansata dal Predator, che si rifiuta di riconoscere come preda la femmina solitaria del gruppo di cacciatori, a un certo punto diventa letteralmente incapace di vederla, mentre cerca una preda degna. L’interpretazione sul genere potrebbe non essere sottile, ma è va dritta al punto.

L’originale di McTiernan era un pezzo forte per la tensione a crescita lenta, che attingeva al terrore di un nemico invisibile. Trachtenberg, invece, è fin troppo consapevole che la maggior parte del suo pubblico è già stato lì prima, quindi Prey gioca in modo diverso, non cerca di nascondere ciò che sta aspettando tra gli alberi. Questo costa al film un po’ del terrore strisciante, rispetto all’originale, ma la rivelazione palese del Predator (inzuppato di sangue di orso) sconvolge lo stesso, con il suo nuovo aspetto sorprendente e sinistro: un mostro ancora più schifoso.

Con la sua feroce eroina, l’ambientazione d’epoca autentica e una serie sanguinosa di scene d’azione fantasiose, il film di Trachtenberg dà nuova vita a una serie da lungo tempo sgonfiata. Allo stesso tempo familiare e nuovo, questo è il classico Predator riadattato ad arte per il 2022: un brillante esempio di come prendere qualcosa di vecchio e renderlo nuovo.


L.

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