itALIENi 7. Alieni in America

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).


Alieni in America

Completate le riprese in Puglia, si parte alla volta dell’America, e il nostro Ciro Ippolito – sempre stando alla sua autobiografia del 2010 – lo fa «con otto milioni nelle mutande», giustificando il suo gesto con il fatto che all’epoca non esisteva la libera circolazione di capitali: mi permetto di rimanere perplesso.
Mentre Ciro viaggia alla volta degli Stati Uniti, in direzione contraria viaggia una comunicazione della 20th Century Fox ancora più minacciosa rispetto alla precedente, e ora la casa vuole essere risarcita per danni, chiedendo ben dieci milioni di dollari. E li chiede al produttore Angiolo Stella, per l’ilarità di Ciro.

«Quando si dice: “la fantasia degli americani…”. Quella era vera fantascienza!»

Fregandosene bellamente delle minacce della Fox, tanto non sono mica soldi suoi, Ippolito atterra a Los Angeles, dove l’organizzatore – un certo Peter Shepherd, scozzese ma che parla molto bene l’italiano – mette a disposizione una grossa auto che sarà molto usata dalla troupe, sia come luogo di lavoro che come casa che come oggetto di scena. E quando dico troupe intendo Ippolito, tre attori (Michele Soavi, Belinda Mayne e Mark Bodin) e Fraschetti il “Pistola”. E Ridley Scott muto!
Si parte alla volta di San Diego e strada facendo si girano gli esterni di Alien 2, tutti senza traccia audio tanto si doppia poi in studio.

Anche gli alieni sognano la California

Siccome Ciro non riesce proprio a girare un film senza coinvolgere le forze dell’ordine, solo all’ultimo secondo l’attore Bodin si accorge che sta guidando contromano sulla Interstate 8, e così i nostri eroi vengono fermati da una volante della polizia… nel mezzo del deserto dell’Arizona. Ammazza che sfiga!
Immaginate un gruppo di italiani davanti all’autorità americana: un fiume di battutine irrisorie che per un pelo non finiscono tutti in galera. Ma c’è un particolare che spinge Ippolito oltre i limiti: sul petto della divisa del poliziotto che li ferma c’è la targhetta con il cognome, Maggio. Ma vuoi vedere che è napoletano pure lui?

«Azzardo una domanda: “Do you know the femus Neapolitan family Maggio… Pupella, Dante, Beniamino, Rosalia, Mimi…” (la grande dinastia di attori napoletani da sempre amici della mia famiglia).»

Il primo tentativo va a vuoto, quindi bisogna passare ad armi più potenti: la famigerata canzone napoletana. «Do you like this Neapolitan song?» Nel pieno deserto dell’Arizona, Ciro Ippolito inizia a cantare:

«Quanno se dice sì, tienil’a mente,
nun s’ha dda fà suffrì nu core amante,
tu me diciste sì na sera ’e maggio…
e mo tien’ ’o curaggio
’e me lassà…»

Stiamo parlando del regista dei film con Mario Merola, cintura nera di sceneggiata napoletana, un’arma di commozione di massa: il poliziotto Joe Maggio non ha alcuna speranza. Mentre le lacrime gli solcano il volto (in omaggio forse a Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Dick!), l’agente Maggio si unisce al coro del NapulitAlien…

«Con me, in coro, comincia a cantare tutto il gruppo, anche Peter Shepherd “lo scozzese”: e vai con Torna a Surriento, Maria Mari, Io te vurria vasà, Anema e core. E il finalissimo con nientepopodimenochè: ’O surdato ’nnammurato

Un vero e proprio Festival della Canzone Napoletana in piena Arizona. Il poliziotto è completamente rapito, con il sangue degli avi partenopei che gli ribolle nelle vene, e non solo abbona la multa ai nostri, ma macinerà chilometri per andarli a trovare sul set e offrirà la propria auto per usarla nel film.

Se in America Ciro se la canta, a Roma il produttore Stella piange, impegnato ad evitare che la 20th Century Fox lo infili in un alveare alieno. Stando a Ippolito, l’arguto Stella scopre con gran sorpresa che la parola “Alien” non è soggetta a copyright. La Fox non se l’aspettava e rimane fregata, sempre stando al racconto di Ciro, così cambia strategia e vuole comprare Alien 2, anche se solo per distruggerlo. (Se ci fosse riuscita tutto il cinema ne avrebbe guadagnato.)
Il nostro Ciro sente odore di fregatura nell’aria: ma vuoi vedere che i misteriosi Vinzi & Pane insieme a Stella sono d’accordo per accettare i bigliettoni sonanti della Fox? Non sia mai che si abbassino a guadagnare invece che buttare i soldi al vento come stanno facendo finora.

«Chiamo Roma e li minaccio: “Se vendete il film vi sparo in bocca”, e l’avrei fatto davvero.
Gli metto paura e l’affare non va in porto.
La Fox se lo prende nel culo!»

Mai scherzare con Ciro il napoletano.

Mai scherzare con Ciro, detto “ti sparo in bocca”

In quel di San Diego il nostro regista dà prova di ignorare il fatto che teoricamente dovrebbe chiedere il permesso, e pagare qualcosa, prima di girare in esterni. Il nostro Ciro non bada a questa sottigliezze e gira ovunque, insegue i vigili del fuoco così da avere scene d’azione, fuoco ed effetti speciali a gratis, riprende la gente senza chiedere alcun tipo di permesso, e in pratica si prepara mezzo film in modo totalmente casuale e illegale.

Un giorno è vicino al mare e vede uno yacht, quindi scatta il cambio di sceneggiatura: si abborda lo yacht, si improvvisa una stupidata di scena, si coinvolge il proprietario con qualche falsa promessa di successo cinematografico, e così abbiamo uno yacht milionario a gratis. Non stupisce che al rientro a Roma, dopo una settimana di riprese, Ciro abbia ancora tre degli otto milioni con cui è partito, sebbene non venga specificato se li tenga ancora nelle mutande. Peccato che i soldi risparmiati non superino neanche l’aeroporto di Fiumicino, dove Ciro deve darli a due strozzini che minacciano di tirare il collo al povero Stella.

La parte difficile ora è doppiare in italiano un film girato in inglese, dice Ciro. La realtà è un’altra: il regista ha per le mani spazzatura maleodorante che pseudo-attori hanno bofonchiato in lingue che non hanno nulla di umano. Ciro non coglie questa sottigliezza, anzi ci spiega il suo timore: una traduzione italiana pencolante rischia di far perdere credibilità al film. Credevo fosse una battuta, invece purtroppo il regista è serio, su questo punto.
Così come è serio nel momento in cui spiega che non sa come tradurre i termini specialistici della speleologia in italiano: come si può fare? Chissà se la cultura umana ha inventato un modo per tradurre dei termini da una lingua all’altra, ma visto che questo strumento non esiste… Ciro si inventa le parole.

«”Passami il clipper”, e “aggancia lo sclenner…”. Non significano nulla, ma suonano bene e gli spettatori, secondo me, quando vedono il film, presi dalla tensione, non si chiedono cosa significa clipper o sclenner.»

Quale tensione? Ma soprattutto, quali spettatori? Chi ha avuto la sfortuna di vedere il film all’epoca, è stato sicuramente preso da qualcosa allo stomaco, ma non era la tensione.

Nelle grotte pugliesi nessuno può sentirti inventare parole

Dopo lunghe ed estenuanti ore alla Fono Roma per trovare il suono giusto da dare al mostro alieno tripposo, Ippolito esce per una pausa e torna con un caffè da portare al tecnico del suono Alberto Tinebra, che però ha ceduto al sonno. Entrando in stanza, Ciro ha un’epifania:

«Entro in sala regia e sento un suono terrificante, Tinebra che russa, ma ronfa in maniera così strana, così mostruosa, con delle apnee che nemmeno Giulio Verne in Ventimila leghe sotto i mari si sarebbe immaginato.
Finalmente, avevo trovato quello che stavo cercando: il rantolo del mostro.»

Insieme al rumorista Luciano Anzellotti registrano di nascosto il tecnico che ronfa.

«Ma quale Lucas, ma quale Spielberg: Tinebra, quando ronfava, sfondava la barriera del suono. Sembra incredibile, eppure quest’effetto fa cacare addosso dalla paura gli spettatori di mezzo mondo.».

Ma davvero Ciro è convinto che mezzo mondo abbia visto il suo film, e per di più sia spaventato? Temo che abbia esagerato uno zinzinino l’effetto del suo Alien 2, ma forse è colpa della première losangelina del film, avvenuta addirittura al celebre Chinese Theatre: evento che esiste solo nella parole di Ippolito, a cui crediamo ciecamente essendo una persona che ha fatto della Verità un proprio vanto.
Alla prima del film Ciro e gli attori si presentano a bordo di quel camion dei pompieri che avevano ripreso di nascosto (ah, ma allora non era proprio di nascosto, a un certo punto gliel’hanno detto!), e ad aspettarli c’è il poliziotto Joe Maggio con mezzo dipartimento di polizia di Santa Monica che si è portato dietro, e c’è pure un presentatore da tappeto rosso:

«Ladies and gentleman, the director mister Saaaaaaam Cromweeeeeell.»

Posso anche fare finta di credere che tutto questo sia avvenuto, malgrado assomigli di più al lieto fine di una commediola americana – e perché il poliziotto dell’Arizona si presenta a Los Angeles con il dipartimento di Santa Monica? – ma c’è un curioso particolare che Ciro dimentica abilmente di spiegare: sin dall’inizio del progetto il nobile regista si è fatto fuori ogni singolo centesimo, non ha soldi manco per la trippa del mostro… come si sono potuti permettere questa spettacolare première hollywoodiana?

«I distributori americani, per il lancio, fanno le cose in grande.»

Tutta qua la spiegazione di Ciro, che come al solito non spiega proprio niente. Stando ad IMDb quel 1980 il film è stato distribuito (e doppiato) in America dalla Cinema Shares International Distribution, casa che dagli anni Settanta portava nei cinema statunitensi filmucoli stranieri e stupidate italiane: nello stesso 1980 distribuisce L’uomo piuma di Alberto De Marino e Alien 2, azione che in pratica distrugge la casa. Dopo qualche altro titolo sparuto – tipo Rage (1984) di Tonino Ricci – la casa scompare.
Questa casa avrebbe avuto così tanti soldi da organizzare la première hollywoodiana descritta da Ciro nel suo libro? Nello stesso cinema dove tre anni prima era stato lanciato Star Wars? Tutto può essere, e Ciro ci ha abituati alle sorprese, ma continuo a trovarlo davvero strano.

Mentre Ciro chiude la sua autobiografia presentando Alien 2 come il film di culto che dopo tanta fatica è riuscito a regalare al mondo, vorrei far notare che dopo aver distrutto la casa di distribuzione americana il film affossa pure quella italiana: della Impegno Cinematografico, che a fatica è riuscita a far stare un paio di giorni questo film nelle sale italiane, non si hanno più notizie dopo quel 1980.

Tutti effetti dell’alieno americano di Ciro il napoletano.

(continua)

L.

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