itALIENi 6. L’uragano Ciro

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).


L’uragano Ciro

Avevamo lasciato “Ciro il napoletano” (come fosse un vecchio sketch di Troisi) ad ordinare trippa a palate per fare il mostro finale del suo Alien 2, ma le cose non procedono come previsto: «I soldi ormai sono quasi finiti del tutto e anche usando la trippa, il mostro costa troppo». Non mi intendo di quotazioni della trippa, ma nel 1980 costava così tanto da sforare il budget di un film?

La necessità aguzza l’ingegno, così Ciro Ippolito racconta nella propria autobiografia del 2010 di aver avuto l’idea che risolveva tutto: «la soggettiva dell’Alien». Mostrare ciò che vede il mostro significa non inquadrarlo, così si risparmia sulla trippa.

«Dico a Bombardone di costruire una cassetta di legno con le pareti interne imbottite di trippa e frattaglie, e quest’accrocco è la mia invenzione per gli effetti speciali.
E chi se ne frega, se Ridley Scott ha speso milioni di dollari per il suo Alien: la guerra è guerra!!!»

Fermo restando che la guerra se l’è dichiarata da solo Ciro, e che Scott ha speso molto meno di quello che pensa per il mostro alieno – che ha avuto successo perché ideato, creato e gestito da grandi artisti, non per i soldi spesi – questo «accrocco» appena descritto serve a ricreare la soggettiva del mostro, quindi il regista chiama il suo direttore della fotografia, Silvio Fraschetti «detto “Pistola”» (non ci viene spiegato il perché del soprannome), e insieme infilano un grandangolo nella cassetta tripposa. Mentre i due artisti sono intenti in quest’opera di arte “frattale”, avviene l’impensabile: lascio la parola al sommo poeta Ciro.

«Mentre armiamo l’attrezzo, Bombardone, dalla stanza dell’ufficio, vede nella finestra di fronte una mamma che sta facendo un clistere al bambino.
Parte come un razzo verso la casa, aspetta che la donna termini il clistere e mentre il bambino si siede sul vasino, si fa dare la pompetta di gomma, la riempie di sangue finto, la monta nella cassetta e, premendola, gonfia e sgonfia la trippa, che spruzza sangue a volontà.»

Vorrei spendere una parola di vicinanza per la povera mamma, che mentre accudiva il suo figlioletto si è vista piombare in casa tal Bombardone, che con fare minaccioso l’ha prima osservata in quella pratica così intima per poi rubarle l’apparecchio per le cure sanitarie, a quanto pare senza neanche pulirlo prima. E una parola la spenderei anche per il povero bambino, che se già non bastasse l’attività poco piacevole a cui era sottoposto si è ritrovato prima spiato poi osservato con grande attenzione da uno sconosciuto. Temo che il bambino sia ancora in analisi: «Ero lì, con la pompetta nel sederino… E poi è entrato Bombardone»: certe cose ti segnano a vita.

Grazie all’interessamento di un tecnico del suono, tal Frollini, Ciro ha iniziato le riprese del mostro (se proprio vogliamo chiamarle così) «nel sottoscala di un palazzone stile fascista di piazza Mancini»: ignoro in cosa consista lo “stile fascista”, ma di sicuro siamo in una zona “alta” del Lungotevere capitolino.
Dopo averci racconto della vita privata di Frollini, con inutile dovizia di particolari (c’ha la moglie nana che quando litigano lo mozzica in testa: era proprio il caso di raccontarlo?), Ciro testimonia di qualcosa che onestamente era facile da preventivare: il nostro baldo regista scopre che la trippa lasciata all’aria aperta per giorni… non profuma di rose.

«Dopo qualche giorno, la puzza che emana la trippa sale per la tromba delle scale e arriva in tutte le case.
Qualcuno pensa che Frollini ha ammazzato la moglie.»

Applausi per trippa! (Ma Ciro avrà chiesto il consenso del povero Frollini prima di mettere in piazza i suoi problemi coniugali?)

Va ricordato che siamo nel pieno degli anni di piombo, quando le grandi città italiane sono attraversate da ondate di cospirazione e violenza, con attentatori che si organizzano in case private. In quella via di una zona “bene” di Roma, quando gli abitanti del condominio vedono dei loschi tipi che si infilano nel sottoscala, sporchi di sangue e frattaglie, e fuoriescono miasmi di putrefazione… be’, una telefonatina anonima ci scappa di sicuro.

«Un pomeriggio, nel sottoscala, mentre stiamo armeggiando con le frattaglie e il sangue per fare le prove, arrivano i Nocs con le maschere antigas, sfondano la porta e senza lasciarci il tempo di parlare ci saltano addosso e c’incaprettano.
Alla vista di tutto quel sangue e di quelle frattaglie spiaccicate sui muri, un poliziotto non regge e comincia a vomitare addosso a Frollini.»

Ma povero Frollini, possibile che debba essere sempre lui la battuta finale? Ormai Ippolito e Frollini me li immagino come Jack Lemmon e Peter Falk ne La grande corsa (1965).

Mi immagino così Frollini e Ippolito a girare Alien 2

Per avere un’idea del posto in cui siamo, basti dire che nel gennaio 1980 Eduardo De Filippo in persona fa appello alle autorità perché ricostruiscano il Teatro-Tenda di piazza Mancini, distrutto da un «tornado» (così lo definisce “La Stampa” il 3 gennaio 1980) abbattutosi sulla zona il 16 dicembre precedente. Siamo in un quartiere di classe, che dopo il tornado… ha subìto pure l’uragano Ippolito e le sue frattaglie volanti.

«Arrestano me, Frollini, Fraschetti e Bombardone.
Ammanettati, usciamo dal palazzone fascista e fuori ad attenderci troviamo una folla inferocita che ci sputa addosso e ci vuole linciare, gridano di tutto: “Assassini, criminali, terroristi!”. C’è chi addirittura invoca la pena di morte, sono arrivati anche i giornalisti, le telecamere e i paparazzi, sembra Quel maledetto imbroglio di Pietro Germi.»

Decisamente queste cose a Ridley Scott non succedono.

Ci vorrà un po’ per spiegare tutta la questione alle forze dell’ordine, che purtroppo rilasciano Ciro e i suoi, senza sapere del male che stanno per compiere all’universo alieno in particolare e al cinema in generale.
Molto più attenti sono invece gli occhi della 20th Century Fox, che anche a distanza si sono accorti che c’è un regista napoletano a Roma che, fra una trippa e un arresto, una pompetta per il clistere e una frattaglia, sta girando il seguito dichiarato di Alien senza aver neanche provato a chiedere il permesso a chi ne detiene i diritti cinematografici.

«Arriva la prima citazione dalla Twentieth Century Fox, produttrice di Alien, che ci diffida dal procedere con il progetto.
“’Sti cazzi!”. Noi andiamo avanti.»

Mi immagino i traduttori della Fox che devono riportare la risposta dell’italian director: «These dicks». Oxford Dictionary, abbiamo un problema. La questione fuoriesce dai rapporti personali fra Ciro e la Fox, infatti sul numero di febbraio 1980 della rivista specialistica britannica “Starburst” un titoletto parla di «Spaghetti Alien».

«Intanto, gli italiani – e chi altri? – sono già a lavoro sul seguito [di Alien]. I produttori romani Angliolo [!] Stella e Ciro Ippolito affermano che il loro Alien 2 sarà completato e pronto per la distribuzione internazionale entro gennaio.»

Questo, specifica il trafiletto, sempre che la Fox non li fermi ricorrendo al tribunale per violazione del copyright. Cosa che, abbiamo visto, non preoccupare minimamente Ciro, il quale ha ben altro a cui pensare.

da “Starburst”, febbraio 1980

Stando al suo racconto, Ciro ha preso in mano anche la regia del progetto su consiglio di Mario Bava, ma a questo punto scopriamo che non ha avvertito nessuno di quella decisione, soprattutto i due misteriosi e fantomatici produttori, Vinzi & Pane. «Ciro, ma ’sto regista l’hai partorito?» Alla legittima dei domanda dei due, che non stanno facendo altro che dare soldi a chi li sperpera senza freno, il nostro Ippolito pensa bene di continuare a fare ciò che – a sua stessa detta – ha sempre fatto con loro. Mentire.

«Così, d’istinto, gli rispondo: “Sì, l’ho trovato, è un americano che viene dalla televisione”.
E loro: “E come si chiama?”.
Gli dico il primo nome che mi viene in mente: “Sam Cromwell, si chiama Sam Cromwell”. È chiaro che non esiste un regista con questo nome.
E i due: “E… che tipo è?”.
Io: “È un regista de paura”.
I due: “Bene, bravo, perfetto, un regista de paura è quello che ci vuole, vai alla grande!”.
Praticamente, non avevano capito un cazzo!»

Non direi che i due ignoti produttori non abbiano capito, semplicemente sono stati ingannati, è un po’ diverso. Comunque Ciro è sempre lesto a spendere i loro soldi e via, due settimane di riprese, «più una in California, tra San Diego e il confine con il Messico».
Alla fine della prima settimana c’è però un “momento caldo”, quando cioè il socio Stella deve mandare da Roma a Castellana Grotte in Puglia – dove stanno girando Alien 2 – le paghe per la troupe. Al loro posto arriva invece un ingegnere, tal Filippo Romano, con in mano un assegno e questa spiegazione:

«Stella soldi in contanti non ne ha, mi ha dato questo assegno e mi ha detto: “Di’ a Ciro che si arrangiasse”.»

Quando i membri della troupe capiscono la situazione, che cioè Stella ha emesso uno di quegli “assegni cabriolet” (cioè scoperti) per cui è famoso, stando a Ciro, la situazione si fa un po’ tesa. Preso addirittura in considerazione un «suicidio di massa, come la setta del diabolico Jones», il nostro baldo regista prende in mano la situazione e va dal proprietario dell’albergo dove sono tutti ospitati, e gli chiede… se per caso abbia da cambiargli un assegno da dieci milioni di lire. La cosa assurda non è la domanda, ma il fatto che il proprietario accetti!
Questo «cavaliere Nicola Semeraro», dalla stazza alla Orson Welles, accompagna Ciro nella banca del paese, ma i due sfortunati arrivano proprio nel momento esatto in cui la stanno rapinando: tanta è la fretta del corpulento albergatore di gettarsi in terra per evitare pallottole vaganti, che finisce su un escremento di cavallo. (Ippolito ci tiene sempre a regalarci questi particolari coloriti, nella sua narrazione.)

Povero Ciro, stava per cambiare l’assegno per pagare i suoi bravi lavoranti ma i rapinatori cattivi gliel’hanno impedito – o almeno è così che la racconta lui – ma per fortuna di nuovo corre in soccorso il cavaliere Nicola Semeraro, che ancora inzaccherato di deiezioni equine riesce comunque a chiamare a sé vari ambulanti del paese, in quel giorno di mercato, «e anche una tribù di zingari che vendono il rame». Nei paesini pugliesi del 1980 è pieno così di bancarelle coi zingari che vendono il rame.

«Parte una specie di catena della solidarietà, sembra “Telethon”.
Da tutte le bancarelle cominciano ad arrivare soldi, chi dà centomila, chi duecentomila, ma tutti soldi spicci: e che faccio, mi metto a sottilizzare?
Torno in albergo, con due federe di cuscini piene di monetine, e pago la troupe, altro che Ali Babà e i quaranta ladroni…»

Vero, qui infatti di ladrone ne vedo solo uno. Visto che viene ben sottolineato come quell’assegno sia scoperto, tutta l’operazione mi sembra una “mandrakata”: il povero ingegnere così prodigo sarà rientrato di quei soldi? I venditori che si sono tolti soldi dalle tasche per darli al regista di Alien 2, saranno stati ricompensati? Guarda caso, Ciro chiude l’argomento. Quindi temo che la risposta sia “no” ad entrambe le domande.

«Nel fare questo mestiere, s’incontrano difficoltà di tutti i tipi e bisogna superarle: avete presente Indiana Jones?»

Io stavo pensando piuttosto a Lupin.

(continua)

L.

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