itALIENi 3. Prendono forma i progetti

Nuova puntata del ciclo dedicato alla storia, raccontata per la prima volta con dovizia di particolari, dei due italiani che girarono il loro seguito di Alien (1979).


Dallo zucchero al caffè

Come abbiamo visto, nell’agosto del 1979 Luigi Cozzi e consorte passano una vacanza tutta spesata ad Haiti per scrivere una sceneggiatura ambientata sull’isola, e dopo aver visto Alien al cinema, il settembre successivo, Cozzi si mette a scriverne un seguito apocrifo dal titolo Alien arriva sulla Terra: il relitto spaziale del film di Ridley Scott diventa una nave alla deriva nell’oceano, ma il carico di uova letali rimane lo stesso. La sceneggiatura è infarcita di riferimenti ad Haiti ma poi, al tirarsi indietro dell’innominato produttore di Santo Domingo, si dovranno limare un po’ tutti quei riferimenti ormai senza più ragion d’essere.

Nell’ottobre del 1979, quando l’Alien titolare arriva nei cinema italiani, Cozzi consegna la bozza del suo seguito al produttore Ugo Valenti, e questi comincia a contattare dei produttori. Trova il romano Claudio Mancini, che insieme a Sergio Leone il precedente febbraio 1979 ha portato in sala un titolo noto come Il giocattolo di Giuliano Montaldo, con Nino Manfredi. Mancini ha frequentato anche il genere spaghetti western con il film Un genio, due compari, un pollo (1975) e il poliziottesco con Il trucido e lo sbirro (1976) e La banda del trucido (1977).

Quell’ottobre 1979 è arrivato nei cinema italiani Sindrome cinese con Jane Fonda e la “questione nucleare” appassiona Mancini, che vuole mettere in cantiere una storia simile da fare in Italia ma il progetto non riesce ad andare in porto: accettando “Alien bis”, il produttore impone subito un titolo in linea con la sua nuova passione, cioè Contamination: la sindrome nucleare, che per fortuna rimarrà semplicemente Contamination.

Stando alle dichiarazioni nei suoi libri – come Gli anni di Alien (2017), dove maggiormente racconta la storia del suo seguito alieno – Cozzi non amerà mai questo titolo, ma gli autori raramente riescono a mettere bocca sui titoli dei film. Trovare poi un co-produttore colombiano proprietario di un’industria di caffè ha fatto cambiare nella sceneggiatura ogni riferimento allo “zucchero” in “caffè”, con dispiacere di Cozzi che aveva inserito quei riferimenti come citazione delle formiche giganti di Assalto alla Terra (Them!, 1954).

Uno dei capisaldi che Luigi Cozzi aveva in mente per il suo Alien

Arriviamo al gennaio del 1980 e il copione è completo, cambiato più e più volte e – a detta di Cozzi – tutto il lavoro svolto dal suo amico e collaboratore Gianluigi Zuddas è stato cancellato dalla bozza definitiva, per varie ragioni non meglio specificate. Al massimo è intervenuto Sergio Donati in qualche dialogo ma Cozzi afferma che

«in pratica il 99,99% di quanto si vede sullo schermo nel film finito è un mio parto personale… nel bene e nel male».

Stando al ricordo di Cozzi nel citato Gli anni di Alien, le riprese di Contamination sono iniziate agli studi De Paolis di Roma a metà gennaio 1980 e sono proseguite per tutto febbraio, poi nel marzo successivo la troupe ha girato in esterni: prima a Barranquilla (Columbia) poi a New York.

«Tra aprile e maggio del 1980, nuovamente a Roma, è stata eseguita l’edizione, vale a dire il montaggio e la sonorizzazione di quanto realizzato. Nino Baragli (il montatore di Sergio Leone) ha assemblato la pellicola, mentre i Goblin (quelli cari a Dario Argento) hanno composto ed eseguito la musica. I suoni e i rumori sono stati creati dai fratelli Massimo e Luciano Anzelotti, che avevano già collaborato con me per Star Crash. Gli effetti ottici sono stati eseguiti impeccabilmente dallo Studio Quattro, anch’esso già partecipe dei trucchi della mia precedente pellicola.»

Ma intanto, che sta combinando Ciro Ippolito?


Ippolito il furbo

In un periodo in cui i distributori italiani vogliono solo donnine svestite o al massimo qualche mostro, Ciro Ippolito lavora con un produttore come Angiolo Stella che invece è specializzato in “cinema di qualità”, espressione che gli chiude ogni porta in faccia non appena venga pronunciata.

Per questo Ippolito ad inizio carriera registico-produttiva ha trovato un’idea alternativa per affrontare la situazione: visto che il suo amico Mario Merola sbanca ogni botteghino del sud Italia ogni volta che appare in teatro, perché non portarlo anche al cinema? Nasceva così il film Napoli… serenata calibro 9 (vistato il 7 dicembre 1978), il primo di una fortunatissima serie di poliziotteschi melodrammatici con il noto attore napoletano.

Grazie agli alti incassi registrati da questi film, il produttore Angiolo Stella può “ricattare” i distributori: volete Mario Merola? Allora vi beccate pure i film d’autore di John Cassavetes, autore che – stando alle dichiarazioni di Ippolito – è arrivato in Italia esclusivamente grazie all’interessamento di Stella, coi soldi dei film melodrammatici con Mario Merola.

In quel novembre del 1979 in cui nasce l’idea di un Alien 2, è passato un anno da che Ippolito e Stella hanno adottato questo “sistema” (cioè produrre film di sicuro richiamo per vendere anche prodotti “di nicchia”) quindi il produttore si fida dell’amico regista e accetta subito l’idea del film fanta-horror. (Genere che, come abbiamo visto, in quel momento riscuote discreto interesse in Italia, anche se non certo ai livelli delle donne nude o di Mario Merola!)

A questo punto, nella sua autobiografia Ippolito racconta l’idea geniale che ha avuto per tastare il polso dei distributori internazionali, per sapere cioè se il suo prodotto avrebbe avuto anche un interesse estero tale da garantire incassi sufficienti. Riporto il passaggio in cui il regista racconta questa idea geniale:

«Ad Angiolo racconto l’idea e così decidiamo di pubblicare una pagina su “Variety”, con l’annuncio dell’imminente inizio di lavorazione di Alien 2. All’epoca, non c’erano ancora i fax, si usava il telex, che nessuna produzione aveva; così, per gli eventuali contatti nell’annuncio mettiamo il numero di uno spedizioniere di pellicole.
Dopo qualche giorno, ci chiama lo spedizioniere allarmato e c’implora di correre subito da lui. Sono arrivate tante di quelle richieste del film da tutto il mondo, che la telescrivente si è inceppata.»

Un aneddoto delizioso e un’idea davvero geniale… peccato però che, guarda a volte la coincidenza, solamente qualche mese prima (4 luglio 1979) il produttore Sean S. Cunningham abbia avuto la stessa identica idea, pubblicizzando un film (Venerdì 13) che ancora non esisteva e, una volta subissato di richieste, ecco che ha potuto girarlo. E ovviamente la rivista dov’è apparso l’annuncio è “Variety”. Ippolito sapeva della trovata di Cunningham? O guarda caso due idee assolutamente identiche sono nate in modo indipendente a distanza di soli quattro mesi?

Da “Variety” del 19 dicembre 1979: “Alien 2” è alla quarta riga dall’alto

Negli ultimi quarant’anni nessuno ha risposto a questa domanda perché nessuno se l’è mai posta, per colpa dei ghetti in cui è diviso il cinema, ma finalmente posso dare qui io stesso la risposta, per due motivi: ho fatto quello che nessun giornalista di cinema fa mai, cioè sono andato a controllare le fonti, e la rivista “Variety” ha digitalizzato i propri archivi. Per quanto Ippolito nella propria autobiografia si diverta a raccontare di quanto ha preso in giro sempre tutti, dimostrandosi quindi fonte ben poco affidabile, il suo racconto è incredibilmente vero: probabilmente perché all’epoca tutti pubblicizzavano su “Variety” film che ancora dovevano iniziare a girare.

Ecco pagina 21 del numero di “Variety” di mercoledì 7 novembre 1979: malgrado abbia riempito un libro a vantarsi delle proprie bugie, Ippolito ha detto la verità!

La prova che incredibilmente Ippolito ha raccontato il vero

Sempre stando al racconto di Ippolito, con l’enorme risposta ottenuta dai distributori internazionali insieme a Stella si presenta da

«Vinzi & Pane, i distributori internazionali che stanno facendo un sacco di soldi con Zombi 2

Chi sono questi Vinzi e Pane? Non ho trovato nulla su di loro se non nei siti e articoli che riportano le varie versioni di questa storia raccontate da Ippolito. Lui stesso nell’autobiografia non si disturba mai a precisare i nomi, limitandosi a chiamarli semplicemente «Vinzi & Pane», tipo Stanlio & Ollio, «due volponi, l’uno con una faccia che sembra scolpita nella pietra, l’altro piccolo di statura, convinto di avere sempre la battuta spiritosa pronta, ma ride solo lui»: l’incredibile aleatorietà di questa descrizione lascia allibiti.

Stando alla ricostruzione di Ippolito (che, va sempre ricordato, nella sua autobiografia si fregia di aver sempre mentito a tutti, almeno riguardo la storia di Alien 2) questi fantomatici «Vinzi & Pane» sono così esperti nella distribuzione internazionale che «negli Stati Uniti i film di Enzo G. Castellari fanno concorrenza a quelli di John Carpenter», affermazione data senza alcuna prova e davvero inspiegabile: Carpenter notoriamente ha sempre guadagnato poco al botteghino, quindi non mi sembra un paragone fattibile. Esempio dopo esempio, senza mai addurre alcuna prova o cifra o fonte, Ippolito ci spiega che questi mitologici «Vinzi & Pane» (mai citati da nessuno se non da lui) si dimostrano interessati al progetto Alien 2 grazie a un processo che Ippolito chiama «”ipotiposi” e si riallaccia ad Omero». Altri chiamano questa tecnica “sparare cazzate”.

Così come ha pubblicizzato su “Variety” un film che non esiste, così Ippolito – racconta lui stesso – davanti ai Vinzi col Pane si è inventato la prima trama che gli è venuta in mente, e – si vanta il regista – più vedeva che le cazzate che sparava funzionavano, più ne sparava altre. Alla fine «Vinzi & Pane» accettano di finanziare Alien 2 con quattrocento milioni (non viene specificato, ma è plausibile si tratti di lire).

«Usciamo dall’ufficio dei Parioli, sotto il palazzo c’è una concessionaria d’auto di lusso, io compro una Jaguar, Stella una Mercedes e la sera stessa partiamo con Deborah e Melissa, due fiche stratosferiche, direzione Cannes, Hotel Carlton. In Costa Azzurra, tra Casinò, champagne (rigorosamente Cristal) e cotillon, ci magnamo quasi tutto il capitale.»

Questo edificante estratto dall’autobiografia di Ippolito ci fa capire non solo le qualità morali dell’autore, ma anche il valore della “fonte”: quanto possiamo credere al racconto di chi si bea di mentire e truffare i distributori? Sicuramente l’immagine dell’italiano “furbo” piace molto, c’è un’intera cinematografia nata su questa figura, ma rende questa autobiografia davvero traballante come veridicità. Potrebbe essere estremamente veritiera come estremamente inattendibile, visto il racconto a tinte forti che ne esce fuori, ma non possiamo stabilire con certezza quale delle due ipotesi sia predominante, se ce n’è una. Il problema è: possiamo credere a chi dice di mentire?


(continua)

L.

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