AVP: Ultimate Prey 4: Blood and Honor

Vi racconto “in diretta” la mia lettura (dall’inglese) dell’antologia Aliens vs Predators: AVP Ultimate Prey, a cura di Jonathan Maberry e Bryan Thomas Schmidt, uscita lo scorso 1° marzo per Titan Books: tutte queste recensioni di racconti man mano sono integrate nel post principale dedicato al libro.

Blood and Honor
di Susanne L. Lambdin

La tenente Kai Kentarus si risveglia in modo brusco, perché dal letto – e dall’abbraccio del suo capitano amante – si ritrova in una capsula di salvataggio, in caduta libera.

Giorni prima sulla USS Tephra, vascello militare di classe Bougainville agli ordini del capitano Lucien Duran, c’era stato un acceso scambio di opinioni con Palmer Lennox, esecutivo della Weyland-Yutani con il compito di gestire la terraformazione di XK-93, pianeta simile alla Terra intorno al quale stavano orbitando. Le squadre scientifiche inviate a fare rilevamenti hanno interrotto ogni comunicazione, non prima di aver informato la nave della presenza di xenomorfi: il pianeta è impossibile da “bonificare”, come invece vorrebbe Lennox, il quale si ostina a dare ordini che il capitano Duran non può accettare, sapendo che nel caso manderebbe i propri uomini a morire.

Duran e la sua squadra è anche informata del fatto che XK-93 è un pianeta usato dai Predator come campo di battaglia, e quella specie è ben nota al tenente Kentarus, visto che porta addosso le profonde cicatrici di un incontro movimentato con una femmina Predator: se non fosse stato per l’aiuto di un suo commilitone e mentore, il sergente Frank Mueller detto “Mule” armato di XM99A Phased Plasma Pulse Rifle, probabilmente non sarebbe sopravvissuta. Ora fa parte, come specialista di armi, dei “Night Marchers”, nome del 4° Battaglione, 3° Gruppo d’armata: descrizione roboante per un gruppo di Colonial Marines dal pessimo carattere e dalla fedina penale sporca.

Mesi di lunghe ed estenuanti riunioni non avevano cambiato una virgola: quel cieco burocrate di Lennox continua a ritenere possibile terraformare XK-93 con una semplice “disinfestazione”, mentre il capitano Durand cerca di spiegare che non solo non è possibile ripulire il pianeta dagli xenomorfi, ma ci sono anche le stagioni di caccia dei Predator da considerare. Alla fine, è successo qualcosa e ora la tenente Kentarus sta cadendo sulla superficie di un pianeta fuori da qualsiasi rotta, messo in quarantena e l’unica nave che sa dell’esistenza della donna – la USS Tephra – si sta allontanando senza di lei. Kentarus è stata abbandonata nello spazio.

Al suo arrivo sul suolo Kentarus scopre altri relitti ma anche facehugger in giro, quindi si affretta ad armarsi, trovando una lama semi-sepolta nella sabbia: è un’arma dei Predator, costituita da polimero nero, infrangibile e resistente all’acido alieno. È leggera e con una seconda lama retrattile: ora si sente un po’ meno nuda, sul pianeta infestato dagli xenomorfi.

Raggiunta una vicina vegetazione, dopo lunga ed estenuante camminata, Kentarus trova una sorgente ma anche due Pretoriani sul posto: la situazione sembra difficile, ma poi si sblocca quando la donna vede sul carapace di uno degli xenomorfi tre puntini rossi luminosi disposti a triangolo: una sventagliata di plasma blu fa saltare la testa ad un Pretoriano, mentre al Regina fuoriesce dal suo rifugio e, sventrando alberi, si avventa sul Predator in piena caccia. Sarà dura per la soldatessa sfuggire allo scontro di titani alieni.

Nella fuga la donna incontra una Predator femmina legata, in quello che sembra un accampamento: liberarla e salvarla dal Predator maschio – soprannominato Big Rhino – che vuole uccidere entrambe è un chiaro segno che anche nell’universo alieno è arrivato il metoo: infatti in questo racconto i maschi so’ tutti stronzi e le donne tutte gagliarde e unite nel girl power.

Kentarus, che ama dare nomignoli, battezza la sua nuova amica Blood Venom e visto che insieme affrontano i pericoli di XK-93, cioè ben due Regine aliene – una anziana e una giovane – diventano blood sisters e l’autrice si lascia un finale aperto per nuove avventure pseudo-femministe in giro per la galassia.

Ignorando la deriva metoo che rovina il racconto, la prima metà è davvero ottima e azzardo un’ipotesi: la descrizione del pianeta in cui cade Kentarus mi ricorda molto da vicino il primo livello del videogioco Aliens vs Predator 2 (2001), nella missione del Predator (acque tossiche, Pretoriani), e mi diverte ipotizzare come l’autrice per crearsi un’ambientazione ci abbia fatto una partitina.

L.

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