AVP: Ultimate Prey 3: The Hotel Mariposa

Vi racconto “in diretta” la mia lettura (dall’inglese) dell’antologia Aliens vs Predators: AVP Ultimate Prey, a cura di Jonathan Maberry e Bryan Thomas Schmidt, uscita lo scorso 1° marzo per Titan Books: tutte queste recensioni di racconti man mano sono integrate nel post principale dedicato al libro.

The Hotel Mariposa
di David Barnett

Ben, Carol e Cade hanno fatto il colpaccio, vendendo a Netflix lo spettacolo televisivo “American Spook-Chasers“, in cui vanno in grandi case storiche a caccia di fantasmi: la prima stagione è stato un successo, la seconda una pericolosa caduta. Se entro quattro settimane non presentano a Netflix un episodio “da paura”, roba forte, un Halloween Special di quelli che fanno sgranare gli occhi, la loro serie è più morta dei fantasmi a cui danno la caccia. Ecco perché si presentano all’Hotel Mariposa (New England), nome dal passato glorioso.

Costruito negli anni Venti e subito diventato meta di personaggi famosi – Hemingway ci si è ubriacato rompendo tutto! – sin da subito l’Hotel Mariposa è stato luogo di fenomeni inspiegabili e anche paranormali: fantasmi, poltergeist e via dicendo. Malgrado fosse frequentato da divi, nel 1967 l’attività chiude i battenti, ma non per problemi finanziari: una setta di invasati un giorno prese in ostaggio i clienti e li massacrò, e certe cose attirano pessima pubblicità.

Intanto il Predator Hin’tui è in pieno ritiro spirituale per prepararsi all’imminente nuova caccia. Qui l’autore si è andato a rileggere Aliens vs Predator: Prey (1994) di S.D. Perry così da ricopiare la terminologia inventata in quell’occasione dall’autrice e mai più ripresa, fino a tempi recenti. Così il Predator è uno Yautja, chiama gli umani oomans e via dicendo: l’unico nuovo termine è ovviamente l’Hotel Mariposa, che per il guerriero è Gorath Pun’tila, “il posto in cui niente è come sembra”.

I nostri tre eroi in cerca di fantasmi per impressionare Netflix si preparano, e appena uno vede Carol scrivere nel bel mezzo di un albergo infestato non resiste a dire: «All work and no play makes a Carol a dull girl», una citazione di Shining (1980) intraducibile, visto che nel doppiaggio italiano il testo è stato cambiato completamente. Se però i protagonisti aspettavano un fantasma, ad apparire dall’oscurità è qualcosa di completamente diverso.

Ciò che gli umani non sanno è che l’Hotel Mariposa è un tempio in cui i Predator compiono quel rito di iniziazione che li ha resi celebri: un uovo alieno è già stato piazzato e il Predator è già pronto al combattimento, armato solo di lame da polso. Come il cacciatore possa essere scambiato per un “cavaliere medievale” dai nostri eroi è qualcosa di davvero poco chiaro.

Le premesse sono intriganti e divertenti ma poi il racconto non sa bene cosa fare, perciò si gioca ancora l’alleanza fra Predator e donna protagonista – come tutti i racconti precedenti! – e tutto va come negli altri racconti, cioè col Predator esangue salvato dalla donna grintosa. Mi sa che questi autori hanno visto solo il film AVP (2004) per prepararsi all’antologia…

Una curiosità. La mia supposizione che l’autore abbia consultato il romanzo della Perry per attingere alla “terminologia predatoria” si infrange contro il termine Kiande Amedha (“carne dura”) per indicare gli xenomorfi: visto che il termine originale è kainde amedha, questo errore di scrittura – “kia” invece di “kai” – fa capire come le ricerche dell’autore si siano limitate a sfogliare i siti meno affidabili della Rete, che infatti riportano il termine in modo errato. Possibile che alla Titan Books non si siano accorti dell’errore? Loro che hanno recentemente ristampato in modo corretto il romanzo della Perry?

L.

2 pensieri su “AVP: Ultimate Prey 3: The Hotel Mariposa

  1. Due curatori che non conoscono l’universo alieno, autori che (salvo eccezioni) vanno loro dietro… e una casa editrice a cui tutto questo non deve poi interessare granché, se cominciano a lasciar correre sugli errori 😦

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