[2022-01] James Cameron su “Total Film”

Sul numero di gennaio 2022 della rivista di cinema “Total Film” (n. 320) appare un’intervista a James Cameron: spero di far cosa gradita traducendola.

L’intervista è un lancio pubblicitario del librone Tech Noir: The Art of James Cameron uscito nel dicembre 2021, a cura di Chris Prince e con prefazione di Guillermo Del Toro.

Da notare come quello che una volta era un maestro visionario del cinema ormai abbia il cervello completamente ripieno di sostanza blu, visto che ad ogni domanda risponde parlando di Avatar, di cui è quasi pronto quel seguito che da ormai tredici anni è promesso come imminente, ed è solo il primo di una serie di film che (per fortuna) esistono solo nella folle isola del dottor Cameron, abitata da strane creature dalla pelle azzurra.


Costruire mondi migliori

di Jordan Farley

da “Total Film”
n. 320 (gennaio 2022)

Nel nuovo libro “Tech Noir” James Cameron apre i propri archivi
e mostra i disegni fatti a mano che hanno arricchito i suoi primi lavori.
Attualmente in post-produzione con il suo “Avatar 2”, in Nuova Zelanda,
Cameron ha fatto due chiacchiere con “Total Film”, tramite Zoom,
sull’arte cinematografica

Cameron ha trascorso gran parte della sua infanzia a Chippawa, in Canada, facendo due cose: leggere romanzi di fantascienza e disegnare. Le influenze e l’evoluzione del suo stile – come si vede in Tech Nair – hanno portato direttamente a una carriera come regista.

«In quei primi anni si può vedere una costante progressione della tecnica, a forza di disegnare miglioravo. La coordinazione, la capacità di trasmettere l’illuminazione, la composizione e così via. Ho raggiunto il picco verso i venticinque anni, poi la mia espressione artistica si è spostata al cinema. Ma tutte quelle lezioni sono rimaste lì. Come si compone un’immagine? Qual è l’impatto narrativo maggiore? Sono tornato indietro e ho imparato a disegnare dai fumetti: penso che sia un ottimo banco di prova per qualsiasi artista che voglia entrare nel mondo del cinema. Sono entrato dalla porta sul retro, ho lavorato come scenografo e direttore artistico per un po’, e poi sono passato alla regia. Ma penso che tutta quella tecnica di disegno e pittura… So che stavo davvero esercitando tutti quei muscoli molto prima di avere una troupe, telecamere e attori. Mentre mi esercitavo tanto nel disegno penso di essere stato segretamente – e anche inconsapevolmente – interessato alla regia, ma non era facile allora. Quando avevo vent’anni, rimediare una fotocamera e registrare il suono, sincronizzandolo con l’immagine, era un grosso problema: oggi quel problema non sussiste più, la tecnologia è abbastanza democratizzata. Ma il cinema sembrava un po’ lontano da me. Stavo solo allenando i muscoli, facendo disegni e dipinti e raccontando storie in forma visiva».

Prima di Terminator Cameron ha sviluppato Xenogenesis, fantascienza ambiziosa e sbalorditiva. Era solo un cortometraggio di dodici minuti, ma molte delle idee originali di quell’opera hanno trovato la loro strada nei suoi lavori successivi.

«Di recente mi è capitato di rileggere quella sceneggiatura, e onestamente non è una storia così brutta! Si capisce che ero affascinato dai viaggi spaziali e soprattutto dall’enorme sfida fisica di viaggiare verso altri sistemi stellari. Penso sia un tema ricorrente in tutto il mio lavoro di fantascienza. Ho pensato: nei miei film di fantascienza inizierò con l’ingegneria e lascerò che guidi la grafica. Quindi il modo in cui ho impostato il mio processo di lavoro [per Xenogenesis] è ancora quello che applico oggi. Mi sono preso molte licenze con Avatar, e alla gente ricordo: “Ehi, è un mondo con montagne fluttuanti”, se questo non ti dà il permesso di fare tutto ciò che vuoi, non so cosa lo dia. Ad un certo punto mi piace inserire nei miei film qualcosa che poi io possa indicare e dire: “L’ho fatto”. In Avatar era il Viperwolf, per il quale avevo un’idea molto precisa, e il capo del Thanator.»

Nel classico di genere The Terminator il regista ha coniato una frase che è stata applicata a gran parte del suo lavoro – “Tech Noir” – e ha creato l’iconico endoscheletro T-800, in seguito a un sogno febbrile…

«I sogni sono intimamente legati al progetto, ma non è solo necessario che qualche grande mostro o creatura appaia proprio di fronte a te… anche se è successo con Terminator, la figura scheletrica cromata che cammina fuori dal fuoco. La cosa di cui la maggior parte delle persone non parla, riguardo ai sogni, è che la tua stessa mente li crea per proiettarteli. Quindi, anche se l’immagine può essere vaga, sai di cosa si tratta. Quindi sapevo era una macchina; sapevo che non era, per esempio, una mummia che si era bruciata, e sapevo che il suo scheletro stava emergendo; sapevo che una volta aveva avuto un aspetto simile a un umano. Il sogno ricombina le immagini e le idee della tua vita da sveglio, quindi è tutto materiale narrativo da utilizzare.».

Nel realizzare Aliens, Cameron non solo ha dovuto dare un seguito ad un film horror classico, ma ha dovuto far evolvere il disegno di una delle più iconiche creature del cinema. Fortunatamente, Cameron aveva tanto talento quanto fiducia in se stesso.

«Ripensandoci, è estremamente sfacciato, giusto? Perché [H.R.] Giger era una figura divina tra i cineasti e i registi, a quel tempo era ancora nel fiore degli anni, ma lo stesso ho pensato: “Oh, bene, posso farlo…” Sapevo che questa era la cosa che volevo fare e lo stavo facendo: stavo progettando creature. Non la consideravo una sfida, la vedevo più come un’enorme opportunità. Ottenere il “Fattore Giger” – il bizzarro immaginario psicosessuale che Giger aveva perfezionato – quella, per me, era la parte divertente. La sfida era l’esecuzione: come costruiremo questa cosa nel mondo reale, in un tempo in cui non esisteva la computer grafica? Quindi avevo in mente che avremmo usato alcune delle tecniche di Terminator: marionette Bunraku. Forse avremmo creato una miniatura, forse un grande animatrone.

Avevo un rapporto di lavoro così stretto con Stan Winston a quel tempo, dopo aver fatto Terminator, che ero sicuro avremmo inventato qualcosa di interessante. Non sapevo esattamente cosa sarebbe stato, e forse non avrebbe corrisposto ai progetti iniziali, ma ci siamo inventati qualcosa. Poi è uscito fuori che quello che abbiamo inventato era letteralmente quello che avevamo progetto. Si è rivelato funzionare. C’era spazio per le persone al suo interno e potevano fare tante cose pazze, e avere un gruppo di burattinai fuori dallo schermo con cavi idraulici che correvano dentro questa cosa. Era la grande sfida per quel bambino.»

All’inizio della sua carriera Cameron ha fatto quadrare i conti illustrando le locandine per la casa Saturn, produttrice di film di serie Z. Fu durante questo periodo che imparò il potere di una singola immagine nella vendita di un film.

«Credo nel potere della locandina, allo stesso modo in cui credevo alle copertine di tutti i libri di fantascienza che compravo da bambino: se era una buona copertina, compravo il libro. Quindi credo nel principio della locandina. Ora, quelle che ho fatto erano tutte per queste aziende ultra-economiche, sono film orribili. Consiglio vivamente di non vedere mai quei film! Io non l’ho mai fatto, sono riuscito a vederne solo cinque minuti prima di spegnere.

C’erano diverse locandine per Avatar che davano la sensazione di vedere tutti i personaggi, e ce n’era almeno una in cui c’erano Neytiri e Jake. Non ho mai fatto pressioni sul dipartimento marketing per scegliere l’una o l’altra locandina: si limitano a mostrarmi cose. Avatar è stato uno di quei film in cui penso abbiano sbagliato. Visto che avevamo ingaggiato Dylan Cole come illustratore, abbiamo fatto fare a lui le locandine per Avatar

Quando Cameron ha realizzato The Abyss era in grado di assumere artisti di livello mondiale per produrre il tipo di idee che voleva portare su schermo.

«Steve Burg è stato il capo progettista di ciò che chiamiamo NTi: l’intelligenza non terrestre. La loro città, l’aspetto dei loro corpi e dei loro volti, e così via. Ron Cobb ha realizzato tutto il tipo di tecnologia vissuta della piattaforma petrolifera, e sono sicuro che ci siano state persone che hanno visto quel film e hanno pensato che ci siamo limitati a filmare in una di quelle piattaforme petrolifere in giro per il mondo, il che non è stato. Ma sembrava abbastanza reale da farti credere che fosse una struttura vera. E poi Steve, ovviamente, ha usato un linguaggio di progettazione molto florido. Ho usato la stessa tecnica che avevo usato per Aliens, cioè lanciare artisti del disegno per creare culture diverse. Quindi c’era la cultura umana, e poi c’era la cultura aliena. Ho appena terminato, un paio di mesi fa, il riversamento ad alta definizione di The Abyss, quindi presumibilmente uscirà il Blu-ray, e d’ora in poi verrà trasmesso in streaming con una qualità adeguata. Non ha incassato molti soldi ai suoi tempi, ma con il tempo è stato ben voluto.»

Negli anni ’90 e Duemila Cameron ha ripreso in mano le sue matite in due occasioni chiave: per l’album da disegno di Jack Dawson in Titanic (il regista stesso ha disegnato il famoso ritratto di Rose) e per aiutare a disegnare le creature di Avatar.

«Stavamo giocando chiedendoci come sarebbero stati i Na’vi. Volevo creare una serie di regole di base, quindi dicevo: “Va bene, voglio che siano selvaggi. Li voglio essere simile a un animale, in un certo senso, con zanne, orecchie e così via. Ma non voglio che siano poco attraenti e troppo alieni”. Stavamo finendo per avere anfibi, rane, ragazze-pesce e cose del genere. Volevo che fosse una storia d’amore, quindi c’era una linea sottile da percorrere tra l’alienità e l’umanità. E volevo anche assicurarmi che gli attori sarebbero stati in grado di recitare attraverso quello che consideriamo una sorta di trucco in computer grafica. Volevamo vedere l’essenza dell’attore.»

Nel processo di creazione di Tech Noir Cameron ha avuto un’illuminazione: le cose di cui era ossessionato da giovane sono ciò che guida la sua arte attuale.

«Era un periodo molto iconoclasta, turbolento nella società, con i diritti civili, il movimento contro la guerra, la droga e l’amore libero, sembrava che il mondo si stesse ricreando: mi sono nutrito di quell’energia. L’esplorazione dello spazio era uno dei più grandi argomenti di speranza dell’epoca, e l’esplorazione degli oceani. Vedete tutto ciò riflesso nei [miei] disegni. Quindi è stato un momento formativo per molte idee che magari da allora sono riuscito a mettere in pratica solo oggi. Avevo un forte senso di coscienza ambientale quando avevo 16, 17, 18 anni, e lo sto usando ancora oggi. Quindi non voglio dire che mi sono cristallizzato in quello che sono, ma sto ancora elaborando quei temi e quelle idee. Li trovo ancora rilevanti e importanti oggi come allora, lo sto solo facendo su una tela diversa. Lo sto facendo con pellicola, con effetti digitali, ma tutto il disegno, la pittura e il pensare da artista figurativo e artista narrativo – tutto si applica a ciò che faccio ogni singolo giorno, specialmente quando stai lavorando in un mondo digitale. Quindi la sorpresa, in poche parole, è quanto poco sia cambiato.»


L.

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