[2021-04] Alien: Into Charybdis

Dopo mesi di continui rimandi, finalmente la Titan Books ha rilasciato il romanzo Alien: Into Charybdis, secondo romanzo alieno di Alex White: acquistato su Amazon in prevendita nel 2020, solo il 23 aprile 2021 ho potuto finalmente veder apparire il libro nel lettore Kindle.


Indice:


La trama in breve

“Shy” Hunt e la squadra della McAllen Integrations pensavano si trattasse di un lavoro facile, fornire strumentazione per la nuova colonia Hasanova Data Solutions, costruita sulle rovine di un complesso abbandonato chiamato Charybdis. Ci sono però due problemi: la colonia appartiene allo Stato iraniano, con una diplomazia tesa, e il complesso è posizionato su una serie di caverne che custodiscono segreti letali.

Quando una strana astronave atterra vicino alla struttura e uno dei lavoratori è attaccato da una creatura dotata di artigli, la fiducia tra iraniani e americani evapora. L’equipaggio della McAllen si ritrova imprigionato e accusato di spionaggio, mentre cerca di mandare un segnale d’aiuto ai Colonial Marines.


L’autore

Alex White vive ad Huntsville (Alabama) con moglie e figlio e deve il suo successo alla trilogia Salvagers, iniziata nel 2018. Tutti i suoi romanzi sono inediti in Italia.

L’autore nel 2018 aveva già raccontato una storia aliena inedita, in Alien: The Cold Forge (2018).


La storia

La Weyland Corp (così viene chiamata qui la Compagnia) non sa resistere alle tentazioni, e appena vede un buco deve costruirci dentro: quando scopre sul pianeta Calybdis (ex LV-991) una misteriosa voragine che va giù per quattrocento metri scomparendo nelle profondità del pianeta, inghiottendo tutto ciò che vi cade dentro, subito ci costruisce la colonia Hasanova, gestita da un gruppo di tecnici iraniani. Nessuno sa dove vada a finire l’acqua che costantemente si versa nel buco, ma hanno tutti fiducia che prima o poi si capirà.

La vicenda si svolge nel 2184 ma c’è un problema bello grosso: l’adottare l’universo narrativo della bozza Hill/Gibson fa sì che questo romanzo sia ambientato in un universo da Guerra Fredda, coi russoski spaziali e, più in particolare, una colonia gestita da mediorientali con il conseguente scontro culturale. Che per fortuna non è più gestito come si usava negli anni Ottanta in cui è nata l’assurda idea dell’Alien III rigettato, ma rimane comunque noiosissima ai miei occhi.

Ci ho provato a leggere il romanzo, ma l’autore ha ripetuto uguali i difetti di Cold Forge: grande attenzione a delineare personaggi inutili, tanto moriranno tutti, e una visione molto “ristretta” del confronto con gli xenomorfi, come se la libertà creativa di un romanzo non fosse presa in considerazione e si pensasse come se fosse un film, quindi con scene abbastanza “piccole” per un medium che potrebbe regalare ben altro.

Magari in futuro proverò a rileggere questo romanzo, ma per ora mi ha annoiato a morte prima ancora che entrasse nel vivo (semmai ci entri, nel vivo), e visto che pagine intere di terminologia persiana non mi interessano, lo salto a piè pari.

Però, in compenso, traduco di seguito il primo capitolo.


Capitolo 1

«Buongiorno. Io sono Marcus. Come ti chiami?»

Cheyenne Hunt apre gli occhi lentamente e fissa la figura che incombe su di lei: capelli perfettamente pettinati, pelle immacolata ma con qualche imperfezione. Il suo sorriso, tuttavia, copre solo a metà del viso. L’occhio destro si abbassa insieme all’angolo della bocca, segno di un catastrofico fallimento della rete neurale.

I suoi ricordi finalmente si scongelano e riconosce il sintetico. Deve aver subìto un altro reset mentre lei dormiva.

«Come ti ho già detto l’ultima volta», gracchia, con le ossa che scricchiolano. «Mi chiamo Cheyenne, ma dovresti chiamarmi Shy, come fanno tutti».

Lui sorride e offre la propria mano. «Non sembri timida [Shy]. Permettimi di aiutarti».

«L’hai detto anche l’ultima volta, amico». Shy avvolge le dita deboli intorno all’avambraccio del sintetico e lui la aiuta ad uscire dalla cabina di sonno criogenico. Ogni muscolo del suo corpo sembra sbadigliare, e se qualcuno le desse una coperta calda potrebbe anche svenire.

Tende gialle a disegni floreali la circondano su entrambi i lati, tenute in posizione da schermi pieghevoli per la privacy. La sua vista comincia a schiarirsi e riconosce le rose ricamate e le cornici di legno intagliate a mano, provenienti dall’antico centro commerciale di San Antonio. Profumi di lavanda e caprifoglio saturano l’aria.

Ci sono otto cabine di ibernazione criogenica nell’area, disposte con le teste puntate verso il centro, come un baccello di semi di anice stellato. Shy ha sempre odiato questa sistemazione: svegliarsi in mutande accanto ai suoi colleghi potrebbe essere spiacevole. Durante la loro ultima settimana sulla Terra, Shy e Mary hanno deciso di porre rimedio alla situazione con l’aiuto dei tecnici. Non è stato facile ancorare gli schermi economici al ponte di un’astronave e non ha aggiunto gran che privacy, ma almeno ha aiutato.

«Guarda questo». La voce di Jerry Fowler arriva dall’altra parte del divisorio. Il suo tono sembra rude. Il suo corpo è sul lato giovane di settant’anni, ma visto il tempo che ha passato in sospensione criogenica, Shy pensa che debba avere più di cento anni. «Dannazione, che succede con i diffusori di aromi alle erbe? Marcus, li hai accesi?»

«Linguaggio, Jerry». La voce di Mary Fowler proviene da un’altra cabina, e interrompe Marcus prima che possa rispondere.

«Ho detto “dannazione”», borbotta Jerry. C’è un fruscio, come se stesse cercando di districarsi.

«Lascia che Marcus ti aiuti, tesoro», dice Mary. «Non vorrai cadere come l’ultima volta».

«Il dovere chiama», dice il sintetico a Shy, lasciando cadere una vestaglia di stoffa ai piedi della sua cabina. Un attimo dopo lo sente a due cabine di distanza. «Buongiorno. Io sono Marcus».

«Sì, l’ho sentito», dice Jerry. «Come sempre, io sono Jerry. Mi tirerai fuori da questa scatola di sardine?»

«Sarebbe un piacere per me».

Shy indossa la vestaglia che Marcus le ha lasciato. Noah Brewer, l’addetto alle telecomunicazioni, si alzerà presto. L’ultima volta che Shy è uscita dal sonno criogenico, Noah non riusciva a smettere di fissarle il seno. Non era mai stato bravo a nascondere il suo ghigno, e ha preso la mancanza di un reggiseno come licenza per guardare a bocca aperta. Quando Shy aveva parlato a Jerry del problema, lui le aveva assicurato che Noah era innocuo.

Quando lo presentò a Mary, la donna più anziana la aiutò a installare i divisori. Shy voleva qualcosa di funzionale, Mary invece voleva le rose gialle del Texas. Shy voleva anche che licenziassero il ragazzo, ma a quanto pare è chiedere troppo.

«Che cazzo…» Noah geme dalla cabina più vicina dall’altra parte.

Neanche se tu fossi l’ultimo uomo in vita.

«Linguaggio», rimprovera Jerry.

«Chi altro è sveglio?» chiede Noah. Dopo un fruscio, fa capolino dall’angolo dello schermo della privacy di Shy.

«Io», dice la donna, armandosi di un sorriso così sottile che potrebbe tagliarlo in due. «Solo io… e questa comoda vestaglia».

Sbatte le palpebre lentamente e si gratta la testa ed entra nel suo campo visivo, indossando un paio di boxer e nient’altro. Noah le sembra straordinariamente orgoglioso del proprio corpo magro e pallido, mentre mette le mani sui fianchi e fa scrocchiare la schiena con un movimento dell’anca nella sua direzione. Shy è pallida, ma Noah è praticamente traslucido.

«Hai del caffè per me?» chiede Shy.

«Ecco a cosa servono i sintetici».

«Stai proprio fra lei e l’uscita, figliolo». La voce da baritono è di Arthur Atwater. Il suo corpo statuario si avvicina come per mostrare al ragazzo più giovane come dovrebbe essere indossata la biancheria intima, ed è il turno di Shy di controllare il proprio sguardo. Prega di fare un buon lavoro.

«Sapete che il cibo si sta raffreddando, vero?» Arthur avvolge il suo braccio intorno al collo di Noah, come se fossero appena rotolati fuori da un campo di football. «Perché stai perdendo tempo qui?»

«Sì», dice Marcus da dietro il divisorio di Mary. «Ho preparato la colazione secondo le istruzioni di Mother. Mi dispiace non poterti accompagnare, ma sono impegnato. Io sono Marcus».

«E io sono Arthur», dice l’omone, poi sorride e si dirige verso l’uscita. Quando la porta dell’area si apre il debole profumo di pancetta solletica il naso di Shy.

«Be’, mi piacerebbe stare a chiacchierare», dice Shy a Noah, «ma la colazione chiama».

«Aspettami», dice Noah.

Shy non l’spetta.

Si fa strada attraverso i corridoi luminosi dell’USCSS Gardenia, un rimorchiatore commerciale leggero che ha almeno sessant’anni. Dimostra la propria età in ammaccature e graffi lungo i montanti di supporto, tappezzeria logora e interfoni rotti. Non è una nave enorme, ma c’è una discreta passeggiata fino alla cambusa. Quando arriva Shy, Arthur ha già un piatto colmo di pancetta, uova e un paio di braciole di maiale.

«Hai intenzione di metterti altri vestiti, campione?» chiede la donna.

Arthur sorride. «Mi porto questa roba nella mia stanza, mi piace iniziare la mia giornata con…»

«Arthur in perfetto orario!»

«Il che significa caffè, doccia, barba… e un po’ di tempo di qualità con queste proteine». Considera il suo pasto come fosse un figlio. «Voglio anche mandare un messaggio a casa e far sapere loro che sono arrivato sano e salvo».

«Ricorda quello che dice Mary: “La famiglia mangia sempre insieme”.» Shy ripete la frase con voce cantilenante.

«Allora immagino che sia meglio che me ne vada da qui prima che lei trascini il suo culo attraverso la nave».

«Esatto», dice lei. «Butta fuori tutto il turpiloquio prima che atterriamo: noi non diciamo parolacce davanti ai fottuti clienti».

«Sì, non facciamo mai quella merda», risponde, e si battono il pugno, sorridendo. Poi lui se ne va, proprio mentre Noah si precipita a prendere un paio di biscotti, marmellata e caffè. Si sta dirigendo verso la porta quando Shy lo ferma di colpo.

«Mary ha detto che vuole che mangiamo insieme. Ricordi?»

«Fanculo», dice con uno sbuffo. Noah odia anche il modo in cui Mary prega prima di ogni pasto. Shy non ammetterebbe mai di essere d’accordo, e prima che possa rispondere, lui è sparito con il proprio cibo.

L’odore di vecchio fumo di sigaretta color caramello ricopre la cambusa, scatenando in lei un’ansia familiare. La sua mano non vede l’ora di tenere una sigaretta dopo un periodo in sonno criogenico. Cercando negli armadietti della cambusa, trova la sua scatola di Balaji Imperials e l’apre. La familiare scatola rettangolare scivola nella sua mano e Shy si sente immediatamente meglio.

Non capirà mai come si possa smettere di fumare nello spazio.

Joanna Hardy, la loro tecnica meccanica, entra barcollando nella stanza, sbattendo le palpebre. C’è un livido scuro sulla pelle lentigginosa appena sopra il suo sopracciglio. Deve aver dimenticato di togliersi i piercing prima di entrare nel sonno criogenico.

«Passami una di quelle sigarette, quando hai finito», gorgoglia. «Ho appena vomitato». Shy ne accende due e gliene passa una. Prende una boccata profonda, e il fumo caldo le riempie i polmoni, mentre il nodo allo stomaco si scioglie.

«Di nuovo a pezzi dopo la crio?»

«Sì. Marcus stava cercando di dirmi che c’era qualcosa che non andava nella mia cabina».

«Sindrome da sincope vasovagale criostatica», la corregge il sintetico, entrando velocemente nella stanza. «Gli esseri umani a volte sperimentano forti cali della pressione sanguigna durante lo stretching o la minzione dopo il letargo».

«Quindi non è una cosa vaga?» Joanna lo fissa con occhi socchiusi.

«Gesù Cristo». Shy soffoca una nuvola di fumo.

Marcus scuote la testa.

«Come mai riesci a ricordare cose del genere», chiede Joanna, indicando con la sigaretta, «ma non il mio nome?»

«Ricordo il tuo nome», dice Marcus. «È Joanna. Me l’hai detto solo cinque minuti fa».

«Eppure siamo stati sulla stessa nave per due anni». Joanna scuote la testa, soffiando forte. «Non so perché mi preoccupo. Abbiamo questa conversazione ogni volta».

«Sii gentile». Shy attira Marcus in un abbraccio. «È innocuo e non può farci niente».

“Va bene, ma quando verrò nella tua stanza e lo troverò tutto incasinato a mangiarti la faccia, chiudo la porta e mi dirigo verso la scialuppa di salvataggio». Joanna cerca di lisciarsi i capelli, ma il suo elastico si scioglie nel momento in cui le sue dita se ne vanno.

«Va bene, gente, siamo completamente svegli!» annuncia Mary, entrando insieme a Jerry e indossando la sua camicia da notte di seta e una vestaglia. «Quindi tenete a bada le vostre bocche pagane!» I Fowler sono male assortiti, ma in qualche modo perfetti l’uno per l’altro. Jerry è più alto di Shy, mentre Mary è più bassa di lei. Jerry ha una carnagione rubiconda e coriacea, con un naso venoso come un ubriaco da cartone animato, mentre la pelle di Mary è bianchissima, rugosa e delicata. Jerry è così calvo che gli brilla la testa. Mary ha una permanente bianca che sembra ricotta.

La Gardenia è stata il primo lavoro di Shy dopo l’università, ma è abbastanza sicura che la maggior parte dei capitani di navi stellari e degli ufficiali di volo non siano sposati, né siano così vecchi.

«Ascoltate, signore», dice Jerry, chiudendo la vestaglia, schiacciando il ciuffo di capelli bianchi e ricci sul petto. «Siamo a terra tra due settimane, quindi sarò chiarissimo: i nostri clienti non vogliono sentire il vostro linguaggio volgare, non vogliono vedere il tuo volgare anello al sopracciglio, Jo, e tu non potrai fumare, Shy. Non fuori dalla nave, capisci».

«”Jo?”» ripete Joanna.

«È qualcosa che sto provando», dice Jerry. «Ti fa sembrare figo, come Shy».

«Ci sono centrini su questa nave, Jer”, risponde Joanna, gettando la cenere nel vassoio. «Niente qui può essere figo».

«Mi piacciono i centrini», dice Mary, andandosi a prendere un po’ di pancetta e uova. «Dovrete mangiare anche questo maiale prima che atterriamo».

«O si?» Shy sa già cosa sta arrivando.

«Sai che non ti lasceranno mangiare carne di maiale laggiù». Mary mette il cibo sui piatti con pratica ospitalità, spingendoli nelle mani di Shy e Joanna. «È una colonia musulmana».

«Ne abbiamo discusso, tesoro», dice Jerry. «Non è una colonia musulmana più di quanto questa sia una nave “cristiana”».

«Capisco…» risponde Mary, con un tono di voce leggermente aspro, «odio solo che dobbiamo fare affari in posti così difficili da raggiungere».

Fermandola, Jerry le fa uno dei suoi grandi sorrisi texani e le getta un braccio intorno.

«Sono buoni soldi e sono persone amichevoli. È una bella giornata in ufficio: è tutto qua quello che ti sto dicendo».

Il cucchiaio da portata di Mary cade rumorosamente sul piatto di uova strapazzate. Si gira e fissa suo marito, e Shy si rende conto che hanno già avuto questa conversazione. Forse mai risolta.

«Chiedo scusa a tutti». Mary ridacchia, costringendo chiaramente un contatto visivo con Jerry. «Potrebbe essere solo il liquido criogenico nella mia pancia, ma penso che mi piacerebbe una doccia calda. Mi piacerebbe essere in un posto dove posso finire le mie frasi».

Si allontana, a passo corto dalla cambusa.

«Questo è il problema con una ragazza del sud», dice Jerry, le mani che gli cadono sui fianchi. «Dicono una cosa, ma tu sai che sei nei guai».

Joanna abbassa la sua tazza di caffè, trattenendo a malapena una risata. «Mi dispiace, Jerry, mi è sfuggito quello che ha detto per il modo in cui i suoi occhi urlavano “vaffanculo”».

Shy gli dà una gomitata. «Inoltre, ogni donna su questa barca è una ragazza del sud».

«Non chiamarla “barca”».

«Allora non diffamare il nostro fascino».

Prendono la loro colazione e si precipitano in un separé. Marcus inizia a lavorare al buffet per mantenere freschi i vassoi. Joanna si sporge sul tavolo e afferra il sale prima di versarne una quantità spropositata sul proprio prosciutto.

«Stanotte non scoperai, Jerry».

«Joanna…» Un po’ di caffè cola dalla bocca di Shy mentre cerca di soffocare il suo riso.

«No, ha ragione», dice Jerry. «Questo lavoro di Hasanova non va d’accordo con la signora, e sta mettendo a dura prova il vecchio matrimonio».

«Stavo scherzando, Jer», dice Joanna. «Non c’è bisogno che tu mi parli della tua vita sessuale». Taglia il suo prosciutto salato. «Non so quale sia il problema di Mary. Sono solo iraniani, amico».

«Sono davvero carini via e-mail», aggiunge Shy. «Ho parlato un paio di volte con il signor Hosseini».

«Lo so, lo so…» Jerry prende una forchetta e taglia i biscotti. «È solo che lei… be’, il lavoro è fantastico e sono entusiasta di farlo, e i soldi sono buoni…»

«Ma è stato uno schifo dover firmare un’esenzione dal viaggio con il Dipartimento di Stato», conclude Joanna. «Senti, capisco, i nostri Paesi potrebbero non andare molto d’accordo, ma il denaro è denaro. Non ho accettato un lavoro nell’Orlo Esterno per poter essere al sicuro».

«Per favore, non ascoltare Joanna», supplica Shy, addentando la prima forchettata. «Sono per la sicurezza, ma per quello che vale, penso che l’intera faccenda sia esagerata: sono solo persone».

«Be’, è quello che ho detto», risponde Jerry, «ma conosci la mogliettina. Non può fare a meno di vedere questo come, be’, territorio nemico. È tutta preoccupata di essere rapita o qualcosa del genere».

«Il suo caro defunto primo marito ha finanziato la nave, capo», dice Joanna strizzando l’occhio. «La rapirei io stessa se mi procurasse la vostra fortuna».

«Smettila, Joanna». Shy la prende a calci sotto il tavolo. «Questo è solo un lavoro come un altro».

«Non proprio». Jerry ride, e quando lo fa diventa tremolante. «È molto meglio della maggior parte dei contratti. Sono solo luci, telecamere e HVAC, tutto qui».

«Sì, non so cosa abbia fatto rodere il culo di Mary, perché questo lavoro paga bene», dice Joanna, sfregandosi le dita. «Quando atterriamo?»

«Due settimane, sei ore e quarantadue minuti», dice Marcus, prendendo una sedia e sedendosi all’estremità del separé.

«Non un secondo prima», dice Joanna.

«Non prenderlo in giro», dice Shy. Da quando si è unita alla McAllen Integrations, Marcus l’ha fatta sentire a casa.

«Esatto», dice Jerry. «Il nostro sintetico è di famiglia».

«Grazie», risponde Marcus con il suo sorriso sbilenco. «Preferisco il termine “persona artificiale”».

«Dicono tutti così», risponde Joanna, spalando l’ultimo boccone e scappando fuori dalla cabina. «Devi far riparare quella cosa, Jerry. Mi dà i brividi».

«Ti assicuro, non è…» inizia Marcus.

«Come essere di pura logica, Marcus», lo interrompe Joanna, «puoi apprezzare che Jerry stia infrangendo i regolamenti ICC già solo avendoti a bordo».

«Sì». La gentilezza di Marcus spezza il cuore di Shy. «L’ho informato che ho sforato il controllo di due anni, un mese e quindici giorni: è inappropriato che io sia sulla Gardenia».

«Sì», dice Joanna, parlando sul sintetico come se non fosse lì. «Dovremmo essere molto più preoccupati per la nostra “persona artificiale” che per gli arabi». Mette il piatto sul bancone perché Marcus lo pulisca, in seguito.

«Non sono arabi, Joanna», dice Jerry. «Parlano farsi. Non rovinare tutto quando arriviamo lì».

«Non preoccuparti», risponde lei. «Dopo tutto, chi si sorbirà la squadra di riparazione dell’aria condizionata?»

«Grazie per la tua valutazione, Joanna», dice Jerry, chiarendo che vorrebbe cambiare argomento.

«Okay, okay», dice. «Ci vediamo alle sette in punto». Detto questo, si dirige verso la porta.

«Voglio che quei VAV siano indicizzati!» le urla dietro Jerry. «Fai in modo che Arthur si occupi anche del bilanciamento del carico!»

«In tal caso, andiamo, Marcus», lo chiama dal corridoio. «Hai delle scatole pesanti da sollevare». Il sintetico la segue con passo veloce.

Jerry si dà da fare a frugare nel piatto alla ricerca di tutti i migliori bocconi rimasti, e Shy pensa che stia cercando di studiare tutti i diversi modi in cui la sua mattinata è andata male. Nessun altro si presenta a colazione, e questo non aiuta il suo umore.

«Allora, perché non abbiamo fatto controllare Marcus?» chiede timido. «Voglio dire, si prende cura di noi durante il sonno criogenico»».

«Non preoccuparti», dice. «Mother gestisce le cabine criogeniche, sei perfettamente al sicuro».

«Non è questo che mi preoccupa. È che sembra… triste».

C’è dolore nel sorriso di Jerry.

«Non è nel budget di quest’anno, Shy», dice, poi si alza per andarsene. «Ci vediamo all’adunata».


L.

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2 pensieri su “[2021-04] Alien: Into Charybdis

    • Purtroppo è il nuovo universo alieno del 2021, finché dura, ma si possono creare prodotti gradevoli come i fumetti Marvel o roba vecchia nell’anima come questo romanzo. Dispiace che sia stato proprio papà Hil a creare questi danni, ma è anche vero che la sua era una proposta comprensibile nel 1989, poi però sono stati altri, aridi di idee, a riesumarla fuori tempo massimo di decenni.

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