[1990-12] Predator 2 (Novelization)

C’è un altro regalo che mi sono fatto per il compleanno, o meglio che mi sono fatto fare, dato il costo impegnativo di un libro fra i più inaccessibili dell’universo alieno: un regalo che meritava un post a sé. Ecco dunque il rarissimo Predator 2 (1990), il romanzo-novelization di Simon Hawke basato sulla sceneggiatura di Jim e John Thomas, palesemente rubata dal fumetto Predator: Heat / Concrete Jungle (1989) di Mark Verheiden.

L’autore deve aver lavorato su una sceneggiatura non definitiva, perché ambienta la vicenda nel 1995 (quando il film riporta chiaramente il 1997 come data) e la pistola ricevuta in dono dal protagonista riporta la data 1640 e non 1715 come si vede nel film, giusto per citare le discrepanze più evidenti.


La trama

La nave è atterrata sull’emisfero occidentale, alimentata da una tecnologia sconosciuta alla scienza umana. La sua destinazione: la città di Los Angeles.

Per il Predator è lo sport definitivo: l’uccisione di prede umane.
Per i cittadini di Los Angeles, è un incubo assurdo.
Per il giornalista Tony Pope, è lo scoop della vita.
E per il tenente investigativo Mike Harrigan, è un altro lavoro sporco che deve essere fatto….
È uccidere o essere ucciso.


L’autore

Simon Hawke è uno dei vari pseudonimi del romanziere statunitense Nicholas Yermakov. Classe 1951, ha iniziato negli anni Ottanta a pubblicare libri fantasy e di fantascienza, con serie narrative come Shade e Time Wars. Dal 1986 al 1988 ha firmato ben quattro romanzi-novelization tratti da altrettanti film di Venerdì 13, e ha partecipato agli universi narrativi di Star Trek (3 romanzi) e Batman (1 romanzo).

È completamente inedito in Italia.


L’incipit

La nave atterrò sopra l’emisfero occidentale, muovendosi con una velocità che si avvicinava a quella della luce, alimentata da una tecnologia sconosciuta alla scienza umana. Invisibile ai radar terrestri, il suo arrivo non fu rilevato dal NORAD a Colorado Springs, o dal complesso radar sovietico Ablakova in Siberia, o da qualsiasi altra stazione di rilevamento terrestre in qualsiasi parte del mondo: la navicella spaziale compì il suo ingresso nell’atmosfera terrestre completamente inosservata. Il suo camuffamento difensivo che piega la luce gli permise di scivolare oltre i satelliti di osservazione geosincroni e rimanere invisibile ai telescopi spaziali. Causò giusto un piccolo lampo quando attraversò l’atmosfera a velocità supersonica, con i deflettori di calore fiammeggianti e luminosi di un rosso brillante: il tutto però non era abbastanza significativo da essere intercettato e notato; anche se lo fosse stato, sarebbe stato considerato nient’altro che un piccolo meteorite vagante che bruciava entrando negli strati superiori dell’atmosfera.

La nave si abbassò sul Mar dei Caraibi, sfiorando la superficie delle onde, con l’esplosione del suo passaggio che agitava l’acqua mentre sfrecciava verso le giungle del Belize, guadagnando leggermente quota mentre si avvicinava alla massa continentale dell’America centrale. Passò sopra il Guatemala completamente inosservata e si lanciò in direzione nord-ovest, attraverso il Messico, dirigendosi verso il confine sud-occidentale degli Stati Uniti, dove il fiume Colorado sfocia nel Golfo della California. Lampeggiava sul deserto del Mojave, il suo passaggio bruciava le sabbie cotte dal sole mentre si dirigeva verso la città di Los Angeles.

Era il 1995 ed era l’inizio di una lunga estate torrida. La caccia stava per iniziare.


Il finale

Alzò lo sguardo, terrorizzato. L’alieno si fermò su di lui, e vide la sua bocca muoversi e udì il suono agghiacciante della sua stessa voce: «Attento al culo, Danny-boy.».

Fu il suono del nome di Danny, pronunciato in modo provocatorio con la sua stessa voce, che gli fece ribollire la rabbia che aveva dentro e gli diede la forza di tuffarsi da un lato quando l’alieno si gettò verso di lui con il colpo mortale. Piovevano scintille, sul pavimento protetto dal gas. Le lame fenderono il muro dietro di lui. Rotolò, allungò una mano e sentì le sue dita chiudersi intorno al disco. Strinse forte, sentì il ronzio dell’energia mentre l’arma aliena veniva attivata e si spinse verso l’alto con tutte le sue forze verso la parte centrale del corpo dell’alieno.

La creatura urlò di dolore. L’arma gli lacerò la carne e sangue verde brillante sgorgò dalla ferita aperta. Harrigan si alzò in piedi. La creatura barcollò all’indietro, cadendo in ginocchio, afferrandosi il corpo come se cercasse di ricomporre la carne lacerata.

«Esatto, stronzo», disse Harrigan, digrignando i denti, ansimando mentre si trovava sopra l’alieno. «La merda succede».

Alzò il disco in alto, sopra la sua testa, per finirlo una volta per tutte, per pagare il debito per Danny, e per Jerry, e per Keyes, e quelle persone innocenti sulla metropolitana, e anche per King Willie e Ramon Vega e tutti gli altri, molti dei quali forse meritavano di morire, ma non così, non come animali macellati per sport, i loro corpi mutilati, i loro crani e spine dorsali strappati e presi per trofei da una specie di cosa aliena.

Si bloccò udendo un suono improvviso che proveniva da dietro le sue spalle.

Si voltò e, come un fantasma che emergeva dalla nebbia, vide un altro alieno materializzarsi dietro di lui mentre il suo schermo mimetico piegato dalla luce svaniva… e poi un altro, e ancora un altro, e un altro, e un altro ancora.

Sentì il disco cadere dalla sua presa. Indietreggiò incredulo, di fronte alla vista di dieci delle creature aliene intorno a lui. Sentì il proprio stomaco contorcersi e le gambe cedere. Cadde in ginocchio con l’improvvisa, orribile consapevolezza che era tutto finito. Non c’era scampo. Nessuna speranza.

Mi dispiace, Danny, pensò disperato. Mi dispiace, amico. Ho rovinato tutto. Questa occasione l’ho sprecata alla grande.

Mentre fissava le creature, stordito, in attesa che arrivasse il colpo finale, gli alieni avanzavano. Ma lo ignorarono e si avvicinarono al loro compagno ferito e morente. Uno degli alieni sembrava più grande e più vecchio degli altri, la sua pelle squamosa di una tonalità più profonda e più scura, la sua armatura decorata con molti trofei presi da innumerevoli cacce in tutto l’universo. Mentre questo si avvicinava, il Predator ferito alzò lo sguardo e in silenzio tese un braccio in un gesto che avrebbe potuto essere una supplica, o forse una presa d’atto. Piegando la testa all’indietro, il Predator ferito espose la gola.

Il capo – poteva essere solo il capo – alzò magistralmente il braccio, tenendo alta l’arma. Le doppie lame scintillavano. Con un colpo di fulmine, le lame calarono. La testa mozzata cadde a terra con un tonfo, scomparendo nella nebbia vorticosa.

La pena prevista per il fallimento, pensò Harrigan, intontito. Poteva solo fissare il capo mentre questi avanzava verso di lui. E aspettare l’inevitabile. Il capo alzò il braccio, ma il colpo mortale non arrivò. Le lame si ritrassero e per un lungo istante il capo alieno rimase semplicemente lì, a guardare l’umano. Poi allungò una mano dietro di sé e tirò fuori una specie di oggetto, che lanciò ad Harrigan. Per puro riflesso, Harrigan lo afferrò.

Lo fissò, sbalordito. Era un’antica pistola a miccia, con il calcio d’argento dove era inciso un nome, in caratteri italiani, e una data: 1640.

Mentre Harrigan fissava l’alieno, confuso, questi inserì una sorta di comando nel proprio computer da polso. Il pavimento sotto Harrigan iniziò improvvisamente a vibrare e si udì un basso rombo che gradualmente salì di tono fino a diventare un lamento assordante.

Dietro di lui si aprì una porta, con un sibilo.

Harrigan fissò incredulo, esitando solo per un istante prima di saltare attraverso l’apertura. Cadde a terra e balzò in piedi, non avendo idea di dove fosse, senza preoccuparsene, sapendo solo che in qualche modo, miracolosamente, era ancora vivo e che la fuga era improvvisamente possibile. Iniziò a correre lungo il tunnel buio che si estendeva davanti a lui. Il rombo alle sue spalle aumentò di intensità e sentì il terreno tremare sotto i propri piedi. Facendo appello alle ultime riserve di energia corse a perdifiato, rendendosi conto che la nave aliena stava per decollare. Improvvisamente sentì il terreno contorcersi sotto di lui, e fu scagliato a terra dalla tremenda potenza dell’astronave che decollava.

La nave si staccò dal suolo in cui era rimasta celata, invisibile, lasciando dietro di sé una voragine. Sfrecciò con un’esplosione fiammeggiante, superando Harrigan come un leviatano in volo e guadagnando quota con una velocità apparentemente impossibile. Harrigan si rannicchiò a terra, sbattuto da un turbinio di polvere e detriti rocciosi, socchiudendo gli occhi e fissando la navicella spaziale che si allontanava.

Lentamente, dolorosamente, si alzò barcollando, tenendo ancora in mano l’antica pistola a miccia. La fissò, chiedendosi cosa avrebbe dovuto significare. Che cosa aveva voluto intendere il capo alieno, nel dargliela? Un vecchio, prezioso trofeo di un umano, preso secoli addietro, che si era dimostrato un degno avversario? Un ricordo di quello che era scappato? O forse il significato era più letterale: la presentazione di un’arma antica, irrimediabilmente primitiva, come a dire: “Questo è tutto ciò che sei per noi. Ricorda…”

Harrigan uscì barcollando dalla fessura lasciata dall’astronave aliena, sembrando un Lazzaro che torna dalla morte, con i vestiti quasi strappati dal proprio corpo, la pelle bruciata e ricoperta da un sottile strato di cenere, polvere e sabbia. Si meravigliò di essere ancora vivo. Si rese conto che da quel momento in poi niente nella sua vita sarebbe stato più lo stesso. La sua intera percezione della realtà era cambiata. Era stato sull’orlo e aveva guardato oltre e aveva visto l’abisso. E in qualche modo, miracolosamente, era sopravvissuto.

Sentì il rumore intermittente delle pale dell’elicottero e alzò lo sguardo per vedere il Jet Ranger d’argento entrare in vista e librarsi brevemente sopra il punto in cui la nave aliena era decollata, poi l’elicottero girò e passò su di lui, scendendo lentamente, posandosi a breve distanza. Harrigan si schermò gli occhi contro il vento delle eliche, ma lo stesso vide emergere Garber, con aria esausta, sconfitta, vuota. Questi si mosse verso Harrigan, e per un momento i due si limitarono a fissarsi negli occhi. Poi, insieme, alzarono lo sguardo verso la scia di vapore in rapida diminuzione nel cielo.

«Ci siamo avvicinati così tanto…» disse Garber con voce cupa.

Harrigan osservò la nave aliena che si allontanava rapidamente in lontananza, diventando non più di un puntino luminoso e minuscolo nel cielo, sulla via del ritorno verso qualunque mondo lontano fosse quello di provenienza della creature. Poi guardò l’antica pistola che aveva in mano. Un trofeo tutto suo, per ricordare un incontro che non avrebbe mai potuto dimenticare finché fosse vissuto.

«Non preoccuparti», disse a Garber, con una certezza che non avrebbe voluto provasse. «Avrai un’altra possibilità».

Si allontanò da Garber, dall’elicottero e dall’avvicinarsi delle sirene della polizia e dei veicoli di emergenza, lontano dall’enorme cratere lasciato nel terreno dalla nave, e lontano da qualsiasi sicurezza avesse mai avuto. Gli era stata data una tregua. Ma sarebbero tornati. E poi… non sapeva cosa diavolo sarebbe successo allora. Ma mentre si allontanava, un pensiero lo sosteneva, e continuava a pensarci ancora e ancora tra sé, perché per ora era l’unica cosa che contava.

L’ho preso, Danny, pensò. L’ho preso per te.


L.

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9 pensieri su “[1990-12] Predator 2 (Novelization)

  1. Un regalo così vale letteralmente oro, sia per il costo che per la rarità… e mi ispira grande simpatia il fatto che a scrivere questa novelization sia stato addirittura un HAWKE (peccato abbia scelto Simon e non Jeff per completare lo pseudonimo) 😉

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