[2020-04] Alien Saga su “Sci-Fi Now” 170

Traduco il testo che Oliver Pfeiffer ha scritto per la rivista specialistica “Sci-Fi Now” n. 170 (aprile 2020) dandogli il roboante titolo di “The Complete Guide to ALIEN“: sarà davvero una guida completa?

Ovviamente no, è solo un mucchio di nozioni superficiali, spesso sballate, buttate a casaccio e citando brani di interviste a capocchia, giusto per creare ancora più leggende generiche su una saga che invece avrebbe bisogno di maggiore concretezza.

L’articolo si chiude citando il cofanetto “Alien: Six-film Collection”, quindi potrebbe essere legato a questo fatto l’assenza dei due AVP nel racconto, ma non escludo che il giornalista appartenga a quelli che ignorano volutamente i due poveri film, mentre invece esalta le immonde porcate di Ridley Scott.


The Complete Guide to ALIEN

di Oliver Pfeiffer

da “Sci-Fi Now”
n. 170 (aprile 2020)

Nello spazio nessuno può sentirti urlare:
esploriamo il terrore “spacca-petto” dietro il franchise alieno

«Tutte le grandi cose hanno piccoli inizi», afferma l’androide David di Michael Fassbender nel quasi-prequel alieno Prometheus di Ridley Scott, dopo aver estratto un piccolo organismo da uno strano oggetto a forma cilindrica scoperto su LV-223. La frase, tratta dall’epico Lawrence d’Arabia (1962) di David Lean, può benissimo essere utilizzata per descrivere la gestazione del franchise alieno, nato da una versione estesa dell’ultra-modesto film studentesco Dark Star (1974) di Dan O’Bannon.

Diretto da John Carpenter, questo piccolo film debitore di 2001: Odissea nello spazio (1968) ha usato un pallone da spiaggia come alieno che minaccia l’equipaggio di un’astronave. Strappando risate ai suoi primi spettatori, O’Bannon si è chiesto se quelle premesse funzionassero meglio come storia horror. Rinforzò quella storia (rinominata Star Beast) con ambientazioni da brivido, con astronauti risvegliati dal loro sonno criogenico da un segnale di soccorso emesso da un pianeta sconosciuto. L’equipaggio va ad investigare ma la nave si guasta durante l’atterraggio.

La difficoltà di O’Bannon è stata concretizzare il mostro che dà il titolo alla storia e farlo salire a bordo in un qualche modo interessante. È stato il suo collega scrittore Ron Shusett ad uscirsene con la terribile idea che la creatura potesse inseminare uno dell’equipaggio. «[…] Gli salta in faccia, gli infila un tubo in bocca e gli pianta un seme che in seguito gli esploderà dal petto!» Così O’Bannon ricorda la geniale intuizione del collega. Ma la gestazione aliena era solamente all’inizio.

«Dovevi trattare questo mostro da film di serie B come se fosse di serie A», ha detto David Giler, uno dei tre produttori – fra cui anche Gordon Carroll e il regista Walter Hill – che hanno intuito il potenziale di Alien dopo il successo di Star Wars. Hill ha apportato importanti modifiche al copione di O’Bannon, cambiando i dialoghi, i nomi dei personaggi, ponendo maggior enfasi sull’idea di “camionisti spaziali” e inserendo l’ufficiale scientifico Ash come robot a sorpresa, oltre che l’idea di inseguire il gatto.

Dopo che una serie di ben noti cineasti hanno rifiutato il progetto, un regista quarantenne britannico con duemila spot televisivi all’attivo e un film accettò l’incarico. Influenzato da Star Wars e 2001, ed avendo diretto I duellanti (1977), Ridley Scott portò un occhio formidabile per i dettagli, l’atmosfera, la profondità della visione e un certo realismo nel mondo di Alien. «Volevo creare un senso ti totale realismo nell’intero film, perché più credi che sia vero più ti spaventi», riflette Scotto durante la registrazione del suo audio-commento del 1999 per il DVD del film.

Fondamentali per questo senso di realismo sono stati gli interni claustrofobici dell’astronave Nostromo. Lo scenografo Roger Christian, Premio Oscar per Star Wars e i cui dettagli per gli interni del Millennium Falcon hanno colpito Scott, ha utilizzato una tecnica simile, con un intricato assemblaggio di pezzi di veri velivoli.

«Ridley disse: “È un camion spaziale, deve averne anche l’aspetto”», ricorda Christian a “Sci-Fi Now”, che ha assistito il production designer Michael Seymour: «Quando sono salito a bordo c’era una struttura serpentiforme che si estendeva per due teatri di posa. Ridley aveva bisogno di creare queste incredibili strutture per la scena d’apertura e per dare un senso di claustrofobia».

L’indistruttibile malvagità e credibilità della creatura umanoide del titolo era un altro punto fondamentale. Ispirato dal Necronomicon di H.R. Giger (dopo aver incontrato l’artista svizzero per l’abortito Dune di Alejandro Jodorowsky), Dan O’Bannon è stato fondamentale nel portare all’attenzione di Scott quel viscerale mondo biomeccanico.

Giger voleva ridisegnare l’alieno ma Scott ha insistito perché i disegni del 1976 dell’artista, Necronom IV, con la loro bellezza di psico-sessualità malata e potenza sub-cosciente, fossero perfetti per le iconiche uova aliene, il facehugger, il chestburster e il relitto spaziale noto come Space Jockey.

«Sarebbe dovuto rimanere per due settimane, invece alla fine è rimasto per l’intera durata delle riprese», continua Roger Christian. «Michael Seymour gli ha costruito una struttura in uno dei teatri di posa e io l’ho riempita di ossa, che Giger ha usato per costruire le miniature del pianeta alieno. Gli ho fornito un sacco di plastilina e lui lavorava in modo molto calmo e concentrato. Ha scolpito per tutto il tempo, e anche quando il set era completo lui arrivava a dare gli ultimi ritocchi. Giger era davvero coinvolto in quel mondo».

Non che i personaggi umani della storia siano trascurati. A formare questi “camionisti spaziali” c’erano attori del calibro di Veronica Cartwright, nel ruolo della navigatrice Lambert. «Mi seccava che il personaggio fosse così piagnucoloso, ma in un certo strano modo dava voce al pubblico e alle sue emozioni: anche loro volevano scappare via!», racconta l’attrice a “Sci-Fi Now”.

Al contrario, Cartwright credeva di essere stata ingaggiata nel ruolo di Ripley. «In origine era l’unica parte per cui avessi fatto il provino, perciò ho dato per scontato che fosse la mia parte. Non avevo neanche letto le battute del personaggio di Lambert».

Quando Ridley Scott ha incontrato la giovane sconosciuta Sigourney Weaver ha capito subito che era perfetta per il ruolo (senza sesso) di Ripley, che divenne un nuovo tipo di eroina dello schermo. Comunque la 20th Century Fox voleva un’attrice famosa per il ruolo. «Ridley ha detto: “Ho trovato l’attrice, è brava e ho bisogno di lei!” così loro hanno risposto: “Le faremo un provino e vedremo”», ricorda Christian. «Ridley non voleva fare i soliti provini, con sullo sfondo una parete bianca e una pianta, con l’attore lì a recitare battute, così mi disse: “Puoi costruirmi un pezzo di Nostromo per il provino?” Lo feci al volo e in quel provino potete vedere le origini di Alien».

Il cineasta si è tenuto volutamente a distanza dagli attori così da ottenere da loro emozioni più forti. «Ridley non dava molte istruzioni agli attori, voleva che si sentissero isolati, nervosi, così Sigourney veniva sempre da me», continua Christian. «Ero sempre sul set durante le riprese e abbiamo fatto amicizia. Dicevo sempre: “sembri grandiosa, Sigourney, sembri già qualcuno che potrebbe comandare la nave, hai già in te quella determinazione”».

«Ci eravamo tutti riuniti in gruppetti», aggiunge la Cartwright. «Dopo la morte di Dallas, Ripley è diventata il capitano ma doveva guadagnarselo, nessuno gliel’avrebbe lasciato fare. Io ero la voce della ragione, e dicevo: “andiamocene di qui!”»

Comunque andarsene non era un’opzione, soprattutto all’arrivo dell’iconica scena del chestburster, dove Kane (John Hurt) dà alla luce il piccolo xenomorfo. «Erano reazioni vere, quelle di tutti. John Hurt aveva un falso petto pieno di interiora d’animali… e c’era poi questo burattinaio sotto il tavolo che muoveva la creatura, così tutti noi abbiamo visto quel mostro fuoriuscire e guardarci», ricorda la Cartwright. «Mi è stato detto che sarebbe schizzato in aria del sangue, invece ne fui inondata, direttamente in faccia! Ne ero ricoperta, ed è stata la ripresa che hanno utilizzato: anche perché è l’unica che abbiamo girato».

Quando Alien fu distribuito nel 1979, il pubblico è stato colpito dall’intensa paura claustrofobica, il senso di inesorabile isolamento e la tensione che Ridley Scott e i suoi collaboratori erano riusciti a creare. Malgrado il suo potere viscerale, ci sono voluti sette anni per un seguito di affacciarsi e catapultare la serie nel prossimo livello.


Aliens

Entra in scena un giovane e ambizioso visionario di nome James Cameron, che cavalca il successo di Terminator (1984) e molto emozionato all’idea di creare un seguito di Alien. Cameron ha utilizzato una storia che aveva scritto, chiamata “Mother”, incentrata su un alieno in una stazione spaziale, aggiungendoci Ripley e un manipolo di soldati. L’idea ha dato vita al film d’azione militare Aliens. È stata la sua stretta collaborazione con Sigourney Weaver che ha assicurato la vera essenza di Ripley.

«Sigourney aveva un problema con la mia versione del suo personaggio», ammette Cameron nella registrazione dell’audio-commento del DVD del 2003. «Non pensava che Ripley odiasse l’alieno. Io ho detto: “No, lei odia l’alieno che ha ucciso i suoi colleghi e l’ha traumatizzata. […] Vuole evitare quel tipo di trauma a chiunque altro».

Ambiento la vicenda 57 anni dopo, Aliens vede Ripley uscire dal sonno criogenico riluttante a tornare sul pianeta LV-426, ora una colonia con cui però sono stati persi i contatti. Con una compagnia militare compie un viaggio per sradicare le creature.

Inizialmente Cameron ha visto Aliens come una semplice storia di vendetta, come riflette la frase di lancio «Questa volta è guerra», ma poi il cineasta ha ammesso che la Weaver l’ha aiutato a vedere Ripley in modo differente. «La sua motivazione era su un piano superiore. […] Dalla sua recitazione traspariva un senso di responsabilità e di legame con Newt».

Infatti Ripley, che ha scoperto di essere sopravvissuta alla propria figlia, sviluppa un senso materno per la piccola sopravvissuta che trova nei condotti di LV-426 e vuole proteggerla. C’è un certo interesse romantico nel soldato Hicks interpretato da Michael Biehn (che si nota maggiormente nella Director’s Cut del 1990), mentre Bill Paxton incarna la “voce del pubblico” con il suo Hudson, e per finire Jenette Goldstein incarna la muscolosa e memorabile Vasquez.

All’inizio Ripley è dubbiosa (comprensibilmente, dato il suo rapporto con l’androide omicida Ash in Alien) con il sintetico Bishop interpretato da Lance Henriksen. «Ian Holm e Rutger Hauer avevano fatto entrambi un ottimo lavoro (nell’interpretare androidi), così mi sono detto. “Come posso non sfigurare”?», ammette Henriksen a “Sci-Fi Now”. «Perciò mi sono detto: “Devo dimenticare tutta la roba esistente, perché non mi aiuterà”. […] Penso ci sia una profonda innocenza in Bishop, perciò l’ho interpretato in relazione alla vita emotiva che avevo all’età di 12 o 14 anni: c’era la sensazione di sopravvivere a tutti quelli con cui parlavo, come se loro fossero vivi e io no, quindi sono una creatura consapevole e ottimista».

Meno ottimista era l’atmosfera ai Pinewood Studios. Cameron ha portato la sua leggendaria etica da lavoro duro nella produzione a base britannica, scontrandosi con i tecnici locali. Tutto è culminato in uno sciopero che ha spinto ad un incontro per mettersi d’accordo e appianare le tensioni culturali.

Tuttavia, il risultato finale parla da solo ed Aliens alla sua uscita nel 1986 viene acclamato da critica e pubblico. La Weaver è stata candidata come miglior attrice per il suo ruolo, un ritratto post-femminista dell’eroina ribelle (in un mondo dominato dagli uomini). In più l’aspetto militaresco, con i soldati battuti da un nemico che non capiscono, serve anche da critica bellica.

«[…] Questi soldati altamente equipaggiati soccombono davanti a un nemico tecnologicamente inferiore ma più determinato, tanto che non sanno come combatterlo: è davvero una metafora del Vietnam», ha ammesso Cameron.


Alien 3

Per Alien 3 inizialmente è stato ingaggiato il regista-sceneggiatore neozelandese Vincent Ward per il suo approccio particolare. La sua visione era di un alieno solitario che causava scompiglio su un pianeta-monastero di legno, gestito da monaci emarginati. «L’idea era che Ripley arrivasse in un mondo che crede nel male e vede l’alieno come un demone, invece che come un organismo vivente», ha raccontato Ward a “Sci-Fi Now”. «Quando le cose cominciano ad andare male i monaci credono che Ripley abbia portato qualcosa di malvagio con sé, e man mano che la sua salute peggiore anche la donna comincia a credere che sia sua la responsabilità».

Ward presenta i personaggi di Hicks e Newt già morti all’inizio della vicenda, cancellando l’idea di famiglia accennata da Cameron in Aliens, e facendo di Ripley di nuovo un personaggio solitario. Ma i produttori volevano cambiamenti radicali in altre parti dell’opera e questo ha spazzato via l’idea di Ward.

«Loro volevano dei prigionieri invece che dei monaci, e una colonia mineraria invece di un monastero: avevano paura che il film potesse apparire religioso, il che non era di certo nelle mie intenzioni», ha continuato Ward. «I produttori erano sotto pressione per far uscire il film il più presto possibile, e credo che gli studios siano animali molto conservativi che fanno solo ciò che ha già funzionato in passato. Questo è il genere di problemi che devi affrontare quando vuoi fare qualcosa di interessante».

Malgrado fossero già pronti i set (ad opera del premio Oscar Norman Reynolds), la graduale erosione dell’idea di Ward e una riunione in cui viene decretata la fine del “pianeta di legno” manda a scatafascio la produzione.

Un giovane David Fincher venne ingaggiato per sostituire Ward grazie alla sua sorprendente carriera nella pubblicità e nei videoclip, ma la sua è stata una corsa ad ostacoli, in particolare quando la produzione è iniziata senza che ci fosse ancora un copione. «Alla fine Sigourney ha detto che se io e Walter lo avessimo scritto lei vi avrebbe partecipato, e così anche Fincher», ha raccontato David Giler.

Derivando in un certo senso dall’idea originale di Ward, gli eventi di Alien 3 si svolgono in un pianeta-prigione con soli detenuti uomini. Fincher voleva Richard E. Grant per il ruolo di Clements, il medico con cui Ripley diventa intima, ma i produttori gli hanno preferito il più vecchio Charles Dance.

Una forte predominanza di attori britannici si trova nei ruoli di contorno, inclusi Paul McGann, Brian Glover e Pete Postlethwaite, mentre Lance Henriksen torna brevemente nel doppio ruolo di Bishop e del suo creatore. «Amo David Fincher e l’ho considerato subito un giovane brillante, ma pensavo: “perché riprendere quel ruolo?” L’avevo già fatto una volta, era abbastanza», ricorda l’attore a “Sci-Fi Now”. «Ma Walter Hill ha chiamato e ha detto: “Vai in Inghilterra, prenditi un tè, una ciambella e poi torni a casa. Interpreterai Bishop 1 e 2».

Anche H.R. Giger è stato chiamato per alcuni disegni del nuovo xenomorfo, che però purtroppo nella maggior parte dei casi non sono stati usati nel montaggio cinematografico. Questo include il famoso chestbuster che fuoriesce dal bue, scena ripristinata nell’Assembly Cut del 2003. L’intera produzione si è adattata a gestire nuovo materiale, con da una parte i produttori cocciuti e dall’altra il ribelle Fincher. Malgrado la sua determinazione, la visione del regista è stata compromessa e significativamente ridotta per questioni di budget, con scene tagliate via nel montaggio finale senza il suo consenso. Fincher in seguito ha disconosciuto il film e ad oggi raramente ne parla.

«Non credo abbia funzionato. Ci sono stati un sacco di problemi con i personaggi di contorno, e credo siano venuti fuori stereotipati», ha raccontato a “Sci-Fi Now” Ward, che ha ricevuto un credito per il soggetto di Alien 3.

Frammenti delle idee originali di Ward comunque sono visibili, come lo spirito religioso dei prigionieri, un richiamo alla bestia come un demone “dragone”, la rivelazione di Ripley inseminata e il suo drammatico sacrificio tra le fiamme infernali.

«Una delle ragioni per cui sono morta è per liberare la serie da Ripley. […] Non volevo che diventasse questa figura paradossale a cui nessuno dava mai ascolto», ha riflettuto Sigourney Weaver.


Alien Resurrection e AVP

Malgrado questo addio definitivo, Ripley risorge in seguito per il film del 1997, Alien Resurrection. Scritto da un Joss Whedon pre-Buffy, il personaggio torna come ibrido umano-alieno clonato da frammenti di sangue duecento anni dopo la sua morte.

Doveva essere un ritorno oscuro di Ripley, dove lo spettatore non capisce mai quanto la donna sia ancora umana e quanto ormai aliena. Era un tema talmente diverso dal solito da permettere all’attrice di chiamare un altro genio visivo fuori dal comune, l’autore francese Jean-Pierre Jeunet (dopo che Danny Boyle aveva rinunciato alla regia).

Alien Resurrection riporta la storia su un’astronave, con pirati spaziali e una ginoide (interpretata da Winona Ryder), impegnati ad affrontare un gruppo di alieni prima che la nave raggiunga la Terra. Lo stile irrilevante e l’umorismo nero di Jeunet risultano fuori posto, mentre il film manca completamente di tensione e paura, con Whedon che in seguito ha affermato che il suo copione è stato massacrato. Ciononostante Alien Resurrection è stato un successo e Whedon ha firmato un seguito sulla Terra che però non ha trovato l’interesse della Weaver, e invece ha spinto la Fox a dare luce verde per il pessimo AVP: Alien vs Predator (2004), con Lance Henriksen nel ruolo di Weyland (dopo che Ridley Scott e James Cameron hanno brevemente stretto una divertente alleanza per Alien 5).


Prometheus

La serie continua con il desiderio di esplorare le sconosciute vicende pregresse di Alien, il che vede il ritorno di Ridley Scott. Il Prometheus del 2012 nasce da domande riguardanti lo Space Jockey incontrato dall’equipaggio della Nostromo. «Era il mio punto di partenza: chi sono questi giganti, e cosa facevano lì?», ha raccontato Scott.

Comunque ciò che è iniziato come un prequel di Alien si è trasformato in qualcos’altro quando Damon Lindelof ha riscritto la sceneggiatura originale di Jon Spaihts. «Per me Prometheus è sempre stata una fusione di Alien e Blade Runner, utilizzando il meglio di entrambi i film e ambientando la vicenda nello stesso mondo», ha ammesso lo scrittore nel suo audio-commento del DVD.

Pubblicizzato non come un prequel ma come un film che condivide lo stesso DNA di Alien e ambientato nello stesso universo, Prometheus esplora temi come “incontrare il proprio artefice” e il nostro rapporto con i nostri creatori, noti come Ingegneri, gli stessi che hanno pilotato l’astronave di Alien. La mortalità umana e “il significato di essere umani” sono altri temi affrontati dal personaggio di David (Michael Fassbender), un sintetico alla ricerca di risposte e che ha un pessimo giudizio dei propri creatori.


Covenant

Tutto il simbolismo dello xenomorfo ritorna nel seguito del 2017, Alien: Covenant, scritto da John Logan e che trasforma David nel genio omicida che ha creato gli esseri biomeccanici. L’attore Benjamin Rigby interpreta Ledward, membro della sicurezza del vascello colono Covenant che diventa la sfortunata prima vittima del parassita, che gli fuoriesce dalla schiena. «È stata una bella sorpresa scoprire che ho una morte così importante nel franchise», ha sottolineato l’attore a “Sci-Fi Now”. «Ridley ha detto qualcosa del tipo. “Il trucco è molto buono, ma il resto sta alla tua recitazione”, perciò ci ho dato dentro. […] Volevo omaggiare John Hurt e il suo lavoro brillante ma allo stesso tempo volevo fare qualcosa di mio».

A seconda delle opinioni, Covenant è un altro spettacolo visivo, una semplice raccolta del meglio della saga o una coraggiosa parabola basata su temi filosofici introdotti dal suo predecessore. «Amo ciò che John Logan ha fatto con il copione e adoro il tema “incontro con il proprio creatore”», afferma Rigby. «Credo che più ci allontaniamo dall’umanità e più il messaggio di questi film diventa potente».


Progetti futuri?

E ora? La Disney ha ora comprato la 20th Century Fox e ha promesso di completare la trilogia di Scott che si riallaccerà ad Alien, mentre si pensa anche a un reboot. Poi c’è il seguito cancellato di Aliens firmato da Neill Blomkamp, che riporta Hicks e Newt, cancellando gli altri seguiti e con Sigourney Weaver di ritorno trionfante nella saga. Con la Disney al comando potrebbe essere recuperato questo lavoro? Solo il tempo ci dirà quando e come “tornerà la maledetta” [the bitch will be back].


L.

– Ultime riviste:

2 pensieri su “[2020-04] Alien Saga su “Sci-Fi Now” 170

  1. Pfeiffer ha un’idea tutta sua di completezza che, guarda caso, NON comprende i due AVP (e con quello che ci hanno riservato gli ultimi anni di mondo alieno/predatorio sarebbe pure ora di finirla, tanto di ignorarli quanto di denigrarli)…

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