[2012-05] Prometheus su “CIAK”

Riporto il servizio che la storica rivista italiana di cinema “CIAK” ha dedicato al ritorno dello xenomorfo su schermo, sebbene con altra forma.

Come ricordato anche all’interno, questo è il terzo film alieno a ricevere una copertina della rivista, dopo quella del 1986 dedicata fintamente ad Aliens (in realtà una semplice intervista a Sigourney Weaver in cui NON si parla del film di Cameron) e quella del 1998 dedicata ad Alien Resurrection, film ignorato dalla rivista al di fuori di quel servizio. Curioso che invece nel 1991 “CIAK” abbia dedicato molta attenzione ad Alien 3 senza però mai arrivare ad una copertina.

I poveri Predator e AVP non sono stati mai degnati di molta attenzione.


2089: odissea tra gli alieni

di Alessandra De Luca

da “CIAK”
(maggio 2012)

33 anni dopo aver diretto il film capostipite,
Ridley Scott firma “Prometheus”, prequel in 3D della saga Alien.
Una spedizione scientifica cerca il pianeta dove si nasconderebbe
il mistero dell’origine dell’umanità. E il regista ci svela i segreti della lavorazione

Cominciamo dalla fine. Saranno solo gli ultimi sette minuti di Prometheus a ricollegare il nuovo, attesissimo film di Ridley Scott ad Alien, che nel 1979 lasciò la rivoluzionaria impronta del regista inglese nel genere fantascientifico. Questo ci porta subito a una domanda cruciale: rivedremo quelle mostruose creature così orribilmente familiari? Perché qualcosa è di nuovo uscito dal petto di qualcuno. «Ce una scena nel film che potrebbe essere l’equivalente di quella divenuta celebre in Alien. È una scena che coinvolge Noomi, ma non ve la racconteremo». Così Ridley Scott mette subito le cose in chiaro: no spoiler, please.

A 33 anni dai dentati extraterrestri combattuti da Sigourney Weaver e a 30 dai malinconici replicanti di Blade Runner, Scott (per carità, non chiamatelo Sir Scott, la cosa lo imbarazza moltissimo) torna a disegnare mondi futuribili, che questa volta assumono dimensioni davvero epiche. Molto resta ancora da scoprire, ma a Londra abbiamo assistito in anteprima assoluta a tredici minuti del film immersi, insieme a Scott e a parte del cast, tra i segreti e le atmosfere dark di un kolossal già di culto.

Tutto comincia con il ritrovamento di una grotta su un’isola della Scozia. Siamo nel 2089 e in un disegno rupestre un uomo indica una costellazione che non potrebbe conoscere, rimandando a testimonianze di altre civiltà terrestri, ma anche a qualcosa che si trova dall’altra parte dell’universo. Più che una mappa, un vero e proprio invito, sottolinea lo scienziato Elizabeth Shaw (Noomi Rapace). Tant’è che una spedizione scientifica parte a bordo della Prometheus, destinata a raggiungere il pianeta dove si nasconderebbe il mistero dell’origine del genere umano. Addormentati per i due anni del viaggio, i membri dell’equipaggio si risvegliano vomitando, tutti tranne Charlize Theron, la gelida ed enigmatica Meredith Vickers, rappresentante della Peter Wayland-Yutani Corporation che finanzia la spedizione: lei modella il proprio corpo con dure flessioni, tanto per farci capire con chi avremo a che fare.

Sulla nave spaziale, oltre capitan Janek (Idris Elba), Fifield (Sean Harris), Halloway (Logan Marshall-Green) e Milburn (Rafe Spall), anche l’ambiguo androide David interpretato da un biondo Michael Fassbender, che al fianco di Brad Pitt e Angelina Jolie sarà impegnato anche nel prossimo film di Scott, The Councelor, che vanta la prima sceneggiatura scritta da Cormac McCarthy.

A questo punto le indiscrezioni cominciano a rincorrersi: sul pianeta remoto, patria della razza aliena degli Space Jockey che avrebbe plasmato quella umana, qualcuno riuscirà a trafugare il segreto della tecnologia alla base della creazione della vita, scatenando l’ira dei padroni di casa che, per vendicarsi dell’affronto, spediranno sulla Terra ferocissimi predatori, quelli con cui farà i conti Ripley e l’equipaggio della Nostromo.

I riferimenti al Prometeo della mitologia greca non potrebbero essere più evidenti. Il film è dunque un prequel di Alien, ma Scott ha un modo tutto suo di considerare ciò che viene prima di una storia già raccontata. «Mi sono sempre stupito del fatto che mai nessuno mi abbia chiesto chi diamine fosse lo Space Jockey», dice Scott, che sta anche lavorando a un nuovo Blade Runner. «Era quella gigantesca creatura alta quasi trenta metri con volto umanoide ed elefantino, comparsa all’inizio del mio Alien e mai tornata nei capitoli successivi. Da dove viene? Perché si trova lì? Per rispondere a queste domande ho cominciato a scrivere una sceneggiatura con John Spaihts e Damon Lindelof, senza sapere esattamente se il film sarebbe stato un prequel o un sequel di Alien. La verità è che più mi inoltravo nella costruzione della storia e meno mi piaceva l’idea di includere riferimenti all’originale. Prometheus ha progressivamente preso forma intorno a questioni molto più ampie, complesse e potrebbe avere dei sequel che nulla hanno a che vedere con la saga di Alien. La maggior parte dei film di fantascienza affronta il tema della distruzione finale, a me interessa invece andare a ritroso, indagare l’origine della vita, del destino umano e la natura del rapporto tra creatore e creature, sia che si tratti di esseri organici che di androidi. È chiaro che non siamo soli nell’Universo».

L’ultimo regista a porsi questioni così importanti in un film di fantascienza è stato probabilmente Stanley Kubrick con 2001: Odissea nello spazio. Ma il problema di questo genere cinematografico è che ormai abbiamo visto tutto. O quasi. «Una delle ragioni che mi ha spinto a disertare la fantascienza per tanti anni è che ogni cosa è già stata usata. Le navi spaziali ci sono più o meno familiari, i pianeti sempre gli stessi. La soluzione allora sta nel concentrasi sulla storia e i personaggi». Per questo Noomi Rapace è solo una lontana parente cinematografica di Sigourney Weaver, Charlize Theron assomiglia all’algida Tilda Swinton di Michael Clayton e Michael Fassbender ha rivisto Blade Runner, ma soprattutto Il servo con Dirk Bogarde, Lawrence d’Arabia e L’uomo che cadde sulla Terra, senza dimenticare però il tuffatore Greg Louganis, al quale l’attore ha “rubato” lo strano modo di camminare.

Per accogliere i grandiosi set che Scott aveva in mente, il teatro di posa degli 007 a Pinewood, il più grande d’Europa, è stato ampliato del 25 per cento. Perché va bene il 3D, ben vengano le nuove tecnologie, ma niente è come i giganteschi scenari della vecchia scuola. Così, in quella che si chiamerà la “Camera dell’Ampolla”, il regista ha piazzato un’impressionante testa di pietra altra cento metri. «Sono un grande riciclatore di spazi, posso utilizzare lo stesso corridoio in tredici modi diversi senza che il pubblico se ne accorga. Ma più ampi sono gli spazi, più grande sembrerà il film. In fondo al mio cuore sono ancora un designer che ama carta e matita e da alcuni anni lavoro con Arthur Max alla costruzione dei miei mondi. Ho convinto la Fox a investire dei soldi su questo processo ancora prima di avere il semaforo verde per il film così che, contemporaneamente alla sceneggiatura, era già pronta un’immensa mole di immagini proprio come le avremmo viste sullo schermo. La Red Camera e il 3D hanno reso tutto ancora più superbo!».


Noomi Rapace
La fede sotto la tuta

di Alessandra De Luca

Lisbeth diventa Elizabeth, scienziata religiosa che indaga sulle nostre origini.
Ed eredita il carisma di Sigourney Weaver

Ha visto per la prima volta Alien che era solo una ragazzina e ne è rimasta sconvolta. Ma è proprio incontrando la Ripley di Sigourney Weaver che ha deciso di essere sullo schermo una donna forte, capace di quelle cose che di solito fanno gli uomini. Dopo l’indimenticabile Lisbeth Salander e un veloce passaggio nell’ultimo Sherlock Holmes, Noomi Rapace indossa la tuta spaziale di Elizabeth Shaw, lo scienziato a capo della spedizione destinata a scoprire le origini del genere umano.

Il film affronta la dialettica tra fede e scienza e il suo personaggio rappresenta la fede.

Sì, Elizabeth, figlia di un religioso, è cresciuta in Africa vicina a Dio, a contatto con popolazioni e culture diverse. È diventata uno scienziato, ma non ha mai perduto il dono della fede. Con Ridley abbiamo discusso su cosa voglia dire essere una persona di scienza e credere in Dio. Quello che Elizabeth cerca nella missione ha un’importanza speciale per lei, è qualcosa che ha atteso per tutta la vita.

Conserverà la fede anche dopo aver attraversato l’inferno?

Sì, anche se sarà una persona diversa. All’inizio Elizabeth è piena di speranza e fiducia, poi cominciano ad accadere cose terribili e lei si trasforma in una sopravvissuta, in una guerriera. Alle fine probabilmente si accorge che le cose non sono proprio come le aveva immaginate.

Quanta pressione arriva all’idea di realizzare un film con Ridley Scott, il prequel di Alien, raccogliendo l’eredità di un’icona come la Weaver?

Non ci ho pensato, altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Ho incontrato Ridley un paio di anni fa, mi aveva visto in Uomini che odiano le donne e mi voleva per il suo nuovo film. Mi sembrava di sognare, pensavo di morire, e all’epoca il mio inglese era pessimo. Ma appena sono entrata in quel mondo ho smesso di preoccuparmi, di essere nervosa e di pensare a quello che stavo facendo: un film che milioni di fan analizzeranno nei minimi dettagli!

Cos’ha in comune il suo personaggio con Ripley?

Molto, ma non sono la stessa persona. Sono due guerriere, ma Ripley era più solitaria, mentre la mia Elizabeth forma un team con Holloway, l’uomo che ama.

Faticoso il set di un kolossal di fantascienza?

Alcuni giorni sul set sono stati piuttosto disturbanti e duri, tornavo a casa a pezzi, ma mi sono sentita felice in ogni momento.

Scott ha parlato di una scena scioccante che la vede protagonista…

Ho avuto incubi per due settimane, strane e orribili immagini nella mia testa che non volevano abbandonarmi!


Michael Fassbender
io, l’androide

di Marco Giovannini

L’attore cult e “scandaloso” del momento,
personaggio centrale di “Prometheus”, si racconta a Ciak.
Rivelando particolari curiosi del suo passato.
Come l’esperienza da chierichetto…

Dal mutante Magneto in X-Men l’inizio, all’androide David di Prometheus. Quanto è lungo il passo? Poco perché qualunque sia il personaggio la chiave è la stessa, trovare centro, specificità, ragione d’essere.

E qual è per lei quella di un androide?

L’umanità.

Bisogna lottare per strappare a Michael Fassbender qualche battuta su Prometheus, il nuovo film di Ridley Scott che forse è il prequel di Alien, ma forse non lo è. Perché la consegna per tutto il cast è silenzio e mistero fino all’uscita. («Alien? Sul set se ne respirava sicuramente un’essenza, un profumo…»).

Prosegue la brillante irresistibile carriera di Fassbender che fino a tre anni fa era praticamente sconosciuto. E ora invece è al centro di ogni progetto interessante e/o provocatorio. Sarà in un altro film di Ridley Scott, The Counselor, tratto da una sceneggiatura originale dello scrittore Cormac McCarthy, e anche in 12 Years a Slave, di Steve McQueen, il regista che lo ha già diretto in Hunger e Shame.

La sorpresa più grossa della sua biografia è che lo “scandaloso” Fassbender è stato un chierichetto.

Sono irlandese, quindi cattolico, e la chiesa era di fronte alla scuola. Sono diventato chierichetto junior a 11 anni, un rito di passaggio; mi incuriosiva, perché francamente la Messa vista senza partecipazione, mi sembrava un po’ noiosa. Poi a 12 anni sono diventato chierichetto senior, e avevo più responsabilità, tipo aprire la chiesa la mattina e chiuderla la sera. Crescendo, la storia di Gesù resta emozionante e affascinante, con insegnamenti utili per la vita, ma si scoprono un sacco di contraddizioni nella religione organizzata.

In un’altra vita, stile “Sliding Doors”, cosa avrebbe potuto diventare?

Forse un chitarrista. Ho tentato per un paio di anni da teenager, ma non ero poi così bravo. Ero intrippato con l’heavy metal, andavo pazzo per Metallica, Slayer, Black Sabbath.

Mi dica qualcosa di lei che non ho letto da nessuna altra parte…

Nella favola il topo di città e il topo di campagna io sarei senz’altro il secondo.

Sarebbe a dire?

Dopo un po’ di giorni sento il bisogno fisico di evadere da una città, qualunque città. Mi manca l’andare a pesca, gli spazi, la pace, la luce, il richiamo della natura, le sollecitazioni meno effimere.

Se non avesse sfondato come attore, aveva un’alternativa, un piano B?

Sono figlio di uno chef, cresciuto in cucina. Avrei potuto aprire un ristorante, un bar, perfino un hotel, oppure, meglio, un servizio di catering, magari per il cinema; così avrei comunque frequentato i set e magari avuto un’altra chance.

Il suo cavallo di battaglia come cuoco?

Sono fiero del mio carré d’agnello.

L’amore per il cinema come è nato?

Tutto merito di mia madre, una vera cinefila. Le sono grato di avermi passato l’amore per i suoi eroi, Montgomery Clift, Marlon Brando, e tutta quella grande generazione lì. Io poi ci ho aggiunto Pacino, De Niro e John Cazale.

E quando le ha detto che voleva fare l’attore?

Lei e mio padre hanno cercato di convincermi ad aspettare. Vai prima all’università, prendi la laurea e guardati intorno. Prendi tempo per chiarirti le idee.

E lei?

L’università non era cosa per me. Sono un tipo più pratico che accademico. La mente della mia famiglia è mia sorella Catherine, neuropsicologa.

E lei allora che cos’è, il corpo?

Sì.

Per questo in “Shame” si è mostrato nudo senza problemi?

Grosso modo metà dell’umanità ha un pene, e grosso modo l’altra metà lo ha visto o lo vedrà. Quindi francamente non mi sembra un problema.

Le sue origini, irlandesi/tedesche, sono un interessante mix. Cosa si sente di più?

Sono nato in Germania, cresciuto in Irlanda, ma vivo a Londra da quindici anni. Mi sento decisamente europeo.

Di solito con i maschi c’è un modo certo di scoprirlo: per quale squadra di calcio fa il tifo?

Quando si incontrane Irlanda e Germania devo per forza stare per l’Irlanda, anche perché la Germania ha vinto molto e l’Irlanda no. Siamo più forti nel rugby.

Come si è preparato per “Prometheus”?

Yoga e pilates per migliorare la postura. Volevo essere il più eretto possibile. Per il linguaggio del corpo, a parte qualche film, come Blade Runner, ho studiato le clip del tuffatore americano Greg Louganis.


L.

– Ultime riviste:

2 pensieri su “[2012-05] Prometheus su “CIAK”

  1. Grosso modo metà dell’umanità ha un pene, e grosso modo la stessa metà non gradisce il fatto di vedere dei sequel evidentemente scritti col medesimo (chi ha detto Covenant? Io forse?)… 😉

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