Storia dei fumetti alieni 13. Alieni in Italia (1)

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte tredicesima)


Alieni in Italia

Gli appassionati italiani raramente sono multimediali. È un fenomeno curioso che meriterebbe uno studio approfondito, se esistesse una percezione del problema: visto però che ogni fan nostrano si lega quasi unicamente ad una forma di comunicazione e non ha problemi a disprezzare le altre, difficilmente nasceranno appelli alla pace tra i media e al rispetto di ogni forma di comunicazione. Chi ama una serie di film molto difficilmente accetterà di considerare con un minimo di rispetto altre forme di comunicazione che affrontino lo stesso argomento. Eppure tanto il cinema quanto i fumetti, o i libri o la musica o qualsiasi altra forma di comunicazione nasce all’insegna di un unico obiettivo comune: raccontare storie. Ciò che conta è la qualità delle storie, non il supporto utilizzato per veicolarle. Purtroppo non è così, almeno in Italia.

Questo significa che il fumetto alieno in Italia per decenni è stato vittima del razzismo più cieco, da parte degli italiani che si dicevano appassionati dei film di Alien, e più era totalmente ignorato più era mal giudicato, seguendo inconsciamente l’antico adagio che si disprezza ciò che non si conosce.

Negli ultimi anni la tendenza sembra cambiata, con l’arrivo massiccio di fumetti alieni in edicola, in fumetteria e in libreria, e d’un tratto sembra che ci sia speranza di abbattere le barriere e che anche il fan più integralista possa allargare i propri orizzonti multimediali: se questo è vero, solo il tempo saprà dircelo.

Intanto il tempo ci dice che per quasi trent’anni il fumetto alieno ha avuto una vita molto difficile nel nostro Paese, con ripetuti tentativi che hanno portato sempre a risultati scarsi: ecco la loro storia.


Un’esperienza personale

Ho avuto il privilegio e l’immenso piacere di essere stato testimone dell’arrivo in Italia dei fumetti di Alien e Predator sin dall’inizio, quindi questa narrazione passa per forza di cose attraverso ricordi personali, che nulla però cambiano dei dati oggettivi riportati.

Cover di Mark A. Nelson

Avevo 17 anni quando nell’edicola di quartiere mio padre mi indicò una nuova uscita. L’anno precedente per la prima volta avevo visto in TV Aliens: scontro finale (1986), trasmesso da Italia1 e visto insieme a mio padre con cui condividevo una novella passione per il cinema horror. Quell’aprile 1991 davanti a noi l’edicolante tirò fuori dal pacco delle consegne un qualcosa di strano il cui titolo però riconobbi immediatamente, visto che aveva la stessa grafica del film che da un anno veneravo: era la tipica scritta ALIENS. Quel giorno spesi seimila lire – una cifra importante, visto che le testate a fumetti Bonelli che seguivo ruotavano sulle duemila lire – ed acquistai Aliens. Numero speciale, il primo fumetto alieno giunto in Italia.

Fino a quel momento l’unico “materiale alieno” disponibile in italiano era il pluri-ristampato romanzo-novelization di Alan Dean Foster del primo libro, all’epoca giunto all’incirca alla quinta ristampa, l’introvabile romanzo-novelization del secondo film, che ho avuto modo di leggere solo una decina d’anni dopo, e lo splendido libro fotografico La storia di Alien, che il compianto Giuseppe Lippi aveva tradotto dall’edizione francese per la nostrana Mursia nel 1979. (Proprio in quei primi anni Novanta trovai questa preziosa edizione del saggio su bancarella, all’incredibile prezzo di cinquemila lire.) Sicuramente le librerie d’importazione avranno avuto altro materiale, ma in lingua italiana questo era tutto. Finché quel 1991 Mario Ferri non decise di rendere felice un’intera generazione di lettori a fumetti: un ex edicolante, che quindi conosceva bene quel mondo, è diventato così il padre dell’universo alieno in Italia.


PlayPress e l’alba aliena in edicola

La storica Editoriale Corno, una delle regine del fumetto in Italia, dal 1984 aveva chiuso i battenti e i supereroi Marvel e DC si stavano ingolfando ai confini della Penisola: alle fiere internazionali gli americani cercavano qualche editore italiano che raccogliesse lo scettro della Corno ma la sterminata quantità di testate inibiva tutti. Mario Ferri acquistò un certo numero di personaggi mentre Fulvia Serra di Fumo di China aveva preso Batman, solo perché si diceva in giro un gran bene di una saga che aveva riscosso un certo successo: una saga dal titolo Il ritorno del Cavaliere Oscuro. StarComics e PlayPress piluccano un po’ dal paniere, non del tutto convinte che il pubblico italiano potesse apprezzare dei personaggi curiosi dai nomi strani, tipo Wolverine o Iron Man, e probabilmente (ma è solo un’ipotesi) convinte all’acquisto più che altro dai bassi prezzi chiesti dalle case americane, desiderose dopo anni di conquistare quel mercato immobile.

I timidi investimenti di queste case con l’inizio degli anni Novanta sono coronati da un successo superiore ad ogni più rosea aspettativa, e una nuova generazione di lettori regala il successo commerciale alla stessa iniziativa che dieci anni prima aveva reso la Corno dominatrice del mercato. La casa editrice romana PlayPress in quel 1991 è in piena esplosione, tanto da potersi permettere degli “esperimenti”, come scrive infatti Mario Ferri nel suo editoriale di Aliens:

«Dopo essere stati i primi a riportare in Italia i fumetti della Marvel ed i primi a riproporre organicamente i fumetti della DC effettuiamo un altro passo per una presentazione per quanto possibile completa del panorama fumettistico americano.»

Ferri dunque annuncia di aver stipulato una collaborazione con la Dark Horse Comics, questa casa «che, occorre sottolineare, negli ultimi tempi è stata la sola in grado di contrastare il potere del binomio Marvel-DC sul mercato americano.» Un modo per cercare di fornire ai lettori italiani prodotti alternativi alle supertutine, e mostrare un universo «non più incentrato sui super eroi, o su super-esseri, ma su tematiche fantascientifiche tratte da films celebri». Purtroppo i lettori italiani dimostreranno di volere solo ed esclusivamente le supertutine, infatti appena la PlayPress perde i diritti dei supereroi conosce una crisi che gli “universi alternativi” non riusciranno a sanare. Ma in quell’aprile 1991 c’è ancora grande ottimismo ed io, come altri fortunati lettori dell’epoca, mi appresto a gustare vignetta per vignetta questa grande opera, apparsa in edicola con scritto nel colophon «ALIENS n. 1»: voleva forse dire che era previsto un numero 2?

Cover di Denis Beauvais

Nei miei ricordi sembra passato un secolo per l’arrivo della risposta a questa domanda, invece data già al maggio 1991 il numero 2 della collana PlayPress dal semplice titolo “ALIENS”. Il formato è più ridotto (appena cinquanta pagine) ma i contenuti sono esplosivi. Ecco come l’ispirato curatore Alessandro Bottero introduce la nuova pubblicazione:

«Inizia la miniserie ALIENS II, che riprende le fila del discorso da dove si era interrotto lo scorso numero. […] Non facciamoci trarre in inganno. Questo è solo apparentemente un fumetto di azione. In realtà dietro la facciata superficiale si snoda tutta una complessa riflessione sull’uomo e su ciò che lo avvicina o lo allontana dai suoi simili. L’essere alieno è sempre un simbolo, un rimando a qualcosa che portiamo dentro di noi, ma in questa storia, tramite le riflessioni di Newt, ci viene posto l’inquietante pensiero della semplice innocenza del loro comportamento. È l’uomo che al contrario si rivela più inumano degli alieni stessi.»

Ad arricchire l’albo, al primo episodio di Aliens: Book II (secondo episodio della Trilogia di Mark Verheiden) viene aggiunto anche il primo episodio di Predator: Heat, serie dalla nomenclatura sfortunata che qui viene chiamata Predator: Calore ma che in seguito verrà sempre identificata con il titolo Predator: Concrete Jungle.

Dopo gli alieni a fumetti… pure il fratello di Dutch!

I mesi si alternano e volano via veloci, così arriva in un attimo il numero doppio 4/5, che fa passare ai lettori un luglio ed agosto bollenti: l’albo si chiude con il ritorno in scena di Ripley all’ultima vignetta, e davvero l’universo esplode.

Denis Beauvais ritrae la Ripley più Ripley di sempre

«Alla fine di queste due opere devo dire di essere soddisfatto», chiosa Alessandro Bottero nelle note interne. «Due prodotti di buon livello (forse non ottimo, ma ora come ora cosa c’è di veramente ottimo in giro?) sia da un punto di vista grafico, che di testi. […] Finora la Dark Horse non mi ha deluso. Sono sicuro continuerà per questa strada». A settembre però la delusione: i disegni inguardabili di Aliens: Book III e una storia che definire confusionaria è riduttivo rovinano le grandi aspettative, e l’ottavo numero (novembre-dicembre 1991) chiude un’esperienza sublime con una delusione cocente.

Cover di John Bolton

Nelle note di quell’ultimo numero Bottero così si commiata:

«Eccoci purtroppo a una notizia triste per voi e per noi. Questo numero 8 è l’ultimo della testata Aliens. Proprio così: Aliens chiude i battenti e, una volta tanto, il motivo non è la scarsità delle vendite… Purtroppo i crescenti problemi per l’arrivo del materiale dagli States non ci consentono più di garantire una puntuale periodicità mensile, ma non preoccupatevi: sia Aliens che Predator non vi abbandonano: semplicemente, si trasferiscono in una sede più consona (PLAY BOOK o altri albi speciali) che ci consentirà di svilupparne al meglio le incredibili potenzialità al fine di proporvi un prodotto più omogeneo.»

Stando a queste parole dunque il fumetto sembra essere andato bene in edicola ma dev’essere sospeso per problemi tecnici: non abbiamo motivo di dubitarne, anche se sembra strano che tutte le altre pubblicazioni siano immuni da quei problemi tecnici che solo Aliens e Predator (guarda caso) hanno presentato.

Aliens PlayPress n. 4/5

Va comunque considerato che la scommessa di Mario Ferri è avvenuta in un’epoca in cui i lettori in Italia sono così tanti che gli standard delle vendite dei fumetti sono altissimi: per intenderci, nel giugno del 1990 la testata-evento della Sergio Bonelli Editore, “Dylan Dog”, ha festeggiato in copertina la tiratura di 200 mila copie per quel numero, cifre impossibili da raggiungere per un fumetto nuovo e per lo più “screditato” perché considerato un sottoprodotto filmico. Sono anni in cui il fumetto in Italia raggiunge vette in seguito mai più eguagliate, il che significa sì un vastissimo bacino di lettori ma anche una competizione spietata. Ne sanno qualcosa tutte quelle testate che in quegli anni tentarono di seguire le orme di Dylan Dog con indagatori dell’incubo… e titoli con la “D”. Demon Hunter (1993), Dagon (1994), Demon Story (1994), Dick Drago (1994) e un paio senza “D”, Gordon Link (1991) e L’insonne (1994): tutte chiuse dopo pochi numeri, malgrado la richiesta di horror in edicola fosse altissima.

La PlayPress comunque non demorde, anche perché il 1992 si apre in Italia con una notizia-bomba: Ripley sta per tornare al cinema.

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

4 pensieri su “Storia dei fumetti alieni 13. Alieni in Italia (1)

      • Già 😦 E si veda pure come andò a finire l’avventura di Star Trek in casa Play Press (poco importava l’aver fatto conoscere ai lettori italiani l’esistenza di fumetti Trek targati DC quando, evidentemente, presso la maggior parte dei medesimi lettori questa casa editrice continuava a contare qualcosa SOLO per la produzione supereroistica)…

        Piace a 1 persona

      • All’epoca ogni volta che vedevo il marchio PlayPress in edicola era legato a qualcosa di ghiotto, la casa le ha provate davvero tutte e ha portato in Italia chicche d’ogni sorta, ma i lettori italiani erano troppo presi dalle tutine per poterlo apprezzare.

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