Storia dei fumetti alieni 11. Una pessima annata

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte decima)


Una pessima annata

Il 2018 dell’universo alieno si chiude con Aliens: Dust to Dust di Gabriel Hardman: sei mesi totali di attesa per leggere una saga che parla di nulla, che non porta da nessuna parte anche perché cambia direzione ad ogni uscita, ma con splendidi disegni: questo è il destino a fumetti dell’universo alieno dopo trent’anni di onorata carriera? Ottimi disegni che accompagnano storie vuote?

Cover di Gabriel Hardman

La fuga di un giovane protagonista dalla colonia umana di LV-871, ormai finita in preda agli xenomorfi, è solo una scusa per ottime sequenze magistralmente disegnate che però bruciano per la loro vuotezza. La mamma del bambino muore subito con il petto squarciato da un chestburster, ma l’alieno nato dalla donna ad un certo punto… sembra aver conservato memorie dell’ospite umano, tanto da comportarsi in un modo che sembra voler proteggere il protagonista, suo figlio. È per caso una nuova, intrigante via che la Dark Horse vuole studiare? In effetti sarebbe una “zona grigia” di questo universo che avrebbe ottima compagnia, per esempio quella dell’idea per cui la biologia dell’essere ospite influisce sull’alieno nel suo sviluppo: trovata che gli autori scelgono volta per volta di seguire o meno. Ogni domanda rimane senza risposta, la serie finisce nel vuoto e quel “Polvere alla polvere” è un’anticipazione della triste fine di un’epoca.

Il 2019 si apre con la triste conferma dei peggiori timori: Aliens: Resistance è l’orchestra che suona sul Titanic

Cover di Roberto De La Torre

Ricevuto il via libera a raccontare Amanda Ripley a fumetti, la Dark Horse ingaggia di nuovo Brian Wood – ormai “autore alieno ufficiale” – e gli commissiona una storia con il personaggio.

«Se c’è una cosa che apprezzo di Amanda è che è come sua madre, l’immagine di una donna che lavora duro… una protagonista che non era proprio la norma nel cinema degli anni Settanta, così come nel mondo dei videogiochi da tripla A. Scaltra, piena di risorse e tosta, ma non nel senso che nulla la scalfisce o la spaventa. Le donne come lei ce la fanno e sopravvivono malgrado siano spaventate a morte. Le loro storie non parlano di potenza ma di sopravvivenza, il che le rende un po’ più realistiche.»

Così Wood descrive la donna a Vince Brusio, che l’ha intervistato nel novembre 2018 per il sito PreviewsWorld.com. Sembra poi del tutto naturale affiancarle Zula Hendricks, creatura originale di Wood nata anni prima proprio per una storia in cui era prevista Amanda Ripley, di cui però non si ottennero i permessi di utilizzo.

«In Resistance, senza rivelare troppo, ad Amanda viene data la possibilità di confrontarsi con alcuni ricordi traumatici di ciò che si porta dietro da Isolation. Sia lei che Zula combattono duramente contro gli alieni, e sebbene siano sopravvissute le loro storie sono in qualche modo tragiche. Ora avranno la possibilità di fare i conti e magari trovare un po’ di pace.»

Due personaggi allo sbando

Wood ormai è una scheggia impazzita, invece di sfruttare l’occasione per portare avanti quell’universo narrativo che aveva creato con Defiance (2016), riesce con una storia sola a distruggere tutto ciò che di buono aveva creato e ad inventare un nugolo di robe rimaste tutte completamente inspiegate. Quasi fossimo tornati ai tempi di “Lost”, assistiamo a fenomeni il cui autore volutamente tace ogni spiegazione, e non va dimenticato che alla fine di Isolation la nostra Amanda era rimasta a vagare nello spazio profondo: chi l’ha salvata? Come è tornata a casa? Perché ora lavora al fianco della sua amica Zula che non vedeva da tempo? Chi l’ha addestrata a livello militare, lei che fino al giorno prima era una semplice tecnica di basso profilo? Per citare All That Jazz (1979), Wood porta le due donne dappertutto, ma non le porta a niente.

Chi sono quei due tizi strani? Non lo sapremo mai

Mentre ci vorrà un videogioco in forma di app, Alien: Blackout (2019), per scoprire come Amanda si è salvata alla fine di Isolation, Brian Wood sente di non avere più limiti ed alza la posta, dedicandosi alla follia più totale con Aliens: Rescue (2019), dove riesce nell’incredibile impresa di non spiegare il finale inspiegabile della precedente saga. Tornano Amanda e Zula a fare cose a caso, con personaggi che non si sa chi siano né perché agiscano come agiscono, con sguardi lanciati nel vuoto e xenomorfi che si comportano in modo illogico. E Brian Wood, assiso sul suo folle trono a dominare il defunto universo che ha molto contribuito ad uccidere.

Personaggi allo sbaraglio

Ormai le due eroine cambiano personalità e aspetto ad ogni pagina, è impossibile seguire il loro arco narrativo, è impossibile considerarle personaggi ricorrenti dell’universo alieno, visto che ogni volta che appaiono sono diverse. Eppure in questo 2019 le case puntano parecchio su di loro, infatti mentre la Dark Horse dà carta bianca a Brian Wood a fumetti (ed è chiaro cosa ci stia facendo Wood, con quella carta bianca), la Titan Books presenta due romanzi originali da dedicare alle due eroine.

L’ottimo Alien: Isolation (2019) di Keith R.A. DeCandido non è una semplice novelization del videogioco omonimo del 2014: è il racconto romanzato di tutto ciò che si sa su Amanda Ripley.

L’avventura che la porta sulla stazione Sevastopol per capire quale destino abbia subìto sua madre è soltanto il quadro generale, perché l’autore riempie tutti quegli spazi vuoti del gioco e ci regala un ritratto intenso di una donna privata della propria infanzia e della propria anima, all’eterna ricerca dell’informazione che non otterrà mai: sapere cosa ne è stato di Ellen Ripley. Il tutto è reso più spietato dalla mera cronologia, perché questa storia si svolge quindici anni dopo gli eventi del film Alien (1979), il che significa che nessuno conoscerà il destino di Ripley… per altri quarantadue anni! Come sappiamo da Aliens (1986), Ripley verrà risvegliata due anni dopo la morte della figlia anziana, e questo rende Amanda un’eroina tragica, materiale perfetto per un autore come DeCandido, in grado di sfruttare questa forza. Peccato che il personaggio sia stato invece ucciso da autori incapaci come Wood.

Decisamente più deludente il romanzo Alien: Prototype (2019) di Tim Waggoner, che si prefigge di raccontare un’avventura del passato di Zula Hendricks.

Per l’occasione l’autore si inventa una casa concorrente della Weyland-Yutani, la Venture, a cui si rivolge per un lavoro una Zula traumatizzata dagli eventi di Defiance. Per un romanziere è una situazione perfetta: un’eroina che è appena scampata ad un massacro, una combattente ex militare capace di affrontare un manipolo di Colonial Marines così come degli xenomorfi, ed ora ridotta ad occuparsi del servizio di sicurezza di una base sperduta nel nulla. Ci si potrebbe tirar fuori oro, invece la storia è banalotta, con il solito uovo che si apre, un alieno che sfugge grazie alla totale idiozia di chi dovrebbe contenerne il pericolo, e i personaggi cominciano a morire uno alla volta. Davvero una grande occasione mancata.

Cover di Tristan Jones

Questo annus terribilis per l’universo alieno si chiude nel peggiore dei modi. Per settembre è previsto l’inizio di una lunga saga dal titolo Aliens Colonial Marines: Rising Threat, sempre firmata dal pessimo Wood. Riuscirà una serie con i Colonial Marines a risollevare le sorti di un universo defunto? Non lo sapremo mai, perché mentre era ubriaco Wood ha cercato di baciare una sua collaboratrice in un bar, e – come vuole la tradizione americana – è stato crocifisso in pubblica piazza. Immediatamente la Dark Horse ha cancellato ogni prova che lo scrittore abbia mai lavorato per lei, ha usato la candeggina per cancellare qualsiasi impronta digitale Wood abbia lasciato in sede, e il fumetto è evaporato: il deluso Tristan Jones, autore delle copertine, ha rilasciato alcuni disegni e qualche sprazzo di trama sui suoi social, come vendetta per aver lavorato a lungo su un progetto che non vedrà mai la luce, e specificando il desiderio di non lavorare più per case di fumetti.

Allontanare Brian Wood è stato un bene, ma solo perché è un pessimo autore, invece come al solito la Caccia alle Streghe per cui l’America è famosa l’ha allontanato per tutt’altri motivi, decisamente discutibili.

Cover di Johnnie Christmas

Non si può chiudere quest’annata senza citare il completamento di quella che sembra essere stata la saga a fumetti di maggior successo della casa da molto tempo: William Gibson’s Alien 3 (2018).

Johnnie Christmas scrive e disegna una storia che si basa sulla celebre sceneggiatura rigettata di William Gibson per Alien III, testo che negli anni è diventato di culto soprattutto fra chi non l’ha letto. Avendolo tradotto agli inizi del Duemila, mi è sembrato subito chiaro trattarsi di una storia che non merita la minima attenzione, e questo fumetto ne è la prova vivente.

Di sicuro fa piacere ritrovare Hicks protagonista di una vicenda, con comparsate di Newt e addirittura di Ripley, con Bishop in un ruolo importante, però è tutto così “non-alieno”, così poco in linea con le atmosfere che dovrebbe avere una storia del dopo-Aliens che non si riesce mai a rimanere convinti del fumetto. Senza dimenticare poi un’idea così datata e di cattivo gusto come la Guerra Fredda con i comunisti spaziali…

Due eroi tragici ritratti in toni decisamente poco tragici

Il successo di questa saga, come il successo del videogioco Alien: Isolation, rende chiaro come ormai le nuove generazioni non siano state raggiunte da decenni di ottime storie e vari universi narrativi: conoscono solo Alien, magari qualcuno ha visto addirittura Aliens (ma solo i più informati), il resto è vuoto, quindi per funzionare una storia deve per forza di cose ruotare intorno a questi due film, facendo finta che non esistano trent’anni di narrativa successiva, con tantissime buone idee che meritavano di essere raccolte e sviluppate.

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

Un pensiero su “Storia dei fumetti alieni 11. Una pessima annata

  1. Ce ne fosse qualcuno di più, fra le nuove leve, a conoscere davvero Aliens forse avremmo ancora qualche labilissima speranza di veder riprese almeno alcune di quelle buone idee… ma visto che, in pratica, è il primo Alien a dettar legge rimarranno perse in trent’anni ormai buttati alle ortiche 😦

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