Storia dei fumetti alieni 9. Fuoco e pietra, Vita e morte

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte nona)


Di fuoco e di pietra

Stavolta la crisi del fumetto alieno è nera: l’annuncio che Ridley Scott dirigerà un nuovo film della saga, dopo che per i precedenti trent’anni aveva giurato su mille Bibbie che non l’avrebbe mai fatto, deve aver depresso la Dark Horse, che per l’occasione adotta un mutismo totale: non una parola a fumetti viene spesa per Prometheus (2012). Probabilmente perché non ne vale proprio la pena.

Non si sa cosa poi sia cambiato, nei due anni successivi, se magari quel tempo sia servito per organizzarsi a dovere o se le notizie di uno Scott fomentatissimo nel progettare vari deliranti prequel del suo Alien siano state di spinta, o infine se sia stata la notizia che la SEGA stava per far uscire un videogioco alieno su cui puntava molto, fatto sta che l’assordante silenzio di anni dell’universo alieno viene infranto con un clamore mai visto prima: nel 2014 inizia un evento in pieno stile DC/Marvel noto come “Fire and Stone”. Forse per le stesse ragioni citate la casa britannica Titan Books acquista il marchio Alien (al singolare, senza “s” finale) ed inizia a pubblicare romanzi inediti, mentre contemporaneamente acquista i vecchi romanzi di Aliens, quelli della Bantam Books anni Novanta, e li ristampa anche in digitale. Insomma, il 2014 è l’anno della grande esplosione dell’universo alieno.

Pubblicità dell’iniziativa, con disegno di Dave Palumbo

Nell’estate di quell’anno la Dark Horse presenta ai lettori uno schemino con cui spiega l’ordine di lettura delle imminenti uscite: è la prima volta che la Dark Horse scrive una storia “a testate unificate”. L’evento “Xenogenesis” consisteva semplicemente in tre storie a sé stanti uscite su tre testate diverse accomunate solo da una scritta in copertina, ora invece si parla di una singola storia che si dipana in quattro puntate su quattro testate differenti, con un epilogo unico: 17 albi che non vanno letti in ordine di testata bensì per data di uscita, malgrado in seguito verranno raccolti in volumi che rendono confusionaria la lettura. Per l’occasione alle consuete tre testate storiche – “Aliens”, “Predator” e “AVP” – si aggiunge “Prometheus”: dopo anni di totale indifferenza, la Dark Horse ha comprato il marchio del film Fox del 2012.

Il primo “evento” alieno della Dark Horse
nell’ordine in cui andrebbe letto

Ordine di lettura ufficiale del ciclo “Fire and Stone”


La saga di “Aliens” si pone come antefatto agli eventi, e il racconto di come un gruppo di sopravvissuti ad Hadley’s Hope riesca a fuggire dal pianeta prima dell’arrivo dei Colonial Marines – cioè prima delle vicende del film Aliens (1986) – è affidata a Chris Roberson, che esordisce per la casa e così ricorda la sua esperienza, intervistato nel marzo 2014 dal sito CBR (ComicBookResources):

Chris Roberson

«Sai, come compagno di bevute alle convention, dove stringi mani e siedi al bar con tanta gente, mi è capitato di incontrare spesso quelli della Dark Horse nel corso degli anni. Sono entrato in confidenza con molti di loro e ho dimostrato il mio interesse nel lavorarci insieme. Anche loro avevano interesse a lavorare con me, ma quel genere di cose ha bisogno di una lunga gestazione. Alla fine probabilmente è successo più che altro per… “prossimità geografica”. Il figlio di Scott Allie [editor-in-chief della DHC] va alla stessa scuola elementare di mia figlia, così lo incontro regolarmente. Credo ci fosse un posto vuoto nella squadra creativa del grande progetto Aliens/Prometheus, e lui mi ha chiesto se potesse interessarmi: sarei stato un pazzo a dire di no!»

Abbiamo uno scorcio su queste riunioni creative per decidere l’andamento delle storie e il loro stile.

Cover di David Palumbo

«Non è stato solo un incontro, ma una serie di incontri regolari: una specie di prolungata terapia di gruppo. (Ride) Tutti e cinque gli scrittori sono di base a Portland quindi è facile incontrarci ogni settimana. Ci vediamo regolarmente con Patrick Reynolds, il disegnatore di Aliens, e Scott Allie insieme alla sua squadra: tutti a casa di Scott. Mangiamo e parliamo per ore, ed è un processo creativo molto interessante. Scott me l’ha descritto all’inizio come se fosse la “stanza degli scrittori” di uno spettacolo televisivo. È un po’ diverso perché siamo ognuno responsabile per la propria parte di lavoro, ma tutti collaborano alla trama. Tutti i volumi – tutti e cinque – sono collegati, sono parti di una ampia storia. Puoi leggerli singolarmente, ma se li leggi in ordine emerge un trama più complessa.»

Le squadre creative della Dark Horse si alternano da decenni eppure curiosamente le conclusioni a cui arrivano sono straordinariamente sempre quelle: viva il primo film, abbasso il secondo. C’è da ipotizzare che questo corrisponda ai gusti dei lettori.

Variant Cover di Fiona Staples

«Durante la prima telefonata che ho avuto con Scott Allie abbiamo stabilito che eravamo più interessati alle atmosfere da “casa infestata” del primo film che a quelle da “armi e munizioni” del secondo. Sebbene mi piacciano entrambi, sento che il franchise – che siano fumetti o videogiochi – si è focalizzato sull’aspetto dei Colonial Marines di Aliens. Sono affascinanti e tosti coi loro pulse rifle, è comprensibile, e sono uomini e donne di grandi capacità e molto ben addestrati. Ma una delle cose che mi hanno davvero affascinato del primo film è che si parla di gente normale: operai e magari piccoli e impiegati, che devono ad un certo punto gestire questa roba. È questo il tipo di atmosfera a cui volevo rifarmi, ed è esattamente quello che cercava Scott.»

Questo nuovo tipo di riunione creativa, molto complesso perché deve gettare la base per un gran numero di albi divisi in quattro testate diverse, può mettere in difficoltà alcuni autori, come per esempio Joshua Williamson, responsabile della sezione “Predator”, che così ricorda nel gennaio 2015 intervistato dal sito ComicVine:

Joshua Williamson
da Comic Vine (2014)

«Ero terrorizzato, ogni secondo di ogni incontro che abbiamo tenuto. Non solo per il Predator ma anche perché ero in una stanza in cui le mie idee venivano analizzate da altri scrittori. Ero più che intimidito, e quando sono intimidito parlo molto… Ed ecco da dove credo che derivi il fatto che [il mio personaggio protagonista] Galgo faccia lo stesso. Sullo scrivere del Predator… in realtà non me ne sono reso conto fino al secondo numero. Il primo è stato un numero d’azione, con Galgo impegnato stupidamente a dare la caccia ad un Predator: insomma, è stato facile. Ma poi è arrivata la parte “E ora che diavolo si fa?”… Scrivere sequenze con il Predator che va a caccia ed uccide è divertente…  ma poi dovevo scrivere una storia e quello mi spaventava un po’, soprattutto perché c’era una stanza piena di gente con cui dovevo discuterne.»

Nello stesso gennaio 2015 un altro autore, Chris Sebela della sezione “AVP: Alien vs Predator”, ci racconta il suo ricordo della “stanza degli scrittori”:

«Molto caotico. C’erano cinque scrittori, un disegnatore e mezza dozzina di editor: era una situazione che metteva abbastanza ansia. Quando mi è capitato di collaborare con qualcuno, è stato di persona o per mail ma sempre con grande calma, per mantenere la concentrazione che uso per scrivere. Lì invece mi ritrovavo in una stanza piena di gente molto più espansiva di me, e dovevo sputare fuori qualsiasi idea mi venisse in mente invece che elaborarla ed analizzarla con calma nella mia testa. Ci ho messo un po’ ad abitarmi, ma ora che è finita un po’ mi manca.»

Christopher “Chris” Sebela

Il ciclo a fumetti fa quello che i film della Fox non sembrano mai interessati a fare: cercare di raccontare una storia appassionante senza distruggere tutto ciò che è stato detto in precedenza, ma anzi cercando di integrare le precedenti storie. Così ci ritroviamo sul pianeta LV-223 – quello dove sono ambientate le vicende del film Prometheus (2012) – dove sbarcano i Colonial Marines quarant’anni dopo l’incidente di Hadley’s Hope (quello del secondo film): la missione ufficiale è salvare un relitto, ma in realtà il capitano Angela Foster sta segretamente indagando sul destino di sir Peter Weyland, che più di centoventi anni prima è sbarcato su quel pianeta per incontrare gli Ingegneri.

Angela Foster

Ovviamente i personaggi ignorano ciò che noi spettatori abbiamo visto al cinema nel 2012. Com’è facile immaginare, i soldati finiscono vittima di un attacco alieno: fuggendo alla spicciolata, una parte di loro si ritrova alla mercé di un Predator mentre altri scoprono i segreti di quegli esseri chiamati Ingegneri. Tutti si incontreranno alla fine per un confronto finale.

Durante le riunioni creative vengono stabilite regole che rispettino la “bibbia” della Dark Horse ma anche i film, aggiungendo elementi solo dove ci sono abbastanza spazi di manovra. Così nasce il nome black goo, quel liquido nero che nel film di Prometheus viene spiegato poco e male, una sorta di “acceleratore evolutivo” che darà vita a trovate grafiche di grande effetto. Nasce l’idea originale dell’Engineer Rifle, il fucile degli Ingegneri che ha conosciuto anche una miniatura della Eaglemoss, una delle case specializzate in modellini alieni.

Come detto, la testata “Aliens” si occupa dell’antefatto del ciclo, con dei superstiti della colonia Hadley’s Hope che riescono a fuggire prima dell’arrivo di Ripley. Per l’occasione, nel settembre 2014 la testata “Dark Horse Presents” presenta Aliens: Field Report, una storiella con Hicks che, sbarcato insieme ai Colonial Marines nella storia protagonista del secondo film, scopre l’assenza di una navicella da Hadley’s Hope. E se questo non bastasse, la cooperazione con la citata Titan Books è così stretta che nel romanzo Alien: River of Pain, ennesimo racconto degli eventi di Hadley’s Hope prima dell’arrivo di Ripley, l’autore Christopher Golden inserisce proprio i personaggi che poi saranno protagonisti del fumetto Aliens: Fire and Stone. (In Italia il romanzo è inedito ma curiosamente è stato tradotto l’audiolibro: chissà se gli ascoltatori italiani avranno colto il collegamento con l’evento a fumetti.)

Niente meno che Hicks come testimone pubblicitario dell’evento alieno

Questo è l’universo narrativo alieno condiviso: fumetti, libri, audiolibri, videogiochi e quant’altro tutto all’insegna della voglia di raccontare storie che amplino una base già esistente. Ma il grave errore di questo grande sforzo creativo del 2014 è partire da un pericolosissimo assunto: la fiducia nei confronti di una scheggia impazzita come Ridley Scott.

Se alla fine del 2014 l’attrice Noomi Rapace racconta nelle interviste di non vedere l’ora di tornare in Prometheus 2: Paradise Lost, per sapere cosa succederà alla dottoressa Shaw sul pianeta degli Ingegneri, un anno dopo quel film non esiste più: comincia la umiliante distruzione dell’universo alieno ad opera di uno dei suoi padri.


Di vita e di morte

È più che evidente in tutti e 17 numeri del ciclo “Fire and Stone” l’attenzione che la Dark Horse pone nel trattare i personaggi degli Ingegneri. Nel film Prometheus non sappiamo assolutamente nulla di loro – se non che curiosamente copiano un’idea “genetica” già sfruttata in Star Trek: The Next Generation 6×20 (1993) e la loro scena “olografica” è già apparsa identica anni prima nel romanzo originale Aliens: Steel Egg (2007) di John Shirley – e quindi i poveri sceneggiatori a fumetti non possono prendersi alcuna libertà: nel film gli Ingegneri non parlano, non lo fanno neanche a fumetti; nel film non si sa che accidenti vogliano, e quindi neanche qui; non si sa se possano morire o quali capacità abbiano, quindi è meglio rimanere sul vago.

Vaghi tentativi di dare forma a personaggi inconsistenti

Forse angustiato dagli stessi problemi, Ridley Scott prende una gran bella decisione: quando nel gennaio 2016 muore il progetto Prometheus 2: Paradise Lost e nasce l’amorfo Alien: Covenant non c’è più spazio per questi strani Ingegneri, così in una sola breve e confusa scena li ammazza tutti. Padre ingrato, che uccide i suoi figli prima ancora che abbiano detto una sola parola…

Questa fatale decisione – che mi piace pensare sia una crudele vendetta contro le storie della Dark Horse, decisamente superiori al suo Prometheus – arriva quando ormai il secondo ciclo a fumetti sta partendo. Stavolta la casa ha fatto le cose più semplici e Randy Stradley, dopo aver concepito il modo di unire tutti i fili, ha scelto un unico sceneggiatore per tutti e 17 i nuovi albi, che possono essere letti in semplice sequenza senza più fare lo slalom fra le uscite. Alla guida del ciclo “Life and Death” c’è l’ottimo Dan Abnett, sceneggiatore di romanzi e fumetti di lunga data che due anni prima si è conquistato la “palma aliena” scrivendo il videogioco di successo Alien: Isolation. Così Abnett racconta a Daniel Mills in un’intervista del luglio 2016 per il sito Bounding into Comics:

«Ho voluto catturare il sapore e l’umore [the flavour and the mood] e magari provare a rispondere ad alcune domande, senza però dare risposte concrete che in un eventuale film successivo potrebbero entrare in conflitto. Con l’intera saga “Life and Death” ho cercato di focalizzare l’attenzione sui personaggi umani – la loro reazione in situazioni pericolose – e sulla nostra preoccupazione per loro: credo sia un elemento essenziale. Il cuore umano è ciò che tiene uniti tutti gli altri elementi, pensa al primo film di Alien. Quello che rende dinamica la storia è il nostro immedesimarci con l’equipaggio e preoccuparci per loro.»

Proprio come il suo Isolation, anche questa storia evita accuratamente di compiere passi falsi come lo spiegare cose che poi di nuovo Scott potrebbe rovinare al cinema.

«Penso che il trucco sia navigare in questo universo senza rispondere a troppe domande. Uno degli ingredienti chiave di Alien alla sua uscita era proprio il non sapere nulla. Se perdi troppo di quel mistero, se spieghi troppo, quell’elemento vitale dell’universo va perduto.»

Il secondo “evento” alieno della Dark Horse


Assistiamo così ad una seconda missione su LV-223, e insieme ai sopravvissuti del precedente ciclo e a dei superstiti della Seegson – la casa concorrente della Weyland-Yutani inventata da Abnett proprio per il videogioco citato – affronteranno un’invasione aliena molto particolare. La razza sta morendo, sul pianeta, e il futuro è rappresentato unicamente dal feto che una protagonista porta in grembo, e che le darà un potere finora noto solo a Ripley 8: il potere di Regina umana degli alieni!

All Hail the New Queen…

Ad aprile del 2017 esce l’episodio conclusivo del ciclo, e il mese successivo arriva nei cinema Alien: Covenant, il delirante prodotto che spazza via tutto, fregandosene di qualsiasi altra storia scritta in precedenza. Ma ai “talebani del Canone” va bene così, perché per motivi misteriosi ritengono erroneamente che Scott sia proprietario del mondo di Alien, e tutti gli altri sono solo dei volgari creatori di apocrifi. Buon per loro.

Il primo “evento” si rifà dichiaratamente ad Alien, il secondo palesemente ad Aliens con i suoi Colonial Marines all’attacco: la Dark Horse le ha provate tutte ma è impotente contro l’azione devastatrice di Ridley Scott, che non lascia in piedi una sola rovina dell’universo alieno. Una saga lunga più di tre anni spazzata via in un lampo: siamo arrivati alla fine dell’universo alieno a fumetti?

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

Un pensiero su “Storia dei fumetti alieni 9. Fuoco e pietra, Vita e morte

  1. Quand’anche ti ritenessi proprietario assoluto (e sappiamo che Ridley NON lo è) di un franchise, non sarebbe stato comunque male mostrare un minimo di rispetto e riconoscenza nei confronti di chi quello stesso franchise te l’ha praticamente tenuto in caldo -con fumetti/romanzi/videogames- per anni, in attesa che tu eventualmente tornassi a rimetterci mano con un nuovo film, riuscendo poi a fare fumettistici miracoli anche fra un film e l’altro, in caso. E invece te ne esci con Alien: Covenant, definitiva pietra tombale sul rispetto e la riconoscenza di cui sopra … 😦

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