Storia dei fumetti alieni 8. Il Cavallo Nero alla carica

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte ottava)


Dark Horse versus Cinema

Torniamo un attimo nel 1991. Dato l’enorme successo dei suoi fumetti legati a marchi cinematografici – non solo Aliens e Predator ma anche Terminator e Indiana Jones, e con trattative in corso per imminenti nuovi marchi come Robocop, John Carpenter’s The Thing e Star Wars – la Dark Horse Comics decide di provare a partecipare con il cinema stesso.

In questa data la Dark Horse Entertainment partecipa al film Le avventure di Rocketeer (1991) della Walt Disney, tratto da una serie di fumetti celebre in America. È poi la volta di un personaggio originale, tanto che Dr. Giggles esce nell’ottobre 1992 sia al cinema che in fumetto. Non sono prodotti dal successo travolgente, ma consentono all’esperimento di andare avanti e finalmente portare su schermo personaggi nati a casa Dark Horse: The Mask e Timecop, entrambi portati al cinema nel 1994 con Mark Verheiden come co-sceneggiatore. (Malgrado capiterà di leggere che sono entrambi personaggi a fumetti di Mark, The Mask è stato in realtà creato dal fondatore Mike Richardson.)

Mentre questi film hanno degli strascichi (seguiti e serie TV), la Dark Horse Entertainment continua a portare al cinema i propri personaggi a fumetti: Chris Warner presta allo schermo la sua Barb Wire (1996), con il volto (e il fisico) di Pamela Anderson, Chuck Pfarrer il suo Virus (1999), con Jamie Lee Curtis, Bob Burden il suo Mystery Men (1999), con un grande cast di attori comici, e Mike Mignola il suo Hellboy (2004), il personaggio Dark Horse che forse più successo ha avuto negli anni. Anche in Italia, dove (al contrario del resto dei fumetti della casa) è ampiamente distribuito.

L’unico personaggio Dark Horse che può sovrastare gli alieni nelle vendite

Come abbiamo visto, all’inizio il rapporto della Dark Horse con il cinema era quello della “serva” di casa: il padrone dispone e la serva si regola di conseguenza. Ora però la casa è cresciuta e negli anni ha sviluppato rapporti molto più stretti con grandi case cinematografiche – con cui ha co-prodotto i vari film – forse riuscendo a capire il loro (strano) linguaggio e a sapersi meglio regolare. Fatto sta che nei primi anni del Duemila per la prima volta nella storia dell’universo alieno… la Fox e la Dark Horse lavorano insieme, invece di fregarsi a vicenda.

Dopo quindici anni di fumetti e videogiochi che hanno conquistato milioni di fan nel mondo (ad eccezione dell’Italia), il marchio “Aliens vs Predator” vende già solo a pronunciarlo. A cavallo del nuovo millennio la Sierra ha prodotto un videogioco dal successo immediato e sterminato, con un seguito addirittura superiore e un’espansione da applauso, dove si può giocare nei panni del Predalien. Lo scontro fra umani, alieni e cacciatori da anni è fuoriuscito dall’ambito fumettistico o dei romanzi-novelization ed è sbarcato nell’esplosivo mercato videoludico, il re degli incassi del nuovo millennio. Non stupisce che la Fox voglia cercare di cavalcare quest’onda, approfittando così per rinnovare in un colpo solo i due franchise. (Almeno ogni dieci anni circa è bene far uscire un film di un certo franchise, per continuare a sfruttarne i diritti.)

Si riparte con il teatrino di nuovo film, e gli interpreti sono sempre gli stessi: alla produzione Fox e Brandywine (cioè Walter Hill e soci, sempre loro dal 1979) e all’esecuzione pratica Tom Woodruff jr. ed Alec Gillis, gli eredi del compianto Stan Winston e “padri alieni” per eccellenza. È un film che parte identico ai precedenti, quindi con le stesse possibilità di sbagliare, però c’è una novità: Paul W.S. Anderson, che aumenterà esponenzialmente la possibilità di fare un buco nell’acqua.

Come abbiamo visto, risale all’ottobre 1992 la prima notizia del «via libera al film di “Aliens vs Predator”», data da Dave Hughes su “Aliens Magazine”, e l’editor Bob Cooper nella rubrica della posta dell’ultimo numero di Aliens vs Predator: War (agosto 1995) ci informa che il film è in fase turnaround (girotondo), «termine usato quando c’è un’idea concreta ma non è ancora stata approvata»: la Fox fa la vaga e probabilmente non se la sente di affrontare un film costoso dopo i fallimenti di Alien ³, Predator 2, il naufragio di Predator 3 e il più che deludente risultato di Alien Resurrection. Ma ormai superato il Duemila la tecnica permette film economici che sembrino costosi e il dado è tratto.

Dopo dieci anni di attesa, stavolta la Dark Horse vuol essere della partita, così alla co-produzione del film di Anderson troviamo Mike Richardson, e questo dovrebbe cambiare parecchio le cose: se lo storico fondatore e presidente della Dark Horse Comics entra nel progetto, vuol dire che almeno la sceneggiatura sarà al sicuro… E invece vale un antico precetto: un arricchito non sarà mai ascoltato da un nobile. La Dark Horse negli anni si è arricchita d’esperienza cinematografica ma la “nobile” Fox farà di tutto per non ascoltarla. E affida la sceneggiatura allo stesso regista.

Paul W.S. Anderson è un regista titanico, un genio visivo che sarebbe potuto diventare un maestro del cinema, se non avesse un difetto imperdonabile: crede di essere anche uno sceneggiatore. Non lo è. Questa sua inspiegabile convinzione, contraddetta dai fatti, ha spezzato le gambe della sua carriera: ogni suo film è diretto in modo sublime ma scritto in modo vergognoso. E lui ogni volta si ostina a ricoprire entrambi i ruoli. È come se Caravaggio si fosse ostinato a cucire a mano i vestiti da far indossare ai suoi modelli: Michelangelo, per favore, limitati a dipingere…

Malgrado nessun credito lo riporti, Anderson prende lo storico fumetto del 1990, quell’Aliens vs Predator che è stato la genesi del fenomeno, e lo riscrive stando attento a rovinare tutto ciò che può rovinare. In fondo sa benissimo di poter contare sui fan del Duemila, cioè “talebani del Canone” che accettano ad occhi chiusi tutto ciò che appare al cinema: persone che quindi non hanno problemi ad accettare che i Predator, storicamente nudi perché abituati a climi torridi, si muovano a loro agio in climi artici, le stesse persone che però reputano “apocrifo” il fumetto Predator: Cold War, che faceva lo stesso dieci anni prima. Questo è il pubblico a cui Anderson si rivolge, e buon per lui.

Avere Mike Richardson a bordo probabilmente permette al film di poter rubacchiare dal fumetto, sempre stando ben attento a rovinare le parti buone. Così la totalmente inadatta attrice Sanaa Lathan si ritrova ad impersonare una Machiko inverosimile, impegnata nel finale a ricreare identica la commovente chiusura del fumetto, ma in chiave parecchio inferiore.

Il modo giusto di raccontare il finale della storia, rovinato dal film

La scelta di svolgere tutta la storia in una piramide è forse un omaggio alla sceneggiatura originale del film Alien, in cui i protagonisti penetravano in una piramide aliena e scoprivano bassorilievi che spiegavano la biologia degli xenomorfi, ma è curioso notare – come già detto – come la trovata assomigli da vicino a quella del fumetto Predator: Xenogenesis dell’agosto 1999. Ma a guardar bene certi scontri nella piramide ricordano anche idee già utilizzate in Batman vs Aliens del marzo 1997, che ha le stesse ambientazioni pre-colombiane. (Per tacere dell’episodio 5×08, 17 agosto 2001, della serie TV “Stargate” che in pratica anticipa molta della sceneggiatura di Anderson.)

Peter Kolosimo sarebbe impazzito per questo film

Insomma, prendendo qua e là dal fumetto alieno per la prima volta si cerca di fondere i due universi narrativi, o più semplicemente di riciclare idee già pronte. Ed è indicativo che la Dark Horse stavolta non rilasci alcuna novelization: cosa dovrebbe raccontare a fumetti, le proprie storie modificate? In effetti era già successo con la novelization di Predator 2, così uguale a Predator: Heat di Verheiden, ma stavolta la casa pensa in modo diverso: se il film rielabora un fumetto, perché non fare un fumetto che rielabori il film?

Cover di David Michael Beck

Alien vs Predator: The Thrill of the Hunt esce ad ottobre dello stesso 2004 del fil e ne usa la grafica del titolo identica, ma presenta una storia più plausibile e più fedele all’universo alieno. La piramide di forma pre-colombiana viene trovata su un pianeta lontano in fase di terraformazione, e gli umani scoprono che gli abitanti del posto (i Predator) non sembrano affatto disposti a convivere pacificamente con i nuovi “vicini”. Inizia la solita guerra interspecie ma quando il fumetto finisce è molto forte la sensazione di aver assistito ad una “semina” infertile: la storia è piena di buone idee che potrebbero essere approfondite in seguito… ma non lo saranno mai.

Cosa ha fermato la Dark Horse dallo sfruttare la potente campagna pubblicitaria della Fox per sfornare nuovi fumetti, invece di limitarsi alle consuete ristampe? Forse il non esaltante risultato al botteghino del film – dovuto anche al fatto che delude sia chi amava il fumetto sia chi amava il videogioco – l’ha spinta a prendere le distanze dalla resa filmica degli alieni? Non si sa, ma rimane il fatto che di nuovo l’universo alieno si incaglia su storielline svogliate apparse qua e là, senza spessore, e ai soliti scontri con i personaggi DC: quante volte ancora gli xenomorfi e i Predator daranno misero spettacolo di sé in storie di Superman e Batman?

Che simpatico Batman, quasi quasi lo stritolo


Nuovo universo di libri

L’attenzione della casa sottratta ai fumetti viene però riversata nei libri. Al contrario della serie di romanzi che ha attraversato gli anni Novanta, editi dalla Bantam Books e ristampati dalla Millennium (del tutto sconosciuti in Italia, dove sono stati tradotti solo i due firmati da Steve Perry), nel 2005 la Dark Horse pubblica da sola un nuovo universo alieno fatto di libri, chiamando noti ed apprezzati autori di genere fantastico a firmare storie aliene originali. Tralasciando il citato romanzo di Bischoff, per la prima volta nascono dei romanzi alieni inediti.

Cover di Stephen Youll

Dal 2005 al 2008 professionisti del fantastico – da Michael Jan Freedman a John Shirley – si mettono alla prova con Alien e Predator, scrivendo storie dove però dimostrano la loro profonda e totale ignoranza dell’universo a cui stanno partecipando: mediamente tutti gli autori dichiarano che una volta da ragazzini hanno visto Alien (1979) e se lo sono rivisto prima di scrivere il loro romanzo. Il risultato è una serie di storie totalmente insoddisfacenti, che valgono meno di un qualsiasi fumetto della stessa casa, perché anche nel peggiore dei casi almeno ha splendidi disegni. L’unica eccezione è Aliens: DNA War (2006) di Diane Carey, che merita di essere citato perché racconta una delle migliori storie aliene in assoluto.

Forse è il caso che la Dark Horse si limiti ai fumetti…


La guerra dei tre mondi

Nel 2007 compie vent’anni il personaggio del Predator e per regalo non riceve altro… che il primo volume di una serie di ristampe a fumetti, “Predator Omnibus”.

Cover di Den Beauvais

Forse è in questo periodo che la Fox avvicina Robert Rodriguez perché rispolveri quel suo vecchio soggetto del 1995, ma sta di fatto che solo nel 2010 uscirà nei cinema Predators di Nimród Antal, che per la prima volta mostra di nuovo la creatura incontrata nella giungla del 1987, e chiamata dai fan “Jungle”, appunto. In vista del film, su cui la Dark Horse decide di puntare maggiore attenzione rispetto allo zero totale dedicato ai precedenti titoli del Duemila, viene richiamato un pezzo da novanta nel tentativo di rinverdire l’universo a fumetti con qualcosa di… indefinibile. Il decano John Arcudi si prende una pausa dal suo universo di Hellboy (per la precisioen, B.P.R.D.) e scrive qualcosa di nuovo che si sposi con qualcosa di vecchio in un matrimonio combinato ma di grande impatto.

Arcudi nel 1991 ha dato il via al mondo “indipendente” di Aliens con l’originale Genocide e a quello di Predator con l’originale Big Game. Poi si è sempre di più defilato finché quasi vent’anni dopo è chiamato in un certo a senso a dar nuova spinta alle creature aliene. Il 2 maggio 2009, all’insegna della consueta iniziativa del “Free Comic Book Day”, la Dark Horse presenta un albetto di 22 pagine con due brevissime storie di Arcudi: sono i prologhi a due nuove saghe, una di Aliens (che uscirà a fine maggio e si chiamerà in seguito Aliens: More Than Human) e una di Predator (che uscirà il successivo giugno e verrà ribattezzata Predator: Prey to Heavens).

Cover di Raymond Swanland

Le storie sono intriganti, piene d’azione e molto ben disegnate, ma alla fine dell’ultima pagina è fortissima la sensazione che Arcudi abbia perso il tocco o più semplicemente… abbia visto troppe puntate della serie televisiva “Lost“. Entrambe le saghe presentano creature differenti rispetto al solito – gli alieni hanno due strani spunzoni che fuoriescono dalle mascelle e i Predator usano fucili per spararsi fra di loro – ma quel che peggio vengono infilati nelle storie interrogativi e misteri che non verranno mai svelati, con trovate di grande impatto ma prive di qualsiasi spiegazione: esattamente come la fortunata serie del “mistero furbetto”. Arcudi ci porta in una misteriosa città di cristallo vivente e all’interno di una (forse) faida tra Predator ma senza spendere una sola parola di spiegazione, forse ipotizzando future saghe che però non sono mai arrivate.

Al di là delle storie, la scelta di uscire nel maggio 2009, cioè nell’esatto trentennale del film Alien, è stata più che oculata: «Aliens è un successo!» può esultare l’editor Chris Warner nel giugno successivo, nelle note del secondo numero. «Stiamo ricevendo resoconti da tutto il Paese di fumetterie che hanno fatto il tutto esaurito del primo numero, e la risposta dei lettori a questa nuova saga aliena è stata incredibile.» Nel momento esatto in cui le due saghe si concludono, nel gennaio 2010 ne inizia una terza che aspira ad un’epica così esplosiva che le copertine non potevano essere disegnate se non dal divino Raymond Swanland.

«Che la distruzione abbia inizio, liberate i mastini della guerra!» (Star Trek VI)

Aliens vs Predator: Three World War vede il ritorno di Randy Stradley, il “papà” dello scontro alieno, e quando i Predator devono chiedere aiuto agli umani in una guerra contro un manipolo di Predator ribelli “armati” di alieni al guinzaglio, solo un’umana può fare da tramite fra le due specie: Machiko Noguchi, alla sua ultima apparizione, anche se speriamo tutti in un suo futuro ritorno. Le parole del suo autore, intervistato nel 2010 dal sito ComicAttack, non fanno ben sperare:

«Mi sto divertendo molto a scrivere ancora di Machiko Noguchi, ma non so se avrò ancora qualcosa da dire alla fine di questa saga. Naturalmente è la stessa cosa che ho detto quando mi hanno chiesto di scrivere questo fumetto.»

Di sicuro i sei numeri di Three World War superano di gran lunga in qualità le storie al cinema dei due alieni.

Il ritorno di Machiko in tutto il suo splendore

Dopo l’esperienza in tandem con la Fox, Mike Richardson e la Dark Horse Entertainment tornano felicemente ad occuparsi dei propri personaggi al cinema, in attesa di R.I.P.D. Poliziotti dall’aldilà (2013) e The Legend of Tarzan (2016), ed è sintomatico che l’uscita dello sbagliatissimo Aliens vs Predator 2: Requiem (2007) sia totalmente ignorata.

Cover di Paul Lee

Nel Predators (2010) di Antal invece un po’ ci hanno creduto, quindi la Dark Horse fa qualcosa che non ha mai fatto prima: si pone come “integrazione” del film. Uscito in patria a luglio, già dal giugno precedente la casa sforna Predators: Prequel, cioè una storia che ci presenta i personaggi che poi ritroveremo (con ben poche spiegazioni) sullo schermo. Poi a luglio la consueta novelization del film seguita da Predators: Preserve the Game, cioè il seguito della vicenda, che sarebbe stato bello fosse continuata a fumetti. Invece alla scomparsa immediata del film di Antal da ogni radar è corrisposto l’immediato abbandono del progetto “Predators” della Dark Horse, che evidentemente non voleva continuare universi fondati da altri.

Rimane il grande rimpianto di sapere Royce ed Isabelle abbandonati sul pianeta-foresta dei Predator, organizzati in una vita di pura sopravvivenza ed in attesa che qualcuno venga a salvarli… scrivendo una nuova storia.

Due bei personaggi, abbandonati su un pianeta lontano

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

2 pensieri su “Storia dei fumetti alieni 8. Il Cavallo Nero alla carica

  1. La città di cristallo vivente si prestava a degli sviluppi parecchio interessanti, sì. Ma se la stessa DHC non ci ha mai più rimesso mano, tanto meno possiamo aspettarci che lo faccia la Marvel…

    Piace a 1 persona

    • Ciò che più mi ha deluso di quella saga è l’aver avuto tante ottime idee, aver lanciato tanti semi che potevano germogliare… per poi chiudere tutto in fretta e furia. La città dei cristalli e i “doppioni” avevano un senso nella mente degli autori o è stata una paraculata alla Lost? All’insegna del “spariamo robe strane, tanto non avremo mai la responsabilità di spiegarle”. Chissà…

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