Making of Aliens 1: Preparing for Battle

Riporto a puntate la trascrizione del lungo documentario Superior Firepower: The Making of Aliens, contenuto nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003) nel secondo disco dedicato ad Aliens (1986).


Superior Firepower
The Making of Aliens


3.
Preparing for Battle
Casting and Characterization

Gale Anne Hurd: Ho lavorato nel casting fin dall’inizio. Dovevamo vedere tutti gli iscritti del Nord America del sindacato degli attori britannici, oltre a quelli che pensavano di poter fare un accento americano decente.

Mary Selway (direttrice casting britannica): Fu estremamente difficile, perché James Cameron continuava a dire: «I migliori, i più atletici. Devono essere dei veri esperti di vita militare americana». Spesso quando gli attori americani si trasferiscono in Inghilterra diventano un po’ britannici, perdono quell’aggressività che serviva in questo tipo di cast.

Gale Anne Hurd: Esaminammo circa tremila persone prima di pensare di chiamare degli attori dagli Stati Uniti. Al di là di Sigourney Weaver, ovviamente, che riprendeva il ruolo di Ripley, tutti gli altri dovevano passare la selezione o essere eliminati.

Mary Selway: Lavorai veramente sodo e trovai delle persone straordinarie, come Jenette Goldstein, che era una sollevatrice di pesi.

Jenette Goldstein (filmato d’epoca): Ero attratta dal ruolo di Vasquez, un personaggio veramente interessante. Jim disse che di norma in quella parte ci avrebbe messo un uomo, di solito il più tosto è un uomo alto due metri con due baffoni, ma a lui sembrava interessante dare quel ruolo a una donna.

Jenette Goldstein (intervista attuale): Vivevo a Londra e facevo teatro d’avanguardia. Mi ero appena iscritta al sindacato britannico quando vidi l’annuncio: mi cambiò veramente la vita. Passai al cinema. Tornai negli Stati Uniti e iniziai la carriera televisiva e cinematografica. [Riguardo alla battuta sugli “alieni”] Quella battuta era nel copione, non c’entrava come mi ero presentata. Mi ero presentata male, tutte le altre attrici si erano presentate in tuta e scarponi militari mentre io ero arrivata vestita bene e in maniera femminile, con i capelli sciolti e il rossetto.

Mark Rolston: Io vivevo in Inghilterra. Mi ero trasferito quando avevo 17 anni: in teoria per fare un’esperienza all’estero mentre ero al college, ma alla fine rimasi lì e studiai per diventare attore. Spesso ci vogliono moltre ore per assimilare i dettagli di un copione, ma questo era come un grande romanzo, era avvincente, ne ero colpito. Quando incontrai James Cameron e Gale Anne Hurd seppi solo dire: «Questo copione è strabiliante».

Gale Anne Hurd: Carrie Henn era una delle tante bambine che avevamo visto per la parte di Newt, Sarah Jackson andò ovunque e fece molti provini nelle scuole. Era difficile soprattutto trovare una bambina che riuscisse a parlare con un accento che si avvicinasse a quello americano. Carrie non aveva esperienza di recitazione, suo padre era di stanza alla base RAF di Lakenheath: lui era americano, la madre era inglese e lei non aveva neanche mai partecipato ad una recita scolastica.

Carrie Henn (filmato d’epoca): Ero a pranzo e Sarah Jackson, la direttrice del cast, stava fotografando tutte le bambine. Mi ha fatto una foto e poi mi hanno chiamato per un provino.

Carrie Henn (intervista attuale): Non avevo mai recitato prima, neanche in una recita scolastica. Capitò semplicemente che mi scegliessero per la parte. Io e i miei pensammo: «È una parte secondaria, non è niente di impegnativo». E poi mi chiamarono e mi chiesero se ci volevo provare.

Gale Anne Hurd: Scoprimmo che i bambini che avevano esperienze di recitazione avevano fatto delle pubblicità, e tutte le volte che dicevano una battuta alla fine sorridevano: non era proprio il caso che una bambina che soffriva di stress traumatico sorridesse alla fine di ogni battuta. Carrie non aveva quel tipo di condizionamenti, e quindi era perfetta.

Carrie Henn: Continuavano a richiamarmi, e poi mi chiamarono per dirmi: «La parte è tua». Non molte persone possono raccontare una storia così.

Christopher Henn: Entrai a far parte del film perché ero con Carrie. James Cameron mi aveva fatto entrare nel provino per provare la scena tra noi due che poi è stata tagliata. Io leggevo, così lei aveva qualcuno con cui provare, e poi mi chiesero se volevo la parte: chi avrebbe rifiutato una parte in un film?

Gale Anne Hurd: Selezionammo gli attori per settimane e settimane, e trovammo buona parte del cast in Inghilterra. Ma non trovavamo gli attori adatti per certi ruoli, e per questo alla fine facemmo venire persone con le quali avevamo già lavorato.

Lance Henriksen (filmato d’epoca): Ho esaminato le migliori interpretazioni di androidi in circolazione. Quello di Ian Holm e quelli di Blade Runner, quello di Metropolis e di tanti altri film. Sono esempi difficili da seguire: sono tutti molto bravi. Quindi ho preferito non cercare di imitarli.

Lance Henriksen (intervista attuale): Incontrai Jim per la parte e c’era anche Gale Hurd. Dovevo fare il provino per il ruolo ma sentivo già una certa connessione con il film, e mi ispirai alla mia esperienza personale. Tentai di tornare ai miei 12 anni, di rendere le emozioni di un ragazzino di 12 anni. Io ho avuto un’infanzia piuttosto difficile, con abusi infantili. Quando gli adulti mi facevano qualcosa di male, li guardavo e dicevo: «Voi morirete prima di me, quindi devo avere un po’ di pietà per voi». Non mi ferivano nel profondo grazie a quella certezza. In un certo senso anche Bishop era così. Pensai: «Ecco che contributo voglio dare al film». Io mi preparo sempre molto, quando devo fare un film passo un periodo in cui… Io lo chiamo “raccoglimento”. Provo a seguire ogni impulso, perché dovrei frenarli? Mi feci fare delle lenti a contatto con due pupille per occhio.

Mi ricordo che con Jim parlavamo spesso al telefono, lui era già a Londra per preparare il film. Una volta mi chiamò e mi disse: «Non so come presentare il tuo personaggio. Forse aprendo con il rumore dell’astronave mentre tutti gli altri sono in ipersonno, Bishop se ne va in giro per l’astronave». Dopo una settimana mi richiamò e mi disse: «Ti ricordi il gioco del coltello tra le dita? E se facesse quello? Ecco come viene presentato. Si capisce…» Mi esercitai per un mese. Mi tagliavo spesso le dita, cercando di andare veloce. Avevo tutti i tipi di coltelli immaginabili, a serramanico, da lancio e altri ancora, quindi arrivai preparato.

Bill Paxton (filmato d’epoca): Conosco Jim da anni. Quattro anni fa sono stato arredatore in un suo film, ci siamo conosciuti lì, e quando lui ha girato Terminator io ero diventato attore: mi ha affidato una piccola parte in quel film.

Bill Paxton (intervista attuale): È dura fare un provino con persone che conosci, perché non c’è mistero, sanno come sei. Ho letto il copione durante il fine settimana del 4 luglio e ho pensato: «Caspita, questa parte è fantastica». Ricordo che Jim mi diede un tubo di quelli per spedire i poster, mi disse che era il mio fucile a impulsi, e mi diede delle indicazioni. Lessi la scena, mi diede altre indicazioni, e poi la rilessi ancora. Alla fine me ne andai pensando che probabilmente avevo esagerato, che avevo recitato in modo eccessivo e non l’avrei più sentito. Ero scoraggiato, pensavo di essere adatto alla parte. Poi tornai in California, e uscì La donna esplosiva [Weird Science, aprile 1985]. Poi ricevetti una chiamata da Hildy Gottlieb, la mia agente dell’epoca, che mi disse: «Come si chiama una palla che va fuori?» E io: «Un successo?» E lei: «Sì. Jim Cameron ti chiamerà da Londra tra cinque minuti. Ti ha scelto per interpretare Hudson in Aliens». Non ci potevo credere. Mi ricordo anche dov’ero: ero in cucina, nel mio appartamento a Venice. Quando riagganciai, credo che tutti a Venice seppero che avevo avuto la parte. Poi mi chiamò Jim, credo che per lui fossero le dieci di sera. Mi disse: «Ehi, non vedo l’ora». Io non volevo dire niente, ero convinto che avrebbe cambiato idea, invece due settimane dopo ero a Londra.

Gale Anne Hurd: Era un ruolo straordinario per Bill, credo fosse uno dei più memorabili del film. Volevamo che i marine coloniali nel film sembrassero una vera unità, è una di quelle cose che non si possono fingere.

Mark Rolston: Jim Cameron chiamò degli uomini delle Forze Speciali che non solo ci addestrarono nelle manovre, per farci sembrare veri soldati, ma ci fecero anche diventare una squadra.

Jenette Goldstein: C’era un bel cameratismo tra i ragazzi, i soldati: era fantastico. Ci ritrovammo due settimane prima di iniziare a girare, il che è insolito, per prepararci e per conoscerci.

Carrie Henn: Avevano legato molto tra di loro per sembrare una vera squadra di marine. Io ero la più piccola, l’estranea, ma facevo tutto che facevano loro. Correvano attorno agli studi con il fucile sottobraccio. Io volevo partecipare, prendevo la mia bambola e gli correvo dietro: volevo veramente far parte del gruppo, e loro mi facevano sentire veramente tale.

Gale Anne Hurd: Al Matthews aveva esperienza come militare, ed era fantastico. Chiamammo anche delle persone per addestrare il gruppo come una vera unità, e fu un lavoro estenuante. Facevano esercizio fisico, manovre, li addestravano a marciare, e Al era il loro sergente. Siccome aveva esperienza come militare era molto convincente, e credo che gli piacesse quel ruolo.

Al Matthews (filmato d’epoca): Vorrei poter credere che sono stato scelto perché sono un buon attore, ma in realtà sono qui anche per la mia esperienza militare. Credo che abbiamo fatto un buon lavoro, qui ci sono molti attori che non hanno mai visto un’arma e se la stanno cavando bene. A volte devo essere un po’ duro ma è così che funziona.

Paul Weston (stunt coordinator): Avevamo studiato per loro un programma giornaliero di esercizi fisici, dalle 8,30 del mattino sino alle cinque del pomeriggio. Dovevano correre, sollevare pesi, fare ginnastica.

Bill Paxton (filmato d’epoca): Ci hanno addestrati, ci hanno insegnato a fare il saluto, quel genere di roba, e a marciare con tutta l’attrezzatura pesante.

Jenette Goldstein (filmato d’epoca): Correvamo nei giardini ben curati dei Pinewood Studios, era veramente assurdo, tutte quelle belle siepi e noi a gridare: «Muoviamoci!» Era un po’ sciocco, ma non era male. Andavamo all’assalto delle scalinate.

Bill Paxton (filmato d’epoca): Facevamo esercizi di spiegamento e cose del genere. L’abbiamo proprio usata questa attrezzatura. Ci siamo addestrati per alcune settimane.

Jenette Goldstein (filmato d’epoca): Abbiamo imparato a coprire gli altri in modo da sapere cosa facevamo, e si vedeva che lo sapevamo: eravamo soldati e non attori che facevano i soldati.

Paul Weston (stunt coordinator): Le emozioni che trasmettevano erano diventate più forti dopo un paio di settimane.

Jenette Goldstein (filmato d’epoca): In quella settimana, o dieci giorni, che siamo stati insieme, mangiavamo e lavoravamo insieme, e abbiamo fatto conoscenza scherzando un po’ con tutti. Dopo un po’ abbiamo iniziato a sentirci una vera unità. Adesso che il film è a buon punto, credo proprio di conoscerli tutti.

Peter Lamont (production designer): Sigourney a quel tempo stava girando Mistery [Half Moon Street, agosto 1986], ed erano in ritardo sul programma. Il problema era che c’erano circa quattro settimane tra la fine dell’uno e l’inizio dell’altro, erano sempre più in ritardo e dovevano dare a Sigourney due settimane di riposo.

Bill Paxton: Ero intimidito all’idea di conoscere Sigourney Weaver, quella di Alien. Nel frattempo lei aveva fatto altre cose ed era diventata una vera star, era molto spontanea, amichevole e cordiale. Era sempre tanto gentile con me, che temevo di essere un disastro, perché lei era quasi fin troppo gentile, ma in realtà è fatta così. Era veramente il capo del cast. Eravamo un bel gruppo con lei come capo.

Sigourney Weaver: Forse fu un bene che io non ci fossi mentre i soldati facevano conoscenza e si calavano nella parte, adattandosi al loro ruolo, all’armatura e all’equipaggiamento. È un bene, secondo me, che Ripley non sia una di loro, e che ci sia diffidenza da entrambe le parti, ma fu strano arrivare così tardi. Finii un film e tre giorni dopo ne iniziai un altro, letteralmente.

Jenette Goldstein (filmato d’epoca): È stato un bene che ci siamo trovati prima tra noi e che Sigourney, ossia Ripley, sia arrivata dopo, quando eravamo già un’unità. Lei è l’estranea, ed era perfetto. E la stessa cosa è successa con Burke e Gorman. Così tutto ha funzionato. È stato facile, perché di fatto erano estranei che si intromettevano nel gruppo.

William Hope (filmato d’epoca): Ero impegnato altrove e non partecipai a tutto l’addestramento, ma feci esercizio con i pesi e più tardi mi unii a loro. Avevo già lavorato a produzioni di carattere militare.

Paul Reiser (filmato d’epoca): Io sono diverso da loro e la differenza è chiara a livello fisico. Loro portano l’uniforme, mentre io sono quello con la penna in mano. Li guardo e si vede che sono spaventosamente fuori posto. L’altro giorno qualcuno ha chiesto perché me ne stessi lì senza far niente: ha visto che sul set erano tutti in uniforme mentre io ero in camicia e gilet. Ha chiesto: «Perché è nell’inquadratura? Sta rovinando tutto».

Mark Rolston: Jim ci lasciò molta libertà nello sviluppare i nostri personaggi. Dedicammo due giorni a personalizzare le armi, dipingendo ciascuno una sua scritta personale. Sul mio fucile mi pare di aver scritto “la mia puttana” [My Bitch]. C’erano altri dettagli, come le ossa appese al berretto. Jim mise tutta una serie di cose su un tavolo, alla rinfusa, e ci disse: «Usatele come vi pare, ragazzi». Ci lasciò lì per quattro o cinque ore, e noi ci divertimmo un sacco.

Bill Paxton: Io scrissi il nome della mia ragazza, si chiamava Louise. [Louise Newbury, sua moglie dal 1987 fino alla di lui morte. Nota etrusca] Avevo anche una specie di nodo d’amore giapponese. Non dipinsi io le varie scritte, le disegnai e poi pensò a tutto Terry English, l’armiere. Sulla schiena avevo scritto: «Smaltire secondo le disposizioni» [Dispose of properly], o forse «Non forare. Materiale sotto pressione» [Contents under pressure]. Molte cose erano comprensibili solo a noi.

Jenette Goldstein: Ci invitarono a personalizzare anche gli armadietti. Nell’inquadratura in cui ci vestiamo ogni armadietto è personalizzato. Si vede che sul fucile c’è scritto «Adiós». E poi sulla mia corazza c’era scritto «El riesgo siempre vive», che è un verso di una poesia, era in un libro di poesia chicana e significa “il rischio vive sempre”.

Bill Paxton: Andavamo in giro con armature che erano state fatte apposta per noi. Ricordo che Jim mi fece mettere l’armatura perché voleva vedere quanto fosse robusta e resistente. Mi disse: «Perché non corri lungo il corridoio e ti butti contro il muro?». E io: «Ok, Jim» (ride). Quindi corsi e mi buttai contro il muro: l’armatura andò in frantumi. E lui: «Questa roba non va bene». Disse agli armieri: «Dovete renderle più resistenti».


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