Atmosfera Alien: la versione etrusca

Per decenni sono stato felicemente ignaro della tesi di alcuni fan secondo cui il mitico film Atmosfera Zero (Outland, 1981) di Peter Hyams potrebbe essere ambientato nello stesso universo di Alien (1979) di Ridley Scott, invece negli ultimi giorni ho scoperto che ci sono sempre nuovi motivi per litigare, tra fan.

Visto che attraverso il contributo di Evit abbiamo la testimonianza di Tiny Nichols, costumista che ha lavorato in entrambe i film, che da una parte chiude qualsiasi discorso stupendosi anche solo che esista la questione, ma che dall’altra se ne esce fuori con frasi del tipo “all’epoca è così che si immaginavano il futuro”, è il momento di fare il punto sulla questione. Visto che no, all’epoca non è così che si immaginavano il futuro.

Nei giorni in cui Alien usciva nelle sale americane, negli stessi set si girava Saturn 3 di Stanley Donen, ottimo film di fantascienza futura ambientato in interni, con tanto di rapporto fra umano e androide: non una sola inquadratura ha un qualsiasi legame con Alien, perché ogni squadra creativa immagina il futuro in modo diverso. Esistono solo due film che, pur non essendo legati in alcun modo, condividono l’identico stile-fotocopia nel ritrarre il futuro: Alien e Atmosfera Zero.


Indice:


Chiariamo il problema

Ognuno può immaginarsi i collegamenti che preferisce, “giocare” con i film è il primo piacere di ogni appassionato quindi non trovo alcun ostacolo né divieto ad immaginare film diversi come facenti parte di un universo condiviso: ho scritto una fan fiction in cui unisco un videogioco alieno con i film marziali di Boyka, quindi sono l’ultima persona che possa “arginare” l’immaginazione degli appassionati.
Per me però la questione è più sottile: una cosa è immaginare collegamenti di trama tra due film, immaginare cioè che due film diversi facciano parte dello stesso universo narrativo, tutt’altra cosa è notare come due pellicole siano indubitalmente girate con stile troppo simile perché sia pura casualità.

Domanda: questa scena è presa da Alien o Atmosfera zero?

Il fatto di avere lo stesso produttore e molti tecnici a lavorare ad entrambi non vuol dire niente, perché le stesse persone hanno lavorato a decine di altri film che non hanno alcun legame tra di loro. Ma due di loro sì, ce l’hanno. Sono Alien e Atmosfera Zero. Se fosse vero che “all’epoca è così che si immaginavano il futuro”, dovremmo avere molti più film coevi con rimandi visivi, anche solo vaghi, il che non è.

Prima di immaginare una sedicente “volontà occulta”, prima cioè di pensare che davvero qualcuno nel 1980 si sia detto “Riutilizziamo identico lo stile di Alien per fare Atmosfera Zero“,  è necessario spiegare che cosa intendo per “stile identico”. Ma prima ancora… scatta lo spiegone fantascientifico! Potete anche saltarlo, ma mi serve per fare il punto della situazione in cui è nato Atmosfera zero.


Dal Monolito all’Alieno:
breve storia del fanta-cinema anni ’70

Salta il “pippone storico” e vai al prossimo capitolo

Storicamente la fantascienza è un genere letterario di nicchia rinchiuso in un ghetto disprezzato sia dai benpensanti che dal grande pubblico: le opere che conoscono dignità e rispetto sono quelle che in realtà usano il racconto del futuro come metafora dei propri tempi contemporanei. Il resto è robaccia per quelle riviste da due soldi che hanno conosciuto un riscatto solo verso la fine del Novecento. L’esperienza letteraria si è ripetuta identica al cinema.

In quell’anno di profonda crisi (e crasi) che è il 1968, in cui è stato messo in discussione ogni singolo aspetto della vita sociale umana, l’uscita ad aprile negli Stati Uniti di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kukbrick (targato MGM) viene considerato di solito il primo vagito della fantascienza cinematografica moderna, il Monolito tra gli spettatori-scimmie, il neonato spaziale che porta agli ignari un’anticipazione di prodigi futuri: si tratta insomma del primo film di serie A proiettato nei grandi cinema che affronti tematiche che fino a quel momento interessavano solo quegli sfigati e pervertiti che leggevano le rivistacce di fantascienza o che frequentavano i drive in di periferia, per pomiciare tra un mostro spaziale e un’astronave. Tutto vero, ma il problema è che ci si dimentica che due mesi prima, a febbraio del 1968, la 20th Century Fox ha presentato Il pianeta delle scimmie, che ritrae delle forze dell’ordine che per mantenere lo status quo colpiscono i giovani ribelli con gli idranti: quello sì che ha cambiato tutte le carte in tavola.

Esattamente come la “fantascienza sociale e metaforica” poteva godere di un trattamento di favore nel mondo editoriale, così creare un film ambientato nel futuro ma che in realtà sia chiaro a tutti nasconda una tagliente critica contemporanea è la mossa giusta per vedere aprirsi le porte della grande distribuzione, quella che fa incassare le grandi cifre che permettono di mettere in cantiere altri film dispendiosi.

Un giovane cineasta che non era riuscito ad arruolarsi per il Vietnam deve aver guardato con curiosità a questo fenomeno, e dev’essersi detto: anch’io ho un film di fantascienza sociale in tasca! Proprio mentre uscivano i due grandi film citati, il giovane studente si vedeva premiato un film girato per compito mentre frequentava l’Università del Sud California: perché non trasformarlo in un film vero? Il giovane studente venticinquenne di nome George Lucas insieme a un suo collega e amico di qualche anno più grande, un certo Francis Ford Coppola, fonda una casa e trasforma un film studentesco in un film cinematografico dal titolo L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138, marzo 1971), distribuito da Warner lo stesso mese in cui la Universal presenta Andromeda (marzo 1971) dal romanzo di Michael Crichton. La diga è aperta, e chiunque abbia una scottante tematica sociale, una metafora, un monito per il futuro o una critica tagliente ha campo libero.

Intanto la Warner Bros aveva già capito dove stava tirando il vento e nel 1969 (ci rivela il “Daily Variety” del 23 gennaio 1970) acquista da Robert L. Lippert i diritti cinematografici di un suo film del 1964, recupera poi Charlton Heston dal pianeta delle scimmie e nell’agosto del 1971 presenta 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man), che socializza all’eccesso – e forse rende troppo legati al momento presente – temi squisitamente fanta-horror del romanzo Io sono leggenda (1954) di Richard Matheson. La Universal risponde chiamando Douglas Trumbull, fra i migliori tecnici di effetti speciali dell’epoca e coinvolto in 2001, affidandogli 2002: la seconda odissea (Silent Running, marzo 1972), mentre stavolta Heston è chiamato dalla MGM per 2022: i sopravvissuti (Soylent Green, aprile 1973), da un romanzo di Harry Harrison. La stessa MGM rilancia subito dopo con Il mondo dei robot (Westworld, agosto 1973), in cui dà mano libera a Michael Crichton, e poi toccherà alla United Artists con Rollerball (1975).

Mentre Woody Allen prende in giro questa moda del momento con Il dormiglione (Sleeper, 1973), pieno di anti-denuncia sociale e parodie di “metaforoni”, la MGM instancabile prosegue con La fuga di Logan (1976) dei giovani William F. Nolan e George Clayton Johnson, e al gioco delle grandi case partecipa anche il piccolo ma già mitico Roger Corman con l’altrettanto mitico Anno 2000. La corsa della morte (Death Race, 1975).

Tutti questi film, nati grazie al successo di 2001 ma forgiati su Il pianeta delle scimmie, si possono guardare fingendo si tratti di opere di fantascienza, ma non lo sono: sono opere di stringente attualità e di forte denuncia sociale, di messa in guardia su certi comportamenti considerati aberranti, di critica verso alcune piaghe della società (santoni, figli dei fiori, moti studenteschi, ecc.) e in genere grandi “metaforoni” che nascono dall’alto, essendo prodotti o distribuiti da grandi major. Al fianco di questi grandi titoli c’è un nugolo di piccoli film molto più fantascientifici che però non conosce né dignità né grande distribuzione, e nel migliore dei casi verranno riscoperti e rivalutati decenni dopo.

Mentre tutti si sforzano di inserire profonda denuncia sociale e forti temi politici, il nostro George Lucas gira con sotto braccio qualcosa che di sociale e politico non ha proprio niente: è il progetto del primo film di fantascienza di serie A ad alto budget (per l’epoca) creato esclusivamente per il puro divertimento degli spettatori, e ovviamente nessuna casa vuole dargli soldi. Dove sono i “metaforoni”? Dov’è la messa in guardia contro comportamenti socialmente biasimevoli? Addirittura i giovani ribelli sono i buoni: ma stiamo scherzando? Servirebbe un pazzo visionario per finanziare un film del genere, e finalmente Lucas lo trova: si chiama Alan Ladd jr. ed è un pezzo grosso della Fox. Nessuno degli altri produttori della grande major crede nel progetto, ma Ladd caccia diecimila dollari ed opziona Star Wars.

Il “Los Angeles Times” del 1973 ci spiega il passaggio di Lucas dalla Universal per cui ha girato American Graffiti (1973), casa che gli dava due spicci, alla 20th Century Fox proprio mentre sta scrivendo «una combinazione di 2001, i film di James Bond e Lawrence d’Arabia»: curioso non citi La fortezza nascosta (1958) di Kurosawa, di cui il film è la fedele trasposizione fantascientifica. In un mondo di critica sociale, Lucas sta lavorando ad un’opera di puro gusto fantastico, come le storie che i lettori amano da inizio Novecento ma in segreto, perché sono letture disdicevoli.

Quando il “Los Angeles Times” del 30 gennaio 1977 chiede a Peter Hyams se il film a cui sta lavorando per la Warner Bros – Capricorn One, che uscirà nel giugno 1978 – sia di fantascienza, il regista e sceneggiatore nega fermamente, indignato, quasi gli fosse stato rivolto un insulto. Il film, specifica Hyams, è un thriller che verte sul controllo che il Governo e i media, in particolare la televisione, impone sull’informazione così da manipolare l’immaginario collettivo. Insomma, è una storia che si svolge nel futuro, sì, ma sia chiaro che è una critica sociale con tanto di “metaforone”. Cinque mesi dopo l’intervista esce Guerre stellari nei cinema americani, e ora – e per sempre – la parola “fantascienza” non è più un’offesa da cui gli autori debbano difendersi.

Saltiamo indietro di un anno, al luglio 1976 quando ancora Lucas sta girando con difficoltà il suo film: due amici e colleghi, Walter Hill e David Giler, si telefonano e si dicono che in effetti quella sceneggiatura che è stata passata loro da un amico fa davvero schifo, ma c’è del potenziale. Il film Alien potrebbe anche essere un successo. Il mese dopo Alan Ladd jr., un amico di Hill, diventa capo della divisione film della Fox e riceve la proposta di produrre Alien: la Fox ha già rifiutato prima quella terribile sceneggiatura, ma Ladd sta portando una ventata di novità alla casa e sebbene non sappia ancora come andrà Guerre stellari lo stesso concede il via libera alla lavorazione del film. Nel maggio 1977 di Guerre stellari ha la soddisfazione di dimostrare a tutti che aveva visto giusto, e nel giugno 1979 di Alien dimostra doppiamente che il sistema funziona: la fantascienza senza critica sociale né “metaforoni” al cinema funziona. Sei mesi dopo la Paramount presenta Star Trek. Il film e la Disney presenta The Black Hole. Ma Ladd è già altrove.

Ladd se ne va a piantare il suo alberello

Mentre il futuro procede a tamburo battente, con la scadenza contrattuale dell’ottobre 1979 Ladd ed altri dirigenti delusi della Fox decidono che è il momento di mettersi in proprio, fondando la casa produttrice The Ladd Company, che lavora per la Warner Bros. Intervistato da Kerry O’Quinn per “Starlog” (n. 55, febbraio 1982), Ladd afferma di aver mollato la Fox perché non era d’accordo con la filosofia della casa: «non puoi gestire un’industria cinematografica così come gestisci qualsiasi altra industria, con grafici e statistiche. Devi dare a persone creative delle libertà che non daresti se fossero in una catena di montaggio. Ecco perché ho lasciato». Anche qui l’esempio dei due grandi successi di Ladd conta, perché Guerre stellari ed Alien devono grandissima parte del loro successo al coinvolgimento (e alla grande libertà d’azione) di creativi fuori dall’ordinario, con una visione personale ma capace di parlare all’universale. Persone del tutto diverse da Peter Hyams.

Il primo progetto della Ladd Company è Atmosfera zero, che nella citata intervista Ladd definisce immediatamente «un western nello spazio», tanto per chiarire che era questo lo spirito sin dall’inizio, così come afferma: «sentivo che Hyams poteva gestirlo bene a livello tecnico». Tecnico? Che fine ha fatto l’aspetto “creativo”? Il film al botteghino va bene ma non bene come sperato: le spese sono coperte ma certo non ottiene quel successo che ci si aspettava. Le parole con cui Ladd spiega la sua “delusione” le trovo straordinariamente illuminanti:

«Avevo sperato sarebbe entrato nella “Categoria Alien“, in quanto a guadagni, ma ne è rimasto fuori. Non avrei mai sognato potesse arrivare ai risultati di Guerre stellari, ma avevo sperato che almeno potesse essere un Alien. Così non è stato.»

Nel 1979 dunque esistono solo due grandi film di serie A di genere fantastico “puro”, entrambi prodotti grazie ad Alan Ladd, entrambi enormi successi di botteghino. Quando Ladd si mette in proprio, la scelta è obbligata: deve tentare la sorte con un film di genere fantastico “puro”, senza critica sociale né “metaforoni”. La Ladd Company è appena nata, non ha i mezzi per rifare Guerre stellari… ma per rifare Alien sì. Non nella trama, ma nello stile.


Questione di stile

Quanti film iniziano con un’inquadratura dello spazio in cui man mano il titolo si forma mentre in sovrimpressione appaiono i nomi dei protagonisti, con Jerry Goldsmith che accompagna il tutto con una musica cupa? E in quanti la scena successiva mostra  strutture minerarie nella semi-oscurità con scritte in sovrimpressione che le illustrano? Potrei andare avanti, ma la risposta è sempre la stessa: Alien e Atmosfera Zero.

Goldsmith era confuso, forse non ha capito che erano due film diversi…

Intervistato da “Starburst” (n. 23, luglio 1980), il costumista londinese John Mollo ricorda di quando per le tute spaziali di Alien Ridley Scott gli ha mostrato un libro di armature giapponesi, e di come alla fine si sia trovata una soluzione di mezzo: il problema però, com’è noto, è che quelle tute sono state una vera tortura per i poveri attori costretti ad indossarle.

«Quei caschi erano fatti in fibra di vetro, surriscaldavano le teste ed erano molto pesanti. Abbiamo imparato dai nostri errori, e i caschi di Atmosfera Zero sono in plastica leggera. L’equipaggio della Nostromo vestiva in modo piuttosto rilassato e sporco, come la gente nella città mineraria di Atmosfera Zero, che è una sorta di western spaziale e sono tutti vestiti un po’ come se lavorassero su una piattaforma petrolifera.»

Stavolta pare che gli attori potessero respirare

Nelle parole di Mollo è già presente un collegamento forte tra i due film, dal punto di vista dei costumi, collegamento assente con Guerre stellari malgrado i suoi costumi siano sempre opera di Mollo. E tutti e tre questi film condividono… la passione per i berretti!

Visto al cinema nel 1979 il cappello indossato da Richard Dean Stanton in Alien, con lo stemma della Nostromo disegnato da Ron Cobb, un gruppo di giovani imprenditori è andato a bussare alla 20th Century Fox con una strana richiesta: possono replicare i cappelli del film per venderli ai fan? È la prima volta che quel mercato pubblicitario viene esplorato e la Fox acconsente a dare la licenza: il successo è tale che ogni grande nome di Hollywood viene visto girare con un cappello “personalizzato” targato The Thinking Cap. Il passo successivo sono i film di Lucas e Spielberg, e al momento di girare Atmosfera Zero le quotazioni della casa sono così alte che le viene chiesto di produrre i cappelli con stemma per le riprese. Dai prodotti pubblicitari che replicano quelli filmici, la Thinking Cap passa direttamente a creare oggetti di scena, per la precisione i cappelli con il logo della compagnia Con-Am che portano tutti gli attori.

Il catalogo The Thinking Cap nel 1981

Uno dei loro cappelli più apprezzati è quello portato dai personaggi di Guerre Stellari, con gli stemmi disegnati da John Mollo, quindi quest’ultimo non ha problemi a lavorare con loro per creare i cappelli con stemmi di Atmosfera Zero.

Potremmo dire che all’epoca andava di moda usare cappelli con stemmi nei film, e che quindi non ci sia niente di strano trovarne nei due titoli in questione: non è una coincidenza, è un’usanza. Peccato però che gli altri “film con cappelli e toppe sulla divisa” non si possano accostare gli uni agli altri, essendo girati tutti con stili unici e personali… tranne due!

Alien e Atmosfera zero condividono un numero impressionante di trovate visive – illustrate dal video di Alien Theory – che non possono essere coincidenze: sono dunque scelte volute?


Coincidenze volute?

Il giornalista Alan Brender di “Starlog” (n. 45, aprile 1981) pone la domanda al regista in modo chiaro: «L’aspetto minerario di Alien ti ha influenzato nello sviluppare la compagnia mineraria di Atmosfera zero?» La risposta del regista-sceneggiatore Peter Hyams è altrettanto chiara:

«No, non sono stato influenzato per niente da Alien. Di sicuro ho ammirato la sua lavorazione, ma questo è un film molto diverso. Alien non si focalizza sui personaggi, mentre questo è un film su un gruppo di persone in cui credo che il pubblico vedrà cose che di solito non si trovano al cinema.»

Vero, non c’è alcun tipo di somiglianza tra i due film…

Hyams spiega che ha voluto per il suo film un futuro credibile (believable): «Spero che quando la gente vedrà Atmosfera zero penserà che non è solo qualcosa di fattibile, ma anche di probabile. Sento che è così che andrà il futuro.» Questo il grande problema di Hyams, che non ha capito come all’epoca nessuno volesse un futuro credibile ma fantastico.

Sì sì, è chiaro che i due film non hanno alcuna somiglianza…

Nessuno degli interessati dunque ammette qualsiasi legame con Alien, eppure nessun film dell’epoca mostra il futuro in modo così identico come questi due titoli: in quanti film il protagonista, in tuta azzurra con varie toppe addosso, superata metà della vicenda consulta il computer per avere preziosi indizi, scritti su schermo a cristalli liquidi?

No no, non riesco a vedere alcuna somiglianza tra i due film…

Nel 1985 James Cameron attingerà a piene mani da Atmosfera zero, sia per la grafica del titolo che riutilizzando le tute spaziali (come rivela lui stesso nell’audio-documentario all’edizione estesa del 2003), ma soprattutto riusando l’idea dell’elenco di nomi a cristalli liquidi che scorre a tutto schermo: nel film di Hyams è l’elenco passeggeri tra cui si nascondono gli assassini, in Aliens è l’elenco passeggeri della Sulaco. Eppure i due film non hanno alcuno stile in comune, sono profondamente diversi. Mentre basta guardare il video di Alien Theory con AlienAtmosfera zero affiancati per rimanere a bocca aperta.

Non c’è assolutamente alcuna somiglianza tra i due film…

Non credo che Alan Ladd jr. abbia detto agli artisti ingaggiati “Rifate Alien“, ma è chiaro che per il primo progetto della sua nuova casa produttrice aveva disperatamente bisogno di un successo sicuro, e visto che non poteva permettersi Guerre stellari l’unico altro suo successo era Alien. Visto che Peter Hyams era un “tecnico”, non un artista visionario come Ridley Scott, è abbastanza facile che l’abbia convinto a replicare un certo modo di fare “fantascienza d’intrattenimento”, sfruttando idee, concetti e stili che avevano già funzionato, anche se l’avevano fatto quand’erano una novità e quand’erano fusi in una visione geniale come quella di Scott del 1979.

Impossibile scorgere anche solo una vaga somiglianza tra le due pellicole…

Nessuna delle astronavi degli anni Settanta atterra come si vede in Atmosfera zero, nessuna ricerca per corridoi bui avviene come ritratto nel film di Hyams, non ci sono TAC né ricerche “mute” su un computer dallo schermo a cristalli liquidi, non ci sono pavimenti e pareti ritratti in quel modo e non c’è quel tipo di fotografia: sono tutti elementi che posseggono solo AlienAtmosfera zero. Il primo è originale… il secondo prova a replicare il successo, non riuscendoci del tutto.

L.

– Ultime indagini:

8 pensieri su “Atmosfera Alien: la versione etrusca

  1. Bellissima analisi e concordo anche sul risultato, ma resta il fatto che “Atmosfera Zero” è più “Alien” di molti seguiti ufficiali di “Alien” 😉 Nel frattempo mi recupererò anche gli altri post a tema che mi sono perso in questi giorni, in ogni caso gran inizia di settimana con questo post! Cheers

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    • Rivedere “Atmosfera zero” badando ai particolari è un’esperienza… aliena ^_^
      Hyams può dichiarare quello che vuole, non c’è una sola inquadratura che non gridi “Alien” da tutti i pizzi, sia per la scenografia che per la fotografia che per gli oggetti di scena. Mi immagino Alan Ladd che tormentava il regista: “Usa questi tubi, che fanno atmosfera”, senza dirgli che erano i gli stessi tubi dal set della Nostromo 😀

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    • Posso capire che all’epoca Hyams volesse rendere chiaro l’indipendenza del suo film, ma lui parlava della trama mentre è palese che lo stile è lo stesso. Visto che nessun altro film dell’epoca l’ha ripreso, è davvero difficile pensare che sia un caso.

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      • Certamente Hyams si riferiva alla trama, visto che l’intento di indipendenza non avrebbe potuto reggere anche riguardo allo stile visivo (le immagini parlano decisamente da sole, direi). Del resto, per dirla alla Agatha Christie, “Una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze fanno un indizio, tre coincidenze fanno una prova” 😉

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      • Per quanto mi piaccia l’Hyams dell’epoca, non lo si può paragonare alla visionarietà del giovane Scott e alla cura delle scene anche a discapito della trama, quindi non trovo difficile da credere che Ladd, in cerca di un successo sicuro per avviare la sua casa, sia riuscito in qualche modo a spingere Hyams a “condire” la sua trama con trovate visive già sperimentate con successo.
        P.S.
        Occhio che non esiste alcuna prova che Agatha Christie abbia mai detto quella celebre frase, che tutti le attribuiscono: è un tipico pseudoepigrapha (falsamente attribuito) della Rete 😛

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      • Lo immaginavo, infatti sono volutamente rimasto sul vago NON attribuendola direttamente a lei (“per dirla alla Agatha Christie” è più sfumato di un perentorio “come HA DETTO Agatha Christie”) 😉

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