Storia dei fumetti alieni 4. Alieni contro Cacciatori

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte quarta)


Alieni contro Cacciatori

«Aliens vs Predator spalancò i cancelli, nel bene o nel male, al team-up dei cosiddetti indipendenti, così come a dozzine di scontri fra Dark Horse e DC», ricorda il fondatore Mike Richardson a “Previews” nel 2016.

Cover di Chris Warner

Già dal novembre 1988, con ancora in corso la prima saga di Aliens, la Dark Horse inizia a presentare brevi storie aliene sulla sua rivista “Dark Horse Presents”, un mensile dedicato ad “assaggi” inediti dei fumetti della casa, con storie anche solo di poche pagine che però servono a stuzzicare l’appetito dei lettori. L’anno successivo, sempre di novembre, dopo il successo della saga a fumetti di Predator è il momento dell’idea dell’anno, se non del secolo. A parte qualche vecchio film, il concetto di versus ancora non è utilizzato quando la Dark Horse inventa Aliens versus Predator. Questa terminologia pugilistica non è così nota come oggi, ampiamente sdoganata da decine di fumetti: personaggi di una stessa casa si erano sempre incontrati, ma appunto erano “incontri”, meet-up, e nei casi in cui si scontravano non si usava versus. Dal 1990 tutto cambia: a febbraio il numero 36 di “Dark Horse Presents” sfoggia il titolo Aliens vs Predator e a marzo esce al cinema Joe versus The Volcano con Tom Hanks. Sicuramente una coincidenza, ma mi piace pensare che la Warner Bros avesse sentito nell’aria che il versus stava prendendo piede…

Esiste un’unica edizione italiana, datata 1992,
del fumetto che ha inventato un intero genere

 

Il 28 settembre 1989 il gigante giapponese dell’elettronica Sony acquista il gruppo americano Columbia, scatenando un terremoto mediatico: nella narrativa americana esplode l’idea dell’invasione giapponese e sembrano avverarsi quegli scenari apocalittici che la narrativa fantascientifica anglofona aveva immaginato negli anni Ottanta, con i loro futuri pieni di occhi a mandorla. Non stupisce quindi che nell’universo alieno, dov’era già presente quel nome giapponesizzante “Yutani”, entri di prepotenza la figura di una dirigente fredda e determinata, discendente di una nobile famiglia giapponese: Machiko Noguchi, uno dei più grandi personaggi della narrativa aliena, troppo poco considerata dopo gli anni Novanta.

Machiko e il suo look futuristico anni ‘Novanta. (Disegni di Phill Norwood).
Da sinistra: uscita originale (giugno 1990), italiana (1992) e Omnibus (maggio 2007)

Per il fumetto scende in campo addirittura Randy Stradley, una delle colonne portanti della Dark Horse, il quale non vuole limitarsi a “giocare” con i personaggi alieni, a scrivere di mostri che fanno a botte come fosse un vecchio film di Godzilla, così decide di osare: il “bello” del Predator è che segue un codice morale come fosse un guerriero samurai, quindi perché non farlo stringere un’alleanza inter-specie con un’umana che segue lo stesso codice? Ma non basta, perché i tre protagonisti della saga sono in fondo degli assassini: gli alieni uccidono per istinto, i Predator per rito sociale e gli umani per soldi. Chi è il “buono” della storia? Ovviamente nessuno, così nasce l’idea della rinuncia all’umanità: Machiko non è nata per stare fra gli umani, bensì fra i cacciatori, e quando torneranno lei si unirà a loro. Un’idea che, come vedremo, creerà parecchia confusione.

Il finale copiato male da Paul W.S. Anderson per il suo Alien vs Predator (2004)

Intanto però a questo punto l’azione si divide su più fronti. Siamo nel giugno del 1990 e come detto esce il primo numero di Aliens vs Predator, ma qualcosa si è mosso alla Fox. Walter Hill ha apprezzato il film australiano Navigator: un’odissea nel tempo (1988) – da non confondersi con l’americano Navigator (1986) – e chiama il regista e sceneggiatore di quell’opera, Vincent Ward, per vedere se può tirar fuori qualcosa dalla sceneggiatura di David Twohy. Malgrado in seguito dirà che non gli piaceva il soggetto del predecessore, Ward prende il pianeta-prigione di Twohy e lo trasforma in un molto simile pianeta-monastero, una struttura artificiale priva di tecnologia dove gli uomini del futuro vanno a rifugiarsi per sfuggire alla “perdizione” del secolo: qui naufraga Ripley, espulsa dalla Sulaco, e viene aiutata da un monaco locale contro l’alieno, che è arrivato a bordo dalla stessa navetta di Ripley.

Viincent Ward intervistato nel 2003

Hill e i suoi storcono la bocca, è una trovata un po’ estrema, ma alla fine accettano e la Fox li segue a ruota, chiamando John Fasano a lavorare con Ward per trasformare il soggetto in sceneggiatura: di fatto, quella di Fasano è la migliore fra le sceneggiature rigettate di Alien III, purtroppo molto diversa da quella portata sullo schermo, anche se gli somiglia. (Potete leggerla tradotta da me nel blog.)

C’è però un piccolo problema. Fasano e Ward sono assolutamente convinti di star lavorando al quarto film della saga, perché nessuno ha abrogato la “regola aurea” imposta tempo prima: solamente nel quarto titolo tornerà Ripley. E allo stesso tempo Twohy sta limando la sua sceneggiatura… perché non sa che la casa sta assumendo altri sceneggiatori. Quando però riceve una telefonata dal “Los Angeles Times” in cui un giornalista gli chiede «Cos’è questa storia della gara a scrivere Alien 3?», lo sceneggiatore ha un sospetto: che la Fox lo stia fregando? Malgrado la casa lo tranquillizzi, mentendo, Twohy consegna la sua sceneggiatura del pianeta-prigione… e di fatto non riceverà mai altra comunicazione dalla casa. Quando nel 1992 racconterà questa storia alla rivista “Première”, avrà comprensibilmente parole di fuoco per l’industria cinematografica. Anni dopo Twohy avrà il suo riscatto, scrivendo una pagina importante della fantascienza con il suo Pitch Black e il suo protagonista Riddick.

Tra equivoci e sotterfugi, nel minestrone delle sceneggiature per il terzo film solo una cosa è chiara: torna Ripley. Di punto in bianco il personaggio può essere citato… anche a fumetti. E qui si apre un altro fronte dell’azione del 1990: la salvezza della Terra.


Ripley salva la Terra

Qualunque sia stato il motivo per cui la Fox ha vietato alla Dark Horse di utilizzare il personaggio di Ripley, decade almeno dal 1989, anno in cui è sicura la partecipazione di Sigourney Weaver al terzo film, malgrado gli accordi precedenti. Questo permette a Mark Verheiden un aggiustamento di rotta: Newt ed Hicks si ritrovano a vagare nello spazio, costretti ad abbandonare la Terra nelle mani aliene, e servirebbe proprio qualcuno che guidi la rivolta umana per riprendersi la propria casa. Servirebbe proprio Ripley… e Ripley torna.

Denis Beauvais ritrae la Ripley più Ripley di sempre

Nel maggio del 1990 l’ultimo numero di Aliens: Book II mostra una vignetta che ha fatto storia, con la saga a fumetti che si chiude con Newt ed Hicks allibiti davanti ad una splendida Ripley armata di tutto punto. (L’immagine si rifà palesemente alla scena dell’ascensore in Aliens, dove Ripley si arma di fucile e lanciafiamme.) E dopo qualche pagina c’è la rubrica della posta dove Mike Richardson si sfoga contro il tema principale delle lettere ricevute: «Dov’è Ripley? Dov’è Ripley? Va bene, ora basta: leggete questo numero [del fumetto] e non chiedetelo mai più!»

Nel successivo giugno, mentre su un pianeta lontano Machiko Noguchi si ritrova in mezzo ad uno scontro fra Alien e Predator, su un’astronave Ripley e Newt si ritrovano, a più di dieci anni dagli eventi del film, ed organizzano la riconquista della Terra.

Purtroppo Aliens: Book III, ristampato in volume come Earth War, è l’episodio più zoppicante della trilogia di Verheiden e non mi sento di escludere una certa fretta nella scrittura: è come se appena giunta notizia che Sigourney Weaver sarebbe tornata al cinema tutti si siano sbrigati a far tornare Ripley, anche senza una storia corposa in cui calarla. Il tanto atteso confronto fra le due donne, il loro ritrovarsi dopo un decennio in cui non hanno saputo nulla l’una dell’altra si svolge in un paio di vignette, deludentissime se non addirittura frettolose. (Non aiutate da disegni che definire discutibili è riduttivo: Ripley e Newt sembrano due fruttivendole che litigano al mercato!) La storia non ha nulla dell’ispirazione dei precedenti due episodi, non ha respiro, non ha personaggi credibili, c’è solo una Ripley un po’ fuori di testa che guida dei rimasugli di Colonial Marines su un pianeta lontano dove “sente” vivere una Super-Regina, la quale sa comunicare con tutti gli alieni nell’universo. Il piano è catturarla, portarla sulla Terra, lasciare che la Super-Regina richiami tutti gli xenomorfi a sé e così si può liberare il pianeta con un colpo solo. Ripeto, è la parte meno ispirata del lavoro di Verheiden.

Sembra incredibile, ma queste sono Newt e Ripley…

Di sicuro la storia rispetta la direttiva Fox di usare soggetti che non potranno mai diventare film, ma la domanda è: perché Verheiden lancia il personaggio di Ripley in un’avventura che per forza di cose contrasterà con la saga filmica? Dobbiamo credere che lo scrittore fosse così sognatore da sperare che la Fox avrebbe comprato le sue storie a fumetti per portarle su schermo? Storie nate dichiaratamente come “infilmabili”? Impossibile, e l’esperienza con Predator 2 ci dimostra che nella mente di Verheiden c’era tutto tranne che Aliens: in quel 1990 alla Fox stava cercando di entrare come sceneggiatore di tutt’altre storie, quindi forse il terzo episodio della sua trilogia è un “addio col botto”.

Aliens: Earth War (1990): una delle rarissime apparizioni dell’arma a fumetti

Malgrado non ci siano testimonianze in merito, l’idea è che da un lato Mark Verheiden si volesse sbrigare a togliersi di mezzo l’universo alieno perché aveva altri personaggi e storie da far arrivare su grande schermo – e in generale voleva entrare nel cinema e nella TV, come poi farà – e dall’altro la Dark Horse si sia resa conto che i gravi problemi di lavorazione del terzo film non promettevano nulla di buono: era chiaro che la Fox stava per prendere una cantonata memorabile, ma rimaneva pur sempre una delle più grandi major in circolazione, il che voleva dire una campagna pubblicitaria impensabile per altri. Una campagna che avrebbe portato molta attenzione su qualsiasi prodotto alieno in circolazione: fumetti compresi. E se i fumetti cominciassero a creare quei mondi a cui il cinema non era palesemente interessato? (Né, si è visto, capace di realizzare.) E se in mancanza di una mano ferma alla regia della saga filmica… i fumetti prendessero controllo dell’universo alieno?

Dopo Aliens: Book III il mondo alieno si ferma per un anno: non è una interruzione… è una rincorsa.

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

8 pensieri su “Storia dei fumetti alieni 4. Alieni contro Cacciatori

  1. Appassionante. Il tuo racconto è appassionante ed è il più grande complimento che mi sento di fare, al di là della tua consueta competenza. Ma la competenza senza passione avrebbe generato una puntuale ma asettica cronologia. Bravo! E grazie perché così metto ordine ai fumetti da leggere 😜

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    • Ti ringrazio, e la passione aliena non mi lascia mai ^_^ Pur avendo vissuto in diretta questi avvenimenti, metterli in ordine aiuta moltissimo ad avere una visione più completa del fenomeno, che all’epoca non potevo avere 😉
      Leggere i fumetti alieni nell’ordine della loro uscita sarebbe il modo migliore per apprezzare la nascita del primo grande universo Dark Horse (sempre sia lodato), con circa dieci anni di storie legate e con personaggi splendidi: purtroppo la devastante distribuzione italiana – a cui dedicherò un viaggio a sé – lo rende impossibile, almeno in lingua italiana.

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      • Non ho problemi con l’inglese e spingo i miei piccoli a imparare questa lingua perché aiuta a essere liberi. Ho imparato dalla mia esperienza che per quanto i traduttori siano bravi, editori e distributori possono creare ostacoli alla fruizione nella nostra lingua. Senza poi contare che le sfumature della lingua inglese restituiscono un’esperienza differente che attraverso l’inevitabile filtro della traduzione. Non sopporto chi si preclude un contenuto solo perché pretende che sia tradotto in italiano. Aprite la mente santiddio!

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      • Perfettamente d’accordo, infatti è proprio grazie alla voglia di leggere fumetti alieni che ho iniziato ad esercitarmi, all’epoca, e proprio per leggere i romanzi alieni sono passato dai fumetti ai libri. Grazie al totale disinteresse dell’editoria italiana (magari il problema fosse la traduzione discutibile!) tutto ciò che amo lo devo leggere in originale, perché non arriverà mai in Italia. Anche perché non amo le supertutine, e qui si traducono solo le supertutine: non ho speranza 😀

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  2. Sì, anche riletto oggi “Aliens: Book III” rimane l’episodio più zoppicante, pur conservando un certo fascino. Fascino NON dovuto ai disegni di Sam Kieth: se solo si fossero tenuti ben stretti Beauvais, e a maggior ragione visto che il reincontro Newt/Hicks/Ripley l’aveva graficamente tenuto a battezzo lui…

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    • La delusione che provai da ragazzo è stata immensa: un’intera estate a sognare l’incontro fra Newt e Ripley, e cosa ti trovo? Mezza pagina a risolvere un conflitto decennale, disegnato per di più in maniera inguardabile. Che profonda delusione.

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    • Nel 1992 ha bruciato i miei occhi nella sua bellezza, ed è davvero un peccato che non sia mai stato ristampato in italia, dove il fenomeno AVP è del tutto ignoto, visto che credono sia nato nel 2004!
      E’ un peccato che la saldaPress abbia pubblicato uno dei seguiti della vicenda ma non gli episodi precedenti.

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