Storia dei fumetti alieni 3. Nascita dell’universo

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte terza)


Aliens:
il seguito apocrifo

«Quello che volevo fare era esplorare un futuro distopico ma ad alta tecnologia, dove la religione e il commercio si scontravano con le creature aliene, con gli sfortunati protagonisti presi nel mezzo. Non era difficile immaginare che le esperienze di Newt su LV-426 le avessero lasciato dei problemi psichiatrici, o che Hicks, con mezza faccia bruciata dal sangue alieno, sarebbe diventato un paria in mezzo ai suoi amici soldati. Ero inoltre intrigato dagli androidi dei due film, Ash e Bishop, e sentivo che c’era ancora molto da dire sulla vita artificiale senziente.»

Così nel 2016 Mark Verheiden ricorda quando nel 1987 si è cimentato a scrivere un seguito del film Aliens di James Cameron. (La traduzione è mia: quando ho presentato il testo originale nel mio blog la saldaPress non aveva ancora portato in Italia il volume in questione, con la traduzione di Andrea Toscani.)

Le tre edizioni italiane
del primo fumetto alieno originale

PlayPress 1991 ~ Comma22 2013 ~ saldaPress 2016

 

Che nel fumetto Aliens – in seguito ribattezzato Aliens: Book I e poi ancora Outbreak– l’autore ci abbia messo tutto se stesso lo si può comprendere da un fatto avvenuto molti anni dopo, quando nei primi Duemila Verheiden è co-produttore, consulente per la sceneggiatura e spesso sceneggiatore in prima persona della serie televisiva Battlestar Galactica, rielaborazione e rilancio dell’omonima serie degli anni Settanta. Nelle quattro stagioni della fortunata serie ritroviamo tutto Aliens.

La Terra invasa da alieni che costringono gli umani a fuggire nello spazio a bordo di astronavi; il senso di colpa del sopravvissuto unito all’avere sulle proprie spalle la responsabilità di un’intera razza; l’interrogarsi su cosa voglia dire essere umano; il rapporto tra l’uomo e l’androide; il santone che vede nell’alieno un nuovo dio con cui fondare un suo culto personale; i militari che si arrogano il diritto di decidere per tutti; gli esperimenti squinternati; le “visioni di Terra lontana” (per dirla alla Arthur C. Clarke); la lotta per riconquistare il proprio pianeta, e tanto, tanto altro: tutto questo accomuna il fumetto Aliens alla serie TV Battlestar Galactica. Con le dovute proporzioni, mi piace pensare alla televisiva Kara “Scorpion” Thrace (Katee Sackhoff) come ad una Newt riveduta per il nuovo millennio.

Cover di Mark A. Nelson

Durante la lavorazione, la Dark Horse supporta Verheiden in tutto e la Fox è molto permissiva: nel luglio del 1988 esce il primo numero di una saga a fumetti in sei parti, disegnata con un ricco bianco e nero da Mark A. Nelson, e il successo è istantaneo. Ambientato circa dieci anni dopo gli eventi del secondo film, vediamo una Newt ragazza che passa da un manicomio all’altro e nessuno che creda alle sue storie di alieni che fuoriescono dai petti delle loro vittime. Intanto Hicks con il volto sfregiato non se la passa meglio e combatte con i suoi demoni. Quando la Compagnia organizza una missione sul pianeta-madre alieno per i vari suoi intrallazzi politico-economico-militari, Hicks decide che è il momento di affrontare le proprie paure per tornare a vivere: e ovviamente fa di tutto per portarsi dietro Newt. Tradimenti, avventure, uomini sintetici e “piloti” – cioè quel personaggio disgraziato che nel 2012 Ridley Scott ha trasformato in “ingegnere” – condiscono una delle migliori storie dell’universo alieno, dal successo tale che viene messo in cantiere un seguito.

Hicks e Newt incontrano un Pilota… prima che Ridley Scott lo rendesse “ingegnere”

Il successo di pubblico è immediato e soverchiante, catapultando la Dark Horse sotto l’occhio attento di un numero decisamente maggiore di lettori di fumetti, che inondano la redazione di lettere di apprezzamento: tutti hanno Alien nel cuore e finalmente possono leggerne un’altra storia senza aspettare un nuovo film. L’unico difetto dell’opera di Verheiden? La mancanza di Ripley.

Cover di Mark A. Nelson

«Tutti vogliono sapere di Ripley e del perché non sia presenta nella storia, vero? Be’, amici, tutto ciò che posso dire è di mettervi comodi e cercate di rilassarvi: tutto sarà rivelato a tempo dovuto.»

Queste parole sibilline di Randy Stradley scritte nella rubrica della posta del quarto numero di “Aliens” lasciano intuire che nel marzo 1989 della sua pubblicazione qualcosa era già cambiato e c’era speranza in un futuro in cui Ripley sarebbe tornata. Cosa stava succedendo dall’altra parte della barricata?

Proprio mentre esce il fumetto Dark Horse, la Fox ingaggia Eric Red (l’apprezzato sceneggiatore di film come The Hitcher e Il buio si avvicina, ma anche del mio mito personale Le strade della paura) per lavorare fianco a fianco con il regista Renny Harlin (il cui Nightmare 4 esce nell’agosto di quel 1988) e salvare una situazione disperata: da un anno si stanno spendendo soldi e di Alien III non esiste ancora neanche il soggetto. Dimenticati i “comunisti spaziali” di Hill/Giler e gettata via la sceneggiatura di William Gibson, Red punta tutto sull’idea che ci sia bisogno di un alieno nuovo – malgrado molti fan siano convinti che gli sceneggiatori sono fedeli ad un fantomatico ed inesistente “canone”! – e quindi scrive una sceneggiatura sui militari del futuro che fanno esperimenti genetici sugli xenomorfi, creando alieni-gatto, alieni-cane, alieni-pollo e via dicendo. L’idea finale è una fusione del DNA degli xenomorfi con il metallo:

«Signori, capite cosa abbiamo qui? Comprendete il potenziale che abbiamo a disposizione? Immaginate un jet alieno… vivo! O un carro armato organico…»
(Mia traduzione di un passaggio della sceneggiatura completa di Red)

Appena letto il copione ultimato, nel gennaio 1989, Renny Harlin raccoglie le sue cose e abbandona la produzione (almeno stando a quanto raccontano Walter Hill e i suoi colleghi produttori), passando a lavorare a Die Hard 2, le cui riprese inizieranno nel novembre di quell’anno.

La palla passa allo sceneggiatore David Twohy, chiamato a cercare di salvare una situazione disperata, e per la prima volta viene prodotta un’ottima sceneggiatura. (Che potete leggere tradotta da me.) Twohy immagina un pianeta-prigione in cui i detenuti ogni tanto spariscano, semplicemente perché gli esperimenti segreti con gli alieni che lì vengono condotti hanno bisogno di cavie umane. I criminali protagonisti dovranno cooperare fra loro per evadere e allo stesso tempo salvarsi dagli xenomorfi. Ottimi personaggi e un’ottima sceneggiatura, e infatti finisce sul tavolo del nuovo direttore della Fox, appena assunto: Joe Roth, che rimarrà dal 1989 al 1993, giusto il tempo di venir sommerso dal disastro di Alien III. «Questo è un grande copione», ci viene raccontato abbia detto Roth, «ma non voglio fare un film senza Sigourney.» Quando la situazione stava per sbloccarsi, dunque, tutto si arena di nuovo.

Edizione italiana saldaPress
(dicembre 2017)

Mentre Walter Hill e compagni vanno a convincere Sigourney Weaver a tornare nel terzo film, proprio nel momento in cui l’attrice si sta gustando il successo del suo ruolo protagonista in Gorilla nella nebbia, del suo piccolo ruolo nel premiato film di successo Una donna in carriera e della sua inutile parte nel clamoroso flop di Ghostbusters II, intanto Verheiden ad agosto del 1989 presenta Aliens: Book II. Abbandonata la Terra nelle mani degli xenomorfi, gli umani si sono dispersi nello spazio e Newt ed Hicks finiscono su un asteroide dove un militare folle sta portando avanti esperimenti per addomesticare gli xenomorfi e renderli soldati perfetti: le cose non potranno che andare male.

Un’idea che il cinema scopiazzerà nel 1997…

Ormai Sigourney ha capitolato, l’altissimo compenso scucito alla Fox e la qualifica di produttrice cambia tutte le carte in tavola: qualsiasi sia stato il motivo per cui dal 1986 non appariva più Ripley armata, ora è ufficialmente decaduto. Alla Dark Horse Comics dev’essere arrivata una telefonata che aspettavano da parecchio: luce verde. Ripley può tornare. E il 1° marzo 1990, all’ultima pagina dell’ultimo numero di Aliens: Book II l’universo alieno esplode: Ripley è tornata… e promette battaglia!

Avevo 17 anni quell’estate, quando girai pagina… e Ripley mi fece fermare il cuore.

Denis Beauvais ritrae la Ripley più Ripley di sempre

L’altissima qualità artistica e narrativa di questi fumetti ripaga immediatamente la Dark Horse degli investimenti. Fiumi di lettere di fan sfegatati inondano la redazione e in appendice al quarto numero di Aliens. Book II viene pubblicata una foto dell’edizione 1989 del San Diego Con: ritrae Mark Verheiden allo stand della Dark Horse… circondato da fan vestiti come Colonial Marines. È chiaro che tutti quelli che amano Alien non devono più rivolgersi al cinema, bensì ai fumetti.

San Diego 1989: Mark Verheiden (a destra) con tre Colonial Marines

«I fumetti di Aliens furono un successo incredibile, vendendo centomila copie e raggiungendo anche persone di solito non interessate ai fumetti», ricorda il fondatore della casa Mike Richardson, nella citata intervista del 2016, di questo periodo iniziale del franchise. E questo successo non può che far prendere alla casa un’altra ispirata decisione: è il momento… di andare a caccia!


Predator and the City

Il fenomeno di Predator è stato meno immediato di quello di Aliens, è più un processo cresciuto con il tempo: la Dark Horse ha puntato subito tantissimo su entrambi i personaggi, ma ci vorranno anni perché siano equiparati. In fondo nel 1989 Predator era un “neonato”, non aveva già dieci anni di notorietà come gli xenomorfi, e l’uscita di un secondo film fallimentare (rivalutato solo in seguito) in qualche modo lo sopprimerà nella culla. Se oggi Predator è un nome di grandissimo richiamo, lo si deve solo ed unicamente ai fumetti Dark Horse che sin dal 1989 hanno riempito le fumetterie con fiumi di storie originali, tenendo in vita e in salute quel personaggio che il cinema ha immediatamente dimenticato, per ricordarsene solo quando la crisi ha spinto le grandi case a cercare di rispolverare successi del passato.

Cover di Chris Warner

Acquistato il marchio Predator, la Dark Horse si ritrova lo stesso identico problema di Aliens: può usare tutto del primo film… tranne il protagonista! Di nuovo, non si sa se la scomparsa totale di Dutch – protagonista del film Predator (1987) di John McTiernan – sia dovuta ad espresso desiderio dell’attore Arnold Schwarzenegger, che per qualche motivo all’epoca ha voluto far sparire dalla circolazione il personaggio (nella sua autobiografia non ne fa alcun cenno), o ad altri motivi, ma sta di fatto che Verheiden deve di nuovo inventarsi un seguito plausibile ed appassionante senza il personaggio protagonista che tutti amano e ricordano: il guaio è che Dutch è l’unico superstite del film… chi si può far tornare? Lo scrittore decide di andare sul sicuro e così si inventa il fratello di Dutch, Schaefer, e la scelta successiva è al tempo stesso ardita ma anche scontata. Se ha appena fatto scendere gli alieni sulla Terra, con Aliens, può far sbarcare i Predator a New York! Il semplice titolo Predator viene ben presto cambiato in Predator: Concrete Jungle.

Si capisce che è il fratello di Dutch?

Per discutere la storia la Dark Horse organizza una “riunione creativa” al bar sotto l’ufficio, dove si siedono i “padri nobili” Randy Stradley (redattore) e Mike Richardson (presidente fondatore), lo sceneggiatore Mark Verheiden e il disegnatore scelto per questa occasione. Hanno pensato di proporre l’incarico ad un giovane che, per una coincidenza, è cresciuto proprio in quel quartiere e da ragazzino aveva rubato un albo di “Doc Savage” nella fumetteria che ora fa parte degli uffici della Dark Horse: sembra sia stato il destino a far entrare nel progetto Chris Warner, in seguito un maestro del fumetto d’azione. Tutto questo lo ricorda Warner stesso nel 2017, quando scrive l’introduzione alla ristampa della sua prima storia di Predator: magari è tutto ammantato di nostalgia, ma è anche di questo che sono fatti i miti.

Primissimo Predator a fumetti, firmato Chris Warner, usato come lancio pubblicitario

I Predator sono alieni cacciatori che scendono nei posti più “caldi” della Terra per il loro big game, espressione americana che potremmo tradurre con “caccia grossa”. (Curiosamente la lingua italiana è totalmente priva di termini venatori, malgrado la caccia esista anche nella nostra storia culturale, quindi purtroppo gran parte della nomenclatura legata ai Predator – da Blooded Warrior a Young Blood – è intraducibile in italiano.) Cosa c’è di più “caldo” della New York di fine anni Ottanta? Tra guerre di bande e criminali di ogni foggia, il Predator ha solo l’imbarazzo della scelta: l’unico che gli si oppone è Schaefer, il quale si rende conto che questi mostri possono essere il motivo della scomparsa di suo fratello, e segue la pista fin sul luogo dell’esplosione che chiude il primo film, senza purtroppo trovare indizi utili. Mentre uno stuolo di Predator si appresta a mettere a ferro e fuoco la Grande Mela, l’arrivo del primo temporale annuncia la fine dell’estate, e tutti se ne tornano alle proprie astronavi: ci vediamo la prossima stagione di caccia.

E anche quest’estate è andata…

Annunciato nel marzo 1989 ed uscito nel giugno successivo, la sceneggiatura di Verheiden per la testata “Predator” è minuziosa e piena di invenzioni, tanto che già all’uscita del primo numero lo scrittore riceve una telefonata: «Mi piace questo fumetto, vieni a parlarcene perché vorremmo usare lo spunto per il film Predator 2». A pronunciare queste parole, come racconterà Verheiden in un’intervista del 1994 alla rivista “Starlog”, è Joel Silver, potentissimo produttore della Fox, che infatti nel novembre 1990 fa uscire nei cinema il seguito del primo Predator, sempre prodotto da lui, con un risultato però ben al di sotto delle aspettative. Di fatto bloccando per molti anni a venire qualsiasi sviluppo del personaggio.

Giusto una “leggera” ispirazione…

Il flop del secondo film è colpa della storia? No, semplicemente perché Verheiden ha scritto un gioiellino che però non si può portare su schermo: Jim e John Thomas, gli autori del primo film, rimaneggiano malamente il soggetto, da New York vanno a Los Angeles e dal granitico Schaefer si passa al più “smilzo” detective nero Harrigan: tutta la ricerca del fratello Dutch e le indagini sul suo destino vengono spazzate via, così come gran parte delle buone idee del fumetto. Per esempio un confronto fisico fra Schaefer e il Predator, impossibile visto il fisico di Harrigan.

Neanche i Predator possono nulla contro i newyorkesi!

Quando la rivista “Starlog” chiede a Verheiden cosa ne pensi del fatto che la Fox abbia utilizzato palesemente una sua storia senza accreditarlo, di fatto plagiando gran parte del suo fumetto, l’autore la prende con molta filosofia. In realtà la Fox lo ha ricompensato in ben altri modi: ha accettato di prendere in considerazione alcune sue idee per dei film, e anche se poi sono tutti progetti evaporati nel nulla già solo l’averli vagliati è un premio.

È un momento in cui lo scrittore vuole entrare nel mondo delle sceneggiature cinematografiche e non sta bene accusare una casa di plagio, e al momento della citata intervista Verheiden ha due grandi film da sceneggiatore che promettono di fargli iniziare una grande carriera. Appena la rivista esce in edicola, però, la carriera di Mark è già crollata di parecchi piani. Il primo film, Timecop con Van Damme, non porta da nessuna parte (se non a una serie TV e a un seguito, entrambi dimenticabili), il secondo film, The Mask con Jim Carrey, porta fortuna solo all’attore protagonista. «Non posso negare una certa fitta quando ho visto Predator 2», confessa lo scrittore a fine intervista, «ma è stato solo quello, una semplice fitta e basta.»

Cover di Chris Warner

Mentre Predator fa danni al cinema, a fumetti Verheiden continua a raccontare le avventure di Newt ed Hicks nello spazio. Chissà cos’avrà pensato l’autore nel 1997, quando uscirà il quarto film che sembra rubare parecchie idee al suo Aliens: Book II: il suo destino pare quello di essere plagiato dal cinema…

Tornando al 1990, se Predator 2 è stata una fitta per il Mark scrittore, il film è invece un lusinghiero omaggio per la Dark Horse come casa, perché dimostra di apprezzare quella che ancora oggi rimane una delle sue più grandi invenzioni. In una celeberrima scena, all’interno dell’astronave Harrigan scopre la sala dei trofei dei Predator, in cui vediamo campeggiare chiaramente un teschio di xenomorfo. È il modo con cui il film omaggia il più potente versus dell’universo, che già in fumetteria sta facendo sbavare tutti i fan.

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

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