Storia dei fumetti alieni 2. La mossa del Cavallo Nero

In attesa di scoprire che ne sarà dell’universo narrativo alieno, mi sembra il momento giusto per iniziare a raccontare – per la prima volta al mondo! (e non sto esagerando) – la storia di trent’anni di narrativa a fumetti in un universo più vasto di quanto gli autori stessi abbiano idea.

Illustrazione di Raymond Swanland da AVP: Three World War (2010)


Lucius Etruscus

Storia dei fumetti
di Alien e Predator

(parte seconda)


La mossa
del Cavallo Nero

La versione di Gibson

Come racconterà lui stesso alla rivista specialistica “Starlog” nel settembre 1989, William Gibson viene contattato dai produttori del terzo film della saga (plausibilmente Walter Hill e David Giler) che gli mettono in mano un fascicolo di quindici pagine: il soggetto indicativo su cui il romanziere può lavorare a proprio piacimento per creare una sceneggiatura, aiutandosi con alcune illustrazioni dell’artista svizzero H.R. Giger e foto di scena, rappresentanti fondali e scenari scartati dai precedenti film e quindi riutilizzabili senza problemi.

Cover di Johnnie Christmas

È un periodo d’oro per Gibson, i suoi romanzi hanno successo e lui sta seriamente pensando di darsi al cinema: quella di Alien III è l’occasione di lancio perfetta. Legge il brogliaccio che gli è stato consegnato e scopre trattarsi di un soggetto addirittura fantapolitico: nel futuro, USA e URSS saranno in piena Guerra Fredda anche nello spazio! Torna l’astronave Sulaco dopo gli eventi del secondo film e al suo interno oltre ai pochi superstiti c’è anche un alieno: un’arma fenomenale che potrebbe far vincere definitivamente una delle due fazioni in guerra, nella loro perenne corsa agli armamenti. Mentre Gibson si siede a scrivere la sua sceneggiatura, il muro di Berlino è ancora in piedi (cadrà due mesi dopo la citata intervista) e nessuno sospetta che di lì a qualche anno l’Unione Sovietica crollerà: malgrado la scottante attualità del soggetto, ciò non toglie che il risultato è al di sotto della sufficienza.

Cover di James Harren

In seguito nascerà la leggenda secondo cui il romanziere avrebbe rinunciato al progetto per solidarietà con il grande sciopero degli sceneggiatori del 1988 (da marzo ad agosto) ma visto che questa versione regge poco si darà poi la colpa ad un cambio di poltrone ai vertici della 20th Century Fox, ma rimane il fatto che la sceneggiatura di Gibson non funziona, come possono scoprire anche i lettori italiani, visto che quella sceneggiatura è stata trasformata nel 2018 in una saga a fumetti che la saldaPress ha portato in edicola nel 2019 (a puntate) e in libreria nel 2020 (in volume).

La prima cosa che fa il romanziere è cambiare totalmente le atmosfere tipiche della saga e inventarsi nuovi alieni, ma questo ai produttori non interessa: il problema vero è che prevede grandi stazioni spaziali e scene d’azione costosissime. Non ha capito che la Fox vuole volare basso. Molto basso.


La telefonata che creò un universo

Mentre William Gibson è alla sua scrivania a scrivere, altrove due amici stanno chiacchierando al telefono: uno è lo scrittore esordiente Mark Verheiden, l’altro è Mike Richardson, che da alcuni anni è a capo di una casa editrice indipendente di fumetti che ha fondato, la Dark Horse Comics. Mentre i due chiacchierano, d’un tratto Mike esulta: ha appena ricevuto la notizia che la 20th Century Fox ha accettato la loro proposta e che lunghe e laboriose trattative burocratiche sono giunte a buon fine. La casa ha appena acquistato i diritti di sfruttamento a fumetti del marchio “Aliens”, cioè di tutti gli eventi e i nomi legati al secondo film. E forse questo è un momento storico troppo ignorato dai fan.

Cover di Chris Warner

Se oggi l’universo alieno è ancora noto, se oggi possono uscire videogiochi che presentano Colonial Marine in stato d’assedio, se oggi ogni forma di comunicazione può sfruttare ambientazioni e nomenclature “aliene” non è certo per il successo del film  Aliens bensì di decenni di fumetti che ne hanno tenuta viva la memoria tra i fan, sfornando un numero impressionante di storie che hanno arricchito la cultura popolare, malgrado né la stampa né altro organo di comunicazione ne sia mai stato informato, anche perché per decenni il fumetto è stato il medium meno considerato di tutti. È l’universo espanso che ha tenuto in vita il piccolo universo di un film degli anni Ottanta i cui concetti base così cari ai fan sono stati immediatamente rinnegati dalla saga stessa a cui appartiene, con il terzo film.

Il momento dunque è topico, e se c’è una cosa che contraddistingue la Dark Horse è un coraggio senza precedenti. «La compagnia inizialmente consisteva solamente in me e Randy Stradley, che si licenziò dal “Los Angeles Times” quando gli parlai del progetto»: così racconta Mike Richardson alla rivista “Previews” nel giugno 2016, in un numero dedicato proprio al trentennale della sua casa editrice.

«È cresciuta regolarmente ed ha aggiunto personale: ora abbiamo circa 150 impiegati a tempo fisso che lavorano nelle nostre divisioni: internet, giocattoli e film. Credo che noi abbiamo successo perché facciamo del nostro meglio per rispettare gli artisti con cui lavoriamo e ci diamo da fare per offrire pubblicazioni di qualità e prodotti a prezzo ragionevole.»

La copertina speciale di “Previews” dedicata ai trent’anni di DHC

In quel 1987 dunque la Dark Horse ha appena un anno circa di vita, e deve vedersela con una concorrenza titanica e spietata.

«La Dark Horse non ha iniziato con decenni di storie con Superman e Fantastici Quattro su cui contare, ci servivano personaggi cinematografici ben riconoscibili che ci potessero aiutare a raggiungere una larga fascia di fan: Godzilla fu un modesto successo, vendendo dalle trenta alle quarantamila copie. Erano numeri incoraggianti, ma la nostra seconda licenza probabilmente ha cambiato per sempre l’intero concetto editoriale di fumetto su licenza.»

Dopo aver speso una somma di denaro probabilmente corposa per acquistare dalla 20th Century Fox il marchio “Aliens” a fumetti, ora la Dark Horse deve stabilire cosa farci. Il solito “fumetto del film”? Le novelization della Marvel anni Ottanta hanno già ampiamente dimostrato come la resa a fumetti di un film sia un espediente che alla fine non crea nulla al di là della pubblicità, anche quando ha successo: la serie di storie inedite di Robocop sono nate proprio dalle novelization, ma dopo pochi numeri si sono arenate. Quelle di Guerre Stellari sono durate un po’ di più ma solo perché c’erano nuovi film in uscita. La Dark Horse non è la Marvel, non ha gli stessi lettori né le stesse aspirazioni. È una casa alternativa e fa scelte alternative. Quindi chiama un esordiente come il citato Verheiden a scrivere una storia inedita: «Non adattamenti dei film, ma storie inedite scaturite dal secondo film», così Verheiden ricorderà quel momento quando, nel 2016, scriverà l’introduzione per la ristampa in volume pregiato del suo primo fumetto.

Cover di Mark A. Nelson

Verheiden ha mano libera? Sì, ma fino ad un certo punto. La Fox dà libertà creativa ma ovviamente a patto che le regole base del franchise siano rispettate, e da allora la “Bibbia” che le contiene crescerà sempre più di dimensioni: ad ogni autore che, anno dopo anno, si cimenta con una storia aliena arriva sulla scrivania un libro sempre più voluminoso, man mano che si sviluppano i film e che certe idee vengono considerate buone o meno. In quel 1987 lo sceneggiatore riceve solo tre direttive, stando almeno a quanto racconterà trent’anni dopo. La prima è che la Fox vuole gli alieni sulla Terra, e questa è una “furbata” comprensibile.

Quando negli anni Ottanta la Warner Bros ha voluto sfruttare il successo di “Dirty Harry” Callahan (in Italia, ispettore Callaghan) anche in narrativa, sfornando una serie di romanzi d’azione da far pubblicare alla Warner Books, ci furono problemi con Clint Eastwood, che aveva diritto di vita e di morte ogni volta che si parlava del suo personaggio: la paura dell’attore-produttore era che i romanzi potessero “bruciare” qualche futura sceneggiatura, ed è plausibile che la Fox abbia avuto lo stesso timore. La libertà creativa di uno scrittore a fumetti è assolutamente impossibile per uno sceneggiatore, quindi c’era il forte rischio che se entrambi partissero dalle stesse basi alla fine il fumetto potesse risultare migliore. (Come in effetto è sempre stato, nell’universo alieno.)

Come Eastwood riuscì ad ottenere per i romanzi di “Dirty Harry” trame che non sarebbero mai potute arrivare su grande schermo, così la Fox ha imposto l’unica trama che era sicurissima non si sarebbe mai girata: una storia di Alien sulla Terra, perché i costi sarebbero stati eccessivi. (O meglio, i costi di un film fatto bene sarebbero stati eccessivi: il disgraziato Aliens vs Predator 2: Requiem è ambientato sulla Terra ma ha una sceneggiatura così sbagliata da confermare questa regola.) Quindi i fumetti possono sbizzarrirsi a sviluppare tutte quelle storie impossibili da portare su grande schermo, così da non correre rischi di sovrapposizioni.

La Terra vista da Luna City in Aliens: Horror Show (1992)

La seconda e la terza delle uniche tre regole imposte dalla casa alla Dark Horse sono in realtà collegate: è assolutamente vietato parlare di Ripley, quindi i protagonisti devono per forza di cose essere Newt ed Hicks, gli unici superstiti del secondo film. O almeno gli unici umani. Verheiden si dispiace di questo limite, ovviamente Ripley è un personaggio splendido da trattare e soprattutto di grande richiamo, ma esiste un divieto che ancora oggi non è spiegato: come abbiamo visto, il rifiuto tombale di Sigourney Weaver che venisse usata la sua immagine nei panni di Ripley.

Nel 1989 la Leading Edge Games ottiene la licenza dalla Fox per utilizzare il marchio “Aliens” in un gioco di ruolo da tavola tratto dal secondo film. Su un tabellone che ricrea la stazione di Hadley’s Hope i giocatori posizionano le proprie pedine, formate da foto che ritraggono tutti i personaggi del film: ogni Colonial Marine ha la sua pedina, così come Burke e Newt, e ognuno dovrà fuggire inseguito dalle pedine che rappresentano gli alieni. Sembra incredibile… ma Ripley non c’è. C’è la sua pedina, c’è la sua scheda e il giocatore può utilizzare il personaggio, ma in nessuna parte del gioco – né sul tabellone, né nelle schede, né nel manuale e né sulla scatola – è presente una foto di Ripley, se non una sagoma nera di profilo. Cos’è successo? Possibile ci sia una foto dell’ultima delle comparse, come il soldato Wierzbowski, e non la donna-simbolo del film e dell’intera saga? Di nuovo, il divieto dell’attrice è l’unica spiegazione.

Scheda di Ripley da Aliens: RPG (Leading Edge Games 1989)

Il personaggio Ripley l’ha inventato Walter Hill, appartiene alla Brandywine e alla Fox, ma è facile che l’attrice abbia ottenuto una voce in capitolo sui diritti di sfruttamento della sua immagine nel secondo film (quella dell’Alien del 1979 è troppo lontana per darle problemi): basterebbe alzare il prezzo oltre il ragionevole per far sì che l’immagine di Ripley scompaia da tutto ciò che non siano le semplici foto di scena del film.

Quale che sia la ragione, la Dark Horse nel 1987 spende soldi per acquisire un marchio… di cui non può mostrare la protagonista-simbolo!

(continua)


L.

– Ultime “indagini”:

8 pensieri su “Storia dei fumetti alieni 2. La mossa del Cavallo Nero

  1. Davvero assurde le regole da seguire per limitare la fantasia degli autori…

    E Ripley silhouette nera! X–D

    Quanta poca riconoscenza di Sigourney per la saga che l’ha resa famosa (e più che altro ricca, che magari famosa era pure prima)!

    Piace a 2 people

  2. Ciao,
    innanzitutto i complimenti per il lavoro che stai portando avanti che trovo interessantissimo, avevo anch’io quel gioco da tavolo ma non avrei mai immaginato cosa ci fosse dietro alla scelta di quella immagine di Ripley.
    A proposito del gioco, hai già pubblicato qualcosa nel sito o, in alternativa, posso sperare che lo farai prossimamente?

    Piace a 1 persona

    • Ti ringrazio 😉
      Con quel gioco di ruolo sono andato giù di matto, l’ho scoperto a casa di un amico nel 1991 e sono impazzito: si poteva davvero ricreare l’azione del film su un cartellone!
      Non saprei cosa scrivere perché purtroppo da allora non ho più conosciuto qualcuno con cui giocarci, ma magari farò un post per mostrare un po’ di foto (cartellone, pedine, ecc.) e per raccontare quanto profondamente ho vissuto quel giorno in quei giorni 😉

      "Mi piace"

      • Il mio penso sia consumato, a quell’epoca avevo circa 13 anni e non avevo certo lo spirito del collezionista, preferivo giocare il più possibile.

        La risposta della Games Workshop con il suo gioco da tavolo nel quale gli Space Marine (Warhammer 40K) affrontavano i Genestealer all’interno degli Space Hulk l’hai conosciuto?

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      • No, non ho mai seguito il mondo dei giochi da tavolo o di ruolo, Aliens è stata una felice parentesi, ripetuta in minima parte l’anno dopo quando mi regalarono il gioco di ruolo prodotto per l’uscita di “Bram Stoker’s Dracula”, a cui ho giocato giusto due o tre volte, sempre da solo. Sia per mancanza di interesse, sia per mancanza di persone con cui giocarci, il mondo dei gdr mi è del tutto… alieno 😀
        Essendo io del ’74 avevo pochi anni più di te, ma sin da ragazzino sono ossessivo con le mie cose e posso usarle tantissimo senza consumarle mai 😛 La confezione del gioco sembra appena uscita dal negozio e carte e pedine sono in perfetta forma: non posso farci niente, è più forte di me ^_^

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