[2012-04] Jon Spaihts su “Screem” 24

Traduco questa intervista a Jon Spaihts, creatore originale di Prometheus (2012) prima di dover lasciare il suo posto a Damon Lindelof, apparsa sul numero 24 della rivista “Screem”.

Purtroppo è stata condotta quando ancora non si sapeva nulla del film, di là da uscire, quindi sono spesso domande a casaccio sparate alla cieca, a cui Sapihts non può rispondere, ma le prime ci regalano una bella parentesi sulla nascita del film.

Da sottolineare come all’incirca nello stesso periodo Spaihts stesse registrando l’audio-commento di Prometheus, che sarà poi presente nell’edizione Blu-ray, e la genesi del film la racconta praticamente uguale.


Prometheus has landed

di James G. Gormley

da “Screem” n. 24
(aprile 2012)

“Screem” parla di “Prometheus”
con lo sceneggiatore Jon Spaihts

Ridley Scott ed uno dei due sceneggiatori, Damon Lindelof, hanno fatto una scappata al WonderCon 2012 di Anaheim (California) il 17 marzo, seguita da una conferenza stampa e domande dal pubblico con l’attore Michael Fassbender, che interpreta l’androide David nell’imminente quinto film della saga aliena. (Settimo, se includiamo i due “AVP”.) Alla domanda “a quale genere appartiene Prometheus?”, Scott ha risposto: «Lo scopo principale era fare un buon film, solo un film fottutamente buono».

“Screem Magazine” si è seduta con lo sceneggiatore che ha concepito il soggetto di Prometheus, Jon Spaihts. Lui ha condiviso con noi la sua visione candida e provocatoria del film.

Ho letto che non solo sei il primo dei due sceneggiatori ad aver lavorato su “Prometheus”, ma sei anche quello che ha lanciato il progetto.

È vero. All’incirca verso la fine del 2009 ho partecipato ad una riunione con la Scott Free Productions, la casa di Ridley Scott. Erano rimasti colpiti da un paio di copioni che avevo scritto e volevano vedere se c’era modo di lavorare insieme. Mi passarono un sacco di roba di cui avevano i diritti, dai romanzi da portare su schermo ai film di cui fare il remake. Insomma, la classica riunione.

Solamente verso la fine il capo della compagnia, Michael Costigan, con cui stavo parlando, dice che da tempo stanno cercando di fare un altro film dell’universo alieno ma nessuno era stato capace di trovare la storia giusta. Tutti sentivano che la saga non era più in grado di andare avanti, quindi l’unica era tornare indietro nel tempo: nessuno però sapeva come farlo. Per me la questione fu come un fulmine, visto che non avevo mai pensato a come raccontare un’altra storia in quell’universo: non mi ero mai posto il problema, ma quando mi venne richiesta un’opinione scoprii che avevo un sacco di idee.

In particolare c’era il grande mistero irrisolto del primo Alien (1979): intravediamo segni di una grande civiltà di cui però non sappiamo nulla. Vediamo un gigante morto in una colossale stazione spaziale che ovviamente non è stata costruita dalla creatura del film. Raccontare un’intera storia inerente una civiltà del tutto aliena è stimolante ma allo stesso tempo terribilmente difficile, quindi in qualche modo quella storia aliena doveva avere un qualche interesse per la nostra civiltà. Fu allora che mi resi conto di avere delle idee in proposito, così cominciai a snocciolarne per 45 minuti. Alla fine Costigan mi guardò e mi chiese se volevo buttar giù qualcosa di scritto da far leggere a Ridley, che in quel momento era occupato in sala di montaggio con il suo Robin Hood (2010).

Se sei uno scrittore, tutti ti ripeteranno di non scrivere mai un soggetto e lasciarlo al cliente, perché possono rubarti idee o l’intero lavoro, ma in questo caso era Ridley Scott e quindi scrissi subito tutto e lo lasciai alla Scott Free: quello mise in moto tutto con incredibile velocità. Dopo qualcosa come dieci giorni mi trovavo seduto in un sala delle conferenze con Ridley Scott e il vice-direttore della 20th Century Fox, e Ridley non stava più parlando di limitarsi alla produzione: voleva dirigere quel film.

A grandi linee come sono stati divisi i ruoli di sceneggiatura fra te e Damon Lindelof

In sequenza. Io ho scritto cinque stesure del copione, in vari mesi, lavorando a stretto contatto con Ridley. Io scrivevo la mia versione, poi mi sedevo con Ridley, Michael Costigan e Michael Ellenberg, i suoi due tenenti dell’epoca, e Ridley tirava fuori la sua tavola da disegno e abbozzava qualche schizzo. Abbiamo fissato su schede l’intero film, appendendole sulle pareti della stanza: una volta finito quelle pareti erano già da sole una parte della produzione del film, e con quelle schede Arthur Max, il production designer, ha lavorato duro. La sera abbozzavamo delle scene e la mattina dopo trovavamo dipinti di un metro e mezzo appesi alle pareti con quella scena che avevo descritto il giorno precedente.

Alla fine del 2010, quando finalmente la Fox diede il via alla produzione del film ed ero molto emozionato all’idea di cosa sarebbe successo, fu allora che si avverò quanto mi aveva preannunciato il mio agente sin dal primo giorno. Sono stato sostituito da uno scrittore famoso, il che per uno scrittore all’epoca non ancora noto come me era qualcosa facile da immaginare.

Ho letto che la Scott Free Productions ti ha commissionato la sceneggiatura del film successivo a questo: puoi confermarlo?

Mi hanno parlato di film successivi a Prometheus, e in effetti quei film facevano parte delle nostre discussioni creative sin dall’inizio. Però io non ho alcun contratto per scriverli: che io sappia, nessuno è stato incaricato di farlo.

Scrivere di origini e identità è dura, quando si parla dell’universo alieno. Da dove vengono gli alieni? Ash è un umano o un androide? Perché questi temi sono così critici per l’universo alieno in generale e per “Prometheus” in particolare?

Credo che nessun film di questa saga vada così a fondo nelle origini e sulla natura dell’umanità come Prometheus. Credo che questi temi nascano dal rapporto fra preda e cacciatore nel film originale di Scott. La creatura di Alien è un perfetto assassino di esseri umani; corazzato nei punti in cui noi invece siamo più deboli; blasfemo nel suo modo di uccidere, visto che stupra e ingravida; è un essere abominevole e il suo perfetto antagonista è Ripley, una donna bellissima e forte, che alla fine ha solo pochi vestiti per proteggersi dal mostro. È la storia di una umana molto lontana da casa, calata in un posto completamente alieno e in un mondo freddo ed inospitale: quello spazio in cui nessuno può sentirti urlare.

Avremo delle sorprese dal personaggio dell’androide di Michael Fassbender?

Credo che il fascino degli automi, della vita artificiale, derivi dal Frankenstein di Mary Shelley e poi indietro fino alle leggende del Golem: storie di gente artificiale ne esistono sin da quando la gente racconta storie. Anche i geni nella bottiglia credo rientrino in questa categoria. Ciò che ci aspettiamo da un automa, da un androide, è una prospettiva: in qualche modo sono al di sopra delle parti, non hanno sesso, non invecchiano, non hanno madri, non si innamorano o comunque lo fanno raramente. Perciò forse hanno uno sguardo filosofico più distaccato sulla condizione umana a cui partecipano, guardandoci ed assomigliandoci ma essendo diversi da noi. Abbiamo sempre immaginato gli automi come schizofrenici, si sentono superiori a noi perché non sono soggetti alle passioni animali e non invecchiano, eppure sono gelosi perché non sono reali come lo siamo noi. Sono contenti della loro natura ma se ne vergognano anche, esaltano la loro condizione sovrumana ma sperano di diventare umani. Abbiamo sentito questa storia raccontata migliaia di volte: credo sia radicata nel profondo di noi.

Anche il tuo “L’ora nera” (The Darkest Hour, 2011) prevede la presenza di alieni malvagi: era necessario per entrambe le sceneggiature che le creature fossero così negative?

Direi che in queste come in molte altre storie di invasione aliena, le creature sono sempre cattive perché in contrapposizione con tutto ciò che è umano: è questo che rende spaventose le storie di alieni, contrapposte a quelle soprannaturali o di demoni. Gli alieni non sono demoni, sono civiltà diverse che possono competere con noi per qualcosa: in virtù del fatto che si presentano in astronavi, hanno dunque una tecnologia superiore e ci sovrastano. La grande storia dell’animale umano sulla Terra l’ha visto vincere tutte le competizioni con ogni altra forma di vita, perciò ha senso che uno dei nostri peggiori incubi consista nell’entrare in competizione con una forma di vita che non possiamo battere.

Senza rovinare qualche colpo di scena, si può dire che l’uscita americana del 1973 del “Chariots fo the Gods?” (1968) di Erich von Däniken [in Italia, “Gli extraterrestri torneranno”, Ferro 1969] ha avuto una forte influenza sul tuo modo di scrivere cinema?

Posso dire che lo spettatore attento potrebbe notare qualche traccia di von Däniken in Prometheus. Non posso dire altro.

Mi sembra giusto. Nel primo “Alien”, quando non c’erano gli effetti al computer, tutto era fatto con giochi ottici. “Prometheus” farà largo uso invece di effetti speciali computerizzati? Perché poi sarà in 3D? Cos’ha comportato in termini di lavorazione?

Inevitabilmente c’è un sacco di grafica computerizzata in Prometheus, è impossibile fare un film del genere al giorno d’oggi senza quel tipo di effetti. Ma la bellezza di guardare Ridley girare un film sta proprio lì: credo che faccia accadere davanti all’obiettivo molte più cose di quanto facciano mediamente gli altri registi attuali di film di fantascienza. Lavora in set giganteschi, quasi delle cattedrali che rimani imbambolato a fissare, e i personaggi guidano mezzi che si muovono sul serio ed indossano tutte perfettamente funzionali. Spesso la luce che illumina gli attori è vera luce naturale, presente sul set: aggiungi un po’ di vapore e hai un tipo di realismo in camera che ben pochi registi perdono tempo a ricreare, eppure secondo me ripaga gli sforzi in ogni singolo fotogramma del film.

Lo stesso dicasi per il 3D, che se fatto bene ti permette di ricreare l’idea dell’immersione completa, e un senso viscerale di te stesso in scala: spesso ti fa sentire terribilmente piccolo di fronte al colossale paesaggio alieno in cui ti ritrovi. C’è un 3D buono e uno cattivo, direi: Prometheus stabilirà l’eccellenza del 3D perfetto.

Che ne pensi della campagna pubblicitaria? E ne sei stato coinvolto?

Quando facevo ancora parte del progetto sono stato coinvolto nelle discussioni preliminari sull’argomento, ma quello usato per la campagna pubblicitaria è tutto materiale creato da Ridley e Damon. Lo adoro, credo sia splendido e spavaldo.

Si dice che anche H.R. Giger abbia lavorato a “Prometheus”, specialmente riguardo ai nuovi xenomorfi: ce lo confermi?

So che Ridley l’ha incontrato e ci ha lavorato insieme, ma non so altro.

Si parla di location splendide come la Valle della Luna in Giordania, Islanda, Pinewood Studios e l’Isola di Skye in Scozia: cosa sai dirci di questi posti?

Tutte queste località sono state vagliate se non proprio usate. Credo che tutto ciò che io possa dire è che la diversità dei paesaggi sarà parte integrante delle varie storie raccontate dal film.

Il personaggio di Meredith Vickers, interpretato da Charlize Theron, sembra avere gli elementi dell’“uomo della compagnia”, come il Paul Reiser di “Aliens”: è stata una scelta voluta?

Credo che uno degli elementi chiave dell’universo alieno sia la contrapposizione fra l’umano e la Compagnia, fra l’umano e l’androide, fra l’umano e l’alieno: sono parti essenziali nelle storie di questo universo. Perciò credo che inserire questi elementi sia per me… come obbedire alle leggi locali.

Ci sono voci che non sarà un “monster movie” ma forse ci sarà uno xenomorfo. Sarebbe corretto dire che si tratta di un film delle origini con in più degli alieni?

Non posso dire nulla sulla faccenda, al di fuori di ciò che si è visto nel trailer.

Ridley Scott pare abbia detto che sarebbe stato divertente girare un prequel di “Alien” ma l’importante era avere una storia giusta: l’avete dunque trovata?

Credo che per consenso unanime fra i film che hanno seguito il capolavoro di Ridley l’unico degno di nota sia quello di James Cameron, ma per la mia ispirazione ho guardato solo all’originale, alle radici. E per scrivere una qualsiasi storia che si svolga in un universo già pieno di storie credo che il segreto sia puntare sui propri punti di forza, slegandoti da ciò che ti ha preceduto.

Si dice che tu sia un mago della matematica e che abbia scritto diversi libri di testo per la preparazione universitaria.

In effetti è vero, mi ci sono pagato l’affitto nei miei primi anni del dopo-college.

Credi che la tua mente matematica ti abbia aiutato nel lavoro di sceneggiatore, nello specifico con “Prometheus”?

Sì, ho studiato fisica a Princeton per due anni prima di capire di non avere i numeri per andare avanti, e di voler essere uno scrittore molto più che uno scienziato. Ma non ho mai smesso di leggere pubblicazioni scientifiche, e credo che la mia base culturale mi aiuti ad essere uno scrittore migliore di fantascienza.

Un pessimo scrittore di fantascienza crede che si possa fare tutto, invece penso che le storie migliori siano quelle in cui si rimane legati alle leggi della realtà.

Sei anche un fotografo: la tua competenza visiva ed artistica ha aiutato quella di Ridley Scott?

Sarebbe davvero sfacciato affermarlo, ma sono lusingato che qualcuno si ponga la questione. Di certo mi pongo in modo rigoroso nei confronti della fotografia, dell’angolazione di inquadratura, dell’esposizione e della profondità di campo, e magari questo mi rende uno spettatore ancora più entusiasta del lavoro di Ridley, perché so apprezzare la sua maestria.

“Alien” ha riscritto i canoni del genere di fantascienza: sei emozionato riguardo al potenziale di “Prometheus”?

Sì. Credo che Prometheus avrà una lunga ombra e la gente lo guarderà ancora fra molti anni.


L.

– Ultime interviste:

6 pensieri su “[2012-04] Jon Spaihts su “Screem” 24

  1. Interessanti queste interviste su come funziona il processo di scrittura di un film e di come gli scrittori vengano usati, masticati e sputati a seconda della convenienza. Sto leggendo il libro di Michael Piller sulla genesi di Star Trek: Insurrection e lì lui mette i puntini sulle i riguardo al perché sia uscito fuori il disastro che tutti abbiamo visto e di come le sue idee iniziali fossero ben diverse ma si fossero dovute adattare a mille esigenze differenti, dalle richieste delle star alle divergenze creative coi produttori (Berman).

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    • Per questo mi fanno ridere i critici che prendono grandi film di fantascienza e cominciano a cercare rimandi filosofici e profondità psicologiche, ignorando completamente il marasma totale che ha portato al film finito. Una cosa è un film drammatico indipendente, in cui può ancora succedere che un regista abbia l’ultima parola sull’aspetto artistico, se è in grado di gestire tutto: una grande produzione fatta di effetti speciali e grande cast, passerà per così tante martellate, compromessi, tagli e drammi vari che trovarci alla fine un “pensiero” è pura fantasia.
      Mi sono sentito l’audio-commento di Spaihts e Lindelof per tutto “Prometheus” – purtroppo è solo su Blu-ray e non posso estrarlo per presentarlo qui nel blog – ed è chiaro che Spaihts ha voluto fare un film di Alien, mentre poi è arrivato Lindelof e ha fatto “Lost incontra Alien”, specificando ben chiaramente che il suo unico e totale scopo nella sceneggiatura è che non si capisse una stra-mazza di niente. Secondo lui, quando lo spettatore capisce è insoddisfatto, e l’unico modo per rendere un film di successo è che avvengano solo cose a casaccio, totalmente incomprensibili, così tutti ne parlino. Infatti tutti parlano di “Prometheus”, chiedendosi come mai faccia così schifo 😀
      Se Alien avesse la forza di Star Trek e Spaihts fosse un nome più famoso, ora avremmo un romanzo o un fumetto basato sulla sua sceneggiatura per “Prometheus”, e avremmo un’ottima storia di Alien, invece che quella roba senza alcuna logica.

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      • Che logica ridicola…

        Sono d’accordo sulle interpretazioni a volte troppo fantasiose da parte dei critici, che comunque è una cosa che penso anche di quadri fatti da singoli artisti a cui a volte vedo attaccati teorie e voli pindarici a cui dubito che gli artisti avessero pensato in origine. Nel caso di un film con tutti i suoi compromessi la cosa è ancora più lampante!

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      • Almeno in un quadro, o in un romanzo, c’è un solo autore: avrà avuto anche lui le sue belle pressioni e avrà dovuto sicuramente scendere a certi compromessi, ma è sempre uno. In un film con centinaia di persone coinvolte, ma quel che peggio con sceneggiature stratificate in cui quello che vediamo sullo schermo è ciò che rimane di un miscuglio raffazzonato di decine e decine di copioni scritti e riscritti, da più e più mani, alla fine è davvero difficile credere in una “poetica”.
        Un film drammatico già è un po’ diverso, magari qualcosa di indipendente dove il regista possa avere un pochino più controllo, ma una grande produzione milionaria, una storia strapiena di effetti speciali con decine e decine di tecnici coinvolti a più livelli, davvero non può essere considerata un’opera da analizzare per capire la “poetica” del regista, o almeno non in profondità.
        Il problema è che chi trova “poetiche” nei film raramente si va a studiare la lavorazione, così crede che quello che si vede sullo schermo sia stato voluto dal regista, cosa non vera in molti casi.

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  2. Se un film fottutamente buono vuoi fare, come prima cosa devi mandare Lindelof a cagare…
    Il detestabile Damon ha un debole per gli equivoci, purtroppo per noi: secondo lui, “misterioso” è sinonimo di “incomprensibile” e questo, sempre secondo lui, dovrebbe piacere tantissimo al pubblico… Io, e credo proprio di non essere il solo, avrei fatto volentieri a meno del suo “geniale” coinvolgimento in Prometheus 😦

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    • Dall’audio-commento di Spaihts nel Blu-ray del film si riesce un po’ a tirar fuori la trama originale, quella che lui ha presentato all’inizio e che ha convinto la Fox a fare il film: un gran peccato poi invece la casa abbia preferito un autore famigerato (più che famoso) che si accucciasse sul copione e deponesse tutta la sua filosofia del nulla circondato dal vuoto.
      L’80% dell’audio-commento è occupato da Lindelof che blatera di niente e si autodefinisce pretenzioso: non so cosa voglia dire per lui quella parola, ma usare la banalità come Prometeo e gli dèi greci non è pretenziosità, è pura superficialità da rotocalco di gossip. Lui invece è convinto di aver creato una sorta di storia mitica avvolta dal mistero, e temo seriamente che ci creda sul serio.
      Spero che un giorno Spaihts tiri fuori il suo copione e regali ai fan la vera storia di Alien che il film doveva essere all’inizio.

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